giovedì 9 luglio 2020

L'amante di Wittgenstein di David Markson - La teoria della mente di una narratrice inattendibile


Paradossalmente L’amante di Wittgenstein di David Markson – edito in Italia da Clichy nella traduzione di e uscito negli USA nel lontano 1988 – è un romanzo di cui vorrei parlare dicendone il meno possibile. Non riguardo alle tematiche, ce n’è da dilungarsi, così come sulla voce narrante della protagonista – non ho mai sopportato il flusso di pensiero, eppure eccomi a gradire immensamente un’opera che è un flusso di pensieri costanti, sconnessi e agganciati sulla pagina col ricorsivo ritorno all’atto della scrittura. È un romanzo, insomma, di cui ci sarebbe tantissimo da dire, e vorrei provare a farlo senza toccarne il fulcro; quello che pensavo, leggendolo, è che mi sarebbe piaciuto leggerlo senza chiavi interpretative, per poterlo esperienziare così come l’aveva pensato l’autore che lo stava scrivendo. Un autore che non voglia affidarsi all’autopubblicazione non scriverà tenendo presente il modo in cui il romanzo verrà confezionato per il pubblico, magari si interrogherà sul modo in cui l’editore sceglierà di confezionarlo per renderlo appetibile ai lettori, ma nell’atto della scrittura terrà presente una lettura ideale spoglia di inquadramenti e quarte di copertina rivelatrici. Almeno, idealmente.



L’amante di Wittgenstein ha luogo prevalentemente su una spiaggia, dove sta la casa della protagonista che scrive ossessivamente tutto quello che le viene in mente. Ma non è un romanzo ambientato sulla spiaggia, che pure compare quando la protagonista la pensa e la osserva, quanto un romanzo ambientato nella mente della protagonista, nei ricordi che si legano lungo il filo dei suoi processi mentali. Kate racconta di sé, raggruppa ricordi e li affastella sulle pagine così come le vengono in mente. È una scrittura curiosa, che si interroga sull’atto stesso e sul rincorrersi degli argomenti che le spuntano in testa. Un nome richiama un altro nome, evoca fatti e pettegolezzi storici, sprazzi di vita di personaggi che la protagonista ha studiato o che in qualche modo le sono rimasti in testa. Era una pittrice, la sua conoscenza della storia dell’arte ricorre sulla pagina; le bizzarrie di Van Gogh, le delusioni di Leonardo e dell’Ultima cena, la follia di Turner. I pensieri vengono riportati con la stessa libertà con cui le compaiono in testa, e alcune affermazioni vengono seguite da ripensamenti, l’errore viene ripreso e corretto. Cita filosofi, scrittori, le loro stranezze. Si chiede se Elena di Troia avesse un gatto e poi rincorre l’idea di avere un gatto.

È un romanzo straniante senza distacco o dispersione; il lettore è stranito nella misura in cui è stranita Kate. E Kate dopotutto sembra in grado di razionalizzare se stessa e il mondo che la circonda. Leggerlo mi ha fatto pensare a un romanzo che ho adorato – anche se, vai a sapere perché, ai tempi non mi andava di chiacchierarne –, Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey, una delle scrittrici che presento come mie future – e inconsapevoli – mogli. La protagonista è una donna di ventotto anni – perché me lo ricordo così chiaramente, che ci metto mezz’ora a ricordarmi con cosa ho cenato ieri sera? – scappa di casa e inizia a vagare guidata solo dall’istinto e dai ricordi. Si lascia sommergere da ferite irrisolte che, ignorate a lungo, stanno suppurando. La lettura si accompagna a un senso di angoscia mitigato da una speranza straziante.

La protagonista di Markson, pur essendo sommamente perduta – nell’accezione che intende Tolkien quando dice che “not all those who wander are lost”, ecco, Kate si è proprio persa – resta caparbiamente ancorata a se stessa. La sua quieta accettazione la salva, e mantiene la lettura a distanza di sicurezza rispetto al baratro in cui annegano i personaggi della mia futura moglie – Catherine Lacey.



Wittgenstein è un elemento importante per una decodifica perfetta del romanzo, ma non è essenziale per comprendere lo svolgersi della trama – che comunque non è così facilmente identificabile. Lo spiega David Foster Wallace nella postfazione, e caso fortuito un mattone che sto leggendo sulla storia delle scienze cognitive. Wittgenstein compare come forma di elucubrazioni, nel rapporto che vede e cerca tra mondo e linguaggio, tra mondo e pensiero, tra raffigurante e raffigurato – e soprattutto, tutto quello che sta nel mezzo.
Sarò sincera, la questione Wittgenstein non l'ho capita del tutto, non ho mai studiato seriamente filosofia e, peccato dei peccati, non mi è mai comparso tra un nome e l'altro in un esame di psicologia, linguistica o semiotica. Mi rileggerò altre tre-quattro volte la parte che gli dedica Gardner in La nuova scienza della mente e prima o poi avrò tutto chiaro.
Voglio crederci.

