martedì 15 giugno 2021

Domingo il favoloso di Giovanni Arpino

Di Giovanni Arpino finora non ho letto che pochi titoli, nonostante me ne sia riempita gli scaffali per pochi spicci perché lo trovo sempre nelle librerie dell’usato. Mi dà l’idea di essere stato, per un certo periodo, uno degli autori italiani di maggiore spicco, quelli che te li nominano e annuisci che pure se non hai letto niente sai di chi si sta parlando. Un Calvino che non è diventato Calvino, ma che da qualche tempo sta tornando a reclamare l’attenzione di nuovi lettori – perché Domingo il favoloso l’ha ripubblicato di recente minimum fax, e un po’ di anni fa Storie di altre storie usciva per Lindau, e questo vuol dire che la stella non si è spenta, si stava solo riposando.

 


Domingo il favoloso è ambientato a Torino, e Torino è così presente che a leggere mi viene da guardarmi dietro le spalle, per controllare che non ci sia nessun fantasma letterario a controllarmi le pagine. Non è la Torino di sempre, né la Torino di tutti. È quella che chiamo Torino di Sotto, ispirata dalla Londra raccontata da Gaiman in Nessun dove, né falsa né cortese, quella che ti presenta l’impossibile e te lo fa credere, che non ti chiede di ammansirti quando parli della Torino di Sopra, così chiara e limpida e distante. Da un punto di vista meramente occulto, Torino è separata in due, la Torino bianca e la Torino nera – la linea di rottura, a quanto ho capito, dovrebbe essere il Po. Ad Arpino piace raccontare quella strana.

 

Domingo è un uomo di una certa età – deve avere superato la mezza, ma non ci viene detto chiaramente di quanto – ed è un abilissimo truffatore, un ingegnoso ricattatore, sempre con un trucco in testa per succhiare soldi dalla Torino più in alto. La sua abilità è tale che il testo ci suggerisce che le sue capacità abbiano origini altre, mistiche, innaturali. Ma Domingo non è uno stregone, né un demone, soltanto un uomo che si apre a tutto il mondo, che non se ne preclude nulla, che non vuole lacci a distoglierlo da quello che vuole – anche se non ha idea di cosa voglia. Ha un amico, diverse truffe in ballo, una donna che lo ama e che lui, a suo modo, ricambia, anche se non vuole saperne di quel giogo. Poi vede una ragazzina in un accampamento di zingari, malata e coperta di stracci, e decide che vuole portarla via da lì, portarsela a casa, non capisce le ragioni della propria ossessione, vuole solo portarla via.

E della trama non dirò altro.

 


Credo che Domingo il favoloso sia vicino, ma non del tutto assimilabile, al realismo magico, all’impressione di trovarsi in un mondo a metà, che è o non è incantato a seconda degli occhi che lo guardano, dell’interpretazione che il singolo vuole dare all’assurdo – è solo strano o è magia? In questo caso la risposta non è evidente, e il lettore può in un certo senso sceglierla, perché Arpino lascia uno spazio indefinito e interpretabile tra libro e lettore. Un altro aspetto davvero meraviglioso è lo stile, che non ha nulla di banale né di trattenuto, ma è anzi pregno e personale. Mi ha fatto pensare a Michele Mari, alla vitaccia del suo editor come me la immagino – “Scusa Miche’, ma qui non sei proprio adamantino, che mi significa in narrativa questo lessico poliedrico?”, e Miche’ risponderebbe con una stringa incomprensibile che si riassumerebbe in un più immediato “Stocazzo” – e alla standardizzazione della lingua nella letteratura contemporanea.

Per quanto mi riguarda, Domingo è un re già all’inizio dell’opera, perché vede la realtà concreta così com’è fatta e decide che è una sciocchezza e la ricrea a modo suo, stando attento a non seguire neanche regole autoimposte. Domingo è quello che sarei se ne avessi il coraggio, o se non amassi così tanto la realtà che ho.

 

Voglio muovermi da re. Poco, ma da re, e la prima cosa che fa riconoscere i re è che non hanno fretta. Fanno il tempo, non lo subiscono. Questo spetta all'uomo, se si convince d'essere re.


