mercoledì 15 aprile 2015

Ioleggoperché, editoria e cultura dei manager

Questo è un post i cui contenuti potranno essere letti in mille altri articoli, scritti da altrettanti blogger. Che se volete qualche spunto interessante sull'argomento ci sono questo articolo, questo articolo e pure questo. Aggiungerò link man mano che usciranno nuovi articoli, con calma. Detto così pare che io voglia cacciarvi per impedirvi di leggere avanti. Invero voglio che sappiate, prima di imbarcarvi nella lettura di codesto post, che sono egualmente lontana dall'originalità quanto lo sono dalla Luna.
Dunque, c'è questa iniziativa chiamata Ioleggoperché. E lo dico in anticipo prima che seguano le critiche, non è poi male, non è un qualcosa di cui dovremmo lamentarci o strepitare. Nel suo piccolo, se la si prende per quello che è, è anche una cosa carina, dai. C'è dell'impegno, e va riconosciuto. Non ai piani alti, sia chiaro. Nei volontari, negli sponsor. I piani alti hanno dato l'ok, si sono incontrati per la conferenza stampa e poi via, avvolti nelle tenebre del “lasciamo fare ai lettori come se la cosa non ci riguardasse”.
Mi scopro cinica, non posso farci nulla. Il fatto è che un'iniziativa di questo tipo, dispendiosa solo per stampa e per comunicazione – mi dà l'impressione di un ottimo inizio. Solo che - che io sappia - non ci sarà alcun seguito, quindi a che sarà servito? Un po' come il calcio d'inizio senza partita, lo sparo senza la corsa, la piscina senz'acqua. Se la giornata del 23 aprile si concludesse con l'annuncio “E con Ioleggoperché ha inizio il periodo denso di iniziative che vogliono riportare le persone alla lettura, la parola ai bibliotecari” allora sarei giuliva. Credo. Probabilmente troverei di che lamentarmi anche allora. Rimane il fatto che non c'è nulla oltre una giornata di distribuzione di libri gratis.
Per dire, ha senso una giornata in cui si parla di “recupero lettori” senza che si discuta di fondi alle biblioteche, scolastiche o comunali che siano? Di buoni da fare arrivare alle scuole per l'acquisto di narrativa? O l'avvio di progetti che si appoggino ad associazioni come Nati per Leggere, ma che siano costanti e continui, e non una fiammata cui segue il nulla.
A parte il fatto che l'avvicinamento di lettori adulti, lontani dalle scuole, mi pare davvero una faccenda ardua e complicata. Altro che “messaggeri”, tralasciando l'alone inquietante da setta della faccenda. Ci vorrebbe la televisione, ad esempio. Ci vorrebbe un impegno serio per coinvolgere gli spettatori e convincerli poco a poco dell'importanza del libro e della cultura. Tipo una ri-alfabetizzazione culturale, dopo l'alfabetizzazione portata dalla tv negli anni '50-'60. Ma che, vogliamo mica togliere spazio all'entusiasmante programmazione Rai per proporre qualcosa che abbia un impatto? Follia.
Il ventiquattro aprile saremo allo stesso punto in cui ci trovavamo il ventidue. Con il grande mondo dell'editoria che chiede ai lettori – clienti – un impegno che loro non hanno intenzione di addossarsi. E non è che si possano affibbiare colpe così, a caso, scorrendo la lista dei membri dell'ALI o del Centro per il libro e la lettura, o spuntando nomi dai manager dei grandi gruppi editoriali. Piuttosto, il problema è quello che ha portato dei manager a capo dei gruppi editoriali.
Qualche giorno fa ho letto la notizia del presidente Amazon Italia che ha fatto un gestaccio a un giornalista, illudendosi che la telecamera fosse spenta. Un genio, un luminare dei nostri tempi. Ma non è tanto questo ad avermi stupita. A sconvolgermi è stato leggere che, prima di diventare il presidente Amazon Italia, il tipo era stato AD di Mondadori Electa. Un tipo che fa il gesto dell'ombrello, e che lo vedi pure da lontano che non ha niente a che fare col libro. Al massimo col libretto della patente. Eppure bom, a capo di una casa editrice. Che ce n'era bisogno.
È un po' la stessa logica che ha portato persone quali Bondi e Franceschini al ruolo di ministri della cultura, che ti fanno rimpiangere perfino Sgarbi. Che pur essendo Sgarbi, e non è dire poco, almeno aveva delle competenze su ciò di cui si andava a occupare. Poi apriva bocca e faceva crollare il Paradiso, però intanto la competenza c'era.
