sabato 25 maggio 2019

Quante bugie hai detto questa sera di Alessio Di Girolamo

Sarà che ho dormito poco e folleggiato di un mezzo gradino sopra l'eccesso, ma l'attacco di questa recensione mi è difficile trovarlo. Quante bugie hai detto questa sera di Alessio Di Girolamo (TerraRossa Edizioni, 2018) non è un romanzo semplice; il finale mi ha lasciato dei dubbi su quanto avevo capito, su quanto ci fosse ancora da capire e su quanto avesse capito tutto la stessa protagonista. Me l'ha passato Giovanni Turi (Mr. TerraRossa, per intenderci) al Salone del Libro, dopo avermelo presentato con tutti i crismi, - e ha fatto bene, anche se io stavo lumando senza il minimo accenno di dignità Il Pantarèi di Ezio Sinigaglia. Posso dire che Giovanni ha detto perlopiù il vero, quando mi parlava di Quante bugie hai detto questa sera, ne sono abbastanza sicura. La confusione di Anna, quantomeno, l'ho vista spesso nel vivere traballante di ragazze che mi sono illusa per un po' di conoscere, un tira e molla tra tuffo ed evitamento del baratro.



Il romanzo parte dalla fine, come fanno tanti romanzi, con una Anna riversa a perdere sangue sulla terra umida di un parco. E poi torna indietro, indietro indietro fino all'infanzia; torna a una Anna bambina che sta andando in vacanza in Liguria dalla nonna, e sta sull'autobus partito da Torino a entusiasmarsi per il viaggio e le giornate che le si prospettano, con le sue amiche dell'estate. Non potete capire l'inquietudine e la vaga sensazione di stalking letterario del leggere siffatta parte sul flixbus che da Torino mi avrebbe effettivamente portata in Liguria a trovare mia madre, ma facciamo finta di niente e non rivestiamo i libri di istanze volontarie che non gli competono. Resta il fatto che io il romanzo di Di Girolamo l'ho letto quasi tutto nel giro di un viaggio – 4-5 ore, intendiamoci, ma comunque un viaggio.

Anna racconta, in prima persona. Intervalla il flusso dei suoi ricordi legati da un filo logico divagante con interlocuzioni di istanze interiori. Il Grillo Parlante che le ricorda cosa è male, le dice Attenta, Anna, una Voce che le ricorda qualcosa che non sa ricordare. A voler stiracchiare interpretazioni psicanalitiche, potremmo affibbiare al Grillo Parlante il ruolo di controllo del Super Io, ad Anna quello dell'Io e alla Voce un'ES incontrollabile che ricerca attivamente il tracollo, ma non tiriamo troppo. Sulla pagina ripetizioni, rimandi, “Mi guardai le mani e vidi che erano piccole: con tutte le linee al posto giusto”.

Anna racconta di sé e della sua crescita contorta; la madre e le sue relazioni con una sfilza reale o immaginaria di scappatelle, la nonna che le vuole bene e Anna che non sa come rivolerle bene a sua volta, una notte con Chicca e due ragazzi in una grotta, l'abbandono esponenziale a una sessualità incontrollata, usata più per ferirsi che per effettivo divertimento. La Voce non vuole lasciare Anna, la invita a fare un uso di sé senza freni e a lasciarsi indietro ogni volta qualcosa di più. Se penso ad Anna, la vedo come una trottola bellissima e impazzita, che non sa come fermarsi ma che presto farà un buco nel pavimento e ci scivolerà dentro.



La questione del punto di vista è centrale; la voce narrante è quella di Anna, ed è difficile stabilire fino a che punto sia affidabile. Nemmeno Anna sa chi sia Anna, quindi figuriamoci quanto possiamo legittimamente fidarci, né di chi si possa davvero fidare Anna. Di sua madre, di sua nonna, di sé? Di certo non dei tizi a cui si mette in mano – anche se “mettersi in mano” può non essere il termine adatto, il romanzo copre dall'infanzia e prosegue nell'adolescenza, ma non va oltre.

Dovrei fare cenno a come Anna si getta in una sessualità scevra di misteri e romanticizzazioni fin dagli albori, dalla sera nella grotta con la Chicca a dodici anni, incontri che appaiono logori fin dal principio. Dovrei assolutamente parlarne, e aggiungere qualcosa sul suo mutare d'abito a seconda del Principe di riferimento, e dovrei dilungarmi sulla ricerca di uno scontro con la famiglia e la perdita delle catene che la tengono ancorata alla realtà. Eppure, a rivedere la sua esperienza scolastica, Anna sembra tutto fuorché una causa persa. Chi la legge e la pensa sa che non tiene mai il focus su se stessa, è una continua adesione alle aspettative sconvolte e interiorizzate di altre persone; ma Anna da piccola è studiosa, abbraccia la nonna, obbedisce alla madre. All'inizio delle superiori ha ottimi voti, si butta a capofitto nella pallavolo, si allena con diligentissimo ardore, e chi sta intorno a lei che ne sa, che lo fa per poter mettere un segnalino di possesso sul contenitore che suona a vuoto del ragazzo più bello della classe?

