venerdì 28 novembre 2014

Rischio editoriale. O anche no.

*Informazione di servizio: questo è un post moderatamente polemico. La blogger si scusa per le paturnie e adduce la dieta pre-natalizia come scusante. A tutti coloro che non hanno sparato allo schermo, buona lettura.*
Non manco di libri da recensire, né della voglia di parlarne. C'è però un argomento, non particolarmente originale, ne convengo, di cui non mi dispiacerebbe chiacchierare, anche se deficito dei dati per farlo approfonditamente. Diciamo che si tratta di un'impressione che mi porta un ennesimo pizzico di scoramento. Potrei anche contestualizzarlo riportando i dati sul calo dei lettori, sull'identità di titoli e copertine, dell'accorpamento di trame. Potrei, ma sono cose che ormai qualsiasi lettore, volente o nolente, ha compreso e introiettato. Quindi mi (vi) risparmio il pippone introduttivo e passo al fulcro del post.
Il rischio editoriale. Più o meno.
Ora, l'editoria è un'impresa. Con una responsabilità enorme, con un'altezza incomparabile al resto dei comparti dell'economia, con tutta la dignità che compete a ciò che è cultura, ma è un'impresa. E come ogni impresa che si rispetti, dovrebbe contemplare un certo rischio, nell'investire in qualcosa che non sia sicuro in quanto replica, ma nuovo. In realtà credo che per parlare di un vero e proprio 'rischio' dovrei fare riferimento a uno sperimentalismo letterario difficilmente digeribile, quando invece per 'rischio' intendo anche uno scrittore sconosciuto, la nascita di una nuova collana o di una nuova casa editrice che non replichi i passi e il catalogo di quelli già esistenti.
Non sono informata su come funzioni nel resto dell'economia, chi segua chi, chi rischi cosa, ma posso dire che non mi piace che nell'editoria, almeno quella italica, il rischio di innovare se lo accollino soprattutto le piccole case editrici. Quelle con meno mezzi, quelle che non possono permettersi di fallire e che ovviamente non hanno neanche granché da investire. Ecco, la mia – fastidiosa – impressione è che le grandi case editrici seguano i passi faticosamente portati avanti dalle piccole.
Porto un paio di esempi, che altrimenti è pura fuffa.
George R. R. Martin è l'autore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, saga fantasy dalla quale è stata tratta la celebre serie tv Game of Thrones. Tuttavia, il bel Martin aveva già pubblicato un buon numero di libri prima di iniziare a scrivere di Westeros, e questi libri, prima totalmente ignorati da Mondadori, sono stati pubblicati da Gargoyle Books, piccola casa editrice romana. Alcuni di questi titoli hanno avuto delle discrete vendite, ragion per cui Mondadori ha seguito l'esempio di Gargoyle, pubblicando lei stessa altri libri di Martin.
Lo stesso è avvenuto con Joe Abercrombie, passato da Gargoyle a Mondadori. Sembra quasi che la prima sia il reparto di prova della seconda.
Avrei un altro paio di esempi, che però preferisco tenermi per me. Un tantinello vigliacco da parte mia, ma poiché non si tratta di impressioni captate dal guardare le uscite, ma di conclusioni cui sono giunta chiacchierando con persone interne all'editoria, ecco, meglio se me le tengo per me.
È però notorio che in Italia per 'fare colpo' sui grandi editori, prima devi farti le ossa coi piccoli. Farti notare, crearti il tuo seguito, proporti non più da aspirante, ma da autore pronto al balzo. Non che io non comprenda la logica dietro questo metodo, sarebbe impossibile per una grande casa editrice tenere dietro tutti i manoscritti che arrivano. Anche se, come dire... se non loro, chi?
Ho quest'impressione, che le grandi case editrici usino le più piccole come banco di prova, come simulazioni di mercato, e proprio non mi va giù. Sono i grandi editori quelli con spazio di manovra e possibilità di investire. Magari finora si è sempre fatto così, e sicuramente è un metodo che funziona. Ripeto, non è che non ne capisca la logica, né sto accusando i professionisti dell'editoria di compiere chissà quale turpitudine, però non credo sia il modo giusto di cercare talenti. Mi infastidisce che una piccola casa editrice investa in un determinato autore, o in un certo genere, che tramite passaparola e iniziative riesca a crearsi un seguito attento e interessato, per poi vedere spuntare, a processo finito, una grande casa editrice che ricalca le mosse di quella che l'ha preceduta, raccogliendo frutti che non ha piantato.
Voi che ne pensate? Che sia normale così, che non ci sia nulla di strano, o che io veda cose che non esistono?
Ad ogni modo ci sentiamo presto, per una nuova puntata di Cause Perse: Mulini a vento, come fermare l'invasione?
(Ovviamente non mi riferisco a tutte le case editrici, né penso che queste passino le loro giornate a fare da segugio dietro ai successi delle più piccole. Trattasi di una tendenza che ho notato, non di una strategia totalizzante. Giusto per essere  chiari.)

