domenica 2 dicembre 2018

Figlie di una nuova era di Carmen Korn


C'è una parte di me secondo cui parlare di questo romanzo dovrebbe essere una cosa facile, svelta, semplicissima. Basterebbe lasciare correre le dita, ricontrollare ogni tanto i nomi dei personaggi che sono tanti e tedeschi, guizzi di emozione e così via. È in un certo senso un romanzo semplice, seppure intricato di relazioni. È semplice perché i personaggi sono raccontati senza troppi fronzoli o misteri, senza andare a scavare troppo a fondo. In questo si differenzia moltissimo dalla saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard a cui viene accostato, che ti infila nell'anima dei personaggi in laparoscopia e ti riporta indietro contuso.
In Figlie di una nuova era di Carmen Korn, primo volume di una trilogia appena uscito per Fazi nella traduzione di Manuela Francescon e Stefano Jorio, i personaggi sono tanti, ognuno attentamente delimitato nella propria caratterizzazione. Non sono particolarmente profondi né complessi, le loro storie si incrociano e si intrecciano con una naturalezza che ha poco del vivere umano, vittima di incertezze e intoppi. Capisco la scelta dell'autrice; il punto del romanzo, credo, è la semplicità delle vite che racconta. Vite spicciole, da gente normale, con problemi quotidiani. Ci sono Henny e Kathe, la prima di buona famiglia, una cosiddetta “brava ragazza” e Kathe, la sua migliore amica, una fervente femminista di famiglia povera; il romanzo inizia col loro primo giorno al corso da ostetriche, la grande svolta della loro vita. È il marzo 1919, e sono ancora delle ragazze. Poi ci sono Ada, la bellissima e ricca Ada col fidanzato che non ama, un banchiere verso cui la sta spingendo il padre oberato dai debiti; ci sono i loro genitori, i dottori che lavorano nella clinica di Henny e Kathe. E poi i loro fidanzati, e la sorella di uno di loro, e poi l'amica di uno e... e così via. Figlie di una nuova era è sicuramente un romanzo corale. A orchestra, perfino.
Dicevo che dovrebbe essere facile parlarne, perché racconta delle vite di persone comuni; ma ha inizio nel 1919, e la fine raggiunge il 1948; essendo ambientato ad Amburgo, possiamo immaginarci l'allegro contesto che ci si presenta, il genocidio che si compie fuori dalle case dei personaggi, nelle loro strade, sotto le loro finestre. Henny e Kathe fanno le ostetriche, la madre di Kathe per un certo periodo fa la cuoca nella cucina di Ada, c'è chi continua a frequentare la sala operatoria e chi dà lezioni ai bambini o pensa al teatro. E poi c'è tutto il resto, un resto che viene in parte dato per scontato e in parte raccontato attraverso un punto di vista che, ammettiamolo, non è poi così scontato. Siamo in Germania, e sappiamo bene cosa sia diventata la Germania negli anni del nazismo.
Ed è per questo che chiacchierare di questo romanzo è difficile; diamine, il termine stesso “chiacchierare” mi pare improprio, troppo leggero, tenue, inoffensivo. Come si fa a “chiacchierare” di un libro dietro la cui trama si cela l'Olocausto?
Ma il punto è proprio questo: dare una contestualizzazione a un crimine che facciamo ancora fatica a comprendere. A riempire i treni di persone da ammazzare non sono stati mostri, demoni, gente incapace di cogliere ciò che stava accadendo. C'era anche gente normale, lì in mezzo. Gente che a un certo punto ha deciso che di altra gente si poteva anche fare a meno, e gente che non ha saputo reagire a quello che stava accadendo, e ha lasciato inerme e spaventata che la storia scorresse.
Credo che sia questo a rendermi complicato parlare di questo libro, che pure evidentemente ho gradito, trovandolo pure importante per quello che fa e come lo fa, specie in questo periodo che mi subodora neanche troppo vagamente di cannibalismo sociale: i personaggi sono persone normali e vogliono cose normale, i loro conflitti sono semplici, spiccioli. Eppure si trovano invischiati in una delle faccende più tremende che l'umanità abbia mai fronteggiato, e non sanno che fare. E allora vanno avanti, un po' lasciandosi trasportare, e un po' andando a tentoni, magari inciampando.
Come me con questa recensione, per dire.