Anna è una figura profondamente tragica, smarrita al punto che non sai che farne per paura che scappi ancora più lontano. E non delude, in questa aspettativa. Per tutto il corso del romanzo, assistiamo ad Anna che scivola via.

mercoledì 22 maggio 2019

Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj

Per un certo periodo, Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj è stato il libro che dovevi leggere; come L'amica geniale, per intenderci. È capitato che fosse candidato al Premio Strega, e non è poco per una raccolta di racconti edita da una casa editrice piccola e novella, Racconti Edizioni, tanto per non fare confusione. Quando l'anno scorso mi sono presentata allo stand della casa editrice, l'ultimo giorno poiché si sa che è il momento degli sconti, l'avevano esaurito, e io sono rimasta con la voglia di leggerlo, che comunque si accompagna alla voglia di leggere centinaia di altri libri, e il tempo è quello che è mentre i miei scaffali strabordano, quindi...



Poi me lo sono trovato davanti in biblioteca, e allora che fare, se non abbrancarlo come un condor che dall'alto sospira odore di carogna? Mi ci sono lanciata, dopo un paio di settimane nel Limbo – cioè la pila di libri da leggere accanto al letto che al momento misura poco meno di un metro – ho iniziato a leggerlo. Il primo racconto mi ha stordita, perché attacca a Piazza Vittorio, qui a Torino, e mi fa sempre un po' strano trovare sulla carta i luoghi che abito; poi i racconti si sono susseguiti uno dopo l'altro, e continuavano a convincermi. Finito uno, iniziavo l'altro. Difficile dire quale sia il mio preferito. Quello dei raccoglitori di televisori rotti? Quello dell'appuntamento con la fiamma delle superiori che non ingrana? Quello della riverginazione ipotetica di una ragazzina? Difficile da dire; forse l'ultimo, quello che dà il titolo alla raccolta. Ma di che parla, poi, 'sta raccolta?





Abbiamo Elvis Malaj, dunque, un giovane adulto che se mi facessi dei gran complessi definirei “ragazzino”, perché ha un paio anni meno di me – è del '90 – e si è soliti rinnegare l'altrui età adulta per potersi smerciare ancora come virgulti a 30, 40, 50 anni – scherziamo, signora? È giovanissimo, 60 anni compiuti ieri. Elvis, dicevo. Elvis ha 28 anni ed è nato in Albania, il che lo rende tecnicamente albanese. Non so se sia il caso di approfondire o meno il discorso; a unire coerentemente la raccolta risalta l'origine dell'autore, in multipli ritratti di albanesi, perlopiù maschi e perlopiù giovani. Racconta diversi modi di essere stranieri in Italia, anche il non essere stranieri, che sembra declinare a scelta. Ma non è sempre una chiave di lettura necessaria; certe storie rimarrebbero in piedi pure togliendoci da dentro l'Albania.



Dal tuo terrazzo si vede casa mia ho finito di leggerlo al Salone del Libro. Non ricordo che giorno fosse e non ho davvero voglia di controllare, anche se mi basterebbe dare un'occhiata a Instagram. Ho postato lo screen di uno scambio di battute, irritata a bestia, e poi sono andata avanti con la lettura e mi è venuto da piangere e avrei voluto postare un altro screen, ma uno bastava e avanzava, tanto più che avevo condito con una velata minaccia a Malaj di spicciargli casa, che avrò ben ragione, cosa gli viene in mente di estrarre dalla propria testa di scrittore cose che gli fanno male e piazzarle negli occhi del lettore così, a pungerlo a gratis, da lontano, bello sicuro dentro le sue mura?





Elvis Malaj scrive in un modo che ti viene voglia di sfasciargli la macchina; in senso buono. E non è che tracci queste grandi trame complesse, che si diverta a sconvolgerti con colpi di scena a effetto. Sono vite normali di persone normali, o sono vite normali di persone strane o viceversa. Nel caso dell'ultimo racconto, è la vita normale di un tizio che fa qualcosa di strano – scavalca un balcone per annaffiare le piante della vicina di casa in vacanza e si trova davanti la figlia della padrona di casa – e... beh, è tutto lì. Tutto lì e nella visione del mondo del protagonista, tanto chiara e lucida e consapevole da fare male. E visto che l'essere umano è fragile almeno quanto è coriaceo, ahia, Elvis. Ahia.

venerdì 17 maggio 2019

Il mio Salone del Libro - Intervista a Francesca Frigerio, traduttrice di Rebecca West

Mi sembrano passati mesi, ma a mettere insieme i giorni non si ottiene neanche una settimana intera; sabato scorso ero al Salone del Libro e intervistavo Francesca Frigerio, traduttrice di Rebecca West per Fazi (ora) e per Mattioli (prima). L'incontro me l'aveva proposto Cristina, l'ufficio-stampa di Fazi, e io mi ero preparata col timore di chi è abituato a presentarsi impreparato a questo tipo di eventi. Mi ero presa un quaderno apposta per le interviste – l'ho già dissacrato con pieghe e orecchiette – e avevo letto diversi pezzi su Rebecca West, come questo e questo. E poi avevo passato il sabato pomeriggio a vagare per gli stand e molestare editori, a titolo personale e a titolo della rivista Spore.

