martedì 29 settembre 2020

Chiedi scusa! Chiedi scusa! di Elizabeth Kelly - La biografia di una famiglia disfunzionale

Non ho mai letto Anna Karenina – ma mi sono ripromessa di farmi trovare pronta al prossimo lockdown con quello o con Guerra e Pace – ma ho ben presente l’incipit, “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”. Aggiungo alla tipica allegrezza di Lev che in percentuale le famiglie felici non mi sembrano affatto la maggioranza; a me, almeno, pur cercando di scandagliare le relazioni tra i miei amici e i loro famigliari, ne vengono in mente pochissime – che diano davvero felici, intendo. C’è chi lamenta la distanza emotiva, chi l’eccessivo controllo, chi si sente sfidato o giudicato, chi non riesce a rivedere nel genitore che la mappa delle proprie storture. La famiglia è una questione complessa, un insieme di ferite impossibili da spiegare a chi non è stato testimone. Possiamo scherzare su Freud e sulle sue fissazioni – che sì, sono eccessive quando traducono ogni tensione in tensione sessuale – ma sull’impatto genitoriale ha ragione lui: qualcosa non va nel rapporto tra il sé e il mondo? Andiamo a rivivere l’infanzia con tutti i suoi traumi e il suo rimosso. Probabilmente il bug è lì.

 

Chiedi scusa! Chiedi scusa! è l’esordio di Elizabeth Kelly, un esordio che risale al 2009, tradotto per Adelphi da Ombretta Giumelli, ed è il racconto in prima persona di una famiglia davvero disgraziata, di quelle che un tempo avrei trovato poco credibili, “Come se esistessero famiglie del genere, come se dei genitori potessero trattare così i loro figli”. Ebbene, a forza di vivere nel mondo e di farne esperienza, ho accettato che tanta crudeltà è possibile in famiglia proprio perché è nell’ambito famigliare che l’essere umano tende a comportarsi con più naturalezza. L’esempio classico è il padre di famiglia violento che fuori fa lo splendido e a casa fa paura. La famiglia è dove i nostri difetti vengono a galla, diventano espliciti, evidenti. Le risposte scocciate che mi viene da dare a mia madre non riuscirei a indirizzarle a nessun altro – risposte che poi mi rimangono piantate dentro a mo’ di rimorso, sia chiaro.

In Chiedi scusa! Chiedi scusa! la famiglia incriminata è quella di Collie Flanagan, che ripercorre partendo dall’infanzia – e dunque dalla genesi del suo nucleo famigliare – la propria storia. Racconta prima di tutto del nonno – il padre della madre –, un uomo freddo, scostante e orgoglioso che pure si ritrova curiosamente ad ammirare, nonostante in famiglia gli siano tipicamente ostili – tutti, dal fratellino di Collie, Bingo, ai genitori fino allo zio Tom, fratello del padre. È forse questa malcelata simpatia per il nonno che rende Collie un facile bersaglio agli occhi dei famigliari, qualsiasi cosa faccia. La sua serietà e la sua accortezza sono caratteristiche malviste dai Flanagan, che sono tutti un po’ spostati, bohémien, artistoidi senz’arte. La casa di Collie ha l’atmosfera sgangherata di una comune hippie i cui membri festeggiano il ritrovamento di un tesoro in denaro – denaro che viene perlopiù dalle tasche dell’odiato nonno-patriarca.


Non è strano che Collie non riesca a sopportare Bingo. Bingo è il suo esatto contrario, ma non per difetto. È ribelle, sfrontato, vivace. Sembra libero da ogni convenzione, pronto a rigettare qualsiasi regolamento per amore della propria autodeterminazione. È una qualità che i Flanagan apprezzano e appoggiano a prescindere dalle lamentele degli insegnanti di Bingo. Bingo è intoccabile, perché nessuno in famiglia si azzarda a mettergli un freno. Collie, che fuori casa viene apprezzato per i suoi successi accademici e per il suo buon carattere, si vede usare come metro di paragone negativo perché si mettano in mostra le perfette qualità di Bingo. Quella dei Flanagan è una famiglia nata per non funzionare.

Il romanzo ci porta dall’infanzia di Collie fino all’età adulta, soffermandosi sulla dolorosa bizzarria dei suoi compagni di viaggio – i suoi famigliari – e le sue disgrazie. Tralasciamo lo stile – che è leggero ed elegante e scorre perfettamente –, è lo struggimento che voglio sottolineare. Che non è uno struggimento melodrammatico, tutt’altro, quanto quella rassegnazione che viene dall’aver accettato pienamente tutto il peso che la vita ci ha scaricato addosso, tutto il dolore subìto, tutto il male che abbiamo fatto; quel groviglio di prove che non abbiamo superato, gli errori e le loro conseguenze risolti nella somma negativa del presente. Collie lo accetta senza ingannarsi, né su se stesso né su coloro che lo circondano. E riesce a capire e ad amare comunque, ed è questo che trovo meraviglioso.


Tornando all’amico Lev, ogni famiglia disgraziata è tale a modo suo, in ogni romanzo offre un tormento inedito. Quello delle famiglie disfunzionali è un tema che non finiremo mai di sviscerare.

Approfondirò una volta o l’altra, perché c’è davvero tanto da dirne.

Ed Elizabeth Kelly l’ha fatto benissimo.

lunedì 14 settembre 2020

Rosso Floyd di Michele Mari (che deve continuare a fare il cazzo che gli pare)

Leggendo Rosso Floyd ho capito cosa direi a Michele Mari, se mai mi capitasse di incontrarlo, tipo a una di quelle feste che gli editori danno durante il Salone del Libro, cui mi riprometto sempre di andare arrendendomi immancabilmente al non andare. Non so cosa fare se incontrassi Neil Gaiman, temo che incontrando Elizabeth Strout mi partirebbero impappinamenti sconnessi ed eccessivamente personali che la metterebbero a disagio – Catherine Lacey non parliamone, le chiederei di diventare la mia migliore amica, quella che non vedo mai e che non sento mai. Quando ho incontrato Joe R. Lansdale qualche Salone del Libro fa, gli ho chiesto di fare a braccio di ferro, costringendo la fila dei fan in attesa dell’autografo a bloccarsi per i miei comodi. Con Mari, ecco, credo che gli direi qualcosa come “Ti prego, continua a fare il cazzo che ti pare. Vai così. Il cazzo che ti pare”. Perché è evidente che Mari delle regole di scrittura e della corretta ricezione da parte del lettore se ne frega spassionatamente, e i suoi libri funzionano da dio. Non vorrei mai fargli da editor, essere il tizio che gli deve comunicare che “potrebbe esserci una sovrabbondanza di puntini di sospensione, non sarebbe meglio sostituirne qualcuno con un più pulito punto fermo?” per sentirimi rispondere uno “Stocazzo” che forse Mari esprimerebbe diversamente, ma con la stessa secca fermezza.