martedì 25 novembre 2014

Come ho preso lo scolo di Tiziano Scarpa

Qualche tempo fa ho ricevuto una mail di Tiziano Scarpa, che mi chiedeva se fossi interessata a ricevere in lettura il suo ultimo libro. Prontamente ho risposto che sì, certo, volentieri. Avevo gradito di molto Stabat Mater, e il libro che mi offriva stazionava nella 'Lista dei libri che mi sarei auto-regalata per il mio compleanno'. E avendone da poco terminato la lettura, sarebbe d'uopo che io iniziassi a disquisirne, a spiegarne i contenuti, la forma, il 'perché'. Invece mi prendo ancora una manciata di righe per spiegare com'è che Scarpa mi ha contattata, che trovo la questione interessante.
Mesi fa ho recensito Come finisce il libro di Alessandro Gazoia, saggio interessantissimo sulle ripercussioni del digitale e di tutto quello che comporta sull'editoria. È anche tanto altro, e io ve ne consiglio spasmodicamente la lettura, ma qui non spiegherò oltre, che il post l'ho già linkato. Dicevo, nel suddetto illuminante volume c'era un intervento di Scarpa che mi ha fatto girare le brugole a mach 5, e per il quale nella recensione ho espresso il mio cocente disappunto, con una sprezzante coloritura. Il mio intervento è stato letto da Scarpa che, stupito da tanto spregio, ha deciso di farsi sentire, cosicché un bel giorno mi sono trovata una cortesissima mail dalla quale è scaturita una bella discussione. E dunque, sì, è per questo che Tiziano Scarpa mi conosce. Perché l'ho insultato sul blog.
Soprassediamo.
Come ho preso lo scolo, pubblicato da Effigie nel settembre di quest'anno, è una raccolta di saggi – cinque – ognuno dei quali parte da un particolare evento capitato all'autore per via dei suoi libri. Chiarifico, che non è facilissimo da spiegare. Non si tratta di saggi sulla scrittura o sull'essere scrittori, ma racconti di avvenimenti che non avrebbero avuto luogo se l'autore non fosse stato uno scrittore. Non si fermano all'avvenimento, scivolano verso il 'perché' e il 'per come', e soprattutto verso il 'e poi', soprattutto due di questi. È un po' difficile parlarne come se fossero un tutto unito, quindi facciamo che divido il post per capitoli.

Come ho preso lo scolo

Su questo non c'è molto da dire, è breve e divertente. Quello che stupisce è il tipo di domande che deve vedersi rivolgere uno scrittore da intervistatori... come dire, eccessivamente zelanti?

Nel deserto con Monicelli

Così come anticipa il titolo, qui Scarpa racconta di quando ha recitato per un paio di scene nel film Le rose del deserto di Monicelli. Monicelli è un pezzo di cinema che mi manca, così come tutta l'enorme fetta di cinema italiano. Credo dipenda dal fatto che non ho mai imparato a rispettarlo né ad apprezzarlo, il cinema nostrano. Il suo sgretolamento è iniziato prima che io potessi conoscerlo, e adesso andare alla ricerca del suo splendore mi sa di archeologia, di ricerca storica più che di visione cinematografica. Monicelli, però, devo recuperarlo. Lo sapevo anche prima di leggere questo saggio, però ora lo sento almeno quel poco più vicino che basta perché mi vada a procacciare qualcosa di suo.

Cosa ho imparato in piazza

Mi è difficilissimo immaginare cosa voglia dire abitare in un luogo in cui, santoddio, la Lega è una forza maggioritaria. Sono cresciuta in una delle cosiddette 'regioni rosse' e fino all'ultimo anno delle superiori non avevo mai parlato con un leghista. Davvero. Per me la Lega era reale come la versione razzista di Babbo Natale, e che esistesse gente capace di ascoltare Borghezio senza scoppiare a ridere per me era, e rimane, un mistero insondabile.
Ma Scarpa è veneto e il Veneto è, come buona parte del nord, zona leghista. Ed è inutile cercare di nascondere o spiegare l'istinto che scalpita dietro la Lega, che venga dalla paura, dall'ignoranza o dall'essere degli incontrovertibili schizzi di guano. Razzismo, omofobia, la propria cultura intesa in ogni sua minima manifestazione come una rocca inespugnabile, e l'arrivo di culture altre come una minaccia che non tarderà a esplodere. Il 'prima noi' che è espressione dell'egoismo più bieco e disgustoso, impossibile da nascondere – per quanto non siano pochi a tentare – con ragioni di economia, di mercato, di territorio.
E dicevo, in questo saggio, quello che più si arrovella e dispiega, Scarpa parte da una manifestazione cui ha preso parte nel 2008, insieme ad altri colleghi scrittori, che voleva riaffermare l'accoglienza come valore. E parte dalla piazza in cui la manifestazione ha avuto luogo per raccontare altre piazze, il potere dell'amplificazione, le cronache sui giornali e i loro toni, la radio. Passa per D'Annunzio, per Hitler, per Woody Allen col suo discorso meta-filmico in Io e Annie, per Cultura convergente di Henry Jenkins, che sto leggendo in questo periodo per la tesi – non è strano come a volte i libri che leggiamo si intreccino e si incontrino, quasi si fossero messi d'accordo? - e il suo saggio dedicato al reality Survivor. Dai discorsi ai loro mezzi. È il saggio più lungo del libro, ne copre quasi metà, e credo sia quello che ho gradito maggiormente, anche se probabilmente è anche il meno 'leggero'.

