sabato 25 ottobre 2014

Intervista a Zona 42

È già da qualche giorno che quest'intervista mi langue nell'hard-disk. Tutte le volte che mia sorella scende dalla Germania, finisco per lasciare passare settimane da un post all'altro, e per disertare la pagina facebook manco mi si fosse suicidato il computer.
Stamattina vorrei tentare di fare un'eccezione, però. 
Zona 42 è una casa editrice giovane, che si dedica alla fantascienza come Beethoven si dedicava alla musica e come Walter White si dedica alla metanfetamina. Cioè facendo del proprio meglio per procurarti quanto di meglio si possa offrire.
Ma bando alle ciance, via con le domande.



1. Che ne dite di una breve presentazione a uso e consumo dei lettori?
Sono Giorgio Raffaelli, ho 48 anni, vivo a Modena con la famiglia, ma sono nato e cresciuto a Bolzano. Fare l'editore sarebbe il mio mestiere ideale, ma visti i tempi che corrono, credo che mi toccherà continuare ad avere un lavoro normale ancora per parecchio tempo…
Il mio compagno d'avventure è Marco Scarabelli, emiliano purosangue, con la passione per musica e libri di svariati generi, con una instancabile curiosità che lo porta a tenersi sempre mentalmente impegnato con diverse attività.
2. Conoscevo già Giorgio dall'Iguana Blog, voi come vi siete conosciuti?
Con Marco ci siamo conosciuti parecchi lustri fa, per motivi di lavoro. Dal lavoro si è passati a parlare di musica e libri e non ci siamo ancora stancati.
3. Quand'è che avete iniziato a prendere sul serio il progetto? cioè, il momento in cui vi siete detti 'Sì, dai, lo facciamo davvero'?
Sono anni che covavo l'idea di passare dall'altra parte della barricata. La voglia mi è venuta a forza di frequentare addetti ai lavori, sulle mailing list prima e su tutti gli altri canali che la rete ci ha messo a disposizione poi, che mi hanno illuminato sui massimi sistemi editoriali, e si è via via concretizzata insieme alla constatazione che mai come in questi anni la buona fantascienza è diventata merce sempre più rara sugli scaffali delle nostre librerie. A forza di discuterne ho convinto Marco delle possibilità che un progetto come il nostro poteva avere. Abbiamo fatto un po' di conti, ce ne siamo fregati del risultato, e abbiamo saltato il fosso!
4. Non c'è dubbio che sia stata una scelta coraggiosa e dettata dalla passione per un genere bistrattato a farvi aprire Zona 42, perciò evito la domanda 'che cosa vi ha spinti a farlo?'. Però vorrei sapere cosa ne pensate della condizione della fantascienza in Italia, e se secondo voi c'è distanza tra pubblico ed editori.
Come dicevo più su, se noi siamo partiti con il nostro progetto è proprio grazie alla disponibilità al confronto che personaggi che hanno rappresentato la storia dell'editoria di fantascienza in Italia (penso a Vittorio Curtoni, Riccardo Valla, Ernesto Vegetti, e a tutti gli altri professionisti che frequentavano - e frequentano! - la rete) hanno sempre dimostrato nei confronti del loro pubblico.
Nel corso degli anni sono cambiate parecchie cose, tra queste la più evidente è la progressiva rarefazione delle novità di fantascienza in libreria. Ma l'atteggiamento di apertura verso il pubblico mi pare che ci sia sempre stato (magari più da parte dei singoli professionisti che non da parte delle case editrici, che è differenza non da poco, ma tant'è).
Il problema semmai è capire qual è il pubblico che legge fantascienza oggi, perché credo che molti dei problemi che fanno riferimento alla "condizione della fantascienza in Italia", dipendano in egual misura dalla scarsa disponibilità degli editori a proporla e dall'evidente riduzione del numero dei lettori, fenomeni che hanno contribuito a creare un circolo vizioso per cui meno buona fantascienza si trova, meno lettori ci saranno.
Sui motivi per cui la fantascienza ha perso l'appeal che un tempo evidentemente possedeva (basta guardare i numeri delle vendite di Urania, o il numero di editori specializzati, o delle collane dedicate, che sono tutti usciti decimati nel tempo di un paio di dozzine d'anni) il dibattito è aperto (basta farsi un giro per i - pochi - siti che si occupano di fs per trovare facilmente decide e decine di pagine dedicate alla questione).
Noi di Zona 42 abbiamo pensato che peggio di così le cose non potessero andare, e che era ora di tentare di invertire il trend negativo che ha contraddistinto il genere negli ultimi anni.
Non so se ci riusciremo, di certo non vogliamo rimpiangere di non averci nemmeno provato.
5. Com'è stata la vostra formazione come lettori? Quali le vostre letture di riferimento?
Giorgio: Vuoi un elenco? :-)
Eccoti accontentata: qui.
