domenica 17 giugno 2018

Grande madre acqua di Zivko Cingo


Questo libro sono andata a ritirarlo direttamente dalle mani dell'ufficio stampa di CasaSirio, una donzella assai cortese che non lavora poi lontano da casa mia. L'ho iniziato quasi subito e l'ho abbandonato altrettanto presto. Non che avessi problemi col libro in sé, anzi. Nello stesso periodo ho messo in pausa quasi tutte le mie letture, che mi aveva colpito un leggero blocco del lettore, sconfitto giusto ieri con un colpo di reni, - ovvero una gitarella in biblioteca. Ho preso così tanta roba che difficilmente riuscirò a smaltirla prima che finisca l'estate, e la mia schiena ancora ne risente.
Dunque, Grande madre acqua di Zivko Cingo, edito da CasaSirio – entusiasticamente intervistata qui – nella traduzione di Carolina Crespi e Jessica Puliero.
Zivko Cingo è nato in Macedonia nel 1935 ed è morto nel 1987; io della Macedonia non sapevo granché, lo ammetto. Non avrei neanche saputo come indirizzarmi su una cartina geografica oltre un generico “est”. E invece la Macedonia ha una sua storia infame e particolare, fatta di dittature e orfani rinchiusi in edifici pericolanti, tenuti in riga da un personale da far venire i brividi. Grande madre acqua risale al 1971, e racconta della situazione non proprio rosea della Macedonia post-guerra, quando si chiamava Repubblica Socialista della Macedonia e stava stretta nella morsa jugoslava sotto Tito.
Il narratore è Lem, un ragazzino che decide di lasciare la famiglia dello zio, troppo povera per poter mantenere anche lui, e si reca di sua sponte all'orfanotrofio della zona, chiamato Chiarezza. È un luogo lugubre, orribile, ricavato da un manicomio. È abitato da bambini che sembrano fantasmi, che non sanno cosa fare delle proprie giornate e da pochissimi adulti a dirigere le loro vite. Il Piccolo Padre, la Compagna Olivera, il Campanaro, - un folle, ultimo rimasuglio dell'ex-manicomio. Adulti abbruttiti dal proprio fallimento e dal fallimento del socialismo, una sfilza di incarichi improbabili e punizioni che si tuffano nella tortura.
Il narratore, come dicevo, è Lem, e qui si vede lo sforzo di Cingo; Lem parla con l'ingenua intensità dell'infanzia, si ripete, salta di palo in frasca, è l'anti-sistema narrativo. La sua vita nell'orfanotrofio scorre in funzione di Keiten, un ragazzino più o meno della sua stessa età, un caso problematico che gli hanno affibbiato e che lui all'inizio non vede che come una gatta da pelare. Ma presto si ricrede, perché Keiten, brutto e strano com'è, ha quella luce negli occhi che lo cattura, e cattura chiunque sia alla ricerca di una via di fuga.
La Grande madre acqua è la promessa di Keiten; è la libertà, è un panorama che si stende oltre l'altissimo muro che circonda l'orfanotrofio, una distesa limpida e accogliente di cui Lem riesce a sentire il richiamo. E ci crede lui, ci crede Keiten, ci crediamo anche noi, ma solo in parte, perché sappiamo che per Lem la Grande madre era vera, ma era anche una favola che si raccontava per non soccombere.
La scrittura di Cingo è pregna, piena. Bella anche quando si fa complessa, - giusto ieri leggevo una frase di Nabokov, sul fatto che al lettore non fa poi male rileggere una frase complicata. Ecco, sono d'accordo.
(anche se Nabokov non l'ho ancora letto, avevo iniziato Lolita ma l'ho piantato a meno di un terzo perché non mi faceva dormire; io nella testa di Humbert non ci entro manco con le pattine).
Sono arrivata alla fine di Grande madre acqua senza accorgermene, ho girato l'ultima pagina aspettandomi ancora qualche riga.
Mi ha lasciato con una voglia inesprimibile di andare al mare.

Lo vedi da te che tutto questo è terribile, orrendo! Lem, non devi pensarci, sono solo fantasie. Inutili, avvelenate, mortali. Senza senso né fine.

