lunedì 20 maggio 2013

Salone del Libro - Incontri

Ecco, alla fine sono qui pure io, pronta a narrare delle vicende torinesi. Ieri notte sono tornata alle 3, reduce da un viaggio in macchina durante il quale ho cercato di sdormicchiare il più possibile senza riuscirci e da tre giorni di totale estasi libresca. Per non parlare dell'amica che mi ha ospitata e di sua madre, che sono state semplicemente meravigliose. Ai miei occhi di ligure (Toh, lì c'è la caffettiera, fatti il caffé.) sono stata trattata con mille paia di guanti, tutti spessi e morbidissimi. Ho passato ogni giorno nella commozione.
Comunque!
Vediamo, il Salone del Libro... che posso narrare? Perché ce ne sono, di cose da narrare... anche troppe. Infatti dividerò le questioni in tre post, 'Incontri', 'Case editrici' e 'Blogger'. Perché a ben vedere quasi tutto il tempo che ho passato al Salone è stato in piacevolissima compagnia di gente mai vista prima di quel momento (a parte Salomon e Camilla, ma voi già lo sapete che vi adoro quindi posso evitare di sottolinearlo ulteriormente, no?) e che si sono dimostrate così simpatiche e intelligenti e... e davvero, sono così felice di aver potuto constatare che le ragazze che leggo abitualmente sono davvero come lasciano intravvedere nei loro post. Sono davvero felice di averle incontrate.
Ma visto che qui rischio di dimenticarmi pure i temi degli incontri, vedo di iniziare da quelli.

Laboratori di traduzione.
Come si fa una proposta editoriale

Questo è stato il primo incontro, raggiunto con una ventina di minuti di ritardo dall'inizio perché... beh, perché mi ero persa. Qui alcuni editor e traduttori (Marcos y Marcos, E/O, Del Vecchio) davano consigli ai traduttori sul modo migliore di proporre un libro da loro tradotto. Mi sembravano consigli abbastanza logici, ma forse non lo sono così tanto, a giudicare dalle occhiate e dalle risatine che si scambiavano... quindi, vediamo. Mandare il testo a una casa editrice di cui si è già esaminato il catalogo. Mandare un testo interessante. Mandare qualcosa di davvero ben preparato. Direi basta. No, non è stato dei più proficui. Per me, almeno. Ma io non sono traduttrice, quindi...

Elefanti rosa
Racconti brevissimi e pesanti teorie – con Stefano Benni

Stefano Benni. Un nome che basta a fare trillare i miei sensi di lettrice. Io lo adoro, Benni. E gliel'ho detto, mentre facevamo la foto. Volevo dirgli qualcosa, ma non sapevo cosa. Mi è perfino venuto quell'istinto malvagio di dire qualcosa abbastanza impressionante da essere ricordabile. Che cosa stupida, si finisce solo a fare la figura degli idioti. Però mi sarebbe piaciuto dirgli che un po' mi aveva partorito anche lui, perché il mio Io-lettore è stato plasmato dai suoi libri. Avrei voluto fargli capire in qualche modo quanto significasse la sua esistenza per me, ma mi sono limitata a un semplice 'Io la adoro' che gli ha strappato una piccola risata. E quella me la sono portata via.
Dicevo, l'incontro con Benni. Se mai dovesse fare una lettura dalle vostre parti, SANTODDIO andate. È stato divertente, esilarante, simpaticissimo. Ha letto diversi racconti, un paio suoi e il resto di autori che non conoscevo. A parte Kafka. E li ha recitati benissimo, facendo piccole battute tra l'uno e l'altro e... e no, davvero. Io lo adoro.



Potere alla parola
Contro la violenza sulle donne – Loredana Lipperini, Michela Murgia

Questo non è stato affatto un incontro piacevole, ma dovevo andarlo a sentire comunque. La storia della parola 'femminicidio', il modo in cui il fenomeno è raccontato dai giornali, l'eterna indignazione per il classico 'L'ho uccisa perché l'amavo', storie di donne che hanno sconfitto il mostro e di altre che ne sono state divorate. Articoli, giornali, centri anti-violenza.
Scuoto la testa e passo avanti, via. Tanto non riuscirei mai a riprodurre un discorso così perfetto. Rischierei solo di annacquare il messaggio.

