martedì 20 agosto 2019

Cat Person di Kristen Roupenian

Di Cat Person per un po' si è parlato parecchio; me lo vedevo rimbalzare sui social con la sua impattante copertina nera, articoli sull'autrice, interviste all'autrice etc; la curiosità mi era salita subito, ma le copie della biblioteca erano tutte in prestito e mi ci è voluto un po' per ricordarmi di cercarlo di nuovo, trovandolo finalmente disponibile e pronto ad essere divorato. I casi editoriali spesso sono così, fanno un grande clamore all'inizio e poi una calma che al confronto pare silenzio; ritengo che l'esordio di Kristen Roupenian sia ben lungi da diventare meteora, e che le sue prossime opere potranno soltanto sedimentare una potenza narrativa che è già stata largamente accettata.


Cat Person è una raccolta di racconti, ed è anche per questo che l'immediato successo risalta. Già da qualche anno la falsa credenza che i racconti non possano vendere, che il pubblico non sappia che farsene di storie tanto brevi, è stata smentita da improvvise esplosioni di interesse nella comunità dei lettori – con Alice Munro su scala internazionale e Elvis Malaj su scala nazionale, per non parlare del ritorno nella discussione culturale di Raymond Carver, sostenuto pure da tutta la succosa vicenda col re degli editor Gordon Lish. Ma sto divagando, e di brutto. Torniamo al caso specifico.





Cat Person, portato in Italia da Einaudi nella traduzione di Cristiana Mennella, Gianni Pannofino e Maurizia Balmelli, destinato a diventare una serie antologica per HBO. Come dicevo, è una raccolta di racconti ed è molto difficile parlare di una raccolta di racconti; se seguissi la semplice struttura della recensione di un romanzo, dovrei riassumere in soldoni il punto d'inizio di tutti i racconti, per poter poi dire la mia sul modo in cui affrontano le tematiche profonde – o quelle che ritengo tali – e sviscerano il punto di vista dell'autrice. Ma con le antologie è diverso; devi trovare il punto d'incontro, quello in comune, e da lì cercare di ripercorrere un sentiero trasversale a tutte le storie, mescolandole insieme nella loro risicata omogeneità.


In Cat Person il tema comune a tutti i racconti sono le difficoltà che si incontrano nel rapporto con gli altri, nello specifico nelle relazioni e quasi relazioni amorose. Si inizia col botto del disturbante, un legame a tre morboso e malato, perfino avvilente, e poi si prosegue con una certa normale quotidianità, poi si vira verso l'impossibile, si arriva pure al magico. Ma nonostante la varietà inconsueta delle trame e dei generi in cui si incastrano i racconti, puntano tutti il faretto sulle relazioni interpersonali, e tutti i terribili incagli a cui possono andare incontro. Gli inceppi dei silenzi e delle parole, il mondo esperito a tentoni, con le braccia dritte in avanti per cercare di interpretarlo al meglio, e poi reagire con conseguente e falsissima coerenza.





Un aspetto interessante di Cat Person – che ho già apprezzato in Parlarne tra amici di Sally Rooney – è la consapevolezza dei personaggi nel modo in cui mettono in moto comportamenti manipolatori, la strategia difensiva che piazzano tra sé e quello che fanno, perché l'immagine che hanno di se stessi non ne rimanga compromessa, i continui “ma” che fanno dell'uomo – inteso come essere umano – una roba non troppo carina. L'egoismo che ci rende stronzi, ecco. Cat Person è un po' su quella roba lì, e sull'incomprensione, sulla ricerca di una felicità che percorre binari malati, lo sforzo narrativo per incanalare un impulso nella storiella che ci raccontiamo di noi.


Ovviamente non è tutto brutto e squallido e triste; lo stesso essere umano che ho appena tramortito sul banco degli imputati è tutt'altro che brutto-squallido-e-triste. Quella è solo una parte di noi, quella che ci dice di ottenere quello che vogliamo nell'immediato o nel lungo periodo, fosse anche falciando via una fila indiana di innocenti. Ma nelle persone c'è un sacco di meglio, – c'è principalmente di meglio, dai, riconosciamocelo come esemplari della razza umana – e Kristen Roupenian ne parla. Le cose brutte di cui ho parlato si trovano in storie ampie e articolate, in cui veniamo a conoscere tutti i personaggi coinvolti – le vittime e i carnefici, che di norma sono vittime loro stessi – e le azioni dipendono da una coesione di ragioni confuse, e le ferite si infliggono per errore.


Se dovessi riassumere tutta l'antologia in una frase, sarebbe “nessuno di noi è perfettamente d'accordo su quello che sta succedendo”. La sensazione è di trovarsi parte dell'inganno ordito da un'altra persona, anche se da lettori possiamo ricoprire soltanto il ruolo imprescindibile – e inoffensivo – di uno spettatore parecchio interessato.