 


Insomma, Rosso Floyd, Einaudi 2010, con la sua bella copertina completa di mucca che rimanda alla cover di Atom Heart Mother. Che sarebbe un album dei Pink Floyd, elemento centrale del romanzo che ignoravo bellamente prima di iniziarlo, nonostante l’evidente rimando. Li ascoltavo spesso, da piccola, anche se non mi appassionavano particolarmente li consideravo una splendida esperienza mistica; capitava che restassi sola in casa e spalancassi tutte le finestre e lasciassi andare The Dark Side of the Moon a tutto volume per il circondario – stavamo in campagna, ma sono abbastanza certa che i due palazzi nelle vicinanze non fossero proprio contentissimi.


I Pink Floyd, ma i Pink Floyd secondo Mari, che evidentemente è un appassionato che ha cercato di dare un senso al percorso della band, agli sbandamenti dei singoli membri, alla parabola in picchiata di Barrett. Io non sapevo niente della storia dei Pink Floyd, e posso dire che è stato bello riscoprirli così, seguendo la sconnessa colonna sonora del romanzo, passando da una voce all’altra, da un album all’altro. Mentre scrivo mi fa compagnia Shine on you crazy diamond – non c’entra nulla, ma ho finalmente capito il riferimento di Crazy Diamond, lo Stand di Josuke in Diamond is Unbreakable, ma non divaghiamo e il pensiero va perlopiù a Barrett, il che è un’ulteriore prova della sua maledizione, della sua ombra che rimane in primo piano sulla scena nonostante nel romanzo non sia mai comparso a dire la sua, a monologare come fanno gli altri.


La struttura del romanzo, dunque. E la trama. Non si può parlare di una trama. La trama sono i Pink Floyd e un numero imprecisato di personaggi secondari – amici, parenti, fan, approfittatori, creature mitologiche etc – che dicono la propria. Alcuni tornano, ricorrono a mettere le pezze che preferiscono sulle parole di quelli che li hanno preceduti. Tutti hanno qualcosa da dire su Syd, sul suo distacco dalla formazione dei Pink Floyd dal ‘65 al ‘68, una separazione che è diventata leggenda e terreno di mistificazione, centrale nel culto della band. I capitoli sono brevi, poche pagine in cui chi ha qualcosa da dire prende la parola e dà la sua versione dei fatti su come stessero le cose tra Syd e Roger, tra Syd e David – che lo andrà a sostituire nel ‘68 – e tra Syd e la famiglia; e poi tra i membri superstiti dei Pink Floyd, sulla strana metagenesi di una creatura musicale che continua a perdere pezzi e a trovarne di nuovi. Parlano gli agenti, le coriste, parlano David Bowie ed Eric Clapton, Stanley Kubrik. I Pink Floyd hanno fatto la storia della musica, e la storia gliene chiede il conto impicciandosi fino nel fondo negli affari della band, che sono materia pubblica e del pubblico – come fa Mari, del resto.

Potrei raccontare qui le ragioni per cui Syd viene allontanato dalla band, perché il confezionamento di questo post possa ricordare quella cosa chiamata “recensione” simulandone l’approccio alla trama. Ma io non lo sapevo, e l’ho scoperto durante la lettura ed è stata una bella lettura, quindi perché privare il mio prossimo lettore della medesima esperienza? Si capisce tutto. In questo romanzo che è un insieme di stralci, una continua fuga del punto di vista, un processo e una confessione, la trama è lucida e già conclusa e senza conclusione.

Esattamente come

 

domenica 30 agosto 2020

Due parole su Persone normali di Sally Rooney (e molte di più sull'annosa definizione di “letteratura femminile")

Normal peoplePersone normali – è il romanzo d’esordio di Sally Rooney, che già avevo apprezzato parecchio con Parlarne tra amici. Qualche settimana fa ho trovato l’edizione in lingua originale in un Libraccio e non me lo sono fatto sfuggire; è stata una lettura svelta, sommamente apprezzata, è non è perché non sapessi cosa dirne che ne ho rimandato a lungo la recensione. Il fatto è che c’è tanto da dirne, non solo come romanzo ma come fenomeno letterario inscritto in un contesto più grande, e volevo prendermi un po’ di tempo per pensare bene a cosa dirne, visto che in un certo senso trovo l’inquadramento dell’opera significativo quanto l’opera stessa.



Negli ultimi giorni è tornata in auge nel magico mondo di twitter l’annosa – e irritante – questione “e se la Ferrante fosse un uomo?”, che trovo sostanzialmente ributtante per il sottinteso, neanche troppo subdolo – difatti non capita di rado che l’origine del sospetto venga esplicitata in ingenue manifestazioni di misoginia presto rimpallate da insulti – che le donne non sappiano scrivere così. In un contesto editoriale – manifestazione parziale di una cultura ancora fortemente patriarcale – che vede la produzione letteraria femminile come una variazione dell’universale – la produzione letteraria maschile – una scrittrice che riesce a fare breccia in un pubblico così vasto e variegato per tanti suona ancora come una contraddizione.





Sally Rooney, che è diventata un immediato caso letterario internazionale, non sfrutta l’anonimato della Ferrante, e non può essere tacciata di essere un uomo sotto mentite spoglie; le critiche che le vengono mosse – non tutte, certe sono assolutamente lecite, dopotutto la letteratura è una questione intima, personale, e i gusti sono davvero gusti – le rinfacciano la parzialità del punto di vista – femminile – e la ristrettezza delle tematiche: Sally Rooney parla dopotutto di rapporti umani, con una particolare attenzione – decisamente non esclusiva, tutt’altro – delle relazioni amorose delle protagoniste. Sono relazioni che vengono sezionate, analizzate nel profondo delle contraddizioni tra il sentire dei personaggi e le loro azioni, le parole che prendono significato tanto più riescono a scavare nel marasma di traumi e insicurezze che formano, insieme a tutto il resto, la personalità dell’individuo.



