martedì 23 maggio 2017

Il mio Salone-non-Salone

E dunque, è finito il Salone del Libro. Ci sono stata tutti i giorni, come gli altri anni, ma non è che abbia molto da raccontare, principalmente perché quest'anno ero lì con la biblioteca, a salvaguardare lo stand Nati per Leggere e non è che mi fosse dato tantissimo di girellare per i fatti miei tra editori e presentazioni. Oddio, qualche giro coi colleghi l'ho anche fatto, ma quando si tratta di libri sono una cacciatrice solitaria, e quando sono in compagnia tanto vale essere alla Fiera del Borlotto.
Quel poco che posso dire del Salone, è che è stato un bel Salone. Che gli amici editori con cui ne ho parlato si sono dichiarati più che soddisfatti, sia come presenza di pubblico che per le vendite. Pare che ci sia voluta la minaccia di una fiera concorrente per risvegliare un po' di affetto per il Salone di Torino; bene, no? Io trovo di sì. Spiace per tutti quelli che hanno perso soldi e tempo a Milano, che quello non si augura a nessuno. Ma.
Di incontri ne ho seguiti pochi, tralasciando quelli nelle vesti di pseudo-bibliotecaria. Giusto quello sul fantasy organizzato dalla Gainsworth il sabato mattina, tenuto tra gli altri da Aislinn, Luca Tarenzi e Ester Trasforini. È un appuntamento annuale cui tento sempre di non mancare, perché vengono fuori sempre spunti interessanti – e poi Luca sarà sempre in cosplay, anche questa è una felice certezza.


E poi? E poi ho continuato coi miei obblighi bibliotecari. Questo Salone per me è stato molto poco Salone, ma non è che me ne possa lamentare, il blocco è tutto da parte mia. Mi viene un po' da citare il finale di Fight Club, quel “You met me at a very strange time in my life”. Non è che sia un brutto periodo, anzi, di rado sono stata così felice. Ma è come se tutte le mie energie fossero risucchiate dal cambiamento – mio – e non riuscissi a concentrarmi davvero su nient'altro. Non sono riuscita nemmeno a prendere accordi per incontrare amici e conoscenti al Salone, figuriamoci per le chiacchiere con gli editori – a parte un paio che via, non passarci è un torto a me stessa.
In compenso sono stata l'acquirente della domanda antipatica, “Ma ci sono sconti se si acquistano più libri?”

Ma basta parlare delle mie magagne. Ho fatto acquisti, ne sono estremamente soddisfatta. Avrei voluto farne di più, ovviamente, ma le finanze sono quelle che sono e allo stand Black Coffee avevano finito Lions, quindi niente. Ho incrociato un paio di editori che non conoscevo e che mi pare promettano assai bene, come Carta Canta, Atmosphere e appunto Black Coffee. Mi ha fatto piacere oltre ogni dire constatare quanto CasaSirio, così giovane, stia camminando salda e spumeggiante sulle proprie gambe; mi pento di non aver fatto più acquisti da LiberAriaIl rifugio delle puttane lo stavo tenendo d'occhio più o meno da quando è uscito, accidenti.

Non ho altro da aggiungere, se non per allungare inutilmente il brodo.
È stato un Salone-non-Salone per me, ma un ottimo Salone per tutti gli altri. I libri c'erano, anche se inizialmente ero troppo scorata per gli editori assenti per accorgermene.
Mi ci vorranno millenni per leggere tutto ciò che ho preso – ho ancora libri intonsi dai Saloni di due-tre anni fa, per dire.

Siate felici, oggi. Diamine.