Book blog, editoria e lavoro culturale.
Cosa succede in Italia? - eFFe

Ecco, questo credo fosse l'incontro che più mi premeva. Tra l'altro ero tentata, una volta finito, di andare da eFFe a stringergli la mano e a dirgli 'Ciao! Sono la rompiscatole', ma poi ho pensato 'Sì, ok, ma a lui che gliene frega?' e ho evitato. Dunque, vediamo. Oltre a eFFe c'erano Marco Giacomello, di Scrittori Precari e avvocato specializzato in diritto d'autore, Christian Raimo (non credo abbia bisogno di presentazioni, ma mi limito a dire 'MinimumFax') e Francesco Forlani di Nazione Indiana. Devo dire che mi è piaciuto molto il clima che si è creato tra loro, che scherzavano e si facevano battute, magari sforzandosi di non ridere.
Inizialmente eFFe ha parlato un po' dell'ebook di cui ho lungamente disquisito QUI e che vi invito nuovamente a scaricare, che è veramente interessante. Ha parlato del... beh, del non-so-come-si-chiama 'In my mail box', quel post periodico in cui un blogger presenta i libri ricevuto da una casa editrice.
Ecco, io non sono del tutto d'accordo con eFFe. E qui, prima di andare avanti, vi consiglio di leggere il post linkato poco fa, che sennò non vi ci raccapezzate. Ecco, è vero che ci sono blogger che aprono le proprie pagine alle case editrici senza remore e senza pudore, rendendoli vetrine assoggettate piuttosto che spazi personali. È vero e ne è pieno il web. Però, a voler essere proprio pignoli, alla fine quelle che fan così sono le uniche che ci guadagnano effettivamente qualcosa. Libri e gadget gratis. Contente loro...
Il fatto è che io non riesco a trovare un'alternativa, né credo di volerla trovare. Verissimo che con le sue recensioni un blogger dona visibilità e pubblicità ad un dato libro e conseguentemente alla casa editrice che l'ha pubblicato. E sì, lo fa gratis. E... e beh, a me va bene così. Perché è un hobby, un piacere, una gioia parlare di libri. E non con le case editrici, ma con altri lettori. Io credo che sia un po' una situazione simile a quella del calcio, dopotutto. Io ho le mie squadre del cuore, le mie case editrici preferite. Se vedo qualcuno che sceglie un Marcos y Marcos piuttosto che un Mondadori, dentro di me c'è un ultras che urla 'ED E' GOOOOOOL!'. Va bene così. Siamo tifosi, non manager. Certo, c'è chi agisce come manager perché vuole fare il manager, o magari soltanto per i libri gratis.
Ma tanto diciamocelo, i libri mandati dalle CE sono spesso delle ciofeche allucinanti, quindi...
Dunque, dicevo?
Ecco, putiamo caso che un blogger serio e competente, che magari riesce pure a smuovere le sue belle vendite – ed è evidente che non parliamo di me – si trovi ad essere pagato. D'accordo.
Da chi? Dalla casa editrice? Turpidume impensabile. Dai lettori? Ohohoh!
No, davvero. Da chi? E soprattutto, quali sarebbero le conseguenze sulle recensioni? La differenza tra uno che scrive libero da ogni vincolo e da uno che scrive ricevendo un compenso è palese ed evidente. 
Come poi non parlare dell'intervento di Raimo? Che ha parlato della missione dei blogger come di 'educazione alla lettura', elencando alcuni criteri/proposte/speranze, come la collettivizzazione (con tutto il rispetto anche no, eh.), l'uso di competenze trasversali, essere artistici e analitici, avere la capacità di schierarsi politicamente, la sincerità, l'integrazione di tutele sindacali e professionalità e l'equità dei compensi.
Ora, io non ho proprio ben chiaro se stesse parlando ancora di blog o di editoria in generale. Perché io ripeto e ribadisco, il blogger per me è tifoso, appassionato, è un giocatore di D&D che si studia i manuali di notte, uno sportivo che passa ore a esercitarsi al canestro. Solo che lo racconta, lo condivide, lo rivela al mondo e agli altri appassionati. Non si può finanziare una passione così, dai.
Certo, non nego che tramite un blog ci si possa fare conoscere da 'gente del campo'. Ma questa non è la ragione prima. Almeno, non dovrebbe esserla.
Ora... io suonerò orrendamente moralisto-ingenua-CandyCandy. Ma perché bisogna sempre pensare in termini di interesse o di scambio? È proprio necessario? Non possiamo funzionare altrimenti?

Dall'Algeria all'Italia
Amara Lakhous

Di lui – o meglio, di un suo libro – avevo già parlato QUI. Entusiasticamente. Ecco, quest'incontro mi è piaciuto un sacco. C'erano lui e Carmine Abate che chiacchieravano, si punzecchiavano, Abate faceva dei complimenti ad Amara e lui si scherniva dandogli un buffetto sul ginocchio. Bellini.
Ha parlato delle sue radici che si muovono, del processo che lo porta a scrivere le sue storie, della scelta dei suoi personaggi. Ha parlato di come l'Occidente ha finito per buttare su tutti gli islamici l'etichetta di 'fondamentalista', accennando tristemente all'uccisione di due amici che l'ha portato a fuggire dall'Algeria e alle lotte femministe dell'università.
Abate ha letto qualche spezzone del suo ultimo libro, Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario. Pezzi che un po' mi hanno fatta ridere per poi lasciarmi con quel retrogusto un po' amaro sulle labbra. Quando ti rendi conto che c'è davvero gente così malata da portare un maiale in una Moschea.
E... beh, che dire? Gentilissimo, arguto, un po' modesto. E ribadisco la possanza del mio consiglio.