A parte gli elenchi e le classifiche, posso dire che la fantascienza è stata una presenza molto forte nei miei anni di formazione, che nulla come la fuga in un libro mi ha aiutato nei tormentati anni dell'adolescenza. Poi si cresce, ci si guarda intorno, e ci si vuol sporcare con il mondo. I libri hanno cominciato ad assolvere a un'altra funzione, altrettanto importante: mi hanno offerto una chiave per leggere ed interpretare la realtà, la narrativa letta si mescola e si confonde con la propria narrazione privata, e la bellezza, qualunque forma assuma - e nella parola scritta ce n'è molta! - quando la si trova illumina il cammino.
Il mio rapporto con la fantascienza si è evoluto nella stessa direzione: alle sue qualità di intrattenimento meraviglioso si è aggiunta la consapevolezza di avere per le mani uno strumento letterario tra i più efficaci per comprendere la realtà circostante.
Marco: sono partito dalla fantascienza "classica" legandomi a nomi come Matheson, Brown, Dick, Bradbury, tornando di tanto in tanto negli anni a qualche incursione nel genere grazie all'amicizia con Giorgio.
Da sempre spazio tra narrativa e saggistica, senza precludermi nessuna strada, che si tratti di noir francesi o esperienze di cucina, di neurologia o rapine in banca, di tecniche di persuasione o di montaggio cinematografico, l'importante é che mi possano trasmettere qualcosa di nuovo.
Grazie a Giorgio ho scoperto nuovi autori che hanno risvegliato il piacere di una lettura "meravigliosa" e da qui il desiderio di condividere queste letture.
Zona 42 ha questa ambizione.
6. E come editori? Avevate avuto esperienze prima di aprire Zona 42?
Giorgio: No. Però ho lavorato in tipografia per più di quindici anni. Qualcosa spero di averla imparata!
Marco: Diciamo che ho corretto molte bozze e forse questo mi ha dato una mano per un aspetto importante quale la revisione dei testi. Nel mio lavoro "ufficiale" mi occupo poi di alcuni aspetti che sono utili anche nel mondo dell'editoria.
Siamo degli autodidatti, ma con solide basi di conoscenze!
7. Avete editori, per così dire, di riferimento, cui guardate come esempi da seguire?
Per realizzare i nostri libri abbiamo preso a modello quelli che negli anni ci sono parsi gli esempi migliori. Per fortuna in Italia i libri, almeno dal punto di vista tipografico, li sappiamo fare davvero bene, e tra marchi storici come Einaudi o Adelphi, e altri relativamente più recenti come minimum fax, abbiamo avuto solo l'imbarazzo della scelta per decidere quali modelli prendere a riferimento.
Per la grafica abbiamo invece preferito arrangiarci, privilegiando evidenziare l'identità e la riconoscibilità della collana piuttosto che quella dei singoli titoli, puntando su un'iconografia che non fosse troppo assimilabile a quella fantascientifica tradizionale, sperando in questo modo di avvicinare qualche lettore curioso, magari pregiudizialmente allergico alla narrativa di genere.
Per quanto riguarda invece la cura editoriale, beh… senza falsa modestia credo che i nostri volumi siano tra i migliori disponibili in libreria, sia per qualità della traduzione, sia per l'attenzione che poniamo nella cura del testo. Del resto per noi è più facile che per un editore medio/grande: pubblicando pochi titoli all'anno cerchiamo di curarli al meglio.
8. Pashazade uscirà a fine ottobre, ed è noto che è stato oggetto di un crowdfunding. Che ne pensate dell'esperienza?
È stata un'esperienza istruttiva. Prima di partire con il nostro progetto abbiamo provato a cercare se ci fossero state esperienze precedenti, da parte di altri editori, ma non ne abbiamo trovate. Abbiamo cercato quindi di fare del nostro meglio per proporre la nostra idea di crowdfunding, in modo che fosse il più trasparente e accessibile possibile. Non tutto ha funzionato a meraviglia, che più di un appassionato ci ha scritto, o perché non disponeva di un account paypal o di una carta di credito, o per capire quale fosse la maniera migliore per contribuire senza perdersi nelle registrazioni sempre richieste in tutte le piattaforme dedicate al crowdfunding.
Noi abbiamo cercato di imparare strada facendo, cercandola di offrire la risposta migliore a ogni singolo dubbio.
Alla fine abbiamo voluto premiare l'entusiasmo di tutte quelle persone che ci hanno appoggiato sulla fiducia, chiudendo in maniera positiva il progetto nonostante non avessimo raggiunto l'ambiziosa cifra che ci eravamo posti come obiettivo. Abbiamo preferito lanciare un segnale ottimista e vedere il bicchiere mezzo pieno piuttosto che lasciar perdere e rinunciare. Probabilmente l'inesperienza ci ha portato a commettere qualche errore di valutazione che ci servirà di lezione per le nostre prossime iniziative. In ogni caso, chi ci ha appoggiato ora potrà finalmente leggere Pashazade.
9. E dopo, avete già scelto quali titoli verranno?
Dopo Pashazade pubblicheremo il nostro primo romanzo di fantascienza scritto in Italia. Non siamo ancora pronti a rivelare autore e titolo, stiamo lavorando dietro le quinte per realizzare un libro che si faccia ricordare. Posso dire che già in prima lettura ci ha trovati tutti entusiasti, e che non vediamo l'ora sia pronto per mandarlo in stampa e renderlo disponibile per tutti quei lettori che sono stufi delle solite cose.