sabato 6 maggio 2017

Allontanarsi di Elizabeth Jane Howard

Ogni volta che leggo un nuovo volume della saga dei Cazalet - di Elizabeth Jane Howard, edito da Fazi - mi chiedo cosa potrò mai scriverne di nuovo. Siamo al quarto, Allontanarsi, di cui ho finito la lettura stamattina, approfittando del mio orologio biologico che ha deciso di svegliarmi un paio d'ore prima della sveglia. Non che mi mancassero molte pagine; la saga dei Cazalet figura tra quelle letture che si fanno leggere pure nei periodi di non lettura. Non che questo sia un periodo di non-lettura, anzi, potendo leggerei un sacco. Ma è il “potendo” che mi sfugge, è una questione di tempo. C'è però il fatto che per i Cazalet, bene o male, il tempo si trova. Sempre. Lo crei dal nulla. Te lo porti a tavola, te lo scofani in autobus, ti svegli due ore prima nonostante il sonno. I Cazalet.
Intanto segnalo le chiacchierate fatte sui volumi precedenti di cotanta meraviglia. Qui, qui e qui. E mi rendo conto di quanto appaia poco professionale e per nulla oggettivo riferirmi a quest'opera come a “una meraviglia”. D'altronde non ho creato il blog per essere oggettiva, e poi oh, io i Cazalet li adoro. Apprezzo come personaggi pure quelli che vorrei vedere esplodere sotto una pressa – giusto un paio, in realtà.
Dunque, vediamo. Che posso dire ancora dei Cazalet, che io non abbia detto nei tre post precedenti?
Intanto il focus è sempre di più sulle tre ragazze; Polly, Louise, Clary. Certo, ci sono anche tutti gli altri membri della famiglia, da Rachel a Hugh, da Edward a Zoe. C'è Rupert, con tutto ciò che ne consegue, e c'è pure Archie, che non farà proprio parte della famiglia in senso stretto, eppure riesce a fungere da sostegno e collante insieme.
Non ho voglia di parlare di lui, però. Né di Zoe, nonostante io la adori, né del Generale o di Miss Milliment. Ho voglia di parlare delle tre ragazze che fanno da fulcro alla serie, che vivono i mutamenti del mondo di cui fanno parte, che hanno superato i vent'anni e vivono delle vite da adulte che, lo ammetto, mi hanno quasi reso difficile riconoscerle.
Il fatto è che io quelle tre le ho viste crescere. Mi ricordo Louise la drammatica, che viveva per la recitazione; e Polly che piangeva così facilmente per gli altri e si faceva forza per se stessa; e Clary che… beh, era Clary. Era selvatica. Era Jo March, la mia diletta.
Me le ricordo piene di dubbi e poi piene di sogni, che si trovavano a tremare per la guerra e poi a mostrarsene coraggiosamente infastidite – non Polly, certo.
E ora sono cresciute. La guerra è finita, c'è chi ha fatto ritorno e chi se ne va. Con tutto ciò che ne consegue. Sono adulte, che ci posso fare, mi viene da ripeterlo. Stanno ancora crescendo, che quello è un processo che credi finito solo quando non hai ancora vent'anni e pensi che a un certo punto si diventi esseri completi, ma sono adulte.
E io faccio fatica a riconoscerle, a riconoscermici, a identificarmici. Sono persone nuove, hanno cancellato parti di sé, e se ne sono raccontate altre sulla loro infanzia. Ed è un processo riportato con immensa grazia, senza sottolineature. Ma comunque spiazzante – almeno per me.
Una cosa che adoro nella scrittura di Elizabeth Jane Howard – e in questo libro in particolare – è come elementi di crisi che potrebbero fare da fulcro e motore a un romanzo intero, qui vengono vissuti e raccontati come verrebbero vissuti nella “vita vera”. Non c'è quel pathos estremo, quella tragedia consumata che si chiude con un lieto fine, a sancire la fine di una vicenda che pare coincidere con la fine della vita dei personaggi. No, accadono cose segnanti e terribili, si annega nel dolore, si cade innamorati o si subisce un lutto.
E poi ci si rialza, il dolore si attenua, si continua a vivere.
Di rado ho letto opere così delicate e piacevoli, eppure straordinariamente oneste e umane. È così che va. Cadi e ti rialzi, magari più sanguinante. Oppure più forte. E il dolore non è detto poi che te lo ricordi. O che te lo ricordi così intenso e terribile.
Ecco, il punto quando mi trovo a chiacchierare dei Cazalet è che non mi viene da spiegare la trama e gli avvenimenti. Sì, ok, belli i personaggi, più che convincente quello che succede loro. Bello trovarsi nella Londra del dopoguerra, piacevolissimo lo stile, bello lo spazio concesso anche ai personaggi secondari, e soprattutto ai personaggi spiacevoli.
Però non c'è solo quello. Non solo.
Ecco.

sabato 22 aprile 2017

Di Locke Lamora, Sapkowski e sessismo "positivo"

Ebbene, è capitato l'impensabile; mi ritrovo con un'oretta da spendere come meglio credo, e credo che la userò per scribacchiare questo post che ho in mente da un sacco di tempo. Anche se a pensarci bene si è ringalluzzito solo ieri, per via di un personaggio incontrato sulla mia strada alla fine di Il guardiano degli innocenti di Sapkowski. Da un errore grave quanto impostare la sveglia un'ora prima nonostante l'estremo bisogno di sonno può anche venire qualcosa di buono, dai.
È un argomento di cui mi sarebbe piaciuto chiacchierare l'8 Marzo, la Giornata Internazionale della Donna. Avevo anche iniziato a scriverlo, poi gli impegni hanno avuto la meglio. E forse finirà allo stesso modo, se non mi sbrigo ad arrivare al punto. Diamine, me, è pure una cosa breve.