Recensioni 2.0
Come la rete racconta i libri

Questo aveva le potenzialità per essere l'incontro più interessante di tutti, veramente. Solo che è stato troppo breve. Sicuramente troppo breve rispetto agli ospiti chiamati a parlare. E gli ospiti...
Intendiamoci, la Bottazzi di Gli Amanti dei Libri, Morgan Palmas di Sul Romanzo, la creatrice di Zazie e Bullado di Con Altri Mezzi mi vanno benissimo e hanno detto tutti qualcosa di interessante. Solo che c'erano altri due ospiti. Due che avevano creato un gruppo di lettura su Anobii.
Bene. Mi fa piacerissimo. Nello spazio incontri Book to the 'future' la parola è andata per circa metà dell'incontro a due tizi – oh, anche simpatici, eh! - che hanno parlato di come si incontrano e si spulciano le librerie su Anobii.
Ovviamente non c'è stato neanche il tempo per una domanda o per intavolare una discussione.
Sigh.
Vediamo. Non ho apprezzato particolarmente come la Bottazzi ha parlato di Gli Amanti dei Libri. Capiamoci, seguo il blog, ci trovo spessissimo news interessanti, è sempre aggiornato sulle varie questioni editoriali. Però la Bottazzi parlava soprattutto di... non lo so, sul blocco per gli appunti ho segnato 'troppa attenzione all'influenza delle recensioni'. Mi è sembrato parlasse troppo di quello che provoca o vorrebbe provocare e non di quello che è o... non lo so. Non mi ha convinta del tutto, anche se ha poi giustamente evidenziato il bisogno dei lettori di competenza e obiettività.
Poi è stato il momento di Morgan Palmas e lì ho iniziato a sorridere. Mi sono detta 'Ok, lui ha capito. Lui c'è'. Perché c'è. Ha parlato dell'importanza di essere sempre aggiornati, del rapporto tra critica, editori e blog letterari e di come stia cambiando. Di come in Italia siamo ancora indietro, separati nella rete, ancora tesi a mantenere tutto su un piano virtuale.
Coff, sor Palmas, forse lei non sa che leggo in pigiama.
Ecco, su un paio di cose non sono stata del tutto d'accordo con Palmas. Cioè, è vero che non ci sono molte iniziative 'fuori dalla rete', in Italia. Però è anche vero che non siamo più così separati gli uni dagli altri. Ci parliamo, discutiamo, ci rilanciamo argomenti da un punto all'altro, spesso con punti di vista diametralmente opposti... ed è fantastico. Palmas ha fatto l'esempio di Twitter, di come non ci si ritwitta mai tra blogger. Ecco... no. Palmas, con tutto il rispetto, no. Io ritwitto un sacco e un pochino vengo ritwittata. Lo scambio c'è eccome, di articoli e di recensioni. Le informazioni ce le lanciamo continuamente. Forse si riferiva ai blog 'grossi' e 'collettivi', ma...
Ecco, mi si concede una previsione? Io credo che un giorno i lit-blog personali saranno 'grossi' quanto gli altri. E lo immagino perché, secondo me, il viso che puoi dare al singolo blogger è molto più importante del volto di nebulosa credibilità di un blog collettivo. La butto lì, magari mi sbaglio. Vedremo tra qualche anno, che dite?
Poi è stata la volta della creatrice di Zazie, secondo la quale – e questa affermazione l'ho commentata con un LOL – il mondo delle recensioni in rete è ancora molto poco 'inquinato'. E invece è un po' impantanato, dai, dobbiamo ammetterlo. Se per 'recensioni in rete' parliamo della fuffa che si trova sui social-network per lettori, dai, è pieno di fuffa. Inquinato un po' in malafede e un po' per... beh, per incompetenza. Scusate, ma io gente che dà una stellina a Il teatro di Sabbath perché Sabbath gli sta sulle palle la chiamo 'incompetente' a dire poco. Io sono anni che ho smesso di cercare informazioni librose su Anobii e simili, perché un'ottima parte non vale un foglio di carta igienica usato. Un mondo in cui non puoi distinguere la parola del pirla dalla parola del competente non è affidabile. Punto.
Poi siamo passati a Bullado di ConAltriMezzi, che ho apprezzato un sacco, anche se la sua parola è stata 'inquietudine'. Ha parlato di quel senso di inquietudine che preannuncia e auspica un cambiamento, però... ecco, perché inquietudine?
Ecco, denota che il 90% delle recensioni che si leggono sui giornali non sono recensioni, ma copiaincolla da comunicati stampa delle case editrici o segnalazioni. Ha parlato della questione generazionale, dell'età media dei recensori, che è 22 anni. No, per dire, sono in ritardo pure io, allora.
Ha parlato di come il mercato della pubblicità online negli USA sia passato in pochissimi anni da 5 a 120 miliardi di dollari e di come il mercato della pubblicità su carta stampata sia diminuito di 35 miliardi in due anni.
Ha parlato del fatto che l'interesse economico della CE nei riguardi dei book blog non è nell'aumento delle vendite, ma nell'allungarsi del ciclo di vita del romanzo e nel mantenimento della biblio-diversità.
Via, interessantissimo. Peccato non ci sia stato spazio per disquisire di questi argomenti...