lunedì 26 novembre 2018

La carne di Cristò e il suo mondo fermo

Gli zombie hanno smesso di farmi paura da un bel po' di tempo; non che io non legga o guardi nulla che contenga zombie, anzi. Ci sono titoli più che meritevoli, soprattutto se parliamo di audiovisivi – tralasciando il mainstream più mainstream di George A. Romero e Shawn of the Dead, segnalo la mini-serie Dead set, dai creatori di Black Mirror – ma di per sé non è che mi ispirino granché; in una narrazione ben fatta, lo zombie di solito è pura funzione, perché aggiungergli qualcosa più della fame e dell'eterna ricerca di cervelli sarebbe come umanizzarlo, snaturandolo della minaccia che porta con sé. Quella di poter diventare come lui, prima di tutto.
(nonché una delle morti più atroci che si possano immaginare, eh, non lo nego).
Lo zombie è un fattore che riporta la società all'essenziale, cancellando tutto ciò che è superfluo. Guarda la specie umana coi suoi occhi vuoti, da pesce pescato la settimana prima, e sai che vuole tirarti oltre quella linea di demarcazione che vi separa. È una strana guerra, quella contro gli zombie. Un nemico che vuole prenderti con sé dopo averti divorato, un nemico che potrebbe diventare il tuo commilitone. È anche una guerra che da un lato non ha istanze, e da quel punto di vista è impossibile ricamarci sopra. Quando si parla di zombie, il racconto ha il suo fulcro nel modo in cui sceglie di evolversi la società umana, e il suo orrore più grande in quello che dall'umanità si libera, - addio consuetudini, tradizioni, cultura, speranza. Puro istinto. Cosa abbiamo dentro? Cosa ci stiamo nascondendo gli uni con gli altri, cosa stiamo nascondendo sotto il tappeto, anche se poi quello stesso tappeto è sollevato ogni volta che guardiamo il telegiornale?
E dunque, arriviamo a La carne di Cristò – autore di cui avevo letto ed entusiasticamente recensito Restiamo così quando ve ne andate – edito da Intermezzi nel lontano 2015, che per un po' è stato un discreto caso editoriale. Io almeno ricordo che se ne era parlicchiato parecchio per un certo periodo.
Dicevo all'inizio che non subisco il fascino dello zombie, perché per forza di cose lo zombie è privo di fascino narrativo. Dunque una buona storia sugli zombie dev'essere un'ottima storia dell'umanità, no?
Appunto, ecco La carne. Nella copia che mi ha amorevolmente prestato Irene circa due anni fa, insieme a Moby Dick e altri racconti brevi.
Prestarmi libri è pericoloso, – ritornano, ma ci mettono un sacco.

Siamo in Italia, più o meno in questo periodo storico. Solo che sembra che la società sia rimasta a quella che era decenni fa; niente smartphone, niente social network, niente discussioni sulle macchine ibride etc. La tecnologia si è fermata, il mondo ha deciso che non aveva senso cercare di evolversi, andare avanti. La condanna sull'umanità è sicura, perché da settantadue anni le persone hanno iniziato di punto in bianco a trasformarsi in zombie.
Ora, qui lo zombie non è feroce né violento, anzi. Lo zombie è un guscio vuoto, sradicato per intero della persona. Lo zombie è un corpo che non muore, che non corre, che vuole solo mangiare ma manca perfino della motivazione per procacciarsi il cibo. Le città si sono fornite di magazzini che distribuiscono carne a infinite file di disgraziati che non fanno altro che stare in fila, mangiare, rimettersi in fila. Tutti conoscono qualcuno a cui è successo, i più sfortunati hanno perso così tutta la famiglia. Dopo un anno dalla scomparsa di una persona, la si dà automaticamente per morta, e la famiglia può aprire il testamento.
In La carne, le persone attendono pazientemente di morire, ed è tutto grigio, tutto spento. Senza speranza.
Il protagonista e narratore è un ottantenne senza nome, che ci parla delle sue giornate vuote, accuratamente scandite da una serie di gesti privi di significato. Il fumo delle sigarette, il cinema porno, lo studio della “collezione”. Le visite programmate del quasi-nipote Giulio e della badante che lo aiuta a lavarsi, Monica. I rapporti che li legano, le considerazioni del protagonista, il modo in cui osserva il mondo intorno ritirandosi in se stesso come la risacca.
In La carne il protagonista cerca di spiegarsi cosa sia successo, di dare un senso alla sua disgrazia. Ci parla del mondo com'era “quando aveva otto anni” e tutto era normale e nessuno era ridotto a carogna ambulante e le cose cambiavano, del perché il suo tempo si è fermato, del punto esatto dello spazio e del tempo che ha scatenato il suo vivere di chiusura e ossessioni. Lo fa attraverso i ricordi, gli spunti, gli aneddoti, le allusioni. Alla fine ci è tutto chiaro, anche grazie al disperato finale meta-testuale, chiaro e comprensibile. Il protagonista, Giulio, Monica.
Nessuno ci dice nulla su come sia iniziata con gli zombie, da dove vengano, se si tratti di un virus o che altro. Nessuno lo sa, e a nessuno importa. Non al lettore, almeno.
Il punto è un altro.