mercoledì 6 giugno 2018

Jane di Lantern Hill di Lucy Maud Montgomery


Lucy Maud Montgomery è stata una scrittrice assai prolifica. Nata in Canada nel 1874, ha pubblicato più di venti romanzi per ragazzi, nove dei quali dedicati al suo personaggio più famoso Anna dai capelli rossi, e infinite raccolte di racconti.
Jo March ha inaugurato la nuova collana per ragazzi Plumfield al Salone del Libro con Jane di Lantern Hill, scritto nel 1937, nella traduzione di Elisabetta Parri. Ovviamente me lo sono accaparrato con avida furia, e mi ha tenuto compagnia mentre cercavo di far riprendere fiato ai neuroni tra una conferenza del Salone e l'altra, - tra l'altro non ho ancora parlato di mezza conferenza, 'cidenti. Ma che aspetto?
Dunque, vediamo. La storia è raccontata in terza persona, e la protagonista è Jane Victoria Stuart, una ragazzina di dodici anni gravata da una situazione troppo pesante per le sue spalle. Vive con la tirannica nonna Kennedy, con la noiosa zia Gertrude e con la meravigliosa madre, Robin. Il padre, chissà. La madre è la sua principale fonte di gioia, una creatura fragile e bellissima che Jane sente la responsabilità di proteggere dal mondo, anche dalla propria sofferenza, se necessario. Il che, ammetto, mi ha irritata non poco, e credo che sia un sentimento comune a chiunque legga il romanzo; Robin non riesce mai a prendere una posizione, a difendere la figlia dalle continue vessazioni di Nonna Kennedy. Quest'ultima è un personaggio da far venire i brividi, una di quelle persone la cui soddisfazione dipende dall'impedire agli altri di ottenere una qualsivoglia forma di felicità. Non è mai violenta, nemmeno verbalmente. È fredda e acuta, e colpisce con precisione. Il suo amore per il mondo inizia e finisce con la figlia Robin, per la quale nutre un affetto morboso, - cosa che ho trovato davvero interessante, soprattutto considerato il pubblico di riferimento.
Jane è dunque infelice. Vive nell'ansia costante di fare arrabbiare la nonna, ha un'unica amica, – un'orfana che vive lì accanto – e nello studio è una frana. Non che non si impegni, ma la paura di sbagliare le impedisce di ottenere risultati accettabili. È una ragazzina, che diamine.
E un giorno a casa arriva una lettera che fa infuriare la nonna; il padre di Jane insiste per volerla conoscere, dopo tanti anni di silenzio, e pretende che la ragazzina gli venga mandata quell'estate, all'Isola del Principe Edoardo, dove peraltro è nata l'autrice.
È presto detto, Jane verrà spedita a trascorrere qualche mese dal padre. E qui rinasce, si scopre, si conosce. Il rapporto che sviluppa col padre è commovente, luminoso, e il modo in cui inizia a muoversi per l'isola, conoscendone gli abitanti uno per uno, il modo in cui viene accolta, lo stupore con cui scopre di potersi muovere liberamente... ecco, non so che dire, se non “bello”. E, ribadisco, commovente. Potrei cercare altri termini, “commovente” l'ho già usato e la ripetizione in poche righe fa brutto, ma non trovo descrizioni più adatte, e a un certo punto meglio essere stilisticamente rozzi ma chiari, no?
La storia procede, le cose vanno nel modo in cui devono andare e io non dico più nulla. I nodi vengono al pettine, Jane cresce e cambia etc.
Ci tengo a sottolineare la precisione con cui Lucy Maud Montgomery ha dipinto i suoi personaggi e i rapporti che intercorrono tra loro, soprattutto quelli tra la nonna e la madre di Jane, e il loro susseguente rapporto col mondo. Sarebbe bastata una figura autoritaria e noiosa perché questo romanzo acquisisse comunque una sua dignità letteraria da buon libro per l'infanzia, ma l'autrice non si è fermata lì. Tutt'altro. Nonna Kennedy fa venire i brividi perché riesci a cogliere il bruciare del suo sentire dietro la facciata severa, Robin è fatta di una debolezza tale che le vedi le ossa tremare sotto la carne, scena per scena, - e io personalmente un po' l'ho odiata. La Montgomery non è stata indulgente, con lei. E vorrei vedere. Tutta la questione della responsabilità dei genitori verso i figli, e dei figli verso i genitori, delle impalcature sociali, questa perfetta rappresentazione di un nucleo famigliare disfunzionale... io Jane di Lantern Hill l'ho adorato. Punto.
Punto.

