mercoledì 4 marzo 2015

Non sperate di liberarvi dei libri di Umberto Eco e Jean-Claude Carrière

Negli ultimi tempi ho iniziato a guardarmi intorno per cercare libri dedicati ai libri, che potessero raccontarmi della loro storia, delle case editrici, delle intelligenze che li compongono. E ho trovato libri meravigliosi come questo, così come volumi un po' più deludenti. Muoio dalla voglia di leggere qualcosa sulla storia della stampa, su Manuzio, sulla storia della censura, sulla formazione degli editori. Vorrei saperne così tanto da sentirmi ribollire il cervello.
E dunque, Non sperate di liberarvi dei libri, conversazione tra Umberto Eco e Jean-Claude Carrière abilmente moderata da Jean-Philippe de Tonnac, pubblicata in Italia da Bompiani nel 2009 in un'ottima traduzione di Anna Maria Lorusso. Accortissimo regalo ricevuto a Natale, l'ho adorato fino all'ultima pagina, fino all'ultima parola. Che sarebbe “Occidente”.
Ora, personalmente ignoro chi siano de Tonnac e Carrière. Di Eco ho studiato la semiotica e letto il best-seller Il nome della rosa, ne ho divorato qualche articolo, ma non posso dire di conoscerlo decentemente. Posso però affermare che, a giudicare dalla montagna di eclettico sapere che viene sfoggiato in questo libro, passare anche soltanto un paio d'ore in compagnia di cotanti intellettuali, dev'essere una specie di esperienza immersiva nel sapere cosmico. Tipo placenta, però di nozioni e conoscenza.
Si parte dal libro, si parte sempre dal libro. Non si tratta però – e il titolo inganna, riprendendo comunque l'originale – di un saggio sul perché l'ebook non soppianterà il cartaceo. Al digitale è dedicato uno spazio esiguo, se ne parla ma senza timore, con tranquillità, niente di cui preoccuparsi, se mai dovesse essere motivo di preoccupazione. Si parla dei formati del libro, dei primi materiali, della comparsa della parola scritta.
Si parla dei primi editori, della stampa di Gutenberg, della censura, di libri dati alle fiamme, di quelli che invece ci sono arrivati. Si parla di classici, di lettura dei classici, delle conseguenze di Internet per la memoria. Si parla di incunaboli e post-incunaboli. Si danno definizioni precise di termini che non avevo mai letto, ma hanno a che fare coi libri e quindi li adoro.
Si parla di storia del libro, del funzionamento della storia, dei suoi personaggi dimenticati. Si parla di errori, di sbagli, di enormi cantonate.
Meraviglioso leggere dell'avido collezionismo bibliofilo di Eco e Carrière, delle loro biblioteche sconfinate, di come siano arrivati ad avere alcuni dei loro volumi più preziosi, delle ricerche, della scomparsa di alcuni libri finiti nelle mani rapaci dell'alta finanza che li vede come un investimento sicuro.
Si parla di libri nel modo più ampio e sfaccettato possibile, da ogni possibile punto di vista. È una lunga chiacchierata, e quindi si svicola e si divaga. Ha dell'incredibile la quantità di informazioni interessanti che si trovano in questo volume.
E io ve lo consiglio, ve lo consiglio un sacco e ripetutamente e con assoluta convinzione.

sabato 28 febbraio 2015

Piccole cose belle #2 Legge Levi e Book Pride

Mi pare d'uopo far notare, di modo che possiamo apprezzare la cosa nella sua pienezza, che nonostante tutto la Legge Levi non è stata abolita. Parrebbe al sicuro, per il momento, il che non è forse meritevole di un enorme sospiro di sollievo da parte dell'editoria tutta?
Secondariamente, a fine marzo a Milano avrà luogo Book Pride, una fiera dell'editoria indipendente che mi ispira un sacco, vi indirizzo qui per i particolari. A parte il fatto che spero vivamente di riuscire a farci un salto, mi verrebbe da collegare la fiera e quindi la presenza di un sacco di editori indipendenti in uno stesso perimetro, al discorso che portavo avanti in questo post, quello che auspicava la creazione di una rete di editori indipendenti che potessero farsi vicendevolmente le veci di promotori. E quindi, che c'entro io? C'entro che magari nel giro di un mese riesco a formarmi in testa un'idea di più precisa, un progetto meglio formato e un discorso convincente con cui proporre l'iniziativa agli editori. Dopo avergli spolpato gli stand, dico.
E dopo aver giocato - e perso - alla partitona di Trivial Letterario in cui intendo assolutamente cimentarmi con gli altri blogger che faranno un salto alla fiera.