(diciamocelo, potevo scegliere se scrivere tutta 'sta pappardella o limitarmi a twittare “ancora, grazie” all'autrice; e più rileggo quanto ho scritto, più la seconda opzione inizia a sembrarmi sensata).

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domenica 11 agosto 2019

Jalna di Mazo de la Roche

È dall'insperato successo della saga dei Cazalet – e poi, immagino, della bibliografia poco a poco riedita di Elizabeth Jane Howard – che la Fazi si è data alla riscoperta di saghe familiari del primo '900; dopo i Cazalet è arrivata la famiglia Aubrey di Rebecca West – il terzo volume, Rosamund, è qui vicino e da quando me lo sono ritrovato nella cassetta della posta ci guardiamo intensamente – e la trilogia di Carmen Korn ambientata in Germania. E poi Jalna, il primo volume di una saga lunghissima – sedici libri, sedici libri – scritta in un arco di tempo di più di trent'anni, dal 1927 al 1960 da Mazo de la Roche, misteriosa autrice canadese vissuta dal 1879 al 1961, prima donna ad aver vinto l'Atlantic Monthly Prize.

Scrivono che Mazo de la Roche sia cresciuta leggendo abbondanti dosi di Lewis Carrol; e probabilmente è vero – che ne so io, dopotutto? – ma nella sua scrittura vedo un altro autore-ingrediente, che trasuda nei racconti della tenuta di Jalna, nell'Ontario, nelle stradine di ciottoli, nei pascoli, nei boschi. Mi ricorda tantissimo Lucy Maud Montgomery, proprietaria della penna – e della mano – che ci ha dato Anna dai capelli rossi – o meglio Anne of green gables – con le sue giovani e giovanissime protagoniste che vivono una versione personale e mitizzata del luogo in cui risiedono, come se abitassero un sogno. Jalna è un po' un sogno, a suo modo, anche se poi la famiglia dei Whiteoak è ben lungi dalle oniriche maestosità del paesaggio.

La famiglia, dunque, che è l'elemento più importante. La famiglia risiede in questa grande tenuta; c'è Adeline, la matriarca dispotica e quasi centenaria che tutti chiamano nonna, i suoi due figli Ernest e Nicholas – uno orgogliosamente letterato, seppure con risultati mediocri, e l'altro che sogna l'antica dissolutezza di cui gli rimane soltanto la gotta – e i nipoti, Renny – il capofamiglia, burbero e deciso, fintamente saggio – Meg, l'unica femmina – ritratto del termine aggressività passiva –, e Eden il poeta, Piers che aiuta a mandare avanti la fattoria, Finch che vive tartassato nell'ombra dei fratelli e l'adorabile Wakefield, nove anni, peste e momento più allegro della lettura.

Le cose a Jalna scorrono immutate. Nessuno vuole, né si aspetta, un qualche cambiamento. I più giovani incontrano qualche problema, si espongono al futuro e si chiedono come fare, mentre gli altri si adagiano tranquilli sulle proprie abitudini. Eden pubblicherà una raccolta di poesie, e questo lo porterà in città, e la città gli porterà degli incontri inaspettati; Finch si dibatte tra orgoglio ferito e insicurezza, capro espiatorio delle frustrazioni famigliari, ultimo nello studio e nella vita; Piers è innamorato di un'amica d'infanzia che lo ricambia, ma è figlia illegittima dell'uomo che un tempo Meg avrebbe dovuto sposare, e da qui drammi a non finire.



Sembra che il comportamento dei giovani – non soltanto il comportamento, ma ogni mossa, ogni sforzo messo in atto in qualsivoglia direzione – faccia parte di un movimentato spettacolo messo su per sollazzare i più anziani. Nicholas, Ernest, Meg e Renny assistono alla vita altrui come se non avessero di meglio da fare – e tecnicamente è proprio così – e Renny è chiamato, di volta in volta, a dare la sua opinione, a scegliere una strada percorribile dall'individuo che sia comoda per la famiglia tutta; perché in un certo senso, tutto ciò che accade a qualcuno, finisce per accadere a tutti. La catena che tiene insieme i membri della famiglia Whiteoak è stretta, e sembra che non se ne possa fuggire, – e che a volte non se ne voglia proprio fuggire, perché la trappola ha l'aria di una tana e sa essere estremamente confortevole.

Mi rendo conto che della trama non ho detto molto, ma che c'è da dire?, ogni membro della famiglia va avanti con la sua vita – o ristagna, a seconda – e solo in certi punti, in un tragico gioco di malefatte e conseguenze, intacca davvero lo scorrere della comune routine. Renny continua a spadroneggiare; Wakefield resta un astuto monello che ruba caramelle e piange a comando, e sembra essere l'unico a riuscire a godere davvero della meraviglia che ha intorno. Compaiono personaggi esterni alla famiglia che riescono a darne un'immagine più coerente con la realtà rispetto a quella che i Whiteoak si raccontano.
Personalmente ho gradito un sacco, e sono davvero curiosa di leggere come andranno avanti a Jalna, come finirà tutto quel tramestio di relazioni; soprattutto voglio sapere che ne sarà di Finch e di Wakefield, davvero, pure da lettore che scruta l'interno di quella testolina machiavellica, non puoi impedirti di affezionarti. Diventerà un santo o un proto-dittatore.

