venerdì 29 aprile 2016

Romanzi d'amore che non sono romanzi d'amore

Dunque, invero mi piacerebbe chiacchierare del programma del Salone del Libro, degli eventi che mi interessano e di quelli cui non mancherei neanche dovessi subire l'amputazione chirurgica della gambe nella mezzora precedente. Tipo questo.
Solo che mi è morto il mouse, e un post del genere prevede e necessita di una quantità di link tale da farmi distruggere il touchpad dall'astio, quindi rimando. E chiacchiero invece di un tema che mi vagola in testa da diverso tempo, e che mi è tornato alla mente con più forza un paio di sere fa, quando qualcuno ha nominato in mia presenza Lolita di Nabokov.
Cosa intendo con “Romanzi d'amore che non sono romanzi d'amore”? Intendo romanzi le cui tematiche complesse vengono tralasciate in favore dell'interesse romantico dei protagonisti, che talvolta non è nemmeno tale. Non è un caso che la questione mi sia sorta in testa ripensando a Il grande Gatsby.
Ora, io ho adorato Gatsby. Ho preferito Belli e Dannati e ancora non ho letto Tenera è la notte, quindi non lo definirò il “capolavoro” di Fitzgerald, ma sicuramente mi è piaciuto un sacco. E leggendo dell'ossessione che Gatsby prova per Daisy, non potevo fare a meno di ripensare ad alcune frasi lette qua e là. Una in particolare non mi si scolla dalla testa, e recita più o meno: “Vorrei qualcuno che mi amasse come Gatsby ama Daisy”. Il che per me è abbastanza inconcepibile, ancorché inquietante. Secondo il mio modestissimo parere, Gatsby non ama Daisy. Daisy è stata il suo feticcio durante la guerra, è stata la sua spinta motivazionale, un traguardo privo di corpo. E quel corpo, una volta ritrovatoselo davanti, è stato riempito di tutti i sogni e le aspettative che Gatsby ha maturato nel corso degli anni. Daisy è una creatura quasi stilnovista, è la donna angelo che ho sempre aborrito. Fitzgerald non ha scritto una storia d'amore, ha raccontato le storia di un disperato che si aggrappa a un idolo.
Potrei fare lo stesso discorso con innumerevoli titoli. È davvero definibile “storia d'amore” quella tra Catherine e Heatcliff, in Cime tempestose? È una storia d'amore quella tra Romeo e Giulietta, una scia di cadaveri per una chiacchierata dal balcone? Non ricordo dove, ma poche settimane fa avevo letto una curiosa interpretazione secondo cui la tragedia più amata di Shakespeare sarebbe in realtà una commedia travestita. E può anche starci, dopotutto. Al giorno d'oggi, molti d'istinto la leggerebbero così.
Uno dei romanzi che più mi perplime sapere essere interpretati come storie d'amore è Lolita di Nabokov, di cui ho interrotto la lettura più o meno a metà perché mi disturbava troppo. Ed è giusto così, Nabokov voleva disturbarmi. Mi chiedo cosa penserebbe di coloro che oggi inneggiano al suo Lolita come fosse un manifesto per l'amore libero e senza barriere tralasciabili quali l'età degli interessati.
Il caso che però trovo mi tocchi più da vicino, perché la storia d'amore qui è tra me e l'autrice, è Orgoglio e Pregiudizio. Ci sono altri titoli firmati da zia Jane che sarebbero ben più adatti come esempio – Emma, Ragione e Sentimento, Mansfield Park – ma Orgoglio e Pregiudizio è la sua opera più famosa, e dunque la più colpita dal fenomeno “storia d'amore”.
Ovviamente non sto negando che Orgoglio e Pregiudizio racconti della storia d'amore tra Lizzie e Mr. Darcy, rasenterebbe l'idiozia da parte mia. Il punto è che non racconta solo della storia d'amore. I romanzi di Jane Austen sono complessi e attuali proprio in quanto, pur col loro stile semplice e diretto, raccontano sempre qualcosa oltre ciò che è scritto nero su bianco. Orgoglio e Pregiudizio racconta la crescita dei suoi personaggi nonché il peso della famiglia, e critica piuttosto esplicitamente l'alta società inglese. La differenza sta nei gradi di lettura. È abbastanza fermarsi all'esplicito? Si è davvero letto un libro se si eludono le doppie letture?
La mia risposta è nì. La mia personalissima risposta è che un libro viene scritto dall'autore ma è poi completato dal lettore, dunque ogni lettura, se si basa su quanto è effettivamente scritto, è valida. Pure la più disturbante, vedasi il professor Humbert e Lolita, o la più irritante, vedasi Gatsby e Daisy.
Ordunque, questo è il momento in cui interrompo la favella e chiedo le altrui opinioni sull'argomento. Trattasi questo post di una lunga sfilza di cavolate?

