domenica 11 aprile 2021

L'arte della gioia di Goliarda Sapienza #mustread

 Mi sono innamorata di Goliarda Sapienza come mi sono innamorata di Italo Calvino con Le Cosmicomiche, come mi sono innamorata di Elsa Morante con Menzogna e Sortilegio, ovvero con un certo stupore. Si tratta di innamoramenti strani, perché non me li aspettavo; dopo Se una notte d’inverno un viaggiatore e dopo L’isola di Arturo, pensavo che non mi potesse germogliare dentro un’affezione maggiore, che l’incantesimo fosse bello e concluso nel suo apice. E poi PEM!, arriva quella prosa che ti ingarbuglia il pensiero e ti fa tornare a rileggere una frase due, tre volte, per assaporarne la metrica e il senso.



Ecco, Goliarda Sapienza. Se non me l’avesse consigliato Diletta, non so se e quando l’avrei letta. Credevo, nella mia beata ignoranza, basandomi soltanto sul titolo di quel capolavoro che è L’arte della gioia, che fosse un manuale di auto-aiuto spicciolo per intellettuali che se la credono. Non so perché mi desse questa impressione, davvero. Forse era anche il nome a suonarmi fittizio e altisonante. Ora lo leggo e mi viene da sorridere, perché è proprio perfetto: Goliarda, la sua Modesta, così piena del “chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza” di Lorenzo de’ Medici, e rigonfia del “tutto è follia, follia nel mondo, ciò che non è piacer” di Verdi; come se avesse fatto una precisa scelta di campo, quella di vivere dalla parte del sentimento anziché della ragione, non per allontanare l’intelletto, ma perché l’intelletto è secondario, è uno strumento attraverso il quale affinarsi per essere più liberi, e quindi più felici. È una subordinazione volontaria tra ragione ed emozione, che si articola attraverso lo studio del contesto e del presente e in un progressivo smantellamento delle norme che regolano la vita sociale, nel rifiuto opposto senza sforzo al “perché sì”. Il “perché” Modesta lo trova nella gioia.

Della trama non ho ancora detto nulla, e cercherò di farla breve. Siamo all’inizio del ‘900, forse alla fine dell’800, in Sicilia, e Modesta vive con la madre e una sorellina affetta da una forma di ritardo piuttosto grave. Modesta le odia; per lei sono fastidi, catene, brutture che non le offrono nulla di bello o interessante, solo lamenti e rumori molesti. Modesta è ancora una bambina quando la sua piccola vita astiosa e insoddisfacente viene stravolta, più o meno per mano sua; si ritrova in un convento, a studiare con le suore, a legarsi con una comunità religiosa fatta di obblighi e divieti, un contesto che le fa rifiutare ancora più profondamente l’opposizione dogmatica tra morale e piacere, ma che almeno la rimpinza di nozioni e conoscenze. Modesta è solo una bambina, ma ha già iniziato a capire chi è e chi non vuole diventare; sa che le suore sono diverse da lei, e che se non vuole essere cacciata, deve nascondere quella diversità – quell’approccio alla vita allegro e affamato – e simulare devozione. Va tutto bene, finché non le scivola fuori un commento che pare un’accusa, diretto proprio a Madre Leonora, colei che l’ha accolta e cresciuta per anni, cercando di plasmarla in una versione ancora più pura di sé. E a quel punto, Modesta deve agire. E lo fa. Modesta non ha freni morali; chiunque decida di frapporsi tra lei e la felicità, chiunque minacci il suo spensierato stare al mondo, verrà spazzato via con una manata dal suo destino. Non si fa problemi. Non vuole essere un’eroina romantica, non le interessa il bene inteso come valore morale. Dei modelli imposti o suggeriti dalla società, ne fa carta igienica.

E voglio dire, messa così, come si fa a non innamorarsene un po’, a non volere un po’ della sua influenza nella propria vita?