La realtà e le leggi

Per chi non lo sapesse, Stabat Mater parla di un'orfana nell'Ospedale della Pietà, ed è ambientato all'inizio del '700, quando Vivaldi ha iniziato a collaborare con l'istituto. Non conosco abbastanza compositori per poterlo affermare con ferrea certezza, ma Vivaldi al momento uno dei miei compositori preferiti. Non tanto per le sue Stagioni, ma per altre composizioni, che magari linkerò in fondo al post. Il suo Stabat Mater, tanto diverso dalle sue allegrie barocche, non manca mai di accompagnarmi nel tragitto verso un esame particolarmente complesso.
A chi fosse interessato alla vita di Vivaldi consiglio la lettura di questi libri, che magari non sono particolarmente esaustivi, ma una buona infarinatura la danno.
E dunque, quando mi sono approcciata a Stabat Mater – poco dopo la discussione con Scarpa, ero curiosa di leggere qualcosa di suo – non sapevo di cosa parlasse. È stato bello ritrovare quel particolare convento, e sapere che lo studio musicale delle allieve precedeva di molto l'arrivo di Vivaldi. È stato bello conoscere anche la protagonista, Cecilia, ma non è questo l'argomento del post.
Dopo la pubblicazione di Stabat Mater, Scarpa viene invitato a Napoli dal 'Comitato per il diritto alla conoscenza delle origini biologiche', e viene a conoscenza delle regole assurde che regolano i diritti degli adottati in Italia, della totale impossibilità di rintracciare i genitori biologici, in contrasto con le legislazioni vigenti nel resto del mondo civilizzato in cui, pur rispettando la privacy del genitore, esiste uno spiraglio per poter porre delle domande, e chiedere risposte. Qui, nulla. Muro, baratro, silenzio.
Chissà perché, non sono stupita.

Disavventure del mio nome

Comprendo Scarpa, in quest'ultimo saggio. Il mio cognome è comunissimo nella mia zona, anche se non posso vantare omonimi illustri come quelli dello scrittore. Né mi è mai capitato di sentirmi attribuire speranzosamente discendenze ignote, né l'omonimia con un ragazzo deceduto.
Il focus però non sta negli aneddoti, ma dalle varie considerazioni sul valore del 'nome', che sono state al centro della discussione che ho avuto con Scarpa, mesi fa. La responsabilità del nome, della sua forza performativa, del valore che si inceppa nelle dichiarazioni non firmate o siglate con uno pseudonimo. Il valore della riconoscibilità, del cambio di idea che può celarsi dietro un cambio di firma, e delle dichiarazioni che restano invece incollate al dato anagrafico. E così via.
Invero è stato curioso rileggere alcune argomentazioni su carta, anche se ancora adesso non riesco a dirmene convinta. Le comprendo e penso sia impossibile confutare la questione della responsabilità individuale. Eppure non riesco neanche a vedere dimezzato il valore delle affermazioni di chi sceglie lo pseudonimo. Non riesco a credere nel pieno potere del nome anagrafico che si prosciuga nel nome fittizio. È troppo semplice parlare di identità staccate che si avvalgono di uno stesso corpo, e delle diverse funzioni che queste identità possono ricoprire, senza sfiorarsi mai, è ovvio che la discussione non può esaurirsi così facilmente. Scarpa parla di quello che si può fare e non fare col suo nome reale, e ha ragione.
Eppure, pur concordando che certe cose non si possono fare se non con la propria identità anagrafica, non riesco a non pensare che altre possano anche rimanere in un'unità confinata all'interno della propria identità, senza che questo le sminuisca. Di certi blogger conosco nome, cognome e viso, e lo stesso, con l'ausilio di google, può dirsi per buona parte degli scrittori che leggo. Ma altri, come me, scelgono piuttosto un nome fittizio. Se dovessi rispondere al perché della scelta, davvero, non saprei che rispondere. È una ragione puramente istintiva. La parte di me che dedico ai libri, mi viene da dire, è 'mia'. È una parte altra, completa, che sta sotto il suo nome, e mi fa strano vederla affiorare nella vita di Erica.
Forse sono semplicemente legata più al 'cosa' che al 'chi'. Il 'chi', per me, è accessorio. È rilevante solo in funzione di altri 'cosa'. Le parole sono indipendenti da chi le pronuncia o le scrive, è piuttosto quella persona ad essere definita dalle proprie affermazioni. In questo, a ben vedere, sono in disaccordo con buona parte delle mie conoscenze, e me ne accorgo quando chiacchieriamo di politica o di società in generale.
Ma qui rischio di non finire più. Credo che ognuno abbia una propria percezione del tema 'nome', ma da dove venga questa percezione non so dirlo.
Mi riservo, ovviamente, di cambiare idea. Di nuovo. Come mi capita, del resto, piuttosto spesso.