In sostanza, caparbiamente, buona lettura.
E apprezzate il mio impegno nel non nominare il fatto che-

sabato 4 luglio 2020

Febbre da fieno di Stanislaw Lem - Indagine sull'indagine

Febbre da fieno – appena uscito per Voland nella traduzione di Lorenzo Pompeo – è il primo romanzo di Stanislaw Lem che abbia letto, ma non è il primo che mi abbia incuriosito. Sono stata a lungo tentata dalla copia di Solaris della mia coinquilina, e ancora di più da Vuoto assoluto, una raccolta di recensioni di opere inesistenti. Di Solaris ho visto il film di Tarkovskij un paio di anni fa senza capirci letteralmente nulla – c’è da dire che non ero proprio sobrissima e avrei fatto fatica a seguire L’albero azzurro, ma comunque.



Febbre da fieno è uscito in Polonia nel 1975 , a più di una decade di distanza da Solaris. Lem è una creatura ibrida nel panorama letterario, difficilmente classificabile se crediamo nel valore delle sfumature. Annoverato tendenzialmente nel settore più immaginifico e destabilizzante della fantascienza – accanto a Philip K. Dick – con altri titoli si è dato allo sperimentalismo con l’allegria eclettica di Calvino, e con Febbre da fieno si è divertito a scrivere uno strano romanzo tra il giallo e la meta-indagine – è sopra ogni cosa un romanzo sull’indagine e sui meccanismi deduttivi messi in atto da chi la conduce – con un occhio fisso sulla psicologia e sul funzionamento della mente. Per la prima metà del romanzo è difficile farsi un’idea di cosa stia accadendo. All'inizio del romanzo siamo già al centro della storia, e ci vorrà un po’ perché il protagonista e voce narrante ci metta alla pari con le indagini.

Del protagonista sappiamo fin dall’inizio che è un astronauta in pensione, americano, che indossa i vestiti di un morto. Deve viaggiare da Roma a Napoli, e percorre un faticoso tragitto in auto piagato dal caldo e dall’allergia. È stanco, irritabile e confuso, perché pure avendo chiaro quello che sta facendo più del lettore, non è che sappia poi così tanto di più; ha tutti gli elementi, ma gli manca un fattore comune. La sua indagine è fatta di schegge impazzite di probabilità che si ripetono fino a comporre uno scenario, che tuttavia non si riesce a identificare. Si fa quello che si può fare: cercare di cambiare prospettiva per vedere se le cose si fanno più chiare.



L’Europa in cui viaggia il protagonista somiglia alla nostra ma non è esattamente la nostra, benché possa apparire quasi intercambiabile. Un paio di avvenimenti ci dicono che qualcosa non va a livello più profondo – e adesso potremmo anche dirci “eh ma va’?”, ma nel 1975 chissà come la pensava Lem da polacco – e un paio di sottintesi, ma niente di più, e non so se valga a classificarlo come distopia.

Febbre da fieno è un’opera stranamente machiavellica, di quello strano che se provi a etichettarlo si ribellano i post-it. È spesso disturbante, soprattutto quando la messa a fuoco della realtà si dissolve, e la confusione del lettore aumenta insieme a quella del protagonista. Eppure insieme è anche divertente in modo complice, perché si sente quanto si è divertito Lem nel congetturare la sua serie di assurde probabilità.
Non so, c’è qualcosa di molto bello nel pensare a uno scrittore che si dice: “Oh, ecco la realtà, ora ci gioco”.

sabato 27 giugno 2020

Le cosmicomiche di Italo Calvino - Una dichiarazione d'amore


Il mio primo incontro con Calvino non è stato granché entusiasmante. Ero alle medie e la professoressa ci fece leggere Il visconte dimezzato, e mi sembrava che il suo favoleggiare mi riportasse indietro nell’età di lettura, in un periodo in cui sbafavo liberamente dalla biblioteca dei miei genitori piena di Wilbur Smith e Remarque. È forse l’unico degli scrittori che ho avuto in programma che mi sia andata poi a recuperare, forse perché invece di spiegarmene vita, morte, miracoli, tematiche profonde e quant’altro c’era stato solo un libretto breve di cui ricordavo a mozziconi la trama fiabesca.



Ho letto Se una notte d’inverno un viaggiatore prima di finire la triennale, ancora nel 2013, e di Calvino mi sono innamorata visceralmente, Se una notte d’inverno è ancora il suo libro che ho amato di più, benché ancora non abbia letto tutto – ho recuperato la trilogia fiabesca, ho tentato i suoi lavori più sperimentali senza capirli e amarli del tutto, come Le città invisibili, Palomar e Il castello dei destini incrociati. Le cosmicomiche l’ho preso usato a chissà quale bancarella, e ne ho posticipato la lettura finché non sono arrivata a casa di mia madre una settimana e qualcosa fa. Ero scesa in treno portandomi dietro La sposa giovane di Giovanni Arpino e Lo straniero di Albert Camus, letture brevi e intense che mi erano bastati un viaggio e una notte per finire. Ho preso in mano Le cosmicomiche chiedendomi se sarebbe stata la volta buona o se non l’avrei iniziato e messo da parte come tutte le altre volte e, sorpresa, mi sono innamorata di Calvino ancora una volta.