A seguire arriverà Halting State, di Charlie Stross, un romanzo ambientato nella Edimburgo dei prossimi anni, in cui si mescolano fascinazioni geek, indagine poliziesca, nuove tecnologie, il tutto narrato dalla brillante scrittura di Stross, che per me rimane uno dei più divertenti autori dell'ultimo decennio.
Quindi sarà la volta del ritorno di Karl Schroeder con il secondo episodio del suo ciclo di Virga. Il romanzo, Regina di Candesce, avrà per protagonista Venera Fanning.
10. Siete editori 'di fantascienza e altre meraviglie'. Ora, le altre meraviglie arriveranno mai al fantastico? *ammiccamento alla petizione per Locke Lamora*
Eh! Purtroppo il problema che i lettori di fantasy hanno con Locke Lamora è moltiplicato per x volte tra i lettori di fantascienza. Per le nostre dimensioni è improponibile e commercialmente suicida provare a proseguire un ciclo interrotto da un altro editore, soprattutto se il ciclo in questione è composto da tomi di oltre 500 pagine. (Uffa. N.D. Leggy)
Detto questo non è detto che non si provi in futuro a proporre qualcosa di fantastico tout court. La questione è semmai cosa proporre, che ci distingua dalla marea di fantasy post-tolkeniano-urban-finto-gotico che ci circonda. Noi una mezza idea ce l'abbiamo, dobbiamo solo vedere se riusciremo a concretizzarla.
11. Aprire una casa editrice di fantascienza dev'essere stato un po' un salto nel vuoto. Come avete trovato l'accoglienza, da parte di lettori e librerie?
I lettori, soprattutto quelli tanto abili e/o fortunati da aver letto un nostro libro, ci adorano, tutti e incondizionatamente. :-)
A parte gli scherzi (anche se no, non stavo scherzando) ci ha fatto davvero piacere l'entusiasmo che ha circondato il nostro debutto editoriale. Ci aspettavamo la curiosità e anche una buona dose di scetticismo, invece i lettori prima, e molti librai poi, ci hanno dimostrato un'attenzione che ci ha piacevolmente stupito.
Parlo dei librai insieme ai lettori, perché per noi la questione librerie è prioritaria. Abbiamo un bel da dire che siamo nati in rete e che vogliamo sopravvivere e prosperare grazie alla rete. In Italia la rete non è sufficiente a sostenerci.
D'altra parte andare in libreria, per noi che abbiamo rinunciato a priori alla distribuzione tradizionale, vuol dire contattare singolarmente ogni librario che ci pare interessante, proporgli i nostri volumi e sperare che a) abbia già sentito parlare di noi (in questo caso è fatta); b) che sappia cos'è la fantascienza/abbia degli affezionati lettori di fantascienza (in questo caso abbiamo più di una possibilità); c) sia attento alle piccole realtà editoriali come la nostra; d) sia curioso e disponibile alla novità.
Se poi il librario trova anche il modo di proporci direttamente ai suoi clienti, beh… allora siamo a cavallo. Quel che non sempre riusciamo a trasmettere ai nostri interlocutori è che le condizioni che applichiamo ai librai rendono il rapporto commerciale con Zona 42 conveniente per tutti (il lettore che si trova i libri a un prezzo umano, il libraio che ci guadagna più che con i libri dei grandi editori, noi che riusciamo a pubblicare il prossimo romanzo).
12. Qualche esperienza bislacca da editori, con cui sollazzarci?
Siamo sulla piazza da troppo poco tempo per aver accumulato un anedottica degna di questo nome. :-)
Le cose più divertenti nascono comunque sempre nei confronti con i lettori, durante le presentazioni, soprattutto con quelli entusiasti di conoscerci ma che non hanno le idee ben chiare su quello che facciamo, che magari ci chiedono se nei nostri libri ci sono vampiri, che non ne possono più, o che cercano il sapore antico della buona vecchia fantascienza di una volta, e qualcuno che ricorda Asimov, pace all'anima sua, salta sempre fuori.
Grazie del tempo che avete sprecato in compagnia delle mie domande, vi auguro ogni fortuna :)
Grazie a te per l'opportunità che ci hai offerto di poter parlare del nostro progetto. Siamo convinti che il tempo trascorso a parlare e confrontarci con i lettori non sia mai sprecato. Prima di essere editori siamo lettori, ed è proprio il lettore il nostro riferimento principale per tutto quello che facciamo. In fondo con Zona 42 cerchiamo solo di produrre libri che noi per primi avremmo voluto leggere. Il nostro impegno sta nel continuare a fare del nostro meglio per riuscire a proporli in un'edizione che restituisca al nostro pubblico almeno un briciolo della passione che ci mettiamo nel curarli.
Quel che noi auguriamo ai tuoi e nostri lettori è di incontrare sempre più spesso libri capaci di meravigliarli, stupirli e inquietarli. Buone letture!
Qui il loro sito, donde potrete trovare tutte le informazioni correlate. E qui il blog personale di Giorgio, che è interessante assai pure quello.
Qui la recensione che ho scritto di Desolation Road, la loro prima pubblicazione, e qui quella di Il sole dei soli. Pashazade me lo accalappierò felicemente al Lucca Comics.