In realtà ho elencato ben due cose belle, quindi è un post sovrabbondante di allegria. Bene così, no? Così magari si evita di pensare alla possibile acquisizione di RCS da parte di Mondadori.

giovedì 26 febbraio 2015

La Storia Infinita di Michael Ende

La prima volta che mi sono trovata tra le mani una vecchia edizione di La storia infinita di Michael Ende, quella Longanesi degli anni '80 con il font di colore diverso, è stato un paio di anni fa. Ero in una libreria dell'usato, l'ho visto e di colpo mi sono ricordata di una conversazione avuta con due amici anni prima, nella cameretta di una di questi. Uno dei due, mi ricordavo perfettamente, desiderava ardentemente questo libro, e lo cercava da millenni. Costava poco, quindi l'ho preso. Con uno dei due ero in rotta, con l'altra ci abitavo. Un 50% di probabilità di fare un bellissimo regalo.
Così come Murphy avrebbe voluto, era l'altro amico a volerlo, ma non dispiacque neanche all'altra. Bene così, perché La storia infinita non mi aveva ancora chiamata, anche se devo ammettere che, cosa normale per un'accanita bibliofila, quella copia mi era rimasta un po' indigesta.
Altra copia, cinque o sei mesi fa, alla libreria Miskatonic di Reggio Emilia. Costava il giusto - quindi abbastanza – ma con l'amico con cui ero in rotta avevo ricucito da poco, quindi mi armai di telefono e feci in modo di regalarglielo per Natale insieme a un'altra amica. Credo che ogni tanto saltelli ancora dalla gioia.
E quella copia mi è rimasta sul gozzo un po' più pesantemente della prima. Me ne erano passate ben due tra le mani e non ne avevo neanche una. Che diavolo. Quelle pagine lievemente ingiallite, la sovracopertina incurvata dagli anni, il profumo di vaniglia quando ci tuffi il naso.
La prossima copia, mi sono detta, è mia.
Ed è arrivata prestissimo. Poco prima di Natale un amico mi manda un sms per dirmi che ne ha trovata una a prezzo bassissimo, che fa, la prende?
Cristo, sì.
Tre è il numero perfetto, il numero magico, tutte quelle robe lì. La terza copia di La storia infinita in cui mi sono imbattuta – anzi, in cui neanche mi sono imbattuta personalmente – è stata mia. E, come immaginerà chi segue le mie letture su facebook, l'ho finito stamattina e.
E quanto è strano e bello e perfettamente logico questo libro. Quanto capisco l'indignazione di Ende davanti al film, quanto trovo struggente il suo credere religiosamente nei libri, la speranza che nutre per una fantasia che salva il mondo dagli Uomini Grigi. È un libro e un meta-libro, una favola meta-narrativa un po' poetica e un po' filosofica. E sono convintissima che se Ende non ha preso spunto dalla semiotica di Eco, diamine, allora Eco ha preso spunto da Ende. Dilemma cui potrei porre rimedio dando un'occhiata veloce alle date di pubblicazione dei testi, ma preferisco di no. Un po' di mistero, che diamine.
E dunque, La storia infinita, nona edizione del 1995, tradotto da Amina Pandolfi, illustrazioni - meravigliose - dei capilettera di Antonio Basoli.
Inizia con Bastiano. “Bastiano Baldassarre Bucci”. Ora, siori Longanesi, ancora non è giunto il tempo di ritradurlo? Di metterlo a posto un pochettino, almeno nei nomi? E su, via. “Bastiano”.