Aiuta certo il fatto che ultimamente abbia iniziato a interessarmi all’astronomia e all’astrofisica – pur senza avere le competenze per capirne granché, mi piace leggerne e ascoltarne le descrizioni puntigliose che fa Adrian sul suo canale di divulgazione; per lavorare a un articolo mi sono fatta consigliare qualche fonte aggiuntiva e ho scoperto Centauri Dreams, un portale dedicato all’esplorazione spaziale e alla terraformazione, da brividi. È un interesse nuovo e giovane, iniziato dalla lettura di La malinconia del mammut di Massimo Sandal, che inizia raccontando la genesi del nostro pianeta e tutte le estinzioni cui è andato incontro per dedicarsi a quella in cui ci troviamo in mezzo in quel dell’Antropocene – la sesta.



Anche Calvino si dimostra appassionato della storia del mondo – di tutta la storia del mondo, quella prima della storia. Le cosmicomiche è una raccolta di racconti narrati tutti da una stessa voce, quella di Qfwfq, che era presente ed esisteva, pur nell’assenza di significati concreti, fin dalla genesi dell’universo, insieme a una serie di entità altre tutte portatrici di nomi impronunciabili e in qualche caso di precisi legami di parentela. Era un punto in mezzo al nulla, un punto in cui confluivano tutte le entità esistenti, e racconta come fosse esistere senza saperlo, ci trascina nel paradosso di una vita che precede l’universo, enumera i cambiamenti delle galassie ricamandoci sopra storie profonde e piene, piene, piene di inventiva e immaginazione. Modello Calvino al suo meglio.

Ogni racconto è preceduto da un brevissimo enunciato scientifico; il primo riferisce dell’influenza delle maree sulla distanza tra Luna e Terra, e racconta di una gitarella verso il satellite grazie allo sfruttamento dell’alta marea; un altro inizia spiegando gli effetti deleteri delle radiazioni solari, di come bruciassero la Terra prima che sviluppasse uno strato protettivo di atmosfera; un altro ancora parla dell’universo prima dell’universo, quando tutto ciò che esisteva era condensato in uno stesso punto; in un altro ancora Qfwfq è incarnato come espressione di vita – nulla si crea, nulla si distrugge e tutto cambia – come uno degli ultimi dinosauri, forse l’ultimo rimasto in vita, e della sua mimetizzazione con una comunità di nuove creature – rettili o già mammiferi? Non ricordo, e non ne so abbastanza da avanzare ipotesi serie.



Spiegato in questo modo, può dare l’idea di interessare solo a chi si entusiasma quando si parla di radiazioni, nebulose, gravità. Ma è Calvino, e Calvino si vede quando si diverte proprio. Nelle Cosmicomiche gioca, crea personaggi improbabili e portatori di un vero sentire, affila situazioni imbarazzanti e paradossali eppure incredibilmente convincenti; gare di biglie con gli atomi, uno zio acquatico che aborrisce alla discendenza anfibia che pure ne fa una macchietta, una caduta in mezzo allo spazio nel segno di un triangolo amoroso, questioni meravigliosamente semiotiche sulla creazione del segno e la ricerca del significato.

Che meraviglia la testa di Calvino. Che meraviglia poterla visitare di tanto in tanto attraverso i suoi libri. È pura bellezza.

mercoledì 24 giugno 2020

Quanto manca per Babilonia? di Jennifer Johnston

Fino a qualche tempo fa ci pareva assurdo come a pochi anni dagli orrori della Grande Guerra, l’umanità abbia finito per infiltrarsi in quelli della Seconda. Forse il secondo conflitto si sarebbe potuto evitare se non si fosse fatto tanto per evitarlo – se gli stati europei non avessero concesso a Hitler tutto quello spazio di manovra, se avessero fermato per tempo un’espansione sempre più sfrontata, annessione dopo annessione. Come inizino le guerre, si impara solo quando sono già iniziate. Verrebbe da pensare che non ci sia orrore più grande di un conflitto tra popoli, eppure non facciamo niente per scongiurarne almeno la sottesa minaccia. Il mondo ripudia la guerra, ma non abbastanza da impedirla. Sembriamo destinati a impartirci all’infinito la stessa lezione senza mai impararla.
E insomma, mondo, vogliamo finirla con questo circolo vizioso? Vuoi per favore andare in analisi?