sabato 23 aprile 2016

Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie

Dunque, Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, edito da Einaudi nella traduzione di Andrea Sirotti, un libro che ho iniziato a desiderare non appena ne ho letto qualcosa sull'Internet. Un libro apprezzabile per così tanti aspetti che è difficile da ricapitolare, la cui trama curiosamente passa in secondo piano, e pure di brutto, rispetto alle tematiche affrontate.
Vediamo di iniziare dalle cose semplici. La protagonista, Ifemelu, è una donna nigeriana espatriata in America per studiare, che finisce per fermarsi negli USA per quindici anni. Il libro inizia con la sua decisione improvvisa di chiudere il blog grazie al quale si è guadagnata da vivere per anni e la sua relazione con Blaine per tornare in Nigeria. E poi c'è Obinze, il suo primo amore, che in Nigeria ha fatto fortuna e che vive con una moglie stupenda e una figlia che adora. Ha quel tipo di ricchezza che ti fa mancare il terreno da sotto i piedi, perché non riesci mai a capire del tutto se la realtà che stai vivendo non ti sia stata ricamata addosso dal mondo esterno, per avidità o perché, molto semplicemente, i ricchi vanno leccati. Dunque ci sono Ifemelu e Obinze, nel presente, a quindici anni dal loro ultimo incontro e tuttora indissolubilmente legati.
E poi, soprattutto, c'è la loro storia, soprattutto di Ifemelu, dall'infanzia fino all'America, con particolare focus sull'America vista dai suoi occhi di nera africana.
Personalmente penso che non si possa capire l'America senza considerare il suo rapporto con la razza, e con le razze. Mi permetto di affermare che noi italiani, in generale, ne sappiamo e ne capiamo davvero poco perché, prima di leggere Joe R. Lansdale, e soprattutto prima di un esame di Storia Americana che mi ha fatto perdere il sonno – sapevate che era d'uso scattare foto durante i linciaggi e poi usarle come cartoline? Buoni incubi. - dell'America sapevo pochissimo, men che meno del razzismo. E non è che le mie fonti siano intellettuali e autorevoli; la mia visione è formata perlopiù da programmi comici. Dai Boondocks, da Chris Rock, da Dave Chapelle. C'è chi si lamenta della comicità degli afroamericani perché batte sempre sul razzismo. Personalmente trovo sia una critica un po' del piffero. Il razzismo toglierà le tende dalla comicità quando 1. Toglierà le tende dal mondo e 2. Quando cesserà di essere divertente.
Attraverso le esperienze di Ifemelu la Adichie racconta la sua America. Non un'America cattiva, ma un'America confusa, fin troppo sensibile a questioni che per lei, in Nigeria, non esistevano neanche. Un'America cieca, perché rifiuta l'esistenza di ciò che non può toccare e vedere in prima persona; che vede in ogni atto, anche il più semplice, un'affermazione politica, pure nel lasciarsi i capelli naturali.
La questione della razza, in Americanah, è sempre presente, un rumore di sottofondo che non si interrompe mai; questo perché è sempre presente nella vita dei neri negli USA. Nei capitoli ambientati in Nigeria la razza scompare, la pelle si amalgama, e diventa qualcosa di cui si può parlare senza timore. Non voglio ridurre questo libro a una specie di lungo pamphlet, a un saggio camuffato da romanzo per fare passare meglio un messaggio. No, è un racconto i cui personaggi sono ottimamente caratterizzati, in cui si muovono coerentemente e onestamente. Ma è anche un libro che ha come tema portante la vita di Ifemelu in America, e se l'America rende preminente il fatto che Ifemelu sia nera, sarebbe stato disonesto da parte di Adichie raccontarla diversamente.
Sorprenderà, specie dopo la mia lunga pappardella, ma non è un libro pesante, né doloroso. Non è sempre allegro, perché sarebbe falso come quei sorrisi che nascondono un lutto di cui non si vuole parlare; ma nessuno è sempre allegro. Ifemelu e Obinze sono raccontati in modo onesto, mai idealizzati – se non reciprocamente – né ridotti a quello in cui credono o a quello che fanno. Sono estremamente vivi, soprattutto nei loro dubbi e nei loro difetti.
E io questo libro lo consiglio massimamente. Chimamanda Ngozi Adichie è tra gli autori che prima o poi vorrei incontrare, per dirle quanto ho adorato il suo libro. Anche se poi magari mi sforzerei così di tanto di farle capire che non sono razzista che mi uscirebbero commenti eccessivamente entusiastici sui suoi capelli, con conseguente imbarazzo.
E diamine, leggetelo.

