sabato 28 maggio 2016

Io e gli uffici stampa - Una lista di più o meno consigli

È da un po' che ho delle perplessità, da quando ho iniziato a ricevere mail da vari uffici stampa e da autori interessati a farmi avere il loro libro. Non voglio ergermi a ruoli che non mi competono, come quelli di una persona retta dal punto di vista della netiquette, visto che non rispondo quasi mai a suddette mail se non per accettare libri gratis. Non è cattiveria né snobberia, è più questione di tempo e distrazione, e me ne vergogno un sacco. Ma non è delle mie falle umane che volevo ciacolare. Piuttosto, due parole sugli uffici stampa.
Penso che questo post mi sia sovvenuto dopo averne letto la controparte di Carlotta, redattrice e ufficio stampa di Las Vegas qui, sul blog della casa editrice. Scartabellate, che è pieno di articoli interessanti. Quello cui faccio riferimento dà qualche consiglio ai lit-blogger per quanto concerne il loro rapporto con gli uffici stampa. Io, trovandomi dall'altro lato del suddetto rapporto, ho deciso di dare qualche indicazione a chi invece deve rivolgersi ai lit-blogger. Perché credetemi che ce n'è più bisogno di quanto non si pensi.
Uffici stampa. Ce ne sono di meravigliosi. Mi vengono in mente almeno quattro esempi perfetti che magari non riporto perché sarebbe proprio una ruffianeria imperdonabile. Però senza starci neanche a pensare troppo, sono diverse le case editrici che mi sovvengono, quindi non mi sto riferendo agli uffici stampa in generale, ci mancherebbe. Sono pure una lit-blogger scroccona della peggior specie, con che faccia potrei farlo?
Però devo dire che qualche perplessità ce l'ho, e qui vedrò di sviscerarle.
Quella più scomoda consiste nel non essere sempre certa se mi si stia offrendo un libro in lettura o se non si tratti semplicemente della segnalazione delle ultime uscite. Non che la seconda soluzione mi sia di per sé invisa, ci sono case editrici di cui ho soltanto piacere di conoscere le pubblicazioni. Ma quelle due-tre righe per chiarirmi se quelle pubblicazioni me le si stanno offrendo o meno, ecco, mi farebbero comodo.
Una cosa che non mi crea disturbo, ma che piuttosto mi fa ridere un sacco, è quando mi si appella come a “Gentile Redazione”, con sperticato uso di plurale ed eventuali riferimenti a una testata semi-professionale che, si può ben vedere, questo blog non rappresenta manco per sbaglio. Capisco che scrivere mail personalizzate per ognuno dei blog da contattare sia una faticaccia, ma penso che cercare di dare almeno la vaga impressione di sapere con chi si stia parlando... non so, io un pensierino ce lo farei.
Una cosa che mi lascia decisamente perplessa è l'invito a eventi sparsi in tutta Italia che non sempre hanno a che fare coi libri; mi chiedo, in questi casi, quale sia lo scopo effettivo della comunicazione. L'impressione è che mi si voglia affidare, in quanto blogger, il compito di segnalare suddetti eventi, altrimenti non riuscirei proprio a capirne il senso. Ma a me, come lit-blogger e come essere umano, cosa può mai fregare della Sagra del Fagiolo a Pizzo Calabro?
Poi ci sono le cose divertenti: gli inviti a partecipare a contest bizzarri o a blogtour in cambio della gloria o della possibilità di vincere copie di libri urfidi a dir poco, con condiscendenti strizzate d'occhio, manco ti stessero offrendo chissà quale ghiottissima occasione; o messaggi che mancano in punteggiatura se non in grammatica, gonfi di refusi. Mi è capitato di ricevere una mail che pareva la risposta a un mio assenso alla partecipazione a un incontro, cosa che per qualche ora mi ha mandata nel panico: possibile che avessi preso un impegno così lontano da casa per poi dimenticarmene a quarantotto ore dallo stesso? A ripensarci, si trattava sicuramente di un messaggio di gruppo malamente costruito, ma il nome di quell'ufficio stampa lo ricordo con particolare fastidio.
Dunque? Finora in questo minestrone di post mi sono lamentata e basta, e dubito che sia abbastanza. Quindi i miei personalissimi consigli sono:

Evitare l'eccesso di formalità, perché – eccetto qualche caso particolare – non state parlando con redazioni professionali, ma con gente che chiacchiera di libri e affini per puro divertimento. In quanto lettori, siamo tutti parte della testa comunità, quindi reciproca pacca di riconoscimento e via.

Pensate a cosa state scrivendo e a chi: non so gli altri, ma io alla lunga mi stufo di ricevere segnalazioni e offerte di libri che chiaramente non azzeccano niente coi miei gusti.