Un aspetto che ho trovato meraviglioso del romanzo è quanto fosse pregno e cangiante; leggevo, all’inizio, e pensavo che ci fosse un che di De Sade, ma mescolato sapientemente col Candide di Voltaire; vado avanti, mi guardo negli occhi col terribile Grenouille di Suskind, protagonista de Il profumo. Proseguo ed ecco che spunta Marx; poco più avanti e arriva Gramsci. E non è solo una questione di contenuti – Modesta studia, studia ed evolve, studia e digerisce ciò che è nuovo e le sembra vero, e lo disossa per capirlo e criticarlo con la calma sicurezza di chi ha disprezzo per i dogmi – ma pure di stile, di aspettative; Modesta, col tempo, cambia. Tutto ciò che le accade le lascia dentro qualcosa. È spietata, ma quando ama, ama profondamente. Rifiuta le catene, ma nutre i legami. È un’evoluzione strana; Modesta da bambina che detesta la sorella, Modesta a cinquant’anni che-

Non dico altro, non voglio dire dove va il romanzo. Copre un buon mezzo secolo, e qualcosa di più. Copre un’epoca lunga e travagliata, un progresso a singhiozzo e poi una stasi colpevole. Copre i primi passi dei movimenti operai e del partito comunista, l’avvento del fascismo, il dopoguerra. Copre generazioni e generazioni, ognuna con la sua voce e i suoi tradimenti.



L’arte della gioia è un romanzo che avrei voluto incontrare prima. Diciamo intorno ai vent’anni, anche qualcosa di meno. Goliarda è spietata, lucida, onesta: mette in guardia le sue lettrici dai compagni che hanno sempre in bocca l’uguaglianza e neanche ammettono di non rispettare le compagne; dice ai lettori dove guardare, per trovare ed estirpare da sé i rimasugli marci di un sessismo culturale, che non si è scelto, ci si è cresciuti. Goliarda ti guarda in faccia, e leggendo ti ritrovi a fare lo stesso. Goliarda parla a tutt* e a tutt* offre conforto, comprensione, una liberazione che puoi accettare se è la tua, e altrimenti pace fatta.

venerdì 29 gennaio 2021

Libri per sovvertire il reale #2

 Qualche mese fa terminavo la lettura di tre opere di saggistica – La sinistra di destra di Mauro Vanetti, La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski e Anarcoccultismo di Erica Lagalisse. Avevano qualcosa in comune, e mi è venuto da chiacchierarne in uno stesso post, riassunte sotto la stessa prospettiva: la sovversione del reale così come siamo soliti percepirlo.

Questa è la “seconda puntata”, in cui mi limiterò a parlare soltanto di due libri – con la saggistica sono lentissima – e a copincollare, in un gesto di evidente pigrizia, l’introduzione della volta scorsa:

sono giunta alla conclusione che non esista un’opera letteraria che non sia politica – perché l’idea che l’autore ha del mondo è politica e il ritratto che fa della realtà non può prescindere da quell’idea, più o meno consapevolmente. I titoli che vado a presentare partono da un dubbio, dalla volontà di svellere i cortocircuiti interpretativi che come società tendiamo a dare per scontati. Partendo dal momento storico in cui è nato il malinteso interpretativo, ne ribaltano la prospettiva per sviscerarne le conseguenze e stabilire i legami tra causa ed effetto. Insomma, nel mezzo di una partita a scacchi dicono “Fermi tutti, quelle sono le pedine della dama!”. E va da sé, ogni volta che parliamo di lettura del reale e prospettiva siamo piagati dalla visione che abbiamo del mondo; magari gli autori dei titoli non hanno sempre e del tutto ragione, potrebbero anche non essere pedine della dama, magari sono quelle del backgammon, ma hanno sicuramente ragione nel dire che non sono scacchi – che cosa siano, quello bisogna scoprirlo da sé.

Disagiotopia – Malessere, precarietà ed esclusione nell’era del tardo capitalismo a cura di Florencia Andreaola - D Editore

 


sovverte il reale: analizzando attraverso una molteplicità di prospettive lo stato attuale delle cose, ripercorrendo il filo logico con le cause che l’hanno posto in essere. In poche parole: come ci siamo ritrovati in una società così inguaiata? Quali sono le cause del disagio esistenziale che colpisce soprattutto, ma non soltanto, le generazioni più giovani? In sostanza: perché abitiamo una realtà così malata?

Ci sono tanta storia economica e tanta politica, ed è interessante osservare come si incrocino tra loro – quando dico “interessante” voglio in realtà dire “avvilente e disgustoso” – e perché. Si parla di populismi, ruolo dell’individuo nella società, del valore dell’individuo all’interno della società; ci sono anche un paio di capitoli particolarmente interessanti – stavolta voglio proprio dire “interessanti” – sulla gentrificazione planetaria e sul fallimento del Fondo Monetario Intermazionale, che potrei riassumere in “Storia di come i più ricchi continuano a mangiare nel piatto dei più poveri e di quanto baldanzosamente l’Occidente si diletta a devastare le economie più fragili”.