giovedì 31 maggio 2018

I libri cambiano, i lettori pure (forse) #BlogNotes18

Il tema del BlogNotes di oggi è La lingua come strumento di identità; un tema bello ampio e bello spesso, che volendo si potrebbe aggredire da così tanti lati. Questa intanto è l'ultima settimana del Maggio dei Libri. Mi mancheranno questi post, diamine.
Col tempo il linguaggio cambia, e cambia anche il modo che abbiamo di recepirlo, in un continuo e lento rimpallo tra produzione e fruizione. Per questo ogni tanto i classici vengono ritradotti, talvolta in specifiche collane autoriali, - mi viene in mente la vecchia collana Einaudi Scrittori tradotti da scrittori (1983), in cui Levi se la vede con Kafka e Calvino con Queneau. Magari ci sono termini desueti, forme sintattiche acerbe che vanno riviste alla luce di una nuova prassi, e non è nemmeno detto che il testo che ci è arrivato in italiano sia completo. Ricordo di aver letto per la prima volta Shirley di Charlotte Bronte in una vecchissima riduzione, - poco male, l'ha poi ripubblicato Fazi in versione integrale.
Ed è anche di Charlotte Bronte che voglio parlare oggi, in merito ai mutamenti nella ricezione di un libro, specificamente per quanto riguarda i personaggi.
Prendiamo Jane Eyre, indiscusso capolavoro – anche se personalmente il mio preferito rimane Villette. Jane è un'orfana accolta senza affetto dalla famiglia dello zio, che la disprezza profondamente. Mandata in collegio, capisce presto che farà meglio a imparare a cavarsela da sola, che avrebbe dovuto fare affidamento soltanto su sé stessa per tutta la vita e via dicendo. È una donna forte, con un indomabile spirito di indipendenza, e per tutto il romanzo rifiuta di piegarsi a qualsiasi decisione che possa mettere in dubbio la sua libertà di movimento, anche costo di condannarsi all'indigenza, allontanando la prospettiva di una pericolosa felicità.
Come interpreteremmo oggi un personaggio come Jane? Un personaggio che rimane fino all'ultimo ancorato alla propria morale verrebbe forse etichettato come freddo, noioso, paranoico. Eppure, anche per le ovvie motivazioni pratiche dietro la sua scelta, - erano altri tempi e la condizione sociale post-adulterio era alquanto diversa – in Jane Eyre continuiamo a vedere un esempio di forza e indipendenza, perché non c'è una sola scelta che non abbia fatto per sé stessa, sacrificando tutto ciò che non intendeva essere.
Diverso è il caso di Fanny Price, protagonista di Mansfield Park, - che ne penserebbe Charlotte, dell'essere accostata a un'autrice che ha tanto odiato? Mi spezzi un po' il cuore, Charlotte. Fanny Price, dicevo, è forse l'eroina meno amata nella comunità Janeite. È un personaggio calmo, silenzioso, di carattere debole e priva della vivacità di pensiero di una Lizzie o di una Emma. Per il suo comportamento remissivo, pare piegarsi lei per prima alla condizione di vittima, e nel film che ne è stato tratto nel 1999, il personaggio di Fanny è stato arricchito con alcune prerogative di Jane Austen, - la scrittura di racconti e di lettere.
Fanny non evolve lentamente come accade a Anne Elliot di Persuasione; il suo cambiamento è repentino, e avviene nel momento in cui si impunta nel rifiutare una vantaggiosa offerta di matrimonio da parte di Henry Crawford, fratello della sua rivale d'amore, Maria. Da apatica, si fa riottosa soltanto in quell'occasione decisiva, prendendo in mano per la prima volta il suo destino.
Fanny Price, benché si impunti in una strenua difesa di sé stessa in modo analogo a Jane Eyre, non è ugualmente amata dalle lettrici. Al contrario, sembra riscuotere maggiore successo Mary Crawford, l'antagonista. Una donna moderna, che rivendica delle aspettative sul mondo, s'ingegna per passare il proprio tempo in maniera piacevole e non disdegna di chiacchierare della propria visione del mondo, essendo consapevole delle proprie prerogative e rivendicandole. Riveste un ruolo negativo, la rivale della protagonista, eppure la stessa Jane Austen non la raffigura come una vera antagonista. Mary si affeziona a Fanny, e con lei si comporta da amica. Nel 1913 verrà pubblicato in Inghilterra Old friends and new fancies di Sybil G. Brinton, – portato in Italia da Jo March col titolo Vecchi amici e nuovi amori (2013) - “un immaginario seguito ai romanzi di Jane Austen”. Qui Mary Crawford sarà uno dei personaggi principali, pienamente ristabilito, e saranno i due protagonisti di Mansfield Park a subire le antipatie della scrittrice.
Cambia il linguaggio, cambiano i lettori e cambiano anche i libri. Alcuni personaggi rimangono immutati nel cuore del pubblico, altri ascendono e alcuni vengono riscattati. Ho letto Le notti bianche di Dostoevskij, e non ho potuto sopportare la prosopopea del protagonista; ho letto Le relazioni pericolose, e mi sono sbalordita per la storia che intercorre soggiacente nelle lettere tra i due “cattivi”, trovandola chissà come delicata, e chiedendomi come fosse stata percepita a fine '700. Tornando a Charlotte Bronte e al suo Villette, come vedremmo oggi l'eroe del romanzo, così rigido e moralista?
Anno per anno, generazione dopo generazione, ci arricchiamo di nuove culture e nuovi significati, che diventano poco a poco patrimonio comune. Nuove parole, nuovi gesti, nuovi pattern di comportamento e punti di vista che si ribaltano.
Qui i link dei blog aderenti a BlogNotes, - arrivederci, è stato un bel viaggio.

mercoledì 30 maggio 2018

Intervista a CasaSirio


Che dire? Di CasaSirio mi capita di parlare spesso; ho chiacchierato dei loro libri qui, qui, qui, qui e qui. Sono andata a rompere loro le scatole durante il Salone dell'Oca. Ho seguito le pubblicazioni della casa editrice fin dalla sua nascita, e con questa intervista vorrei riuscire a farvi capire com'è che ne parlo sempre. Mi ha risposto Martino Ferrario, direttore editoriale.
Enjoy.


