mercoledì 13 novembre 2019

La meravigliosa lampada di Paolo Lunare di Cristò


Di Cristò non ho letto tutto, ma è uno di quegli autori di cui voglio leggere tutto. Anche per rendermi conto di come il tempo gli ha cambiato la scrittura, per temi e stile, vedere da che parte sta nelle diatribe interiori dei personaggi, dove si ferma l'indulgenza dell'autore – che forse è autoindulgenza, dipende da quanto l'autore sia nel personaggio e viceversa. Che poi la bibliografia di Cristò non è una cosa così spaventevole e sterminata – per dire, Philip Roth, ho adorato Pastorale americana e Il teatro di Sabbath, ma tutte quelle decine di titoli mi annichiliscono, per mole e per probabilità di sòle – prima di La Carne – che era uscito per Intermezzi anni fa ed era stato un mezzo caso editoriale – e Restiamo così quando ve ne andate ha pubblicato giusto altre tre opere, e prima o poi me le recupero.



Che poi. Con Cristò ho notato che mi viene da chiacchierare senza ritegno a ruota libera, come se avessi passato sì del tempo a leggere, ma pure a bere una birra con un'istanza a metà tra scrittore e personaggio, prendo confidenza col libro e straparlo. Si è formata quella connessione rara che è il filo dorato che cerca il bibliofilo, e che tuttavia mi fa sorgere istinti rabbiosi, tipo urlare alla pagina “Che cazzo vuoi, Cristò, non sei mia madre” o scrivergli sul muro sotto casa quello che fa sua madre alle tre di notte in tangenziale, che è pure una cosa parecchio sessista, oltre che ostile – quando mesi fa ho letto Dal tuo terrazzo sivede casa mia, mi era venuto da fracassare la macchina di Elvis Malaj, vai a sapere che mi prende alle volte. Tant'è.

Dunque, La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, Terrarossa edizioni, appena uscito. Neanche cento pagine di racconto, pochissimi personaggi, quasi tutti morti. Chi stai citando, Cristò, se stai citando qualcuno? La lampada di Aladino, Le mille e una notte, Barbablu? Magari no. Chissà.
Paolo e Petra sono sposati da quasi quindici anni, un sacco di tempo. Si sono conosciuti sui banchi di scuola e la loro relazione si è stretta con una naturalezza che sembra non aver lasciato spazio a rimpianti, strade alternative, orizzonti altri. Sono felicemente sposati, eppure sono tre anni che Paolo passa tutte le sere nel garage, da solo, con la pretesa di non avere interferenze. Sono tre anni che hanno aperto un piccolo strappo nel matrimonio, anche se Paolo passa quelle sere a lavorare al regalo per il quindicesimo anniversario di matrimonio: una lampada che riproduca la luce del sole, perché Petra è sensibile all'illuminazione, e quella che hanno in casa non è abbastanza, è una luce finta, inadeguata.



Paolo una sera, a circa un mese dal loro anniversario, accende la lampada a cui sta lavorando, e scopre che è in grado di fare una cosa prodigiosa. Non dico cosa. Non lo dico perché prima di leggerlo non ne avevo idea – che è così che voglio leggere, senza sapere una beneamata fava di quello che succede – ma è una cosa incredibile e meravigliosa, che lo porta a scoprire segreti che lo riguardano e di cui non aveva idea. E intanto Petra aspetta e si chiede cosa faccia Paolo. Le risposte che si dà non le piacciono, ma sorride, fa buon viso a cattivo gioco, intrappolata in un'antica menzogna che la terrorizza. Non sa come uscirne – che poi la risposta sarebbe “parlane”, ma siamo capaci tutti a perdonare i segreti degli altri, a vederli per quelli che sono. “L'omissione è una menzogna oppure no?”, chiede l'aletta interna della copertina – sarebbe la seconda di copertina, ma lo trovo parecchio cacofonico – e la risposta è ancora “Cristò statti zitto o finisce male”.