giovedì 21 aprile 2016

Belli e dannati di Francis Scott Fitzgerald


Sarò sincera, prima di Fiztgerald non pensavo che sarei mai riuscita a trovare dei classici americani che potessi sentire “miei”. Contemporanei sì, certo, anche troppi per poterli leggere e conoscere tutti, figuriamoci. Ma coi classici c'è qualcosa che mi stride, che mi impedisce di godermi la lettura. Forse perché molti classici americani non sono fatti per essere goduti, ma per essere sofferti. Più sangue che inchiostro, pagine secche e aride come il deserto. Come si fa a gioire leggendo Steinbeck, London, Hemingway? Ho amato La valle dell'Eden del primo, ma a distanza di anni non sono ancora riuscita a togliermi di dosso l'atmosfera greve e disperata. L'America è stata la terra del sudore, delle speranze disattese, della disillusione, e certi scrittori in quella disillusione sono nati e cresciuti, e hanno finito col portarsela dentro fino nei libri. È debolezza da parte mia, oppormi al dovere di leggerli per salvaguardare il mio umore, però non posso farci niente. Verrà il loro tempo, ma non adesso. Non ancora.
Nel frattempo, Francis Scott Fitzgerald, che ho conosciuto con quello che unanimante viene definito il suo capolavoro, Il grande Gatsby, di cui ho chiacchierato qui.
C'è qualcosa di fortemente inglese, in Fitzgerald, e forse è l'ironica giustizia con cui vengono trattati i personaggi. E magari anche il contesto sociale – schifosamente alto – in cui questi personaggi vivono e da cui ignorano e disprezzano le classi lavoratrici.
Vediamo, Belli e dannati, che ho letto e adorato nella traduzione di Francesco Pacifico edita da Minimum Fax.
Belli e dannati è la storia di Anthony Patch, un giovane scapolo, orfano di padre e madre ma supportato economicamente dal ricco nonno Adam Patch, un burbero proibizionista anaffettivo, teso alla ri-moralizzazione degli Stati Uniti. Anthony ha studiato ad Harvard, si è fatto qualche amico, frequenta l'alta società americana e abita vicino a Central Park, nel comodo appartamento dove il suo maggiordomo provvede a dargli la sveglia ogni mattina alle nove in punto. Ha una bella vita vuota, fatta di lunghe dissertazioni filosofiche con gli amici Maury e Dick – quest'ultimo un aspirante scrittore che permetterà a Fitzgerald di chiacchierare del mondo dei letterati e del mondo visto dai letterati, di tanto in tanto. Dicevo, Anthony ha questa bella vita finché non conosce Gloria, una fanciulla splendida, una donna così bella da mozzare il fiato, e che della sua bellezza ha saputo fare un'arte. Meraviglioso il capitolo in cui il personaggio di Gloria, prima ancora di comparire nel romanzo, viene spiegato in un succedersi di battute tra la Bellezza e... beh, una qualche forma divina non precisata.
Il romanzo procede lentamente, al punto che eviterò di chiacchierare di quanto accade man mano che la storia va avanti, pure se si tratta di tematiche essenziali per capirlo. Va bene che è un classico, e c'è questa credenza diffusa che dei classici si possa e debba sapere tutto ancora prima di leggerli, ma io sono stata ben lieta di averlo scoperto esattamente nel momento in cui l'ho letto, quindi vi lascio la stessa opportunità.
Belli e dannati è un romanzo stupendo, luminoso e squallido, spietato e brillante, con cui Fitzgerald ha voluto raccontare... che cosa? A pensarci bene, non sta a me dirlo. Ma per quel che ne posso capire, mi è parso volesse raccontare un'epoca, una generazione piena di debolezze e priva di nerbo, così frivola e leggera che non ci vuole nulla a schiacciarla.
Sarei folle a non consigliarlo. Leggetelo, punto.

martedì 19 aprile 2016

Piccole cose belle #6


Tanto per cominciare, il festival I Boreali, che si tiene a Milano dal 20 al 24 aprile – cioè da domani, tanti complimenti a me per la tempestività con cui segnalo siffatta meraviglia. Citando il sito ufficiale, trattasi del più grande festival italiano dedicato alla cultura nord-europea. Dunque pure alla letteratura, non per nulla è organizzato da Iperborea.
Saggiamente, linko qui il sito ufficiale.