    Come prima cosa narrateci: chi è CasaSirio? E che vuol dire essere una casa editrice POP?

Sai che è la domanda che ci hanno fatto di più in questi anni? Per spiegarla abbiamo fatto un upgrade di motto, “Storie che non puoi smettere di raccontare”, e qual è una storia che non puoi smettere di raccontare? Una storia fighissima, con un plot che non ti fa staccare e un sacco di livelli di lettura, qualcosa che sia così fruibile da doverla raccontare a tutti i costi a qualcun altro.
    Da dove viene il nome CasaSirio”?

Siamo un gruppo di amici, e molti di noi studiavano assieme. A Torino. (Purtroppo) troppi anni fa. Quattro di noi vivevano anche assieme, e visto che i nostri cognomi non stavano sul citofono (che era il tipico citofono piccino e un po’ scassato che hanno le case degli studenti), abbiamo pensato di mettere quello dell’unico abitante full time della casa, Sirio, il nostro gatto. Così, quando qualche anno dopo abbiamo deciso di fondare la casa editrice dei libri che amavamo, beh, siamo stati quasi costretti a darle il nome del luogo che abbiamo più amato.

    Le vostre pubblicazioni spaziano in un'ampia varietà di generi, avreste voglia di raccontarci le vostre collane?

Certo! Innanzitutto bisogna dire che le nostre collane sono nomen-omen.

Abbiamo i RIOTTOSI, che è la nostra collana di genere. Thriller, noir, quel tocco di fantascienza e western che non guasta mai. Sono riottosi, quindi ti prendono a pugni, nei libri che racchiudono la gente muore (spesso male) e non ti permettono di mettere giù il libro nemmeno nei momenti di emergenza.

Poi ci sono gli SCIAMANI, storie di formazione, di quelle che ti porti dietro finché non tiri le cuoia. Spesso i protagonisti sono ragazzi, devono avere un percorso di crescita, sono romanzi tosti e che ti stringono lo stomaco.

La terza è la tua, i MORTI&STRAMORTI. Classici inediti in Italia, pietre miliari di altre culture che noi portiamo qui e godiamo un sacco a farlo. 

(sia messo agli atti che ho adorato libri anche di altre collane. N.d. Leggy) 

La quarta - e ultima ufficiale - sono gli eXtra. Siamo nati come editori di narrativa, ma siamo sempre stati sicuri che pure nella non fiction ci fossero storie che non si potevano smettere di raccontare (quindi POP). Biografie illustrate di presidenti americani, tautogrammi e, molto presto, il mio amatissimo calcio.

Poi ci sono pure i DieciQuindici (i tascabili economici dei nostri libri più venduti), gli eBook in libreria (il primo modo di vendere eBook come libri) e i PendolariQR (racconti gratuiti in formato biglietto da visita). Sì, siamo sempre dietro a combinarne una.

    Come avete scoperto, per dire, quella meraviglia che è Raffles?

Dal titolo di un altro libro. Qui ci sarebbero da raccontare i mille salti che faccio di solito quando cerco un libro straniero, ma non sono interessanti quindi li zompo. Fatto sta che dopo tutti sti salti trovo un libro con un titolo fighissimo DEAD MAN TELL NO TALES. Leggo il libro pensando sia una figata, lo butto via poco dopo perché, beh, per il motivo per cui si mollano i libri, ma penso che uno che scrive titoli così belli non può non aver scritto qualcosa di fighissimo. Lì scopro Raffles. E esulto tipo Grosso dopo il gol contro la Germania.

    Siete ganzi, ma di misura ridotta, molto giovani e molto indipendenti: com'è andata che siete nati?

Visto che sono due metri per novanta chili buoni mi commuovo sempre quando qualcuno mi dice che sono di dimensione ridotta, quindi grazie <3 (profondo astio nanico. N.d. Leggy) Per quanto riguarda CasaSirio, siamo nati perché volevamo pubblicare a tutti i costi storie che amavamo. Se la domanda successiva è: che peso specifico ha l’abuso di birra nei pub nel periodo della scelta, la risposta è: parecchio.

    CasaSirio pare essersi impegnata in una battaglia per integrare librerie, ebook, cartaceo e digitale. Raccontateci il progetto eBook in libreria, orsù.