Cristò racconta una storia che riguarda sì Paolo e Petra in primis, ma che ci riguarda pure tutti, in un modo o nell'altro. Il rapporto col passato, quello che una nuova scoperta può comportare, quello che ci racconta di noi. Quanto di noi è giusto dare agli altri, fin dove si fermano le pretese – e sono pretese reali o immaginate? Quello che l'essere umano è in grado di farsi, che è forse peggio di quello che ci facciamo gli uni con gli altri. Poi c'è l'elemento meraviglioso che è trattato con una delicatezza tale che mi tocca cambiare tono, prenderla meno sul personale. L'atmosfera di quando è fine estate e incroci le prime e ultime lucciole della stagione. Quella.
(ecco, questo posso passarlo alla mia coinquilina senza che me lo tiri dietro, il protagonista di Restiamo così quando ve ne andate gliele ha fatte girare fortissimo e me l'ha ridato prima di raggiungere pagina 50).

mercoledì 6 novembre 2019

Company Parade di Margaret Storm Jameson


Prima di iniziare a parlare del romanzo in sé, mi va di ripercorrere a passi svelti la strada che l'ha portato in libreria qui e oggi – in Italia, nel 2019. Credo che tutto sia iniziato quando è uscito Stoner di John Williams, nel lontano 2012; era stato appena riscoperto in America, e il successo esplosivo e inaspettato ha dato il via alla ricerca dei capolavori dimenticati nella letteratura del '900, e ha dato il nome al blog di Fazi. Ci sono stati altri autori – Dorothy Parker, Thomas Williams – e dopo qualche anno è stata la volta di Gli anni della leggerezza, il primo volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard. E la risposta del pubblico è stata tale da impostare una decisa linea editoriale; saghe familiari scritte da autrici donne, schiette e taglienti, e stilisticamente raffinate in modo quasi doloroso. Dopo Elizabeth Jane Howard – che io chiamo anche “luce dei miei occhi” – è stata la volta di Rebecca West e della famiglia Aubrey, e poi – finalmente ci arrivo – di Margaret Storm Jameson e del suo Company Parade.



Company Parade è il primo volume di una trilogia ambientata a Londra all'indomani della Grande Guerra, intitolata Lo specchio nel buio, tradotta in Italia da Velia Februari. E sarà stupido da dire, ma mi ha fatto venire dei brividi a metà tra l'orrore e il divertimento, perché lo sguardo dell'autrice è così chiaro nel presente – il suo presente – da riuscire a spalancarle il futuro. Scriveva all'inizio degli anni '30, eppure già vedeva una nuova guerra, e guerre più lontane combattute per il petrolio e lavoratori scalzati dalle fabbriche per via di macchinari sempre più efficienti. Margaret è nata a Whitby – ciao, Stoker – nel 1891. Ha lavorato in pubblicità, come la sua protagonista, è stata suffragetta, femminista e antinazista e, per la mia personale gioia – grazie, Margaret, a buon rendere – ha scritto un sacco.

La protagonista è Hervey Russell, una giovane donna madre di un bambino di appena due anni, appena trasferitasi dallo Yorkshire a Londra per fare fortuna. Abita in una stanzetta dimessa, costretta a fare economia. Sta per pubblicare il suo primo romanzo, spera che tutto vada bene e intanto ha accettato un lavoro in un'agenzia pubblicitaria – un lavoro che sotto sotto disprezza. Suo marito rifiuta di congedarsi dall'aviazione anche se la guerra è finita e più aspetta, meno lavori ci saranno ad aspettarlo. I personaggi del libro ruotano attorno a Hervey; sono i suoi amici – Philip, innamorato di lei da una vita, pacifista e idealista e T.S., sposato in uno strano matrimonio con una celebre critica letteraria – e il suo collega David Renn – anche lui un ex soldato, ferito a una gamba e dritto nell'anima. Il marito di Hervey, Penn, è un pallone gonfiato, e Hervey lo sa, e Penn a tratti lo comprende per poi dimenticarsene – anche Hervey, dopotutto, cerca di non pensarci, e talvolta ci riesce. Hervey cerca un riscatto a Londra, dalla ricchissima nonna che si è sempre rifiutata di dare una mano a lei e alla madre. Disegna per sé un futuro radioso e si immette in una strada che, percorsa drittamente, potrebbe scortarcela senza problemi, ma poi vede un'altra strada, un viottolo misterioso, oppure la strada si interrompe in una pozzanghera e Hervey decide di cambiare rotta, tornare indietro o virare completamente. È capace soltanto di passioni violente e immediate; la sua mente non riesce a stare ferma e a non struggersi, e questo la rende amabile e spietata insieme.