Chi è Rebecca West? Per quanto concerne chi segue questo blog, è colei che ha scritto della famiglia Aubrey in una saga famigliare di cui sono usciti per ora soltanto i primi due volumi, La famiglia Aubrey e Nel cuore della notte; ce ne attende ancora uno; doveva essere, in origine, una quadrilogia, ma dell'ultimo ipotetico volume non rimangono che appunti raffazzonati. Nata a Londra nel 1892 col nome di Cicely Isabel Fairfeld, prende il suo pseudonimo dall'eroina di una novella di Ibsen, per i suoi tratti femministi. Non conoscevo la Rebecca femminista, nonostante la sua posizione in materia appaia molto chiara nei romanzi; eppure in giro per l'internet ho trovato soltanto l'affermazione del 1913, “Io stessa non sono mai riuscita a capire che cosa significhi con precisione femminismo. So soltanto che mi definiscono femminista tutte le volte che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino o da una prostituta”. E invece era una suffragetta, e credeva in una sorta di solidarietà femminile – cosa che oggi risulta sessista, ma che ai tempi sarà stata una difficile necessità – ma ne chiacchiererò poi con calma.



Una delle prime domande che ho posto a Francesca verteva, banalmente, su come fosse entrata in contatto con gli scritti di Rebecca. “Per caso, durante una ricerca finanziata dall'università sulla Londra nella scrittura femminile del '900. Non si sapeva chi fosse, c'erano giusto una ventina di righe in un articolo. A Londra ho trovato Harriet Hume, scritto nel 1929, ed è rimasto il mio preferito. Una Londra un po' magica, con la protagonista a metà tra una strega bianca e una musicista.”

In seguito ho fatto qualche traduzione per Mattioli; il catalogo era molto maschile, e quando ho proposto Rebecca West ho chiesto all'editore di leggere una sola pagina della Famiglia Aubrey di fronte a me, e se non fosse piaciuta non avrei più insistito. L'editore è arrivato alla quindicesima riga, ha chiuso e ha detto 'Si fa'. Nel giro di due anni avevamo tradotto tutti i volumi. Baricco scrisse una recensione entusiastica su Repubblica e la prima edizione andò esaurita. Tempo dopo Neri Pozza ha pubblicato Il ritorno del soldato.”



In Italia però la pubblicazione di Rebecca West è stata discontinua, mai completa.” ho fatto presente.

Francesca mi ha rassicurata; è colpevolmente vero – colpevolmente dal punto di vista letterario, perché in un mondo dei libri ideale, ci sono scrittori di cui tutto dovrebbe essere disponibile sempre, in qualsiasi luogo, in qualsiasi lingua – ma Fazi si appresta a correggere l'anomalia, almeno per quanto riguarda la narrativa, con un'uscita all'anno. Quando le ho chiesto se Harriet Hume fosse in programma, non mi ha potuto rispondere, perché evidentemente sono cose ancora da definirsi in casa editrice, o magari c'è un po' il gusto della suspance. Io ci spero un sacco, me l'ha presentato troppo bene, – negli appunti non sono riuscita a far stare tutto, le mie competenze stenografiche non sono un granché. Se vedeste i miei quaderni, se solo vedeste i miei quaderni...

Con Francesca abbiamo chiacchierato dei reportage scritti da Rebecca tra gli anni '60 e gli anni '80, soprattutto del reportage Black lamb and grey falcon scritto nel 1941 in seguito a diversi viaggi in Jugoslavia, del suo ruolo di giornalista di punta ad assistere al processo di Norimberga, della Rebecca West Society of America, istituita dai suoi nipoti, con cui aveva un rapporto meraviglioso.



Mentre col figlio, Anthony...” ho accennato, e Francesca ha deviato per seguirmi, e dalla bibliografia di Rebecca siamo passate a chiacchierare della sua biografia.

Il rapporto col figlio è stato molto difficile. Rebecca viaggiava sempre, non ha sacrificato la carriera alla maternità. E Anthony ha saputo chi fosse suo padre soltanto da adolescente (per volontà del padre stesso, lo scrittore H.G. Wells); quando Rebecca rimase incinta, e aveva appena iniziato la sua carriera di attrice, Wells la fece spostare in un cottage isolato per mettere tutto a tacere.”

Anthony scriverà della sua relazione con la madre nel romanzo Heritage, che Rebecca cercherà disperatamente di non far pubblicare, perché attraverso il personaggio egoista di un'attrice la accusa pubblicamente di essere stata una cattiva madre. 'Nessuno nella storia perdona una donna il cui figlio definisce una cattiva madre', scriverà Rebecca. Con Anthony i rapporti saranno sempre tesi, ma con la nascita dei nipoti ci sarà un riavvicinamento.”

Qui, lo ammetto, i miei argomenti hanno tentennato. Ritengo spiacevole che a parlare di autori uomini si taccia sulle loro vite – a meno che non abbiano vite dannate come Hemingway e London – mentre con le autrici è tutto un fiorire di “Ma mi dica, signora mia, come ha fatto a conciliare famiglia e lavoro? Avrà mica sacrificato la sua vocazione di madre e casalinga? Ci dica mentre impasta il pane, signora mia”, e sarei anche meno amara sul tema se giusto un paio di settimane fa non mi fosse capitato sotto gli occhi il titolo di un'intervista a una scrittrice che presentava – solo nel titolo – tre o quattro stereotipi femminili becerissimi da sputare in faccia all'intervistatore, al direttore editoriale e dissacrare le tombe dei loro antenati. Parole mie, Francesca è innocente.