Sono tanti gli stereotipi che trovo noiosi e ripetitivi; ce ne sono pure di quelli che invece continuo a gradire, ammesso che l'autore e il lettore siano ben consapevoli della natura stereotipica della situazione/personaggio. La mia non è una lamentela verso i cliché in toto, ecco. È che c'è questo particolare stereotipo che ultimamente mi urta non poco, e che probabilmente un tempo avrei gradito eccome.
È ben probabile che a irritarmi sia la provenienza dello stereotipo, del cui uso vi è un abuso proprio da parte di chi, per convinzione, stereotipi e semplificazioni dovrebbe teoricamente evitarli.
Arrivo al punto? Arrivo al punto.
I personaggi femminili che autori principalmente di sesso maschile vorrebbero descrivere come forti e indipendenti ma che a giudicare dal loro comportamento sono soltanto delle persone abbastanza orrende, o quantomeno insensibili, inutilmente violente e presuntuose. E ho l'impressione che per taluni l'unico modo di dare l'idea di un personaggio femminile forte, sia renderlo contemporaneamente insopportabile. Non so come spiegarlo senza che suoni ridicolo, ma posso cercare di chiarire.
Leggevo il terzo libro della Saga dei Bastardi Galantuomini di Scott Lynch. In inglese, perché la Nord è fatta della stessa sostanza di cui è fatto il mio fastidio e anni fa ha interrotto una delle migliori serie fantasy mai comparse su questo piano di esistenza, ma comunque. Leggevo The Republic of Thieves, amorevolmente regalatomi dalla mia coinquilina, e ho finalmente incontrato Sabetha, il grande amore di Locke, spesso nominato dallo stesso nei due precedenti volumi, ma mai realmente comparso. Nel suddetto romanzo è tra i personaggi principali, e si viene a conoscerla sia nella linea narrativa presente che nel racconto del passato.

E, ecco, il fatto è che Sabetha non è una bella persona. Ma proprio per niente. Non è una questione di gusti, è che si comporta veramente come se fosse stata sottoposta per quindici anni alla tortura dei coppini e ne ritenesse responsabile il mondo intero. Lo stesso vale per altri personaggi che ho incontrato nel tempo; Yennefer da Il guardiano degli innocenti di Andrei Sapkowski – l'ho incontrata giusto ieri; Alaska di Cercando Alaska di John Green; Clary di Shadowhunters, col suo “Mi hai salvato la vita ma per farlo mi sei venuto troppo vicino quindi ti prendo a ceffoni”; perfino Anna di Ammaniti; giuro che ce ne sono altri – un sacco – ma tra meno di un'ora devo trovarmi in biblioteca e sono ancora in pigiama.
Il punto è questo: scrittori con l'evidente intento di creare con la loro penna un buon esempio di donna forte come personaggio positivo, che finiscono tuttavia per adagiarsi su uno stereotipo ormai datato, vuoto e per nulla positivo. Come se un comportamento scostante e il lancio casuale di insulti potessero costituire un'intera personalità. Che poi non è neanche una cosa troppo fine a se stessa, di norma il carattere di suddetti personaggi viene spiegato con traumi e vite difficili. Ma non basta, diamine.

Un'altra cosa che ho notato darmi un po' fastidio, e che trovo sia una netta incomprensione dell'universo femminile – se così vogliamo/dobbiamo chiamarlo – da parte di scrittori che si definirebbero in teoria femministi, è la questione del Mistero.
Mi spiego meglio. O almeno ci provo.
C'è Sabetha, in The Republic of Thieves. Sabetha adolescente, che si muove fiera e sicura, che sa cosa fare e come, perfettamente consapevole di come viene percepita. Sabetha, in piena pubertà, lancia occhiate divertite a un'amica che condivide il suo segreto, e ride con lei di questa cosa misteriosissima di cui a quanto pare le donne verrebbero messe a parte quando si inizia a uscire dall'infanzia, di cui tutti i maschi del pianeta verrebbero abilmente tenuti all'oscuro.
E, ecco... no. Io me lo ricordo com'erano le mie compagne alle medie e alle superiori. L'esplosione dei brufoli, i capelli grassi, l'acquisto di peso, la dannazione delle tette piccole, i primi tentativi di trucco che SANTODDIO, c'era gente che girava impiastricciata; ripenso a com'ero io a quindici anni – ma anche a come sono adesso – e non so se stupirmi o irritarmi di fronte a questa strana pretesa delle donne che Sanno. Non si sa bene cosa. Sanno e basta. Capiscono. I super-poteri, 'sto fottutissimo sesto senso femminile che non si è mai capito cosa voglia dire, vai a sapere. I personaggi femminili che, in sostanza, finiscono per diventare meno persone e più esseri eterei, superiori, quasi sovrannaturali.
C'è questo concetto strano di “sessismo/maschilismo positivo”, che non è positivo per niente. Non confondiamolo con la gentilezza, mettiamola da parte. Si tratta, in breve, di fare o pensare qualcosa di positivo per i motivi sbagliati. La differenza tra “Quelle borse sono pesanti e io ho le mani libere, perché non dovrei aiutarti?” e “Le donne non dovrebbero portare pesi, dai a me che sono un vero uomo”. Si capisce abbastanza?
Quello che mi spiace è che a queste banalizzazioni ricorrano perlopiù scrittori sinceramente benintenzionati, che credono davvero nella parità tra i sessi e non vedono l'ora di vivere in un contesto in cui questa sia effettiva. Eppure hanno difficoltà a creare un personaggio donna che sia a tutti gli effetti una persona e non un ammasso di tratti più o meno convincenti e/o irritanti.