mercoledì 19 maggio 2021

Il mondo nuovo di Aldous Huxley - Una distopia utopica, o un'utopia distopica

 Il mondo nuovo di Aldous Huxley è un classico su cui mi sono gettata senza saperne granchè, salvo le poche informazioni che ho introiettato passivamente nel corso degli anni senza mai approfondirle – perché è così che mi piace leggere narrativa, senza filtri interpretativi altrui a frapporsi tra me e il testo, in modo che l’esperienza possa dirsi del tutto personale, così come se l’era figurata idealmente l’autore, scevra di contestualizzazioni storiche o filosofiche. Leggendolo, ho capito che il poco che mi era arrivato era impreciso, perfino scorretto. Credevo fosse una distopia, e lo è, in un certo senso, ma è anche un denso lavoro di utopia, almeno nelle intenzioni di chi la distopia la mette in atto – la dimensione distopica è soverchiante, evidente, eppure estremamente diversa dalle versioni crudeli e sanguinarie che ci hanno regalato altri autori – Bradbury con Fahreneit 451 o Orwell con 1984, che non ho ancora letto proprio perché ne so fin troppo. È lo stesso Huxley a fare un parallelo con 1984 all’inizio di Ritorno al mondo nuovo, un commentario che parte dal presente dell’autore – Il mondo nuovo è uscito nel 1932, Ritorno al mondo nuovo nel 1958 – per spiegare cosa metterà in essere, in un futuro non troppo lontano, la sua razionale distopia utopica – o utopia distopica? È difficile da definire chiaramente, semplificare vorrebbe dire sorvolare sull’attento lavoro dell’autore, che rielabora un’antica diatriba, quella tra ragione e sentimento, presentate ai loro estremi in tutto il danno che possono produrre, in un modo che rende difficile discernere quale sia in fondo l’idea dell’autore – inizialmente avevo scritto “da che parte stia l’autore”, ma mi sono corretta subito, perché la parzialità dell’autore non è un elemento importante rispetto alla ricezione di un testo, che è un’entità indipendente e separata e non ha bisogno di ulteriori inquadramenti.

 


Credevo anche che fosse un testo duro, di difficile lettura, ingarbugliato come tendono ad essere le opere che rappresentano un futuro tecnologicamente complesso e dalle strutture sociali innovative – Neuromante di William Gibson, per dire, l’avrò iniziato chissà quante volte, prima di tuffarmici appieno. E invece una volta partita con Huxley non mi sono più fermata, anzi, nonostante gli impegni e il tempo che sembra correre per farmi dispetto, l’avrò finito sì e no in tre giorni – la me stessa di qualche anno fa mi riderebbe in faccia, che si leggeva bel bella un libro al giorno, che bella la vita spensierata da giovinastra, sigh.

Aldous Huxley è nato nel Surrey nel 1894 in una famiglia di scienziati ed è morto a Los Angeles nel 1963. Critico letterario e musicale, prolifico sceneggiatore – che sorpresa scoprire che ha sceneggiato la prima versione cinematografica di Pride and Prejudice, quella del 1940 diretta da Robert Z. Leonard – è famoso soprattutto per Il mondo nuovo, anche se ha scritto molto altro, prima e dopo.

 



Dunque, Il mondo nuovo.

Siamo nel futuro, ma non è chiarissimo quanto siamo nel futuro, perché il calendario è stato azzerato e il punto di inizio è Ford. Henry Ford l’industriale, il magnate, l’inventore della catena di montaggio, l’eroe americano. In questo futuro, tutto è ottimizzato secondo le stesse logiche: a ogni essere umano corrisponde una mansione: nessuno è inutile, nessuno è indispensabile, perché tutti sono sostituibili. Poiché sarebbe disumano richiedere a un essere umano che dedichi la propria esistenza a un compito gravoso, monotono e che egli disprezza, gli esseri umani vengono bioingegnerizzati perché possano provare soddisfazione e piacere nello svolgimento delle mansioni cui saranno destinati. Questo è possibile grazie alla conversione del sistema delle nascite in una catena di montaggio vera e propria: nessuno, nel nuovo mondo, concepisce “alla vecchia maniera”, anzi, nessuno concepisce e basta. Laboratori avanzatissimi si occupano della fecondazione, della gestazione e infine della nascita e della crescita degli individui – che chiamare “individui” è un po’ improprio.

Non c’è scampo dal continuo e tartassante condizionamento: parte fin da prima che ci si possa fare davvero qualcosa, nei laboratori in cui i feti vengono sottoposti a determinate condizioni ambientali perché risultino perfetti o gradatamente carenti. La società è suddivisa in classi sociali cui corrispondono mansioni sempre più ingrate: ci sono gli Alfa, i Beta, i Delta, i Gamma, i disprezzati Epsilon. Non esistono genitori o parenti, tutti appartengono a tutti, si cresce e si studia in istituti controllati dallo Stato, si legge la stampa dedicata alla propria categoria, la droga di stato è distribuita gratuitamente perché gli screzi della vita non possano sedimentare in un vero dolore. Nel mondo nuovo, è bandito tutto ciò che possa scatenare passioni violente: l’arte, l’amore, la letteratura. È un mondo comodo, e un mondo arido – consapevolmente arido.

 


 

Un aspetto particolarmente interessante del romanzo è lo sguardo spietato dell’autore sui suoi personaggi, su tutti i suoi personaggi. Ognuno, a modo suo, è umanamente piccolo e meschino, patetico o arrogante, o disperatamente fatuo. Non ho trovato nell’opera un vero e proprio esempio, fatta eccezione per un personaggio secondario, che fa perlopiù da contrappunto ragionevole senza che al testo importi granchè di chi sia, cosa faccia o cosa voglia.