Molti lettori non sanno cosa trovarci, in Sally Rooney, e questo è certamente lecito; non esistono romanzi universali, e se ci fossero sarebbero innocui. Ma quando leggo un commento che sbugiarda il valore letterario di Sally Rooney, mi rendo conto che non sempre parliamo di gusti. Più spesso il punto è un altro: la prospettiva di Sally Rooney non interessa, non è significativa, non è così importante, perché essendo una donna Sally Rooney scrive “letteratura femminile”*; una scrittrice che tratti di sentimenti non può che essere chick-lit, non ha nulla da dire che non si possa trovare altrove, scritto meglio, da uno scrittore uomo. Ogni volta che leggo o sento dire che “le donne sono diverse, incomprensibili, complicate, non le si riesce proprio a capire, non parliamo la stessa lingua, gli uomini vengono da Marte etc”, mi chiedo quali siano stati gli approcci alla produzione artistica femminile di chi ne lamenta la lontananza prospettica. Leggete Sally Rooney, se volete farvi un’idea di cosa sia vivere da donne, vorrei rispondere, o Elizabeth Strout, o Catherine Lacey, o Yiyun Li. Di recente mi hanno spalancato gli occhi Guida il tuo carro sulle ossa dei morti di Olga Tokarczuk e Lolly Willowes di Sylvia Townsend Warner. Che senso ha lamentarsi di quello che non si conosce se non si fa nulla per conoscerlo?




La risposta mi irrita più della domanda – o del fatto che molti tendano a non porsela proprio. Tanti lettori non leggono scrittrici donne perché pensano che non le troverebbero all’altezza; ancora peggio, pensano – o meglio, sentono, che non si tratta tanto di riflessioni quanto di automatismi inconsci – che non troverebbero un terreno comune, non avrebbero di che identificarsi, perché le donne sono altro e non sempre abbiamo voglia di capire l’altro.

Fino a qualche anno fa evitavo di avvicinarmi alle letterature di paesi che sentivo come culturalmente troppo lontani, pensavo che nella traduzione di un modello di società diverso avrei perso qualcosa in gradimento. Leggevo soltanto letteratura anglosassone o giapponese – la cui cultura è fortemente occidentalizzata –, qualcosa di europeo, pochissimi autori italiani, che la letteratura italiana, non conoscendola, la sentivo estranea e sempre uguale – pregiudizi gente, abbiamo tutti dei pregiudizi, è importante imparare a farci caso e smantellarli. Poi ti capita di leggere romanzi che vengono proprio dalle letterature che disconoscevi, e scopri che ops, l’umanità è la stessa ovunque. Se il modello socio-economico cambia, le emozioni rimangono quelle. La domanda diventa a un certo punto, “perché non mi interessa identificarmi con questa specifica categoria letteraria?” – se poi col tempo si evolve in “perché percepisco questa categoria letteraria come fosse separata dal resto?” c’è da fare festa. Il resto è lo sguardo che si allarga dentro e fuori, a seconda di quello che decidiamo di accogliere, e della consapevolezza con cui scegliamo di non accogliere.



Dunque, Persone normali di Sally Rooney: non ne ho ancora detto nulla. La faccio breve, che dopotutto la trama è semplice e lineare, i punti di vista si riducono ai due protagonisti, Connell e Marianne, lo svolgimento della storia prende una manciata di anni, dall’ultimo anno di scuola superiore alla fine dell’esperienza universitaria di entrambi, a intervalli irregolari di pochi mesi tra un periodo e l’altro.

Marianne viene da una famiglia strana e ricca, e come la famiglia è strana e ricca. Non ha amici, legge un sacco, il suo intelletto sfiora il genio. È l’outsider della scuola – ce n’è sempre almeno uno – e ha un’ossessione per Connell, figlio della domestica.

Connell è in un certo senso l’esatto contrario di Marianne, e nel profondo quanto le sia di più vicino. Il tipico “numero uno” della scuola, più per il suo aspetto gradevole che per il suo carattere; è schivo e silenzioso, ma questo gli dà un certo fascino. È amico di tutti e tutti vogliono essere suoi amici, non tanto per la compagnia, ma per la facilità con cui evita di mettersi in contrasto con gli altri. Come Marianne sfiora il genio, ma è anche un vigliacco. Durante l’ultimo anno delle superiori iniziano a frequentarsi e a fare sesso, ma di nascosto, perché Connell tiene troppo al proprio status sociale, all’opinione che a scuola hanno di lui; farsi vedere con Marianne lo metterebbe a disagio, potrebbe fare nascere discussioni che non ha nessuna voglia di affrontare. Non si illude sulla ragionevolezza del proprio comportamento, men che meno lo fa Marianne.





Così ha inizio la storia, e così continua. Marianne e Connell sono due individui pieni di falle che non riescono a non ributtare reciprocamente nel proprio rapporto, che continuano a farsi male l’un l’altra e a se stessi, a fallire nel comunicare e a fallire nel capire. Sono immersi nella ribollente cultura contemporanea, discutono senza filtri di letteratura, politica, ideologia. Il sottotesto politico di Persone normali è meno centrale rispetto a quello di Parlarne tra amici, ma comunque interessante.



Quello che affascina, oltre alla profondità dell’introspezione psicologica, è che i personaggi della Rooney non si muovono come personaggi, presi dalla linearità del proprio percorso narrativo, dritti verso gli orizzonti che il narratore ha apparecchiato per loro; sono disgraziati, incomprensibili e inaffidabili come sono gli umani. Dicono una cosa e ne pensano un’altra, e magari neanche sapevano di pensarla. A forza di nascondersi per evitare di prestare il fianco, finiscono per fare del male all’altra persona. Il malinteso è sempre dietro l’angolo, è facile cambiare idea o rivoltarsi al proprio volere. Gli esseri umani sono un casino, e Sally Rooney quel casino lo conosce bene.