(Il ministro Bray è stato un'illusione, ne sono certa. Non credo che sia realmente avvenuto, è stato un bellissimo sogno che non si ripeterà.)
È la stessa logica che porta gente cui del libro non potrebbe fregarsene di meno a occuparsi del Salone del Libro di Torino. E qui sto barbaramente sputando nel piatto in cui prevedo d'ingozzarmi, perché adoro il Salone e mi ci pianterò per tutti i giorni. E ho già stampato l'accredito da blogger.
Però intanto si vede che non è organizzato per i lettori, probabilmente perché gli organizzatori non sono lettori. Ospiti come Favij o Emis Killa, che nulla hanno a che vedere coi libri. O il fatto che a un mese dall'inizio ancora non sia uscito il programma del Salone, perché figuriamoci se a qualcuno interessa degli scrittori che interverranno al punto da organizzarsi appositamente per riuscire a vederli. E poi quell'immagine aberrante che pare appena uscita dal simulatore automatico di immagini per Expo2015, e che io continuo nonostante tutto a sperare che sia una (evitabile) presa in giro.
Che poi, parlando appunto dell'immagine del Salone e presupponendo che non sia uno scherzone. Facciamo che è l'immagine ufficiale per davvero. È palese che ricalchi le immagini dell'Expo, il rimando è palese. Ora, con tutto il polverone che hanno sollevato le suddette immagini Expo, perché si va a omaggiarle? Perché qualcuno che non capisce una mazza di libri e di lettori – e si vede dal ruolo che la pila di libri occupa nell'immagine. Per terra, dietro la sedia del regista. Pronti per il falò. - crede ancora alla boiata che “Che se ne parli (male)trash, purché se ne parli”. Che più qualcosa è brutto e fatto male, e più se ne parlerà, e sarà pubblicità gratuita.
Oh, manager. Buon manager incapace nella localizzazione delle tue stesse terga.
Suddetta regola non vale quando il pubblico che si deve raggiungere cerca competenza e rilievo di cognizioni. Va bene per l'intrattenimento disimpegnato, per la mezzora di programma comico in cui due gentiluomini si esibiscono in pernacchie e pugni in zona scrotale. Non vale, ad esempio, per i mestieri più specializzati. Quale medico vorrebbe veder parlare di sé come di un incompetente? Chi vorrebbe salire sulla macchina guidata da un autista celebrato per i suoi incidenti? Quale esponente del mondo letterario vorrebbe farsi rappresentare da un'immagine che parla solo di pessima grafica e di zero lettura?
Molti. Diciamocelo. Molti. Altrimenti non avrebbero senso le rubriche quali Photoshop non ti conosco etc. di LibrAngoloAcuto o blog quali Fascetta Nera. Il mondo dell'editoria è riuscito a diventare una barzelletta partendo dall'Olimpo, perché... beh, difficile da dire. Forse decenni fa qualcuno si è detto che sarebbe stato più facile avvicinare l'editoria al grande pubblico, segando via quel qualcosa in più che si chiama cultura. Forse col passare degli anni gli editori sono stati sostituiti da individui con studi “marketing” che di libri non sanno nulla, neanche come venderli, ma sono dei maghi a vendere se stessi. E magari, anno dopo anno, a queste persone è stato dato il compito di scegliere i loro sottoposti, i loro successori, e ora la fuffa regna e non sa neanche di essere fuffa. E ci troviamo direttori editoriali che fanno il gesto dell'ombrello e grandi iniziative di promozione alla lettura omertose sui fondi inesistenti alle biblioteche.
E il mondo dei lettori è stato trasformato in un mondo per non-lettori, e i lettori hanno cominciato ad andarsene e i grandi architetti si chiedono perché non tornino, visto che è un mondo tanto comodo. Per loro.
E forse è il caso che io la chiuda qui.
O forse potrei risollevare il morale di chi legge facendo notare che i lettori giovani sono una maggioranza, che Ioleggoperché è meglio di niente, che se tanti hanno risposto alla chiamata, c'è una base pronta all'impegno. Peccato per il resto, ecco. Peccato che se sollevi lo slogan, sotto non trovi neanche l'aria.