Difficile parlare della trama: non che sia particolarmente complessa o involuta, anzi, e non è nemmeno statica o noiosa, ma neanche adrenalinica. Il mondo nuovo è un ideale tranquillo, intoccato dalle emozioni violente, al riparo dai colpi di testa delle tragedie. Ogni rimando al sentimentalismo è tacciato, ridicolizzato. L’umanità ha dichiarato guerra alle passioni, e ha vinto.

A suo modo – e dico “a suo modo” perché la visione politica di Huxley era, come ogni visione politica, parziale (compresa la mia) – Il mondo nuovo ha dipinto le aberrazioni di due tendenze opposte, quella autoritaria ispiratagli dal regime stalinista e quella liberista; politica la prima ed economica la seconda, nel romanzo hanno finito con l’incontrarsi e fondersi in una bestia che ricorda il nostro tardo capitalismo – più abile nel condizionamento, razionale solo in apparenza.

So benissimo che c’è bisogno di situazioni assurde e folli come questa; non si può realmente scrivere bene su nessun altro soggetto. Perché questo vecchio [Shakespeare] era un tecnico così portentoso della propaganda? Perché aveva tante cose insensate, crudelmente dolorose, sulle quali poteva sovraeccitarsi. Bisogna essere colpiti, turbati; senza di che non si trovano le espressioni veramente buone, penetranti, le frasi a raggi X”.

sabato 24 aprile 2021

Piccoli scorci di libri #65 - 3 consigli molto sentiti

 Negli ultimi tempi sto leggendo pochissimo – così poco che, giuro, saranno settimane che non finisco un libro. In compenso, nei mesi scorsi ho letto un bel po’ di meraviglie che non ho avuto tempo di recensire. I romanzi cui accenno qui sotto meriterebbero ognuno un proprio spazio, digressioni storiche sulla vita degli autori e delle autrici. Ma non ho abbastanza tempo per impegnarmi in recensioni degne di essere chiamate tali, quindi risolvo con queste tre distinte dichiarazioni d’amore: sono letture splendide ed è facile parlarne, potrebbe perfino bastare un “accattateveli santoddio, me ne sono innamorata”.


La straniera di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019)


Non è facile capire come parlare di questo romanzo. Prima di tutto, qual è la tematica? La voce narrante appartiene alla protagonista, una giovane donna che vive a Londra e racconta il suo passato, il passato dei genitori, le proprie diaspore, e il senso di separazione che la allontana dagli altri. È nata a Brooklyn, per poi crescere in un paesino in Basilicata. I genitori sono scapestrati, problematici, al punto che la narrazione così misurata stona, di tanto in tanto, perché ciò che racconta non ha nulla di misurato o di ragionevole. “A chi potrebbe mai venire in mente di…?” ci si potrebbe chiedere, e la risposta è: “ai suoi genitori”. Entrambi sordi, vivono con rabbia in un mondo che li taglia fuori, con picchi di anti-socialità che personalmente ho trovato parecchio più vividi, realistici e dignitosi, delle classiche narrazioni consolatorie sulla disabilità – “Sono migliori di noi, una benedizione signora mia, così sfortunati eppure sorridono, degli angeli…”. A fronte di questo smarmellamento mediatico, apprezzo molto quando i personaggi disabili sono trattati come persone, quindi fallibili, difettosi, in grado di agire sulle proprie volontà e di ottenere, con le buone o con le cattive, quello che vogliono.

Il tema non è limitato alla famiglia – problematica – o alla diaspora al contrario; la protagonista parla di amore, di società, del mondo del lavoro e del decantato mito della meritocrazia – che sta finalmente crollando, ci tengo a ringraziare i grandi imprenditori che, facendo platealmente schifo, dimostrano che non fosse per i soldi del papi starebbero implorando per uno stage in un magazzino come noialtri disgraziati – e dunque uno sguardo critico sul capitalismo che non mi aspettavo, e che ho quindi particolarmente gradito – come quando ti arriva il cappuccino con una spolverata di cacao: non l’ho chiesto e non ce n’era bisogno, ma ci sta proprio bene.

Lo stile è azzeccato, pesato, scorrevole. Può non piacere per ragioni strutturali – i capitoli seguono una progressione tematica e non una progressione cronologica lineare – ma non trovo nient’altro che possa costituirsi come elemento potenzialmente spiacevole.

Inoltre è piaciuto alla mia Coinquilina, e questo è un attestato validissimo.


Dio, il Tempo, gli Uomini e gli Angeli di Olga Tokarczuk - traduzione di Raffaella Belletti (edizioni e/o, 1999)


Guidail tuo carro sulle ossa dei morti mi aveva stregata. La prospettiva originale, l’assenza di giustificazioni e di una forzata, stucchevole ragionevolezza, l’affermazione che non sente il bisogno di ammorbidirsi. È stata una lettura importantissima per me, al punto che sto ancora riflettendo su quanto sia stata importante.