Dicevo, c'è Bastiano, un ragazzino di dieci anni che si intrufola in una libreria antiquaria mentre è inseguito dai bulli, proprio come nel film. Entra, incontra un libraio scontroso, gli ruba quel libro che vede sul tavolo, dalla copertina rosso rubino e coi due serpenti che si mangiano l'un l'altro. E poi fugge a scuola, ma shockato per il proprio gesto, si rifugia in soffitta, deciso a rimanere lì per sempre. Via dalla scuola piena di ragazzini che lo prendono in giro, via dal padre che si è disseccato dentro dopo la morte della moglie, via da tutto. E inizia a leggere la storia di Fantàsia minacciata dal Nulla, dell'eroe Atreiu, dell'Infanta Imperatrice, del drago della fortuna Fùcur. Inizia a leggere questa storia mentre la storia legge lui. E se più o meno fino a questo punto il film poteva dirsi relativamente fedele... ecco, fine. Il libro prende una piega brusca e inaspettata e diventa qualcosa di magico e irripetibile. E vorrei poterne dire di più, ma peccherei orrendamente di spoiler, e non posso fare questo a un libro così.
Ok, vediamo di risolverla. Io ho voglia di chiacchierare della storia di Bastiano. La scrivo in bianco, così si vedrà poco e dovrete selezionarla per poterla leggere chiaramente. Tutta la parte bianca conterrà spoiler, e vi prego di non leggerla se ancora non avete affrontato La storia infinita, perché è un libro che va letto assolutamente da chi ama i libri. E da tutti gli altri, per guarirli.
Bastiano entra nella storia, trascinato dall'Infanta Imperatrice. Non è bellissimo come il lettore venga tirato dentro alla costruzione della storia, per sottolineare il ruolo importantissimo del Lettore? Non è fantastico il suo percorso come personaggio, la sua voglia di essere riconosciuto che lo trasforma in un mostro? Il mantello nero abbandonato nella Casa che Muta?
E il finale, cristo, il Finale! Bastiano che non vince, che non diventa eroe, torna ad essere il ragazzino paffutello con le gambe storte e ha necessità di essere salvato da Atreiu. Non ha completato le sue “quest”, non è riuscito neanche a conservare quanto gli era necessario per poter raggiungere la Fonte della Vita. Non c'è bisogno di essere un eroe per vincere, cristo. Colui che ha scritto La storia infinita dice che non c'è bisogno di essere eroi per arrivare alla fine. E quanto sarebbero noiose e improbabili le storie, se a scriverle fosse qualcuno che ha a cuore soltanto se stesso. E la dignità data a ogni creatura di Fantàsia, anche alla più infima e alla più crudele, e le conseguenze delle tue azioni che ti inseguono e ti danneggiano e quasi ti distruggono. La figura di Xayde, il desiderio ancora inespresso e incompleto di Bastiano che minaccia tutta la storia. E dio, quanto vorrei leggere quanto Propp e Todorov hanno da dire sulla fiaba, perché sono certa che Ende nei loro libri ci è stato, e voglio capire La storia infinita fino in fondo.
E ora la smetto, posso tornare leggibile. Si può leggere ancora da qui in poi, anche se non c'è più nulla da dire.
La storia infinita è più di quello che sembra all'inizio, la storia di un libro magico letto da un ragazzino debole. Ed è mille volte più di quanto il film ci abbia fatto credere. È La Storia della Storie, della loro origine, del bisogno che ne abbiamo. È una storia così storia che si può raccontare senza fare cenno ai personaggi, oppure viceversa si possono tessere le vicende di Bastiano e Atreiu senza fare caso alla teoria della narrazione, alla semiotica della fiaba e a tutto il resto.
Ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta.