Dunque, io di incontri non ne ho seguiti altri. E meno male, che sennò avrei dovuto allungare ulteriormente il post. Non ne avevo mai scritti di così lunghi, se qualcuno è arrivato fin qui, beh, tanto di cappello.

giovedì 16 maggio 2013

Salone del Libro, arrivo!

E dunque! Sono qui che mi accingo a finire di preparare lo zaino, controllo e ricontrollo di aver già messo dentro portafogli-telefono-fotocamera-etc e... e beh, non vedo l'ora. Stasera parto alla volta di Torino e domattina sarò lì, al Salone, a importunare editori e a parlare coi libri – eh, lo so, a volte mi capita – e spero a incontrare qualche blogger. Sarò lì con un segno distintivo urfido, orrido, disgustoso e malfatto. Che ho finito poco fa. Sembra pelle di topo vecchia su cui è stata versata inopinatamente della vernice. No, davvero. Ammirate.



No, per dire, la classe. Colpa mia, ho rimandato fino all'ultimo finché non mi sono accorta di non avere i materiali in casa e... bom, via, è inutile piangere sulla vernice versata su un topo morto. A parte questo! Se mi vedete salutatemi, eh! Ma mi raccomando, approcciatevi con garbo e senza troppa irruenza che sennò mi parte l'istinto di autodifesa e, coff. Non si sa mai. Come ho già detto tempo fa, ci sono tantissimi incontri cui spero di riuscire a partecipare. Davvero tanti. E ci sono anche tanti libri che spero di riuscire a procacciarmi. E... non so, questo è un post frettoloso e inutile e ridondante, però davvero non vedo l'ora.

lunedì 13 maggio 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #20

Avevo appena aperto il foglio di testo, quando mia sorella mi ha urlato di raggiungerla davanti alla tv che davano Gilmore Girls. Certe abitudini... tra l'altro era la puntata in cui  Rory ed Emily sono in Italia e per fare capire quanto fossero in Italia hanno piazzato due vespe davanti ad un bar e un paio di bandiere tricolore. E il cameriere era di una marpionaggine tremenda.
Comunque!
Tra pochi giorni partirò – gioiosamente – per il Salone del Libro (Wiiiii!) e mi scoccia lasciare questo blog senza aggiornamenti troppo a lungo, perciò vedrò di strizzare velocemente un paio di considerazioni su un paio di libri letti da poco. 
Dunque!

La famiglia Fang di Kevin Wilson – traduzione di Silvia Castoldi – Fazi Editore, 2012

Tanto per cominciare mi è piaciuto un sacco. E so che non si inizia così una recensione, ma mi premeva di sottolinearlo stavolta. Non so perché. Anche questo, come Il bello della vita di Dan Rhodes, presenta riflessioni sull'arte contemporanea e su ciò che è effettivamente definibile 'arte'. E poi ci sono i legami familiari, fino a che punto l'arte intesa come scopo di vita deve infiltrarsi nella famiglia e nella vita dei bambini e... e beh, è interessante, oltre che bello.
Vediamo, la trama. C'è questa famiglia Fang, formata dai genitori Caleb e Camilla e i due figli, Annie e Buster. O Bambina A e Bambino B, come vengono chiamati durante le loro performance e nell'ambito artistico. La missione di questa famiglia – o meglio, dei genitori – è creare il caos partendo dalla messa in scena di una situazione assurda e dagli esiti imprevedibili. Gli attori – a parte loro – sono coloro che assistono e reagiscono, del tutto inconsapevoli.
Seconda pausa Gilmore Girls, che c'è un'altra puntata. Dannazione.
Dicevo, la famiglia Fang è famosa per quello che fa e quello che fa implica la partecipazione di due bambini, pressati in personaggi caustici o maleducati, comunque sempre al centro dell'attenzione. Forzati a fingere. Prima l'una e poi l'altro si allontaneranno dai genitori per perseguire una forma d'arte personale, Annie diventando attrice e Buster scrivendo.
La storia segue due filoni narrativi, quello del presente viene intervallato con capitoli sul passato, sulle performance che vedono Annie e Buster ancora bambini e poi sul loro allontanamento dei genitori.
A un certo punto fratello e sorella si trovano a doversi rivolgere nuovamente ai genitori, a dover tornare da loro. Periodi di crisi in contemporanea. Però poi...
Però leggetelo, perché è bellissimo. E perché i personaggi sono vivi e le riflessioni sull'arte... insomma, leggetelo.