sabato 17 novembre 2018

Strane creature, l'antologia weird di Watson Edizioni


CIAO, SONO UN LUNGO – E VOLENDO EVITABILE – PREAMBOLO

Non è da molto che ho imparato ad apprezzare le antologie; alla forma del racconto mi sono affezionata solo di recente, dopo Martin il romanziere di Marcel Ayme e La biblioteca di Gould di Bernard Quiriny, – come starà l'ex-collega della biblioteca che me l'aveva tanto consigliato?
Negli ultimi tempi poi sono sempre col naso in mezzo a una buona dozzina di raccolte, vuoi per lo studio o per fare ricerca – assatanata ricerca – per articoli più corposi di quelli che compaiono qui sul blog. A forza di piluccare allegramente tra Bestiari, antologie scelte della fantascienza ed Enciclopedie, facile restare affascinati dal magico mondo della brevità.
(Ma il racconto di Cortazar col protagonista che vomita coniglietti? Come si fa a non volergli almeno un po' bene retrospettivo?)
Di antologie ce ne sono di vari tipi; quelle scritte da un singolo autore, quelle che raccolgono i migliori racconti di un certo periodo, o che cercano di spiegare un contesto letterario presentandone i maggiori esponenti; quelle che raccontano un evento, un luogo, un essere vivente parte del nostro universo. L'importante è che sia presente un nesso logico-programmatico a tenere insieme i racconti, sennò pare che stiano accatastati gli uni sugli altri senza che si capisca bene perché.

EFFETTIVO INIZIO DEL POST

Di questa antologia sono venuta a conoscenza perché sono amica di una delle autrici, – ma proprio amiche, che ci siamo conosciute ai tempi in cui Dragon Ball si mescolava a Mila e Shiro – e va da sé che che l'avrei letta a prescindere dal mio recente avvicinamento alla forma breve. Che poi è stato anche un bel modo per leggere finalmente qualcosa di Watson Edizioni, che mi è capitato spesso di incontrare alle fiere o in librerie di genere ma che non avevo ancora “provato”.
L'antologia Strane creature, di cui finora è uscito soltanto il primo di due volumi, curata da Lorenzo Crescentini e illustrata da Marzio Mereggia, si sviluppa interamente sul concetto di animali, reali o fantastici che siano. Animali che vivono la loro vita, o che abitano soltanto nell'immaginazione di un tizio un po' strano, o che di punto in bianco iniziano a minacciare la tranquilla esistenza di altri tizi. Il discorso è stato affrontato da prospettive ben distanti tra loro, con stili che non hanno granché a che fare l'uno con l'altro. È un aspetto che apprezzo molto in un'antologia tematica, trovo che la renda più completa di quello che sarebbe se tutti gli scrittori condividessero per uno stesso argomento una stessa voce.
Gli autori, vediamo. Ne conoscevo diversi, almeno di nome. Di Andrea Viscusi avevo adorato Dimenticami Trovami Sognami, di Emanuela Valentini mi era piaciuto moltissimo La bambina senza cuore, Joe Hill è stata una fantastica sorpresa. Conoscevo di nome Giovanna Repetto e Danilo Arona, e Nicoletta Vallorani è stata la mia professoressa di cultura angloamericana quando studiavo a Milano, – è stato un bel po' di anni fa e dubito che se ne ricordi, ma con lei mi ero portata a casa un soddisfacente 27. Alice Bassi è l'amica che mi ha parlato dell'antologia, – sempre detto che adoro il suo stile, sono condannata a taggarla in tutti i concorsi letterari in cui incorro con la consapevolezza bruciante di essermi guadagnata una temibile rivale.
(Ma tanto non vinco comunque, che mi frega? Almeno lei mi offre il caffè per il disturbo, oh. Come quando era arrivata in finale al Neri Pozza. Mi sa che mi ero guadagnata pure dei biscotti).
Come al solito mi è difficile parlare di racconti; sono diversi, sono brevi, alti e “bassi” – la battuta è orrenda ma spero di strappare almeno un mezzo sorriso imbarazzato. Sono ben lieta, peraltro, di aver finalmente fatto conoscenza con Watson Edizioni, visto che saranno un paio d'anni che ci giro intorno in libreria. Promette bene. Bene davvero.