Caccia alle streghe, guerra alle donne di Silvia Federici - NERO Editions

 


sovverte il reale: rivelando uno stato attuale delle cose che fa molta più paura di quanto vorremmo – in alcuni paesi, la caccia alle streghe sta tornando alla grande e sì, quella caccia alle streghe, roghi e fondamentalismo cristiano, la stessa nostalgica wave – e ripercorrendo in modo estremamente puntuale le connessioni storiche tra l’avvento del capitalismo e la caccia alle streghe. Una connessione che, messa così, non può che apparire forzata, perfino pretestuosa, ma conoscendo la casa editrice ho pensato valesse la pena di approfondire.

Ebbene, la storia non smette mai di sorprendermi. E quando dico “sorprendermi”, quello che intendo è “farmi esplodere in un minicicciolo di bestemmie”.

C’entra la dissoluzione della comunità medievale, l’esclusione dei poveri, la privatizzazione delle terre comunali, le recinzioni. C’entra lo studio etimologico della parola gossip, c’entra l’impegno di disgregare le comunità di supporto femminili e allentare perfino i rapporti che le donne mantenevano con le parenti più prossime.

Disagiotopia mi è stato immensamente utile per capire appieno le conseguenze della liberalizzazione globale e del colonialismo economico, e come si siano prevedibilmente tradotte in crisi, disoccupazione, conflitti intergenerazionali, fino a sfociare nella vera e propria caccia alle streghe. Se vi interessa capire bene Caccia alle streghe, guerra alle donne e non siete molto pratici in materia di economia, vi consiglio di prenderli insieme.


Prossimamente: ZombieCity – Strategie urbane di sopravvivenza agli zombie e alla crisi climatica a cura di Alessandro Melis, Panarchia di Gian Piero de Bellis e Demonologia Rivoluzionaria a cura del Gruppo di Nun

sabato 16 gennaio 2021

Il libro della creazione di Sarah Blau

Il libro della creazione di Sarah Blau – edito da Carbonio Editore nella traduzione di Elena Lowenthal – mi è arrivato per Natale, da parte di mio padre. L’avevo infilato nella lista dei regali che compilo ogni anno per facilitare la vita a coloro che per convenzione sociale devono prendermi qualcosa per il compleanno o per Natale. È una lista bella lunga, che amplio di settimana in settimana, e che quest’anno ho affidato a mio fratello – per evitare doppioni, gli tocca un ruolo organizzativo di rilievo. Ho una pessima memoria, e faccio in tempo a dimenticarmi dei titoli presenti prima che venga il momento di scartare i regali. Il libro della creazione, chi si ricordava di avercelo infilato? La memoria a groviera per certi versi è una benedizione.

 



Siamo ai giorni nostri, in Israele. A raccontare è Telma, al presente. Il romanzo si apre con Telma che si scruta allo specchio, chiusa a chiave nella propria stanza. Si guarda, si odia, enumera i propri difetti. La vengono a chiamare la madre e la zia, le dicono di sbrigarsi, che stanno facendo tardi. Telma le lascia ad aspettare, continua a guardarsi. Ha la pelle grassa e i capelli unti, non importa quanto si lavi. Si sente sempre cosparsa da una patina spessa di sudore marcescente. Si disprezza con una violenza che solo chi è stata davvero brutta può capire – o forse no, a rivedere le foto delle superiori ero ciccia ma carina, ma quanto mi facevo schifo, è uno schifo che non ti togli mai del tutto di dosso, è un disprezzo profondo che ti rimane sottopelle e che nessun complimento può toglierti.

Abbiamo capito che la recensione di oggi è improntata all'allegria.

Telma si odia, e odia buona parte della sua famiglia. La nonna, l’unica che sembrava capirla davvero, è morta e stanno per andare al suo funerale – capiamo bene perché la famiglia le mettesse fretta. Detesta la cugina Nilli, che è bellissima e ha un carattere forte; si somigliano soltanto negli occhi, che sono grigi e uguali a quelli della nonna, e Telma vorrebbe non avere neanche quelli in comune con lei, perché sottolineano quanto siano diverse in tutto il resto. Detesta la madre di Nilli, la zia Edith, sempre pronta a criticarla per risaltare quando Nilli sia meglio. Detesta la madre, che è debole, e il padre, che è stupido. Voleva bene alla nonna, ma è morta. Le rimane un unico affetto ed è l’altro cugino, Chanan.