martedì 24 febbraio 2015

Confessioni librose* #2

Ebbene, buongiorno.
Nella foto che potete ammirare qui a destra – mio padre mi ha passato un suo vecchio telefono comprensivo di fotocamera. Il progresso tecnologico è nelle mie mani da un paio di giorni e già ho la memoria piena di foto di gatti scattate ovunque. Tremate, felini. - ho voluto rappresentare la pila di libri finiti nei mesi scorsi di cui ancora non ho chiacchierato qui sul blog. C'è di tutto, da Anne Rice alla Ferrante, a St. Aubyn ai Wu Ming, da Neri Pozza a Einaudi, da gotico a graphic novel. Di tutto.
E io che faccio, se non rimandarne ulteriormente la disquisizione?
È passato, quanto?, un anno e mezzo da quando mi sono “confessata” per la prima volta, con un post intitolato Confessioni librose. Ho forse rimediato ad alcune pecche, nel frattempo? Manco per idea. Niente recupero dei classici italiani, tutt'altro. Ancora niente Joyce nella mia libreria, niente Foer, né Dickens ad adornarmi gli scaffali.
In compenso ho scoperto nuove “pecche”, o per meglio dire, allergie da ammettere. Perché non esiste il lettore perfetto, né l'autore perfetto. Non possiamo amare indistintamente tutto ciò che è meritevole, e questo l'ho dimostrato abbandonando Rumore bianco di Don DeLillo, autore americano che io stessa avevo proposto per il gruppo di lettura dal quale sono vergognosamente sgusciata via.
Ordunque, vediamo.

Virginia Woolf, siediti accanto a Joyce e insieme fate spazio a Proust. Non siete voi, sono io. Io che non ho interesse a scavarvi dentro, che non sopporto il flusso di coscienza, che ai moti interiori prediligo la trama, che leggo per disfarmi della miseria umana e non per annegarci. Scusatemi, voi tre, teste coronate di una letteratura che mi addormenta. Spero che le cose cambino col tempo, che i miei gusti si affinino, che la mia mente si faccia acuta e permeabile, spero un giorno di aprire un vostro libro per poter scandagliare con gli occhi a capocchia di spillo le vostre parole, e trarne piacere.
Per adesso, mi spiace, credo sia il caso di non vederci più.

Classici americani. Oh, i classici americani. Hemingway, London, Steinbeck. Voi tre. Curioso che vi tiri in ballo, perché ho letto un libro di London e uno di Steinbeck, e sarebbe assurdo negare che dopotutto li ho grandemente graditi. Eppure c'è qualcosa che mi respinge. Quel senso di affaticamento, di scoramento, la perdita della speranza, l'assenza di prospettive. La sconfitta, ecco, il senso di sconfitta che traspira dalle pagine. Il “non c'è nient'altro”. Forse viene dalla Grande Depressione, ma proprio non riesco ad approcciarmi a quei libri che, lo so benissimo, meritano di essere letti. Spero di riuscirci, in futuro, lo spero davvero.

Quei temi di cui non riesco a leggere perché fanno di me frattaglia piangente. Non sono molti, ma davvero mi respingono. La seconda guerra mondiale, in particolare il tema dell'Olocausto. La schiavitù dei neri in America. Qualsiasi libro che abbia a che fare con una gravissima emarginazione, con la repressione violenta, con razzismo e omofobia, mi inaridisce dentro. Il che mi è assai problematico, perché vorrei davvero leggere Manituana dei Wu Ming, solo che parla dei nativi americani, e io conosco bene la storia dei nativi americani, abbastanza per sapere che la lettura mi farebbe un male tremendo. Dilemma, tremendo dilemma.

E poi? Non mi viene in mente nient'altro, ma direi che questi punti possono ben bastare. Spero di leggere confessioni parimenti esplicite e letterariamente invalidanti nei commenti. Chessò, qualcuno che ammette di non riuscire a leggere scrittori francesi perché gli ricordano con disgusto di baguette sotto l'ascella.