*“Letteratura femminile”, come no, Elizabeth Gaskell è roba da donne, William Thackeray è universale OH GRANDI SAPIENTI DELLA LETTERATURA SVELATEMI I PARAMETRI PER LA DEFINIZIONE DELL’UNIVERSALITÀ CHE PROPRIO NON RIESCO A IMMAGINARMELI-

martedì 18 agosto 2020

Amore a prima vista di Margaret Storm Jameson - Attenzione: contiene lotta di classe (nonostante il titolo)

Margaret Storm Jameson (1891-1986) è stata una giornalista e scrittrice inglese, nonché una suffragetta e una decisa femminista. Dai suoi romanzi – i due pubblicati finora in Italia da Fazi, Company Parade e il suo seguito, Amore a prima vista, di cui andrei a chiacchierare oggi – emerge una forte componente politica, una cruda consapevolezza sulle strutture di potere che influenzano i movimenti economici e sociali dell’Inghilterra; Margaret non lesina il racconto personale ed emotivo dei suoi personaggi, le loro passioni e le loro simpatie, e nel contempo li inquadra come persone all’interno del loro status sociale, legandone insieme il vissuto e le aspirazioni. La politica economica delle nazioni non è per lei un fattore estraneo alle esperienze dei personaggi, che sono quelli che sono anche perché si sono trovati in un certo periodo storico, benedetti dal caso o schiacciati dalla miseria.



In Company Parade il mondo si era appena lasciato alle spalle gli orrori della Grande Guerra, e la società inglese veniva raccontata attraverso ramificazioni di personaggi provenienti da ogni ceto sociale, ognuno portatore di un proprio fardello umano e ideologico. All’inizio della trilogia la protagonista, Hervey Russell si era appena trasferita a Londra per trovare lavoro, fare carriera, avere di che mantenere il figlioletto Richard. Attorno a lei gravitano amici e conoscenti, ex-colleghi e editori più o meno idealisti, più o meno puri, più o meno fortunati. Molti di loro – tra cui la stessa Hervey, la cui scorza realista la rende troppo cinica per poterla definire idealista – hanno una forte coscienza politica, sociale, di classe. M.S. Jameson parla delle azioni – aperte e sotterranee – del governo inglese in una rivisitazione che ho apprezzato soltanto in Peaky Blinders – di cui agogno la prossima stagione. Il mondo che racconta e le ragioni di chi lo governa hanno un sapore economico-liberista estremamente contemporaneo, al punto che basterebbe quello a stupire per la data di pubblicazione – i primi anni ‘30. Concorrono lo stile raffinato e senza tempo, il perfetto equilibrio tra il sentire dei personaggi – le loro emozioni, le impressioni che si diffondono dentro di loro fin sulla pagina – e i fatti nudi e crudi. La Jameson scrive splendidamente, con una bellezza leggera che è rarissimo trovare in romanzi così pregni.




Con Amore a prima vista mi sono letterariamente consacrata a Margaret; proprio per questo voglio spendere due parole al di fuori del romanzo come opera in sé, e soffermami sull’inquadramento editoriale, perché ho un serio problema col titolo, con la cover e in generale col suo piazzamento sul mercato.

Il titolo – che comunque in originale era Love in Winter, diamo a Fazi quel che è di Fazi, non c’è stato uno stravolgimento in questo senso – avvicina il romanzo alla narrativa rosa; la cover, che pure è esteticamente pregevole, dà man forte. Quello che mi disturba è il confezionamento improprio di un’opera di altissimo valore artistico e letterario, un’opera che mi viene da definire “universale” e che agli occhi del lettore qualunque – e con qualunque intendo davvero qualunque, che se ci fossi passata davanti in libreria difficilmente mi ci sarei soffermata – resta un romanzo d’amore e nulla di più; non che i romanzi d’amore siano tralasciabili o indegni di riflessioni profonde sulla natura umana – anzi – ma nella trilogia di M.S. Jameson i sentimenti sono solo una parte – importante, ma non preminente – della narrazione, l’opera non si esaurisce nelle relazioni amorose tra i personaggi – tutt’altro. E credo sinceramente che presentarlo al pubblico in questo modo, tacendone una parte così significativa, sia davvero un peccato, perché si allontanano tutti quei lettori che potrebbero adorarla, ma non amano intrattenersi coi romanzi che ci si aspetterebbe da titoli quali Amore a prima vista.

Amore a prima vista de che?, che Hervey ha una lucidità impietosa e un acume a stiletto che trapassa generi, generazioni, ideologie? Io lo voglio rivedere in libreria con la fascetta che merita, “M.S. Jameson – contiene lotta di classe”.

Siamo nel 1924, Hervey lavora per la strana moglie dell’amico T.S., una donna difficile da sopportare, più semplice da inquadrare nelle sue debolezze e nelle sue meschinità a vario livello. Guadagna bene, vizia Richard – che ormai ha intorno ai sette anni – e scrive con impegno e disillusione; non ha grandi aspirazioni letterarie, né vede nella letteratura uno strumento salvifico per parlare di sé né per influenzare il mondo. Hervey ha rinunciato a guardare il mondo attraverso lenti che possano renderglielo più gentile, meno fosco. Si rapporta allo stesso modo con le persone, vedendole per quello che sono e non per quelle che vorrebbe fossero – e questo non la rende incapace di amare e comprendere, tutt’altro.




Hervey incontra qualcuno, nel corso di questo romanzo, e il titolo – immagino – si riferisce a quello. Va da sé che una storia d’amore vissuta da Hervey basta da sola a rendere la lettura interessante – Sally Rooney avrà letto la Jameson? Qualcuno dovrebbe dirle di farlo, troverebbe una sorella. Ma come lamentavo qualche paragrafo fa, l’amore di Hervey non esaurisce le tematiche del romanzo; è una delle tante cose che capitano e si portano avanti nell’opera. È interessante anche per la cura che la Jameson investe nel raccontare un’idea di mascolinità che è uscita dilaniata dal primo conflitto mondiale, e che si riflette nelle azioni e nei cambiamenti di altri personaggi che vi hanno preso parte come soldati – o carne da macello, che dir si voglia.