sabato 3 novembre 2018

Dal profondo dell'esperienza umana, Le risposte di Catherine Lacey


Inizio con un'affermazione netta e convinta: io a Catherine Lacey voglio bene. Mi ero già affezionata con Nessuno scompare davvero, che comunque mi è piaciuto pure più di Le risposte, ora la considero proprio una certezza. So che non lascerò passare che pochi mesi tra il momento in cui uscirà un suo nuovo romanzo e quello in cui deciderò di recuperarlo. So che sarà una delle mie autrici di rifermento nei periodi in cui avrò voglia di leggere ma non saprò cosa leggere, e soprattutto quando avrò voglia di un libro che mi costringa a riflettere e a fare i conti con tutte le mie falle umane con la confortante empatia di chi ci è passato e ci sta passando, senza pregiudizio né presunzione.
Dopo questa manfrina piena di cuoricini e lodi sperticate, aggiungo che Le risposte (edito da Sur nella traduzione di Teresa Ciuffoletti) ha il merito di dimostrare una cosa: che in un romanzo non conta tanto il cosa ma il come. Prendiamo l'argomento centrale: un attore/regista parecchio famoso dà inizio a un esperimento volto a spiegare lo stato di innamoramento. È un esperimento serio, studiato con tutti i crismi, con una squadra di quotati ricercatori che analizzano dati raccolti empiricamente. L'attore/regista dovrà passare il suo tempo con un buon tot di finte fidanzate che seguiranno un copione mentre le loro emozioni vengono registrate tramite sofisticati strumenti di misurazione.
A leggerlo così, senza conoscere l'autrice, si potrebbe perfino ipotizzare un chick-lit leggero, un What women want della letteratura, un “sembrano non avere nulla in comune, ma la scintilla dell'amore blabla”. E invece.
Protagonista del romanzo non è l'attore/regista, che comunque è molto presente. La protagonista è Mary, che ha trent'anni, lavora come contabile per un'azienda di cui non le frega molto, è sommersa dai debiti universitari e dalle parcelle mediche – siamo negli Stati Uniti, ricordiamocelo – dovute agli strazianti dolori di origine psicosomatica che l'hanno presa negli ultimi anni. Ha un'unica amica, Chandra, la sua compagna di stanza dai tempi dell'università, che le vuole bene e si prende pienamente cura di lei come nessun altro. Le consiglia di farsi visitare da una specie di... lo chiamerò “chiropratico dell'anima” perché non mi sovvengono terminologie migliori, Ed, che aiuterà Mary a liberarsi delle sue sofferenze in modi non meglio specificati che hanno a che fare con lo spirito e i blocchi e altre cose non troppo chiare, – c'è da dire che il metodo funziona, e bravo Ed.
Mary è una persona molto sola; sopra ogni cosa, è una persona che arranca avanti nella vita, costantemente incerta, indefinita, come se non riuscisse a decodificare pienamente l'esperienza umana. Ha avuto un'infanzia a metà, trascorsa fino ai nove anni in una casetta nel bosco lontana dal mondo insieme ai genitori ultra-cristiani – curiosamente in questo caso l'idea della famigliola nascosta nella foresta non mi intenerisce affatto – e poi con una zia che non ha il coraggio di chiamare. Ha solo Chandra e il suo lavoro, e il resto è silenzio. Non ha mai visto un film, non si interessa di attualità e cultura generale. Vive in una strana bolla emozionale che l'esperimento scalfisce e poi distrugge.
Ecco, l'esperimento. Mary risponde a un annuncio per un lavoro serale “ben retribuito”, e dopo qualche colloquio si trova immersa nel ruolo di fidanzata emotiva di Kurt, l'attore insostenibilmente bello e famoso. Eccetera.
Ora, i temi profondi del romanzo. Non si tratta di una storia d'amore, ma di un romanzo sulle emozioni umane, sull'illusione di uno studio scientifico, sull'impossibilità di capirle fino in fondo, di dare loro un senso. È anche un romanzo sul sogno di far coincidere una stessa esperienza umana in modo che sia la stessa per due persone distinte, miraggio che pare impossibile; una stessa scena viene raccontata così come viene vissuta dai vari partecipanti, quello che ne pensa uno, quello che ne pensa l'altra, gli strati di significato che si ammucchiano, tutti diversi, nessuno uguale. Eppure, e questo forse è un punto di calore struggente, Catherine Lacey sottolinea la consapevolezza del sentire umano come universale. I suoi personaggi condividono bisogni, speranze paure; l'essere umano si rivela sotto sotto come una creatura semplice, con le stesse necessità basilari – farsi capire, farsi amare – eppure la parziale incomunicabilità del sentire tiene tutti distanti. Chi più, chi meno.
Un aspetto marginale del romanzo, che comunque ho apprezzato parecchio, è l'astensione dell'autrice dal giudicare le bizzarrie new-age di Chandra e le stesse cure cui si sottopone Mary per liberarsi dei suoi dolori psicosomatici. Forse è un altro modo per sottolineare quanto il dentro influenzi il fuori e quanto sia malato evitare di ascoltare il dentro, non lo so. Il fatto che Catherine non si sia sentita di innalzarsi su un palchetto di ovvietà per dirci “no, ma guardate che questa cosa è stupida, sprovveduti lettori” è un ulteriore punto a suo favore. Anche perché tutti noi abbiamo chiusa nel fondo dell'anima una qualche credenza stupida da cui accettiamo di farci guidare, cui permettiamo di influenzarci. C'è chi attende con trepidazione l'oroscopo di Brezsny, chi cammina solo su mattonelle dispari. Io credo che l'universo mi mandi un segnale di affetto quando trovo delle monetine per strada. L'umano tocca vette altissime, ma è progettato per essere stupido. Fragile, emotivo e incoerente.
Catherine Lacey lo sa. Lo sa e fa spallucce.
E io le voglio bene così.