La Grande Guerra è stata un massacro. L’evaporare incessante di generazioni di uomini e ragazzi. A leggere i diari degli ufficiali – confesso che la mia fonte non sono i documenti, ma questo allegrissimo intervento di Barbero – ci rendiamo conto di una svalutazione totale del valore della vita umana. Le morti dei soldati erano annoverate tra le spese; per giudicare l’esito di una battaglia, non si badava alla conta dei morti, ma i territori conquistati. Il numero dei morti seguiva quello delle pallottole spese. La Grande Guerra è stata questo; la Grande Guerra è stata quella che ci ha fatto riconsiderare l’idea della guerra.



Scritto nel 1974 e uscito a maggio in Italia per Fazi nella traduzione di Maurizio Bartocci, Quanto manca per Babilonia? di Jennifer Johnston inizia e finisce con la stessa frase: “Mi hanno lasciato penna e taccuini, perché sono un ufficiale e un gentiluomo. Così, scrivo a aspetto”. Alec, il protagonista e narratore, si trova detenuto dal maggiore del suo plotone, in trincea. Attende la sua ora paziente, cosciente del privilegio che gli permette di andarsene con un pizzico di dignità in più – quantomeno con riconosciuta umanità – essendo figlio unico di una famiglia dell’aristocrazia irlandese.

Alec stila e riassume la sua intera vita fino a quel momento – i pochi punti salienti che riconosce in quella che lui per primo sa essere stata una vita vuota e solitaria – partendo dall’infanzia, dalla sua amicizia con Jerry – l’unico legame veramente importante – un ragazzino figlio di contadini che abita nelle vicinanze della sua tenuta. Si incontrano da bambini, si sfidano come bambini e Alec promette a Jerry di insegnargli a cavalcare, se l’altro gli insegnerà a fare a botte. Tolti gli incontri clandestini con Jerry, le giornate di Alec scorrono grigie. Il padre è una figura quasi evanescente, la madre riempie l’intera casa della sua persona, bivaccando allegramente sullo spazio che Alec dovrebbe dedicare a se stesso, alla sua crescita personale, alle sue aspirazioni. Alec parte volontario perché sa che Jerry partirà insieme a lui – non per ideali, ma per lo stipendio – e perché la madre insiste affinché lui parta. Quella di Alec non è stata una partenza in pompa magna, ma una fuga.



In Quanto manca per Babilonia? non si parla solo di guerra; si parla del fatto che per Alec e Jerry sia un’esperienza diversa, perché uno è nobile e l’altro è un disgraziato. Si accenna al fatto che sono irlandesi, a pochi anni dall’esplosione dell’IRA. La questione della classe sociale è forse la più presente nel romanzo; l’amicizia tra Alec e Jerry sembra una trasgressione alla regola insopportabile, forse perfino in modo eccessivo – ma onestamente, non essendo una storica non saprei dirlo.

E alla fine, il romanzo è questo. L’evidenza di un agghiacciante spreco di vita. L’accumularsi di anni mai vissuti e un’esistenza accartocciata.

giovedì 18 giugno 2020

John Henry Festival di Colson Whitehead


Colson Whitehead (New York, 1969) è uno scrittore che di solito presento come bis-Pulitzer, visto che si è guadagnato il premio nel 2017 con La ferrovia sotterranea e nel 2020 con I ragazzi della Nickel. È afroamericano, ed è importante sottolinearlo, perché se la letteratura americana non manca di titoli che trattino la questione razziale, è necessario riconoscere l’importanza all’interno del discorso dell’autorappresentazione di una comunità che racconta se stessa. Ma ci tornerò più avanti, in un altro post – che probabilmente suonerà un po’ ampolloso e a tratti lapalissiano, e che comunque mi preme di scrivere.



John Henry Festival è un romanzo lungo e altamente polifonico, in cui i protagonisti si perdono in mezzo a una narrazione sfaccettata all’interno delle piccole pieghe della storia; se possiamo riconoscere la centralità fin dal titolo del Festival di John Henry, assistiamo all’allargamento della lente narrativa che si allontana dal qui ed ora per concentrarsi su personaggi che hanno vissuto decine, centinaia di anni prima. Poco fa scrivevo che i protagonisti “si perdono” in mezzo alla polifonia della narrazione, e questa considerazione non sta a significare che i protagonisti siano tralasciati o poco approfonditi, o che le loro storie non abbiano importanza, anzi. Il fatto è che ancora più protagonista dei protagonisti c’è tutto un contesto storico, sociale ed economico. E non è una visione statica descritta ossessivamente, ma una materia mobile e viva, che evolve e si sviluppa man mano che personaggi diversi – e quasi sempre in qualche modo disgraziati – la portano coerentemente avanti. Non è che J. e Pamela non siano importanti, o che non sia importante la loro partecipazione al Festival di John Henry; ma oltre ad essere portatori di un personale arco narrativo, sono tessere di una storia più grande.