In questo secondo romanzo l’attenzione si sposta spesso su David Renn, che è stato collega e amico di Hervey durante i suoi primi anni a Londra, quando lavorava presso un’agenzia pubblicitaria. Renn che non sa curarsi di sé quanto del prossimo, che vede il mondo con la schiettezza con cui lo vede Hervey, ma senza la sua capacità di non lasciarsene influenzare. Porta su di sé le ferite proprie e le ferite del mondo, senza fare distinzione tra le une e le altre. È comunista e trova lavoro per un grosso industriale, la coscienza di classe gli rimorde, e non ne fa mistero all’amico Louis Earlham, appena eletto in Parlamento col partito laburista e già immerso nella viscosità di un contesto politico in cui la priorità è il mantenimento dello status quo – ed è così facile cancellare la necessità di una base etica e morale, quando lo status quo è così evidentemente ingiusto che accettare di farsi degli scrupoli sulla vita delle persone basterebbe a ribaltare tutto l’assetto statale.*

M.S. Jameson non si limita al racconto dei personaggi che stanno da quella che palesemente vede come la parte “giusta” della storia; riserva parecchio spazio al capo di David Renn, all’uomo che ha acquistato la compagnia navale della defunta nonna Russell, si sofferma sulla descrizione delle truffe di industriali e finanzieri ai danni dello stato e di risparmiatori meno accorti durante e dopo il conflitto. E non per questo lesina le critiche al partito laburista, alla facilità con cui chi entra in parlamento volta le spalle alla classe lavoratrice. Ha una parola tagliente per tutti, e non ha meno comprensione. L’impressione è che M.S. fosse abbastanza salda nei propri principi da sapere indicare cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato, e che tuttavia fosse parimenti incline a comprendere che dietro ogni azione ributtante c’è un essere umano, e non un mostro. Anche i potenti sono umani, e gli umani sono tutti deboli, soprattutto quelli che temono la debolezza.**




Meno di un mese prima, Ridley aveva pubblicato il suo libro d’esordio. Aveva tutte le carte in regola per essere un grande romanzo, tranne la grandezza; tutte le meraviglie tranne la misteriosa meraviglia della letteratura, lo stupore di una nuova nascita, l’estasi spirituale che scaturisce tra la parola e l’idea, e deriva da entrambe e da nessuna. Il libro aveva avuto un successo immediato e travolgente.”



Meglio non aggiungere altro a un post che è più omelia innamorata che recensione. Consiglio spassionatamente M.S. e auspico di vedere tutta la sua bibliografia tradotta. Magari in una confezione più fedele al suo spirito, ecco.

*non dubito di aver appesantito di buona misura questa recensione, a forza di svicolare verso questioni prettamente politiche, ma glissare sarebbe fare un torto all’autrice; la colonna sonora adeguata al romanzo varia dal punk etico degli IDLES all’Internazionale.

**in questo periodo sto guardando Clone Wars, all’inizio piazzano sempre delle frasi filosofico-ispirazionali che temo mi stiano guidando alla produzione di queste fregnacce – che comunque, benché si presentino in forma di fregnacce, non sono del tutto da buttare.

venerdì 7 agosto 2020

Libri Salvavita


Qualche giorno fa* scendevo da una montagna insieme a due amiche – per la verità un’amica e una sua amica – con cui nel corso della giornata avevo scambiato – ricambiata – un buon tot di informazioni personali, considerazioni filosofiche e consigli di lettura. Ho pensato a Elizabeth Strout, e mi è uscito con tristezza che: “Mi restano da leggere solo due dei suoi libri, poi come farò senza?”
Non conoscevano Elizabeth Strout, e ho cercato di spiegarla. Il fatto che i suoi romanzi si incentrino su piccole tragedie umane, largamente personali, drammi famigliari di personaggi imperfetti con cui è facile empatizzare. Il mio preferito rimane I ragazzi Burgess, in cui le vicende di tre fratelli si catalizzano attorno all’atto sconsiderato di un ragazzo che getta una testa di maiale in una moschea.
Tutti i personaggi sono disgraziati, sono tutti vittime di loro stessi, ripetono in circolo gli stessi errori perché è quello che fanno le persone”, ho spiegato. Ho aggiunto, credo, di trovare confortante trovare in un romanzo la conferma delle mie miserie, la consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca scalcagnata in una tempesta che non capiamo. L’ultima parte l’ho aggiunta adesso, per spiegarmi meglio. In mezzo a una chiacchierata scialla sarebbe bastata a farmi spingere giù da una scarpata.



Elizabeth Strout mi conforta. Mi conforta non illudendomi su un mondo migliore, più gentile e più giusto, ma stringendomi la mano per farmi sentire che in questo marasma c’è anche lei – o c’è stata. Non dice che andrà tutto bene, ma che puoi farcela. Forse. Se ti impegni. E se le circostanze non sono orrendamente sfavorevoli. Potrebbe piovere. Ma ecco, se anche dovesse andare tutto nel peggiore dei modi – come è probabile che succeda a tutti un imprecisato numero di volte – puoi sopportarlo – oppure no – e poi rialzarti – con qualche pezzo in meno. È come perdere una gamba e andare a visitare un reparto di veterani per sentirci dire che Ci siamo passati tutti.

Elizabeth Strout è il primo nome che mi viene in mente, ma non è l’unico. C’è un’altra Elizabeth, Elizabeth Jane Howard, quella della saga dei Cazalet – la saga famigliare che ha sbancato le saghe famigliari – e di cui ho preferito sopra ogni cosa Il lungo sguardo e All’ombra di Julius. Anche qui ci troviamo di fronte a una scrittrice che non ha nessuna intenzione di coccolare il lettore; i suoi romanzi sono emotivamente crudi, scritti con un bisturi in uno stile raffinatissimo. I suoi personaggi sentono profondamente e soffrono profondamente. Più sono superficiali, più finiscono per provocare sofferenze indicibili alle persone che hanno intorno. Sono romanzi in cui accadono cose, si cambia, si evolve, si prendono strade inaspettate; ma sono anche romanzi che accadono dentro i personaggi, nei loro inganni privati, attraverso le lenti con cui subiscono il mondo. L’amplificarsi delle miserie umane, una conferma della condivisione di uno stesso assurdo destino.



Dopo Elizabeth Jane Howard, Wendell Barry ha un po’ l’effetto di una pomata su un taglio fresco; il che sembrerebbe implicare che la scrittura della Howard e della Strout taglino, e che questo intero post manchi di senso già dalle premesse: ma ci tengo a precisare che le due scrittrici già citate non provocano un taglio, ma lo puliscono, lo disinfettano, lo asciugano dal sangue perché possa essere medicato. Il dolore prima che passi. Wendell Berry è il primo respiro di sollievo di quando ti accorgi che il peggio è passato, che non fa più così male.