 
E dunque, questi erano i saggi, uno per capitolo. Mi rendo conto che è un post parecchio lungo, e plaudo a chi ha saputo raggiungerne la fine. È stata una lettura interessante, nonostante il mio legame con la saggistica sia flebile. Ho trovato diversi spunti interessanti, dal racconto di un set cinematografico nel deserto alle letture in piazza. Credo che questo sia uno dei post che ho impiegato più tempo a scrivere, ragion per cui salto gli svolazzi di congedo e filo a prepararmi il pranzo.
E tanto, tanto caffè. 



venerdì 21 novembre 2014

La lista di Lisette di Susan Vreeland

Questo libro è stato un regalo di compleanno liberamente scelto da me medesima. Cioè, un bel giorno mi sono vista recapitare un graditissimo e inaspettato buono della Feltrinelli e, beh, un paio di giorni dopo stavo vagando in quella della mia zona alla ricerca del libro che più mi avrebbe resa lieta. È stato un lungo, doloroso parto, e ho sfrantumato di messaggi apocalittici colei che tanto graziosamente m'aveva inviato il dono. Ero ormai tachicardica, quando ho deciso per La lista di Lisette di Susan Vreeland. È stata una scelta ardua, perché concorrevano Wu Ming, David Nicholls, Anne Rice, Elena Ferrante... ma alla fine, BAM!, presa la decisione. E non mi è dato di dire 'è stata la scelta più giusta', perché credo che ognuna delle scelte sarebbe stata più che 'giusta'. Ma dopo aver divorato il libro, posso ben guardarla con favore.
Adoro Susan Vreeland da quando, alle superiori, un'amica mi ha prestato La passione di Artemisia. Ho letto quasi tutto quello che ha pubblicato, anche se ho chiacchierato solo di Una ragazza da Tiffany qui. Nei suoi libri l'arte ha sempre un ruolo primario, importantissimo per le sue protagoniste. E una delle cose che più amo nei suoi libri è che i suoi personaggi, pur essendo spesso persone realmente esistite, e nonostante l'incredibile ricostruzione storica, sono effettivamente 'personaggi'. Non figurine di carta ritagliate dalla storia che si muovono impacciate e senza vita in un racconto. Personaggi vivi, vividi.
E dunque, La lista di Lisette, pubblicato poche settimane fa da Neri Pozza e tradotto da Simona Fefè, è il primo romanzo della Vreeland in cui la vicenda sia inventata, così come i suoi personaggi principali. Il villaggio che ospita buona parte delle vicende, Roussillon, esiste realmente, così come quasi tutte le opere d'arte di cui parla. Ma, come chiarificherà in una postilla, la trama è tutta sua.
Lisette è narratrice e protagonista. Ha sempre vissuto a Parigi, orfana, allevata in un convento di suore dove Suor Marie Pierre le ha insegnato non solo a vedere, ma a osservare. Lisette e Andrè si sono sposati giovanissimi, alla fine degli anni '30, e si stanno godendo l'allegra vita parigina – i caffè, le mostre degli artisti, il cabaret, tutto quanto Parigi ha da offrire – quando Andrè riceve la lettera del nonno Pascal, che gli chiede di tornare a casa, a Roussillon, ad accudirlo negli ultimi giorni di vita. È qui che ha inizio la storia, con Lisette e André che aspettano l'autobus che li avrebbe portati in quel villaggio sperduto che è Roussillon. E al loro arrivo scoprono che Pascal non è messo poi tanto male, visto che sta giocando a bocce coi suoi amici. Ma finiscono per rimanere lì, nonostante Lisette senta orribilmente la mancanza della sua Parigi. Pascal, tra l'altro, è stato un fierissimo falegname e ha costruito le cornici per moltissimi artisti, tra cui Pissarro e Cèzanne. E le racconta dei suoi incontri con quegli artisti, mentre osservano insieme i sette quadri della sua collezione. Quadri preziosissimi, che lui tiene in gran conto anche per il legame che hanno con Roussillon.
E poi accade... beh, tutto il resto. Le vicende narrate nel libro si distendono per un arco di tempo piuttosto lungo, e si concludono soltanto nel '48, per un totale di undici anni. Sappiamo tutti quello che accade alla Francia – all'Europa, al mondo – in quegli anni.
In questo romanzo c'è Lisette con la sua lista dei desideri e dei propositi, c'è l'arte del secolo scorso nel suo momento più florido, c'è un po' di Marc Chagall, c'è Roussillon con le sue cave d'ocra e i suoi abitanti, c'è l'occupazione.
È un libro che non posso non consigliare violentemente. È la Vreeland. Punto.