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mercoledì 7 agosto 2019

Parlarne tra amici di Sally Rooney (capolavoro o ciofeca?)

Di Sally Rooney si è parlato – e si parla – così tanto che la prima reazione di molti lettori è la chiusura completa, il rifiuto di un caso editoriale urlato così forte che sembra pilotato, con tutta la conseguente aspettativa di ciofeca estiva. Ed è un istinto che capisco e di cui sono stata spesso vittima, – i casi editoriali che si rivelano tutt'al più mediocri sono così tanti che è normale partire prevenuti, difatti la buona Sally l'ho attesa con pazienza un mesetto buono, avendo prenotato in biblioteca il suo romanzo d'esordio, Parlarne tra amici. Persone normali, il suo secondo romanzo di cui tanto si parla, si posta e si twitta, lo leggerò quando avranno finito le 23 persone in coda prima di me, – 'cidenti.



Parlarne tra amici non è una ciofeca estiva – tutt'altro – e neanche un capolavoro. È una lettura leggera, piacevole, decisamente attuale. È anche parecchio interessante per il modo in cui la vicenda è raccontata, con una spietata auto-consapevolezza, un costante monitoraggio delle proprie azioni e dei propri sentimenti da parte della protagonista e narratrice, Frances.

Ma andiamo con ordine, e quando mai.





Parlarne tra amici è stato pubblicato da Einaudi nel 2018 per la traduzione di Maurizia Balmelli. L'autrice è nata nel 1991 a Dublino, ha studiato letteratura americana al Trinity College – e si sente – e ha pubblicato un buon tot di racconti su prestigiose riviste letterarie. Sono certa che si riveda nella sua protagonista, la ventunenne Frances, poesia e problemi alimentari, codipendenza affettiva e filosofia politica radicale. Vive da sola in un appartamento che appartiene allo zio, frequenta l'università, fa da lettrice per un'agenzia letteraria, si esibisce in recital di poesie mai pienamente raccontati insieme al suo primo amore, Bobbi – che nonostante il nome è una donna, una bellissima donna – che ora è la sua migliore amica. Capita che a una di queste serate entrino in contatto con Melissa, fotografa e saggista, trentasette anni, una donna intelligente e raffinata che le invita a casa sua per un bicchiere e qualche giorno dopo per una cena. A questa cena è presente anche il marito, Nick, un attore bellissimo che lì per lì appare un po' vuoto, di contorno, e di cui Frances si innamorerà pazzamente nel giro di poche pagine.



La trama, vista così, è abbastanza sciapa; un'originalissima storia di amore e tradimento – proprio wow – ma la faccenda fa presto a dimostrarsi più complessa. Tanto per cominciare le persone sono complesse in quanto individui, diventano ancora più complesse quando hanno a che fare con altre persone – figuriamoci poi e sono come Frances e Nick, che denominerei con affetto figli del PTSD – e il contesto attorno è assai meno prevedibile di quanto non si penserebbe a una prima occhiata. Come dicevo poc'anzi, Parlarne tra amici è molto attuale, in un modo che rovinerebbe la lettura se ne parlassi così, sarebbe uno spoiler letale. Dico solo che personalmente ho gradito – e molto – i vari risvolti emotivi e sentimentali.





L'altra faccenda che rende Parlarne tra amici un'ottima lettura è la voce narrante consapevolmente fallata; un paio di giorni fa stavo guardando Derry Girls, una spassosissima serie su Netflix incentrata sulle vicende di un gruppo di ragazzine nell'Irlanda degli anni '90. In quel periodo usciva I soliti sospetti, e il mio personaggio preferito – la cinica Sister Michael – denota Kaiser Soze come un unreliable narrator, il narratore inaffidabile. Ora, giriamoci poco attorno, quando raccontiamo di noi – a noi stessi e a chiunque altro – siamo sempre narratori inaffidabili; la realtà oggettiva e immanente può anche starci davanti agli occhi, ma filtrandola con la nostra prospettiva squisitamente umana la recepiamo ognuno in un modo diverso, senza contare il fatto che la mera selezione di cosa raccontare è di per sé una scelta soggettiva, ma adesso non allarghiamoci che sennò di Sally Rooney non parliamo più. Il punto è che Frances sa di essere una narratrice inaffidabile, e con un'onestà spietata offre al lettore tutti i suoi timori, i meccanismi mentali che la portano a una determinata scelta, le sue paranoie più sciocche, i suoi errori di giudizio. Sappiamo che quando ci racconta la sua lettura di una conversazione dovremo prendere il suo giudizio con le pinze, e non è tanto questo a costituire l'originalità della narrazione – figuriamoci, da Svevo a Nabokov ad Agatha Christie i narratori inaffidabili fioccano in letteratura – quanto la sua consapevolezza. Frances sa di essere umana, e che la sua prospettiva sia quindi sfalsata dal suo vissuto.