Il che non significa che le vite raccontate da Berry non siano dure, aspre, piene di dolore, tutt’altro. I suoi romanzi – ho letto soltanto Hannah Coulter e Jayber Crow – sono ambientati nella cittadina immaginaria di Port William, nel Kentucky – difatti i personaggi talvolta si incrociano e si intrecciano, abitanti di una stessa fantasia. Si tratta di un paese largamente rurale, che cambia e insieme cerca di non cambiare man mano che “il nuovo avanza” nel corso della rivoluzione industriale del novecento. Vivono profondamente il terreno che abitano e le relazioni con le loro famiglie e la famiglia allargata che sembrano comporre tutti insieme, in quella che a tratti mi sembra un’idealizzazione utopica delle comunità rurali. A colpire forse è proprio il contrasto tra la vita dura dei personaggi e la dolcezza della scrittura, delle loro stoiche evoluzioni personali. Mi piace, Wendell Berry. Ha l’aria del vicino di casa che ti porta a cestate le verdure del suo orto.



Alan Bennett è un altro autore efficacissimo contro il mal di vivere. I suoi romanzi sono brevi, acuti, intelligenti e dispettosi. Gioca coi suoi personaggi rendendoli tutti – o quasi, visto che la regina di La sovrana lettrice fa una splendida figura – ridicoli. Disgraziati che a vederli da vicino ti dispiaci immensamente, ma che a vederli sulla carta mentre si barcamenano tra l’imbarazzo e le conseguenze delle proprie azioni, fanno ridere. Sono spesso miseri, ma non così tanto da far sì che il lettore possa prenderne del tutto le distanze. Sono persone come tante – e come noi. E se riusciamo a ridere dell’assurdo scherzo capitato ai coniugi Ransome in Nudi e crudi, che si sono trovati di punto in bianco la casa completamente svaligiata, perché non potremmo ridere delle nostre disgrazie?



Ci sono altri autori che citerei se avessi letto qualcosa di più di quello che hanno scritto – di Kent Haruf ho letto soltanto Benedizione, di William Trevor Morte d’estate. Ci sono anche autori che mi verrebbe da consigliare per l’effetto che hanno su di me, che con la tragedia e col disturbante vado proprio a braccetto – i romanzi di George Eliot aka Mary Ann Evans, o di Sandor Màrai, o di Yiyun Li. Che Jane Austen sia un bagno caldo per l’anima è sottinteso, ma non è sottinteso che tutti i lettori vadano matti per le sue eroine e i loro tormenti.

I libri salvano. Mi hanno salvata così tante volte che non riesco a immaginarmi in una realtà parallela – o in una linea temporale alternativa – in cui non siano stati la parte più importante di certe giornate, quelle brutte che o ti uccidono qualcosa dentro o fanno di te un filosofo o uno scrittore dolente – ciao amico Kafka, è a te che penso.
Tutto questo post è per dire che “Il mondo sa essere crudele, portati dietro un libro, non sai mai quando ne avrai bisogno. Se ti senti perso, la Strout ti scorta di nuovo dove ti eri lasciato cadere.”
Non so se si capisca quello che ho scritto – soprattutto il finale – ma se non si capisce niente, darò la colpa al caldo – che a ben vedere si è parecchio attenuato.

*in realtà ho iniziato a scrivere questo post settimane fa, la cronologia è inesatta ma non avevo voglia né motivo di correggerla; a ben vedere non avrei neanche ragione di aggiungere questa postilla, ma sono pignola.

giovedì 30 luglio 2020

Libri per sovvertire il reale #1

È difficile recensire la saggistica, e infatti è rarissimo che lo faccia. Nel corso degli anni ho fatto qualche eccezione per chiacchierare di libri incentrati su questioni che mi appassionano parecchio – ogni tanto la storia della musica classica, più spesso della storia della letteratura e del mercato editoriale. Oltre a questi pochi casi, tendo a non parlare di saggistica perché non ne leggo mai. Almeno fino a qualche mese fa, quando ho scoperto di riuscire ad appassionarmi alla lettura di fatti e non solo di storie con La malinconia del mammut di Massimo Sandal, che mi ha convinta a:

1. assaltare la libreria della mia Coinquilina in tutte le manifestazioni saggistiche che per anni mi avevano tentata senza che mi fossi mai decisa a iniziare alcunché;
2. acquistare un po’ di saggistica – necessario se non gratuitamente rifornita da Coinquilina;
3. coinvolgere Coinquilina nell’acquisto di titoli di saggistica che potessero interessare a entrambe.

Qui presento brevemente tre titoli pubblicati da due editori che ultimamente ho iniziato a seguire parecchio, Edizioni Alegre e D Editore. Non è strano che vengano accostate in questo specifico post, sicuramente ricompariranno quando mi andrà di dedicare un altro po’ di spazio alla bizzarra categoria dei “libri per sovvertire il reale”. Entrambe portano avanti un progetto di promozione di ideologie nuove, di studi sul presente che si distaccano dalla prospettiva mainstream per decollare verso un altro modo di interpretare il mondo. La visione di Alegre è di orientamento esplicitamente marxista, quella di D Editore è politica in modo più sottile, nella misura in cui ogni pubblicazione parte da un’idea filosofica del mondo che intende ribaltare la realtà come la diamo per scontata.

Sono giunta alla conclusione che non esista un’opera letteraria che non sia politica – perché l’idea che l’autore ha del mondo è politica e il ritratto che fa della realtà non può prescindere da quell’idea, più o meno consapevolmente. I titoli che vado a presentare – prenderà più spazio questa vuota introduzione che l’effettiva presentazione dei suddetti titoli – partono da un dubbio, dalla volontà di svellere i cortocircuiti interpretativi che come società tendiamo a dare per scontati. Partendo dal momento storico in cui è nato il malinteso interpretativo, ne ribaltano la prospettiva per sviscerarne le conseguenze e stabilire i legami tra causa ed effetto. Insomma, nel mezzo di una partita a scacchi dicono “Fermi tutti, quelle sono le pedine della dama!”. E va da sé, ogni volta che parliamo di lettura del reale e prospettiva siamo piagati dalla visione che abbiamo del mondo; magari gli autori dei titoli non hanno sempre e del tutto ragione, potrebbero anche non essere pedine della dama, magari sono quelle del backgammon, ma hanno sicuramente ragione nel dire che non sono scacchi – che cosa siano, quello bisogna scoprirlo da sé.