Sarò stata chiara, in questo mio blaterare? Non lo so. Non so neanche se avrò il tempo di rileggere quanto già scritto; la biblioteca ha bisogno di me – e magari sarebbe bello arrivare in orario una volta ogni tanto.

venerdì 14 aprile 2017

Il signor W. di Federica Leonardi

Dunque, vediamo. Il signor W. di Federica Leonardi, edito da La Piccola Volante nel 2015. Mi permetto con sottigliezza di far notare l'assoluta figaggine dell'immagine di copertina, soprattutto visto che stiamo parlando di una piccola casa editrice. Bravo, Piccola Volante.
Questo romanzo mi è stato proposto in lettura dalla casa editrice, e come raramente mi accade l'ho accettato senza alcuna titubanza, anzi, con un certo entusiasmo. Che io di Federica avevo già letto qualcosa di breve e sommamente ganzo, ovvero uno dei racconti che ha partecipato e vinto il Transilvania Project.
(Iniziativa da me ideata che per questioni di tempo non sto seguendo come vorrei, ma che sta leeeentamente andando avanti. Non pensateci. Ve ne metterò a parte quando sarà il momento. A breve, spero.)
Da questo romanzo, dunque, sapevo cosa aspettarmi, e non sono rimasta delusa per niente. Anzi. Certo, ci sono punti in cui l'autrice un po' si perde nel verboso, e le descrizioni sono talvolta troppo pregne, ma personalmente trovo che questo aiuti la costruzione dell'atmosfera cupa e stagnante che dà un tono a tutto il romanzo.
Fin dall'inizio Il signor W mi ha fatto pensare a un altro romanzo, letto anni fa. Sto parlando di La meccanica del cuore di Mathias Malzieu, edito da Feltrinelli. L'avevo recensito qui, e sono sinceramente stupita nel rileggermi, ne parlo molto meglio di quanto non ricordi. Oggi sarei decisamente più critica, ne ho un ricordo quasi sciatto. Forse il tempo ha lavato via l'effetto dello stile, e mi ha lasciato in testa la povertà della trama, la delusione per il finale. Ad ogni modo, Il signor W. mi ha fatto ripensare a La meccanica del cuore perché mi ha dato esattamente ciò che l'altro libro aveva promesso, senza però rispettare i patti.
Vediamo di essere più chiari – settimane di quasi inattività da tastiera hanno reso i miei post ancora più confusi di quanto non fossero, temo.
Qui ci sono le vicende di pochi personaggi che si intrecciano attorno a uno stesso mistero, partendo da punti nettamente diversi. Il signor W, o semplicemente W, ha circa trent'anni, è un abitudinario lievemente stempiato, abita in un palazzo di interesse storico, il Whateley, nell'appartamento che gli ha lasciato il padre, scomparso anni prima. Sta rischiando il posto, è stretto in una routine che lo annoia e lo rassicura insieme. Tutti i giorni va a fare la spesa nello stesso supermarket, chiede lo stesso etto di bresaola a Dora – che non lo può sopportare – e poi va a pagare alla cassa da Samia, per la quale ha una ricambiatissima cotta.
Samia è una di quelle anime tormentate che quando le incontri non sai mai bene se ci sono o ci fanno, dunque non capisci se sia il caso di adorarle o lanciarle via come fossero arroventate. Fa parte di una compagnia teatrale, non si toglie mai il ciondolo che le ha lasciato la madre prima di morire. Prova per W. un misto di passione e curiosità, trova che siano anime affini.
Poi c'è il vicino di casa di W., cui continua a piovere in casa dall'appartamento di quest'ultimo. Un anziano pieno di livore, incattivito dalla pensione, imbastardito dalla noia. Odia W, vuole scoprire che fine abbia fatto il padre, di cui ha ricordi non proprio rosei.
Ci sono anche altri personaggi, comparse che smettono poi di essere comparse, diventano importanti. Dora, appunto, e Zerintia coi suoi capelli accesi, il vecchio pazzo, Edmondo che è pazzo di Samia.
Ma il punto non sono i personaggi, né la storia, quasi. Il mistero, certo, quello conta, così come il modo in cui si ricostruisce pian piano, e ognuno conduce al puzzle il suo piccolo pezzo di risposta.
Ma il punto, dicevo, è l'atmosfera. L'atmosfera dei vecchi film di Burton, ma più sporca, che qui è resa benissimo. L'aria fuligginosa, più scura del normale, il viscidume da fogna. L'orrore che sboccia alla fine. E non è annunciato né inaspettato, è soltanto giusto.
Non sono certa di avere detto granché per spiegare Il signor W. Temo di essermi limitata a blaterare cose senza senso, sperando che un senso si possa cogliere tra le righe. È un romanzo che mi è piaciuto più di quanto non riesca a far capire, anche perché sento che scendendo più nei particolari rischierei di rovinarlo. Io lo consiglio, ecco.

Magari non a chi ha una spiccata fobia per gli insetti.

domenica 9 aprile 2017

Ben due libri di Lorenzo Mazzoni - Il muggito di Sarajevo e Un tango per Victor

Inutile cercare di negarlo, è da così tanto tempo che non scrivo qualcosa – qualsiasi cosa – che mi ero perfino dimenticata dove si trovasse l'icona di Open Office sul desktop. Rendiamoci conto, mondo. Rendiamoci conto.