domenica 28 ottobre 2018

Un paio di novità, qualche link e cose noiosamente personali #4


Guardiamo in faccia l'elefante nella stanza, – che comunque spero si tratti di un elefante asiatico, che quelli africani sono enormi – e ammettiamo che negli ultimi tempi sto tralasciando parecchio il blog; non si tratta di mancanza di interesse né di argomenti, bensì del tempo che si fa merce sempre più rara da queste parti. Un po' è lo studio, un po' è il fatto che scribacchio per siti che non sono questo – e mo' vi mollo anche i link, così imparate a seguirmi – e capita che quello che leggo con tanto affetto vada a finire lì anziché qui; un po' è l'appropinquarsi della benedetta antologia del Concorso Transilvania e ciò che ne consegue, un po' è la resurrezione di un progetto che ho abbandonato un paio di anni fa e per il quale inizio a sentirmi pronta, – a voler essere del tutto sinceri non è che mi senta proprio pronta, più che altro ho imparato ad accettare che è normale non sentirsi mai del tutto pronti quando si tratta di cose importanti.
Dunque mi va di chiacchierare di quello che faccio – sempre in relazione ai libri, non avrebbe molto senso ammorbarvi sul mio guardaroba o sulle serie Netflix che sto seguendo, visto che 'sto blog ho deciso di chiamarlo Leggivendola, no? – e lo farò nel modo che trovo più comodo. Una disorganizzatissima lista.