Attorno ad Hervey infuria il dopoguerra. L'Inghilterra cerca di ridipingersi eroica e smaltata di successo, e il contrappeso ideologico a questa buffonata è dato da Philip, l'amico di Hervey che fonda un giornale socialista, e da David Renn che porterà avanti la sua crociata. In Austria e in Germania la gente muore di fame, chi riesce a vedere il futuro attraverso il contemporaneo – e non viceversa – riesce a intuire il terreno che viene dissodato per quello che verrà dopo. La crudeltà del presente presagisce la crudeltà del futuro. A Hervey la questione interessa, per un po', prima che passi oltre.

Lo sguardo di Margaret Storm Jameson è profondo, tagliente e spietato, la sua voce si accompagna a quella di Elizabeth Jane Howard e di Rebecca West – si sono conosciute, si sono lette a vicenda, c'è stata rivalità o si sono ammirate senza biasimo? – nel raccontare un'Inghilterra che non ha molto di cui andare fiera; le persone di cui racconta sono persone fino in fondo, i loro gusti mutano, le loro mete si deformano, li vediamo incostanti anche nel cambiamento, così presi dal racconto che fanno di se stessi e dalle rassicurazioni che si danno.
Forse non si sarà capito da come ne ho parlato finora, ma Hervey mi ha conquistata. Così fragile e così sferzante. Capace di frantumarsi e di tagliare così a fondo.
(non so come concludere, se non con un patetico “Margaret, sposami”, contestualmente un tantino postumo).
(mio padre ha adorato la saga dei Cazalet, sarà felice come una pasqua quando gli presterò Company Parade).



"È vero che se si pensa con sufficiente intensità a un evento, alla fine accadrà, non (come si potrebbe supporre) perché lo si è generato, ma perché è sempre stato nella propria natura. Ma la logica della mente ha un vizio fatale. Inizia con un desiderio. E così, nel momento in cui un evento solamente immaginato si verifica nel mondo reale, il tempo se ne impossessa e gli conferisce una piega diversa che deforma tutto. La fonte che si credeva prosciugata esonda, il terreno immaginato cede e porta tutto via con sé."

mercoledì 30 ottobre 2019

Signor Protagonista, io non ti reggo


Un annetto fa prestavo alla mia coinquilina Restiamo così quando ve ne andate di Cristò, che mi era piaciuto tantissimo. Due giorni dopo lei me lo restituisce dicendomi che non riusciva a leggerlo, non sopportava il protagonista. E un po' la capisco, Francesco non è facile da digerire, soprattutto per com'è scritto, senza filtri né abbellimenti, tutte le sue vigliaccherie e le sue mancanze stampate chiarissime sulla pagina. A me non disturbava, che certe brutture di Francesco le condivido, e soprattutto nel periodo in cui l'avevo letto, avevamo qualche punto di contatto.



Ho punti di contatto anche con David, il protagonista di Accerchiamento di Carl Frode Tiller, ma vai a sapere perché, mi disturbano molto di più, e ogni tot pagine vorrei entrare nel romanzo e procurargli svariati traumi cranici a forza di coppini – cosa stai a ferire le persone così a caso, sai dove possono metterseli i tuoi sensi di colpa postumi di trenta secondi, la smetti di essere così autoindulgente? Ma per quanto David mi stia antipatico, non è che mi impedisca di leggere oltre. Quello capita di rado – almeno, con questa motivazione.
Non sono mai riuscita ad andare oltre le prime cinquanta pagine di Lolita, perché è difficile stare nella testa di Humbert Humbert senza sentirsi l'anima melmosa, e dire che Grenouille non mi ha fatto perdere neanche mezz'ora di sonno; malsopporto Raskolnikov di Delitto e castigo, perché cosa ti viene in mente di ammazzare 'ste due vecchie se poi non reggi il senso di colpa? Voglio dire, capisco che il fulcro dell'opera sia soprattutto lì, nell'essere umano che compie azioni crudeli e poi non riesce a capacitarsene, nell'accettazione del libero arbitrio etc, ma tutte 'ste centinaia di pagine di un tipo che si strugge e si autocondanna non le reggo – e credo che la storia della letteratura sia chiara nel dire che tra me e Dostoevskij la pecca è tutta mia, ma insomma.