Dunque, Lorenzo Mazzoni. Due libri di Mazzoni, per essere precisi. Perché ne chiacchiero in un unico post? Beh, un po' è per mere questioni di tempo, e poi è perché li ho letti in rapida sequenza l'uno dall'altro. Quello più breve, Un tango per Victor, l'avevo iniziato mesi e mesi fa per poi abbandonarlo a poche pagine dalla fine, ancora mi chiedo perché. Ma leggere – divorare – Il muggito di Sarajevo mi ha fatto tornare voglia di leggerlo, per sapere come fosse poi andata a finire a Denil, il protagonista. E poi è interessante poter fare comparazioni e analogie; sono due letture estremamente diverse tra loro, diamine.
Premetto questa cosa: se dovessi fare una lista dei miei scrittori italiani preferiti, il nome di Mazzoni verrebbe fuori prestissimo. Non prima di Calvino, ma comunque tra i primi. E già che ci sono rimando all'entusiastica recensione che avevo scritto di Quando le chitarre facevano l'amore, letto e adorato un paio di anni fa.
Dunque, vediamo. Da dove comincio? Partiamo da Il muggito di Sarajevo, edito da Spartaco Edizioni – e da tanti editori mandatomi a sorpresa, grazie mille, siete belli e bravi e profumate di prati fioriti e santità – neanche un annetto fa. È un romanzo corale, così come lo era Quando le chitarre facevano l'amore, con un buon tot di personaggi che convergono verso uno stesso punto, la Sarajevo assediata del '9, più inferno che città. Sarajevo è fatta di guerra civile, di tenacia e musica. E ci sono Amira, una ragazza turca cresciuta a rock e punk grazie all'influenza di un cugino scapestrato, fuggita di casa per andare a trovare la sua musica tra le bombe e la distruzione. E poi c'è la fonte del muggito, una mucca speciale, leggendaria, in grado di predire il futuro. E ci sono personaggi che girano attorno all'una e all'altra, che questo romanzo ha in Amira e nella mucca i due punti focali, tutti gli altri li cercano e ci girano intorno come ipnotizzati.
Il cugino di Amira, quello che l'ha traviata con la sua musica occidentale, che si è convertito all'Islam radicale quando si trovava in carcere e si è unito alle unità combattenti musulmane; o il ragazzo di Amira, Jack l'irlandese, zoppo e idealista, coi suoi modi spicci; i due reporter italiani che vogliono parlare di Sarajevo, della sua mucca magica, di quella ragazza che canta con due tizi improbabili e porta in una città devastata una corrente di vita; un mercenario prezzolato fan di Barbara Streisand a cui piace fare esplodere la testa delle persone a distanza; la mucca, il suo anziano proprietario, il suo prigioniero allucinato.
Come Quando le chitarre facevano l'amore, anche Il muggito di Sarajevo è una lettura dinamica, svelta, psichedelica ma sempre chiara, in cui i personaggi possono anche andare in trip ma senza trascinarti con loro a chiederti cosa stia succedendo da una pagina all'altra, che a volte capita che uno scrittore voglia confonderti e ti abbandoni in mezzo a una sfilza di scene senza senso né direzione, e puoi solo continuare a leggere finché il tedio non sovrasta tutto il resto. Mazzoni no, ti fa visitare la follia dei suoi personaggi ma dal di fuori, così riesci a comprenderla, contestualizzarla e a ghignarci pure, ma senza rimanerci intrappolato.
È un libro cupo, però. Sempre molto Guy Ritchie, con le varie story-line che si intersecano e si intrecciano e si influenzano in un modo che i personaggi non capiranno mai, i paradossi e le esagerazioni, ma più cupo e stridente. Stiamo parlando di un conflitto di tale portata – e così vicino – che mi risulta difficile anche solo trovare un aggettivo per descriverlo. E poi?

E poi passo velocemente a Un tango per Victor, edito da Edicola Edizioni sempre nel 2016, che ci sono aspetti di entrambi i libri di cui viene bene parlare mettendoli in relazione l'uno con l'altro. Intanto sono diversissimi come struttura; Un tango per Victor è così breve da essere quasi un racconto lungo, ha una trama semplicissima, un unico filo che si dipana nell'arco di pochi giorni, seguendo le vicissitudini di Denil, un giovane italo-cileno che si è ritrovato a lavorare in un coffee-shop di Amsterdam. Un coffee-shop particolare, in cui vendono solo erba biologica e succhi di frutta, il cui proprietario è un hippie vecchia guardia che passa la maggior parte del suo tempo a insegnare yoga. Mi ha fatto ripensare con immensa tristezza a quando io e sorella abbiamo preso il treno per l'Olanda e ci siamo accorte solo in luogo che ella si era dimenticata la carta d'identità a casa. Una di quelle cose che non smetterò mai di rinfacciarle. (tvb, sorella)
Dunque, Denil. Denil è un ragazzo semplice che non sa cosa chiedere alla vita. Non che non voglia nulla, è che vuole solo stare bene. E lo capisco, perché da qualche tempo ho smesso di vedere il futuro come una linea chiara fatta di volontà e progressione; è diventato piuttosto una nebbia colorata e cangiante, un qualcosa di indefinito in cui l'unica aspirazione è una vaga ma soddisfacente forma di felicità. A Denil piace trascorrere le sue giornate tra il coffee-shop, gli amici – improbabili, come sempre nei libri di Mazzoni – e la musica. Che la musica è la sua prima passione, il suo primo amore. Ripensa ai tempi delle compilation, sciorina gruppi sconosciuti e sceglie con attenzione la colonna sonora da mettere in negozio, a seconda della clientela. È un tipo tranquillo e imbranato a cui va tutto abbastanza bene.
Poi incontra Julia, una ballerina di tango che si esibisce per strada. E arriva a conoscerla una sera, a una festa cilena. Chiacchierano, si raccontano, si guardano. Sotto gli occhi dello zio di Denil, che suona per loro le melodie di Victor Jara, un cantautore cileno la cui storia viene raccontata dallo stesso zio, un simbolo della protesta cilena.
È difficile raccontare di questo libro senza andare troppo in là. È semplice, breve, si dipana con calma naturalezza, senza eclatanti colpi di scena. È la storia di come Denil incontra Julia, e di quello che Julia gli combina dentro. È anche una lettura assolata, malinconica, in cui è facile riconoscersi – le pene d'amore sono sempre banali. I personaggi secondari, ancorché eccentrici e particolari, non prendono molto spazio, rimangono sullo sfondo. Quello che conta è Denil, che si svela senza imbarazzi. È diverso dagli altri libri di Mazzoni, e lo dico anche se finora non ho letto poi moltissimo. È più dolce, non affonda nell'assurdo e nella crudeltà. Racconta della dittatura cilena, a tratti, ma il Cile è lontano.