lunedì 17 novembre 2014

Maschio bianco etero di John Niven

Niven l'ho conosciuto grazie a quella storia religiosamente bizzarra che è A volte ritorno, ci cui ho chiacchierato qui. In Italia ha pubblicato solo questi due libri, già assai distanti l'uno dall'altro. Non tanto come tono, stile, rapporto col lettore, anzi. Niven rimane colloquiale, diretto, volgarotto come una chiacchierata al bar con amici che non trattengono il turpiloquio, ma dalla grammatica infallibilmente corretta. Distanti, piuttosto, come tematica, critica, protesta. A volte ritorno era indignato, questo libro è soltanto cinico.
Dunque, Maschio bianco etero, tradotto da Marco Rossari, edito da Einaudi nel 2014.
Kennedy Marr, scrittore di successo paragonabile, putiamo, a un McEwan o a un Auster. Che però non riesce a scrivere da anni, se non sceneggiature per le quali viene pagato più che profumatamente, nonostante abbia preso lo sforare i tempi di consegna per uno sport da tirare per le lunghe.
Kennedy è insopportabile. Si dirige svelto verso l'alcolismo, sex-addicted, insolente, maleducato e quant'altro. Nato in una famiglia relativamente povera in UK – chiedo venia, non ricordo in che zona, ma ipotizzo Scozia – ma si è trasferito a Hollywood poco dopo l'arrivo del successo. Ha un fratello cui vuole bene ma col quale cerca di evitare i contatti, la madre da qualche mese in ospedale, un buco nero familiare che è diventato un pungolo rovente. Un ex-moglie e una figlia diciassettenne dall'altra parte dell'Oceano.
Kennedy è un personaggio irritante e ormai un po' stereotipico. Vive alla giornata, circondandosi del lusso più inutile, spreca oltre ogni dire e si ritrova a dovere un sacco di soldi all'agenzia delle entrate. E si vede offrire una dolorosa soluzione che lo metterà a confronto col suo passato, con la persona che è, con le sue scelte e le sue mancanze. Di cui, perlomeno, è già più che consapevole, nonostante non voglia fare nulla per cambiare le cose.
È innegabile che sia ovvio sin dalla quarta di copertina, dove Niven voglia andare a parare con Kennedy. Le cose importanti, le priorità, cosa voglia dire 'successo'. Ma è pure innegabile che la prevedibilità del percorso di Kennedy non rende affatto la lettura noiosa o 'inutile'. Un po' perché è un libro leggero e divertente, e se la persona-Kennedy è insopportabile, passare il proprio tempo col personaggio-Kennedy è esilarante. L'ho iniziato al mattino e finito la sera stessa, e non è un libriccino breve. Fate voi quanto tiene agganciati.
E poi Kennedy è uno scrittore e sceneggiatore, e ha un sacco da raccontare sul mondo dell'editoria e su Hollywood, su premi letterari e la tensione tra regista e sceneggiatore.
Non vedo come potrei non consigliarlo, davvero. Mi è piaciuto un sacco. E ora che ve l'ho fatto sapere, mi sento molto meglio. Mi spiaceva vederlo impilato in fondo alla pila dei libri in attesa di recensione accanto al pc. Pila che spero di riuscire ad assottigliare nelle prossime settimane.
La vedo dura.

lunedì 10 novembre 2014

Piccoli scorci di libri #42

Non è facile decidere di quale libro chiacchierare. Il fatto è che, anche se le recensioni si sono diradate negli ultimi mesi, lo stesso non è accaduto con le letture, e ora la pila di libri terminati ma non ancora passati per questo blog, che tengo su un lato della scrivania come memorandum, si è fatta imbarazzante. Per dire, ho dovuto dividerla in due parti per evitare che mi crollasse sul pc.
Di che libro potrei parlare? Di quello letto da più tempo o di quello finito ieri sera, che è ancora bello fresco? O di quello che sento più in linea col mio umore?
Credo che il caro vecchio metodo della conta saprà mostrarmi la giusta via. Orsù, Pierino, guidami sotto il ponte di baracca.