I blogger non sono uffici stampa, ed è abbastanza irritante essere trattati come i minion dell'editoria. Non siamo qui per fare vendere copie a chicchessia; il blogger segnala ciò che lo interessa, e se questo porta vendite alle case editrici, buon per loro, vuol dire che stanno facendo un ottimo lavoro. Ma non siamo una vetrina pubblicitaria.

Siate chiari e brevi. Dite chiaramente cosa volete: personalmente ho deciso di non fare segnalazioni né interviste ad autori di cui non conosco benissimo la produzione, ma ci sono blogger assai più liberali con lo sfruttamento dei propri spazi.

Però date almeno le informazioni di base riguardo al libro – o all'evento – di cui state trattando. Mi è capitato di ricevere messaggi con biografie completissime dell'autore e manco una mezza riga sul libro. E visto che è col libro che i lit-blogger dovrebbero avere a che fare, è un problema.

Rileggere per evitare i refusi dovrebbe essere sottinteso, ma tant'è.

Ora, sottolineo che ogni lit-blogger è un caso a sé. Certi non hanno una linea editoriale precisa, non si pongono grandi limiti e magari sono pure contenti di fungere da vetrine per gli editori. E se va bene a loro, va bene anche a me. Ma un messaggio, anche inviato a cascata, è letto individualmente da ogni destinatario. Consiglio di tenerlo presente ogni volta si intenda contattare un blogger, per qualsivoglia ragione.


martedì 24 maggio 2016

Elementare, cowboy di Steve Hockensmith

Non sono una fan degli western, anzi, penso di averne letti un numero così esiguo in tutta la mia vita da non aver bisogno delle dita di una mano per contarli. Non amo l'ambientazione, né quello che l'ambientazione tende a fare alle persone. Sarà che si tratta di un contesto che tende a indurire l'animo di chiunque lo abiti, affievolendo il contrasto nella natura dei personaggi, non saprei dire. Fatto sta che in questo caso ho fatto una fortunata eccezione, con Elementare, Cowboy di Steve Hockensmith, edito da CasaSirio nella traduzione di Alessandra Brunetti, Martino Ferrario e Nicoletta Chinni. Eccezione dovuta un po' alla fiducia verso la casa editrice e un po' al fatto che si tratta di un romanzo ispirato a Sherlock Holmes, e io a Sherlock voglio un gran bene.
Dunque, vediamo. La trama è presto detta. Ci sono questi due cowboy, i fratelli Amlingmeyer, con le loro chiome rosse e i loro caratteristici soprannomi. Old Red è il fratello maggiore, il più-o-meno-Sherlock, mentre Big Red, il grande e grosso fratello minore, reinterpreta il ruolo di John Watson, compreso quello di narratore. In un periodo di particolare sfortuna economica si propongono per lavorare al Dollaro Barrato, un ranch dalla pessima reputazione, gestito da tizi per nulla raccomandabili. Si scopre ben presto che in questo ranch ci sono cose che non vanno, e i due fratelli iniziano a indagare.
C'è un aspetto particolarmente interessante in questo romanzo, ed è l'adattamento della coppia Holmes-Watson in chiave western. Non si possono prendere due gentiluomini e piazzarli in un ranch, bisogna renderli plausibili. Dunque, prima di tutto, Old Red e Big Red continuano a lanciarsi battute volgari e a comportarsi come due cowboy dovrebbero fare. Ho apprezzato poi particolarmente ciò che induce Old Red a voler seguire con tanta pervicacia le orme di Holmes: l'imbarazzo e il complesso di inferiorità intellettuale per essere rimasto un cowboy ignorante, analfabeta e costretto a farsi leggere dal fratello minore, che è stato mandato a scuola coi sacrifici dell'intera famiglia, i racconti del suo detective preferito pubblicati sui giornali. Old Red e Big Red non sono Holmes e Watson, ma personaggi a sé stanti, nonostante siano palesemente ed esplicitamente ispirati alle controparti create da Doyle.
Il mistero da risolvere al centro del romanzo è ben architettato e ben raccontato, ho gradito i personaggi e ho trovato plausibile il modo in cui si comportano. Allo stesso tempo, non posso fare a meno di sottolineare che non è quella la forza del romanzo, neanche lontanamente. Il bello sono Old Red e Big Red che interagiscono, che scrutano, che si punzecchiano, mentre qua e là il fratello minore racconta della loro famiglia, portata via un pezzo per volta, una disgrazia dopo l'altra. Ho adorato anche lo stile svelto o colloquiale, da chiacchierata in un pub.
Essenzialmente Elementare, cowboy mi è piaciuto un sacco, ma non credo ci sia bisogno di specificarlo oltre. Lo consiglio di brutto, altroché.

