martedì 19 marzo 2019

Noi marziani di Philip K. Dick

Philip K. Dick è stato uno scrittore estremamente prolifico; ha scritto più di quaranta romanzi, i racconti non li conto nemmeno, la saggistica non la approccio neanche. Nato nel 1928 a Chicago, esordisce nel 1955 con Solar Lottery (Lotteria dello spazio), dichiara in un'intervista a Rolling Stone che l'intera produzione precedente al 1970 è stata scritta sotto gli effetti di anfetamine debitamente prescritte dal medico, nel '74 vive un'esperienza psicotica – la ragazza col ciondolo dorato – e da lì in poi ha inizio una lunga crisi mistica. Muore a Santa Ana nel 1982 per un attacco cardiaco, ed è difficile immaginare una perdita più grande nel panorama della fantascienza, o della letteratura in generale.
Era un personaggio complesso, questo è fuor di dubbio. Aveva un bizzarro rapporto con la figura femminile – ce lo raccontano i suoi divorzi come la sua opera – e una relazione burrascosa con anfetamine e allucinogeni. Con la realtà aveva una relazione ancora più strana, sezionata e sviscerata attraverso la sua bibliografia, e i suoi protagonisti condannati a sentirsi la terra mancare da sotto i piedi e la visione sfaldarsi in un un caleidoscopio di paure e domande, prima fra tutte “Quello che sto vivendo è reale?”.
Difficilmente si può abitare l'attuale contesto letterario senza conoscere le opere più celebri di Dick, Il cacciatore di androidi o Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è stato tratto il cult cinematografico Blade Runner (Ridley Scott, 1982), La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello.
Poi ci sono le altre opere, quelle non troppo conosciute, lette da una minima frazione dei lettori che si sono approcciati ai capolavori sopracitati. La produzione post-crisi mistica, che oggettivamente può risultare un po' ostica per via dei continui riferimenti teologici e filosofici. E poi quelli che personalmente definisco “capolavori secondari”, perché sono delle dannatissime meraviglie e trovo inconcepibile che non si siano ritagliate uno spazio più rumoroso, come Svegliatevi, dormienti e In senso inverso, nonché il romanzo di cui, dopo tutta 'sta pappardella, mi accingo a parlare.
Noi marziani, scritto nel 1962 e pubblicato nel 1964, è interamente ambientato su Marte e racconta la brutale colonizzazione del pianeta rosso, il cinismo dietro la speculazione edilizia, la freddezza dei rapporti umani in un ambiente desolato. Ma soprattutto, il nucleo del romanzo è la tensione tra uomo e realtà, tra individuo e interpretazione della realtà, tra il mondo sano e il mondo folle, che Dick si rifiuta di presentarci meno orribile di quello che è. Interessato alla psicopatologia e alle teorie Junghiane, è palese che Dick sappia di cosa sta parlando, che quella che sta maneggiando – la malattia mentale – è una materia che conosce a fondo e della quale, oltre ad avere esperienza diretta, si è fatto un bel po' di idee. Idee strane, bizzarre e debitamente narrativizzate, originate da una frazione di realtà che per Dick dev'essere puro terrore. È per lui che la realtà si fa incerta e incoerente, è lui che non riesce a distinguere ciò che è vero dai parti della sua mente. È stato strano e spaventevole leggere delle psicosi dei suoi personaggi in Noi marziani e sapere che a tormentarli erano gli stessi orrori che hanno trascinato Dick sull'orlo del suicidio più volte nel corso della sua vita.
Ma dunque, cerchiamo di scindere opera e autore, anche se in questo frangente è un po' difficile. Jack Bohlen è un riparatore meccanico e vive su Marte da anni con la moglie Silvia e il figlioletto David. Fin qui tutto normale, almeno in apparenza. Jack è uno schizofrenico, o almeno, ha avuto un episodio di schizofrenia parecchio violento quando era un giovane terrestre. La peggiore esperienza della sua vita, e non ha alcuna intenzione di riprovarne di simili. Mentre si sta recando a riparare un automa nella scuola del figlio, incontra nel deserto un gruppo di Bleekmen (i marziani nativi, quasi degli aborigeni) che stanno morendo di sete. Si ferma a soccorrerli, e con lui Arnie Kott, Membro Supremo del Sindacato degli Idraulici, freddo e spietato affarista. Fosse per lui, lascerebbe pure i Bleekmen a morire, ma la legge e Jack lo costringono a fornire loro assistenza. Arnie non se lo dimenticherà, il suo misero rancore per il riparatore glielo farà assumere, per tenerlo vicino e per poterlo rovinare come meglio crede.
Su Marte, a Nuova Israele, c'è un centro per i bambini con problemi mentali, ed è lì che risiede Manfred, il figlio autistico dei vicini di Jack. Uno psichiatra, il dottor Glaub, è venuto a conoscenza di una teoria secondo la quale l'autismo sarebbe un problema di gestione del tempo; gli autistici vivrebbero a velocità spaventevole rispetto a quella normale, potrebbero perfino vedere il futuro. E va da sé che la cosa ad Arnie Kott possa interessare parecchio. Ed è con la scusa di fargli costruire una macchina in grado di comunicare con Manfred, che Arnie intrappolerà Jack e il suo tempo, che inizierà a risuonare del disturbo di Manfred e...
E così via. La trama si mette in moto – o forse in moto lo era già – e la storia si fa viva, le chiavi di lettura si sprecano, la definizione di realtà si sfalda tra le pagine. Eccetera. È un romanzo a tratti straziante, a tratti dolorosamente consolatorio. A leggere come Dick conosceva la malattia mentale nel '62, mi verrebbe pure da credere che abbia fatto lui stesso un salto nel tempo, a dare un'occhiata alla storia della psicopatologia clinica in un futuro che non era solo il suo, ma sarà pure il nostro.
Potrei intitolare questa recensione “Com'è che Philip K. Dick è diventato uno dei miei scrittori preferiti”, non fosse che c'era già arrivato con In senso inverso.