lunedì 20 ottobre 2014

Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron

A poche pagine dall'inizio di questo libro, già avevo ficcato l'autore nella lista dei desideri di compleanno. Anzi, mi era già svicolato nell'angolo in cui custodisco i miei autori preferiti. Davvero, c'è voluto pochissimo. Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron, tradotto da Giuseppina Oneto e edito da Adelphi nel 2007. Sono abbastanza certa che domani mio padre mi regalerà Quella sera dorata, e non potrei essere più lieta.
Non c'è poi moltissimo da scrivere, su questo libro, e infatti è per questo che ne chiacchiero stasera, che sono piena di cose da fare. È un libro breve, che ho letto in una mezza giornata, senza quasi riuscire a fermarmi, e che mi ha lasciata soddisfatta come mi capita di rado.
È James a parlare, a raccontare. Questo ragazzo che dovrebbe iniziare a frequentare l'università, ma che proprio non ne ha voglia. Vive con la sorella maggiore e la madre, con le quali ha un rapporto altalenante, dalle quali si tiene a distanza. Adora la nonna, che va a trovare spesso. Lavora nella galleria d'arte della madre insieme a John, che considera un suo amico.
James mi piace e mi piace pensare che, per il breve tempo che è durata la lettura, siamo riusciti a fare amicizia. È un ragazzo intelligente, calmo, acuto, che pare agitarsi in bilico tra ciò che sarebbe sensato fare e l'angolo lontano in cui vorrebbe rifugiarsi a leggere. Va da una psicologa per qualcosa che gli è successo durante uno di quei bizzarri ritiri scolastici americani, e che svela verso la fine. C'è una diagnosi che sbircia da sotto la carta, inespressa, ma non ha importanza.
E questo è un brevissimo periodo della vita di James, in cui tuttavia riusciamo a conoscerlo a fondo, più di quanto non si conosca lui stesso. James il refrattario. James l'ingarbugliato.
Superfluo sottolineare che lo consiglio e che l'ho adorato. È da leggere. O almeno, è uno dei libri che trovo imprescindibili, anche se a giudicare da Anobii et similia non siamo poi in tantissimi a pensarlo. Però per me è un libro speciale, e se capitate spesso da queste parti e vi siete fatti un'idea dei libri che trovo 'speciali', beh, vedete voi.
Io non attendo che di procacciarmi tutto ciò che Cameron ha liberato nel mondo.

lunedì 13 ottobre 2014

Il sole dei soli di Karl Schroeder

Questo libro l'ho letto un po' di settimane fa, in uno di quei tremendi periodi in cui mi è dato a malapena di leggere e ancora meno di scrivere, che la necessità di studiare è totale e meschina. Ma via, è tempo che io mi rimetta in pari tra libri letti e recensioni scritte finché il tempo sta dalla mia parte.
Dunque, Il sole dei soli di Karl Schroeder, tradotto da Silvia Castoldi e Marco Passarello, seconda pubblicazione di Zona42. Casa editrice cui devo la scomparsa della mia allergia alla fantascienza. E interessante anche l'introduzione di Davide Mana, il cui blog, almeno per adesso, lo potete scartabellare qui.
In questo libro, Schroeder ci toglie da sotto i piedi il mondo che conosciamo. La nostra gravità, il suolo così sicuro sul quale abbiamo costruito le nostre vite, l'ovvietà di un sole che ci riscaldi. Virga non è così, non ha molto a che vedere col tipo di pianeta cui siamo abituati. È fatto di bolle d'aria, di soli artificiali – il più importante è Candesce – e città artificiali la cui gravità è ottenuta tramite il continuo movimento. E uno degli aspetti che ho particolarmente apprezzato nella costruzione di questo mondo è che Schroeder non manca di riportare le conseguenze fisiche dell'universo che ha creato. Non gli basta dire 'No, qui non c'è gravità', ti dice anche cosa succede alle persone cui la gravità manca, dei loro corpi alti e sottili, fragilissimi.
E c'è Hayden Griffith, un ragazzino che abita nella città artificiale di Aerie e che assiste alla sua distruzione. Accade nel primo capitolo, a poche pagine dall'inizio. Aerie è una città debole, dipendente dalla più grande Slipstream. La madre di Hayden sta costruendo un sole artificiale col quale potranno rendersi autonomi e cercare alleati per sottrarsi alla dominazione della città più grande, ma qualcuno deve aver parlato, perché arriva una flotta a distruggerli.
E passano gli anni, ritroviamo Hayden cresciuto e incontriamo gli altri personaggi.
C'è Verena Fanning, con il suo dolore cronico, fredda e calcolatrice, abile burattinaia del marito Chaison. C'è Chaison, che comandava la flotta di Slipstream che ha distrutto Aerie, e che Hayden intende uccidere.
C'è una missione da compiere, e per una fortuita – ma credibile – connessione di eventi, i nostri tre si ritrovano sulla stessa nave a solcare l'universo.
Della missione non posso dire granché, perché non si scopre subito. Bisogna cercare qualcosa, per un certo motivo. Ecco.
E sulla nave incontriamo anche Aubri Mahallan, macchinista, che viene da un mondo filosoficamente bislacco, e il giovane Martor, un ragazzino che Hayden prende in simpatia.
E poi altri mondi, e i pirati spaziali.
Ed è meglio che io non dica altro, che lo spoiler incombe.
Mi è piaciuta la storia, ho adorato il mondo che è stato costruito, e il modo in cui è stato presentato. Belli anche i personaggi, soprattutto Chaison e Venera. Lui coi suoi dubbi, lei che pare le scorra il cinismo nelle vene.
Attendo pazientemente il seguito – ma non penso di dover aspettare ancora a lungo, no?