sabato 21 maggio 2016

Ross Poldark di Winston Graham

Di Ross Poldark avevo già sentito parlare grazie alla serie televisiva uscita nel marzo dell'anno scorso, tratta dai primi due volumi della saga. Recando la speranza che qualche editore decidesse di portare da noi i libri, ho saggiamente evitato la serie tv nonostante le critiche entusiastiche che mi giungevano di tanto in tanto, e la mia fiducia si è dimostrata ben riposta quando la Sonzogno mi ha inviato il primo volume, Ross Poldark di Winston Graham, tradotto da Matteo Curtoni e Maura Parolini.
Una delle prime cose che mi viene da sottolineare post-lettura è che si tratta di un romanzo contemporaneo, e non di un classico. Il che per certi versi è palese, per altri può stupire. Graham racconta le vicissitudini di Ross Poldark, un giovane appartenente a una famiglia di ricchi possidenti di miniere nella Cornovaglia di fine '700 appena tornato dalla guerra con gli Stati Uniti. Ross dovrebbe frequentare il proprio ambiente sociale, bere chiaretto con lo zio devastato dalla gotta e dal peso, ridere col cugino Francis – anche se questo si è fidanzato con Elizabeth, prima fidanzata di Ross mentre lui stava combattendo – ed evitare di passare il proprio tempo col volgo e i minatori. Ma Ross è eccentrico e atipico e preferisce ubriacarsi alle fiere insieme a minatori e contadini – o preferibilmente da solo – piuttosto che passare mezzora con la famiglia dello zio. È un signorotto moderno, attuale, che col suo comportamento esprime idee proto-socialiste ed egualitarie senza nemmeno scadere troppo nella condiscendenza nei confronti delle masse “inferiori”. È questo che sbugiarda Ross Poldark come un romanzo scritto ai giorni nostri. Ma per lo stile misurato e la scelta di escludere dalla narrazione la crudezza di alcune scene, sfiorandone appena la violenza, verrebbe facile prenderlo per un classico. Inglese, ovviamente.
Dunque, la trama. La trama è piuttosto semplice: Ross Poldark torna dalla guerra col grado di capitano e una cicatrice sul viso; il padre è morto pochi mesi prima, la fidanzata che aveva promesso di aspettarlo si è sposata col cugino nonché migliore amico. La sua proprietà versa in pessime condizioni, i due servitori rimasti vivono di ozio e alcol. Ross, a ben vedere, non vuole ottenere nulla di particolare: vuole rimettere in funzione le sue miniere, cercare il rame nei propri territori e... beh, basta così. Ross ha un animo semplice, diretto, anche se da fuori ha un'aria fredda e scostante. Non è mai allegro, non scherza. Quando si ubriaca è in solitudine e sconforto.
Sarebbe delittuoso parlare delle motivazioni dietro al cambio di atmosfera da una metà all'altra del libro. La prima, lo ammetto, non mi stava prendendo poi così tanto. La vita di Ross scorreva arida, grama, dura. Un fastidio reciproco tra Ross e la società, il metodico abbruttimento di chi gli stava intorno. La seconda parte invece scorre fluida, più allegra. L'aggiunta di un elemento riesce quasi a modificare l'ambientazione, o almeno il modo di percepirla. Quell'angolo sperduto di Cornovaglia si riempie di piccole cose interessanti, laddove prima era secco, arido e vuoto. Il motivo, magari, evito di raccontarlo.
In sostanza mi è piaciuto moltissimo, anche se la prima parte mi è stata un po' ostica per via dell'atmosfera grama. Ora però voglio i seguiti, diamine.