L'altra cosa bella è il Salone del Libro di Torino, che poco a poco si appropinqua. Ora, il programma non è ancora uscito – sono l'unica che detesta il fatto che il programma esca sistematicamente a sole due settimane dall'inizio del Salone? - ma sappiamo bene che sarà pieno e rigurgitante di incontri interessanterrimi, o quantomeno di case editrici belle. Magari potrei segnalarne qualcuna in un apposito post, così potrete dare comodamente un'occhiata al fulcro delle mie libro-ossessioni. L'ho fatto anche l'anno scorso, ma nel frattempo altri editori si sono uniti alla lunga lista del “Dio, quanto siete belli”.
Peraltro segnalo che chi gestisce un blog letterario può fare domanda per l'accredito stampa. Conviene soprattutto se si vuole fare l'abbonamento e, meraviglia delle meraviglie, si salta la fila.




Il Concorso Transilvania si è concluso e noi membri della giuria stiamo celermente vagliando i racconti. Mi astengo dal fare anticipazioni, anzi, preferirei ammantare il tutto di uno spessissimo strato di omertoso mistero fino alla proclamazione dei vincitori. C'è però da dire che sono rimasta davvero soddisfatta dal numero di racconti pervenuti. Non sono tantissimi, è vero, ma sono una moltitudine se si considera che il Concorso Transilvania è alla prima edizione, e che per metà del tempo disponibile a promuoverlo sono rimasta alternativamente senza computer o senza connessione. Grazie mille, ancora una volta, a chi ne ha parlato e a chi ha deciso di partecipare. A prescindere dal risultato che otterrete, grazie per averci dato fiducia al punto da scrivere un racconto un racconto per noi.




Ci sarebbero altre cose belle di cui vorrei chiacchierare o almeno fare cenno, ma a pensarci bene si tratta di argomenti che meritano e richiedono un post a sé stante. Le nuove nascite nel Magico Universo dei Libri, sia in ambito distributivo che editoriale. Vedete bene che l'argomento è pregno e vasto.
E a parte tutto, di piccole cose belle ve ne auguro un sacco. Così, sparse per la giornata.

sabato 16 aprile 2016

L'imprevedibile destino di Emily Fox-Seton di Frances Hodgson Burnett

Di Frances Hodgson Burnett devo aver letto anche Il giardino segreto e Il piccolo Lord, perché ricordo i libri, in quelle vetuste edizioni alte e cartonate di una volta, bene impilati sugli scaffali della soffitta che un tempo era il mio luogo preferito per leggere. Solo che non ne ricordo granché, stiamo parlando di una ventina d'anni fa, e la mia memoria è labile come i disegni sulla schiuma del cappuccino.
In compenso ricordo con immutato affetto Un matrimonio inglese, qui entusiasticamente recensito anni fa, il mio primo incontro con la Burnett scrittrice per adulti. È pensando a Un matrimonio inglese che mi sono fiondata su L'imprevedibile destino di Emily Fox-Seton, uscito per Astoria nella traduzione di Alessandra Ribolini pochi mesi fa.
In questo libro la Burnett racconta una versione vittoriana di Cenerentola, una storia mille volte nota e mille volte conosciuta, con una protagonista di una banalità sconcertante e un eroe a dir poco scialbo. Dunque sapete cosa c'è di estremamente interessante in questa lettura? La schiettezza nel descrivere ogni aspetto di Emily e di chi le sta intorno e il punto di vista della Burnett. Questa storia, raccontata da Georgette Heyer o da un'altra scrittrice amante dei bei tempi andati, avrebbe potuto risolversi in un romanzo spassoso e raffinato sulle sciocchezze della nobiltà e sugli intrighi d'amore. La Burnett è diversa, però. Magari i suoi personaggi si innamorano indossando ghette e crinoline, ma le sue storie sotto l'organza hanno il ferro.
Dicevo che Emily Fox-Seton è una donna semplice, amabile e banale. Buona oltre la tontaggine, debole come un fuscello. Modesta, povera e fastidiosamente umile. Sono queste le caratteristiche che spingono Lord Walderhust, un marchese di mezz'età, a chiederle di sposarlo.
Allo sposalizio seguono mesi di lieta e appagante noia, turbata dalle pretese ereditarie di un lontano nipote del marchese. E qui le cose si fanno più interessanti, più cupe, più inquietanti, perché in gioco ci sono un sacco di soldi e chi vorrebbe mai vedere le proprie speranze di riscatto scivolare via nelle mani di una Emily?
Ciò che ho particolarmente apprezzato di questo romanzo è la doppia lettura che offre. Il modo in cui la storia e i personaggi vengono visti dalla Burnett, il soffio di realtà portato dal suo punto di vista che porta quello che ormai è un archetipo narrativo dall'ovvio all'orribile. Mi piace pensare che l'autrice si sia divertita con questo romanzo, che abbia voluto prendere una delle strutture narrative più abusate per piazzarci personaggi ancora più banali e raccontarli coi propri occhi, rendendo il romanzo davvero nuovo.
Perché sì, va bene, è ben scritto, è interessante anche di per sé, se si amano i classici inglesi d'ambientazione vittoriana. Ma vogliamo mettere con la Burnett che guarda in faccia i suoi personaggi e ci dice cosa sono realmente? Senza disprezzarli, ma senza nemmeno portarceli a esempio.
E diamine se lo consiglio. Però Un matrimonio inglese rimane imbattuto.