sabato 16 marzo 2019

Resta con me di Elizabeth Strout

Nell'ultimo periodo ho ricominciato a leggere parecchio, anche se non ai livelli dei tempi che furono, quando i social network erano ancora in bozzo e pure la mia vita sociale non è che fosse 'sto granché. Mi ci vogliono comunque millenni per finire un libro, perché ne ho sempre diversi in lettura, e continuo a passare dall'uno all'altro come se non avessi proprio intenzione di arrivarne alla fine. Per dire, bello L'isola di Arturo di Elsa Morante, ma mettiamolo da parte un attimo per iniziare Noi marziani di Philip K. Dick, e poi iniziamo pure L'annusatrice di libri di Desi Icardi che alla Fazi ci tengono, e poi passiamo ancora in biblioteca che non si sa mai quello che ci si può trovare – un sacco di meraviglie, accidenti – e magari andiamo avanti con... beh, mi sono spiegata, credo. Inizio troppi libri per volta. Una condanna.
E ieri mi è girato, visto che quanto stavo leggendo ancora non mi bastava, di iniziare Resta con me di Elizabeth Strout, appena uscito per Fazi (belli loro) nella traduzione di Silvia Castoldi. C'è da dire che è già un miracolo che io abbia resistito così a lungo in presenza di un romanzo della Strout senza leggerlo, dopo l'esperienza emotivamente devastante di Mi chiamo Lucy Barton, - Olive Kitteridge, per quanto sia il magico esordio che ha portato l'autrice a vincere il Pulitzer, proprio non mi aveva presa.
Resta con me l'ho divorato. Quella lettura forsennata che a tratti ti fa saltare delle righe solo per tornare indietro a recuperarle, anche se non c'è il minimo intento di creare suspense, anzi; pare quasi che Elizabeth Strout abbia voluto ripulire la trama da tutti i mezzi con cui un abile narratore aizza dubbi e aspettative nel lettore, come se il suo intento fosse un racconto calmo e pacato. Resta con me dà voce a quello strano dualismo di pace e intensità proprio delle emozioni contrastanti che si avviano verso l'esplosione.
Si è capito qualcosa del libro, finora? Temo di no.
Dunque, siamo in un paesino inculcato nel Maine, 1959. Il reverendo Tyler Caskey è rimasto vedovo l'anno precedente, con due figlie piccolissime di cui non sa bene che fare, - non che il suo amore sia in dubbio, ma non è che basti quello a sapere come muoversi. Katherine ha cinque anni ed è una bambina difficile; la più piccola, Jeannie, vive con la nonna, una figura che mette un po' i brividi, una presenza costante e castrante nella vita di Tyler.
Tyler non avrebbe di per sé problemi con Katherine; è la comunità ad averne. Sono problemi piccoli e vuoti, dietro ai quali si nascondono malintesi spiccioli, eppure vai ad ammucchiare tutto e viene fuori una crisi. La comunità – la scuola, il catechismo, la cittadina tutta – pensano che Tyler non stia facendo un buon lavoro con la piccola, e sarà quindi in grado di portare avanti nel migliore dei modi la sua missione di pastore delle anime? E che cosa diceva di lui la moglie che si era scelto – una parte del romanzo è dedicata alla coppia formata da Lauren e Tyler, al loro breve idillio – e come interpretare quel tono così distante, come si distinguono spocchia e compassione?
Resta con me riunisce le diverse storie di una piccola comunità, le intreccia con le vite di una famiglia un po' alla deriva, mostra le connessioni che in un modo o nell'altro legano tante persone così diverse tra loro. Ci sono anche un sacco di filosofia, teologia, questioni morali. Colpe e colpevolezze, perdono e quant'altro.
Comprensione, forse, alla fine.
Ci sono scrittori sotto il cui sguardo non vorrei mai stare; che vedrebbero troppo a fondo, trascinerebbero allo scoperto pezzi di me che nemmeno io vorrei vedere mai – ne abbiamo tutti, di pezzi così. Lo sguardo della Strout mi è sembrato così compassionevole, pieno di accettazione per la natura umana. Non rassegnazione, beninteso, che lì non c'è luce; Resta con me è un libro pieno della luce piena del mattino.
(credo che questo sia uno di quei casi in cui il mio apprezzamento per una data lettura si fa evidente in virtù della mia incapacità di parlarne in termini comprensibili).