martedì 17 maggio 2016

Il mio (scarno) #SalTo16

E dunque, è finito il Salone del Libro. Saranno anche cinque giorni, ma a me pare che da giovedì sia passato un mese. Sarà che non ho mancato un solo giorno, anche se giovedì a parte mi sono trattenuta pochissimo. Mi scoccia un po' ammetterlo, ma questo per me è stato un Salone-Non-Salone. Non per colpa del Salone stesso – anche se devo dire che i grandi ospiti mi hanno lasciata parecchio delusa – ma perché non sono riuscita a organizzarmi le singole giornate nei giorni precedenti. Diamine, non mi ero fatta neanche una lista per gli acquisti, figuriamoci una lista degli incontri, men che meno un programma sensato per incontrare più persone possibili.
Pur tuttavia, devo ammettere che la mia disorganizzazione non è riuscita a rovinarmi l'esperienza, per il semplice motivo che il Salone è una bella occasione per incontrare gente bella.
  • Ho rivisto Irene (LibrAngolo Acuto), Simona (Letture Sconclusionate) e Camilla (Bibliomania), che adoro e con le quali è sempre un appuntamento fisso. Uno dei momenti migliori è stato quello in cui, mentre Irene chiacchierava di chissà quale serie di libri urfida, una ragazza seduta accanto a noi è scoppiata a ridere e poi si è scusata. Vorrei avere avuto quel minimo di competenze sociali per proporle di unirsi a noi, visto che tanto era da sola, ma ormai.
  • Ho rivisto Luca Tarenzi e Aislinn, o per meglio dire mi ci sono appioppata così come l'edera si aggrappa ai tralicci. I miei loschi figuri preferiti, nonché gli unici esseri umani che conosco in grado non solo di sopportare, ma pure di gradire le mie cantate estemporanee.
  • Ho salutato Ester Trasforini e Gisella Laterza (che spero di non aver spaventato), tutte genti belle che gravitano attorno a quel bistrattato universo del fantasy italiano.
  • Alice (Capricci d'inchiostro) amica di millenni che non vedo spesso da quando mi sono trasferita a Torino, ma con cui ho potuto lietamente girellare per il Salone - anche se per poco - e spaventare numerosi gatti al Miagola Caffè.
  • Ho gioiosamente incontrato Valentina Daze(d) – appioppandomi pure a lei e obbligando la sua amica a farmi una foto insieme alla statua di Snoopy.
  • Ieri sera sono stata lietissima di conoscere Noemi Cuffia (Tazzina di caffè) innanzi allo stand di Las Vegas. In uno slancio di cattivo gusto ho cercato di offrirle un caffè, guadagnandomi il premio “Battuta Brutta – Sezione Banalità”.
  • Sono stata ben lieta di rompere ripetutamente le scatole a Carlotta di Las Vegas. Così, tanto per. Quel "tanto per" che si chiama chiacchiere e simpatia.
  • Ho occhieggiato qualche casa editrice, pochissime però che non conoscessi già. La Edicola Ediciònes, la Ensemble. Mi sono scordata di tornare alla Ponga per prendere quei due libri che mi ispiravano un sacco, ho dimenticato perfino di passare a salutare decentemente le Gorilla Sapiens. Vergogna a me, infinita vergogna.
  • Ho saltato tutte le feste cui volevo partecipare. Che in realtà erano soltanto due, ma tant'è, non c'era una sera che non fossi distrutta.
  • Ho riempito Instagram di foto. Un'infinita di foto, prevalentemente malfatte, orrendamente posizionate, cromaticamente confuse etc. Ma le ho fatte, e se volete vederle sono qui.
  • Continuo ad avere riprove di quanto siano belli i miei amici che, consapevoli della stanchezza che mi mette addosso il Salone, si prendono carico dei miei bisogni nutrizionali e/o dei miei lavori di casa. Sono così fortunata che temo il momento in cui il karma si abbatterà su di me.

Che altro dire? Mi spiace per tutti quelli che non ho incontrato – e sono tanti – e per gli incontri che ho saltato, per le case editrici che ho scordato di sguardicchiare, per non aver girato il Salone in maniera più sistematica. Dei miei acquisti però sono contenta. Pochi ma ottimi.












mercoledì 11 maggio 2016

Salone, Instagram, fumetti e facezie

Ordunque, che avviene? Avviene ad esempio che domani inizi il Salone del Libro, che io non abbia stilato nemmanco una mezza lista degli acquisti né degli incontri cui intendo partecipare. Sicuramente sarò a questo, perché è troppo ghiotto, probabilmente sarò alla festa di giovedì sera organizzata tra gli altri dagli editori di Casa Sirio. Il resto è vuoto.
Mi scuso moltissimo con coloro che mi avevano chiesto di farmi un saluto: nei sarei lietissima, solo che sono orrendamente disorganizzata. Domani pomeriggio sono al Salone, contattatemi su facebook o su twitter, se vi va.

Qualche giorno fa chiacchieravo con un'amica di quelle strette strette; eravamo in giro per Torino, mi stavo vantando dei lividi di guerra procuratimi a scherma e siamo passate non so come a parlare del blog. Mi ha chiesto perché non mi facessi Instagram e le ho spiegato che, voglio dire, mi ci vedeva a fare foto graziose, esposte decentemente, bilanciate e gradevoli delle mie letture? No, proprio no. “Potresti creare il tag #letturedisordinate, però.” Ha detto qualcosa del genere. Stamattina ho creato il mio profilo su Instagram. Se volete foto orrende, aggiungetemi qui.

La settimana scorsa raccontavo qui dell'incontro al Circolo dei Lettori con Terry Moore e dell'immensa gentilezza che sia lui che Mr Bao hanno dimostrato. Qualche giorno fa è giunto un pacco – ne sono giunti altri due per le due amiche che erano con me quella sera – colmo di fumetti, con un disegno di Terry Moore raffigurante i miei due personaggi preferiti di Strangers in Paradise, Casey e Tambi.
Sono abituata a ricevere copie dagli editori, ma è sempre stata una questione di “A te interessa il libro, a noi interessa che tu ne parli sul tuo blog, perché no?”, non un regalo vero e proprio fatto semplicemente per gentilezza. Sono un po' commossa, al punto che non sono ancora riuscita a scrivere una mail di ringraziamento.
(Peraltro Patience di Daniel Clowes è bellissimo.)