(Lo so, sto generalizzando troppo sull'onda dell'irritazione. Mea culpa. Il mondo dell'editoria, pure quella grande, è fatto anche di immense competenze e gente che i libri li ama e li conosce, e se me ne dimentico finisco per non capirci più nulla. Eppure, eppure, eppure. C'è questo cortocircuito tra lettori e editoria che non si riesce a superare, come se all'altro lato della comunicazione ci fosse qualcuno che non capisce la lingua del libro.)

lunedì 13 aprile 2015

Codex Gilgamesh di Uberto Ceretoli

È passato un sacco di tempo dall'ultima recensione, i postumi di una lieve influenza mi hanno saggiamente tenuta alla larga dalle discussioni letterarie. È la consapevolezza che, quando mi viene l'influenza, questa va a colpirmi nei luoghi che ho più cari, negli organi preposti alla grammatica e alla coerenza dell'elaborazione scrittoria, e quindi è bene che io eviti anche solo di aprire un file di testo. Tremo al pensiero della mail che ho dovuto mandare al relatore della mia tesi, che ho riscoperto piena di errori.
E dunque, è passato un sacco di tempo, e in questo sacco di tempo non ho avuto modo di chiacchierare degnamente di Codex Gilgamesh di Uberto Ceretoli, edito da Dunwich Edizioni nel 2013, libro che mi viene spontaneo etichettare come un'estrema figata. E volendo potrei anche chiuderla qui.
Immagino abbiate presente quanto e più di me cosa si intenda per “steampunk”. In un'ambientazione storica, solitamente vittoriana, si immagina uno sviluppo tecnologico assurdamente evoluto e a mio dire coreografico, e ci si destreggia nell'immaginare in che modo scienza e storia interagiscono in dato contesto. Arti meccanici e cappelli a cilindro, diciamo.
Ecco, questo è un libro steampunk, genere di cui sono colpevolmente ignorante. Ma passiamo alla trama.
Siamo nel 1890 e c'è Victor von Frankenstein che, col suo fidato assistente Jack, uno schizofrenico che si trasforma in serial killer quando indossa una maschera da pipistrello, depreda antichi cadaveri per riportarne in vita i proprietari. E riporta in vita Da Vinci, così come ha riportato in vita Cleopatra, per farne i suoi collaboratori per un piano più ampio. E già qui potrei aver detto abbastanza.
Ma no, c'è Eudora, espertissima cacciatrice di Sua Maestà, che ha un conto in sospeso con Frankenstein e che è incaricata di catturarlo.
E poi c'è Kentigern, rampollo di un ramo cadetto della famiglia Gordon, nobiltà scozzese, che vorrebbe studiare archeologia e dimostrare che i micenei erano vichinghi, e invece l'ostinato padre obbliga a studiare ingegneria per poter ridare lustro al nome della famiglia, poiché l'archeologia è una scienza nuova e ancora poco rispettata, mentre l'ingegneria è una materia “vera”.
E c'è una spedizione archeologica capitanata da Sir Loftus, e in qualche modo, per ovvi motivi che non sto a spiegare, la storia si ripiegherà lì, con tutti i suoi personaggi. E tralasciando le trovate scientifico-meccaniche, che ce ne sono certe di veramente ganze, e tralasciando l'ambientazione vittoriano-steampunk che rende davvero bene, i personaggi sono la parte migliore del libro. Un po' perché hanno tutti un loro senso, sono ben caratterizzati, sono coerenti con se stessi. Da Frankenstein a Eudora, da Jack a Kentigern. Perfino da Leonardo a Cleopatra. Ma non è “solo” questo, è che alcuni di loro sono personaggi con cui è fantastico intrattenersi letterariamente, perché sono estremamente interessanti e non vedi l'ora di vederli fare qualsiasi cosa, riuscirebbero a entusiasmarti anche quando vanno, chessò, a prendersi un gelato, o a comprarsi un cappello. Sono ganzi, e non semplicemente per fare simpatia o in modo strumentale alla trama. Sono ganzi e basta.
Sto togliendo spazio alla storia, me ne rendo conto, ma giuro che è una storia davvero ben congegnata, che si prende sul serio.
E ci sono degli interrogativi gestiti alla perfezione, con un paio di piste sbagliate che si prendono alla leggera, e poi PEM.
Non posso fare a meno di consigliarlo violentemente. Di brutto.
E spero vivamente che la Dunwich sia al Salone di Torino, di modo che io possa fare stage diving sul loro stand.

sabato 4 aprile 2015

Piccoli scorci di libri #45

Domani è Pasqua, non Natale. Eppure ieri sera, tornando a casa, ho scoperto che nel mio paesello si era deciso di festeggiare la Pasqua in stile natalizio, appendendo le luci ai balconi. Non ho ben chiaro che senso abbia, ma mi riprometto di regalare uova di cioccolato il prossimo dicembre.