Il rapporto tra Telma e Chanan è spaventosamente malato. Telma ne è disperatamente innamorata da quando erano bambini e ancora non aveva una chiara idea di cosa fosse l’amore – a ben vedere, non sono certa che lo capisca a trent’anni, nel presente del romanzo. È un amore malato perché taciuto, nascosto, e insieme vissuto con spaventosa intensità da Telma, al punto che all’inizio si sospetta che sia ricambiato, perché Telma se ne immerge, se ne riempie i polmoni, non fa che respirarlo. La si potrebbe quasi definire una narratrice inaffidabile, all’inizio, perché vive dentro di sé, non lascia uscire niente, e del mondo che ha dentro può fare e capire quello che vuole. Sentimentalmente parlando, Il libro della creazione è malsano e ossessivo. Non so se sia questo a renderlo incredibilmente bello:

 

"Chanan, Nilli e Telma. Coetanei, parenti. Il vostro corpo cambia nel tempo allo stesso ritmo, dentro il vostro cervello agiscono gli stessi meccanismi, i vostri cuori battono allo stesso ritmo o quasi, perché il tuo cuore batte Chan-an, Chan-an, Chan-an, Chan-an talmente forte che le sue stanze e i suoi ventricoli si contraggono, e quella è la parola responsabile del colore rosso del tuo sangue."

 

Telma e Chanan hanno un segreto, e quel segreto riguarda la morte della nonna. Lo si scopre andando avanti poco a poco, e il romanzo assume tinte weird e inquietanti, si delinea il rombo sotterraneo di forze arcane incontrollabili. Sarah Blau affonda le mani artigliate nella tradizione e nelle leggende ebraiche, ne tira fuori una specie di antica stregoneria, la adatta al presente e al passato – quello della nonna, che ha vissuto l’Olocausto a Varsavia. Il sangue, l’orrore, il prezzo da pagare.

 



Ma se dovessi dire cosa più mi ha disturbata dell’opera, non farei riferimento all’orrore che incastra Il libro della creazione nella letteratura dell’impossibile, dell’irreale. È Telma a farmi paura. È il suo vivere distaccato dalla realtà, in una dimensione sua che può e non vuole distruggere, la sua violenta ostinazione. Sembra debole, Telma, vista da fuori, sembra una persona nata per farsi mettere i piedi in testa. Ma a guardarla da dentro, immergendosi in una narrazione che è sua e profondamente sua, con quello stile pregno e bellissimo, è come leggere temendo di rimanere coi piedi intrappolati in una palude di parole e fango, Sarah Blau scrive con una violenza che davvero, come dire. È l’intensità violenta di una vita vissuta all’interno del sé, senza mai uscirne, una sedimentazione progressiva di un sentire mai espresso che si fa pietra.

Forse a farmi paura di Telma è la paura di esserle sfuggita per un soffio.

 

domenica 3 gennaio 2021

Mascarò di Haroldo Conti - Seguire se stessi, seguire la Strada

 Mascarò di Haroldo Conti è uscito a fine novembre per Exòrma edizioni, nella traduzione di Marino Magliani. A ricontrollare l’email, vedo che l’ufficio stampa mi ha contattata con largo anticipo, e che come al mio solito mi ci sono volute settimane per rispondere. La mia procrastinazione miracolosamente non si è allargata ai tempi di lettura, nonostante in questo periodo io sia lenta a leggere quanto non sono mai stata. Ho iniziato Mascarò che era appena arrivato, saltando la prefazione di Gabriel Garcia Marquez – recuperata a romanzo finito, dolorosa ed essenziale – e lasciandomi provare un’affinità istintiva per l’Haroldo scrittore scanzonato che emerge dalla sua introduzione. Haroldo accanto a Calvino, a meravigliarsi del mondo senza nascondersene gli orrori, ad amare il processo della scrittura, a ricordarsi che è tutto un gioco, che a prenderlo sul serio ci si toglie il gusto, che sacro non vuol dire per forza solenne, e che solenne non vuol dire per forza austero.

 


Haroldo Conti è nato nel 1925 a Chacabugo, in provincia di Buenos Aires. Studia filosofia, scrive sceneggiature per il cinema e per il teatro. Della sua vita non dico altro; meglio chiacchierare della sua filosofia di vita, di come traspare dalle chiacchierate tra il protagonista Oreste e il Principe di Patagòn, delle pagine bellissime in cui parlano del loro punto d’incontro, di quello che li rende l’uno simile all’altro – il richiamo del loro destino, sublimato nella Strada.