venerdì 10 ottobre 2014

L'armata dei sonnambuli dei Wu Ming

E dunque, L'armata dei sonnambuli dei Wu Ming, edito da Einaudi qualche mese fa. Se non avete idea di chi siano i Wu Ming, o magari pensate che si tratti di uno scrittore cinese, vi indirizzo al loro blog qui, che è interessante assai.
Ne chiacchieravo l'altro giorno con un amico in chat. Glielo stavo consigliando di cattiveria, che a lui piacerebbe un sacco. E lui mi dice che un suo amico già glielo ha raccomandato di cuore, definendolo frattanto 'un libro di sinistra'. E a ragione. Aggiungo, un libro di sinistra che non si vergogna di essere di sinistra. E non un libro che finge di essere di sinistra perché fa tanto intellettuale-chic mentre spruzza caviale e monocoli da tutti i pori, o che si sventola il naso di profumo innanzi alla prospettiva di soluzioni pratiche, che sono così volgaVi. Ma la chiudo qui, va', che sennò non riuscirò mai a parlare del libro.
Prima di tutto, devo fare cenno alla monumentale ricerca storica, e al modo meraviglioso in cui la storia è stata incastrata in una trama. Anzi, il modo in cui un'epoca è diventata un lungo racconto. Persone realmente vissute – personaggi minori della Rivoluzione che ora diventano personaggi principali di un libro – le cui vite vengono assaggiate e interpretate dagli autori.
Il giorno della decapitazione di Luigi XVI, piazza Rivoluzione è gonfia di gente. C'è Marie Nozière col figlioletto, ci sono loschi figuri incappucciati che vorrebbero salvare il Re – ma sono in cinque, e a due di loro non va troppo bene – e si canta la Marsigliese quando la testa cade. Non sono riusciti ad assistere Leo Modonnét, attore che si intrattiene con Colombina nell'androne di un palazzo, né il dottor Orphée d'Amblanc, mesmerizzatore che deve pure aiutare i suoi pazienti, anche in un giorno tanto importante per la Francia.
Il romanzo parte da qui, poi scivola verso il Terrore, che è un'epoca di cui non si sa poi molto, rispetto alla Rivoluzione, ma quella la conosciamo bene grazie a Lady Oscar, non per meriti di studio. E risponde, non coi giudizi ma coi fatti, alla domanda 'cos'è andato storto?'.
Le vite dei personaggi, per la breve durata del Terrore fino al risorgere della ricchezza – non è che vi sto fando spoiler, spero, no? - scorrono parallele, a volte si incrociano, mentre girano attorno a quel fulcro che è la Parigi che sobbolle. Marie Nozière è una sarta che abita a Sant'Antonio, il quartiere uber-proletario, che s'indigna all'idea di essere messa da parte, con le altre donne, a Rivoluzione finita, come se lei e le altre fossero rimaste a rammendare mentre gli uomini prendevano la Bastiglia. Leo Modonnét (Leonida Modenesi) è un attore con tanto talento, e una testa troppo dura, e le mani che hanno troppa fretta di incontrare altri volti. E osservando il grande teatro che è diventata Parigi, decide di diventarne un personaggio di spicco. E Orphée d'Amblanc, che studia la teoria del flusso magnetico di cui sono pieni i corpi, e dal quale dipende la loro salute. Un medico che non cura direttamente i pazienti, ma li interroga quando sono ipnotizzati, e al quale viene affidato il compito di studiare alcuni casi bizzarri avvenuti altrove.
E poi Laplace, che si è fatto internare spontaneamente nel manicomio di Bicetre, in quanto affetto da una grave forma di melancolia. E il poliziotto Treignac, che deve mantenere l'ordine pure a Sant'Antonio, dove gli ultimi della Francia ardono.
E gli errori che questi ultimi hanno compiuto, perché se dai una briciola di potere a un affamato, capace che quello ci si strozzi. E il momento in cui le bastonate non bastano più, e ci vuole Madama Ghigliottina, e quando l'inquietudine diventa davvero Terrore, e la Convenzione, e... e beh, tutto quello che è successo in quegli anni.
Che poi, possibile mai che Robespierre e Marat e D'Anton abbiano un ruolo così marginale in un romanzo che parla della Francia tra Rivoluzione e Terrore? Sì. Che questa è la Francia delle sarte, degli attori, che quello messo meglio è un medico mesmerizzatore. E suggerisce qualcosa, che abbiano fatto così tanto eppure valgano così poco.
Un'ultima cosa (bella). Le chiacchiere del tipo un po' in là con gli anni, col naso bitorzoluto, che ti sfiata di vinaccia e intanto ti racconta quello che è successo, con l'amico che rimpalla, seduto accanto a lui.
Ci sono questi brevi capitoli in cui è questa voce senza volto – un volto solo s'intuisce alla fine – a raccontare, con toni colloquiali da taverna annerita dal fumo, che 'Ti si conta noi, com'è che andò'.
E non so che altro dire, se non che sono contenta di aver conosciuto così i Wu Ming. Superfluo dire che lo consiglio, un 'lo consiglio' è poca cosa. C'è da brindarci, a 'sto libro.