Ho trovato eccellente anche la descrizione di come il suo carattere si sia formato e costituito, la somatizzazione dei suoi problemi, lo strazio dei problemi non somatizzati. La costruzione del personaggio – sia per Frances che per Nick e soprattutto per la (mia) diletta Bobbi – è attenta e coerente, per quanto possa dirsi coerente un essere umano.

Parlarne tra amici non è un capolavoro, dicevo, per quanto l'abbia letto in un giorno, e non va trattato come tale. Ma è un ottimo romanzo, scritto con intelligenza e tuttavia leggero e gradevole, e davvero contemporaneo.

E fossi in voi, seppure comprenda la sfiducia nel caso editoriale pompato, una possibilità gliela darei eccome.

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sabato 3 agosto 2019

Amy e Isabelle di Elizabeth Strout

Di recente ho fatto una strana scoperta, e se da un lato mi viene da dirmi “alla buon ora”, dall'altra mi sembra di aver scoperto un segreto antichissimo, che non so ben capire se sia noto a chiunque ma sommamente taciuto, o se siano pochi a vederlo e accettarlo. Il segreto in questione è che l'esistenza di un sistema di comunicazione umano pienamente condiviso è una menzogna che ci raccontiamo giorno per giorno; possiamo anche usare le stesse regole grammaticali e lo stesso lessico, ma da esseri umani ci portiamo dietro un bagaglio di vissuto e di ideologie che è nostro e soltanto nostro, ed è attraverso questo bagaglio che passano i nostri pensieri nella forma di frasi il cui senso vorremmo preciso e universale, e invece è filtrato dalla nostra persona, e nella decodifica verrà di nuovo filtrato, in entrata, dal bagaglio degli altri, ed è come giocare al telefono senza fili senza volerne accettare le conseguenze. Ognuno è un mondo a sé, un linguaggio a sé; qualcosa, nella traduzione, si perde sempre. Cerchi di essere discreto, risulti distante. Vuoi essere preciso, vieni fuori pignolo. Un paio di mesi fa io e un amico siamo rimasti incastrati in una discussione accesissima perché non davamo esattamente lo stesso significato alla parola "goliardia". Quel pomeriggio sudato – erano i giorni del Salone del Libro, ero tesa e stressata e sempre in procinto di uscire di casa – è stato un calvario.




Gli scrittori, molti scrittori, lo sanno. Sanno che le persone sono isole e che le relazioni sono ponti che possono scomparire da un momento all'altro. Sanno che le persone buone sono capaci di azioni crudeli, che le persone malvagie – esistono persone malvagie? È triste, ma temo di sì. La storia dice di sì. si credono buone, che ogni giorno ci lasciamo dietro senza saperlo una scia di incomprensioni e paragrafi di silenzi che avremmo dovuto riempire, e rimpianti per aver detto troppo, cose che magari non pensavamo, perché capita che la bocca si muova prima del pensiero, e una volta lanciata la pietra, è troppo tardi.

Elizabeth Strout lo sa. Ogni personaggio è un mondo a sé. Dalla protagonista all'ultimo dei passanti, tutti hanno la dignità di una storia, anche se è una storia spicciola e banale, anche se non avrà alcuna ripercussione sul mondo attorno, anche se non cambierà niente a nessuno, e non c'è una vera e propria utilità narrativa nel raccontare il pomeriggio di un personaggio di contorno, o le ansie di un passante; Elizabeth Strout se ne frega dell'economia narrativa, e fa bene. E mi fa bene. Se ci sono libri che possono salvarti la vita, quelli della Strout rientrano nella categoria. Amy e Isabelle come I ragazzi Burgess. Vorrei scriverglielo, una volta o l'altra. Grazie, Elizabeth, per avermi trascinato sulla stessa barca dell'esperienza umana, o almeno per avermi fatto capire che stavo su quella barca, che non la stavo fissando da lontano, tenuta a galla da un salvagente.




Ma magari parlo del libro. Per dire.

Amy e Isabelle è l'esordio di Elizabeth Strout. Scritto nel 1998, portato in Italia da Fazi nel 2000 nella traduzione di Martina Testa. È partita con un capolavoro, a cui sono seguiti altri capolavori – Resta con me, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton. L'unico ad avermi lasciata freddina è stato Olive Kitteridge, con cui ha vinto il Pulitzer. La trama, vediamo. Amy e Isabelle sono rispettivamente figlia e madre; Amy ha quattordici anni, è alta e slanciata e sta diventando donna sotto una massa di splendidi riccioli biondi che sono l'unica parte di sé che le piace davvero. È una ragazzina, è nel pieno dell'età fragile. Ha un'unica amica, Stacy, con la quale fuma dietro la scuola durante l'intervallo. Passa il suo tempo a leggere o a casa con la madre. Non hanno un gran rapporto, sono entrambe troppo schive, e Isabelle non è la madre più facile del mondo. Ha cresciuto Amy da sola, e di questo va giustamente fiera, perché sente di aver fatto del suo meglio. Lavora come segretaria in una fabbrica di Shirley Falls, nel New England, non ha amiche tra le colleghe né in parrocchia, ed è innamorata da tempo immemore del suo capo. Amy e Isabelle vivono in silenzio, l'una è un segreto per l'altra, e più o meno va bene così.