martedì 12 aprile 2016

L'imperatrice di Silvia Vaccari

Ordunque, vediamo. Questa è una recensione che rimando da tempo immemore. Non perché abbia sentito la necessità di interrogarmi su cosa scriverne, anzi, il mio giudizio sul libro è di una semplicità disarmante, senza sfumature o incertezze. Il problema è che l'ho letto in un momento in cui io e il computer eravamo due entità distinte e separate, e poi ho finito per rimandarlo fino ad oggi. Io e la mia procrastinazione folle.
Intanto ringrazio infinitamente l'autrice, Silvia Vaccari, per avermelo mandato. Mi è piaciuto davvero molto, nonostante mi ci sia voluto così tanto per decidermi a parlarne. Tra l'altro ho gradito un sacco l'apporto di informazioni sulla vita a Roma all'inizio del '500. Storia è una delle materie che ho sempre preferito, eppure mi rendo conto di essermi trascinata dietro enormi lacune, che mi riesce ben più semplice colmare con la narrativa piuttosto che con lo studio vero e proprio.
A scanso di equivoci L'Imperatrice di Silvia Vaccari, pubblicato da Fazi nel 2015, non racconta di Lucrezia Borgia, come avevo inizialmente ipotizzato. Racconta invero la storia di un'altra Lucrezia, Lucrezia la cortigiana, figlia di un'altra celebre cortigiana, Diana. Lucrezia che viene allevata fin dalla culla per diventare la cortigiana più ambita di Roma, e assicurare così una vita di lussi e fasti alla madre e al di lei marito.
La trama si svolge su diversi piani narrativi. C'è quello in cui Lucrezia agonizza per giorni dopo aver ingerito del veleno. Attorno a lei scalpitano Diana col marito e un amante richiamato dalla tragedia, che lei ascolta senza riuscire a parlare. C'è quello in cui la figlia di Lucrezia, che porta il suo stesso nome, cresciuta in convento e sposata con un ricco mercante, fa visita alla tomba della madre e grazie all'incontro con Messer Chigi riesce a far luce sulla sua vita. E ovviamente c'è la narrazione della vita di Lucrezia – madre – in prima persona, raccontata dalla Lucrezia avvelenata e agonizzante.
Lucrezia racconta della sua giovinezza, degli insegnamenti che le vengono affibbiati dalla madre, del suo primo amore, il figlio del patrigno con la passione per la poesia. Racconta della sua ascesa sociale, di qualche amicizia, di diversi uomini, del sacrificio, del peso costante di recitare una parte difficilissima da sostenere. Lucrezia è intelligente, acuta, acculturata. Vede e manipola, e teme il futuro. E intanto la figlia a cui ha dato lo stesso nome e Messer Chigi parlano di lei, perché una della madre non ha mai voluto sapere o capire nulla, e l'altro è forse la persona che meglio può raccontargliela.
Dire altro vorrebbe dire allungare il brodo, e dare un'impressione sbagliata del libro in sé. L'imperatrice è la storia di Lucrezia, una storia ben costruita, che scorre piacevolmente, in cui le informazioni sul contesto storico sono bene incastonate nella descrizione degli ambienti. Non so se questo si possa considerare un pregio o un difetto; io, avendo fame di nozioni storiche particolareggiate, forse avrei gradito se l'autrice avesse deciso di scendere più nel dettaglio anziché no, ma immagino che sia questione di punti di vista.
In sostanza, L'imperatrice è una lettura più che piacevole e interessante, in cui la vita di una donna si intreccia con un certo modo di vivere Roma. Pare superfluo specificare che lo consiglio assai.