Quando parlavamo con i morti di Mariana Enriquez – traduzione di Simona Cossentino e Serena Magi – Caravan, 2014

Questo è stato il primo ebook che io sia riuscita a leggere da un anno a questa parte, mese più, mese meno. Sarà che è piuttosto breve, sarà che pur essendo corto è diviso in tre racconti. Sarà che sono racconti da cui non ci si riesce a staccare, soprattutto il primo, il cui incipit mi era rimasto impresso in memoria nonostante l'allergia al formato elettronico.
Dunque, i tre racconti. Mi è abbastanza impossibile recensire racconti, ma tenterò comunque, fallendo ma non in perseveranza. Il primo, quello che dà il titolo al libro, racconta di un gruppo di amiche adolescenti che si riuniscono per parlare con i morti con le tavolette ouija, quelle che permetterebbero agli spiriti dei defunti di scrivere un messaggio segnalando le singole lettere. Nel secondo racconto, si vede un'inaspettata degenerazione nell'aberrazione dell'acido buttato in faccia alle donne, in seguito a quella che pare quasi un'epidemia. E credetemi, è una cosa che... onestamente, assurda quanto esaltante. Il terzo racconto, il più lungo, è anche il più inquietante. Parte come un giallo, da una donna che ha il compito di creare un database per i bambini scomparsi, e poi si trasforma in qualcosa di orribile. Inquietante a livelli, e per ragioni, che è difficile spiegare, soprattutto se si vuole evitare di dire troppo.
I tre racconti hanno in comune una cosa, a parte stile e ambientazione. Partono da un punto normale, logico, condivisibile e poi si trasformano in un “E se?” orrorifico. Non in senso stretto o di genere letterario. Fa orrore perché è estraneo, disordinato rispetto al mondo come lo conosciamo, ma troppo vicino perché possiamo allontanarlo dalla mente. Quindi... beh, lo consiglio un sacco. Spero che la Caravan partecipi al Salone.

La cameriera era nuova di Dominique Fabre – traduzione di Yasmina Melaouah – Calabuig, 2015

La Calabuig è nata da poco, da una costola della Jaca Books, o almeno così mi è parso di capire. Si ripromettono di pubblicare libri lontani da noi, non tanto per genere, ma per abitudine geografica. Questa è la loro terza pubblicazione, e mi è stata gentilmente mandata dall'ufficio stampa.
Dunque, vediamo. È un libro piccolo, breve, più un racconto che un romanzo, ed è per questo che mi torna meglio recensirlo in forma breve. Il protagonista e narratore è Pierre, un uomo normale, un cameriere di mezz'età che lavora in un bar di Parigi. È affascinato da alcuni dei clienti abituali, è abituato a lavorare duramente, così come a mediare tra i due padroni del locale, marito e moglie. Inizia a raccontare in un momento particolare nella vita del bar, e ne racconta brevemente il cuoco, la nascita, la rivalità con quello di fronte. Pierre è un uomo strano, da quanto è normale. Non è animato da particolari passioni, ha un solo amico, è divorziato. Fa del suo meglio per stare al mondo, e questo è quanto. La cosa più interessante che si può dire di lui, e che sembra portarsi addosso continuamente, è la sua essenza di cameriere. Che, non so, è un tipo di lavoro che mi ha sempre un po' incuriosita. Dover vedere così tanta gente, doversi mostrare sempre così gentili, pronti all'eventuale chiacchiera, pronti a dimenticarsi chi entra ed esce dalla stessa porta. Un punto fermo in una stanza che cambia tutti gli altri occupanti.
L'atmosfera nebbiosa del libro risalta durante la lettura, e rende arduo il giudizio risolutivo. Una lettura bella, un po' spiazzante, forse. Perché Pierre sembra rimanere immobile in mezzo a Parigi, anche quando si muove. Difficile trovare una soluzione, un punto che sia un punto, capire cosa volesse raccontarci Fabre di Pierre, e come vorrebbe che reagissimo.