Poi capita qualcosa. Qualcosa di disgustoso, anche se leggendolo col filtro degli occhi innamorati di Amy potrebbe perfino sembrare normale, ma a trent'anni quando leggi di come un professore irretisce una ragazzina, scavandole il percorso davanti ai piedi per scrollarsi di dosso ogni plausibile responsabilità, sai che la parola giusta è "schifo". D'altronde c'è gente convinta che Lolita sia una straziante storia d'amore, quindi che vogliamo farci?, Amy si innamora, debitamente incoraggiata, del suo professore di matematica, e le cose vanno come devono andare. “Schifo”. E nel mezzo dello schifo, Amy e il professore vengono scoperti proprio dal capo di Isabelle, che si affretta a raccontarglielo. Inizia una frattura, un calvario estenuante; la casetta di Amy e Isabelle diventa troppo piccola, piena di astio e recriminazioni. Non si parlano, e quando parlano non si capiscono.


E le cose vanno avanti. L'estate prosegue, Isabelle lavora in un caldo soffocante, Amy per un po' lavora con lei. Attorno a loro le colleghe con le loro beghe, e la splendida Fat Bev, un chiacchiericcio costante e allegro, un personaggio che dimostra quanto la Strout capisca le persone. Sarebbe facile prendere la figura di Fat Bev e ridicolizzarla; guarda quanto mangia, quanto parla, non riesce a stare in silenzio coi suoi pensieri. Ed è una donna meravigliosa, la persona che sarei fortunata a diventare, l'esempio sublime di come l'essere umano sia bellissimo e imperfetto. Non fa nulla di così speciale, ben inteso. Ma è una bella persona, e questo non è poco.


E quindi la storia va avanti, le cose restano mutate per un po' e poi cambiano di nuovo e di nuovo ancora, perché è così che succede. Le situazioni cambiano, le persone cambiano, a volte restano impantanate e poi si disincagliano.

Quanto è strano il mondo costruito dagli umani.

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sabato 27 luglio 2019

Ad Astra - Fantasia dell'avvenire di Antonio de' Bersa


Ad Astra – fantasia dell'avvenire è un romanzo di protofantascienza con una bizzarra storia editoriale alle spalle. L'autore è Antonio de' Bersa, nato in Dalmazia nel 1827, giornalista e direttore del quotidiano asburgico L'osservatore triestino dal 1876 fino a pochi mesi prima della sua morte, avvenuta nel 1905. Sulle pagine del quotidiano trovavano spazio questioni di cronaca e di costume, nonché notizie sulle scoperte scientifiche e tecnologiche più recenti. Nel 1883 pubblicò un articolo intitolato Sulla possibilità di navigare gli spazii celesti. Studio basato sulla scoperta dell'oscillante, mezzo fisico per volare nel vacuo a firma di Francesco de Grisogono, che sollevò aspre critiche. De' Bersa se la prese a male, e difese lo studio. L'anno seguente diede inaspettatamente alle stampe la prima versione del presente romanzo, più volte rivisto e rieditato in seguito. Se noi oggi possiamo leggerlo, è stato grazie al ritrovamento di una copia nella biblioteca civica di Trieste da parte di Jacopo Berti, curatore dell'edizione.



Cos'ha di speciale Ad Astra? Tanto per cominciare, rigetta al mittente la falsa credenza secondo cui in Italia è priva di una tradizione letteraria di fantascienza e fantastico precedente a Buzzati, Calvino e Landolfi, - che peraltro di rado vengono associati a qualsivoglia genere, nossignore, qui è tutta letteratura alta, circolare gente, circolare – e lo fa seguendo una logica meccanica che forse oggi ci pare ingenua per l'assenza di motori e carburante, ma che tuttavia ha in sé del genio. De' Bersa ha fatto molto con la tecnologia che aveva, e ha dimostrato che bastano un obiettivo e un adeguato piglio fantasioso per raggiungere vette altissime anzitempo.

Secondariamente, c'è la questione dello stile. Trattasi Ad Astra della narrazione in terza persona del processo che ha portato l'uomo a calcare la superficie lunare, a distanza di poco più di cent'anni dal fatto. Lo stile, dicevo, è bello, bello in tanti sensi. È colloquiale, simpatico, eppure raffinato. Come uno zio vecchiotto che visiti dopo tanto tempo presagendo un immenso tedio, e invece appena ti vede tira fuori la fiaschetta speciale e si mette a raccontarti fatti allegri ed esilaranti, con un tono che quasi ma soltanto quasi li sveste di importanza. De' Bersa è scherzoso in modo arguto, butta una battuta paradossale e lascia che la follia dirami nella trama, cambiandola; viene da pensare “No aspetta, questa cosa non ha senso, com'è possibile?”, eppure è tutto possibilissimo, perché il paradosso non è meccanico ma politico e sociale, e siamo tuttora immersi in un mondo regolato non da logica e coerenza ma a botte di autodistruzione e bestemmie, quindi...