Che altro? L'avvicinarsi del Salone mi mette addosso una grande aspettativa e una discreta ansia. Così tanti libri, così tanti autori, così tanti editori. Lì in mezzo mi perdo, e sarebbe anche un bel posto per perdersi, se non fosse che la sensazione di smarrimento mi impedisce di sfruttare decentemente il tempo con persone che, dopotutto, vedo solo in occasione del Salone.


lunedì 9 maggio 2016

Di libri e proteste legittime

Fino a poco tempo fa ero solita definirmi una persona “polemica”. C'è stato un periodo in cui non c'erano storie, se succedeva qualcosa all'interno del Magico Mondo della Letteratura e dell'Editoria saltavo su, pronta a far sentire la mia immancabile opinione. Ultimamente quello spirito polemico è venuto a mancarmi. Non so spiegarmene il motivo, sarà che ho un sacco da fare, sarà che sono in un momento particolarmente allegro della mia vita, sta di fatto che non ho proprio voglia di gettarmi nella mischia degli odierni dibattimenti.
Tranne in questo caso. Questo caso, proprio perché le opinioni sono così differenti e distaccate, laddove personalmente lo giudicavo impossibile, mi ha lasciato nello stomaco un sottofondo di fastidio che devo esprimere da qualche parte. Anche se probabilmente provocherà un calo dei lettori; anche se l'avvenimento cui mi riferisco risale a parecchi giorni fa, e quello che c'era da dire è già stato detto. Aggiungo anche che i libri c'entrano molto in senso lato. Certo, sono un'inguaribile e imbarazzante sniffa-carta, ma da parecchio tempo ho smesso di considerare il libro come a un'entità sacra e intoccabile. Cioè, Il Libro come emblema di tutti i libri rimane il mio vessillo di battaglia, ma la singola copia può anche subire maltrattamenti. Muoio un po' dentro, ma non è più una questione etico-religiosa, ecco.
Continuo ad allontanarmi da ciò di cui vorrei chiacchierare, e questo nonostante mi fossi ripromessa di essere breve. Bene, vediamo. Inizio dalla premessa, ovvero da quello che è successo il 10 aprile al Romics. Un gruppetto di neonazisti affiliati a Casa Pound – qualcuno riveli ai fedelissimi che Ezra Pound era omosessuale, vi prego – ha rovinato i fumetti esposti allo stand di Shockdom per difendere l'onore vituperato del duce, vista l'uscita di Quando c'era lui, fumetto comico-satirico di Antonucci, Fabbri e Perrotta. Giustamente si sono alzati cori di sostegno e nei confronti della casa editrice, degli standisti spaventati e degli autori perplessi – e spaventati pure loro, perché se c'è una cosa che le teste di ginocchio sanno fare è picchiare. A parte quando cercano di usare dei cavatappi in luogo dei coltelli, situazione sinceramente imbarazzante, ma soprassediamo.
Ho voluto iniziare dalla vicenda di Quando c'era lui perché è un caso perfetto, pulito. Lo squallore delle motivazioni amplifica il disgusto per l'atto ed è impossibile negoziare zone grigie. Come piacerà agli attori dell'aggressione, è tutto molto bianco e nero.
Poi pochi giorni fa, durante una visita di Salvini a Bologna, alcuni attivisti del collettivo Hobo sono entrati in una libreria Feltrinelli e hanno sfasciato alcune copie di Secondo Matteo, il libro di Salvini - il cui titolo mi pare appena un attimo presuntuoso, ma non è questo il tema.
Lì per lì non sono stata granché a riflettere sulla questione. Come l'attacco a Shockdom, mi pareva una vigliaccata indifendibile, un'azione di ineffabile squallore che non merita più di due secchiate di irritazione. Poi intorno a me hanno iniziato a parlarne – ciao, Fra – e grazie a quella strana cosa chiamata facebook mi sono accorta dell'atmosfera da zona grigia e acritica che aleggia attorno all'azione di Hobo. E questo pure da parte di persone di cui stimo l'intelletto e la capacità decisionale. Va da sé che, come ogni volta che mi inerpico in discussioni così polarizzate, soprattutto partendo da un assunto chiaro, preciso e inamovibile come “Quando la protesta si fa distruzione, la protesta è sbagliata a prescindere.”, non è affatto mia intenzione presupporre l'incapacità di “arrivarci” da parte di chi la pensa diversamente. Ma in questo caso, lo ammetto, la faccenda mi perplime non poco.
E la cosa curiosa è che sono io per prima ad avere una visione assai più liberale delle forme di protesta rispetto alla media delle mie conoscenze. Ogni protesta per me è lecita, finché non procura danni irreparabili. Rispetto il disturbo, il blocco, la parodia. Perfino sulla violenza ho delle discrete sacche di zone grigie, perché mi pare che si tralasci la possibilità che da un lato la violenza sia già stata subita, e che la reazione o la difesa siano completamente assimilabili all'aggressione stessa.
Ho una morale piuttosto frastagliata, di cui talvolta mi vergogno. Eppure perfino a me l'azione di Hobo fa orrore. E non perché si tratta di un libro. È il libro di Salvini, al massimo spiace per i materiali. È la cecità dell'azione, la violenza immotivata. Non mi va neanche di parlare della conseguente legittimazione delle parole e del personaggio di Salvini, perché non è quello il punto. Il punto dovrebbe essere che un'aggressione dovrebbe restare orribile e inammissibile, a prescindere dalla vittima e da ciò che l'aggressione stava a simboleggiare. Giustificare un'azione aggressiva con una rabbia giusta ci rende simili agli attivisti di CasaPound. E sono poche le cose cui vorrei somigliare di meno.
L'azione di protesta è bella e nobile quando significa qualcosa; la pigrizia intellettuale va combattuta a suon di simboli e metafore storiche. Qui sotto posto due delle possibilità di protesta metaforica ipotizzate una da Roberto Saviano su Twitter, e una da un'amica assai cara, trafugata col suo permesso dalla sua bacheca di facebook.