Questo romanzo, scritto un bel po’ di tempo fa – perché 22 anni sono un bel po’ di tempo fa – l’ho pescato in biblioteca, mentre rimiravo il catalogo online. Avevo bisogno di qualcosa che ispirasse il lato più disordinato e improbabile della mia immaginazione, e ho fatto bene a cercare Olga, anche se il titolo, lettomi al telefono dal bibliotecario, suonava un po’ da manuale di auto-aiuto di quelli particolarmente improbabili.

Ho sempre associato il realismo magico alla letteratura sudamericana. A Gabriel Garcia Màrquez, a Haroldo Conti, a Josè Saramago. Nel mondo reale, capita qualcosa di completamente irreale, e tocca venirci a patti. Olga è polacca e il modo in cui intreccia reale e irreale è magnifico; si parte da un paesino delimitato ai suoi quattro angoli da quattro Angeli; si parla di magia e predestinazione; di esseri umani che impazziscono, si perdono, trasmutano; di storia, di guerra, di tempo che passa e porta cambiamenti. Tutto nel suo stile vivo, giocoso. È come se Olga, scrivendo, incantasse le parole, e gli occhi saltellano allegri da una parola all’altra.


Il bacio della donna ragno di Manuel Puig - traduzione di Angelo Morino (Einaudi, 1978/Sur, 2017)


Questo è un libro che non avrei letto – se non per caso, molto più avanti – se non me ne fosse capitato davanti un breve stralcio di cui non ricordo nulla, adocchiato su twitter. Una citazione che mi era rimasta abbastanza impressa da farmi decidere di recuperarlo – con calma e pazienza, che ho una coda di lettura spaventosa, ma il fatto stesso che mi fosse rimasto così chiaro in mente è una riprova di quanto quella citazione fosse convincente.

Me lo sono regalato per Natale – o per il compleanno? – insieme a un romanzo di Alfred Jarry e a uno di Sylvia Townsend-Warner, e l’ho divorato. Una lettura intensa, che non posso nemmeno chiamare violenta, perché anche lo strazio era addolcito da un sottofondo umano e gentile, originale e scorrevolissima. Non ho ancora letto altro di Manuel Puig, ma lo farò: con Il bacio della donna ragno si è guadagnato la mia imperitura adorazione.

Ci sono due uomini in prigione, a Buenos Aires, negli anni ‘70 – gli anni in cui i miei nonni e le loro figlie, saggiamente, se ne tornavano in Italia. Tra loro si instaura un dialogo continuo, intimo, che parte dal cinema e sprofonda nelle loro vite private. Uno è un dissidente politico, trattenuto perché denunci i suoi compagni. L’altro è un uomo omosessuale accusato di corruzione di minori. Si raccontano vecchi film, si dividono il cibo, stringono tra loro un legame improbabile e commovente.

Non mi va di dirne altro, perché merita davvero di essere scoperto con gli occhi puliti delle altrui interpretazioni. È un capolavoro. Punto. Quando sarà possibile, voglio andare con mia zia a Buenos Aires, e le chiederò di mostrarmi, per quello che può, l’Argentina di Puig e di Conti. Lo so che è cambiata, e non voglio intrufolarmi morbosamente in un orrore storico che non è il mio. Ma vorrei capire. Vorrei almeno capire.

domenica 11 aprile 2021

L'arte della gioia di Goliarda Sapienza #mustread

 Mi sono innamorata di Goliarda Sapienza come mi sono innamorata di Italo Calvino con Le Cosmicomiche, come mi sono innamorata di Elsa Morante con Menzogna e Sortilegio, ovvero con un certo stupore. Si tratta di innamoramenti strani, perché non me li aspettavo; dopo Se una notte d’inverno un viaggiatore e dopo L’isola di Arturo, pensavo che non mi potesse germogliare dentro un’affezione maggiore, che l’incantesimo fosse bello e concluso nel suo apice. E poi PEM!, arriva quella prosa che ti ingarbuglia il pensiero e ti fa tornare a rileggere una frase due, tre volte, per assaporarne la metrica e il senso.



Ecco, Goliarda Sapienza. Se non me l’avesse consigliato Diletta, non so se e quando l’avrei letta. Credevo, nella mia beata ignoranza, basandomi soltanto sul titolo di quel capolavoro che è L’arte della gioia, che fosse un manuale di auto-aiuto spicciolo per intellettuali che se la credono. Non so perché mi desse questa impressione, davvero. Forse era anche il nome a suonarmi fittizio e altisonante. Ora lo leggo e mi viene da sorridere, perché è proprio perfetto: Goliarda, la sua Modesta, così piena del “chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza” di Lorenzo de’ Medici, e rigonfia del “tutto è follia, follia nel mondo, ciò che non è piacer” di Verdi; come se avesse fatto una precisa scelta di campo, quella di vivere dalla parte del sentimento anziché della ragione, non per allontanare l’intelletto, ma perché l’intelletto è secondario, è uno strumento attraverso il quale affinarsi per essere più liberi, e quindi più felici. È una subordinazione volontaria tra ragione ed emozione, che si articola attraverso lo studio del contesto e del presente e in un progressivo smantellamento delle norme che regolano la vita sociale, nel rifiuto opposto senza sforzo al “perché sì”. Il “perché” Modesta lo trova nella gioia.