Anarcoccultismo di Erica Lagalisse



sovverte il reale: stilando la mitologia politica dimenticata dei movimenti eversivi anarchico-comunisti, smascherando il pretestuoso secolarismo degli eredi politici contemporanei. La parte storica è certamente interessante, piena di spunti e storie dimenticate; ma è interessante anche la questione sociologica e antropologica contemporanea sull’approccio al complotto, e il suo invito a un approccio prospettivo meno elitario e divisivo. Prima di tutto perché se la gente crede nei complotti, è anche perché i complotti esistono – che poi certuni arrivino a teorizzare lucertole aliene è sicuramente eccessivo, ma i complotti non sono una trovata recente. Complottare è umano, com'è umano cercare spiegazioni univoche per problemi complessi. Secondariamente molta gente crede ai complotti perché non ha fiducia nelle istituzioni o nei canali di informazione ufficiali: e guardiamoci in faccia, possiamo dargli torto? E dai. Pure a guardarci in casa non è che dopo Berlusconi i media si siano improvvisamente sanificati per grazia divina. In ultimo, tagliare corto sull’idiozia del proprio interlocutore aprioristicamente è da stronzi elitari e cronicizza l’estremizzazione del discorso, incasellandoci in un modello oppositivo “noi” contro “loro” che non ci porta da nessuna parte.

La sinistra di destra di Mauro Vanetti



sovverte il reale: spiegando che il concetto di piccola borghesia è un effetto ottico col quale si rifiuta di ammettere la proletariarizzazione dei ceti medio-bassi; analizzando poi le posizioni prese dai grandi partiti di sinistra italiani e dai loro esponenti nell’ambito dei temi che dovrebbero fare da fondamenta a qualsiasi movimento che voglia dichiararsi di sinistra – la vicinanza ai lavoratori e la tutela dei loro diritti, la regolazione dell’immigrazione, l’opposizione ai razzismi, la tutela delle minoranze discriminate etc – che da decenni la sinistra istituzionale ha abbandonato qualsiasi parvenza di sinistra sposando ideologie e valori di destra. Vanetti analizza varie manifestazioni della sinistra di destra – il sovranismo minoritario, quella bestia ibrida di liberismo turbo-capitalista tanto caro a Sala e ai suoi simili che davvero non riesco a spiegarmi perché vogliano chiamarsi di sinistra – cioè lo capisco al massimo fino agli anni dell’università per rimorchiare ai concerti reggae ma poi basta, su, a ognuno il suo senza rancore coerentemente coi propri valori.

La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski



sovverte il reale: decostruendo e invalidando il concetto di degrado come indicatore di criminalità, esplicitando la disumanità di una società basata sull’allontanamento e la marginalizzazione dei soggetti più deboli e l’ipocrisia con cui ci raccontiamo che il nostro paese non è governato in maniera coerentemente bipartisan con profondo razzismo e scatafottenza verso la specie umana in generale. Si parte dalle politiche e dalle teorizzazioni degli anni ottanta in USA, dall’influenza che hanno avuto sulla nostra società – la teoria delle finestre rotte – sottolineando l’arbitrarietà con cui vengono stabiliti i rapporti di causa ed effetto, e i risultati penosi nascosti dalle narrazioni ufficiali. Bukowski esplicita la fredda crudeltà di politiche che anziché aiutare i soggetti più deboli a integrarsi nella società, mirano a renderli ancora più disgraziati allontanandoli dai centri a protezione degli occhi delicati della famiglia borghese, che è un po’ il sommo nucleo privilegiato di qualsiasi partito politico; sottolinea la pretestuosità nel voler etichettare certi comportamenti come lesivi o pericolosi – dormire su una panchina quando non si ha dove dormire, vedersi la sera al parchetto con gli amici per bere due birre in compagnia etc. In sostanza Bukowski parla di quelli che ben pensano e che mal governano – quanto vanno a braccetto le due cose, dev’essere l’inconsistenza del legame con la realtà.

Mi fermo a tre libri, che ne ho altri da leggere. Credo che sarà la prima puntata di una serie disordinatamente periodica di segnalazioni sulle letture alternative della realtà.
Che ce n’è bisogno.

mercoledì 22 luglio 2020

La nostra folle, furiosa città di Guy Gunaratne - Essere ragazzi in un mondo che fa schifo


Prima di iniziare a scrivere di La nostra folle, furiosa città di Guy Gunaratne, uscito a giugno per Fazi nella traduzione di Giacomo Cuva, ho dovuto fare una piccola ricerca riguardo all’evento che ha scatenato la furia londinese cui fa riferimento il titolo, che non può prescindere dal momento storico in cui è prodotto. Con questo romanzo Gunaratne cerca non tanto di spiegare, quanto di raccontare, il rovesciamento di un contesto da pacifico a feroce, il riemergere di una xenofobia che non ha mai lasciato l’Occidente, si è solo rintanata finché non è tornata socialmente accettabile, perché inquadrata in una narrativa che la legittima.

Rischio di partire troppo alla lontana e dilungarmi ben oltre il lecito – che il punto qui è chiacchierare del romanzo, non fare una panoramica di come sta messo il mondo o di quanto gli rimanga da vivere. D’altronde ci sono delle premesse da fare, e cercherò di farle brevemente: dal 2001 l’Occidente non è più stato lo stesso, perché un atto terroristico ci ha permesso di compattarci sotto la minaccia di una guerra santa voluta da persone che odiavano proprio quello che secondo noi ci teneva uniti. I presupposti della nostra risposta bellica, ormai lo sappiamo, erano campati per aria non meno della storia delle Torri Gemelle come inside job, ma le destre xenofobe non hanno mai rinunciato a raccontare delle forze malefiche che tramano dall’Africa al Medio Oriente contro le nostre belle tradizioni in modo da poter mascherare le aggressioni come legittima difesa. Il mondo sa fare schifo. Di brutto.