E che dire ancora? Ultimamente scrivo qui di rado, ma mi escono sempre dei pipponi infiniti. Io Mazzoni ormai lo adoro. Punto. E spero che crei delle playlist su Spotify, che i suoi libri sono sempre pieni di musica, e io 'sta musica vorrei sentirla e capirla. Mi pare quasi di leggerli a metà, visto che riconosco appena un paio di canzoni per scena, quando i suoi personaggi si mettono a sciorinare canzoni.


sabato 18 febbraio 2017

Louisa May Alcott - Rinunce, sacrificio e torture psicologiche per l'infanzia

Ordunque, avrete certamente notato di come i miei post si stiano diradando col tempo. La ragione è sempre la stessa, la mancanza di ore da dedicare specificamente al blog. Non ho ben chiaro che possa farci, il tempo che passo a casa a non fare nulla è risicatissimo, rimbalzo perlopiù tra impegni in biblioteca e impegni con gli amici – e non mi va di rifarmi su quelli, dai.
Questo è un post che mi gironzola in testa da diverse settimane, più specificamente da quando ho letto il terzo libro della tetralogia di Piccole donne di Louisa May Alcott, ovvero Piccoli uomini. Il quarto e ultimo libro, I ragazzi di Jo, non mi sono sentita di leggerlo. Ammetto anzi che finire il terzo è stato un po' un calvario, non aveva granché della leggerezza e della freschezza dei volumi precedenti. Ma non è a questo che voglio dedicare il post.
Dunque, io Piccole donne l'ho adorato, inaspettatamente. E ne ho chiacchierato qui, anche se non in maniera approfondita. Pure il secondo libro, quello in cui le “piccole donne” iniziano a trovare il loro posto nel mondo e a sposarsi, mi è piaciuto moltissimo, anche se meno del primo. Ma non è neanche di gradimento che voglio parlare. Come da titolo, a interessarmi è l'educazione secondo Louisa May Alcott.
Gli intenti educativi dell'autrice sono ovvi e palesi fin dall'inizio del primo libro. Le quattro bambine siedono attorno al fuoco nell'attesa che la madre torni a casa dal lavoro; discutono di cosa faranno a Natale, e di cosa potrebbero fare per rendere felice la loro madre, pur partendo da un incipit che non ha molto di altruista, la celebre uscita di Jo, “Natale non è Natale senza regali”.
Eppure poi si sforzano di essere più buone, sempre più buone. Attraverso i loro progressi, spesso raggiunti con fatica e impegno, e usando spesso il personaggio della signora March per dare consigli e lunghe prediche, Louisa May Alcott fa del suo meglio per instillare nelle piccole lettrici quei valori che secondo lei dovrebbero essere alla base di una buona educazione. Il che, trattandosi di un romanzo per l'infanzia scritto nel 1868, è pure normalissimo, e non infastidisce la lettura proprio perché l'intento è innegabile e palese fino al ridicolo.
Ma, passando soprattutto per Piccole donne crescono e poi per Piccoli uomini, mi sono chiesta che tipo di valori fossero quelli che Louisa May Alcott intendeva insegnare ai bambini e alle bambine.
Ognuno dei suoi personaggi compie una crescita faticosa. Cioè, forse non proprio tutti; Beth era perfetta fin dall'inizio – e infatti. Ma Jo era un maschiaccio, era violenta e impulsiva, capace di una rabbia cieca e vendicativa. Amy e Meg erano più superficiali e vanesie, seppure sempre fino a un certo punto, e sono difetti che hanno superato egregiamente nel corso della storia. Anche Laurie, piegato dal dolore del rifiuto, cresce come persona.
Ma la crescita di questi personaggi ha sempre a che fare con la rinuncia ai loro sogni, con l'accettazione dei propri limiti.