Mascarò è un’opera vagabonda, un romanzo rocambolesco e magico, in cui i personaggi sono ora se stessi e ora quello che scelgono di essere – forse quello che sono davvero, quello che sanno di essere davvero, anche se da fuori non li si potrebbe indovinare.

Mascarò, in un certo, piccolo senso, inganna: Mascarò è un personaggio che compare poco, il viaggio lo facciamo con ben altri vagabondi – che amiamo profondamente; ma sul finale del romanzo, quando l’opera cambia, e sospetto che il cambiamento dipenda dal mondo che cambiava intorno allo stesso Conti, a forzargli sulla penna un futuro più cupo, si capisce perché Conti l’abbia scelto per dare forma al titolo. Mascarò è personaggio – secondario – ma anche un indirizzo, una pulsione popolare che ribolle, la rivolta che si infiamma sotto lo scarpone che si crede vittorioso. La sua presenza mi ricorda un po’ quella di Antonio Banderas in Evita, una simbologia chiara e – scusate la pessima battuta – argentina

 

 

All’inizio ci troviamo con Oreste in un piccolo villaggio di pescatori, impregnato in un’atmosfera statica, stagnante. Le prime pagine, lo ammetto, un po’ annoiano. Oreste è rimasto fermo a lungo in questo paesino, conosce gli abitanti, fa con loro la stessa vita. Osserva tutto, ma è un tutto che già conosce. Non vediamo l’ora che se ne vada, che si avventuri lungo un’altra strada, e Oreste non delude. Parte presto, il mattino che segue l’inizio del romanzo, su un battello carico di strani figuri; ci sono il Principe di Patagòn, Mascarò, il Nuno e altri bizzarroni. Le storie saltano dall’uno all’altro, su una nave c’è sempre tempo per scambiarsi il filo dei propri destini.

Mascarò è perlopiù la magia del viaggio, il coraggio dell’abbandono alla Strada, il passo che si mette davanti all’altro perché a un certo punto non riesci più a smettere. È l’apertura a tutte le possibilità che il mondo possa congetturare, il sogno realizzato di quando da bambini si vorrebbe scappare col circo ed essere liberi per sempre.

L’ambientazione è all’inizio quella di un’Argentina che pare antica, tra villaggi senza elettricità, zone spopolate, strane leggende, ma che man mano che si avanza, passata la metà del romanzo, inizia a maturare un contesto storico più vicino – si cita il 1943 come punto di un passato piuttosto recente, nell’ordine dei decenni, e Mascarò diventa contemporaneo allo scrittore che scrive.

Non so bene che altro dirne; mi viene da citare il vagabondaggio improvvisato di Don Chisciotte, ma hanno in comune soltanto l’approccio al futuro, l’idea di mettersi in strada senza una missione precisa se non quella di seguirsi e perseguirsi. Il realismo magico, quello c’è tutto. E c’è la politica, perché ogni romanzo è politico ed è ancora più politico il romanzo di un autore che sa quanto il mondo che ha intorno influenza la sua scrittura – un mondo che non importa quanto sembri solido, può sempre sbriciolarsi. 

 



- Come hai cominciato a fare questa vita?

- Vuoi dire come sono nato, perché fino ad allora ero uno stronzo qualunque.

- E adesso cosa sei?

- Un Principe. Cosa credi? Sono padrone della mia vita e in uncerto qual modo sono padrone del mondo. Per questo mi dichiaro e mi presento come Principe, e posso farlo perché volerlo e deciderlo dipende solamente da me.

- Sei matto, ecco cosa sei.

- Se non ti decidi a fare così, sei già morto.

sabato 26 dicembre 2020

La Trilogia dell'Area X di Jeff Vandermeer - La letteratura dell'incertezza

Non ho idea di quante volte io sia passata volte di fronte alla copia di Annientamento (Jeff Vandermeer, 2015) infilata negli scaffali della biblioteca qui vicino. Non è che ne sapessi tantissimo, ma me ne tenevo istintivamente alla larga. Sapevo che Einaudi l’aveva pompato tantissimo, e questo poteva voler dire minestrone ciofeca di elementi interessanti o capolavoro. Esce Autorità, poi esce Annientamento, la trilogia dell’Area X è conclusa e Einaudi l’ha riunita in un unico, comodo malloppone. Mi arrivano pareri molto discordanti sulla saga: c’è chi l’ha adorata e chi l’ha trovata lenta, ripetitiva, banale. La vita è troppo breve per leggere romanzi mediocri, mi scrollo di dosso il dubbio e lascio stare.