Più che in una battaglia per far integrare tutto, una battaglia per arrivare ai lettori in tutti i modi che ci vengono in mente. Non è chi legge a dover arrivare al libro, secondo me, è molto di più il contrario. Io ho un lavoro oggi perché quando ero un piccolo testa di cazzo che pigliava denunce e veniva portato in varie questure, avevo sempre un libro in mano. E avevo un libro perché qualcuno mi aveva convinto a leggerlo, non perché “leggere è importante e apre la mente e tutte le blablablate che si dicono”. Noi cerchiamo di fare questo, e eBook in libreria è solo l’ultimo dei progetti.

Sono taccuini iperpersonalizzati all’esterno in forma di libro che si vendono esclusivamente in libreria e contengono un QRcode (e un link). QR e link portano a una pagina di invio diretto dell’eBook a qualsiasi eReader (o Ipad, telefono, etc) in trenta secondi netti. Noi giochiamo dicendo che abbiamo reso cartaceo il digitale, e ne siamo tanto contenti.

    Come sono i vostri rapporti col magico e variegatissimo mondo dell’editoria?

Guarda, sembra una cazzata di posa, ma belli. Sia i rapporti con gli editori più grandi - che spesso ammiravamo prima di diventare editori (e, sia chiaro, ammiriamo e leggiamo ancora) e non si sono mai fatti problemi a darci consigli e pure una spinta quando c’era bisogno - sia con quelli più giovani e piccolini. Con la maggior parte di loro più che colleghi siamo amici, ed è fighissimo. Lavoriamo un sacco assieme, ci aiutiamo quando c’è bisogno, ci sbronziamo, facciamo festa e ci incazziamo come le iene.





    E coi lettori?

Per me questo è un jolly. Io sono sempre in giro e ne ho conosciuti a migliaia, con cui spesso mi sono fermato a bere birra o caffè e chiacchierare. Faccio un lavoro meraviglioso, quindi spesso parliamo assieme di libri (miei, degli altri, chissenefrega, cazzo: quanto è bello poter parlare di libri?) e di un sacco di altre cose. Pure sui social e via mail riusciamo ad avere un gran rapporto. Noi siamo avidi di storie, e ognuno ne ha una da raccontare.

    Momento gossip becero: un'esperienza buffa da editori? Chessò, un aspirante autore stalker, un quasi acquirente pazzo in fiera…

Una volta, mentre ero in uno dei giri pazzi che mi capita di fare, mi ha fermato la Finanza. Avevo la macchina conciata come quella del famigerato scafista, ma quando hanno letto EDITORE sulla carta d’identità mi hanno lasciato andare senza perquisa (una volta è successo pure mentre avevo in macchina Doug Johnstone - che ha documentato tutto con centinaia di foto).

    Com'era il mondo editoriale che vi eravate immaginati, e come l'avete trovato?

Ecco. Non ce l’eravamo immaginati granché. Per lo meno non io. Io agisco prima di pensare, poi metto le pezze alle cazzate. Di sicuro ci sono un sacco di leggende del menga (per esempio che gli editori non si danno una mano a vicenda), ma ci sono anche parecchie cose vere tra le “voci di corridoio” (tipo che si scrive quasi quanto si legge), però, in ogni caso, ci divertiamo. Si gioca anche spessissimo a calcio e si beve un sacco di birra, cose che non guastano mai.

    CasaSirio ha un modo tutto suo per comunicare coi lettori, - durante i giorni del Salone vedevo in home page su facebook più dirette tue che post di mia madre. Vi va di raccontarci perché e per come?

Mi fa piacere tu abbia assisto al mio lento disfacimento fisico durante il Neverending Tour (è che mi sento ancora un ventenne ma, mannaggia, non lo sono più). L’idea di iniziare a comunicare così è nata con quella di “storie che non puoi smettere di raccontare”. Raccontiamo storie. Su carta, in video, dal vivo.

    Se dovessi consigliare un libro del vostro catalogo per dare un corretto sunto della casa editrice, quale sarebbe?

Questa domanda ha un tasso d’infamia molto solido. Chi offenderò e chi renderò felice? Dirò una paraculata tipo “Il prossimo?”. Bisserò dicendo “tutti”? Farò il generalista dicendo che abbiamo scoperto degli italiani incredibili, portato in Italia degli stranieri fantastici o trovato morti di cui siamo orgogliosi?
Scherzi a parte, non saprei consigliare in generale, ma in particolare sì. “Cosa ti piace leggere” è la domanda che faccio a tutti quelli che mi consigliano un libro. Dovessi consigliarlo a te, oltre al già supercitato Raffles (che il correttore automatico continua a correggermi in superdotato, non so perché ma immagino non sia un’offesa), ti dico aspetta febbraio che esce una super Morta&StraMorta. E leggiti Cingo.

    C'è qualcosa che non vi ho chiesto ma di cui vorreste chiacchierare?