Protestare è lecito; distruggere è idiozia. 

mercoledì 4 maggio 2016

Terry Moore al Circolo dei Lettori (e il mio molesto entusiasmo)

Dunque, vediamo. Sono molti gli aspetti di questo resoconto che vorrei mettere in luce. L'amore che provo per Strangers in Paradise, la gratitudine per il modo in cui i suoi personaggi mi hanno forgiata; l'immenso rispetto che provo per Moore come disegnatore, come fumettista, come essere umano; l'incredulità per un uomo etero che riesce a entrare nel mondo abitato dalle donne e non solo a raccontarlo per come è, ma pure senza cercare di schernirsi in quanto uomo, di levarsi di dosso colpe che nessuno cerca di affibbiargli; il rispetto per la Bao, per l'entusiasmo che ci mette, per la coerenza e la costanza di un progetto editoriale che si prende davvero sul serio e che tuttavia non mette barriere tra sé e il lettori, tra sé e un altro tipo di fumetto, nonostante sia evidente che la rinascita del fumetto e del modo di fare e pubblicare fumetti in Italia debba moltissimo alla Bao.
Rileggendo quanto già scritto, mi rendo conto di stare fallendo miseramente. Questo resoconto mi sta uscendo noioso, didascalico, scevro di entusiasmo e allegria. Tenetelo presente e magari aggiungeteli voi mentre leggete.



Ieri sera, al Circolo dei Lettori di Torino, c'è stato l'incontro con Terry Moore per chiacchierare del suo nuovo volume dedicato all'universo narrativo di Strangers in Paradise, SIP Kids, in cui i personaggi della sua serie più celebre vengono riproposti nei panni di bambini simil-Peanuts. Considerando ciò che provo per l'opera omnia di Moore, penso che non sarei mancata neanche se mi avessero diagnosticato l'ebola. Strangers in Paradise è il mio fumetto preferito di sempre, e c'è stato un periodo in cui di fumetti ne leggevo veramente a vagonate. Un po' è per il disegno, la storia fa un sacco, ma soprattutto sono i personaggi. Cercherò di dare un abbozzo della trama prima di parlare dell'incontro, ma non si tratta di un compito facile, quindi prima di proseguire oltre vi invito con tutto il cuore di procurarvelo. Davvero.



Strangers in Paradise è prima di tutto l'amicizia tra Katchoo e Francine, un'amicizia che dura fin dai tempi delle superiori. Katchoo è una dura, ed è uno di quei personaggi cui sarò sempre intimamente grata, perché riesce a essere tosta pur essendo tappa. All'inizio della serie è arrabbiata, feroce, ancora pregna del mondo orrendo di cui ha fatto parte per qualche anno e di cui Francine non sa nulla, un mondo fatto di sesso-soldi-violenza che vorrebbe essersi lasciata alle spalle, e che invece torna presto a bussare alle porte della vita normale che era riuscita a costruirsi con Francine. Francine è l'esatto contrario di Katchoo; una di quelle persone gentili e condiscendenti che passano facilmente per deboli. È quando inizi a guardarti intorno che ti accorgi di quanto più fegato ci voglia a mostrarsi vulnerabili, piuttosto che mandare avanti l'armatura. Francine è forte e adorabile, ed è per questo che riesce a stare accanto a Katchoo. Ed è anche per questo che Katchoo è innamorata di Francine. Seguono complicazioni sentimentali, sociali, familiari, criminali. E uno stuolo di personaggi così veri che li puoi toccare. A un certo punto ti accorgi di avere iniziato a capire e a voler bene pure a Freddie Femur, l'ex di Francine che potrebbe essere descritto come un paio di mutande che si abbassano molto velocemente all'urlo di “Lei non sa chi sono io!”
Dicevo poc'anzi che spiegare Strangers in Paradise non è facile. Mi correggo, è impossibile. Mi arrendo all'evidenza e vedo di chiacchierare dell'incontro.