Ho provato a fare pace con Fedor leggendo Le notti bianche, che Benni l'aveva citato con tanto amore in Di tutte le ricchezze, ma quello è stato il punto più basso della nostra conoscenza, perché il sognatore intrappolato nella prigione delle proprie fantasie che continua a blaterare di ciò che è e non può essere, insomma, io e la mia coinquilina eravamo molto d'accordo quando ce lo siamo recensito a vicenda. “Onanismo”. E va da sé che non è solo questo, a ben vedere gli struggimenti di quel sognatore sono quantomai attuali, ne chiacchierava Ilenia qui qualche tempo fa, ma non posso farci niente, sono greve e triviale e a tutti 'sti smarmellamenti mi viene da rispondere con una brutta pernacchia.

Non ho neanche mezzo dubbio sul fatto che i problemi che ho con le opere già citate siano da imputare soltanto a me e me medesima. Qualcosa come dieci anni fa ho letto Il giovane Holden con sommo fastidio, perché Holden non lo potevo soffrire. Immaturo, borioso ed egoista. Ma era un ragazzino, e io da adulta dovrei perdonarlo – non parlo di perdonare Salinger, che ha scritto giustamente un adolescente traumatizzato dalla morte della sorellina. Ieri sono stata in biblioteca e ho ripreso una copia, magari adesso riuscirò a capirlo meglio, visto che sono una persona completamente diversa – o per meglio dire, sono cresciuta.



Non c'è una chiusa in questo post, e non ci troverete nemmeno mezza morale. Era un po' che non scrivevo qualche cavolicchiata da lettrice; mi mancava il senso di allegra comunità che un tempo infilavo ovunque, che tra lettori ossessivi a volte è bello parlare di libri come fossimo al bar nelle prime ore del mattino e commentassimo a voce alta i risultati della partita della sera prima. Con un meraviglioso senso di chi se ne frega se quello che stiamo dicendo è giusto o sbagliato, che importanza ha l'esattezza delle proprie opinioni? Tolstoj segna, Fedor in panchina, Virginia Woolf ha fatto fallo su James Joyce.

giovedì 17 ottobre 2019

Transiti di Rachel Cusk


Transiti di Rachel Cusk l'ho preso d'istinto, come mi capita negli ultimi tempi, e volente o nolente mi è balzato in cima alla lista di quello che avevo voglia di leggere, lasciandosi dietro un'ecatombe di libri lasciati a metà. Avevo una vaga idea di cosa aspettarmi, non perché ne avessi letto qualcosa, ma perché mi pareva si accompagnasse sempre a una certa narrativa femminile contemporanea, quella lucida e cruda che al momento in Occidente sta spopolando. Di che parlasse, non è che sapessi granché, avevo giusto il titolo a guidarmi – anche perché evito le quarte di copertina come la peste, capita che ti facciano un sunto delle prime cento pagine e signori editori, gradirei non mi spiattellaste mezza trama che io il libro lo vorrei leggere, grazie.


Dunque, Transiti. Una serie di narrazioni indipendenti le une dalle altre, spezzoni di vita raccontati in prima persona sempre dalla stessa voce, che poi sarebbe quella di una scrittrice divorziata con due figli appena tornata a vivere a Londra. Difficile dire se si tratti di fiction, auto-fiction e quanto in questo caso sia forte il peso della biografia. Su Rivista Studio, Cristiano de Majo dice che il libro sembra “un tentativo di superare le categorie fino a questo momento conosciute”, e credo di essere abbastanza d'accordo, anche se non è detto che si tratti di un tentativo fiondato verso un chiaro obiettivo; Rachel Cusk potrebbe avere deciso semplicemente di infischiarsene, - e secondo me ha fatto bene.