Della trama non ho ancora detto nulla, e cercherò di farla breve. Siamo all’inizio del ‘900, forse alla fine dell’800, in Sicilia, e Modesta vive con la madre e una sorellina affetta da una forma di ritardo piuttosto grave. Modesta le odia; per lei sono fastidi, catene, brutture che non le offrono nulla di bello o interessante, solo lamenti e rumori molesti. Modesta è ancora una bambina quando la sua piccola vita astiosa e insoddisfacente viene stravolta, più o meno per mano sua; si ritrova in un convento, a studiare con le suore, a legarsi con una comunità religiosa fatta di obblighi e divieti, un contesto che le fa rifiutare ancora più profondamente l’opposizione dogmatica tra morale e piacere, ma che almeno la rimpinza di nozioni e conoscenze. Modesta è solo una bambina, ma ha già iniziato a capire chi è e chi non vuole diventare; sa che le suore sono diverse da lei, e che se non vuole essere cacciata, deve nascondere quella diversità – quell’approccio alla vita allegro e affamato – e simulare devozione. Va tutto bene, finché non le scivola fuori un commento che pare un’accusa, diretto proprio a Madre Leonora, colei che l’ha accolta e cresciuta per anni, cercando di plasmarla in una versione ancora più pura di sé. E a quel punto, Modesta deve agire. E lo fa. Modesta non ha freni morali; chiunque decida di frapporsi tra lei e la felicità, chiunque minacci il suo spensierato stare al mondo, verrà spazzato via con una manata dal suo destino. Non si fa problemi. Non vuole essere un’eroina romantica, non le interessa il bene inteso come valore morale. Dei modelli imposti o suggeriti dalla società, ne fa carta igienica.

E voglio dire, messa così, come si fa a non innamorarsene un po’, a non volere un po’ della sua influenza nella propria vita?



Un aspetto che ho trovato meraviglioso del romanzo è quanto fosse pregno e cangiante; leggevo, all’inizio, e pensavo che ci fosse un che di De Sade, ma mescolato sapientemente col Candide di Voltaire; vado avanti, mi guardo negli occhi col terribile Grenouille di Suskind, protagonista de Il profumo. Proseguo ed ecco che spunta Marx; poco più avanti e arriva Gramsci. E non è solo una questione di contenuti – Modesta studia, studia ed evolve, studia e digerisce ciò che è nuovo e le sembra vero, e lo disossa per capirlo e criticarlo con la calma sicurezza di chi ha disprezzo per i dogmi – ma pure di stile, di aspettative; Modesta, col tempo, cambia. Tutto ciò che le accade le lascia dentro qualcosa. È spietata, ma quando ama, ama profondamente. Rifiuta le catene, ma nutre i legami. È un’evoluzione strana; Modesta da bambina che detesta la sorella, Modesta a cinquant’anni che-

Non dico altro, non voglio dire dove va il romanzo. Copre un buon mezzo secolo, e qualcosa di più. Copre un’epoca lunga e travagliata, un progresso a singhiozzo e poi una stasi colpevole. Copre i primi passi dei movimenti operai e del partito comunista, l’avvento del fascismo, il dopoguerra. Copre generazioni e generazioni, ognuna con la sua voce e i suoi tradimenti.



L’arte della gioia è un romanzo che avrei voluto incontrare prima. Diciamo intorno ai vent’anni, anche qualcosa di meno. Goliarda è spietata, lucida, onesta: mette in guardia le sue lettrici dai compagni che hanno sempre in bocca l’uguaglianza e neanche ammettono di non rispettare le compagne; dice ai lettori dove guardare, per trovare ed estirpare da sé i rimasugli marci di un sessismo culturale, che non si è scelto, ci si è cresciuti. Goliarda ti guarda in faccia, e leggendo ti ritrovi a fare lo stesso. Goliarda parla a tutt* e a tutt* offre conforto, comprensione, una liberazione che puoi accettare se è la tua, e altrimenti pace fatta.

venerdì 29 gennaio 2021

Libri per sovvertire il reale #2

 Qualche mese fa terminavo la lettura di tre opere di saggistica – La sinistra di destra di Mauro Vanetti, La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski e Anarcoccultismo di Erica Lagalisse. Avevano qualcosa in comune, e mi è venuto da chiacchierarne in uno stesso post, riassunte sotto la stessa prospettiva: la sovversione del reale così come siamo soliti percepirlo.