Siamo nel 1996, e le Poste si preparano al lancio di una serie di francobolli dedicati agli eroi americani; tra questi John Henry, spaccapietre diventato una leggenda per essere morto battendo in una gara una scavatrice, convincendo le ferrovie a non investire nel macchinario. John Henry è un personaggio divisivo; orgoglio americano per la forza e la tenacia, simbolo dello sfruttamento per gli afroamericani sottopagati tra i sottopagati, manovalanza sommamente sacrificabile ai crolli delle gallerie. Il Ministero delle Poste festeggia una storia di cui non conosce tutti i significati, superficialmente, e collabora con Talcot  soprattutto con la vicina più grande, Hinton , la cittadina patria di John Henry – o almeno in cui si dice sia morto – per l’organizzazione della prima edizione del Festival.



Il Festival ha bisogno di qualcuno che lo racconti. Anche nel 1996 era chiaro che senza una copertura mediatica, un evento vale quanto un albero che cade in mezzo al nulla. Il comune di Talcot, grazie anche ai fondi statali, appalta la promozione del Festival a un’agenzia, e il Festival diventa meta di un gruppo di giornalisti, articolisti e copywriter freelance che campano più o meno disgraziatamente della produzione di contenuti vuoti. J è uno di questi freelance – insieme ad altri personaggi bizzarri come il Guercio e il Francesino. J arriva al Festival che è intorno al terzo mese di totale di sbafo; un evento al giorno per approvvigionarsi del catering, con seguente produzione di articoli in percentuale variabile. Lanci di cd, di prodotti, mostre d’arte, feste “a casa di”. Mangiare e vestirsi soltanto gratis con quello che gli arriva dagli uffici stampa. J ripercorre le orme di un vecchio sbafista – così si chiamano tra loro – la cui orbita è stata inclemente. E a questo punto neanche J. sta poi tanto bene.
Talcot è un paesino sperduto nel profondo del West Virginia – mountain mamaaaa take me hoooome contry roooad – che J. da nero del nord si immagina come un covo di sudisti nostalgici dei “bei tempi andati” in cui potevano possedere la sua gente.
Oltre a J. e a un pugno di già citati colleghi sbafisti ci sono Pamela, una donna il cui defunto padre era un collezionista ossessionato da John Henry, e altri attori che fanno parte di quello strano magma che mette insieme scrittori di contenuti e produttori, agenzie stampa, “creatori di eventi”. Il presente è racchiuso nella fotografia del Festival con tutte le strane creature che ospita e che l’hanno messo in moto.

Una delle ragioni per cui a tanti non è piaciuto American Gods di Neil Gaiman – che pure raccontava la strana mitologia dell’America del Nord – sono i continui intermezzi che raccontano un breve stralcio nell’esistenza di divinità rinchiuse nel secolare contemporaneo. Io personalmente ho adorato quegli intermezzi; il contesto raccontato da Gaiman è fatto di pluralità diversissime tra loro, più che sfaccettato. Capire il contesto era essenziale per capire la storia, e il contesto va arricchito. Colson Whitehead fa un po’ la stessa cosa. Siamo nel 1996 e poi siamo insieme agli strilloni che all’inizio del secolo scorso venivano assoldati dalle case musicali per urlare le canzoni ai concerti, per farle entrare in testa agli spettatori; siamo col blues man che ha registrato per primo la canzone popolare di John Henry; siamo con gli storici che sono scesi a Talcot dal nord a quarant’anni dalla morte di John Henry per intervistare i testimoni e verificare se si tratti di una leggenda o di una storia vera.

Ci sono anche punti in cui la lente si allontana dal singolo e passa tra la folla, registrando in un rapido guizzo gli sbalzi dell’uno e dell’altro passante, la narrazione diventa un concerto affollato di strumenti, un correre di umori e impressioni, un ricamo in cui ogni punto è una persona – anzi, è quel singolo attimo nella vita di quella persona. E anche questi sono momenti narrativi bellissimi – mi hanno ricordato un po’ il finale di A me puoi dirlo di Catherine Lacey.



Colson Whitead affronta la questione razziale, la disuguaglianza sociale, l’assurdità di un sistema economico materialistico – che va bene, lo so che è l’ultima delle ovvietà parlare della società dei consumi malata perché l’economia ha smesso di basarsi sulla soddisfazione del bisogno quanto sulla creazione del bisogno e ora ci ritroviamo eticamente e filosoficamente spaesati in un mondo che crolla, lo so – e di una struttura promozionale e di produzione di contenuti che già negli anni novanta, quando è ambientato il romanzo, scricchiolava – e che adesso è messa ancora peggio, ricordiamo che ci sono siti che puntano sul clickbait pagano gli articolisti meno di tre euro ad articolo; una vecchia amica veniva pagata poco meno di un euro, capite bene lo schifo.
Uno schifo che fa schifo da tanto, che è sempre lo stesso anche se gli diamo nomi diversi. Lo stesso.