lunedì 11 marzo 2019

Cronache marziane di Ray Bradbury

Difficilmente inizio a leggere un autore partendo dal suo capolavoro – o dai suoi capolavori. Ci sono delle eccezioni, naturalmente – Philip Roth l'ho attaccato subito con Pastorale americana, e Ian McEwan con Espiazione – ma perlopiù cerco di farmi un'idea di quello che uno scrittore ha da offrirmi pescando intorno alla metà della sua produzione.
Ray Bradbury, per dire, l'ho conosciuto con Il popolo dell'autunno, - ho difficoltà ad approcciarmi a Fahreneit 451, e se mi deludesse? - e solo pochi giorni fa ho terminato la lettura di Cronache marziane. Sapevo cosa aspettarmi? Assolutamente no. Tutto ciò che mi figuravo era “gente che vive su Marte”. Ignoravo che si trattasse di una lunga serie di racconti che si gettano nella fantascienza e poi nel realismo magico e nella filosofia e nella teologia e poi tornano alle piccole cose di tutti giorni e alle grandi tragedie che l'uomo si porta dietro.
Cronache marziane è uscito nel 1950 e raccoglie 28 racconti più o meno brevi, che attraverso i più disparati personaggi riescono a dare un'idea di come sia andata la colonizzazione di Marte dal 1999 al 2026. I racconti si tuffano in tematiche disparate e spesso pungenti; la perdita, la fuga, la ricerca di una condizione migliore, l'auto-inganno, la morte, il ritorno. La bellissima lingua di Bradbury, il suo occhio dolente, il suo inchiostro infame.
È uno dei titoli più emblematici della fantascienza, e lo è proprio perché ne allarga gli orizzonti. A Bradbury importa poco della scienza; i suoi personaggi entrano ed escono dalle astronavi senza raccontarci dei comandi né delle conquiste tecnologiche che hanno permesso un viaggio tanto periglioso. Quello che conta sono le persone, e la bellezza di uno scenario incomprensibile che in qualche modo prende vita, e diventa attore.
Che si può dire di Cronache marziane? Davvero, cosa posso aggiungere alla discussione?
Niente. E infatti mi zittisco.
Va letto.