I personaggi. I personaggi sono pochi, ben caratterizzati e adorabili. La protagonista Giustina è allegra e simpatica e, alla bisogna, tagliente come una lama. Il suo amato ingegnere Cleanmorn è timido e impacciato, in barba al machismo di fine '800, realizzato nell'antagonista Tekhudej, piagato dai primi anni di vita trascorsi da selvaggio. Belli i comprimari, ma soprattutto meraviglioso Ovidio Cartoni, padre di Giustina, bibliotecario triestino, che ci apre le porte del romanzo in un incipit che ho sinceramente adorato.

Ma la trama, via, parliamo della trama. La trama è semplicissima: siamo intorno al 3840, sulla Terra regna la pace fin dal lontano 2700, assicurata da un'organizzazione politica mondiale, unica detentrice di un esercito internazionale. Ma iniziano a serpeggiare ansie e timori per l'avvenire: è predetto in uno studio che la popolazione del globo salirà per i prossimi anni a livelli insostenibili – da nove a diciotto miliardi di individui nel giro di diciassette anni – e non ci sarà modo di sfamare chiunque. Che fare? Le soluzioni sono chicche che non vi rovino – la mia scena preferita rimane quella – e non è nemmeno detto, dopotutto, che siano necessarie, ma l'umanità ormai vede il futuro attraverso il filtro del terrore, da qui la ricerca di disperata di speranza e salvezza, e la risposta viene per scherzo: abbiamo un satellite, usiamolo. Alla Luna!



Viene istituita una commissione di esperti provenienti da tutto il mondo per vagliare le proposte degli scienziati, perché qualcuno possa guidare l'umanità alla conquista degli astri. Ma la buona idea tarda a venire, finché Giustina, consacrata all'astronomia, non trova un antico manoscritto che descrive un certo movimento oscillante etc. E dico etc perché, va da sé, la trama della conquista si dispiega così, e non ha senso dire altro.

Ad Astra è un romanzo allegro, scanzonato, fantasioso e straordinariamente scorrevole. Mi era passato inosservato, quando Zona 42 l'ha ripubblicato un paio d'anni fa, ma quest'anno al Salone del Libro Giorgio ha visto bene di parlarmene per esteso – e me ne ha omaggiato una copia, che avevo speso i miei ultimi denari in quel del loro allegro stand. Sono sinceramente contenta della resurrezione editoriale di Ad Astra. Se Jacopo Berti non ne avesse ritrovata una copia e non ne avesse reso partecipi gli abitanti della Zona, Ad Astra sarebbe ancora sepolto in un oblio più profondo del fuori catalogo.
E sarebbe stato un tale peccato.

giovedì 18 luglio 2019

Il convalescente di Jessica Anthony

Pidgin Edizioni, lo ammetto, non la conoscevo. Ma al Salone del Libro, nel bel mezzo del Salone dell'Oca, Mr. Racconti Edizioni mi ha mandato da Pidgin, consigliandomi Problems, e io giustamente ci sono andata. Mr. Pidgin allora mi ha raccontato brevemente Il convalescente di Jessica Anthony, parlandomi della storia del protagonista – nano, muto, zoppo etc – che si inframezzava con la storia della sua stirpe maledetta, quella dei Pfliegman, condannati dalla genetica e dal fato a sbagliare, sbagliare, sbagliare senza imparare mai; il protagonista, infatti, è l'ultimo Pfliegman ancora in vita. Ora, essendo una lettrice parecchio umorale, Il convalescente mi era rimasto parecchio piantato in testa, dunque l'ultimo giorno di Salone, onde approfittare dello sconto disperato delle ultime ore, sono andata a recuperarlo. Afflizioni genetiche, impenitenza, condanne divine a me, grazie.




So già che non riuscirò a parlare di questo libro come fosse un'entità a se stante, perché dopotutto non è così che l'ho letto. Leggevo degli Pfliegman e mi pareva di poter sostituire quel nome con “i liguri”. Da quando mi sono trasferita a Torino, ho iniziato ad apprezzare le differenze tra la mia gente e i foresti. La rozzezza, la volgarità, la maleducata cocciutaggine. Scendere a casa a trovare parenti e amici e sentirsi addosso una strana pressione, perché lì il mondo non cambia, sei tu che ti devi adattarti, - probabilmente è una tendenza provinciale, comune a qualsivoglia paesino, ma a me piace raccontarmi che dipenda dal sale nel sangue, dalla sabbia negli occhi. Quindi sappiate che questo libro lo racconterò come se fosse cosa mia, - e da lettrice, un po' la è.