Dunque, Angelize II – Lucifer di Aislinn, seguito (e finale) di questo Angelize, edito da Fabbri Editori poche settimane fa.
Mi rendo conto che è molto difficile parlarne, essendo un seguito. Forse Pierino avrebbe dovuto pensarci meglio e lasciarmene disquisire in una recensione breve, piuttosto che in un post 'completo'. Quindi, poiché mi rifiuto di andare contro i voleri della conta, questo post si trasformerà in un 'Piccoli scorci di libri'. Così. En passant.
Dunque, il primo Angelize si era concluso con quella che si potrebbe definire una resa dei conti, com'era ovvio che fosse, che ha lasciato un bel po' di corpi riversi al suolo immersi in caratteristiche pozze di sangue. Nell'ultima scena – abbiate la grazia di notare con quanto impegno cerco di evitare lo spoiler – compare un personaggio che abbiamo soltanto assaggiato nel resto del libro, e che sarà il fulcro attorno al quale vorticheranno gli altri personaggi in questa seconda parte. Il che è assai bene, perché è un personaggio dinamico e interessante, di cui mi sarebbe piaciuto leggere di più nella prima parte. Tornano molti dei personaggi di Angelize, per molti dei quali le cose sono cambiate drasticamente. In ogni senso.
Una cosa che ho gradito molto – a parte l'allegra violenza, che ogni tanto mi ci vuole proprio – è stata la separazione delle linee narrative. Laddove il primo Angelize mi era sembrato troppo lineare e 'semplice' nella costruzione, qui Aislinn separa nettamente i percorsi dei vari personaggi.
Chiudo qui, perché è impossibile scrivere una recensione senza fare i nomi dei personaggi principali. Dico solo che la scelta che è stata fatta sullo spazio dato nel racconto ai personaggi, mi piace. Sono lieta di aver letto di loro e non di altri, ecco. Cioè, probabilmente avrei gradito anche leggere di altri, ma... beh, spero di essermi spiegata. Questo Angelize II mi è piaciuto un sacco, più del primo. Quindi lo consiglio di molto. Angeli, battaglie, sangue e Milano. What else?


Ora, Pierino, sappimi dire... ecco, Nulla, solo la notte di John Williams, edito da Fazi Editore nel 2014 e tradotto da Stefano Tummolini.
John Williams è l'autore di Stoner, e come chiunque abbia adorato il titolo di maggiore successo, di quest'uomo voglio leggere tutto. E ci sono quasi riuscita con questo libro, che è il suo esordio.
Nulla, solo la notte narra della giornata di un ragazzo 'perso'. Arthur Maxley, poco più di vent'anni – mi pare di ricordare – che vive in una stanza in affitto, flirta appena con la cameriera, ma senza riuscirne a leggerne i segnali, beve, si incontra appena con l'unico fastidioso amico, beve ancora, preferibilmente da solo, e si rifiuta da anni di incontrare il padre, banchiere facoltoso, che lo mantiene. Quel giorno in particolare cambia qualcosa. Prima decide di uscire per una passeggiata, per poi rifugiarsi di nuovo nella propria stanza, quasi fuggendo dal mondo esterno. Poi decide di rispondere all'invito del padre, in zona per affari, decidendo d'azzardo di cenare con lui.
È un giovane tormentato, instabile e insicuro, della cui debolezza ci verrà svelata la causa più avanti. C'entrano il padre e la madre scomparsa, questo si sa da subito.
E, beh, certo che lo consiglio. È un libro breve, che ho letto in un unico viaggio in treno. Narra di una strana giornata nella squallida routine di Arhur, e credo che ne valga la pena. Non è Stoner, come è impossibile non ammettere quando si ha a che fare con un libro di Williams, ma è un bel libro e un ottimo esordio. Vorrei davvero che Williams avesse scritto di più.