Poi lo prendo, a caso, a poche settimane dall’inizio del secondo lockdown. Lo inizio, lo metto giù, tentenno, riprovo. L’esitazione dura più o meno fino a pagina 40. Poi la lettura si fa svelta, le pagine si girano da sole, sono presa al punto da mettere gli impegni in secondo piano. Finito Annientamento, ordino il resto della trilogia in biblioteca e mi appunto mentalmente che affidarsi troppo alle altrui impressioni di lettura può sembrare un atteggiamento saggio, ma rischia di farti perdere delle perle, quindi è il caso di rivedere il metodo di Scelta Letture – che dà il meglio di sé quando è settato su “vai a caso di brutto”.

A molti lettori la trilogia di Vandermeer non è piaciuta; c’è chi l’ha trovata lenta, chi non ha gradito le variazioni di prospettiva da un libro all’altro, chi avrebbe preferito qualcosa di più risolutivo. Tutto lecito, ci mancherebbe. Però per me la trilogia dell’Area X è un’opera completa, perfetta non in senso assoluto, ma perché credo che risulti esattamente quello che vuole essere, che l’autore sia riuscito a scrivere la storia che aveva in testa così come la voleva scrivere.

L’Area X non è da leggere se si vuole un terreno sicuro sotto i piedi, se si vogliono risposte precise e accurate, o tenere sotto controllo il principio di causalità che lega un evento all’altro. Non è da leggere se si vogliono personaggi che agiscono secondo le proprie precise volontà e i loro espliciti interessi, se si vuole un finale davvero risolutivo, se non si è pronti a lasciare indietro qualcosa delle proprie certezze.



L’impressione che ho avuto è che Jeff Vandermeer si sia detto – magari non dall’inizio, magari soltanto da un certo punto in avanti per poi tornare indietro a correggere le piaggerie, chissà – che non era suo interesse andare incontro alle aspettative del lettore, che abbia fatto della sua storia quello che voleva dall’inizio alla fine. Che abbia gestito consapevolmente i punti lenti e le lungaggini di Autorità e i momenti stralunati di Accettazione scegliendo di fregarsene di quello che i lettori si aspettavano dall’opera. Rispondeva all’Area X e a nient’altro. Almeno, questa è la mia impressione.

Della trama dirò pochissimo, perché del quadro generale si sa pochissimo nel corso del primo libro, qualcosa di più nel secondo e finalmente ci si fa un’idea più chiara nel terzo – chiara, ma non cristallina. Esiste un’Area X, una regione in cui è successo qualcosa che ha tolto di mezzo tutta la popolazione che ci abitava. Nelle vicinanze, una base governativa la studia da decenni, mandando spedizioni oltre il confine. La protagonista di Annientamento, la biologa – i membri delle spedizioni si identificano con la loro funzione – fa parte dell’ultima di queste spedizioni.

Il secondo romanzo è incentrato su un altro personaggio, molto diverso dalla biologa, ma anche simile. In un certo senso sembrano della stessa specie; non in senso genetico-evoluzionistico, ma per il modo in cui esperienziano il mondo, il modo in cui lo tengono alla larga.

È interessante il fatto che leggendo il secondo romanzo, si rilegga anche il primo in una nuova ottica, e leggendo il terzo si stravolge il secondo e si comprende meglio il primo. Vandermeer non finge che esista una realtà solida ed empirica, universale e condivisibile. Esiste una realtà per ognuno di noi, e dunque per ognuno dei personaggi che vertono sull’Area X. La volontà umana, diretta e decisa, non è niente confrontata alle contingenze del caso, all’azione immediata che segue uno stimolo. Vandermeer lo sa.



L’Area X è cruda, disturbante. Non solo nelle manifestazioni più atroci; è una crudezza stilistica, esperienziale, è la luce urticante che l’autore getta sui personaggi e sui loro demoni. La scrittura è un bisturi precisissimo, tagliente e affascinante, di un materiale sconosciuto che manda strani riflessi.

Non dirò nulla sulle parti in causa, sulle volontà dei singoli, sulle battaglie da disputare – su quale campo, poi? – perché rovinerei la lettura. Il senso di sbandamento, l’incertezza e la confusione, fanno parte dell’esperienza dell’Area X.