venerdì 12 giugno 2020

Social Justice Post - Transfobia, Via col vento e statue che cadono


Una cosa è certa, a me i social fanno male. Leggo semplificazioni aberranti o veri e propri malintesi in forma di dibattiti sballati, mi infervoro e mi viene da rispondere, e quando lo faccio cerco di introiettare il discorso in una forma pacata e propositiva, mettendoci davvero più tempo del necessario e di norma senza meritarmi una risposta – non che me ne lamenti troppo, pure io spesso diserto le discussioni social, sono vittima e carnefice dello stesso gioco.
Ci sono due questioni – non mi va di chiamarle polemiche, sono più di polemiche – che in questi giorni mi hanno fatto tremare le vene ai polsi, entrambe legate al mondo letterario – ed è questo che in un certo senso mi legittima a parlarne, perché questo blog parla di libri, e chi passa da queste parti vuole leggere di libri, non ha mica fatto l’abbonamento al Corriere delle Notizie che Contestualmente Mi Premono, che convengo non sia un gran nome per un giornale, ma tant’è.

J.K. Rowling e la transfobia

Per circa 2/3 della mia vita Hogwarts mi è stata casa e rifugio. Se avevo la febbre, se ero triste o in ansia, rileggevo Harry Potter. Le parole di J.K. mi ridavano un briciolo di speranza, perché dopotutto parlava di tempi bui e disperati e di come “happiness can be found even in the darkest of times, if one only remembers to turn on the lights”. Harry Potter ha cresciuto generazioni nella consapevolezza che la discriminazione fosse il male, e che lo stesso male è infido e se non stiamo attenti si infiltra nelle maglie lasche della politica, perché sa benissimo come farsi passare per bene. Non è la saga perfetta, ha i suoi punti oscuri e le sue ingenuità. Il messaggio di fondo rimane lodevole.
Peccato che J.K. stia facendo veramente di tutto per dare fuoco a quanto la saga rappresenta per milioni di lettori. J.K. che twitta cose è già di per sé un meme, proprio per la facilità con cui l’autrice è solita rilasciare dichiarazioni lapidarie a gamba tesa più o meno in relazione alla serie. E non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per una serie di tweet evidentemente transfobici.



Dai tweet si evince che secondo J.K. le donne transgender rappresentano un potenziale pericolo per le donne nate donne, perché non sono davvero donne, in quanto – secondo J.K. e una certa branca di femminismo radicale della seconda ondata – l’esperienza femminile non può prescindere dal sesso biologico e da tutte le sue simpaticissime funzioni – tipo il mestruo, fortunelle che non siamo altro.
J.K. non coglie – e si rifiuta di cogliere – la differenza tra sesso e genere, e il problema è in buona parte lì. Se con sesso intendiamo il fattore meramente biologico tendenzialmente binario – maschio o femmina – con genere indichiamo “la costellazione di caratteri anatomo-funzionali, psichici, comportamentali che definiscono il genere in sé stesso e in quanto posseduto, accettato e vissuto dall’individuo nella storia familiare da cui proviene e nella società in cui vive.”, citando pari pari la Treccani.

In sostanza secondo J.K. le donne transessuali non sono “vere” donne; e questa negazione senza sconti, questa pretesa di regolazione dell’identità altrui, soprattutto avanzata su soggetti che sono discriminati tra i discriminati, è inaccettabile, e una bruttissima ferita per tutte le persone transgender che con HP ci sono cresciute, e che magari cercavano nei libri un conforto – sentendosi magari al sicuro, a fidarsi di un’autrice apertamente alleata della comunità omosessuale.




Buona parte del cast potteriano ha preso le distanze dalle affermazioni di J.K., ed è uno splendido segnale. La transfobia è molto più radicata dell’omofobia; se ci sono persone che “non hanno nulla contro i gay, basta che non siano effemminati che fanno schifo”, figuriamoci che bel clima accogliente per chi non si conforma al proprio sesso di nascita. Se c’è un lato positivo in tutta la faccenda – che consta nello sgretolarsi di una figura di riferimento e di un immaginario collettivo globale – è il fatto che le posizioni di J.K. vengono apertamente delegittimate, ed è una crudele ironia che siano le generazioni cresciute con Harry Potter a smantellare il mito.

L’affaire Via col vento e il sentimento sudista

Quando studiavo a Milano ho dato uno splendido esame di storia americana che mi ha lasciato, oltre agli incubi – i linciaggi degli afroamericani erano una festa per tutta la famiglia, si facevano foto ricordo ai corpi straziati per spedirle ai parenti lontani, grazie professore per le gigantografie dell’orrore – una consapevolezza che oggi mi torna molto utile per capire il presente, ovvero che Via col vento è stato promotore del sentimento di rivalsa sudista – razzista. Mia madre ha sempre insistito perché guardassimo insieme il film, e io non sono mai riuscita a darle la soddisfazione, e so bene che difficilmente mi verrà voglia di leggere il libro.