Sinceramente sono un po’ offeso che tu non mi abbia chiesto come faccio ad essere così bellobelloinmodoassurdo e, nonostante lo stereotipo, fare anche il direttore editoriale. (devono aver cancellato la domanda, il file è corrotto! N. d. Leggy)

    Quando esce la nuova raccolta di racconti di Raffles?

Tra non molto. Promesso.

    (Sono dipendente. Ho un problema. Lo so.)

Anche noi ;) È per questo che stiamo scegliendo il momento adatto :)

    Grazie mille per esservi prestati all'interrogatorio :D

Grazie a te!



giovedì 24 maggio 2018

Vogliamo leggere (qualcosa di nuovo) #BlogNotesMaggio


Il Maggio dei Libri sta volgendo al termine, e così l'iniziativa BlogNotes – recapiti a fine post. Un po' mi mancherà, mi piaceva cadenzare le pubblicazioni del blog di settimana in settimana, anche se magari ci sono state volte in cui trovare il tempo per scrivere qualcosa oltre le normali recensioni è stato un po' un calvario. È stato divertente, però.
Ma che sto a fare la nostalgica, manca ancora una settimana alla fine di BlogNotes. E diamine. Oggi il tema è Vogliamo leggere.
Così vago che potrebbe dare il via a qualsiasi tipo di post; potrebbe svilupparsi in una lista delle letture dilette o di quelle in attesa sul comodino, nella descrizione del libro perfetto o dell'angolo della lettura preferito. Vogliamo leggere, ma vogliamo leggere cosa? Potrebbe essere un genere, un tema, un tipo di personaggio, l'aspirazione a un finale con determinate caratteristiche, la speranza di scoprire prima o poi cosa succederà a Westeros.
E invece alla fine propendo per la ricerca di qualcosa di diverso.
Voglio leggere, certo, ma qualcosa di nuovo.
Qualcosa di nuovo per me, non nel senso di novità universale.
Fino a qualche anno fa non leggevo classici. Hai voglia di farmi consigliare Cronin e Llewellyn da mia madre, io non riuscivo proprio ad approcciarmici. Frequentavo più o meno il secondo anno di università, quando mi sono trovata a casa senza nulla da leggere se non un volume mezzo stracciato dal tempo di Cime tempestose. Non è stato subito amore, ma quasi, anche se in seguito a Emily ho preferito Charlotte. La porta ai classici, però, è stata Emily ad aprirla, e di questo le sarò sempre immensamente grata.


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Un paio di anni dopo ho scoperto che esisteva una fantascienza anche per me. È stato quando Giorgio di Zona 42 mi ha proposto in lettura Desolation Road di Ian MacDonald, una fantascienza letteraria, dai toni talvolta un po' onirici, poetici, un pianeta lontano che diventa subito vicino, perché abitato da umani, - e gli umani sono gli stessi ovunque.


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Al Salone del Libro dell'anno scorso ho fatto un meraviglioso errore, portandomi a casa una raccolta di racconti che pensavo essere un romanzo. Martin il romanziere di Marcel Aimé, edito da L'Orma Edizioni. Credevo che la forma breve non facesse per me, eppure ho adorato ogni singolo racconto. Istintivamente mi dirigo ancora verso il romanzo, che più pagine ci sono, meglio mi aspetto che siano resi i personaggi, ma non sbatto più la porta in faccia al racconto. Di solito, almeno.


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E la letteratura latino-americana che avevo evitato tutta la vita e mi si è spalancata davanti da quando ho letto Umami di Laia Jufresa, cui sono seguiti Gabriel Garcia Marquéz, Mario Vargas Llosa, Nona Fernandez, César Aira, Roberto Arlt. Anche ciò che non ho amato, sono contenta di averlo conosciuto, e la mia lista di lettura prevede vagonate di Borges e Saramago.


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A pensarci bene, tornando assai più indietro nel tempo, ricordo che non ho sempre letto scrittori italiani. Giusto Stefano Benni, Giuseppe Culicchia, Enrico Brizzi, fulgide eccezioni. Non so perché, non avevo fiducia letteraria nei miei conterranei, ed è un atteggiamento che vedo spesso in altri lettori. Non so dire da cosa derivi. Bastano poche ricerche e pagine sfogliate per rendersi conto che la varietà interna alla narrativa italiana è ineffabile. Vai a sapere.


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Dunque, Vogliamo leggere e voglio leggere, - ho qualche ora libera, oggi, e credo che la dedicherò con tutto il cuore a Jane di Lantern Hill di Lucy Maud Montgomery. Sarà bellissimo.