(Tra l'altro ogni volta che compariva il nome Scaramouche, mi partiva 'SCARAMOUCHE, SCARAMOUCHE, WILL YOU DO THE FANDANGO? Thunderbolts and lightning...' e così via. Ogni volta.)

venerdì 3 ottobre 2014

Scribacchiolando #7 - Mea culpa - Cosa rende urfido il mio ultimo racconto

Il mese scorso ho dato un esame che mi ha fatto particolarmente penare. Non so perché, visto che trattava di argomenti ormai familiari, ed era pure parecchio interessante. Però, chissà come mai, lo studio mi sfiancava più del solito.
Tranquilli, non ho intenzione di lamentarmi dell'esame in sé, quello lo faccio abbastanza ogni volta che devo darne uno – di solito frignando come se lo studio fosse una tortura impostami da una malvagia popolazione aliena, un atteggiamento molto maturo da parte mia. Ma soprassediamo – bensì mi andava di chiacchierare di un racconto che ho scritto un paio di giorni prima del suddetto esame.
Avevo passato la mattinata – e non sto scherzando, sarò rimasta piallata sui divanetti all'ingresso intorno alle tre/quattro ore – dalla parrucchiera. Avevo i capelli così rovinati che pareva mi fosse riuscito male lo shatush. Ad ogni modo, mi si prospettava una lunga attesa, meno male che mi ero portata dietro Cose fragili di Gaiman, di cui ho chiacchierato giusto un paio di giorni fa.
Ora, Umberto Eco ha parlato di un costrutto semiotico chiamato 'lettore ideale'. Si tratta di un'istanza determinata dal testo stesso, del perfetto insieme di aspettative e conoscenze atte a comprenderlo appieno.
No, non sto tentando di ammorbarvi con nozioni studiate nell'ultimo esame. Il fatto è che io sono il Lettore Ideale di Gaiman. Lui non lo sa, ovviamente, ma io sì. Non penso di essere l'unica, ma la questione rimane. Neil non lo sa, ma scrive per me. I suoi testi continuano a disegnarmi inconsapevolmente come lettrice.
E sì, detto così sa un po' di pre-stalker. Pare che io mi accinga a concludere il post annunciando che andrò a cercare Gaiman per imporgli la mia esistenza e nutrirmi del suo sangue.
Ma no, voglio solo dire che leggere i libri di Gaiman mi immerge in un liquido amniotico creativo, mi trasporta in una dimensione tra le dimensioni e mi rende particolarmente ricettiva alle storie.
E visto che ero dalla parrucchiera e stavo leggendo un libro di Gaiman, puff, mi è nata una storia sulle Parche che aprono un salone di bellezza. Carina, no? Me la sono ritrovata nella testa e poi tra le mani, e infine nel computer.
Solo che ci sono stati d'animo in cui non si dovrebbe mai scrivere, e per me sono i giorni prima degli esami, in cui ogni mia molecola è tesa verso i libri di testo. Purtroppo la storia non voleva saperne di lasciarmi in pace, neanche per un paio d'ore, quindi mi è toccato scriverla, almeno per poter studiare in pace. Solo che scriverla non mi bastava per liberarmene del tutto, e l'ho pubblicata qui, sul blog, dopo averla ricontrollata senza troppa cura, dando giusto una falciata agli errori di battitura.
Risultato? Pessimo, ovviamente.
Infatti il mio primo pensiero è stato di correggerla post-esame rigettando la prima stesura come non fosse neanche mia. Ma poi, dopo aver riscritto un paio di frasi, mi sono detta che dopotutto il racconto poteva tornarmi assai utile così com'era. Nella terza puntata di Scribacchiolando mi lamentavo di come avessi finito per perdere, in una lunga processione di hard-disk bruciati e sanguinose formattazioni, tutte le storie che scrivevo da ragazzina, cosa che mi impedisce oggigiorno di andare a rivedere e analizzare più chiaramente i miei errori.
Ora, poiché Il salone delle Parche è rimasto una prima stesura con una pessima revisione, indiscutibilmente indegno di vedere la luce... beh, perché no?
Lo analizzo adesso, insieme a voi.
Dunque, vediamo.
Colpisce immediatamente un uso spropositato degli aggettivi. King ha ragione, c'è da mozzare.
E noto anche che nel tentativo di evitare le descrizioni nette, cerco grossolanamente di cucire insieme l'interazione dei personaggi con l'ambiente, con le descrizioni stesse, rendendo le frasi confuse e traboccanti di informazioni inutili.
E mai che io vada dritta al punto. Avrei potuto evitare un sacco di ghirigori dispersivi scrivendo chiaramente 'Moira e Norma avevano aperto un Salone l'anno scorso, l'avevano arredato in questo modo, ora stavano facendo quello'. Ma nooo, spezzettiamo l'ambiente in giro per il racconto rendendolo il più evanescente possibile, che la chiarezza è volgare.
Soprattutto quando si tratta di racconti, è necessario essere chiari e concisi. Non c'è tempo per mostrare come i rapporti tra i personaggi si evolvono attraverso l'interazione, e non c'è spazio per troppi flash-back o rievocazioni. Brevi e decisi. 'Da tot periodo Morrigan aveva deciso di cambiare nome perché tot'. Punto. Eccheddiamine, Me Stessa, quanto hai intenzione di sbrolodare su quella pagina?
Ed è inutile ancorché dannoso che io mi ostini a scrivere al presente, che tanto non mi riesce. È un tempo che non sopporto e nel quale non mi sento a mio agio. E si vede.
Se proprio dovessi trovare degli aspetti positivi, direi che i dialoghi potevano riuscirmi peggio, e non nego che l'idea mi piace un sacco. La rimetterò a posto presto, magari scribacchiolando qualcosa di più lungo. Mi sono già germogliate in testa diverse scene, devo solo riuscire a collegarle tra loro. Che, per quanto mi riguarda, è la parte più difficile.
E dunque, non so a voi, ma a me questo post è stato decisamente utile. Se avete voglia di segnalarmi errori che mi sono sfuggiti, mi fate un grande favore. Prometto che non verrò a suonarvi i bonghi sotto casa alle tre di notte.