Quello a cui volevo arrivare era la forte incoerenza tra la Rebecca che scrive e la Rebecca nei suoi rapporti con gli uomini; tra una Rose fortemente e lavorativamente indipendente, la crudezza con cui è raccontata la relazione tra i genitori – padre che gioca d'azzardo e sperpera quel poco che la madre riesce a mettere da parte – e la Rebecca che si lascia esiliare da Wells, - e qui possono anche essere follie di gioventù – e che in età più avanzata permetterà al marito di instaurare in casa la giovane segretaria con cui aveva una tresca. I tempi erano diversi, va bene. Ma Rebecca quei tempi li aveva capiti, e vedeva il giusto, almeno – letteralmente – sulla carta.

Aveva un rapporto sottomesso con gli uomini” ha ammesso Francesca, e credo che condividesse la mia perplessità, “come se dovesse pagare il prezzo del suo successo, come scriverà in una toccante lettera alla sorella. Con Rose trova una conciliazione; è una musicista con una carriera, ma ha anche una vita privata che...”

E qui taccio, che gli spoiler sulla Famiglia Aubrey già me li sono beccati io, a voi li risparmio. Diamine.

Ma oggi Rebecca è capita?”

Sì, è capita. In questo momento le saghe vanno bene, c'è un forte ritorno alle storie famigliari...”

Ma non era questo che volevo sapere, la mera questione del pubblico e delle vendite.

Crede che il pubblico la veda come una scrittrice 'al femminile'?” - che è un po', come si può facilmente intuire, una generalizzazione di stili e intenti che mi infiamma le sacre ovaie di molotov.

La risposta è stata rassegnata e sincera. La questione di piazzamento del prodotto Rebecca è intricata. Chissà perché, non ho trascritto l'esatta risposta. Ma seguendo il filo degli appunti, siamo tornate a parlare del rapporto di Rebecca col femminismo, del suo attivismo, dei suoi articoli sferzanti, delle sue amicizie lunghe una vita.





Aveva una fittissima rete di amiche, prendeva sotto la sua ala le scrittrici esordienti che le interessavano, arrivando a ospitarle sotto il suo tetto per permettere loro di scrivere. Nel '69 Antonia Frazer pubblica una biografia di Maria Stuarda e le scriverà in toni entusiastici. Sarà amica e rete di sicurezza anche di Anais Nin di Nadine Gordimer.”

Non conoscevo questa Rebecca,” ho commentato, perché di questo suo entusiasmo per l'altrui sorte non avevo letto da nessuna parte “sembra una persona meravigliosa. Avrei voluto che fosse più felice.”

Ma è stata felice.” mi ha rassicurato Francesca “A prescindere da tutto il resto, non ha mai abbandonato la scrittura. Scriveva sempre. E ha avuto amicizie lunghe una vita, e a ottant'anni passati è volata sul set di Il ritorno del soldato di Alan Bridges, ancora arzilla.”

E credo tutto sommato che Francesca avesse ragione, lei che la conosce meglio di me, perché l'atto di traduzione è fortemente conoscitivo, entri nelle frasi di una persona per assimilarla al meglio, che devi vederla chiara quando la rileggi.
Rebecca West.
(quanto spero di leggere presto Harriet Hume, diamine).

mercoledì 15 maggio 2019

Il mio Salone del Libro - tra Nona Fernandéz e Stefano Benni

Quest'anno il Salone del Libro è stata una faccenda piena; sono andata tutti i giorni, facendomela perlopiù a piedi da casa fino al Lingotto – perché spendere soldi in biglietti della metro quando puoi spendere in libri?

Il primo giorno, come raccontavo nello scorso post, l'ho trascorso importunando gli editori nel pieno del loro lavoro col Salone dell'Oca; il secondo me la sono presa più comoda, sono arrivata al Lingotto nel primo pomeriggio e come prima cosa sono andata alla ricerca della Plaza de los lectores, dove stava per iniziare la presentazione dell'ultimo romanzo di Nona Fernandéz, Fuenzalida, in uscita per Gran vìa.



Nona Fernandéz non l'ho conosciuta grazie a Gran vìa, ma quando Edicola Edizioni, che avevo incrociato al Salone del Libro di chissà quanti anni fa, mi ha spedito Space Invaders. Poco dopo ho letto Mapocho, ed è lì che il mio amore per la scrittura di Nona è esploso. Il suo modo di modellare le scene, di sobillarle alla mente del lettore, quel rimando costante alla storia del Cile come se fosse una storia personale.

L'incontro è stato alle 17.30 all'Oval – bello spazio, da questo punto di vista gli organizzatori hanno fatto ottime cose; tralasciamo per ora il resto – e sono riuscita ad assistervi per miracolo, accaparrandomi l'ultimissimo posto libero in sala, calpestando indegnamente le persone già sedute, notare la mia espressione lieve, come quella di una lepre che si abbaglia dei fari di un'auto.




A intervistarlo c'era Giovanni Dozzini, giornalista, traduttore e autore di E Baboucar guidava la fila, a lato della sala Bruno Arpaia. Nona aveva un'aria sveglia e arzilla; ha un viso un po' lungo, e la faccia di una persona che sorride molto. Il giorno prima avevo approfittato di un passaggio del Salone dell'Oca per ritirare la mia copia di Fuenzalida, speravo di leggerne un po' per prepararmi all'incontro. Non ne ho lette che poche pagine, il giovedì era stato troppo intenso, ma quelle poche pagine mi erano rimaste impresse.