Mentre leggevo, e soprattutto arrivata al racconto di una particolare scena, pensavo che avrei intitolato la recensione Rachel Cusk non c'è; non in senso dispregiativo, ma perché di rado ho incontrato una narratrice capace di ritrarsi così dalla pagina, e dire che si tratta di auto-fiction – e voglio dire, nessuno ti ha chiesto di scrivere di te, potevi fare come fanno tutti, fingere di scrivere di ideali universali attraverso personaggi immaginari, pur sapendo benissimo che se li avrai amati abbastanza ti faranno da specchio distorto. Messa così può sembrare che non abbia apprezzato né il libro né lo stile di Rachel Cusk; tutt'altro. Solo che, pur apprezzando l'opera, non ne capisco fino in fondo l'approccio. La scrittura di Transiti è schietta, secca, descrittiva come una sceneggiatura. Si dilunga sui dialoghi e sui gesti che li accompagnano, la telecamera negli occhi del narratore puntata su chi sta parlando. Capita che Rachel dica la sua, mentre parla a un altro personaggio. Capita più spesso che di sé non riveli che il necessario.



Il punto in cui l'effetto mi è stato più chiaro è il racconto di una conferenza tenuta insieme ad altri due famosi scrittori dedicata all'autobiografia. Assistiamo all'incontro e alla presentazione col moderatore e poi coi due colleghi. Poi ci spostiamo sul palco, fradici perché ha piovuto terribilmente, e i due scrittori monologano entusiasti delle loro opere, fornendo dettagli molto personali delle loro vite e offrendo, soprattutto, visioni opposte e parimenti plausibili della scrittura, del processo creativo. Di quello che vuol dire scrivere. E poi tocca a Rachel, e Rachel potrebbe dirci cosa ne pensa, e invece ciccia, la conferenza finisce e il moderatore fa il sordido e poi niente, puntata finita e di come la pensa Rachel lo sanno solo quelli che si trovavano alla conferenza. A scanso di equivoci, è un pezzo che mi è piaciuto moltissimo.

Rachel Cusk racconta, o descrive, sebbene sarebbe più corretto dire che interpreta, perché anche la voce che pare più obiettiva ha già preso una chiara posizione nel momento in cui ha scelto di cosa parlare; prende pezzi di vita lunghi ore o pochi giorni, l'appuntamento con un'amica in un caffè, una cena da amici con un concetto di genitorialità agghiacciante, l'incontro con una studentessa che vuole chiederle consigli su come scrivere quello che così evidentemente vuole scrivere senza davvero volerlo fare. Rachel Cusk ha una visione acuta, aguzza, precisa. E non vorrei mai trovarmi sotto il suo sguardo; tempo fa ho letto I fratelli Burgess di Elizabeth Strout, e mi è capitato di pensare che alcuni personaggi le fossero stati ispirati da persone reali, soprattutto Bob. Non avrei paura a trovarmi sotto lo sguardo di Elizabeth Strout, né di Elizabeth Jane Howard o di tanti altri scrittori. Invece sulla pagina di Rachel Cusk non vorrei mai trovarmici. La sua scrittura ha la brusca sincerità di uno schiaffo che ti riporta coi piedi per terra, quello che quando ci vuole, ci vuole – ma speri non ci voglia mai.

martedì 8 ottobre 2019

Resto qui di Marco Balzano

Era un po' che volevo leggere Resto qui di Marco Balzano, da quando avevo letto un paio di citazioni su twitter che mi avevano convinta senza il bisogno di andarmi a cercare informazioni aggiuntive come, chessò, la trama o l'ambientazione. Lo confondevo parecchio con un altro romanzo uscito lo stesso anno – 2018 – per la stessa collana Einaudi di un altro Marco – Rossari – che pure avevo scoperto su twitter e che avevo abbrancato in biblioteca non appena lo avevo adocchiato sullo scaffale, Nel cuore della notte. Chissà se capita anche ai due autori di confondersi tra loro.



Parto con una premessa; Resto qui mi ha raccontato una parte di storia italiana che non conoscevo, quella delle comunità tedescofone forzate dalla divisione territoriale seguita alla Grande Guerra a diventare italiane, e all'inasprimento delle leggi “a salvaguardia della nostra bella cultura” – riferimenti politici assolutamente voluti – che andavano a colpire e svilire il modo di vivere degli abitanti di quelle comunità. Un antagonismo linguistico, culturale e burocratico che non conoscevo e di cui non immaginavo la portata, e che ha fatto sì che per un certo periodo in certe zone del nord Italia si guardasse a Hitler come a un condottiero liberatore avversario del giogo mussoliniano.