Sono entrata nella Sala Grande del Circolo dei Lettori insieme a quattro amici a quasi un'ora dall'inizio dell'incontro. Ci siamo accampati davanti al mini-palco chiacchierando, ho scroccato penna e taccuino all'amicacoinquilina e mi sono messa a comporre mentalmente la canzone “Marry me Moore”, che fortunatamente sono riuscita a non cantare una volta innanzi al Maestro.
Le prime parole pronunciate da Terry Moore sono state un ringraziamento per l'accoglienza. Adorabile essere umano. Subito è iniziato il dialogo con Michele Foschini, alias Mr Bao, nel ruolo di editore e ottimo interprete. Dapprima hanno chiacchierato dell'amore di Terry per i Peanuts e per le comics strips che si trovavano sui giornali e che Terry aspirava a disegnare sin da bambino; subito dopo, della morte dei giornali e del fatto che Terry si sia reso conto che non sarebbe riuscito a raccontare alcunché nello spazio dedicato alle comic strip. Aveva bisogno di un volume intero per raccontare una storia.


Strangers in Paradise è nato nel 1993, sul tavolo della sua cucina; il primo volume è stato pronto nel giro di tre mesi, e si incentrava su quattro personaggi che interagivano tra loro. Katchoo, Francine, David e Freddie. Mr Bao era stupito per la presenza di Freddie nel quartetto iniziale, e si è premurato di farlo notare. So che pure io sono stata poco clemente con Freddie, definendolo poc'anzi “una mutanda che si abbassa molto velocemente etc”, eppure riesce ad essere uno dei miei personaggi preferiti, insieme a Casey. Forse perché sono così convenzionalmente fallati, così pienamente a posto con ciò che sono, nonostante siano nati come spalle comiche.
Ad ogni modo, Strangers in Paradise nasce, citando il Maestro Moore, come “una ragazza rompe col suo ragazzo, e la sua amica si arrabbia.” E poi diamine se la faccenda cresce.
Moore ha raccontato della sua decisione di autopubblicarsi dopo il terzo volume, del suo passato di chitarrista in una cover-band che l'ha portato a non voler più lavorare su cose non sue; del finale tragico inizialmente previsto per Strangers in Paradise in cui “EVERYBODY DIES”, abbandonato in seguito all'11/09/2001. L'America non aveva bisogno di altra tragedia, ha detto. Aveva bisogno di speranza, e lui ha cercato di infonderla. Io personalmente non so quale finale risulti più tragico. Il finale definitivo di SiP è uno di quelli che mi fa immancabilmente piangere; un forma incompleta mi risulta più tragica e ingiusta di una forma in frantumi, perché puoi immaginarti l'intero e sentirne la mancanza e dirti che “sarebbe bastato così poco”. Credo che avrei pianto di meno se il finale avesse previsto un massacro, perché nessuno sarebbe rimasto in vita a piangerne.
Ma dicevo, Terry racconta di come impara a conoscere i personaggi attraverso il disegno, con un progressivo e instancabile profiling. Disegna un tizio e mentre lo disegna inizia a chiedersi “Chi è? Che tipo è? Come sono i suoi genitori? Ha un cane? Gli piacciono i cani? È mai stato morso da un cane?” e così via, finché quel personaggio non diventa una persona.