Non è un caso che l'incontro sia iniziato con una domanda sul rapporto tra la storia del Cile e i romanzi di Nona; scrive molto reportage, accanto alla sceneggiatura di telenovelas, e a prescindere dal genere di quello che intende iniziare a scrivere, prima o poi finirà per infiltrare la dittatura di Pinochet. Come mi domandavo pure io – quanto diretto sarà il legame tra la letteratura del secondo dopoguerra che riandava al conflitto, e la letteratura latino americana contemporanea? – Giovanni ha chiesto a Nona come si approcciasse ai suoi libri, se iniziandoli sapesse già quando la Storia avrebbe iniziato a infiltrarsi nella storia. La risposta di Nona è stata duplice. Molte volte, ha detto, inizia un romanzo proprio perché ha bisogno di parlare di un aspetto della dittatura, altre si dice che la terrà fuori dal libro, almeno questa volta, ma poi ne parla comunque. La scrittura, dopotutto comprende il proprio punto di vista, e quello varia a seconda della propria esperienza. Nona è nata nel '71, e il golpe di Pinochet è stato nel '73; la dittatura è parte della sua storia, “che mi piaccia o no”, ha aggiunto.



Un altro argomento di cui ha chiacchierato è la creazione di personaggi malvagi fortemente umanizzati, mostrati nella loro crudeltà e nelle loro debolezze, con cui è facile empatizzare in mezzo all'orrore. Nona ha spiegato che le interessa raccontare la zona grigia in cui ci troviamo tutti, lontani dalle semplici dicotomie buono-cattivo. La Storia racconta il male come se fosse lontano, spogliando figure significative di quello che le rende persone. I cattivi diventano date, battaglie, editti, istanze sbagliate che con noi non c'entrano nulla. Ma i cattivi sono persone come noi che hanno fatto una scelta. “E non è per giustificarli,” ha spiegato “ma per far capire che la malvagità è un'opzione, una scelta.”

Ha parlato della notte del '73, quando tanti hanno festeggiato per il golpe bevendo champagne, di come nessuno si aspettasse che la dittatura militare sarebbe durata 16 anni. La classe media cilena all'epoca non aveva molto accesso all'informazione, era poco istruita e aveva pochi mezzi per capire la portata di quanto stava avvenendo. Il paese è scivolato in una dittatura dolcemente, senza rendersene conto.

La domanda su Altaforte, a questo punto, era scontata. E ci voleva, la trovavo necessaria. “In democrazia, dove può arrivare la libertà di espressione?”
 La risposta di Nona era quella che speravo; la democrazia dev'essere protetta, la libertà di azione deve trovare un limite. "In Italia sta accadendo quello che accade in Brasile, in Cile, in Argentina. Bisogna essere intolleranti con l'intolleranza, e mettere limiti a chi cerca di mettere dei limiti.”

Il discorso è ampliabile, pieno di “ma”, “forse” e ulteriori limiti da aggiungere ai limiti. Chi costeggia per un motivo o per l'altro il mondo della letteratura, e soprattutto dell'editoria, nelle scorse settimane ha assistito a un'infiammatissima discussione politica come non se ne vedevano da anni. Intellettuali che dibattono con altri intellettuali – e non – di cosa sia giusto fare in una situazione delicata che impone una netta presa di posizione sulla faccenda “propaganda fascista” e “diritto di espressione”. Sono state giornate stranamente intense, in cui lo scambio di opinioni fioccava nelle chiacchierate tra amici e sui profili social di chiunque incrociasse anche per sbaglio il settore culturale. Il mondo degli intellettuali è tornato a impregnarsi in quello della politica, del fatto storico contemporaneo. E ci aspettavamo tutti le reazioni dei Wu Ming, di Zerocalcare e di Michela Murgia; ma poi la macchia d'olio si è allargata e lo sterco ha iniziato a schizzare sul consiglio del Salone del Libro da ogni dove, ed è andata com'è andata. Ci sarebbe da discuterne, ma c'è chi l'ha già fatto tanto e ampiamente, mi limito a proporre ancora un paio di link qui e qui.



Il problema, ha continuato Nona, è che quando Donald Trump è salito al potere tutto il fascismo del mondo, tutta la stupidaggine del mondo sono usciti dal vaso di Pandora, e sarebbe ora di chiudere quel vaso.

Nona ha parlato anche della sua organizzazione metodica, del suo lavoro di sceneggiatrice e come i linguaggi di un media finiscano per incrociarsi con quello dell'altro, del lavoro del lettore che non deve essere imboccato, ma che deve mettere del suo in risposta a quello che scrive l'autore.

È stata una presentazione più affollata di quanto mi aspettassi – la sala non era grandissima ma ripeto, l'ultimo posto – ed è stata parecchio interessante. È sempre bello sentire parlare gli scrittori di come scrivono, ma questa volta ho pure trovato parecchio importante la discussione sul rapporto tra ambiente e storia – e Storia.



Poi sono corsa a mettermi ordinatamente in coda per ascoltare la presentazione dell'ultimo libro di Stefano Benni; un autore che un po' mi ha cresciuta, quello di cui non mancavano mai i libri in casa. Penso che ce ne sia uno in ogni casa di lettori, per una delle mie coinquiline di Milano era Andrea Camilleri. Quando vedo il Lupo, mi rivedo a sfogliare Spiriti alla fermata dell'autobus, o nel magazzino della biblioteca a cercare quel paio di libri che mio padre, chissà perché, si era dimenticato di comprare, – Dottor Niù, Baol, Elianto – anche se gli piacevano tantissimo.