Exit di Alicia Gimenéz-Bartlett – traduzione di Maria Nicola – Sellerio Editore, 2012

Di solito non mi approccio mai ad un autore iniziando dal suo primo libro. Ho scelto Exit perché sapevo che la sua pubblicazione era recente e solo a lettura terminata ho scoperto che si tratta dell'opera prima della Gimenéz-Bartlett, la cui prima edizione spagnola risale al 1984. Effettivamente l'avevo trovata un poco acerba, anche se non in modo fastidioso. Più che altro arrivata a metà libro non riuscivo a capire se mi piacesse davvero. Ho fatto la prova, non leggendolo più per un giorno intero, iniziando Generazione A di Coupland e la sera mi sono trovata a chiedermi cosa succedesse ai personaggi di Exit. E allora l'ho ripreso in mano e finito in un paio di giorni.
La trama è piuttosto semplice e non particolarmente originale, anche se non ho mai visto l'argomento trattato in questo modo. Berset, il dottor Eugenius e l'infermiera-psicologa Matea decidono di rendere una villa lussuosa una specie di... come dire, un'ultima spiaggia. Un luogo di ritrovo meraviglioso per persone che hanno deciso di uccidersi e preferiscono farlo in compagnia o di essere aiutati nel farlo. Da parte loro, i fondatori di Exit – che è il nome dell'organizzazione – si impegnano a rispettare totalmente le volontà degli aspiranti trapassati e ad assisterli nella messa in scena della loro morte. Si riuniscono sotto il loro tetto diversi personaggi, normali o strampalati, la cui caratterizzazione – e questo non ho ancora deciso se vederlo come pregio o come difetto – è portata all'estremo. Un ex-finanziere, una vedova allegrissima, due ragazze stupende, un ex-ferroviere, un irritantissimo poeta... insomma, si trovano a convivere per il tempo massimo di una stagione e possono decidere di morire in qualunque momento. Ma nel frattempo stringono legami che sembrano quasi posticci, inutili visto che dopotutto sono tutti destinati a scomparire.
Ecco, mi è piaciuto. È scritto bene, la trama scorre dapprima un po' faticosamente per poi iniziare a correre dopo la prima dipartita. Alcuni dialoghi sono un po' esagerati e poco realistici, ma in un certo senso funzionano comunque, perché si addicono ai personaggi esasperati.
Diciamo che il mio giudizio è prevalentemente positivo, ma non lo consiglio col consueto entusiasmo, ecco. Sicuramente vedrò di reperire altro della stessa autrice, visto che questo dopotutto è il suo esordio.

venerdì 10 maggio 2013

Una sentenza così assurda che neanche trovo un titolo.