Rovar Àkos Pfliegman ha un po' più di trent'anni e vive in religiosa solitudine in un vecchio scuolabus scarsamente abitabile, dal quale vende carne. La macella lui, le sue bestie pascolano nei terreni dietro lo scuolabus. Commercia al dettaglio e rifornisce un supermercato nelle vicinanze, il cui proprietario l'ha preso in simpatia. Rovar non parla, non interagisce. Non fa granché delle sue giornate. Si desquama, si acciacca, mangia tra il male e il malissimo. Ogni settimana va a farsi visitare da una pediatra che l'ha preso in cura per compassione, è innamorato cotto. Nel frattempo, il terreno sul quale staziona è preda delle grinfie di chi vuole farne qualcosa di redditizio – e mi rendo conto del fatto che sia una questione centrale e preminente, forse quella che rischia di influenzare maggiormente la sorte di Rovar, ma se non interessa a lui – e davvero non gli interessa – come può interessare a me?, quindi non ne parlerò più.




Nel frattempo, tra una visita alla dottoressa e un rimando alla sua tragica infanzia, Rovar racconta dei suoi antenati, della storia del popolo Pfliegman così come la conosce. Inizia da Carlo Magno, dalle tribù ungheresi. Parte da lontano, scorre lentamente e poi di colpo si mette a correre lungo i secoli, ma prima, come dicevo, scorre lentamente. I Pfliegman, quando non si chiamavano Pfliegman, erano un ammasso di incapaci che vivevano della generosità di tribù più evolute; la leggenda – che non spoilero – narra come siano diventati abili nel maneggiare le carcasse, nello sfilettare sveltamente le carni. Macellai di sangue, di stirpe. Gente sfortunata, persone che a malapena puoi chiamare persone. E Rovar viene da lì; non può dirsene fiero, ma si riconosce nelle facce smunte, sporche, nei denti che traballano, nei capelli che non concepiscono l'idea di shampoo. È l'ultimo della sua gente.

Diciamolo, dunque, che Rovar da bravo protagonista-narratore ha una voce ironica, chiara, che sa strapparti lo strazio dalle mani che stai usando per reggere il libro. Penso sia uno dei romanzi da cui ho tratto più citazioni in assoluto, - anche se poi estrarre una o due frasi vuol dire mozzare il testo, e un testo mozzato da un intero farà sempre meno impressione. La storia di Rovar, così come quella del suo popolo, è un parossismo di tragedie, al punto da provocare uno strano effetto comico, con un tic nel sorriso e gli occhi sbarrati di orrore.

A Rovar ho voluto davvero bene.

(si chiama egocentrismo).

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sabato 13 luglio 2019

Tavolo numero sette di Darien Levani

Questo libro l'ho ricevuto direttamente dalle mani dell'ufficio stampa della casa editrice, Edizioni Spartaco, in quel del Salone del Libro, che è davvero strano da visitare come lit-blogger. Capita che qualcuno sappia chi sei, e che ti faccia un sacco di complimenti e magari ti omaggi pure di qualche libro; capita anche di incontrare editori che – per carità, liberissimi, spesso sono quelli che se lo possono permettere – della blogosfera poco ne sanno e gli interessa meno, e ti guardano con sospetto mentre stai a lumare i loro volumi, in attesa di una richiesta di libri – no, editori-standisti, non vi chiedo niente, state tranquilli.

L'ufficio stampa di Edizioni Spartaco mi accoglie ogni anno con un calore che manco mia zia; mi offre il caffè, mi racconta le ultime uscite, mi chiede cosa mi vada di leggere. Tavolo numero sette di Darien Levani era una delle novità proposte, ma l'ufficio stampa era così entusiasta dell'autore che mi ha fatto scivolare nella borsa anche un altro libro, Toringrad – che sono ragionevolmente certa mi piacerà un sacco.

Edizioni Spartaco, dicevo, è così gentile che mi mette in una condizione imbarazzante per chi bazzica nei media – un blog è, dopotutto, un media – di chi vorrebbe sottolineare e ringraziare l'altrui gentilezza ma non sa come fare perché in questo internet malato di sfiducia ogni affermazione positiva è tacciata di interessi nascosti; è uno dei casi in cui mi riduco a una cortesia spicciola per non insospettire i lettori di chissà quale accordo sottobanco.

Che stress.

(che poi tutta 'sta tiritera col romanzo non c'entra niente, mi andava giusto di dire apertamente che quelli di Edizioni Spartaco sono un sacco gentili e ci sanno fare con le persone).
(offritemi il caffè anche l'anno prossimo, mi avete salvata).