Lee Rigby è stato assassinato a Londra il 22 maggio del 2013. Aveva venticinque anni, era un militare nei Royal Regiments. Indossava la divisa quando due uomini afrodiscendenti lo hanno aggredito e ucciso per vendicare le vittime musulmane del conflitto in Medio Oriente. Entrambi cresciuti a Londra da famiglie cristiane, si erano convertiti all’Islam per poi radicalizzarsi – o forse è stata la radicalizzazione a portarli alla branca più integralista dell’Islam, per poterci trovare un rifugio ideologico.
Difficile immaginare cosa succederebbe oggi in Italia, se un militare venisse assassinato da un paio di spostati integralisti. Ma non è che in Inghilterra, nel 2013, sia andata poi meglio. Gunaratne racconta la sua Londra, la città che viene contesa ideologicamente nel momento in cui si tracciano linee per determinare di chi sia, chi abbia diritto a starci e secondo quali condizioni. Racconta di un gruppo di ragazzi di seconda generazione, figli della diaspora, che di colpo si scoprono stranieri a casa loro, nel periodo che segue l’omicidio di Lee Rigby, quando i negozi dei quartieri abitati in prevalenza da immigrati vengono presi di mira, e camminare per strada si fa pericoloso, soprattutto visto che da un momento all’altro possono spuntare manifestazioni di suprematisti bianchi che ci tengono a fare di Lee Rigby un loro simbolo, una loro vittima, per giustificare l’orrore che vogliono portare nelle vite altrui.

Mi sto lasciando trasportare. Vediamo.
Guy Gunaratne è nato a Londra nel 1984, figlio di un uomo singalese e di una donna inglese. Ha fatto il giornalista e il documentarista e il suo esordio, La nostra folle, furiosa città, gli è valso premi e menzioni di un certo prestigio, come il Dylan Thomas Prize.
Il romanzo è scritto in prima persona dal punto di vista di diversi personaggi, in qualche modo collegati, in un’alternanza di capitoli. Perlopiù sono adolescenti amici tra loro, che si incontrano al campetto del quartiere per giocare a calcio. Selvon – insopportabile, gesù – è il classico atleta dalla volontà ferrea, muscoli e belle speranze, nero ma borghese, e per lui i pomeriggi con gli amici sono quasi una vacanza dal suo quartiere residenziale – cosa che gentilmente i suoi amici evitano di rinfacciargli. Ardan è un ragazzino esile dalla famiglia disastrata che si porta dietro il cane quando si infila sui tetti per scrivere le sue rime in santa pace. Yusuf va a scuola con loro, ha un fratello maggiore che sta passando un brutto periodo, soprattutto da quando sono rimasti orfani del padre, che era anche l’imam e il padre spirituale della moschea.


Ci sono altri personaggi che gravitano ai lati della vicenda, adulti che prendono in prestito la pagine dei loro figli – almeno, ho avuto questa impressione – per raccontare di come andassero le cose ai loro tempi, metterci di fronte alle brutture che erano per risaltare quelle che sono. Quello li che unisce tutti – fatta eccezione per Caroline che è irlandese, cosa che comunque un tempo aveva tutto un altro peso in Inghilterra – è che sono parte di una minoranza etnica, e a seconda del periodo storico questo fa una certa differenza.



I ragazzi vivono le loro giornate in una simulazione di normalità; gli adulti vanno indietro nel tempo, tornano a quando erano giovani. Tornano agli anni dell’IRA, agli anni che hanno fatto seguito alla seconda guerra mondiale, alle bande di picchiatori fascisti dei Teddy Boys – incidentalmente Gunaratne mi ha fatto un brutto, bruttissimo spoiler su quanto posso lecitamente aspettarmi dalla prossima stagione di Peaky Blinders e sono molto, molto delusa dalla storia.

In La nostra folle, furiosa città le linee narrative si alternano e si intrecciano per raccontare una medesima storia. A volte sembra andare tutto bene, sembra che davvero possiamo stare tranquilli, poi dei balordi ammazzano un ragazzo e all’improvviso uscire di casa fa paura. Gunaratne racconta questa improvvisa fiammata londinese attraverso una manciata di individui ai quali si contrappone la folla incontrollata. La ragione del singolo che si trova davanti la follia della massa.

C’è qualcosa in questo romanzo – che pure mi è piaciuto molto, e che consiglio anche in merito della valenza di testimonianza di una Londra parallela, direi anche di un’Europa parallela, che da bianchi non viviamo – che mi dà un pizzicorino di fastidio, e riconosco che si tratta di un aspetto che dà fastidio a me in quanto me e non in quanto lettrice, e riconosco che la parte di me cui dà fastidio ha preso la lente dell’analisi oggettiva e l’ha frantumata con un colpo di tallone.


È il sottotesto che non mi convince, c'è una morale che mi fa storcere il naso, la bocca, tutti i lineamenti. L’impressione che per l’autore la violenza sia un tutt’uno marcescente, un orrore senza sfumature che resta invariato a prescindere dalle circostanze. Come se la violenza dell’aggressore e la violenza dell’aggredito fossero la stessa cosa e il torto fosse da dividere equamente tra le parti, ed è una semplificazione che riesco a sopportare sempre meno, perché mi sembra sempre di più una fuga, un rifiuto di accettare la situazione per quella che è, spietata e complessa. È molto facile darsi degli assoluti che azzerino qualsiasi discussione su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, salvo poi fare i conti con una prassi umana parecchio lontana dagli ideali kantiani. A porgere continuamente l’altra guancia si rischia di legittimare ulteriormente una violenza che già a certi viene naturale. Seguo molte pagine di accelerazionismo memetico e c’è una citazione di Assata Shakur che ultimamente ricorre piuttosto spesso:



E mi pare parecchio pertinente a qualsiasi discorso su discriminazione e privilegio dovessimo tentare. D’altronde non ho mai vissuto da straniera – percepita – nel mio paese, e non sono davvero nella condizione di dire a Gunaratne o a chicchessia come dovrebbe percepire o gestire la minaccia e la discriminazione verso la sua persona. Mi rendo conto che ultimamente questo blog è diventato mezzo letterario e mezzo rant sociopolitico, che ci posso fare?
Selvon corre, Ardan rappa, Yusuf vuole giocare a calcio; io bestemmio sulla pace apparente.