Divertitevi. Attraversate il confine e divertitevi.

martedì 15 dicembre 2020

Libri belli e grafiche di copertina - per una lettura estetica e superficiale #2

Un paio di settimane fa scrivevo due parole su Gomoria di Carlo H. De’ Medici, un classico mancato della letteratura esoterico-decadente italiana recentemente recuperato da quelli di Cliquot. Vedete bene che l’impatto visivo della cover spezza il fiato a chiunque sia un minimo sensibile al bello; nella recensione, prima di iniziare a chiacchierare del romanzo, accennavo a un mio vecchio post – Libri belli e grafiche di copertina, per una lettura estetica e superficiale – in cui, mi cito testualmente, “non facevo che sbavare copiosamente su progetti grafici meravigliosi e originali; va da sé che la prima casa editrice a venirmi in mente è Cliquot”. Pochi giorni dopo la pubblicazione della recensione, mi sono accorta con un leggero imbarazzo – che alle mie minchiate sono ormai avvezza – che non solo Cliquot non era la prima casa editrice citata nel pezzo, ma che nemmeno la nominavo.

 


Realizzazione. Gelo. Sipario. Non ho ben chiaro come sia stata possibile questa svista – vostro onore, non so spiegare – ma agli inciampi si sopravvive facendo ammenda. Mi urge dunque non di correggere a ritroso l’elenco incompleto, ma di scriverne un altro a stampella del primo.

Cliquot la incenso dunque per la pignoleria quasi patologica con cui recupera e adatta le illustrazioni originali, per gli acquerelli che sono già di per sé opere d’arte, per i rimandi al liberty e all’art decò. Aggiungo un’altra cover da far battere il cuore al grafico più minimalista, ben lontana dai toni scuri e minacciosi di Gomoria, I racconti della biblioteca fantastica.

 


Edizioni Black Coffee è una casa editrice giovane incentrata sulla narrativa nord-americana, che ha portato in Italia autori immeritatamente sconosciuti – da noi. Ma questo è un post estetico e superficiale, quindi pensiamo all’unitarietà concettuale del progetto grafico pop e colorato, alle linee morbide, al lettering dinamico, acceso, che partecipa attivamente al disegno.

 


Edicola Ediciones è per me la cover di Space Invaders di Nona Fernàndez; credo sia stato in assoluto il mio primo approccio con la casa editrice, che si prefigura l’arduo compito di fare da ponte tra la letteratura cilena e quella italiana, pubblicando i propri titoli in più lingue. È difficile scegliere quali copertine riportare a esempio del progetto grafico: gli stili cambiano, i colori variano, le costanti sono caratteri formali – il lettering, il logo spostato verso il centro dell’immagine, la tendenza a illustrazioni realistiche, dai tratti chiari.

 

 

Quello che lega insieme queste case editrici – e quelle del post precedente – non è solo la cura del progetto grafico nel suo insieme; altrimenti sarebbero qui anche Einaudi o Astoria. Il punto è che le grafiche sembrano davvero fare da eco alle storie che racchiudono; creano aspettative, impostano un tono, accennano un racconto: comunicano col lettore ancora prima che questo abbia letto la quarta di copertina.

Ovviamente c’è anche un secondo punto, non meno pregnante di quello appena spiegato, che accomuna i progetti grafici che cito: il mio personalissimo e insindacabile gusto.

A pensarci bene, dovrei inviare questo post al mio professore di grafica pubblicitaria delle superiori; credo che sarebbe contento di vedere che ricordo ancora qualcosa – e che tra le altre cose ho imparato anche la sua pignoleria.

sabato 28 novembre 2020

Gomoria di Carlo De' Medici - Orrorifiche riscoperte e grafiche meravigliose

 Qualche giorno fa ho trovato su una testata online che seguo con inusuale fiducia, un articolo che lamentava le grafiche di copertina nostrane, paragonandole a quelle più audaci e creative di altri paesi. Ora, io non ho niente contro l’autrice, ma vorrei ben prenderla per mano e portarla a visitare il magico mondo delle cover fantastigliose che mi capitano sott’occhio ogni volta che mi metto a spulciare un catalogo. Anche a voler far finta che non esista un’editoria indipendente dall’inventiva prodigiosa, ci sono cover di Einaudi in grado di rifare le chiappe a qualsivoglia Mr. Simon e Mr. Schuster a calci di stile. Qualche mese fa scrivevo questo pezzo, in cui non facevo che sbavare copiosamente su progetti grafici meravigliosi e originali; va da sé che la prima casa editrice a venirmi in mente è Cliquot.