venerdì 1 marzo 2019

Nel cuore della notte di Rebecca West

L'estate scorsa è uscito il primo volume della trilogia dedicata alla famiglia Aubrey di Rebecca West, e vi consiglierei di recuperare quella recensione prima di leggere oltre se ancora non l'avete letto, perché qui si chiacchiera del seguito, anche se non è che si tratti di un'opera dai risvolti inaspettati, che tenda favolosi agguati all'aspettativa del lettore. Ma le saghe si leggono in ordine – o si dovrebbero leggere in ordine, mia sorella ha iniziato Harry Potter dal quarto volume e l'ha adorato ugualmente.
Rebecca West (1892-1983) è nata a Londra col nome di Cicely Isobel Fairfield, ha scelto il suo pseudonimo letterario di un'eroina femminista di Henrik Ibsen, è stata ua suffragetta, come giornalista ha raccontato i processi di Norimberga e, in un acclamato diario di viaggio intitolato Black lamb and gray falcon (1941), la Jugoslavia.
La trilogia sulla famiglia Aubrey è dichiaratamente autobiografica, almeno in parte. Mi chiedo quanto ci sia di vero e quanto sia enfatizzato nei genitori della protagonista Rose, nel suo rapporto con la musica e con le sorelle – Mary e Cordelia, la prima una gemella vissuta troppo da vicino per sentirla distinta, la seconda una sorella maggiore scomoda e irritante – e il fratello Richard Quinn, la cugina Rosamund, il mondo tutto e poi la guerra.
Nel cuore della notte, uscito postumo nel 1984 e arrivato in Italia poche settimane fa per Fazi nella traduzione di Francesca Frigerio, mi è piaciuto tanto, troppo, in quel modo che non riesci neanche a capire del tutto. Ha qualcosa che non avevo trovato nel primo volume, che era stato davvero una bella lettura, ben più che gradevole, ma senza trasformarsi nella frenetica mezza maledizione che impedisce di staccarsi dalle pagine. Un bel libro, La famiglia Aubrey, seguito da questo secondo volume che è uno sparo fiorito, e mi fa capire pienamente come mai Rebecca West venga accostata a Elizabeth Jane Howard, – autrice della saga dei Cazalet e di altre opere meravigliose che non vorrei dire, ma quando non ci sarà più nulla della Howard da tradurre una parte di me morirà un po'.
Rose e Mary stanno diventando adulte, hanno terminato i loro studi superiori e si dedicano interamente al piano. Richard Quinn è un adolescente, ed è diventato esattamente quel fenomeno che la sua infanzia luminosa preannunciava. Basta che entri in una stanza perché i presenti si rianimino, ma quella sua freddezza di fondo ogni tanto arriva in superficie, ed è un po' struggente come diventi pienamente umano soltanto con Rosamund – ma è struggente con reciprocità, quindi credo vada bene così, o forse è anche peggio. Rosamund studia da infermiera, Kate prepara torte, la madre delle ragazze, Clare, segue tutti quelli che le stanno intorno come fossero figli suoi e si lascia essere pienamente se stessa, ora che il marito li ha abbandonati – o si è abbandonato da solo per non affondare tutti.
Adoro il personaggio di Rosamund – la cugina bellissima e apparentemente un po' tonta, genio degli scacchi e forse salvatrice dell'umanità – quanto adoro Clare. Hanno qualcosa in comune, quella consapevolezza del mondo per com'è fatto in tutto il suo orrore e le sue magagne che si accompagna alla volontà di non arrendersi allo scatafascio. È come se sapessero che la notte è buia e il domani incerto, e scegliessero comunque di lasciare una luce accesa fuori dalla porta, e un cestino per il pranzo sul portico, perché non si sa mai, qualcuno potrebbe averne bisogno e anche l'ultimo dei demoni potrebbe avere avuto una brutta giornata. Non è idiozia, non è ingenuità. Io la chiamo forza.
Nel cuore della notte è più breve del romanzo che lo precede, ma è comunque pieno dell'Inghilterra di inizio '900, di remore e cambiamenti e di quotidianità, - almeno fino all'arrivo della guerra, ma anche a quel punto il dramma non viene drammatizzato, anche gli orrori diventano questioni di tutti i giorni da affrontare senza ricamarci sopra.
Personalmente, credo che leggerò quanto prima il racconto di Ibsen da cui è sorta Rebecca; ho voglia di capirla ancora più a fondo.