venerdì 7 novembre 2014

L'uomo di marmo di Miriam Ghezzi

Arduo recensire un libro quando hai da un lato il libro di statistica che ti ingiunge di raggiungerlo, e dall'altro la sorella che abita in Germania cui vorresti restare appolipata per ogni secondo che resta in patria. Ma questo libro ha dovuto attendere un sacco, per varie peripezie. Cioè, in realtà una peripezia sola, dicasi il postino del mio paese che ha deciso, bel bello, che suonare alla porta per i pacchi è troppo mainstream, quindi li lascia sulla cassetta delle lettere o per terra. Anche sotto la pioggia. Non sorprende che la prima copia inviatami dalla casa editrice sia andata perduta. Proprio no.
Dunque, L'uomo di marmo di Miriam Ghezzi, edito da Book Salad. Che, come si può facilmente evincere dalla copertina (che proprio non mi... cioè... eh... beh... mah.) non rientra esattamente nelle mie tipiche letture. Però l'autrice mi si è presentata in modo 'sì cortese, e la casa editrice è da un po' che mi ispira, quindi ho voluto provare comunque. Anche se non so fino a che punto sia stata una scelta oculata, più l'autrice che per me, perché io il rosa non lo sopporto manco indossato.
Dunque, la storia è quella di Vera, una ragazza laureata da qualche anno in Storia dell'arte. Lei e la sorella Iole, dopo la morte del padre, si sono messe a commerciare in opere d'arte rubate, sfruttando la di lei conoscenza dei luoghi in cui vengono custodite e dei metodi di conservazione. D'altronde, spiega Vera – voce narrante – non è che l'italico suolo offra tanti sbocchi lavorativi, per una laurea in storia dell'arte. O per una laurea. O per un essere umano.
Dicevo. Durante un furto messo in atto per trafugare la Venere del Botticelli, Vera si ferma di fronte alla statua del David. È pur sempre un'amante dell'arte, e non ha mai avuto la possibilità di guardarlo così da vicino, in totale solitudine. Gli si avvicina, posa le mani sul marmo, gli parla. E la statua prende vita. Lei cerca di allontanarsi, che giustamente la cosa l'avrebbe un po' sbalordita, ma il David non sa dove andare o come muoversi, e la segue. E lei si lascia seguire. E se lo porta a casa.
All'inizio il David ha ancora molto della statua e molto poco dell'uomo. Privo di impronte digitali, freddo, troppo bianco per sembrare umano. La coabitazione con Vera, però, sembra cambiarlo poco a poco. Vera cerca di insegnargli cosa voglia dire essere una persona, cerca di aggiornarlo ai nostri tempi, persevera pure quando si scontra contro una testa davvero dura. Certo però che il 'furto' del David non è passato inosservato, e il committente della Venere non è proprio contento di non aver potuto aggiungere anche questo capolavoro alla sua collezione. E più di così non posso dire.
L'idea della statua che prende vita ai giorni nostri mi è piaciuta parecchio, così come il back-ground della protagonista. È scritto con uno stile leggero e colloquiale, ed è molto breve, pure troppo. Avrei apprezzato, in realtà, una maggiore introspezione, qualche stralcio della vita di Vera pre-David in più, anche perché si tratta di una ladra di opere d'arte, sarebbe stato assai interessante. Forse la trattazione delle vicende è stata un po' troppo lineare, ma d'altronde il focus del romanzo è la relazione tra Vera e David e non le vicissitudini cui vanno incontro.
Segnalo tra l'altro che il libro è stato scelto per rappresentare l'Italia durante la 'XIV della lingua italiana del mondo', iniziativa dell'Accademia della Crusca e del Ministero degli Esteri per la promozione della cultura e letteratura italiana.
Ed ora è il caso che io torni a spalmarmi sul libro di statistica. Anche se ho già deciso che dopo la laurea andrò a raccogliere mele in Inghilterra.
(Mia sorella mi ha fatto notare ieri che sono troppo bassa per raccogliere le mele, quindi è possibile che io vada anzi a raccogliere frutti/verdure più a contatto col suolo.)

mercoledì 5 novembre 2014

Io e il Lucca Comics

E beh, come ogni anno non posso fare altro che premettere che Lucca è Lucca, e che non ha paragoni. Mi pare di aver letto che quest'anno gli ingressi hanno superato quelli di Angouleme, per dire. Ma non ho voglia di ricontrollare la veridicità della notizia, quindi prendetela mooolto con le pinze.
Intanto hanno allargato i corridoi degli stand, e si riusciva a passare più comodamente – o meglio, si riusciva a passare. Punto. - poi sono stati aggiunti degli spazi fighi che purtroppo non sono stata abbastanza accorta da visitare, come lo spazio Umbrella Corporation e la chiesa col Gundam. Gli amici che sono andati a vedere le mostre se ne sono detti più che soddisfatti, e so che la Japan Town è stata apprezzata.

Il trench e la spada

Come ho annunciato più volte con asfissiante gioia nelle ultime settimane, ho partecipato all'educational di Tarenzi, Il trench e la spada. Raggiungere l'edificio è stato incredibilmente facile, tanto che sono arrivata con quaranta minuti d'anticipo, che l'organizzatore neanche si vedeva. C'era solo la signora che apriva la porta. Per tenermi leggera non mi ero neanche portata nulla da leggere, certa che avrei passato ore a destreggiarmi per le stradine di Lucca alla ricerca di Villa Gioiosa, ove si teneva l'educational. E invece niente, trovato subito. Ho passato una mezzora seduta su una panca, poi ha iniziato ad arrivare gente e la folla si è fatta così fitta che ho passato il resto del tempo nascosta dietro una pianta. Sociopatia over 9000.
Sono sgusciata fuori da dietro il ficus quando sono arrivati Tarenzi e Aislinn. Se fosse un supereroe, Tarenzi sarebbe l'Uomo-Abbraccio. Aislinn mi spezza il cuore ogni volta che deve ingobbirsi per salutarmi, che l'effetto è un po' Gandalf-Frodo.
E dunque, è iniziato l'educational. Tarenzi era buffo perché sprizzava entusiasmo da ogni poro, e la voce gli si faceva più acuta a seconda dell'interesse che aveva per ciò di cui parlava. Ha parlato del trench come parte integrante dell'urban-fantasy, che è tanto utile per nasconderci dentro le spade e le armi in generale. Ha parlato di Constantine come post-post-moderno, perché presuppone un pubblico più che avvezzo al suo linguaggio e alla sua ambientazione. Della definizione poco chiara, molto personale, di urban-fantasy. Dei suoi precursori, nella letteratura, nelle serie tv, nel cinema. Della distanza tra urban-fantasy e horror. Del concetto di 'plausibilità'. Di un libro che non è che lo voglio, lo esigo proprio, Libromancer, che sta per uscire per La Ponga Edizioni. Poi magari ne chiacchiero un po', perché giuro che per come l'ha raccontato Tarenzi pare una figata pazzesca. E così via, a chiacchierare di urban-fantasy, della sua evoluzione, della sua condizione in Italia (sigh) e della sua condizione all'estero (wiiiii!). A un certo punto ha parlato di un urban-fantasy ambientato negli anni '70 in Irlanda, nel pieno degli scontri tra IRA e inglesi. E tra inglesi e irlandesi. E ha sottolineato quanto sarebbe improbabile vedere trattato un periodo storico importante e recente in Italia, in chiave fantasy. Temo che dipenda dal fatto che in Italia non riusciamo a staccare il concetto di rispetto con quello di sacralità, oltre che dalla nostra culturalmente determinata coda di paglia. Sarebbe stato bello continuare la discussione, ma il tempo era agli sgoccioli e la mia capacità di intervenire in tale situazione fa pendant con quella di una roccia.