Vi dirò, non credevo che oggi avrei scritto un dibattito. Un po' perché domani mia sorella scende dalla Germania e devo mettere a posto casa, che sembra di stare in un porcile. Un po' perché devo studiare un sacco e un po' perché ho passato la mattinata all'AltroLuogo – sì, la libreria del mio cuore ha cambiato nome – a discutere e organizzare la Pigiamata. Una prima versione, piccina, di prova. Sarà quel che sarà, no?
Insomma, oggi avrei da fare. E l'impegno cerebrale mattutino mi ha lasciata col cervello spappato, flaccido, molle, incapace di reagire al minimo stimolo.
Tranne all'indignazione. E all'incazzatura. E al 'No, ma dai, ma su, ma un minimo!'. Ecco, quello stimolo mi è arrivato come una martellata tra capo e collo, un coppino infame da parte del fato. Non che la questione mi riguardi in prima persona, ma permettete che mi indigni?
Avete presente Writer's Dream? Un forum dedicato agli aspiranti scrittori cui invito ogni wannabe-scrittore ad appropinquarsi. Un tempo lo frequentavo abbastanza spesso, negli ultimi mesi me ne sono un po' allontanata, forse perché questo blog mi impegna un sacco di tempo... ad ogni modo, mentre sguardicchiavo Twitter, mi capita davanti quest'articolo, Un forum non è un giornale. Una sentenza senza senso. Sento immediatamente tintinnare il mio senso di 'In questo mondo ha appena avuto luogo una scempiaggine*' e vado alla ricerca di ulteriori informazioni. Trovo questi altri due articoli, Tizio diffama Caio, condannata Sempronia e Sentenza choc aVarese: blogger condannata.
La condannata, come avrete capito se bazzicate per il WD, è Linda Rando, ventunenne, fondatrice del Writer's Dream. Una ragazza che da anni si batte contro l'editoria a pagamento – che è il Male – e che col suo sito ha creato un porto sicuro per tutti quegli aspiranti scrittori che non sanno a chi rivolgersi per questioni di qualsiasi genere. Dai problemi tramistico-letterari alle bagarre con le case editrici, tutto. Non solo, si tratta anche di un forum estremamente moderato. Il che, essendo Internet un ameno ritrovo di esseri umani ed essendo gli esseri umani notoriamente e in larga parte rimbambiti, è un'ottima cosa. Necessaria, anche.
Non ho ancora ben chiaro in quale delle migliaia di discussioni Chi abbia detto Cosa. L'unica cosa certa è che, in mezzo a quel sito immenso, un Tizio ha insultato una Casa Editrice. Che ha fatto causa alla proprietaria del Forum, Linda. La quale, contrariamente ad ogni logica, è stata condannata.
Ora, avrete probabilmente presente la vicenda Boldrini, quindi proseguo nel mio umile ragionamento facendo affidamento su una vostra conoscenza pregressa della questione. Io credo nella necessità di moderazione di Internet. Un mondo virtuale in cui non puoi difenderti dalle offese né dalle minacce non è un mondo libero né giusto. Punto.
Ma punire chi non ha fatto nulla non ha alcun senso. Se c'è qualcuno da punire – e magari c'è, non ho idea di Chi abbia detto Cosa, so solo che questo 'Chi' non è Linda – allora che venga punito il Colpevole, non il padrone di casa.
È una sentenza ignobile. Sono delusa, disgustata, sbalordita e indignata.
Non è giusto e basta. Però è giusto che lo sappiate.
Così magari in caso voleste denunciarmi, sappiate che basta scrivere un tot di insulti nei commenti rivolti un po' a chi volete e attendere che la suddetta persona venga a riscuotere.
Davvero, non è giusto. Mi dispiace. Non so che altro dire.

*No, inizialmente non avevo scritto 'scempiaggine'. Lascio alla vostra immaginazione.

mercoledì 8 maggio 2013

Di Rory Gilmore e dell'immobilità dell'editoria.