    1. Ieri ho finito di leggere Ada o ardore di Nabokov; è il secondo libro dell'amico Vlad che leggo, il primo è stato Una risata nel buio, e credo pure di averlo preferito un po'. Vorrei parlare di Ada e allo stesso tempo mi chiedo come farlo. C'è tanto da dire, eppure le dita annaspano. Non ho trovato angoscia, interrogativi o disturbo, il che non depone a favore della mia morale, credo – trattasi infatti di un romanzo sull'incesto tra Ada e il protagonista e qualche volta narratore Van. E quindi mah, chissà. Ne parlerò?
    2. Ho iniziato la lettura di Le risposte di Catherine Lacey, di cui avevo adorato senza ritegno Nessuno scompare davvero. Ed è bizzarro che io l'abbia adorato così tanto senza mai recensirlo; credo che qui la questione sia ribaltata rispetto al silenzio che probabilmente seguirà la lettura di Ada o ardore. Mentre Ada mi è piaciuto moltissimo senza che arrivasse mai a colpirmi da vicino, i personaggi di Catherine Lacey li sento tanto vicini che mi metterebbe a disagio parlare di loro in pubblico, e finisce che per evitare di andare troppo sul personale, li taccio del tutto. Diamine.
    3. Nel frattempo ho compiuto 30 anni, e Le risposte è il regalo di compleanno di mio padre, - accuratamente e specificamente richiesto.
    4. Questo punto sarà dedicato alle soddisfazioni delle ultime settimane: il mio primo articolo uscito su Indiscreto, La resurrezione nella fantascienza, e la mia comparsa su Due pollici d'avorio, la rivista ufficiale della Jane Austen Society of Italy, con l'articolo Austen Fandom.
    5. Su Penne Matte scrivo da un bel po' di tempo, ma già che ci sono mi va di linkare pure un paio di articoli che mi è piaciuto parecchio scrivere, uno su L'uomo nell'alto castello di Philip K. Dick e uno su Fredric Brown.
    6. Citavo, nell'introduzione, il Concorso Transilvania, e l'antologia che ne deriverà (presto). Buona parte dei racconti sono pronti e amorevolmente editati, altri sono in dirittura di arrivo. Dopo anni – mea culpa – il progetto si avvicina alla sua conclusione, e un po' mi mancherà.
    7. Infatti ci sono progetti legati al Concorso Transilvania – invero quelli che avevano anticamente portato alla sua ideazione – che stanno tornando a farsi sentire.
      (Stay tuned?)
    8. Necessito di una nuova libreria, ho pile di libri accatastati accanto al letto. Nello specifico un po' di Borges, un po' di Cortazar e un Kafka.
    9. Kiki – la mia gatta – è ingrassata e ho preso la dolorosa decisione di metterla a dieta. Poiché leggere con un gatto acciambellato addosso è cosa buona e giusta, questo punto è assolutamente e coerentemente connesso al concetto di lettura.
    10. Che altro dire? Torno a leggere, e poi a scrivere e così via.

(E voi che mi dite?)