domenica 24 febbraio 2019

Una bambina da non frequentare di Irmgard Keun


Di Irmgard Keun avevo letto tempo fa Gilgi, una di noi e l'avevo adorato senza se e senza ma. Tralasciando la mera questione grafica – che effettivamente tocco di rado su queste lande – che da L'Orma editore non mi aspetterei giammai di essere esteticamente delusa, in Gilgi trovavo una prosa raffinata, un'intensità quasi violenta delle emozioni belle, una storia di tutti i giorni e disgraziata insieme, le giornate soddisfacenti e impegnative di una ragazza che vuole bastare a se stessa nella Germania fiorente (e ariana) degli anni '30, un'esplosione di sentimenti, le conseguenti macerie.
Giusto per dare un po' di contesto letterario, Irmgard Keun è nata a Charlottenburg nel 1905 ed è morta a Colonia nel 1982. Ha studiato recitazione, lavorato come dattilografa, ha visto i suoi romanzi finire nella lista delle letture nocive sotto il regime nazista, è stata incarcerata, ha subìto l'esilio. Gilgi, una di noi è stato il suo esordio, poi seguito da Doris, la ragazza di seta artificiale e poi da Una bambina da non frequentare. Non ha mai smesso di scrivere, ma per decenni le sue opere sono state accolte con indifferenza da pubblico e critica, e sono rimaste in un insopportabile oblio fino a tempi recentissimi. Spero vivamente che L'Orma continui a scavarle fuori dalla terra una dopo l'altra.
Dunque, Una bambina da non frequentare, pubblicato per la prima volta nel 1936, arrivatomi nella forma di regalo di Natale da mia madre – grazie, Mutti <3 – nella traduzione di Eleonora Tomassini ed Eusebio Trabucchi.
La bambina da non frequentare è la protagonista e narratrice senza nome, che ci risulta adorabile quanto pestifera, tremendamente schietta. Non so esattamente a che età i bambini inizino a usare un filtro nelle loro interazioni con gli altri, a sviluppare quell'empatia che impedisce di ferirli; il punto di questa bambina è che lei non sviluppa alcunché che possa facilitarla nelle relazioni con gli altri. A lei piace giocare, sporcarsi, provare il brivido del proibito e dell'errore – e c'è un punto verso la fine in cui racconta questo brivido e va oltre qualsiasi altra rappresentazione di discolo io abbia mai letto, oltre la birichinata del momento inizi a scorgere il punto in cui la monella diventerà un'adulta degna di un film di Tarantino.
La struttura è la stessa di molte opere che hanno al centro le piccole avventure di una bambina; capitoli in cui si raccoglie tutta una vicenda, un guaio al centro, o forse un inganno, una vendetta, gonfie di pensieri malevoli e piani machiavellici. La protagonista odia liberamente, desidera liberamente, si contorce all'interno di giornate che non le vanno bene e cerca di sottrarsi alle costrizioni, senza badare granché alle coneguenze delle sue azioni. Manca di tutto quello che dovrebbe renderla col tempo assennata, ricorda Pippi Calzelunghe ma soprattutto Zazie – quella di Queneau – perché si capisce che questo libro non è solo per bambini, anche se i bambini lo adorerebbero.
La bambina frequenta la “masnada dei banditi furiosi” – un gruppetto di amici – e confida al cinico e anziano vicino di casa le rimostranze verso la società che la sua famiglia non capirebbe, non prova che disprezzo per la severa zia Millie e odio per la compagna di classe Traut Meiser. Non è incapace di affetto, ma è priva di comprensione per le restrizioni che le persone si auto-impongono onde vivere efficacemente come membri della società.
Una lettura leggera e divertente, da cui ci si può aspettare un sacco di conflitti improbabili e continue sfide verso qualsiasi forma di autorità; una narratrice che si dimena all'interno delle proprie giornate non capisce – né spesso le importa di capire – la portata dei danni che si trascina dietro.