Questa è la “seconda puntata”, in cui mi limiterò a parlare soltanto di due libri – con la saggistica sono lentissima – e a copincollare, in un gesto di evidente pigrizia, l’introduzione della volta scorsa:

sono giunta alla conclusione che non esista un’opera letteraria che non sia politica – perché l’idea che l’autore ha del mondo è politica e il ritratto che fa della realtà non può prescindere da quell’idea, più o meno consapevolmente. I titoli che vado a presentare partono da un dubbio, dalla volontà di svellere i cortocircuiti interpretativi che come società tendiamo a dare per scontati. Partendo dal momento storico in cui è nato il malinteso interpretativo, ne ribaltano la prospettiva per sviscerarne le conseguenze e stabilire i legami tra causa ed effetto. Insomma, nel mezzo di una partita a scacchi dicono “Fermi tutti, quelle sono le pedine della dama!”. E va da sé, ogni volta che parliamo di lettura del reale e prospettiva siamo piagati dalla visione che abbiamo del mondo; magari gli autori dei titoli non hanno sempre e del tutto ragione, potrebbero anche non essere pedine della dama, magari sono quelle del backgammon, ma hanno sicuramente ragione nel dire che non sono scacchi – che cosa siano, quello bisogna scoprirlo da sé.

Disagiotopia – Malessere, precarietà ed esclusione nell’era del tardo capitalismo a cura di Florencia Andreaola - D Editore

 


sovverte il reale: analizzando attraverso una molteplicità di prospettive lo stato attuale delle cose, ripercorrendo il filo logico con le cause che l’hanno posto in essere. In poche parole: come ci siamo ritrovati in una società così inguaiata? Quali sono le cause del disagio esistenziale che colpisce soprattutto, ma non soltanto, le generazioni più giovani? In sostanza: perché abitiamo una realtà così malata?

Ci sono tanta storia economica e tanta politica, ed è interessante osservare come si incrocino tra loro – quando dico “interessante” voglio in realtà dire “avvilente e disgustoso” – e perché. Si parla di populismi, ruolo dell’individuo nella società, del valore dell’individuo all’interno della società; ci sono anche un paio di capitoli particolarmente interessanti – stavolta voglio proprio dire “interessanti” – sulla gentrificazione planetaria e sul fallimento del Fondo Monetario Intermazionale, che potrei riassumere in “Storia di come i più ricchi continuano a mangiare nel piatto dei più poveri e di quanto baldanzosamente l’Occidente si diletta a devastare le economie più fragili”.


Caccia alle streghe, guerra alle donne di Silvia Federici - NERO Editions

 


sovverte il reale: rivelando uno stato attuale delle cose che fa molta più paura di quanto vorremmo – in alcuni paesi, la caccia alle streghe sta tornando alla grande e sì, quella caccia alle streghe, roghi e fondamentalismo cristiano, la stessa nostalgica wave – e ripercorrendo in modo estremamente puntuale le connessioni storiche tra l’avvento del capitalismo e la caccia alle streghe. Una connessione che, messa così, non può che apparire forzata, perfino pretestuosa, ma conoscendo la casa editrice ho pensato valesse la pena di approfondire.

Ebbene, la storia non smette mai di sorprendermi. E quando dico “sorprendermi”, quello che intendo è “farmi esplodere in un minicicciolo di bestemmie”.

C’entra la dissoluzione della comunità medievale, l’esclusione dei poveri, la privatizzazione delle terre comunali, le recinzioni. C’entra lo studio etimologico della parola gossip, c’entra l’impegno di disgregare le comunità di supporto femminili e allentare perfino i rapporti che le donne mantenevano con le parenti più prossime.

Disagiotopia mi è stato immensamente utile per capire appieno le conseguenze della liberalizzazione globale e del colonialismo economico, e come si siano prevedibilmente tradotte in crisi, disoccupazione, conflitti intergenerazionali, fino a sfociare nella vera e propria caccia alle streghe. Se vi interessa capire bene Caccia alle streghe, guerra alle donne e non siete molto pratici in materia di economia, vi consiglio di prenderli insieme.


Prossimamente: ZombieCity – Strategie urbane di sopravvivenza agli zombie e alla crisi climatica a cura di Alessandro Melis, Panarchia di Gian Piero de Bellis e Demonologia Rivoluzionaria a cura del Gruppo di Nun

sabato 16 gennaio 2021

Il libro della creazione di Sarah Blau

Il libro della creazione di Sarah Blau – edito da Carbonio Editore nella traduzione di Elena Lowenthal – mi è arrivato per Natale, da parte di mio padre. L’avevo infilato nella lista dei regali che compilo ogni anno per facilitare la vita a coloro che per convenzione sociale devono prendermi qualcosa per il compleanno o per Natale. È una lista bella lunga, che amplio di settimana in settimana, e che quest’anno ho affidato a mio fratello – per evitare doppioni, gli tocca un ruolo organizzativo di rilievo. Ho una pessima memoria, e faccio in tempo a dimenticarmi dei titoli presenti prima che venga il momento di scartare i regali. Il libro della creazione, chi si ricordava di avercelo infilato? La memoria a groviera per certi versi è una benedizione.