Darien Levani è nato a Fratar nel 1982, fa l'avvocato e vive a Ferrara. Come potrei definire Tavolo numero sette? È un po' un giallo, un po' un thriller, un po' noir; ma è come se avessero spostato tutti questi generi in un'ambientazione altra; riesco a spiegarlo solo con un'ardita metafora cinematografica: putiamo caso che mentre stiamo guardando in dvd Gli insoliti sospetti (Bryan Singer, 1995), su Mediaset vada in onda un cinepanettone, non importa quale. Un fulmine colpisce all'improvviso l'antenna, arriva col cavo fino al televisore e la trama tortuosa di Kaiser Soze subentra nel manifesto visivo-ideologico dei Vanzina. La trama è complessa, il caso è serio e difficile, le tematiche affrontate dolorose e pertinenti. L'ambientazione è un matrimonio i cui invitati, beh. Beh.





Viviamo tutti in una bolla personale, più o meno limitata, composta dalle persone con cui accettiamo di avere a che fare e dalle ideologie che portano con sé. Nella mia bolla le discussioni sono fervide, toccano gli argomenti più svariati, la differenza è ricchezza e non si giudica senza capire, e magari non si giudica e basta perché fortunatamente la vita non è Forum. Sono contraria allo snobimo a priori, all'identificare qualcosa o qualcuno come sublimamente stupido, crudele, incapace a prescindere. Ce la metto tutta per comprendere, identificarmi, spiegarmi. Ma negare l'idiozia in toto non è segno di apertura mentale, significa non volersi prendere la responsabilità di tacciare qualcosa (o peggio, qualcuno) di errore, e secondo la mia personalissima opinione, è un approccio sbagliato quanto il suo contrario – meno dannoso e meno antipatico, ma comunque sbagliato. Questo per dire che, nonostante io viva nella mia splendida bolla in cui i complotti su gender, vaccini e allunaggio sono palesi minchiate, il mondo è abitato anche da persone credulone e/o in malafede. Gli imbecilli ci sono. Fa male, ma ci sono. Non me ne capacito ma vivono e camminano tra noi, potrei catturarne un centinaio coi giusti hashtag – 49 milioni, bacioni etc.





Dicevo. Tavolo numero sette. In Tavolo numero sette il protagonista è un guscio; è un ricettacolo con poca storia e poco carattere del caso che verrà sviscerato al matrimonio del suo collega. Al tavolo numero sette ci sono due coppie, una ragazzina, il protagonista e infine Camillo Bordin, un giudice che ha raggiunto suo malgrado una fama infida per aver scagionato dall'accusa di omicidio plurimo un uomo che, a detta dell'Italia intera, era colpevole al 100%.



Non so quale sia lo stato della tv spazzatura al momento; se fiocchino al pomeriggio trasmissioni in cui vengono sviscerati i delitti più efferati, quanto i casi di cronaca nera vengano pompati in prima serata; nei suoi ultimi anni, mia nonna si consolava parecchio con le disgrazie altrui. Le portavo riviste patinate ed economiche che andavano a scavare nei delitti più recenti e, in mancanza d'altro, in antichi casi irrisolti. Per scherzare ci auspicavamo qualche nuovo omicidio, così da darle materiale fresco con cui dilettarsi, – non pensate male di mia nonna, manigoldi, erano i suoi ultimi anni e non era più del tutto lucida, e quello che ha vissuto lei non ce l'avete negli incubi. Sta di fatto che all'interno del romanzo, quel tipo di giornalismo si getta a pesce su un ghiottissimo caso di cronaca nera. Madre e figlia trucidate nel loro appartamento, un messaggio scritto col sangue. Pure Ellroy avrebbe sbavato.





Al tavolo numero sette tutti, a parte il protagonista e dopo un po' Deborah, la sedicenne col telefono sempre in mano, prendono le parti dell'accusa e si indignano a posteriori della decisione del giudice Camillo; Camillo li lascia fare. Discute, argomenta, mantiene la calma. Non sa chi sia il colpevole, sa solo che non c'erano abbastanza prove per condannare definitivamente l'indagato, Pietro Erardi. Spiega che cos'è realmente la legge, spartisce il proprio punto di vista con gli altri invitati – perle ai porci. La trama va avanti, il mistero si infittisce. A un certo punto Levani mette lì la soluzione, sotto gli occhi di tutti, ma nessuno la vede; io, almeno, non l'avevo vista, i miei sospetti viravano altrove.



Tavolo numero sette, in chiusura. È un bel romanzo, che come thriller fa il suo dovere al punto che un po' mi sono pentita di averlo letto di notte anziché di giorno; il caso è interessante, il tema del pubblico che pretende di mettere le mani sulla legge e la spettacolarizzazione dei processi sono affrontati dolorosamente e con cognizione. L'unica pecca che muovo al romanzo è il vuoto dei personaggi; alcuni sono rimbambiti per forza di cose, perché c'è bisogno di menti molto vuote per fare da cassa di risonanza agli argomenti di Camillo; capisco la scelta dell'autore di non voler dar voce alla ragionevolezza, se non nella parte del giudice – per il protagonista e per Deborah, la faccenda è più un gioco che una questione di principio e di giustizia. All'interno del romanzo, Camillo è solo; e neanche il lettore può raggiungerlo.

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