mercoledì 17 ottobre 2018

Lune di miele di Chuck Kinder


Di questo romanzo avrei dovuto parlare settimane fa, a lettura appena terminata, con le parole ancora tiepide sulle dita e l'entusiasmo a mille, quell'entusiasmo del lettore che ha appena scoperto qualcosa di bello. Se ci ho messo così tanto è per una questione di tempo, impegni e casualità. C'è anche di mezzo il fatto che mi è stato mandato dalla casa editrice, (grazie Fazi, ti voglio bene) e come politica personale preferisco non pubblicare più recensioni di fila di libri ricevuti da terzi. Soffro di quella che viene comunemente chiamata “coda di paglia”, e del timore di diventare un blog-vetrina, di quelli che parlano solo di quello che ricevono, ne scrivono solo bene e ricevono vagonate di libri proprio per questo. Avendo neanche troppo recentemente chiacchierato di altri titoli ricevuti da Fazi – Elmet e Cambio di rotta – vorrei riuscire a piazzare almeno un paio di letture “autonome” di mezzo, ma di quelle che ho fatto non mi va granché di chiacchierare, o ne ho già chiacchierato altrove, e non sono ancora arrivata a metà di Ada o ardore di Nabokov, che mi sta piacendo un sacco ma è pure un discreto mattonazzo. Quindi per questa volta, con buona pace delle mie personali politiche interne, chiacchiero per due volte di fila di romanzi ricevuti a'ggratis.
(Non so perché mi dilunghi su politiche interne, etica personale e quant'altro, non ho mai ricevuto la minima lamentela ma ehi, come dicevo, coda di paglia).
Parliamo dunque di Lune di miele di Chuck Kinder, tradotto da Giovanna Scocchera. Nota particolarmente interessante: a Chuck Kinder si è ispirato Michael Chabon per il protagonista di Wonder Boys, e a sua volta Kinder si è ispirato a Raymond Carver per il personaggio di Ralph Crawford. Le coincidenze.
Lune di miele parla di due scrittori e delle loro famiglie. Entrambi letterati, professori universitari, le schiene chine sui loro romanzi o racconti. Siamo nella California degli anni '70, i nostri due sono sposati, hanno famiglia, tengono corsi di scrittura creativa. E nel frattempo inseguono quell'immagine di scrittore squinternato e maledetto, schiavo di qualsiasi vizio mai inventato dall'uomo, dal sesso agli acidi, dall'alcol alle fughe in auto. Ralph Crawford avrà una quarantina d'anni, è sposato con Alice Ann, la sua bellissima fidanzatina dai tempi delle superiori. Insieme hanno due figli adolescenti che lui detesta platealmente perché gli finiscono la vodka e gli sgraffignano le riserve d'erba, e intanto Alice Ann vorrebbe credere che sia possibile ricostruire la famiglia, lei e le sue improbabili tendenze new age, i suoi scatti d'ira e la sua commovente, inaspettata lucidità. Poi c'è Jim Stark, e qui pare che Chuck si sia ispirato a se stesso nella costruzione di questo personaggio così complesso; Jim è più giovane di Ralph, è un omone grosso di quelli che ti sale il rispetto appena li incroci, e magari ti possono portare via la spalla se per caso li scontri per strada, e non ti aspetteresti di sentirgli declamare versi e racconti e arrovellamenti sulla scrittura. Anche lui gonfio di erba, acidi, alcol e chi più ne ha, più ne metta; con Ralph ha in corso una specie di bizzarro sodalizio, un rimpallamento di “io credo che tu sia quello che dimostri di essere” che pare estremamente importante per l'idea che ognuno dei due ha di se stesso. È un legame strano, fatto un po' di droghe, un sacco di compagnia e di uscite smargiasse, e da una fiducia costantemente tradita, forse abitudinaria. Tutto condito col peso della scrittura vissuta come missione assoluta e stereotipi duri a morire.
Eppure, sapete cosa mi è rimasto, soprattutto? E lo so che suonerà assurdo e un po' si ricollega a Elmet, di cui chiacchieravo qualche giorno fa. Mi ha affascinata moltissimo la famiglia di Ralph, il suo legame con Alice Ann, quella bolla strana, disordinata e disfunzionale che torna a riproporsi come la peperonata la domenica pomeriggio. I tentativi di fuga di Ralph e di Jim da un contesto malato che vengono stroncati sul nascere, perché non si scappa da se stessi, e l'amore non salva, né può salvare la letteratura. E ho voluto bene ad Alice Ann, al suo cercare di dare un senso alla sua vita con Ralph, alla sua ragionevolezza e alla sua assurdità.
È un romanzo dinamico, a tratti allegro, spesso squallido e scanzonato. Scorre, fila, vive proprio. Se Fazi volesse portare in Italia il resto della produzione dell'amico Chuck, ecco, io ne sarei parecchio contenta.