lunedì 4 aprile 2016

Roderick Duddle di Michele Mari

Roderick Duddle di Michele Mari, edito da Einaudi nel 2014. Uno di quei libri di cui senti parlare così tanto e con tanto entusiasmo che arrivano a farti l'effetto opposto; le lodi ti tengono a distanza, e quel libro torna visibile, disponibile, abbordabile soltanto una volta che le voci si sono spente, e attorno è rimasto un alone di letterario rispetto.
Quando l'ho agguantato non sapevo cosa aspettarmi. Mi informo il meno possibile sulle letture che voglio fare, in modo da godermi massimamente il senso di sorpresa, il dipanarsi della trama come l'ha intesa l'autore nell'atto della creazione. Di Roderick non sapevo nulla, neanche il genere. Sapevo solo che era piaciuto molto a un buon tot di fidati lettori, e che dunque mi sarei potuta fidare.
Le prime pagine sono state una sorpresa meravigliosa, amplificata dalla trama che le ignora completamente fino quasi alla fine. Un'introduzione brevissima, in cui due bravacci, Salamoia e Scummy, minacciano Mari, l'autore stesso, obbligandolo a identificarsi come il proprio protagonista, come Roderick Duddle. È una presentazione curiosa, plurima, in cui la biografia e l'ambiente di Mari negano e poi confermano Roderick. Non so dire quanto l'introduzione possa aver giovato al libro, visto che davvero questa bizzarria meta-narrativa viene accennata qui all'inizio e – quasi – mai più in seguito; c'è da dire che io l'ho gradita enormemente. È stato forse quel pizzico in più di cui non si sentiva il bisogno, ma la cui presenza si nota e si apprezza. Il pizzico di sale nei biscotti, ecco.
La trama è intricata e contorta, al punto che ogni tanto il narratore onnisciente si prende il disturbo di riassumerla per il bene dell'emerito lettore. C'è questo Roderick Duddle, un ragazzino di dieci-undici anni, figlio di Jenny la Magra, richiestissima prostituta dell'Oca Rossa, sordido locale del signor Jones. Accade che Jenny muoia, e che Jones abbandoni Roderick al suo destino che il cadavere della donna non ha ancora avuto il tempo di raffreddarsi. Accade anche però che Jenny sia figlia di una nobildonna ormai anziana e prossima alla morte, che all'appropinquarsi della resa dei conti ha deciso di redimersi, ritrovando la figlia o quantomeno il sangue del suo sangue. E accade anche che la nobildonna si sia rivolta a un convento la cui Badessa è eticamente lacunosa, e che la suddetta voglia appropriarsi dell'eredità che spetterebbe al legittimo erede della nobildonna. Ma accade anche che il signor Jones venga a sapere dell'eredità, e che intenda mettersi a parte della faccenda.
La trama si allarga, presenta e include nuovi personaggi, tanti ma mai troppi. Scummy e Salamoia, i due bravacci dell'introduzione, un gentile pescatore, un assassino silenzioso, una suora sorprendente, notai e affini, muti, tocchi, un po' di tutto. Ed è interessante come non arrivi mai ad annoiare né a stancare, nonostante le quasi cinquecento pagine e la consapevolezza che il finale si sarebbe potuto raggiungere già con una notevole ricchezza di avventure a metà strada.
Una cosa che ho particolarmente gradito – tra le altre – è il narratore onnisciente, di sapore ottocentesco, che colloquia col lettore pure senza presentarsi. È uno dei fattori che mi ha portato a ricollegare Roderick Duddle a Il profumo di Suskind. Squallore, malaffare e sordidezza, però con levità e allegria. Un “chi vuol esser lieto sia” sotteso agli spargimenti di sangue e ingiustizia, ecco.
È un romanzo che consiglio barbaramente a chiunque l'abbia finora rimandato. È una di quelle rare opere cui non riesco a trovare critiche da addurre, neanche minime. E questo senza contare il pizzico in più di cui ciacolavo all'inizio.