È stata una presentazione interessante, voci e piano e narrazioni; il Lupo sembrava stanco, il canto del piano e delle pagine – è un libro polifonico in tutti i sensi, scritto in versi per partitura – risuonavano forti in una sala grande. Ne sono uscita un po' tramortita, esausta per il lavorio continuo delle mie meningi, e sono filata a casa con le dediche di Nona e del Lupo in borsa, un sonno pesantissimo e una strana voglia di rivedere The Breakfast club e Buon compleanno, Elvis! di Ligabue in testa.

Giornata piena, giornata pesante. Difatti ho dormito pesantissimo.

giovedì 9 maggio 2019

Il Salone dell'Oca, un gioco importuno a #SalTo19

C'è una cosa che ho iniziato a fare l'anno scorso in occasione del Salone del Libro, e che spero di portare avanti per un bel po', perché la trovo parecchio divertente – pure stancante, eh – e perché mi permette di conoscere un sacco di realtà editoriali che altrimenti difficilmente avrei conosciuto. Trattasi del Salone dell'Oca; si parte da un editore, gli si chiede di consigliare:

  1. Un proprio libro;
  2. Un libro di un altro editore indipendente;

L'altro editore sarà la seconda tappa e così via, si ripete finché se ne ha voglia o, nel mio caso, fino alla chiusura della fiera.

Qual è lo scopo del gioco?

Conoscere nuovi editori, farsi consigliare qualcosa in cui credono, creare una mappa di rimandi correlati tra loro soltanto dall'amore per la lettura. 






Quest'anno l'abbiamo iniziato con un piede sfalsato, che mi ero ripromessa di fare le cose per bene e lasciare che fosse il caso a indicarmi la via. Mi sono portata dietro qualche dado – ho dimenticato il d10, ci tenevo – e ho lanciato nel bel mezzo del padiglione 1. Sono approdata da un editore che conosco e apprezzo, e che tuttavia non ha saputo consigliarmi nessun collega presente al Salone, – il che è davvero un peccato, perché ce ne sono così tanti e così belli che davvero non basta una giornata sola – dunque ho fatto di testa mia e sono rimbalzata di mia sponte da Zona 42, dove il buon Giorgio mi ha consigliato con orgoglio Area Express del buon Ian McDonald, vincitore del premio Italia sia per la traduzione di Chiara Reali (mi aveva strabiliata con Desolation Road) che come miglior romanzo trasposto in Italia.





Giorgio mi ha poi mandato da Exòrma, dopo avermi descritto con un entusiasmo disarmante – che bello vedere quest'amore per i libri, manco fosse figlio della Zona – Neghentopia, fantastico distopico di Matteo Meschiari con illustrazioni di Rocco Lombardi. Allo stand di Exorma mi ha accolto una ragazza di cui ora non ricordo il nome perché sono una bestia per 'ste cose – scusami scusami scusami – ma che ha riconosciuto il nome del blog e mi ha pure fatto un sacco di complimenti; gli editori mi hanno poi sparaflashato Animali non addomesticabili di Paolo Morelli, Giacomo Sartori e Marino Magliani, una raccolta di racconti in cui gli animali prendono la parola, e lo fanno senza subire l'interpretazione umanizzante in cui noialtri umani siamo soliti incasellarli, con i toni che cambiano profondamente a seconda degli autori.





Da Exòrma mi hanno consigliato Mapocho di Nona Fernandez (e hanno fatto benone, l'ho adorato) e sono dunque passata a Gran via – tra l'altro dovevo ritirare la mia copia di Fuenzalida, Nona Fernandez lo presenta venerdì alle 17.30 e voglio farmi trovare un minimo preparata – dove mi hanno consigliato La casa del dolore altrui di Julìan Herbert; Gran vìa tiene molto al reportage e alle narrazioni ibride, in cui rigore giornalistico e sentire umano si incastrano, e il libro di Herbert si presta bene a esemplificare tutta la collana dedicata al genere. Riprende un piccolo genocidio avvenuto nel 1911, quando la comunità cinese di La Laguna viene massacrata dalla popolazione messicana. Le dita mi si sono fermate sulla tastiera per cinque minuti buoni, perché a parlare di morte e genocidi verrebbe sempre da aggiungere qualcosa, come a volerne distanziare l'orrore; ma non c'è niente che io possa dire che possa lenire alcunché, a distanza di un secolo e oltre. Passiamo a Edicola Edizioni e restiamo con Nona, che da Gran vìa mi hanno consigliato Space Invaders.





Da Edicola ho iniziato a sentire quanto questa edizione del Salone si sia stretta attorno al valore civile dell'antifascismo; gli anni scorsi ce ne stavamo bel belli a pensare a quanto sia bello leggere, a quanto la cultura meriti di essere difesa e diffusa, al padiglione 5 che nessuno si filava etc. Quest'anno ho visto tante piccole bandiere rosse e nere e... beh, vedrete pure voi andando avanti col post che i consigli hanno virato spesso dal lato giusto della ragione. E non dico “a sinistra” perché non voglio dipingere l'antifascismo come “di sinistra”; non c'è bisogno di essere di sinistra per avere in odio le camicie nere, pure mio nonno democristiano faceva la staffetta.