domenica 7 ottobre 2018

Elmet di Fiona Mozley


Sto rimanendo orrendamente indietro con le recensioni. Un po' perché nelle ultime settimane ho letto a ritmo sostenuto, un po' perché ho ricominciato a seguire le lezioni regolarmente in università, un po' perché in un modo o nell'altro c'è sempre quell'imprevisto che ti strappa via quella mezza giornata che volevi dedicare al blog o alla scrittura di articoli. Un po', sicuramente, è perché ultimamente ho accettato un sacco di libri in lettura, e smaltirli non è facile, soprattutto se ci si è dati la regola di non pubblicare mai di seguito le recensioni di due romanzi mandati da autori o editori. Voglio dire, che senso ha tenere un lit-blog, se poi si pubblicano più libri mandati che autonomamente scelti? Si rischia di diventare vetrine, e diamine se non voglio che questo blog diventi una vetrina.
C'è anche da dire che quello che mi arriva, di solito, è bello forte. E che tra i romanzi che ho accettato in lettura ce ne sono alcuni che probabilmente non avrei letto in altro modo, e un paio non esiterei a definirli tra le migliori letture dell'anno. Nello specifico Lune di miele di Chuck Kinder e Elmet di Fiona Mozley, entrambi editi da Fazi editore, cui al momento devo almeno due scaffali di libri. Mi sovviene il fatto che abbiano entrambi al centro famiglie che sarebbe facile definire disfunzionali, e il pensiero si allarga ad abbracciare altri romanzi, altre letterature. Forse la narrativa è composta prevalentemente di famiglie disfunzionali, che come dice l'allegro Toltstoj all'inizio di Anna Karenina “tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, e chi ha voglia di leggere e scrivere di qualcosa che è sempre uguale?
Ma bando alle ciance; Elmet, dicevo, di Fiona Mozley, finalista al Man Booker Prize, al Women's Prize for Fiction e libro dell'anno per un sacco di giornali. Per quanto mi riguarda, più che meritatamente.
Elmet è un paesino sperduto nello Yorkshire, l'ultimo regno celtico indipendente, abituato ai suoi ritmi e alla sua concezione della società; al giorno d'oggi si respira ancora una forte avversione per l'autorità, al potere espresso dallo Stato nelle forme di polizia e burocrazia. Elmet è una terra di nessuno, in cui la forza è ancora quella bruta e i pugni sono gli argomenti più convincenti che si possano sfoggiare.
A Elmet vivono il protagonista e narratore Daniel, la sorella Cathy e il padre di entrambi, John, che però Daniel chiama sempre Papà. Daniel è un quindicenne mingherlino, quieto e silenzioso, Cathy ha un anno più di lui ed è una ragazza alta e slanciata, selvatica e indomita. Papà è un omone gigantesco, un pugile imbattuto negli ambienti delle scommesse clandestine, che supera i due metri e farebbe di tutto per i suoi figli, compreso trascinarli a vivere in mezzo a un bosco, costruendo per loro una casetta per proteggerli da un mondo che di loro non sa che farsene, – sono poveri, lui è poco educato, la loro giustizia in un contesto civilizzato non vale niente. Papà ha creato per Daniel e Cathy un nido, un bozzolo, una casa magica in cui insegna loro quello che conosce meglio, i rudimenti della costruzione, della caccia, della sopravvivenza nella natura. Nei giorni feriali vanno a fare visita a una vicina amica del padre, una donna che è stata amica della loro madre prima che sparisse, e che fa loro lezione su argomenti disparati ma sicuramente più vicini a un'educazione tradizionale rispetto agli insegnamenti di Papà.
Sicuramente sto idealizzando la perfezione della vita nel bosco della famiglia di Daniel. Quando i miei hanno divorziato, mia madre si è messa a cercare una casa per noi tre – io, lei e mia sorella – ed è incappata in una casetta nel bosco, sperduta tra i monti, che ancora oggi rimpiango. Immagino il silenzio, la pace, i rami bianchi di ghiaccio d'inverno, l'ombra e le cicale d'estate. Invece niente, ha preferito – saggiamente – un paesino con una farmacia e un medico di base, un alimentari e una chiesa sul cui campanile potevamo affacciarci dalla finestra del bagno, e che ci svegliava tutte le domeniche alle 7.30 con cinque minuti buoni di stonature preregistrate.
Confesso in anticipo che prima o poi lo manometto, quel finto campanile.
Ad ogni modo, il concetto di una famiglia piccola e solitaria in mezzo al bosco mi ha sempre affascinato parecchio. Una famigliola che potrebbe anche sembrare spezzata, incompleta, in cui però l'amore che ognuno prova per gli altri compensa senza il minimo ammanco la linfa perduta nel ramo spezzato. Quelle famigliole lì, – ciao ma', ciao sorella, che fate?
Elmet è la storia di quest'omone che difende quell'idea di famiglia senza farsi troppe domande. Dalle insidie del proprietario del terreno su cui ha edificato la casa per sé e per i figli, da un sistema educativo che non è fatto per loro, dalla fame, dalla povertà, dal ricordo della madre. È una storia che si fa cruda e crudele, e il contrasto tra il racconto di una vigilia di Natale che sa di legna bruciata e cherosene, e un finale ferroso e sanguigno e fangoso mi ha fatto interrompere la lettura di forza, a un certo punto, costringendomi ad andare avanti poche pagine per volta.
È un romanzo pieno di violenza, di vendetta, sangue, in cui l'illegalità è quotidiana, il lavoro è sfruttamento, la minaccia è una certezza. Eppure in tutto questo mi è rimasta la dolcezza, il calore che intercorre fra tutti loro, la quieta sicurezza di un nucleo che si vuole bene.
Non ho ancora fatto cenno alla scrittura di Fiona Mozley – è il tuo primo romanzo, Fiona? Ma scherziamo? Raccontami la storia del mondo finché non mi addormento, grazie – e al suo uso poetico delle figure retoriche, ai sensi che si attivano e all'odore di foglie umide che rimane in sottofondo durante la lettura, al rumore del fuoco che scoppietta, delle fronde degli alberi che si scuotono. Daniel sente il freddo dell'inverno e tu ti chiudi meglio nella giacca. Quella scrittura lì, ecco.
Va da sé che questa lettura è stata intensa, balsamo e coltello insieme, e la consiglio senza remore né indugi.