Ora, se non avete ancora letto Piccole donne e seguiti magari evitate di leggere innanzi, perché ora mi metto a spoilerare di brutto quello che capita a fanciulle e fanciullo, vi avverto. E non prendete la cosa sotto gamba, si tratta davvero di una bella lettura fino al terzo libro, non rovinatevela.
Jo è stata mossa fin dall'infanzia dalla ferma intenzione di diventare una scrittrice. Si è sforzata per migliorarsi, si è messa alla prova, si è sacrificata. E ha iniziato a crescere professionalmente, a guadagnare pubblicando racconti, a farsi conoscere. Stava ottenendo ciò che voleva, quando a un certo punto si è fermata, soltanto perché il professor Fritz Bhaer aveva dato un giudizio lapidario sulle sue storie. Ha abbandonato ciò che era, si è dedicata completamente a qualcosa che un tempo non aveva nemmeno previsto; una sua famiglia, un collegio in cui crescere e aiutare figli altrui. Cosa sia rimasto della vecchia Jo, quella bestiaccia ribelle e caparbia, è difficile dirlo. In Piccoli uomini davvero non l'ho trovata.
Prendiamo Meg, la cui unica – forse discutibile, va bene – aspirazione era condurre una vita agiata e rispettabile, e che finisce per sposare John Brooke, un uomo buono e squattrinato.
Oppure Amy, che decide di abbandonare ogni ambizione artistica, nonostante abbia sempre desiderato fin dall'infanzia guadagnarsi da vivere con la pittura, soltanto perché si è resa conto che forse non avrebbe mai raggiunto l'eccellenza.
O Laurie, che ha deciso di rassegnarsi alla volontà del nonno di sostituirlo alla guida dei suoi affari rinunciando al suo sogno di diventare pianista e compositore, sogni cui si era dedicato tutta la vita, tralasciando una breve pausa in seguito alla sua cocente delusione d'amore.
Louisa May Alcott insegna la rinuncia, la sconfitta. Insegna anche l'accettazione, e questo certamente è bene, ma ammetto che la sua prospettiva, a fronte di una società odierna che cerca di spingerci sempre più in là, oltre i nostri limiti individuali e anche oltre il buon senso, un po' mi ha lasciata perplessa.
Per non parlare dei metodi usati in Piccoli uomini, nel punto in cui il povero Nat si trova a dover sferzare le nocche del professor Fritz; quella si chiama tortura psicologica, e mi ha fatto orrore almeno quanto mi ha fatto sorridere il fatto che la Alcott la considerasse decisamente meno grave di una punizione fisica a tutti gli effetti.
Non era molto sensibile, la cara Louisa.
Ma Louisa non vuole compiacerci. Se avesse voluto compiacerci, Meg e John Brooke sarebbero diventati ricchi, Beth sarebbe viva e vegeta, Jo si sarebbe sposata con Laurie e sarebbero stati felici, in mezzo a qualche litigio.
Louisa voleva insegnarci che la vita è dura e va accettata così com'è, che a volte le cose non si possono cambiare, che per ogni problema esiste una soluzione, ma va cercata e nel frattempo è normale soffrire. Louisa è una stoica, ed è quella paziente durezza che vuole instillare nelle giovani menti delle sue lettrici.

Onestamente non ho ancora deciso come pormi di fronte alla sua visione dell'educazione. È vero che impegno, pazienza e dolcezza sono valori decaduti, che negli odierni romanzi per ragazzi si cerca di promuovere l'intraprendenza e il coraggio rispetto a una comunque necessaria diligenza. Avrei certo preferito se avesse voluto arricchire i suoi romanzi con una dose maggiore di speranza, ecco. Che Jo mi piaceva, con gli occhi luminosi, i capelli scarmigliati e la penna in mano.