martedì 30 settembre 2014

Cose fragili di Neil Gaiman

Forse non è stata una saggia scelta, quella di prestare Cose fragili prima di averlo recensito. Quando finisco un libro, ho l'abitudine di piazzarlo sulla scrivania accanto al computer, così quando vorrò parlarne qui mi basterà allungare una mano e sfogliare qualche pagina per essere certa di non dire sciocchezze. Ma l'ho passato a un amico, perciò Cose fragili non compare nella pila traballante - e mezza crollata, ora che ci faccio caso - accanto al computer. Mi tocca improvvisare. Mi consola il fatto che, dopotutto, non sono comunque capace di recensire le raccolte di racconti, quindi non è che stia rovinando chissà quale ipotetico, meraviglioso post.
Dunque.
Beh, inutile tergiversare. Si tratta di Gaiman, è quasi fisiologico che io l'abbia adorato. Però non mi aspettavo così tanto, essendo una raccolta di racconti, ed essendo il racconto breve una forma di narrazione che, debbo ammetterlo, di norma mi lascia un po' freddina.
Ma via, animo! Cose fragili di Neil Gaiman, tradotto da Stefania Bertola e edito da Mondadori nella collana Strade blu, che senza offesa, ma proprio non capisco il motivo di quelle pagine strane, che sembrano attaccate al contrario.
Una raccolta uscita in Inghilterra e negli USA nel 2006 e che a noi giustamente arriva con un divario di otto anni.
Il libro inizia con Neil che parla dei racconti. Commenta ognuno di loro, specifica quando è stato scritto e in quale raccolta/rivista sia uscito la prima volta, che cosa ne pensi adesso... ecco, è una cosa che ho apprezzato parecchio.
Non so come descrivere appieno il filo conduttore dei racconti, se non dicendo che sono pienamente Gaimaniani. Che si intuisce il terreno del reale sotto ai piedi, però ci si apre alle infinite possibilità di un assurdo plausibile ed estremamente variegato.
Il primo racconto lega insieme due classici della letteratura, le creature di Lovecraft e Sherlock Holmes. Si intitola infatti Uno studio in smeraldo e, nonostante io non conosca granché Lovecraft, non ho fatto fatica a intuire il modo in cui i due universi narrativi erano collegati. Chi non conosce l'opera di Arthur Conan Doyle probabilmente non apprezzerà il racconto, ma a me è piaciuto moltissimo. E le citazioni letterarie sono meravigliose.
Il mio preferito è senza dubbio Spose proibite degli schiavi senza volto nella casa segreta la notte del desiderio e del terrore. Sì, è un titolo lungo e assurdo, e a ragione. Il racconto invece è adorabile, mi ha fatto sorridere tantissimo, anche per la questione metanarrativa che è sempre apprezzabile.
Ho adorato anche Il sovrano del Glen, che ha come protagonista Shadow di American Gods. E mi sarebbe piaciuto moltissimo anche se non si fosse trattato di un personaggio cui sono già parecchio affezionata.
Mi sono piaciuti tantissimo anche Tesori e souvenir – Mr Smith e Mr Alice, i due personaggi principali, sono presenti anche in Il sovrano del Glen. Spero di rincontrarli presto, perché sono personaggi interessantissimi - e Il problema di Susan, in cui Neil tratta del finale delle Cronache di Narnia. Di più non posso dire, perché c'è anche chi non ha ancora letto il finale delle suddette Cronache. Come me, che me lo sono spoilerato orrendamente.
E Arlecchino a San Valentino, e Caffè amaro... Diciamocelo, in realtà non c'è un solo racconto che non mi sia piaciuto. Avrei potuto fare a meno di un paio di poesie, quello sì. E tocca ammettere che tre racconti erano già presenti in un'altra raccolta, Il cimitero senza lapidi e altre storie nere. In realtà non so perché quest'ultimo aspetto abbia provocato tante critiche, la cosa non mi ha granché infastidita, ma mi pare giusto notificarlo.
Ma, come sottolineavo poc'anzi, non sono brava a recensire le raccolte di racconti, non lo sono mai stata. Finisco sempre per stilare una lista di vaghi e imprecisi 'mi è piaciuto'/'non mi è piaciuto'. E direi che ce lo possiamo risparmiare, no?
L'unica cosa che posso dire è che, se siete Gaimaniani, vi tocca leggerlo. Punto.
Mi ha pure fatto risorgere la fregola di omaggiare Gaiman con un tatuaggio.