 



Siamo ai giorni nostri, in Israele. A raccontare è Telma, al presente. Il romanzo si apre con Telma che si scruta allo specchio, chiusa a chiave nella propria stanza. Si guarda, si odia, enumera i propri difetti. La vengono a chiamare la madre e la zia, le dicono di sbrigarsi, che stanno facendo tardi. Telma le lascia ad aspettare, continua a guardarsi. Ha la pelle grassa e i capelli unti, non importa quanto si lavi. Si sente sempre cosparsa da una patina spessa di sudore marcescente. Si disprezza con una violenza che solo chi è stata davvero brutta può capire – o forse no, a rivedere le foto delle superiori ero ciccia ma carina, ma quanto mi facevo schifo, è uno schifo che non ti togli mai del tutto di dosso, è un disprezzo profondo che ti rimane sottopelle e che nessun complimento può toglierti.

Abbiamo capito che la recensione di oggi è improntata all'allegria.

Telma si odia, e odia buona parte della sua famiglia. La nonna, l’unica che sembrava capirla davvero, è morta e stanno per andare al suo funerale – capiamo bene perché la famiglia le mettesse fretta. Detesta la cugina Nilli, che è bellissima e ha un carattere forte; si somigliano soltanto negli occhi, che sono grigi e uguali a quelli della nonna, e Telma vorrebbe non avere neanche quelli in comune con lei, perché sottolineano quanto siano diverse in tutto il resto. Detesta la madre di Nilli, la zia Edith, sempre pronta a criticarla per risaltare quando Nilli sia meglio. Detesta la madre, che è debole, e il padre, che è stupido. Voleva bene alla nonna, ma è morta. Le rimane un unico affetto ed è l’altro cugino, Chanan.

Il rapporto tra Telma e Chanan è spaventosamente malato. Telma ne è disperatamente innamorata da quando erano bambini e ancora non aveva una chiara idea di cosa fosse l’amore – a ben vedere, non sono certa che lo capisca a trent’anni, nel presente del romanzo. È un amore malato perché taciuto, nascosto, e insieme vissuto con spaventosa intensità da Telma, al punto che all’inizio si sospetta che sia ricambiato, perché Telma se ne immerge, se ne riempie i polmoni, non fa che respirarlo. La si potrebbe quasi definire una narratrice inaffidabile, all’inizio, perché vive dentro di sé, non lascia uscire niente, e del mondo che ha dentro può fare e capire quello che vuole. Sentimentalmente parlando, Il libro della creazione è malsano e ossessivo. Non so se sia questo a renderlo incredibilmente bello:

 

"Chanan, Nilli e Telma. Coetanei, parenti. Il vostro corpo cambia nel tempo allo stesso ritmo, dentro il vostro cervello agiscono gli stessi meccanismi, i vostri cuori battono allo stesso ritmo o quasi, perché il tuo cuore batte Chan-an, Chan-an, Chan-an, Chan-an talmente forte che le sue stanze e i suoi ventricoli si contraggono, e quella è la parola responsabile del colore rosso del tuo sangue."

 

Telma e Chanan hanno un segreto, e quel segreto riguarda la morte della nonna. Lo si scopre andando avanti poco a poco, e il romanzo assume tinte weird e inquietanti, si delinea il rombo sotterraneo di forze arcane incontrollabili. Sarah Blau affonda le mani artigliate nella tradizione e nelle leggende ebraiche, ne tira fuori una specie di antica stregoneria, la adatta al presente e al passato – quello della nonna, che ha vissuto l’Olocausto a Varsavia. Il sangue, l’orrore, il prezzo da pagare.

 



Ma se dovessi dire cosa più mi ha disturbata dell’opera, non farei riferimento all’orrore che incastra Il libro della creazione nella letteratura dell’impossibile, dell’irreale. È Telma a farmi paura. È il suo vivere distaccato dalla realtà, in una dimensione sua che può e non vuole distruggere, la sua violenta ostinazione. Sembra debole, Telma, vista da fuori, sembra una persona nata per farsi mettere i piedi in testa. Ma a guardarla da dentro, immergendosi in una narrazione che è sua e profondamente sua, con quello stile pregno e bellissimo, è come leggere temendo di rimanere coi piedi intrappolati in una palude di parole e fango, Sarah Blau scrive con una violenza che davvero, come dire. È l’intensità violenta di una vita vissuta all’interno del sé, senza mai uscirne, una sedimentazione progressiva di un sentire mai espresso che si fa pietra.

Forse a farmi paura di Telma è la paura di esserle sfuggita per un soffio.