Ha raccontato, spronato dalle riflessioni di Mr Bao sulla differenza tra Darcy Parker – villain di SiP – e Caino, villain di Echo – sì, il Caino biblico – di aver conosciuto persone assimilabili a Darcy, grazie al lavoro del padre in televisione; Darcy è un lupo in un mondo di pecore. Ha una sua profondità, e possiamo vederla quando David, il fratello minore, racconta la sua vita prima di incontrare Katchoo. Darcy non riesce a relazionarsi col mondo, per lei non esiste altro che il fratello. Tutto il resto, ai suoi occhi, è un giocattolo. Nel Magico Mondo delle Persone Ricche, Terry asserisce che queste persone esistano davvero. Darcy Parker, dice, è Martha Stewart.
Una cosa che non si può fare a meno di apprezzare è la fierezza con cui Mr Bao parlava delle edizioni Bao delle opere di Moore. Solo la Bao e una casa editrice francese – di cui non ricordo il nome – hanno fatto di Moore un progetto editoriale personale. Dopo qualche considerazione sulla tipografia – ho apprezzato moltissimo che venisse chiamato sul palco il tipografo di SiP, a imbarcarsi in una discussione tecnica sui neri e sulle griglie appositamente create da Moore, sulla sezione aurea e sul piano medio cinematografico – siamo arrivati alle domande del pubblico, e ho finalmente potuto chiedere qualcosa sui miei diletti Freddie e Casey e su quando fossero diventati personaggi “veri”.
Inizialmente Freddie e Casey erano puro “comic relief”, erano la risata assicurata. Poco a poco però Terry si è reso conto di come Freddie non sarebbe mai uscito dalla vita di Katchoo e Francine. Freddie è l'amico irritante che ti tieni accanto per vent'anni, il cagnaccio che finisci per adottare. Casey invece ha iniziato a rispettarla rendendosi conto di quanto fosse coraggiosa. Casey è quella che riesce a dire a Katchoo ciò che nessun altro ha il coraggio di dirle. La prende di petto come tutti gli altri temono di fare. È uno dei motivi per cui la adoro.
Mi ha stupita molto scoprire, dopo un'altra domanda, che l'arte di Katchoo presente in SiP non è altro che la produzione artistica di Terry. Non sono un'esperta e non intendo passare per tale. Posso dire che i quadri di Katchoo mi sono sempre piaciuti molto, soprattutto Ragazza morta.
È stato poi il momento della domanda cui immagino Maestro Moore debba rispondere più spesso, ovvero “perché protagonisti femminili?”. Soprassediamo sulla domanda, ma ridiamo della risposta, che ho trovato di un'onestà commovente. Terry ha esordito dicendo che, mentre il suo Io-Scrittore è abbastanza evoluto, il suo Io-Disegnatore è al livello di un gorilla. “Mi piace disegnare donne, scusatemi”. Ha continuato dicendo che, dovendo scegliere di disegnare un sedere per un sacco di tempo, e dovendo diventare davvero bravo nel disegnare quel sedere, preferiva che quel sedere appartenesse a una donna.
Come si fa a non volergli bene?
Ha chiacchierato della madre che l'ha minacciato quando ha sospettato che la madre di Francine colpita da Katchoo con una abat-jour su una delle cover di Sip fosse lei; ha raccontato della barista soprannominata Cookie, bassina e cazzuta, di un pub che frequentava un tempo, e di quanto Katchoo abbia preso da lei.
E poi è stata la volta degli autografi e dei disegni. E qui una parte di me spera che vi siate annoiati, che siate sazi dei miei sproloqui, che vi rifiutiate di andare avanti. Diciamo che questo è il punto in cui la mia dignità ha iniziato a perdere colpi.



Adoro Strangers in Paradise, adoro Terry Moore. Tutto ciò che ho fatto, l'ho fatto per entusiasmo. Tipo inchinarmi ripetutamente. O ripetergli quanto adorassi il suo capolavoro. O chiedergli di fare una foto insieme. Peraltro ho così tanti scatti del momento in cui mi approccio a Maestro Moore che posso creare comodamente una gif del momento in cui mi inchino, mi rialzo per stringergli la mano e poi mi inchino di nuovo. Temo di averlo spaventato un po'; spero di non averlo spaventato troppo.
Durante la sessione di autografi e disegni sia Mr Bao che Terry Moore sono stati di una gentilezza indescrivibile. Terry sorrideva e disegnava, Mr Bao chiacchierava con i fan in attesa, di fumetti e di facezie, della donzella ufficio-stampa di Bao che un po' lo terrorizza, del suo bisogno imperativo di preparare il caffè in redazione; della Comic House di Sarzana quando gli ho detto che sono di La Spezia, delle presentazioni di ZeroCalcare in cui nessuno portava loro da mangiare – curioso, perché mi immaginavo processioni di fan armati di plumcake da offrire in sacrificio.
La sorpresa inaspettata è che io e un paio di amiche, grazie al nostro evidente entusiasmo – e alla mia mancanza di dignità – ci siamo guadagnate una visita alla redazione. Citando Mr Bao, “Avete vinto la serata, vi voglio in redazione.”

Citando me stessa ieri notte, essere scemi paga. Paga sempre.
Grazie a Terry Moore per la pazienza e per il disegno; grazie a Michele/Mr Bao per la gentilezza. E al Circolo dei Lettori per non aver sbattuto fuori tutti, visto che si stava facendo tardi.