La presentazione di Angelize II – Lucifer

Che peraltro ho appena iniziato. E sto gradendo assai.
È dura raggiungere i singoli stand all'interno dell'Area Games di Lucca, soprattutto se si è privi di senso dell'orientamento e alti come hobbit bassi. Tra l'altro i libri non erano allo stand della presentazione, ma a quello di Rizzoli-Lizard, in tutt'altro padiglione. Sono stata più o meno un'ora a cercare Angelize II facendo avanti e indietro, e quando ho raggiunto lo stand della presentazione ero così sfatta che mi sono approcciata ad Aislinn dicendole che 'non riesco a trovare Aislinn' invece che Angelize.
Vai, me stessa. Vai.
C'erano i biscotti, come l'anno scorso, così come vogliono le regole del lato oscuro. Gli stessi dell'anno scorso, a forma di ali e buonissimi. Poi c'era Tarenzi in versione Mastrota, a fare le domande. Sul suo supposto odio per Hesediel (effettivamente), sull'aspetto dei personaggi, sul libro che sta scrivendo e che spero vivamente esca presto, ma non dico altro perché non so se è il caso di fare anticipazioni.
Da lì in poi, per un po', ho seguito Aislinn e Tarenzi in stile ombra, che volevo raggiungere lo stand Lizard per agguantare la mia copia di Angelize II per farmela autografare. E nel gravitare attorno a loro ho sentito Tarenzi parlare di un'idea per un racconto che OMMIODDIOVOGLIOLEGGERLA ma non la posso riportare qui. Però è ganzissima. Luca, se stai leggendo, ti prego SCRIVILA.
Dopodiché ho pensato fosse il caso di lasciarli andare, che la mia identità stava deviando verso lo stalking selvaggio.
(La foto esprime la mia nanità in maniera così perfetta che non ho potuto non metterla. Invidiatemi, poiché mi è dato di fare il cosplay di Tyrion.)

E poiché ho fatto il biglietto per entrare soltanto di venerdì, e questo è tutto quello che ho fatto venerdì - beh, poi sono tornata nell'appartamento coi miei amici a leggere il bottino/dormire, ma non credo sia di qualche interesse - direi che è il caso di chiudere il post. Avrei voluto partecipare alla presentazione di Multiverse Ballad di Andrea Atzori e Tim D. K, ma le mie energie si erano ormai esaurite.
Quindi... sì, finisce qui.
Anzi, finisce in allegria con la lista delle

Cose belle di Lucca

Gli amici che rivedo ogni anno, e che se non fosse per Lucca rivedrei molto meno spesso.
I genitori-cosplay, che quest'anno si sono superati nei costumi dei pargoli, mentre gli anni scorsi facevano più effetto Carnevale.
Il ciondolo a forma di libro che ho preso da Le petite deco.
Giorgio Raffaelli di Zona 42 che è riuscito a chiamarmi sabato sera – i telefoni avevano cessato di funzionare in mattinata – per potermi recapitare una copia di Pashazade. Gentilissimo. Tra l'altro mi sono complimentata per la grafica innanzi alla grafica, senza saperlo.
La scoperta del mio super-potere, cioè che ovunque io mi trovi, anche per un brevissimo lasso di tempo, si formerà spontaneamente una montagnola di libri.
Ho battuto il cinque a Sio e gli ho sentito urlare LASER.
L'acquarello di Algozzino sulla mia copia di Memorie a 8 bit.
Gli acquisti, che sono stati assai oculati.
Gli zombie che ho visto con un'amica il 31 ottobre, mentre andavamo in stazione. Belli a ripensarci, meno quando ci siamo passate in mezzo. Io mi sono terrorizzata.
Scoprire che esiste una movida notturna nei giorni del Lucca Comics, composta primariamente da fumettisti.
Essere usciti in pigiama – taluni con cuscino, talaltri avvolti in una coperta – nella suddetta movida.
Scoprire che sono un vampiro, perché nelle foto dell'educational (altra cosabella) sono avvolta da un alone di luce che mi nasconde completamente.