"Non voglio piangere. Gli adulti si mettono a ridere quando piango. E quando rido non gli va bene comunque perché è segno che ho fatto qualcosa che secondo il loro giudizio non dovevo fare. Devo imparare a prendere la vita sul serio. Ma com'è che si fa?"




lunedì 18 febbraio 2019

Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, di Mary Ann Shaffer e Anne Barrows


Ogni tanto faccio cenno a quelli che intendo come “libri del buonumore”, che non devono essere leggeri e leggiadri per forza, né particolarmente semplici di stile e tematica. Libri che invece di prenderti per le spalle e scuoterti molleggiandoti il cervello, ti si accostano appena e ti invitano a prepararti una tisana, a metterti comodo e a rilassarti un po', che sarà una piacevolissima passeggiata. Non so come mai i romanzi della casa editrice Astoria rientrino tanto spesso nella categoria, ma quando ho bisogno di una tregua dalle infamie della vita, di solito cerco tra gli scaffali quel rosso inconfondibile.
Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows, dunque, tradotto da Giovanna Scocchera ed Eleonora Rinaldi, e da cui nel 2018 è stato tratto l'omonimo film di Mike Newell.
Si tratta di un romanzo epistolare, interamente epistolare, in cui compaiono moltissimi personaggi e accadono tante piccole cose. Accadono – più che altro sono accadute – anche cose grandi. Il romanzo ha inizio nel 1946, nella Londra del dopoguerra, dalla breve e simpatica lettera che la protagonista Juliet scrive all'amico e editore Sidney. Juliet ha tenuto per anni una rubrica mondana con lo pseudonimo di Izzy Bickerstaff, e dai suoi articoli è stato tratto un libro che ha riscosso parecchio successo, Izzy Bickerstaff va in guerra. Ora sta cercando idee per un nuovo romanzo, e intanto presenta il proprio esordio nelle librerie di tutta l'Inghilterra, litiga con un giornalista che cerca di fare del suo passato uno scandalo, aiuta uno sconosciuto a rintracciare l'opera omnia di un romanziere, ed è grazie a questo sconosciuto – Dawsey Adams – che si avvicinerà alla bizzarra genesi del club del libro di Guernsey, un'isola affacciata sul canale della Manica che ha subito pesantemente l'occupazione tedesca. Juliet non visita soltanto la Guernsey del presente, ma anche e soprattutto quella del passato. Il club di cui anticipa il titolo è stata la subitanea trovata che ha risparmiato a una manciata di isolani le pesanti ripercussioni degli occupanti nazisti per aver trasgredito al coprifuoco, – e non solo, ma questo non ha importanza. Sta di fatto che da una piccola casualità è sorta una comunità vera, ed è a questa che Juliet vuole ispirarsi. Inizia una fitta corrispondenza con vari membri del club, e non contenta decide di andarli a trovare, anzi, di andare a trovare l'intera Guernsey in cerca di informazioni e ispirazione. Troverà cose terribili – la Storia la conosciamo – e meraviglie inaspettate. Quello che conta, qui, sono i legami che intercorrono tra le persone, anche con quelle che hanno cessato di esistere.
Si potrebbe definire una commedia per i suoi toni, per l'allegria di cui sono intrisi i personaggi, per tutta la speranza che straborda luminosa dalle pagine; ma sono raccontati orrori così grandi che definirla commedia ha un sapore di polvere e cenere.
Vorrei giusto accennare a un aspetto che ho gradito molto; l'accettazione dell'esistenza di tedeschi chiamati a una crudeltà estrema, e che tuttavia crudeli non erano. Voglio dire, non basta non volere il male per essere innocenti, quello che facciamo ci resta addosso, non lo si può cancellare. Ma chiamare mostro ciò che è umano è un errore da principianti della natura umana.
Non che io sia questa grande esperta, ma ci sto lavorando. E i libri aiutano.