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Questo post forse risulterà troppo svelto, raffazzonato, ma vuole essere una lieve spinta, una piccola esortazione a uscire dai binari di ciò che sappiamo di apprezzare, per scoprire qualcosa che potremmo adorare. Ci sono generi e letterature che non avrei mai considerato e che ora riempiono i miei scaffali e la mia lista desideri. Leggerò più Philip K. Dick, lo alternerò alla terza Brontë Anne, che non si fila nessuno – e poi tornerò a immergermi nel realismo magico della letteratura latino-americana.
Cerco consigli, se voleste lanciarmene. Non li seguo quasi mai, ma li accetto sempre volentieri. Fatemi scoprire roba, gente.
(c'è da dire che le foto prese dal mio profilo Instagram sono in buona parte tremende, su questo siamo d'accordo. penso sia pacifico affermare che non sarò mai una grande fotografa, ah-ehm).
Qui la lista dei blog aderenti a Blog Notes.

martedì 22 maggio 2018

Restiamo così quando ve ne andate di Cristò


Questo libro mi era stato offerto in lettura da Giovanni – quello di Vita da editor, uno dei pochi blog che seguo con una certa costanza e ora pure direttore editoriale della giovane casa editrice Terrarossa – che era appena uscito. Mi incuriosiva un sacco, anche perché di Cristò si era parlato abbastanza in seguito alla pubblicazione del suo La carne (Intermezzi). Il caso ha voluto che lo stesso Manuele di Intermezzi, durante il Salone dell'Oca, mi mandasse proprio da Terrarossa, ed è lì che Giovanni, nonostante la discreta figura da cioccolataia, mi ha omaggiata di Restiamo così quando ve ne andate di Cristò. E l'ho iniziato un paio di giorni fa per finirlo stamattina, divorato quasi completamente nel viaggio di ritorno da casa di mia madre. Cose che mi succedono di rado, non so perché ma negli ultimi anni non mi viene granché da leggere in treno. Vai a sapere.
(Quasi una cartella e finora del libro non ho citato che titolo e autore. Professionalissimo).
Quindi prima di continuare per un inusitato numero di caratteri, specifico che a me Restiamo così quando ve ne andate è piaciuto così tanto che ho difficoltà a terminare l'affermazione con un termine di paragone adeguato. Per dire.
Le prime pagine mi hanno lasciata fredda. Il romanzo è – prevalentemente – in prima persona al presente, il narratore è il protagonista Francesco, quarantenne che lavora in un supermercato – e non ce la fa più – e non suona più il piano, nonostante la musica fosse stata il suo motivo. Tira avanti ad hashish e ricerche su google che lo portano lontanissimo, prima e dopo il lavoro si chiude in quella che chiama la stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche e fuma canne su canne, col portatile bollente sulle cosce e lascia passare il tempo. A volte chiama Monica per fargli compagnia – oddio, “compagnia”, le prime comparse di Monica sembrano giusto un'alternativa all'onanismo e fanno una tristezza infinita – e poi ci sono Facebook, c'è l'unico amico Donatello che continua a chiedergli di leggere il suo manoscritto, ci sono i sensi di colpa per quello che non è diventato che lo rincorrono, sua madre che lo chiama una volta alla settimana... la vita di Francesco è di uno squallore lattiginoso e non è facile né ovvio che faccia simpatia. Ma il punto non dev'essere quello per forza, no?
Dicevo che le prime pagine mi avevano lasciata freddina; l'inizio è il sabato mattina di Francesco, il suo rincorrere link su Wikipedia su argomenti poco interessanti, rollamento di canne e via così. Leggendo, ho provato quella punta di timore da “oddio, dovrò mica cassare il romanzo?”, che odio scrivere stroncature, e poi mi piace l'entusiasmo di Terrarossa e l'autore mi è stato consigliato così tanto e con così tanta convinzione che... beh, ad ogni modo le prime pagine sono passate, sono entrata dentro il libro ed è stato un po' come visitare la stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche. Ero seduta sul divano sfondato, coperto da una stoffa ruvida e scura, pregna di fumo stantio e odore di cibo. Vedevo la luce che non sapeva nemmeno se entrare, tanto stonava con l'atmosfera grigia. La prima parte del romanzo è quasi in bianco e nero, prima del colpo di reni di Francesco – una cosa che succede a pagina 80 e mi ha ispirato un bel po' di madonne dedicate a Cristò – ed era in bianco e nero pure il vagone del treno, mentre leggevo.
Ora potrei parlare di come si svolge il già citato colpo di reni di Francesco, dei personaggi che vi ruotano attorno, della luce che cambia nel suo appartamento. Ma il punto non è tanto quello, ecco. La vita di Francesco non è una linea retta ma un elastico che ha perso di forza e si srotola confusamente sul pavimento. Non nel senso che la narrazione sia confusa, tutt'altro. È che Francesco è più persona che personaggio, non ha idea di quale sia il suo ruolo attanziale, la sua motivazione e i suoi sentimenti sono ondivaghi al punto che non riesce a raccontarseli neanche da solo. Francesco si racconta un sacco di palle, è egoista, immaturo in un modo che ti chiama i ceffoni dietro la nuca. È umano, ecco cos'è. È nato per inciampare. E se come persona questo è un problema, in un romanzo trasmette una pungente sensazione di accoglienza.
Francesco fa un po' quello che si è ripromesso di fare e un po' no; cerca il suo equilibrio, si interroga sui suoi rapporti, si fa tutte le domande del caso. Suona, fuma, scopa e via così.
I personaggi sono... come dire, ci sono. Monica all'inizio non la capivo. Era questa immagine evanescente, così priva di coscienza di sé che manco riuscivo a figurarmela e anche a lettura terminata non riesco a non farmi qualche domanda. Non riesco a capire neanche Fatima, in realtà, e Francesco men che meno. Ma va bene così. Persone, non personaggi.
Ci sono un paio di aspetti che ho apprezzato parecchio nel romanzo; lo svelamento improvviso di chi è che resta così quando ce ne andiamo, i piccoli intermezzi meta-narrativi in cui Francesco si immagina un narratore, il potere dell'ambientazione, le ipotesi di finale.
E non so che altro aggiungere, se non che Manuele di Intermezzi aveva ragione. Grazie per avermi mandato da Terrarossa, Manuele. A buon rendere.