Vi ricordate della serie statunitense 'Gilmore Girls', in Italia ovviamente trasposto con un titolo a caso come 'Una mamma per amica'? Io sì. Io lo adoravo. Lo davano ogni mercoledì sera e, cascasse il mondo, io e mia sorella ci spaparanzavamo sul divano davanti alla tv con una vaschetta di gelato e due cucchiai. Non so perchè adorassimo tanto quella serie, effettivamente. Forse perché era leggera e simpatica, perché mostrava quante assurdità potessero avere luogo in una cittadina normalissima senza dover disturbare maghi e vampiri. Forse perché punta molto sul rapporto madre-figlia e noi siamo delle mammone senza speranza o forse per i personaggi, ognuno un po' pazzo a modo suo.
Però non volevo parlare semplicemente di Gilmore Girls, pensavo più che altro a Rory. La figlioletta. Quella che spero con tutta l'anima che rifiuti la parte di Ana nella trasposizione cinematografica di quello sterco sfumato ben cinquanta volte. Rory, non puoi farmi questo, su!
Ecco, ad ogni modo, Rory. Chi era questa Rory? Una ragazza bellissima, intelligentissima, simpaticissima e ambiziosissima. Che legge un sacco. Un paio di mesi fa mi è capitato di trovare una replica delle prime puntate e, ogni tot, ecco che spuntava un libro. Rory che legge su una panchina, Rory che legge in camera sua, Rory che tenta di convincere Dean a leggere un libro che a lei era piaciuto un sacco. E mi viene da chiedermi quante ragazzine appassionate della serie abbiano cominciato a leggere, seguendo le orme della ragazza Gilmore.
No, perché non so se vi ricordate come funzionava quando eravamo gggiovani. Nel periodo di successo di Dragon Ball io e i miei compagni delle elementari organizzavamo degli pseudo-tornei Tenkaichi. Che ovviamente vincevo, ma tralasciamo. E dovevate vedere me e mia sorella che, dopo aver visto Terry e Maggie, univamo i mignoli per tentare il teletrasporto. E il malvagio e manipolatorio inganno perpetrato nei miei confronti quand'ero una marmocchia mocciolosa e mi si convinceva a mettere in ordine la stanza riempiendomi di entusiasmo, con un ''Dai, fai come Cenerentola!'', e io invece che spernacchiare mi esaltavo, occhi sbriluccicanti e giù a pulire. Che rimbambita che ero. Ma il succo del discorso è chiaro, siamo influenzati sia nella mentalità che nel comportamento dai personaggi televisivi che ci piacciono. Puro e semplice.
Dunque, torniamo a noi. Io non riesco a ricordare nessun personaggio televisivo con la passione per la lettura, fatta eccezione per Rory. Toh, giusto Belle. A voi ne vengono in mente altri?
Perché... beh, intanto al momento sto preparando l'esame di 'Psicologia della comunicazione', che ogni tot-pagine mi dà un nuovo spunto. Intanto, che lo stimolo è più efficace quando nascosto e, soprattutto, quando non viene percepito come uno stimolo esplicito. Cioè, se io vado da un pargolo e gli ingiungo 'LEGGI.' l'effetto sarà quello di allontanarlo dalle biblioteche. E beccarmi una denuncia. Invece, se il messaggio 'leggi' è incastonato in una comunicazione più complessa e variegata, ecco che il miracolo può avere luogo. E senza denunce.
Quindi, ancora una volta mi domando... perché le case editrici osservano immobili e immote senza tentare un minimo di approccio? Senza neanche tentare di veicolare un qualche messaggio? Fate una colletta, che diamine! Sponsorizzate una serie televisiva tutti insieme e piazzateci un personaggio lettore. Almeno una web-serie, dai.
Non lo so. Era un po' che non mi lamentavo del dolce far niente in cui sono cascate tante case editrici. Quelle grandi, intendo. Basterebbe così poco...
E magari la chiudo qui, sperando di essere riuscita a spremere un po' di coerenza logica e testuale in questo post un tantinello raffazzonato. Tra l'altro mi è venuta voglia di rivedere Gilmore Girls.
Quindi beh, buona giornata, buone letture e buon quant'altro. Io tornerò tristemente a studiare.

lunedì 6 maggio 2013

Sul Concorso 3Narratori e sullo svelamento di indicibili misteri. Che non sono indicibili né misteri ma mi piaceva dirlo così.


E dunque, alla fine sono stati annunciati i vincitori del Concorso 3Narratori, indetto da SalomonXeno e... beh, famo che vi linko QUI il post. E con la proclamazione dei vincitori cala il velo del silenzio che doverosamente ammantava me e Camilla di Bibliomania, giudici aggiuntive insieme – ovviamente – a Salomon.


Mi piacerebbe dire due parole sull'iniziativa e sui racconti, perché anche se dopotutto non è 'mia', in un certo senso ne ho fatto collateralmente parte e non mi va di lasciarla passare così, come se non mi riguardasse affatto. No?
Tralasciamo la bella idea del concorso e il modo in cui ancora deve articolarsi, con un ebook in cui verranno incastonati i racconti. Tralasciamo la cura e la passione che Salomon ha messo nell'ideazione e nella messa in atto del Concorso. Tralasciamo – e me ne assumo interamente la colpa – il fatto che coi miei tempi lunghi ho fatto slittare di qualche giorno la proclamazione della vittoria.
I racconti. Vi dico la sincera verità, all'inizio temevo assai cinicamente di dover leggere una
marea di sdilinquimenti adolescenziali su vampiri glitterati, lunghe prosopopee filosofiche su Vita&Morte, interminabili tirate sulla cattiveria dell'uomo... e invece sono rimasta più che piacevolmente colpita, perché tralasciandone un paio che proprio non sono riuscita a capire... erano belli. Vuoi per la trama complessa e interessante, vuoi per lo stile, vuoi per i personaggi, vuoi per l'assurdità erano, in netta maggioranza, bei racconti. Certo, non erano perfetti. A parte il mio preferito, coff. C'erano tanti errori e diversi refusi, qualche appunto che mi sentirei di fare agli autori... però se mi chiedessero 'Sei contenta di aver letto questo racconto?' mi troverei a rispondere quasi sempre di sì. Quasi tutti i racconti erano in qualche modo meritevoli di essere letti. E sono davvero contenta di averli potuti leggere tutti, anche quelli che non rientreranno nell'ebook.
Quindi... beh, grazie Salomon. Ti devo un caffè.
oh, son pur sempre ligure, un caffè è la massima forma in cui mi è concesso di esprimere la mia gratitudine senza che lo Spirito del Pesto venga a tormentarmi la notte.
Vi dico anche che sono contentissima per i tre vincitori, cui vanno tutti i miei complimenti e le mie felicitazioni. Su di loro c'è stato un sostanziale accordo fin da subito, non ci sono state lotte intestine per far vincere un 'favorito' – anche se ammetto che il terzo classificato era il mio favoritissimo e se non fosse comparso tra i vincitori mi sarei battuta strenuamente – ma anzi è stata una discussione lunga ma, come dire, pacata. Amichevole. Interessante. Non so, mi piace discutere di racconti&storie&stile&personaggi&trame così. Senza nessuno che tenta di far valere la propria opinione più di quella di un altro. Quando ognuno parla e viene tenuto in considerazione parimenti agli altri. E lo so che non dovrei stupirmi di una cosa del genere, Salomon e Camilla sono... beh, sono Salomon e Camilla. Però capitemi, è stato bello essere parte di una cosa così bella e pulita.
Si vede che ho gradito, eh?
No, così, se l'anno prossimo... la butto lì, eh. No pressure.