E dunque, dopo tutta 'sta pappardella vi dico che da Edicola mi hanno consigliato il loro giovane Paradiso Italia, creazione ibrida tra fumetto, illustrazione e fotografia di Mirko Orlandi, nata dall'immersione dell'autore nei luoghi e nelle comunità clandestine di cui si parla tanto e si conosce poco. Mirko ha vissuto con quegli ultimi che spesso non riusciamo a considerare e ne ha tirato fuori... beh, questo. Ogni tanto ci si dimentica che l'arte può anche essere utile e vicina.





Da Edicola mi hanno spedita dritta verso Red Star, che non conoscevo, consigliandomi Il canaro di Luca Moretti, romanzo-reportage di un efferato omicidio risalente al 1988. Lì mi hanno caldamente presentato una delle ultime uscite, Cuori partigiani – calciatori professionisti nella Resistenza italiana di Edoardo Molinelli, e credo non siano necessarie ulteriori spiegazioni.





Da Red Star mi hanno sparata verso L'Orma Editore, che adoro visceralmente, con Guerra di Ludwig Renn, un'opera autobiografica sull'esperienza dell'autore nella Grande Guerra. Dall'Orma mi hanno consigliato Il solco di Valérie Manteau, romanzo-reportage sull'omicidio di Hrat Dink, un giornalista armeno fatto uccidere da Erdogan, prima di spedirmi da Racconti Edizioni con Stamattina stasera troppo presto di James Baldwin.


Ho fatto presente al tizio di Racconti che avevo nello zaino Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj, che ho iniziato a leggere giusto ieri sera in ritardo di un anno buono rispetto all'esplosione del fenomeno Racconti – l'avevano candidato allo Strega, ed è sempre un colpaccio, pure più che vincerlo – e si vedeva che era contento; lo so che dovrebbe essere il minimo sindacale, la cosa più scontata del mondo, però vedere la passione che ci mette 'sta gente a fare quello che fa è bello. Bello e basta. Ma dicevo, da Racconti mi hanno consigliato La casa della fame di Dambudzo Marechera, autore alter-ego della letteratura africana assai in voga tra gli anni '60 e '80, una scrittura cruda e d'impatto ad aprire la nuova collana di novelle, Gli Scarafaggi. E poi mi hanno mandata da Pidgin Edizioni con Problems – stupefacenti complicazioni di Jade Sharma.




Pidgin è una di quelle realtà editoriali che esemplificano perfettamente il motivo che mi ha portata a creare Il salone dell'oca. Poche proposte ben scelte, belle grafiche, una direzione ben definita che si chiama “mi piace leggere e mi piace far leggere”. Narrativa contemporanea e robe fighe; Mr. Pidgin mi ha consigliato Il convalescente di Jessica Anthony, protagonista Rovar Akos Pfliegman, un tipo rozzo e muto che vende carne da un autobus in Virginia, attraverso il quale viene narrata la storia della sua strana stirpe di sfortunati, dall'Eurasia all'Ungheria. Da Pidgin sono stata poi spedita a meno di due passi in quel di Inknot con La volontà del chimico di Mauro Orogallo, e per Inknot vale la stessa cosa che dicevo per Pidgin; quell'entusiasmo, gente, quell'entusiasmo.






Da Inknot mi hanno parlato moltissimo di Notte senza Luna di Maurizio Landi; parte tutto dal quarantesimo anniversario dell'allunaggio, una notte in cui la Luna non si fa vedere e intanto scoppia un blackout, e le vite di quattro personaggi si legano, e c'è quello che la tecnologia sembrava promettere e la disillusione che ci ritroviamo in mano e... beh, altre cose. Tante. Da Inknot, frattanto, mi hanno mandata da Valtrend con un giallo storico, L'osco di Stefano Cortese.





Da Valtrend mi parlano di Il lettore di Baghdad, raccolta di racconti di Jabbar Yassin Hussin, e poi mi mandano da Alessandro Polidoro col titolo Big Banana.





Non avevo mai sentito parlare neanche di Alessandro Polidoro, e ammetto che storco un po' il naso quando una casa editrice prende il nome del fondatore – non vale per gli editori vecchiotti, quando questo tipo di battesimo era la prassi – ma sono stati belli da vedere e conoscere. Mi hanno consigliato Il camorrista di Giuseppe Marrazzo, il libro inchiesta che ha ispirato Tornatore, incentrato su Raffaele Cutolo, la mente criminale cui si deve il riassetto organizzativo della Camorra.





Da Polidoro sono passata a D Editore con Cronofagia di Davide Mazzocco, e lì mi hanno estasiata parlandomi di Hamlin Garland e dei suoi Racconti del Dakota, di come abbia ispirato Steinbeck e Faulkner, delle sue battaglie per i diritti delle donne, - marciava in gonnella insieme alle suffragette, non dev'essergli andata benone – della sua America fatta di umili contadini. Dicevo, l'entusiasmo.