giovedì 17 maggio 2018

Patrimonio europeo e risorse collettive #BlogNotes


Nuovo post dedicato all'iniziativa #BlogNotes. Il 2018 è l'anno europeo del patrimonio culturale. Citando direttamente dal sito, lo scopo “è quello di incoraggiare il maggior numero di persone a scoprire e lasciarsi coinvolgere dal patrimonio culturale dell'Europa e rafforzare il senso di appartenenza a un comune spazio europeo”.
L'Italia è ricca, l'Europa è ricca, la minuscola cittadina distribuita in villaggi sparsi sui monti è, a modo suo, ricchissima. Parlo di una ricchezza latente, ipotetica, che potrebbe essere la stessa in tutte le parti del mondo se solo ci fossero progettualità, impegno e investimenti. Sono nata in una località di mare fortemente turistica, eppure l'ho sempre vista sprecata. Masse di turisti sudati che invadono Portovenere, le Cinque Terre. Ma poi ci sono le zone nascoste, con le scogliere che si lanciano nel mare, ci sono gli antichi villaggi di pescatori ancora abitati, con le loro strade vuote e infuocate d'estate, ed è un attimo pensare a come valorizzarli, a come implementare informazioni e trasporto, per fare un modo che cotanto patrimonio venga conosciuto e goduto dai turisti.
(sì che magari gli abitanti dei paesini non sarebbero neanche troppo d'accordo, che ognuno è geloso delle sue strade e a vedere troppi sandali calpestare le viuzze di pietra un po' rischia di venire male).
Il patrimonio non è soltanto una questione palpabile e architettonica. Il patrimonio è una questione artistica, linguistica, letteraria. Può essere in formato plastico, scritto, digitale. Anche una filastrocca tramandata oralmente può considerarsi patrimonio, non meno di un monile preistorico.
Copyright e diritto d'autore sono concetti che si legano presto a quello di “patrimonio”. I primi vanno a difendere la paternità di un'opera e a limitare l'utilizzo della stessa come risorsa di carattere economico e creativo. Decadono dopo un certo periodo di tempo – 70 anni dalla morte dell'autore/artista – e da quel momento l'opera può davvero dirsi di tutti, un patrimonio collettivo.
Dicevo che il patrimonio può presentarsi anche in forma digitale, e non sono poche le banche dati che raggruppano quante più opere possibili – audio, visive, letterarie o una commistione delle precedenti – secondo parametri che possano facilitare al pubblico la ricerca delle stesse.
Opera di Edmond Dulac, artista e illustratore i cui diritti di utilizzo
sono scaduti. Enjoy.
Partiamo dall'ovvio, da Wikimedia, una collezione di file utilizzabili da chiunque e alla cui raccolta può contribuire chiunque.
Ma ci sono anche il sito Public Domain Review, Public Domain Archive, l'archivio della British Library su Flickr, l'Open Content Program.
Da un punto di vista prettamente letterario, abbiamo le biblioteche online LiberLiber e il Progetto Gutenberg, cui è collegata la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura. Cercare titoli per poterli scaricare nella loro interezza è questione di pochi minuti.
Il patrimonio c'è, il patrimonio è tanto e bisogna imparare a sfruttarlo come si conviene. C'è da dire che non mancano le istituzioni che ce la mettono tutta per metterlo a nostra disposizione, - vorrei sapere chi è quel pazzo a cui è venuta l'idea di digitalizzare tutto 'sto mare di roba per permettere a qualsiasi persona dotata di una connessione di avvalersene e farla propria.
Qui i link agli altri blogger partecipanti a Blog Notes, - andate a dare un'occhiata, su.