Ora, io lo so che tutte le storie meritano di essere raccontate, che un accadimento storico è un fatto poliedrico e sfaccettato e a volerlo semplificare si rischia di impoverirne la memoria. Lo so. E non penso che Via col vento debba essere censurato, ci mancherebbe – non lo pensa neanche la HBO che l’ha rimosso dal catalogo solo temporaneamente per ricaricarlo con un inquadramento storico, un po’ come il Mein Kampf viene oggi pubblicato con le dovute note contestuali, ma ehi, vogliamo fare i piangina per bene? LA HBO BOICOTTA LA STORIAAAA – ma sono convinta che sia male vederlo come un racconto innocuo e senza parti. Via col vento è parziale da fare schifo. Linko qui un articolo scritto un paio di anni fa da Igiaba Scego sullo stereotipo di Mammy, che ho visto elogiare apertamente sotto un articolo del Manifesto, – ah ma non è Libero – nonostante sia con ogni evidenza uno dei più riusciti e aberranti modelli di “schiavo felice”.
La storia di Via col vento non è la nostra storia, ed è normale che non ci offenda come offende gli americani e soprattutto gli afroamericani. Per capire quell’indignazione dobbiamo tradurla in termini che storicamente ci appartengono, come il nipote di un gerarca fascista che scrive uno dei più grandi romanzi italiani per raccontare la sua versione idealizzata del regime, quanto brutti e cattivi fossero i partigiani e che dopotutto gli ebrei non se la passavano così male.

Belle queste statue di Mussolini che- ah no

Mi ricollego alla questione delle statue, che credo c’entri qualcosa col fatto che tante persone non riescono davvero a comprendere il valore simbolico della scelta di HBO e della rimozione delle statue. Leggo moltissimi post che temono una censura della storia, un impoverimento culturale e quant’altro. Io farei candidamente notare che da che mondo è mondo, le statue che fanno propaganda – perché i monumenti servono a fare propaganda – le abbiamo sempre tirate giù. Immagino che la Germania fioccasse di Baffetto come da noi c’erano distese di Crapa Pelata. Le statue a monumento di regimi e ideologie malate io le preferisco esplose, grazie, o contestualizzate al sicuro in un museo.
Quello che mi fa veramente incazzare è che tanti se la prendono con la distruzione di statue che non li offendono direttamente. E questa incapacità volontaria di capire perché qualcuno si sente storicamente ferito da qualcosa che non ci tange personalmente sta alla base di qualsiasi schema mentale dannoso e marcescente, quella pigrizia intellettuale che si nutre di un egocentrismo di fondo che non si vuole riconoscere. “Non vedo il problema, quindi evidentemente il problema non esiste”.
Ma vaffanculo te, la Mitchell e Montanelli.

mercoledì 3 giugno 2020

Anarcoccultismo di Erica Lagalisse


Anarcoccultismo di Erica Lagalisse, felicemente edito da D editore, è un titolo con cui ho ammorbato buona parte delle mie conoscenze, tra citazioni, descrizioni vagheggiate, screenshot vari. Nella prima sera di socialità alcolica post-quarantena, avrò passato dieci minuti buoni a parlarne a un’amica che giusto oggi mi ha mandato la foto della sua copia. Ne ho parlato con chiunque, e ho sperimentato quanto sia difficile parlare delle cospirazioni nella storia senza sembrare degli invasati. Di solito iniziavo con un “è un saggio che racconta i legami storici dei movimenti anarchici con le società segrete, LOL, Marx ha tenuto conferenze per gli Illuminati, pensa te”, poi intuendo dallo sguardo dell’interlocutore dove mi stavo infognando, riportavo l’episodio che ha fatto scattare all’autrice l’idea del libro: durante una conferenza anarchica in Messico, Lagalisse notava che un’attivista nativa faticava ad essere presa sul serio dagli altri attivisti, principalmente per il fatto che avesse delle credenze che contrastavano con l’illuminato secolarismo della lotta di classe – perché “blabla come fate a credere a qualcosa, evidentemente siete stupidi blabla quale privilegio, non sono che un occidentale bianco come tutti in questa stanza”.



Da quell’episodio irritante è nato questo libro, che a questo punto descrivevo come: “In pratica l’autrice prende gli anarchici snobbini per la collottola e gli piazza la faccia sulla storia del movimento, tipo IPOCRITA ELITARIO DELLA MINCHIA LA TUA STORIA È UNA COSTELLAZIONE DI LOGGE E COMPLOTTI, PIANTALA DI SELEZIONARE QUELLO CHE TI FA COMODO DELLA TUA GENEALOGIA”. In soldoni. Ma con più classe. Senza minchia.
Sarebbe inesatto anche ridurre la prospettiva di questo saggio alla storiografia, quando il piglio è anche antropologico e propositivo. Schematizzo: l’introduzione verte sulla consapevolezza di un presente problematico, in cui qualsiasi cosa può diventare facile pretesto di teorizzazioni cospiratorie con leggerezza disarmante anche di fronte all’evidenza. Persone altrimenti ragionevoli riescono a convincersi della plausibilità di complotti complessi e stratificati. C’è un problema, ammette Lagalisse, è innegabile, ed è ancora più problematico il modo in cui si parla da esterni dei “teorici del complotto”, ma ci arrivo dopo.