domenica 29 marzo 2015

Stalin + Bianca di Iacopo Barison

Devo ricominciare a scrivere recensioni mano a mano che finisco i libri, senza lasciarmeli troppo tempo a poltrire in cima alla pila accanto al pc, che guardandola mi viene da chiedermi se verrà mai il loro turno e mi sento orrendamente colpevole. Che poi certi mi sono anche piaciuti tantissimo, però il tempo me li scolla dalla memoria e finisce che quando ne parlo ne viene fuori una pappetta di impressioni malamente raggrumate. Diamine.
Dunque saggiamente riprendo dall'ultimo libro che ho finito di leggere, Stalin + Bianca di Iacopo Barison, edito da Tunuè nel 2014.
Non so se conoscete la casa editrice, in caso vi aggiorno rivelandovi che è una meravigliosa realtà fumettistica che ha portato in Italia autori quali Paco Roca e Tony Sandoval. E con Iacopo Barison e Sergio Peter, ha inaugurato poco meno di un anno fa la collana di narrativa. Mi va, dopotutto, di spiegare brevemente perché mi sono approcciata a Stalin + Bianca solo adesso, nonostante come trama mi abbia sempre ispirata un sacco. Il fatto è che la presentazione della collana cui avevo assistito l'anno scorso al Salone del Libro mi aveva lasciato in bocca un sapore di bile e sangue che ha finito per associarsi ai libri presentati. Non mi è piaciuto il fatto che si parlasse più della collana che dei libri, più del direttore di collana e delle sue esperienze che degli autori. Barison ha la mia età e vederlo – non consapevolmente né volontariamente, ne sono certa – trattato come un ragazzino sul palco mi ha irritata profondamente. Che diamine, che a venticinque anni ti releghino ancora nell'adolescenza non è cosa sana o innocua.
Orsù, tenterò di farla breve, lì per lì non mi sono sentita di acquistare i libri presentati. Mi ero incartapecorita dal nervoso. E poi? Poi chissà, l'affollarsi di titoli, il non trovarli a Lucca, il non trovarli in libreria quando li cercavo... poi c'è stata la promozione della Tunuè (ancora per un paio di giorni, io ne approfitterei), mi è capitato davanti e alla fine mi sono decisa.
E diamine quanto mi è piaciuto. Ma tanto. Tanto tanto tanto. Molto più di quello che mi sarei aspettata. Mi sorprende e mi fa piacere che si trovi tra i candidati allo Strega. Gli auguro sinceramente buona fortuna.
Ci sono Stalin e Bianca, come da titolo, che chiacchierano in uno stadio vuoto. Stalin riprende tutto ciò che gli sembra significativo con una telecamera che si porta sempre dietro, e il nome gliel'hanno dato i suoi baffi, che lo fanno somigliare al dittatore. Bianca è bellissima e cieca, e il fatto che Stalin possa e voglia aiutarla, dopotutto è la sua ancora di salvezza. Di Stalin, dico. Che con i suoi sanguinosi parossismi di rabbia è diventato un po' un reietto, che non si trova bene a casa col fidanzato della madre, che svolge lavori poco puliti per il custode dello stadio. C'è Bianca che in un certo senso lo perdona, lo ripulisce dei suoi atti, anche quando non ne sa nulla. Bianca che toglie i peccati del mondo.
E poi succede qualcosa, Stalin vuole fuggire, ma non può farlo senza Bianca, e questo lei lo sa. Quindi partono insieme per un viaggio senza meta in un'Italia che... effettivamente non ho ancora detto nulla dell'ambientazione, che è forse la cosa più interessante del libro.
È successo qualcosa, o forse non è successo abbastanza. Il mondo sta andando in rovina, è sporco e inquinato, insalubre, grigio e freddo. È ancora immerso nel processo di sgretolamento che siamo soliti vedere finito nelle distopie. C'è ancora la legge, c'è ancora un governo, anche se perlopiù brancola nel buio. E anche le persone brancolano, cercano una salvezza, un significato, qualcosa. Ho adorato gli artisti, e il movimento delle maschere anti-gas. Ho avuto l'impressione di una nuova ondata di anni '70, quando i giovani scappavano di casa in cerca di “qualcosa”, senza in realtà fuggire da nulla in particolare. È questa continua ricerca di qualcosa che dà al romanzo un sapore che ho adorato. L'atmosfera di ricerca e di incertezza, eppure di speranza. Nonostante tutto.
Che mi sia piaciuto un sacco direi che si nota. Non è perfetto, certo. Mi sono piaciuti i dialoghi, ma sono in certi punti un po'... non direi forzati, ma recitati. E Bianca... non lo so. Non riesco a capire se l'impressione che mi ha dato è quella che voleva l'autore. E se non lo era, è legittima comunque per via del famoso patto tra autore e lettore sulla costruzione della storia? Dicevo, Bianca sembra a metà tra funzione e personaggio. È la Madonna, è la donna salvifica, l'essere puro da conservare che guarisce con un tocco. È un archetipo e poco più. Il suo personaggio mi è sembrato abbozzato, o forse mi è sembrato tale perché visto attraverso gli occhi adoranti di Stalin. Non lo so, davvero.
Questo comunque non impedisce al romanzo di essere una meraviglia, meritevole di tutto il successo che sta avendo.