Dunque, il romanzo inizia con una cornice di cui capiremo di più leggendo avanti, con la protagonista e narratrice, Trina, che ormai anziana si rivolge a qualcuno, a una persona cara che non fa più parte della sua vita. Poi Trina passa a raccontare di quando era una ragazza e studiava per diventare una maestra. Era il '23, il fascismo era appena asceso al potere, i problemi stavano giusto per iniziare. Gli esami di stato in una città vicina, perché Trina e le sue amiche vivevano in un paesino della Val Venosta nel Sudtirolo, Curon, poche centinaia di anime sparse in casolari che stavano a ridosso delle stalle e tanti pascoli. Vive coi genitori finché non si sposa con Erich, che come il padre fa il pastore e tiene il bestiame. I figli, i cognati che si trasferiscono accanto a loro, le difficoltà in un contesto in cui fare lezione di italiano è un reato e si rischia il confino. Il distacco improvviso dalla persona a cui non smetterà mai di rivolgersi, e poi la guerra e la minaccia che incombe da anni su Curon, la costruzione di una diga che finirebbe col sommergerlo.




La scrittura di Balzano è asciutta, nitida, ritmata come una marcia, con punte di bellezza. Trina è un personaggio forte e caparbio, guarda alle sue antiche emotività con un distacco che non sa di sconfitta, ma di rifiuto. “Andare avanti, come diceva Ma', è l'unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci.”, scrive, e per tutto il romanzo tiene fede a quelle parole. Non che Trina sia arida, e a suo modo l'opera è poetica, sebbene riesca a sfuggire la tentazione di mitizzare e idealizzare la vita contadina, quella semplice “di una volta”.

L'emozione che trasmette maggiormente è di una rabbia quieta, sepolta. Curiosamente la grande tragedia di Trina non è la guerra, ma la perdita di un personaggio che si fonde alla perdita di Curon per la costruzione della diga. Che poi non è facile parlarne senza pensare alla TAV, alla ragionevolezza di un piano europeo contro il sentire di chi abita un luogo che non vuole scomparire – o cambiare radicalmente, che è un po' la stessa cosa. Non voglio impelagarmi in un lungo soliloquio di pro e contro, ma non mi va nemmeno di svicolare sulla questione. Sarebbe bello abitare un luogo in cui dopo un “sì” e un “no” puoi aggiungere un “ma”, che l'assoluto è un concetto astratto che l'essere umano adopera per comodità e difficilmente si riscontra nella realtà empirica.
Purtroppo il luogo non è questo.

domenica 29 settembre 2019

Come muoversi tra la folla di Camille Bordas


Ieri mi sono svegliata con un'influenza feroce. Un continuo mal di testa, le orecchie tappate, la voce soave di Angus Young ma molte energie in meno. Avrei avuto un sacco di roba da rivedere, scrivere e studiare – che quando vuoi scrivere un articolo per bene, ti tocca giustamente l'indigestione di nozioni – ma l'esperienza mi ha insegnato che qualsiasi cosa io riesca a produrre da malaticcia, sarà piagata da strafalcioni concettuali, errori grammaticali e in soverchiante maggioranza ortografici. Quindi mi sono detta “Erica, non fare niente che ti toccherà poi ricorreggere spendendoci il doppio del tempo. Leggi. Leggi come una bestia”, e così ho fatto. Nella fattispecie, ho terminato la lettura di Come muoversi tra la folla di Camille Bordas, edito da SEM (Società Editrice Milanese) appena pochi mesi fa, nella traduzione di Giuseppe Costigliola.



Cosa c'è da dire prima di tutto di questo romanzo? Della copia specifica, c'è da dire che non è mia ma di mia sorella, che è stato il suo regalo di compleanno preso con largo anticipo al Salone del Libro, che da SEM facevano degli sconti irresistibili. È stata una delle sue letture preferite dell'anno – le altre sono Elmet di Fiona Mozley e Figlie sagge di Angela Carter – e anche a me è piaciuto parecchio. Peccato che Kiki – la mia gatta – abbia deciso di aggredirlo mentre cercavo di scattarle una foto per Instagram – i gatti fanno ai post su Instagram quello che gli anabolizzanti fanno ai muscoli. Mettendo da parte siffatte sciocchezze, Come muoversi tra la folla è il terzo romanzo di Camille Bordas e il primo scritto in inglese; la Bordas ha vissuto a lungo tra Parigi e Città del Messico, prima di trasferirsi definitivamente a Chicago.