venerdì 26 settembre 2014

On writing di Stephen King

A ben vedere non è che io abbia letto moltissimo di Stephen King, anzi, giusto una manciata di libri. Certo, mi sono piaciuti un sacco, ma sempre una manciata restano, e trattandosi di un autore sorprendentemente prolifico, si tratta della proverbiale goccia nel mare. Ha senso, dunque, leggere On writing prima ancora di leggere It, Shining, la serie de La torre nera e gli altri capolavori del Re?
Forse no. Però lo cercavo e l'ho trovato. Conseguentemente l'ho letto e, com'è giusto che sia...
Sì, On writing di Stephen King, tradotto (meh) da Tullio Dobner e edito da Sperling e Kupfer nel lontano 2001. E fuori catalogo.Saggia scelta editoriale, visto che c'è mezzo mondo che lo cerca. Quando l'ho chiesto in prestito a un'amica ho visto qualcosa spezzarsi nei suoi occhi, mentre mi pregava di averne cura. Da brava Lettrice ho avuto pietà e ho ritratto la richiesta, prendendolo in biblioteca. E... beh, ora ne voglio una copia mia. Da risfogliare ogni tanto. Sento che ne avrò bisogno.
On writing non è un manuale di scrittura, anche se è pieno di consigli utili. È un po' autobiografia, un po' libro sui libri in generale. In sostanza King ha risposto alla domanda che nessuno gli ha mai posto, perché sono domande che si fanno a scrittori di letteratura seria, d'alto calibro, passabili di Nobel. E non sono certa che questa parte sia stata tradotta al meglio, perché King parla di domande 'sul linguaggio'. Ma via, presunzione di innocenza e andiamo avanti.
King parla della sua infanzia, della sua famiglia, di quanto amasse leggere. Del suo amore per i film dell'orrore di serie Z, del chiodo sulla parete della sua stanza al quale appendeva le lettere di rifiuto che gli arrivavano dalle riviste cui sottoponeva i suoi racconti. Parla dei suoi studi, dei suoi tentativi, di quando ha vissuto con la moglie e tre figli piccoli in una roulotte, la stessa in cui ha scritto Carrie, il grande best-seller, il suo primo romanzo. Parla anche di come arrivano le idee, o meglio, di come le cose si mescolano nelle teste degli scrittori per diventare situazioni dalle quali si sviluppa una storia. Parla della sua Musa, che è un tizio burbero e silenzioso. Della sua avversione – a mio dire eccessiva – per gli avverbi, della sua preferenza per un'esposizione cronologicamente lineare, opposta all'inizio 'in media res' che oggigiorno usa tanto, e che personalmente preferisco.
King è preparato e onesto. Ammette la fatica, ammette il bisogno di un pubblico, di un riscontro. Ha trasformato la moglie Tabitha nel costrutto semiotico del Lettore Ideale. Riporta esempi, correzioni, ancora esempi.
E dice che l'unico modo per diventare scrittori è scrivere, leggere e allenarsi. E che non è un lavoro per tutti. Lo definisce un lavoro, un lavoro amato, ma sempre un lavoro. Non tenta di scrollarsi di dosso la nomea di mestierante che certi critici gli hanno affibbiato, preferisce vestirla come una giacca scomoda. Similitudine che gli farebbe storcere il naso, stando a quanto ho letto.
Chi non conosce King farebbe bene a leggersi almeno Carrie. E chi già lo conosce, non può non leggere anche On writing. Soprattutto chi è rigonfio di velleità letterarie. Davvero, è utile forte. Ma buona fortuna con la ricerca...