 

domenica 3 gennaio 2021

Mascarò di Haroldo Conti - Seguire se stessi, seguire la Strada

 Mascarò di Haroldo Conti è uscito a fine novembre per Exòrma edizioni, nella traduzione di Marino Magliani. A ricontrollare l’email, vedo che l’ufficio stampa mi ha contattata con largo anticipo, e che come al mio solito mi ci sono volute settimane per rispondere. La mia procrastinazione miracolosamente non si è allargata ai tempi di lettura, nonostante in questo periodo io sia lenta a leggere quanto non sono mai stata. Ho iniziato Mascarò che era appena arrivato, saltando la prefazione di Gabriel Garcia Marquez – recuperata a romanzo finito, dolorosa ed essenziale – e lasciandomi provare un’affinità istintiva per l’Haroldo scrittore scanzonato che emerge dalla sua introduzione. Haroldo accanto a Calvino, a meravigliarsi del mondo senza nascondersene gli orrori, ad amare il processo della scrittura, a ricordarsi che è tutto un gioco, che a prenderlo sul serio ci si toglie il gusto, che sacro non vuol dire per forza solenne, e che solenne non vuol dire per forza austero.

 


Haroldo Conti è nato nel 1925 a Chacabugo, in provincia di Buenos Aires. Studia filosofia, scrive sceneggiature per il cinema e per il teatro. Della sua vita non dico altro; meglio chiacchierare della sua filosofia di vita, di come traspare dalle chiacchierate tra il protagonista Oreste e il Principe di Patagòn, delle pagine bellissime in cui parlano del loro punto d’incontro, di quello che li rende l’uno simile all’altro – il richiamo del loro destino, sublimato nella Strada.

Mascarò è un’opera vagabonda, un romanzo rocambolesco e magico, in cui i personaggi sono ora se stessi e ora quello che scelgono di essere – forse quello che sono davvero, quello che sanno di essere davvero, anche se da fuori non li si potrebbe indovinare.

Mascarò, in un certo, piccolo senso, inganna: Mascarò è un personaggio che compare poco, il viaggio lo facciamo con ben altri vagabondi – che amiamo profondamente; ma sul finale del romanzo, quando l’opera cambia, e sospetto che il cambiamento dipenda dal mondo che cambiava intorno allo stesso Conti, a forzargli sulla penna un futuro più cupo, si capisce perché Conti l’abbia scelto per dare forma al titolo. Mascarò è personaggio – secondario – ma anche un indirizzo, una pulsione popolare che ribolle, la rivolta che si infiamma sotto lo scarpone che si crede vittorioso. La sua presenza mi ricorda un po’ quella di Antonio Banderas in Evita, una simbologia chiara e – scusate la pessima battuta – argentina

 

 

All’inizio ci troviamo con Oreste in un piccolo villaggio di pescatori, impregnato in un’atmosfera statica, stagnante. Le prime pagine, lo ammetto, un po’ annoiano. Oreste è rimasto fermo a lungo in questo paesino, conosce gli abitanti, fa con loro la stessa vita. Osserva tutto, ma è un tutto che già conosce. Non vediamo l’ora che se ne vada, che si avventuri lungo un’altra strada, e Oreste non delude. Parte presto, il mattino che segue l’inizio del romanzo, su un battello carico di strani figuri; ci sono il Principe di Patagòn, Mascarò, il Nuno e altri bizzarroni. Le storie saltano dall’uno all’altro, su una nave c’è sempre tempo per scambiarsi il filo dei propri destini.

Mascarò è perlopiù la magia del viaggio, il coraggio dell’abbandono alla Strada, il passo che si mette davanti all’altro perché a un certo punto non riesci più a smettere. È l’apertura a tutte le possibilità che il mondo possa congetturare, il sogno realizzato di quando da bambini si vorrebbe scappare col circo ed essere liberi per sempre.

L’ambientazione è all’inizio quella di un’Argentina che pare antica, tra villaggi senza elettricità, zone spopolate, strane leggende, ma che man mano che si avanza, passata la metà del romanzo, inizia a maturare un contesto storico più vicino – si cita il 1943 come punto di un passato piuttosto recente, nell’ordine dei decenni, e Mascarò diventa contemporaneo allo scrittore che scrive.

Non so bene che altro dirne; mi viene da citare il vagabondaggio improvvisato di Don Chisciotte, ma hanno in comune soltanto l’approccio al futuro, l’idea di mettersi in strada senza una missione precisa se non quella di seguirsi e perseguirsi. Il realismo magico, quello c’è tutto. E c’è la politica, perché ogni romanzo è politico ed è ancora più politico il romanzo di un autore che sa quanto il mondo che ha intorno influenza la sua scrittura – un mondo che non importa quanto sembri solido, può sempre sbriciolarsi. 

 



- Come hai cominciato a fare questa vita?

- Vuoi dire come sono nato, perché fino ad allora ero uno stronzo qualunque.

- E adesso cosa sei?

- Un Principe. Cosa credi? Sono padrone della mia vita e in uncerto qual modo sono padrone del mondo. Per questo mi dichiaro e mi presento come Principe, e posso farlo perché volerlo e deciderlo dipende solamente da me.

- Sei matto, ecco cosa sei.

- Se non ti decidi a fare così, sei già morto.