Dunque, vediamo.
Il protagonista e narratore è Isidore Mazal, undicenne, figlio minore di una nidiata di geni. La famiglia Mazal conta oltre a Isidore (Dory) i due genitori, due fratelli (Jeremy e Leonard) e tre sorelle, Berenice, Aurore e Simone. Avendo tredici anni Simone è la sorella più vicina dal punto di vista anagrafico a Dory, ma come tutti gli altri ha saltato diverse classi e sta già finendo il liceo. È una famiglia bislacca, si capisce subito, Dory non ne fa mistero. La cosa curiosa è che, in qualche modo, sembra tagliato fuori sia dalle stranezze della sua famiglia che dalla caotica normalità del resto del mondo, che per lui corrisponde perlopiù al contesto scolastico.



Tutti i fratelli e le sorelle di Dory sono persone solitarie, fanno mostra di un intelletto sublime, alto. È come se soltanto in famiglia potessero trovare un confronto tra pari, ma anche tra loro non comunicano granché. Dory soffre il silenzio soffocante della sua famiglia, e più volte cercherà di scappare di casa senza che a casa ne sappiano nulla. Non che in famiglia non gli siano affezionati, tutt'altro; non viene mai davvero maltrattato in casa. È solo che il suo malessere rimane perlopiù inespresso, e non è che in casa Mazal brillino di intuitività sociale. Se in qualsiasi punto del romanzo Dory avesse ammesso che la situazione lo rendeva un po' triste, probabilmente avrebbero cercato di fare qualcosa per andare incontro alle sue esigenze; esigenze che peraltro Dory dà per scontato di essere l'unico a provare, mentre invece è soltanto l'unico che riesca a riconoscerle. Non è un genio come gli altri, e forse è questo che gli ha impedito di rifugiarsi nello studio, in una qualche specializzazione-trappola. La madre ha sempre pensato che fosse diverso dagli altri fratelli, che avesse qualcosa in più rispetto a loro. Che fosse premuroso, gentile, attento agli altri. Una persona sensibile, insomma. Dory avverte chiaramente la responsabilità dell'etichetta, e insieme sente che gli toglie qualcosa, come se gli precludesse l'ammissione al club della famiglia Mazal.

Come muoversi tra la folla copre un po' più di due anni nella vita di Dory; anni importanti, gli ultimi delle medie. Ha un bel rapporto con sua madre – per quanto non si apra nemmeno con lei; ha un'amica di nome Denise che soffre di depressione e non vede l'ora di morire; mi commuovono parecchio i ponti tra Dory e Simone, che insiste perché scriva la sua biografia – che un po' è presunzione, un po' è una scusa per passare del tempo insieme – e gli altri fratelli/sorelle. Dory è il più giovane e il meno dotato, ed è anche quello che osa di tanto in tanto immergere appena un piede nel mondo esterno per vedere com'è, senza rifuggire aprioristicamente da tutto ciò che gli possa sembrare frivolo o irrilevante dal punto di vista accademico. Ha capito che la vita è disordinata e cerca di farsela andare bene. Cosa che soprattutto le sue sorelle maggiori non hanno mai imparato a gestire, difatti è proprio e soltanto Dory a rendersi conto del loro disagio, anche se non sa bene cosa farci. I suoi scambi con Simone, Berenice e Aurore sono forse i punti del romanzo che mi hanno colpita – e ferita – maggiormente.



Quindi. Ecco, l'unica postilla che mi pare d'uopo aggiungere è che più o meno tutti i membri della famiglia fanno mostra a diversi livelli di forme altamente funzionali di autismo, talvolta così smaccatamente – a un certo punto si parla del padre di Dory che va in palla all'ufficio postale perché poco abile nelle interazioni – che leggendo pensavo “Camille, anche meno, abbiamo capito che è ereditario”. Certi momenti sembravano pescati un po' troppo chiaramente dal DSM, il che è bizzarro, visto che i termini asperger e autismo non vengono mai esplicitati. Vai a sapere cosa avesse esattamente in mente Camille.
(comunque il libro mi è piaciuto un sacco).