sabato 9 febbraio 2019

Piccolo mondo perfetto di Kevin Wilson


Di Kevin Wilson avevo letto un unico libro diversi anni fa – non lo possiamo certo definire prolifico, dal 2009 ha scritto soltanto due raccolte di racconti e due romanzi – e grazie a quello mi è rimasto impresso in maniera indelebile. Si tratta di La famiglia Fang, da cui è stato recentemente tratto l'omonimo film con Nicole Kidman. Narra di una famiglia in cui i genitori sono artisti di quelli che non creano opere concrete, ma happening, situazioni, imprevedibili bolle di follia. Per dire, magari vanno a cena in un ristorante e iniziano a lanciare condimenti sui tavoli vicini. Si facevano accompagnare dai due figli, Bambina A e Bambino B, e va da sé che i due crescendo si ritrovano pieni di falle e insicurezze e questioni irrisolte. La famiglia Fang mi era piaciuto moltissimo per tutte le sue implicazioni sui legami famigliari e sull'arte, ed è una lettura che consiglio spasmodicamente.
Ovviamente quando Fazi mi ha proposto la lettura di Piccolo mondo perfetto, secondo romanzo di Wilson, mi è scaturito un entusiasmo difficilmente riferibile, quindi eccomi qui che ne chiacchiero a lettura ultimata.
Il Progetto Famiglia Infinita, finanziato da una tizia ricca ricchissima – le ragioni sono ininfluenti – si ripromette di dimostrare una nuova via per il progresso sociale. Nuclei famigliari allargati, una base di supporto ampia che nasce dall'unire insieme diverse coppie di genitori e i loro figli. I promotori vogliono farlo funzionare nel piccolo, con un progetto della durata di dieci anni che potrà in futuro essere proposto come modello sociale e abitativo a livello globale. Più grandi sono le famiglie, più stretti sono i rapporti tra i loro membri, migliore sarà la vita dei singoli individui.
Tutto avviene in un meraviglioso complesso con palestra, piscina, spazi verdi etc. Nove coppie e Izzy, la protagonista, diciannovenne incinta il cui compagno si suicida prima della nascita del bambino, soffocato dalla pressione e dalle proprie debolezze. L'ideatore è il famoso psicologo Preston Grind, figlio di una coppia di psicologi che ha trasformato la sua infanzia in un traumatico caso studio, per attestare la funzionalità del metodo della frizione continua. In soldoni, fare della vita del piccolo Preston una continua lotta senza punti fermi, una serie ininterrotta di scomodità, sofferenze e difficoltà volte a prepararlo a qualsiasi orrore il futuro possa riservargli.
Questo romanzo parla di famiglie, di legami, dei rapporti tra persone che si piacciono e non si piacciono, o non sanno come avvicinarsi le une alle altre. Di quello che significa avere figli, scegliere una carriera, darsi da fare, arrendersi. Izzy è una donna forte, indipendente, orfana di una madre che le ha impresso chiaramente l'aspettativa di un futuro radioso che non si riflette minimamente nella sua vita col padre distante e alcolizzato e nel suo faticoso lavoro in una rosticceria. Se devo essere sincera, forse Izzy è anche troppo forte. Come fa a sapere dove andare, a fare scelte così complicate in quasi totale solitudine? Mi è capitato di lamentarmi dell'idealizzazione dei personaggi femminili da parte di autori uomini dagli intenti senza dubbio condivisibili. Potrebbe essere uno di quei casi, o forse l'errore sta nella mia incapacità di accettare come pienamente plausibile una simile forza di carattere, considerata la mia spina dorsale composta all'80% di marshmallow e orsetti gommosi, – il restante 20% sono rugginose paranoie e insicurezze. Non che Izzy non faccia errori, anzi, e si fa anche un sacco di domande, ma è come se nel contempo avesse una sorta di scheletro di titanio che le impedirà sempre e comunque di crollare.
In sostanza, è un romanzo che mi è piaciuto moltissimo e che consiglio sinceramente; ha delle pecche, – trovo che la questione dell'autolesionismo sia un po' semplificata, e che alcune situazioni si risolvano con un'ingenuità che la vita reale non concede – e se ci si vuole approcciare a Kevin Wilson continuo a pensare che La famiglia Fang sia imbattuto. Ma è comunque un'ottima lettura, e il tema in sé è veramente interessante. Sono davvero curiosa di vedere che altro Wilson estrarrà dal suo cappello magico da narratore.