Da D Editore sono saltata a NN con Crepuscolo di Kent Haruf; e come ogni volta che raggiungo lo stand NN mi perdo e mi ipnotizzo, che nutro una passione eccessiva per le loro grafiche e per l'esperienza tattile delle loro copertine – ho un problema, non infierite – ma sono poi stata richiamata da un tizio – probabilmente qualcuno interno a NN – che si è defilato non appena ho chiesto di parlare con qualcuno della casa editrice, probabilmente temendo stessi per estrarre un manoscritto dallo zaino. Mi è stato amorevolmente consigliato Canta spirito canta di Jesmyn Ward, autrice che ancora non ho provato, e poi mi hanno mandata da Mattioli 1885 dalla bibliografia di Andre Dubus – altro autore che mi manca, e da lui non so neanche da dove iniziare.





Da Mattioli, lo ammetto, mi è un po' partito l'ormone del bibliofilo, perché hanno ristampato alcuni classici della letteratura americana con le copertine originali, e vedere Il grande Gatsby con quella veste grafica, capite bene, era tardi ed ero stanca e potrei aver manifestato il mio entusiasmo un po' troppo coloritamente.

Cioè, potrebbe essermi sfuggito un “bastardi”, ma potrei anche essere riuscita a trattenerlo.

Per oggi – anche perché è quasi domani, sono le 23 passate – il Salone dell'oca si interrompe, ma non è detto che non lo porti avanti nei prossimi giorni. Ci sono un sacco di editori che mi piacerebbe salutare/importunare, e se non conoscevo diverse realtà che mi paiono ottime tra quelle che mi sono state consigliate oggi, chissà quante altre ce ne sono. Editoria indipendente, sei tanta e sei bella.

E io ho sonno, e domani c'è ancora il Salone.

sabato 4 maggio 2019

La sorella cattiva di Véronique Ovaldé

Quando leggiamo, va da sé, ricerchiamo l'empatia coi personaggi che ci vengono presentati. Per vivere a fondo il libro dobbiamo capirli, entrare in sintonia col loro sentire, provare quello che provano. È per questo che leggere Lolita di Nabokov mi è risultato intollerabile, è per questo che la lettura di Il profumo di Suskind mi ha disturbata per giorni.





Sto leggendo molto, in questo periodo – non abbastanza; c'è un abbastanza? – e sul finire del romanzo di cui mi accingo a trattare – ci arriverò con calma – mi sono resa conto di un aspetto che mi rende facilissimo scivolare in un libro con la grazia di chi indossa le pattine sulla cera appena passata. È una sensazione che ho provato leggendo Purity di Jonathan Franzen e Le risposte di Catherine Lacey, e un sacco di altri romanzi di cui non ricordo il titolo. È la prospettiva interna di una ragazza-donna che si cerca ma non si trova, che si perde nel momento stesso in cui inizia a cercarsi. Il senso del mondo sfalsato, non tanto il non capire il mondo, quanto il capire di non capire il mondo.


È la prospettiva di queste protagoniste ad agganciarmi, a prendermi per mano e trascinarmi dentro il libro, a vivere con loro e vedere con loro. Mi prende la vicinanza tra le nostre confusioni, e non posso fare a meno di immedesimarmi, e di cercare una risposta in mezzo al loro vivere. Mostratemi i vostri passi falsi, tizie confuse, così aggiusto il tiro dei miei.





La sorella cattiva di Veronique Ovaldé, dunque, edito da minimum fax nel 2015 nella traduzione di Lorenza Pieri. Un po' biografia – scritta da chi? Non si sa – e un po' meta-romanzo, visto che la protagonista è una famosa scrittrice che ha esordito con un romanzo auto-biografico intitolato proprio La sorella cattiva, punteggiato da brevi capitoli pieni di immagini, odori, impressioni sul mondo intorno. Veronique Ovaldé si prende delle libertà che contrastano le regole dell'arte affabulatoria, ma senza esagerare, senza mai sforare nell'ingestibile, nello spiacevole, nel troppo che interrompe la lettura perché grida “autore che vuole strafare” senza riguardo per il lettore che vorrebbe pure godersi la trama.



La trama, dunque. C'è Maria Cristina Vaatonen che ha tra i venti e i trent'anni, una carriera avviatissima di scrittrice e una bella vita in California; una gatta che si chiama Jean-Luc, una bottiglia di gin sempre in fresco, una governante la cui presenza a volte la fa sentire classista. Ha un passato ingombro di ostacoli, un'infanzia soffocata dalla madre ultra-religiosa in un paesino che si destreggia tra uber-cattolicesimo e la comunità dei mennoniti, un padre assente, una sorella quasi gemella con cui intrattiene un rapporto di amore e rivalità fino al fattaccio dei quattordici anni.






Il romanzo inizia con la madre di Maria Cristina che la chiama per dirle che deve tornare a casa; la sorella Meena ha avuto un bambino, Peeleete, e Maria Cristina deve venirselo a prendere e portarselo in California. Deve adottarlo, prendersene cura, e Maria Cristina non sa bene come reagire, prima sceglie la facile risposta dell'alcol, poi l'ex-amante Claramunt, poi il consiglio dell'amica Jeanne. Torna indietro a cercare le risposte, inizia il viaggio e ci arriva la sua storia, il suo passato, l'arrivo al presente, una storia raccontata per sommi capi molto importanti.


Come si legge La sorella cattiva, e come se ne parla? È la storia strana di una ragazza strana che stringe legami strani. Ma è anche una storia in mezzo a tante storie, una vita in mezzo a tante vite; credo valga un po' per tutti.