*Sono a conoscenza del fatto che il termine "libroso" abbia tutto un altro significato. Ebbene, ho coscientemente deciso di infischiarmene, perché mi piace di più usato in questo modo. La semantica non è statica, se ne farà una ragione.

sabato 21 febbraio 2015

Ti scriverò prima del confine di Diego Barbera

Col passare del tempo mi sono fatta sempre più cauta, quando si tratta di accettare libri in lettura direttamente da autori e case editrici, ed è con pignoleria da inquisitore che spulcio pagine facebook, siti e cataloghi.
Mi rendo conto che questa introduzione potrebbe fare pensare malissimo della casa editrice del cui libro vorrei chiacchierare oggi. Errore mio. Tutto il contrario.
In realtà l'ufficio stampa della casa editrice Casa Sirio ci ha messo pochissimo a sconfiggere la mia naturale diffidenza. Un po' perché la ragazza che mi ha contattato sapeva ampiamente il fatto suo, un po' perché il sito della casa editrice è fatto davvero bene e le copertine sono proprio belle.
E anche perché la pagina manoscritti mi ha fatto ridere.
E venendo infine al punto dopo estenuanti e inutili soliloqui, concludo che Ti scriverò prima del confine di Diego Barbera mi è piaciuto un sacco.
Il protagonista è M***o, un ragazzo di venticinque anni che si ritrova in una clinica per la riabilitazione dopo quello che per lungo tempo viene chiamato soltanto Il Fatto, e che poco a poco si rivela ai lettori. È messo male, si dice sia perfino morto e che sia tornato in vita, e si ritrova ad essere considerato suo malgrado un eroe nazionale, con tutte le infinite rotture di scatole che questo status gli riserva. In questa clinica di lusso dove tuttavia si mangia malissimo, conosce Giulia, una ragazza che ha deciso che non ha più voglia di parlare, ma scrive e disegna e racconta col linguaggio dei segni.
La struttura del romanzo è semplice, conosciamo Giulia grazie a quel poco che racconta a M***o e viceversa. M***o parla della propria infanzia, della sua adolescenza, di come ha conosciuto il suo migliore amico. Giulia ascolta avidamente questi pezzi di vita e poi gli regala dei piccoli frammenti della propria.
Ci sono alcuni personaggi secondari che mi sono piaciuti moltissimo, e di cui davvero avrei voluto leggere di più. Come il ragazzino col bicchiere, l'anziano con le porte misteriose, la compagna di stanza di Giulia, l'enorme infermiere gentile.
Non mi piace che da questo libro esca un post così breve e stringato, ma parlarne di più vorrebbe dire sviscerarlo e riassumerlo, il che finirebbe col rovinarne la lettura. È un libro bello e semplice nella costruzione. È la storia di M***o che a un certo punto si incontra con quella di Giulia, e la narrazione del Fatto e di tutto quello che comporta diventa secondaria.
È abbastanza palese che lo consigli, e già che ci sono vi invito anche a dare un'occhiata al sito della casa editrice, che è appena nata ma già promette assai bene.