martedì 24 marzo 2015

I romagnoli ammazzano al mercoledì di Davide Bacchilega

Guardo la pila di libri che si erge a lato del mio computer, e mi chiedo che diavolo sto aspettando. Che ci sono libri che se non li recensisco subito, poi li perdo. Mi scivolano via le sensazioni evocate, le riflessioni, i personaggi. Non ho una grande memoria, curiosamente è limitata soltanto al posizionamento dei libri, e non al loro contenuto. È tempo che io attacchi la pila, prima che mi scompaia dalla mente. Che smetta di tergiversare. Io, sì. Proprio io.
I romagnoli ammazzano al mercoledì di Davide Bacchilega, edito da Las Vegas nel 2014. Ricordo che era stato il mio regalo a me stessa per aver passato un esame, chissà quale. L'ho letto quasi tutto a casa dei miei nonni, avvoltolata sulla comodissima poltrona reclinabile, uno dei capricci inutilizzati di nonna. Mi sarebbe dovuto bastare per due giorni, invece l'avevo finito alla mattina del secondo, e sono dovuta uscire a prenderne un altro. Per dire.
In questo libro si intrecciano le storie di una manciata di personaggi. Anzi, per un po' scorrono in parallelo, sfiorandosi ogni tanto. È alla fine che confluiscono. Mi ha ricordato un po' i primi film di Guy Ritchie, quelli in cui si seguono le vicende di tanti personaggi che ben poco hanno a che fare l'uno con l'altro, e non vedi l'ora di scoprire come finiranno collegate. E qui ci sono Stefano il giornalista depresso con l'hobby delle code, Raul il pugile fallito, Ruben il gigolò truffatore, Irma la... beh, Irma. E suo zio Ermes, un tipo burbero vecchio stampo che gestisce bische clandestine. Ognuno di questi personaggi narra in prima persona i propri capitoli, e ognuno ha una sua voce, un suo tono. Soprattutto Ermes, un po' bilioso, e Irma che... beh. Come si fa a descrivere Irma, con le sue poesie lesbomistiche, le sue rime assurde? E come si rischia di sottovalutarla, all'inizio, la cara Irma, che vorrebbe agguantare una recensione sul giornale su cui scrive Stefano per le sue poesie pubblicate a pagamento. E poi c'è Ruben, sempre in cerca di soldi, che salta da una truffa all'altra, giocando coi cuori e coi portagioie di donne sole scovate in chat. Ruben che si siede ai tavoli da gioco di Ermes, sperando di riuscire a vincere quelle migliaia di euro che gli servono per. E Raul, che pare più tumefatto dentro che fuori, che non è riuscito a fare il salto quando poteva, e ora non riesce più a uscire dalla boxe né dal matrimonio.
Sono storie che si inseguono, si sfiorano, si allontanano di nuovo, che volendo riesci a immaginarti l'inquadratura che passa da un personaggio all'altro come un fluido cambio di testimone, che abbandona l'uno per posarsi sull'altro. La struttura è tenuta davvero bene, non risulta forzata. Le vicende di queste persone sono rimaste annodate per una fortuita serie di eventi, punto. È la Romagna, mica New York.
E scivola, scorre come dovrebbe. È veloce, divertente, non si impantana mai. Non che sia fatto solo di battute sagaci e momenti allegri, però pure quelli melmosi passano presto. O meglio, ci si aspetta un dopo, una rivalsa. È il libro che te lo promette, coi suoi toni da “tutto può succedere”.
Dunque, lo consiglio? Diamine, sì. Palesemente, e con giusta decisione. Consiglissimo.