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venerdì 20 settembre 2019

Rosamund di Rebecca West - La famiglia Aubrey


Rosamund segue La famiglia Aubrey e Nel cuore della notte, terzo e ultimo – nonché incompiuto, dannazione – volume della saga incentrata sulla famiglia Aubrey di Rebecca West, di ispirazione parzialmente autobiografica – e mi chiedo davvero fino a che punto. Ha avuto una vita piena da ogni punto di vista, ha esplorato varie carriere e affinato la propria vena creativa, e per quello che ho carpito non ha vissuto la letteratura come un rifugio dal mondo esterno, usandola anzi come mezzo conoscitivo, mettendo sulla pagina quello che aveva scoperto per trarne consapevolezze ancora più grandi sul mistero della creatura umana. Ci sono grandi romanzieri che, riconoscendo la realtà per quella che è, scelgono di rifuggirla, affascinati e inorriditi; altri che vi si innestano con ancora maggiore entusiasmo, ulteriormente incuriositi, ed è questa l'idea che mi sono fatta di Rebecca.



Non è semplice parlare dell'ultima parte di una serie; il punto di partenza è la fine del libro precedente, non è che si possa disquisire così impunemente di fatti, fattacci, colpi di scena etc. E pure guardando a quel poco che so della vita dell'autrice – al Salone del Libro ho intervistato la traduttrice Francesca Frigerio, che di Rebecca ne sa a pacchi, qui il post dedicato – è difficile dal primo libro immaginare il secondo e ancora il terzo. Tutto inizia, dopotutto, con la narratrice – Rose – ancora bambina, tra scene di dickensiana povertà e dilanianti scelte morali, mentre il ruolo della musica cresce sempre di più in importanza. Rose e Mary, gemelle, suonano il piano come la madre, che era stata una grande concertista; anche nella vita di Cordelia, la figlia maggiore, la musica è importantissima, ma è talmente priva di talento che il violino rischia di portarla al disastro.

Ma questo riguardava i primi volumi; in Rosamund, uscito per la prima volta postumo nel 1985, a quasi trent'anni dalla pubblicazione di La famiglia Aubrey (in originale The fountain overflows), Cordelia ha trovato la sua strada e così Rosamund e sia Rose che Mary sono diventate stimate pianiste. Quali sono i temi che Rebecca West affronta, a questo punto? Il suo alter ego è una giovane adulta con una carriera in corso di affermazione. La guerra è finita, e si è portata via legami preziosi – ribadiamo che il concetto di spoiler mi è profondamente inviso – e la vita deve andare avanti.
Quindi cosa succede in Rosamund? Attorno a quali argomenti Rebecca West rilascia le sue spire narrative?



Nulla di incredibile o epocale, a dire il vero. La povertà è vinta, la guerra è combattuta, il talento affinato e i morti sepolti. Rose e Mary possono procedere il ritmato andazzo delle loro vite; che nonostante le feste e il lavoro non è che siano così piene. Non hanno molti contatti diretti e profondi col mondo reale, sembrano abitare un universo distaccato dal resto del mondo. Mantengono molte conoscenze, ma uno sparutissimo numero di affetti. Non riescono a legarsi a nessuno che non abbiano conosciuto quando erano piccole. La cara Nancy, la zia Lily; Kate, la domestica, il vecchio amico di famiglia, il signor Morpurgo. Rosamund, l'adorata cugina, prende una strada di cui non riescono a capacitarsi; e per loro, in fin dei conti, non esiste quasi più nessuno che valga la pena conoscere.



E a volerlo ridurre all'osso, mi viene da dire che il fulcro del libro è questo: i legami. I legami strettissimi tra i personaggi, il modo in cui le loro esistenze si incrociano, uno scorrere fluido che a volte si inceppa e a volte scardina una diga nascosta. Le distanze, le questioni grandi o piccole, le mille prospettive possibili che si possono trarre da un solo sguardo.
Certo, ci sono anche la campagna inglese, la società degli anni '20, un sacco di musica, la bolla finanziaria del '29, ma il filo della storia non si riassume in un traguardo raggiunto con intento o per caso; è il fluire. Quella sostanza strana di cui sono fatti i sogni.
(Il caro Will è citato piuttosto spesso).