C’è la divertentissima parte storica, quella che traccia l’origine dei movimenti anarchici e comunisti, delle logge segrete che sostengono la lotta di classe – seppure talvolta col piglio bellamente elitario degli intellettuali che ritengono di dover lavorare nell’ombra per il bene superiore perché il ceto popolare non avendo studiato non può cogliere sottigliezze quali “va’ che il tuo capo ti sta sfruttando, zio”.



La sto colorando e non ce ne sarebbe bisogno. La parte storica vira verso la filosofia, l’ermetismo, le influenze di teorizzazioni che ora chiameremmo strampalate sugli studi degli uomini che hanno fatto la scienza così come la conosciamo – saluta, Newton. La questione di genere, la stregoneria femminile soppressa con l’inquisizione e quella praticata dagli uomini accettata come scienza filosofica. E poi la nascita dei movimenti di massa, la capillarizzazione delle reti degli attivisti – carbonari e simili – che hanno reso possibile una lotta di classe cosciente. I legami di questi movimenti con l’occultismo sono abbacinanti: non avrei mai pensato che la A cerchiata venisse da un compasso aperto, o che la stella comunista si riferisse a un pentacolo. Vorrei essere più precisa, ma il brutto degli ebook è che andarsi a ricercare le parti interessate è una rottura di scatole, mi tocca lesinare sulle specifiche.



Accennavo un paio di paragrafi fa al fatto che l’approccio al discorso sui e coi teorici del complotto sia problematico. E lo è. Non ho ancora usato il termine “complottista”, perché come insegna Lagalisse, è un comodo insieme in cui ficchiamo indiscriminatamente chiunque porti avanti un discorso improbabile e lapalissianamente errato per indicare che non vale la pena averci a che fare. Delegittima il soggetto – che è un po’ da stronzi – e azzera la possibilità di dialogo – perché chi mai vorrebbe sostenere una discussione che appoggia sul sottinteso della sua totale ignoranza? Se non sono “complottisti” sono “analfabeti funzionali”, altro termine nato con un significato utile e poi preso ostaggio da gente che non ne ha chiarissimo il senso, ma ha la ferma intenzione di designare l’esistenza di una massa di incolti che gli siano inferiori.

Non che le teorie in sé non siano stupide. Lo sono, certe più che altre. Ma sono anche espressione di un disagio che ha una fonte reale che zittendo le persone stiamo aiutando a coprire. Possono essere persone arrabbiate o spaventate che decidono di trovare una spiegazione complicata a problemi ancora più complicati, che tuttavia ci sono. Le teorie del complotto vengono da una sostanziale mancanza di fiducia nei confronti dell’autorità o dei media; abbiamo davvero la faccia di dire che si tratti di sfiducia ingiustificata? Va bene, l’11 settembre non è stato un lavoro interno. Ma sono anche secoli che gli USA armano golpe in America Latina in un sobbollire di intenti malvagi che verrebbe più facile addossare a una razza aliena che a esseri umani che riconosciamo come simili. Dovesse venire fuori che l’11 settembre è stato davvero ordito dalla CIA, non avrei motivo di stupirmi. Le teorie del complotto esistono perché esistono i complotti – e perché è difficile accettare che il flusso della nostra esistenza sia direzionato dal caos impietoso, ma comunque.


Prendiamo i blastatori, le peggio strategie comunicative viventi; lo scopo di chi blasta non è educare il proprio pubblico, ma umiliare chi non ne fa parte rovesciandogli addosso insulti che se togli la sintassi corretta e il lessico forbito si rivelano per quello che sono: insopportabili gnègnè la mia educazione è meglio della tua e ti devi vergognare. Per darsi una cotonata all’ego i blastatori sputano sul volgo ignorante con un’arroganza insopportabile che si riflette sulla classe intellettuale tutta, su chiunque abbia studiato. E questo avvelena ancora di più un discorso già difficile tra chi non si fida dell’informazione mainstream – e grazie tante – e chi davvero vorrebbe fornire al pubblico più vasto gli strumenti per affrontare una realtà sempre più complessa e stratificata.

E niente, con gli amici parlo di Erica Lagalisse come della mia futura e inconsapevole moglie, il libro è scorrevole e interessantissimo, Burioni e Il signor distruggere meritano l’oblio e boh, sogno un mondo empatico in cui di fronte a chi non sa facciamo uno sforzo di capire invece di ridurre tutto a “gli altri sono scemi”.
Suonerei molto più convincente alle mie stesse orecchie, se giusto ieri non avessi tirato un bestemmione sotto il post di un ex-contatto che condivideva non ironicamente dal gruppo SMASCHERIAMO IL FEMMINISMO, ma ehi, c'è un limite anche al dialogo.