giovedì 2 febbraio 2017

I nerd salveranno il mondo di Fulvio Gatti

E questa recensione dovremmo metterla nell'elenco di “cose che avrei già dovuto scrivere un sacco di tempo fa, mannaggia a me”, insieme a... beh, insieme a un sacco di altra roba che accantonerò ulteriormente. Tipo il post su Louisa May Alcott e l'educazione, che mi gironzola in testa da settimane.
Dunque, vediamo, il titolo dice già molto. I nerd salveranno il mondo, ci dice Fulvio Gatti, in questo volume recentemente pubblicato da Las Vegas (che ringrazio per l'invio, vi offrirò un caffè al Salone :P) Lo salveranno da cosa, ci chiediamo noi? Dalla cornice. Questo brevissimo saggio – davvero troppo breve, per un argomento così ampio – parte da una precisa intenzione, quella di spiegare la galassia “nerd” ai non iniziati, o forse a quelli che vorrebbero iniziarsi e non sanno bene come fare, che dopotutto non è che il mondo nerd sia una setta bizzarra ma ufficiale cui si può accedere tramite test d'ingresso; ci sono caselle da barrare, forse, ma i contorni sono così labili che... che mi sto perdendo.
Dicevo, l'intento del libro è spiegare la galassia nerd, dalle sue origini ai suoi molteplici campi d'interesse. E poiché l'autore vuole spiegare tutto, ma proprio tutto, dando per scontata la totale ignoranza del lettore in materia, il suo interlocutore all'interno del saggio stesso è un alieno. La cornice, i cui capitoli si alterneranno a quelli di spiegazione, mostra il rapimento dell'autore da parte di un alieno curioso, che in mezzo alle varie minacce di morte rivela un interesse sociologico per l'universo nerd. In questo modo è semplice per l'autore partire dal basso; l'alieno, essendo tale, non sa nulla, è tabula rasa. Per questo mi verrebbe da consigliare la lettura del libro ai neofiti; gli spunti sono tanti, si toccano un sacco di tematiche, dalle serie tv alle prime riviste di fantascienza, dal fantasy a Lovecraft. Ribadisco però che si tratta di un saggio breve, e che gli esperti troveranno poco e nulla di nuovo; c'è anche da dire che io la mia tesi di laurea l'ho dedicata interamente al fandom, e da lì al mondo nerd il passo è breve, sono ricolma di nozioni sull'argomento e difficilmente mi si può dire qualcosa che non so pure sui fandom che non seguo – tipo, lo sapevate che la prima fanfiction propriamente detta, pubblicata su una fanzine di bassa lega, era su Star Trek? O che il primo fandom ufficialmente riconosciuto è stato quello di Sherlock Holmes, per via del coinvolgimento emotivo e attivo del pubblico? Sì, scrivere la tesi è stato divertente.
Ma torniamo a I nerd salveranno il mondo.
Devo ammettere che, per via della brevità del saggio, non mi rimane moltissimo da dirne. Lo stile è semplice e fluido, l'autore si figura dall'altra parte sì un neofita, ma anche un compagno di chiacchierata appassionato. L'argomento diletto è forse la fantascienza, soprattutto televisiva e cinematografica, e compaiono un buon numero di riferimenti a specifici prodotti culturali. Il che può essere più che utile se qualcuno volesse diventare più esperto dell'argomento, se volesse percorrere la via dello sci-fi e non sapesse bene a quali titoli dedicare il proprio tempo. Voglio dire che non compaiono solo Star Trek, Star Wars e Doctor Who, ci sono pure titoli più di nicchia la cui fama magari è stata fagocitata dall'enormità degli altrui successi.
Certo, i riferimenti culturali poi servono a poco se non vengono inquadrati in un punto di vista e in un contesto specifico; seppure costretto dall'esiguità delle pagine, Gatti spiega la sua posizione, racconta in un capitolo assai gradito il panorama italiano – anche se più dal punto di vista cinematografico – come la particolarità dell'universo Marvel, le “democrazie stellari” e quant'altro.
Ammetto però che con I nerd salveranno il mondo un paio di problemi li ho avuti: il primo sta nella struttura forse troppo fluida dei capitoli, in cui si salta da un argomento all'altro senza che vi sia stato un approfondimento completo. Ma questa forse è una cosa mia, e ad altri che non hanno fatto i miei stessi studi probabilmente non darà fastidio.
Una cosa che mi ha fatto storcere il naso, a livello certamente più personale, è che... come dire, io e Fulvio Gatti siamo i due tipi di nerd – sono nerd? In realtà non ne sono certa. Sono una book-nerd, una fantasy-nerd, mi piace giocare di ruolo, vado di cosplay e sono socialmente inadatta, ma è abbastanza, quando la fantascienza cinematografica mi interessa poco e nulla? - che in una conversazione si darebbero orrendamente ai nervi. La mia impressione è che l'autore si fidi troppo dei propri giudizi soggettivi, che comunque sono spesso condivisi da buona parte della nerd-society. Denunzio, invero, un certo snobismo nei confronti di prodotti mainstream di successo, come The Host di Stephanie Meyer – l'autrice di Twilight, lo so, ma a me The Host è piaciuto un sacco, per semplice che fosse.
Ora, so che mi sarei dovuta segnare i punti in cui ho avuto la suddetta impressione, piuttosto che affidarmi a una vaga memoria parandomi il derrière specificando che si tratta appunto di un'impressione e che potrei ben sbagliarmi, ma il tempo è tiranno e io ancora non ho imparato ad ammansirlo. Dunque ecco, leggendo ho avuto l'impressione che Gatti faccia parte della fetta di nerd che preferisce la galassia chiusa, impermeabile all'esterno, in grado di tenere fuori i non-saputi, i non-impegnati. Pure la comunità nerd, come ogni comunità, è fatta di strati che sfumano gli uni negli altri, e una larga fetta predilige rimanere protetta, a sé stante, un “noi” che implica un “loro”. Io se proprio dovessi definirmi nerd credo che mi atterrei alla parte ludica e disimpegnata, quella scialla e accessibile.
Ad ogni modo, ribadisco quanto già detto: per i neofiti è una lettura consigliatissima, a prescindere leggera e gradevole. I più esperti troveranno poco di nuovo, questo sì.
(C'è da dire che mi piacerebbe riuscire a organizzare una presentazione in biblioteca, diamine. Pure col dibattito. Uhm.)