mercoledì 18 febbraio 2015

Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi

È da un po' che fisso la copertina chiedendomi in che modo potrei iniziare a parlare della storia che contiene. Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi, edito della Zona 42, la loro prima pubblicazione italiana. (By the way, grazie per l'omaggio!)
Racconta una storia che non è facile descrivere, e non soltanto per la complessità che svela verso la fine, ma per l'atmosfera. La cosa più bella di questo libro è l'atmosfera, e dubito fortemente che riuscirò a renderle giustizia. Incerta, nebbiosa, onirica. Un po' Eternal sunshine of a spotless mind (mi rifiuto di usare il titolo italiano) e un po' Inception, perché ogni volta che si parla di sogni non sai mai davvero dove ti trovi, cosa stai leggendo.
Ma veniamo alla trama.
Tutto ha inizio nel 2016 col risveglio di Dorian, il protagonista che è rimasto addormentato per dodici anni, al centro di un particolarissimo programma spaziale volto alla raccolta di dati sull'universo. A capitoli alterni, ci viene raccontato di quando Dorian è stato scelto nel 2003, delle sue speranze di partire fisicamente per lo spazio, della sua ragazza Simona, della reazione dei suoi familiari quando ha ricevuto la lettera dall'organizzazione del progetto, e poi di quello che accade nel presente del libro, il 2016. Dorian che torna alla vita di tutti i giorni, che si guarda intorno in un'Italia che gli sembra sempre uguale, che si addormenta e non si trova.
Il libro è diviso in tre parti, così come il titolo. C'è la prima parte dedicata a Dorian, la seconda che indaga le tesi scientifiche che supportano il progetto e che, sarò sincera, sono di una plausibilità disarmante e perfino, per quanto poco io capisca e ami la scienza, belle da leggere. Verrebbe da crederci, salvo poi ricordarti che stai leggendo un romanzo di fantascienza. Dicevo, la seconda parte esplica le tesi scientifiche, ma non in modo pedante e artificioso. Voglio dire, la funzione della seconda parte è quella, ma il metodo è reso interessante dall'interazione di un paio di personaggi.
Mi rendo conto che sto svelando troppo, quindi mi fermo. Non parlerò del legame che intercorre tra le varie parti del libro, di Dorian e del programma, o dei personaggi centrali in Trovami, della particolarissima sensazione che si prova in Sognami.
Lo consiglio? Cristo, sì. Estremamente. Di brutto, di cattiveria. Il modo in cui la teoria scientifica si cuce a una trama che se non è solida è soltanto per scelta, ma supporta elasticamente tutto ciò che avviene. Lo stile che dosa con una precisione chirurgica la descrizione. E ribadisco, l'atmosfera che ti lascia a ondeggiare sulla narrazione.
Mi è piaciuto un sacco. Punto.

domenica 15 febbraio 2015

Intervista a Las Vegas Edizioni

Era da un po' che non pubblicavo un'intervista, il che è un gran peccato, perché si tratta di quei pochi post di cui posso dirmi davvero fiera. Un enorme valore aggiunto ai miei sproloqui lamento-letterario-editoriali.
In questo caso l'intervistato è Andrea Malabaila di Las Vegas Edizioni, una casa editrice cui girello intorno da diverso tempo e con ben indirizzato interesse. Difficile spiegare a che tipo di pubblicazioni si dedichino, quindi, direttamente dal loro sito:
"Las Vegas evoca peccato, gioco d’azzardo, luci al neon e spogliarelliste – tutte cose che c’entrano poco con i libri.
Ma è anche il posto in cui tutto è possibile e i sogni possono diventare realtà.
Abbiamo una visione anti-snob della letteratura. Crediamo che uno dei compiti di un editore sia quello di avvicinare la gente ai libri, non di allontanarla facendole credere di non essere all’altezza. A Las Vegas tolleriamo tutto, ma non le torri d’avorio."
E allora andiamo a incominciare. 


1) Una breve presentazione per i lettori?

Las Vegas edizioni è una casa editrice nata a Torino nel 2007. Ci occupiamo di narrativa e siamo distribuiti nazionalmente.

2) Come ha iniziato a formarsi il progetto di aprire una casa editrice? E quand'è che ha preso la forma di Las Vegas?

Dopo alcune esperienze come autore, io (Andrea Malabaila) ho pensato di provare a passare dall’altra parte della barricata. Dopo aver frequentato il Mip (Mettersi in proprio) e aver elaborato un business plan, è nata la casa editrice a cui ho deciso di dare un nome lontano dai soliti schemi.

3) Avevi già avuto esperienze nel campo dell'editoria? 

Soltanto come autore, sia con un editore piccolo sia con un editore di un grande gruppo.

4) Quali sono i libri del vostro catalogo che sentite più “vostri”? 

Fare dei nomi sarebbe fare un torto a tutti gli altri, ma è chiaro che ognuno di noi ha i suoi preferiti. E il fatto che diversi nostri autori abbiamo pubblicato più di un titolo dimostra che l’affetto è reciproco.
Ma comunque in questi casi si dice che il migliore è sempre il prossimo!

5) Ti va di parlarci della vostra formazione come lettori e dei vostri gusti in campo di libri? Magari potreste consigliarci qualche titolo.