Non credo all’adagio secondo cui “non si giudica un libro dalla copertina”; la copertina è il primo contatto col potenziale lettore, e se l’editore scazza con quella, figuriamoci tutto il resto. Un buon progetto grafico mi rassicura sul fatto che l’editore capisca quanto sia importante prendersi cura di ogni aspetto delle proprie pubblicazioni, che abbia voglia di investirci impegno e denaro perché sa come funziona il mercato editoriale – essenzialmente, un buon progetto grafico mi dice che l’editore sa quello che fa e non sta andando a caso perché “fare libri fa figo”.

Là fuori è un brutto mondo – editoriale.

Cliquot fa questa cosa bellissima che è ripescare i classici che non sono riusciti a diventare classici, le meraviglie letterarie che si sono perse in mezzo alle pieghe del tempo. È una caccia al tesoro entusiasmante, e si vede che ci credono. Se volete saperne di più, l’anno scorso ho rotto le scatole a Federico di Cliquot per Spore Rivista, e il risultato è un’intervista la trovate qui.

Mi rendo conto che a leggere fin qui sembra che stia cercando di allungare un brodo mesto, come se non avessi granché da dire del romanzo, o volessi indorare una pillola amara. Non è così: è la bibliofila dentro di me che si entusiasma quando incontra evidenti segni di bibliofilia; è l’impressione che mi dà Cliquot, di un feticismo letterario che va di pari passo col mio. Forse è così che si sentono i furry quando incontrano i loro simili – non cercate se non volete sapere.



Gomoria è il primo romanzo di Carlo H. De’ Medici, autore attivo all’inizio del ‘900. Oltre che scrittore, è stato un fervente studioso delle arti occulte, e si vede: intorno a metà del romanzo il protagonista si trova a spulciare una biblioteca esoterica e si susseguono pagine e pagine di descrizioni di testi occulti, perlopiù realmente esistiti e plausibilmente presenti della collezione dello stesso De’ Medici. Diciamo che se qualcuno volesse impegnarsi in studi esoterico-alchemici, qui potrebbe trovare un bel po’ di spunti.

Tutto inizia a Napoli, nella splendida tenuta di Gaetano Trevi. Trentenne, ricchissimo e decadente, ultimo rampollo di una nobile famiglia i cui incesti hanno condotto lo sfortunato Gaetano a una costituzione debole. Colleziona bellezza, viaggia, rifugge la noia come si rifugge la morte. Crudele, libertino, egoista come pochi e abbastanza narcisista da non farsene un cruccio – egli è meglio del mondo, e il mondo può pulirgli le suole delle scarpe.

Gaetano non è un personaggio amabile, e neanche l’autore deve avergli voluto particolarmente bene. Lo dipinge senza imbellettamenti, sottolineandone le brutture. Mi ha ricordato moltissimo il cugino Edoardo di Menzogna e Sortilegio – che parimenti avrei pigliato a calci nel nobile didietro fino a farlo risplendere che manco il naso di Rudolph la renna.

Gaetano è causa del suo male, e le sventure che si è ricamato attorno lo portano a trasferirsi in una proprietà sperduta della Maremma. Con lui una donna del suo passato, una vittima che aveva sacrificato al proprio ego e che tuttavia non sembra fargliene una colpa. Troverà qui la biblioteca occulta, esplorerà le possibilità che possono portarlo alla rovina o al trionfo.



La trama, bisogna ammetterlo, è un po’ sfilacciata. In più punti pare che il romanzo debba e voglia prendere una determinata piega, e pare poi che l’autore se ne dimentichi. Nelle pagine iniziali viene posta molta attenzione su una statua della collezione di Gaetano, e pare quasi debba prendere vita e diventare un elemento arcano centrale nella storia; e invece no, era una statua e a De’ Medici andava di chiacchierarne perché sì. Non c’è da aspettarsi colpi di scena o arguzie narrative di sorta. Non è quel genere di romanzo – e d’altronde, non credo volesse esserlo.

Gomoria è nell’atmosfera, nella perdizione, nella disperazione. Nel baratro che l’uomo si crea e in cui si getta per poi piangerne. Il diavolo dentro di noi che richiama quello fuori, in un rimpallo di dannazione. Gomoria è questo – e l’ho apprezzato un sacco.

(dimenticavo, nella prima parte c’è un sacco di erotismo con un buon tot di riferimenti bibliografici – come per la letteratura occulta, volendo se ne possono trarre un sacco di spunti).