martedì 17 marzo 2015

Come una foglia al vento - Cocaine Bugs di Claudio Metallo

È giunto il tempo di venire a chiacchierare di questo libro, tra una polemica e l'altra. Come una foglia al vento – Cocaine Bugs di Claudio Metallo, edito da CasaSirio nel 2014. Mi è stato spedito dalla casa editrice – grazie mille! - un mesetto fa, e conoscendo l'orrido vizio del postino di lasciarmi i pacchi davanti al portone, facile prede di pioggia e passanti, ho paventato per l'arrivo di questo libro, che già temevo in mani estranee quando alla fine è arrivato. Già che ci sono, vi invito a dare una sbirciata al sito di CasaSirio, perché è di quelle case editrici piccole e giovani che è bene e saggio tenere d'occhio.
Dunque, Come una foglia al vento. Mai titolo fu più azzeccato, mi verrebbe da dire. Che questa è la storia di un burattino, più che di un uomo. Di un tipo che si lascia tirare, cambiare, trasportare. Non sono mai – o quasi mai – sue, le decisioni che segue e di cui paga il prezzo. Pare maledetto da una sorta di inguaribile acquiescenza.
Alla morte del padre, col quale ha sempre vissuto su a Milano, Peppe Blaganò decide di tentare la fortuna in Calabria, guardando ai fondi stanziati per lo sviluppo del Mezzogiorno e all'eredità che gli è capitata tra le mani. È guidato dai ricordi delle vecchie vacanze, quando scendeva da Milano al paesello e si sentiva immensamente bene, a stare al mare, a stare con tutti.
Prende quello che ha e scende, senza un'idea chiara di quello che vuole fare. E da lì in poi rimarrà incastrato nei meccanismi malati ma efficientissimi di una macchina istituzionale che lo intrappola in un mobilificio e lo costringe a fare debiti, e con quei debiti lo porterà in mani ferrose. Considerato il titolo e l'immagine in copertina, non è spoiler se accenno al legame che Peppe stringe con il mondo della cocaina. Che, come ci si aspetterebbe, è un mondo crudele, infingardo ed enorme, in cui Peppe è stato invischiato come interprete, per fare da tramite tra Colombia e 'ndrangheta. Di più, non si dice.
La cosa particolare di questo romanzo è il tratto un po' cronachistico, che però non tiene a distanza il lettore, non lo chiude fuori. È la storia di Peppe, più strumento che persona. Non è freddezza, è... mi verrebbe da chiamarla “rassegnazione”, ma non è rassegnazione. Piuttosto, è come se il racconto stesso fosse consapevole dell'ineluttabilità della storia, perché Peppe non è capace di cambiarla, almeno per una buona parte.
È un bel libro, onesto e svelto da leggere.
E dunque lo consiglio, assai.
(In teoria avrei dovuto chiacchierare anche della passione di Peppe per il calcio, ma è un argomento che ha il potere di addormentarmi le sinapsi al punto che quasi l'ho cancellato. Non è pervasivo, comunque, è solo... è lì, ecco. C'è.)

sabato 14 marzo 2015

Sir Terence David John Pratchett (e la Salani.)