Personalmente prediligo la narrativa realistica americana. Autori come Fitzgerald, Salinger, Steinbeck, Yates... Ma ho una passione neanche troppo segreta per Proust, che sto facendo leggere anche a Carlotta. Lei invece preferisce le storie fantastiche, anche se ci sono titoli che ci mettono d’accordo come Revolutionary Road...

6) Credo che Las Vegas abbia una sua voce riconoscibile e un'immagine ben precisa. Credete che l'identità sia un fattore importante per una casa editrice?

Sono contento che tu ci dica questa cosa! È ovvio che sia molto importante, ma questo vale per ogni marchio, che si occupi di libri o di scarpe o di spaghetti. Fin dall’inizio abbiamo puntato anche su una riconoscibilità grafica, proprio per differenziarci dall’enorme quantità di proposte editoriali.

7) Domanda dolente. Cosa ne pensi dell'editoria in Italia?

Credo che si pubblichino tanti bei libri, molti più di quanti non si creda, ma che siano sommersi da proposte che tentano di acchiappare il lettore mediamente distratto e disinteressato. Col rischio di perdere per sempre lui e molti altri. In un paese di non lettori dovremmo pianificare azioni più produttive, anche a lungo termine, invece molti editori puntano sul consumo immediato e “di moda”, con i risultati che vediamo.

8) La mia domanda preferita, quella che faccio sempre: da editori, quali sono state le vostre esperienze più bislacche?

Le fiere sono ricche di esperienze bislacche, perché molta gente si avvicina ai libri senza avere alcuna idea del lavoro che ci sta dietro. Alcuni li guardano come oggetti strani, o peggio ancora inutili, perché tanto che ci vuole a scrivere un libro? Secondo loro lo possono fare tutti. Figuriamoci poi che cosa ci vuole per pubblicarlo: l’editore è solo il capitalista brutto e cattivo che si approfitta del talento altrui. In un mondo del genere, in cui il lavoro degli altri non è valutato come dovrebbe, non stupisce che gli editori a pagamento continuino a prosperare nonostante tutta l’informazione che si è fatta grazie a Internet.

9) Qualche anticipazione sulle prossime uscite?

La prossima uscita è il secondo titolo della collana tra fiction e non fiction. Si intitola Ho sposato mia suocera, l’ha scritto un autore torinese che si presenta sotto lo pseudonimo di Stefano Grimaldi, e sono sicuro che vi divertirà.

10) Avete degli editori di riferimento, qualcuno cui vi siete ispirati?

A Torino c’è una lunga tradizione editoriale. Il nome di riferimento per me è sempre stato Einaudi, un editore che ai suoi tempi prediligeva titoli che avrebbero irrobustito il catalogo rispetto ai casi del momento. Se si sfoglia il catalogo Einaudi, è stata una scelta lungimirante, ma purtroppo oggi un po’ tradita dai suoi successori. In tempi più recenti guardiamo con attenzione a chi ce l’ha fatta, come ad esempio Minimum Fax.

11) Che rapporti avete con le librerie e coi vostri lettori?

I nostri lettori preferiti sono quelli che si fidano di ciò che proponiamo di volta in volta, che seguono il nostro percorso senza pregiudizi e che magari trovano il filo tra una storia e l’altra – il filo che costruisce la storia Las Vegas. Spesso li rincontriamo alle fiere, di anno in anno, e il nostro obiettivo è che questo gruppo cresca sempre di più.
Le nostre librerie preferite sono quelle che tengono i nostri libri, che li espongono, che li consigliano. Non con tutte abbiamo rapporti diretti, perché preferiamo che la parte logistica venga coperta dal distributore, però sappiamo bene che i librai possono fare la differenza.

12) C'è qualcosa che non ti ho chiesto ma di cui vorresti chiacchierare?

Vi invitiamo sul nostro sito www.lasvegasedizioni.com e sulle nostre pagine social. Seguiteci e leggeteci!

Grazie del tempo e dell'attenzione che mi avete concesso, vi porterò un caffè al Salone :)

Grazie a te, ti aspettiamo a Torino!