Terry Pratchett. Cristo, Terry Pratchett. Sir Terence David John Pratchett. Quell'autore meraviglioso, mai abbastanza prolifico, che ha lasciato orde di lettori piangenti un paio di giorni fa. Quel genio che ci ha regalato il Mondo Disco, quel tipo col cappello strano cui va il record di scrittore più rubato nelle biblioteche inglesi. Il fiero proprietario di un cervello meraviglioso cui pochi anni fa è stata diagnosticata una forma rara e aggressiva di Alzheimer precoce.
È uno dei miei autori preferiti, lo dico senza dubbi. Gravita sul mio personale Olimpo degli eletti insieme a Neil Gaiman. È un sentimento diverso da quello che porto a Jane Austen, perché adoro lei e le sue storie, ma non vorrei mai abitare i mondi che racconta. Non vorrei mai vivere in Inghilterra tra '700 e '800, anche se può essere divertente ricreare qualche situazione. Piuttosto passerei la vita nella mente di Pratchett e di Gaiman, per poter assistere alla nascita di ogni nuova idea brillante, vederla lottare per acquisire una forma definita e utilizzabile, diventare luogo, personaggio, regola dell'universo.
La notizia della morte di Terry è stata un colpo pesante, e non credo che riuscirò a guarirlo senza due-tre teglie di biscotti. Almeno. È il mio modo di affrontare i problemi, fare i biscotti. Credo sia un misto di profumo, consistenze e bei ricordi. Dovrò trovare qualcuno cui rifilarli, perché questo è un colpo da tre impasti.
Ma non mi sto neanche avvicinando al tema del post. Tentenno, e ne ho ben donde.
È brutto che un lutto sia sporcato dall'offesa. Ma Terry Pratchett è un autore cui non è stata resa affatto giustizia, in Italia. I suoi libri sono stati pubblicati a sprazzi, senza alcuna promozione, negli ultimi tempi con copertine orrende, quasi di nascosto dai lettori.
Pubblicazioni discontinue, volumi ultimi di una saga spacciati per romanzi singoli, e giustamente incomprensibili per chiunque non abbia letto le puntate precedenti. Secoli di distanza gli uni dagli altri, una decina di pagine mancanti in Streghe all'estero (le ragioni sono ancora ignote), un'edizione piena di errori e sbavature in All'anima della musica!. In ultimo, la mancanza di una comunicazione degna alla morte dell'autore. La scomparsa di Pratchett è stata trattata con un ritardo di ore sui profili facebook e twitter della Salani, e in modo assolutamente insufficiente. Una foto dell'autore, data di nascita, data di morte, citazione, fine. Nessuna spiegazione, una lista di opere, una descrizione del genere, la citazione dei premi e della perfezione che ha saputo raggiungere. È strano incolpare un'intera casa editrice, però in questo caso non so esattamente con chi prendermela. Con chi ne gestisce i social media o con chi ha scelto di affidare questi strumenti importantissimi a qualcuno che evidentemente non è in grado di gestirli?
In realtà non ha molto senso prendersela per una cosa del genere, è anche parecchio volgare additare l'altrui reazione – anche quell'altrui si riferisce a un'impresa – alla morte di qualcuno. Però è stata una reazione così scarna e insufficiente che mi è sembrata la perfetta continuazione del rapporto che la Salani ha deciso di intraprendere con Terry Pratchett. Uno degli scrittori più famosi al mondo, in cima alle classifiche dell'universo, decine di romanzi... sprecato. Così orrendamente sprecato. Ne avevo già chiacchierato nel lontano 2013, nel post Ma che vi ha fatto Terry Pratchett?, perché non sono mai riuscita a trovare un senso al comportamento della Salani. Che senso ha tenere i diritti per Pratchett, se poi non lo pubblichi, o se lo pubblichi male? Sembra quasi un cosciente tentativo di disaffezionare i fan di Pratchett.
E mi rendo conto che io non mi sto comportando meglio. Terry Pratchett era un genio e a due giorni dalla sua morte io sto dando addosso alla sua casa editrice italiana, piuttosto che puntare l'attenzione sui suoi libri, che pure per me hanno significato così tanto. E se penso alla voce secondo cui stava scrivendo una continuazione alla serie di Tiffany – che comunque qui è stata tranciata al terzo volume. Grazie, Salani. - mi viene da piangere, e da evocare il Signor Porta per chiedergli spiegazioni.
E poiché non sto rendendo minimamente giustizia né all'uomo né allo scrittore Terry Pratchett, mi riprometto di scrivere più avanti di ciò che ha scritto. Sento quasi di averlo usato come pretesto per parlare male della grande editoria nostrana. Eppure... non lo so. Vorrei che la casa editrice cui i suoi lavori sono stati affidati lo trattasse degnamente. Le sue opere, se non lui, se lo meritano. E se lo meritano pure i lettori che lo adorano, e quelli che non l'hanno ancora incontrato tra le sue pagine.