sabato 4 maggio 2013

La punizione del romanzo di Danila Passerini


Vi dirò, questa è la prima volta che mi trovo a parlare di un libro che ho ricevuto direttamente dalla sua autrice. Ammetto che la cosa inizialmente mi ha un po' spaventata. E se poi non mi piace?, mi dicevo. Anche perché Danila è stata di una cortesia e di una simpatia infinite, mi sarebbe dispiaciuto un sacco doverle stroncare l'opera.
Perciò è stato con un certo timore che ho iniziato la lettura di La punizione del romanzo, edito da L'Erudita nel 2013. È bastata una pagina e mezzo per sospirare di sollievo: mi stava già piacendo. Certo, ho notato dei difetti e non posso certo esimermi dal segnalarli, però la lettura è stata comunque gradevolissima. Meno male.
Parliamo un po' della trama, che è spettacolare. Italia, un ipotetico futuro post-Terza Guerra Mondiale. Un mondo di pace, amore e altruismo. Un mondo pulito, tecnologicamente avanzato, moralmente ineccepibile. Che poi la particolare forma di governo (ogni anno cambia, i rappresentanti pescati a sorte tra tutti i maggiorenni, tranne i pazzi e i criminali) non mi spiace neanche, visto come stiamo messi io un pensierino ce lo farei... ad ogni modo, c'è Filippo. Questo ragazzetto di sedici anni, un irritante bulletto che prenderei ripetutamente a sediate sulla schiena. Egoista, privo di empatia, narcisista, si diverte a tormentare i compagni più deboli ed è innamorato perso di Eleonora, una compagna di classe che, giustamente, lo schifa.
Ora, in questo mondo tecnologicamente avanzato, le lezioni si tengono in mezzo a proiezioni 3D, si può viaggiare nel tempo e, soprattutto, si può entrare nei libri. Quest'ultima possibilità viene realizzata come punizione estrema da adottare con gli alunni più indisciplinati e persistenti nel loro rompere le scatole al prossimo. E dunque, dopo l'ennesima cavolata, Filippo viene mandato nel mezzo de I promessi sposi, a rivivere l'opera dal punto di vista di Don Rodrigo, il suo personaggio preferito. E com'è giusto che sia, da qui in poi non vi dico più nulla.
È una lettura innegabilmente leggera e divertente. È narrato in prima persona da Filippo e in diversi punti sono scoppiata a ridere, mi è piaciuto il modo in cui il protagonista interagisce con l'ambiente de I promessi sposi. Ho apprezzato un sacco il guizzo d'italianità nella scelta dell'opera in cui spedire Filippo, soprattutto considerando le ore di lezione sull'opera manzoniana che, volenti o nolenti, ci siamo dovuti sorbire tutti. Senza offesa per l'esimio Alessandro, però passare due anni su un unico libro non è che sia proprio... come dire, entusiasmante. Diciamo che questo libro mi sarebbe stato decisamente di conforto.
Però c'è qualche però e non è che posso tacerlo, no?
Allora, all'inizio viene raccontata in modo molto chiaro e lineare la condizione familiare di Filippo e ciò che l'ha portato a diventare un irritante bulletto. Io ho trovato la spiegazione in sé molto credibile, però avrei preferito che la narrazione fosse dilazionata nel corso del romanzo. Cioè, non tutto in una volta all'inizio, ma un pezzetto aggiunto al puzzle poco a poco.
Inoltre certi dialoghi mi sono sembrati un po' forzati e veramente poco credibili, anche se ho compreso la loro funzionalità ai fini della trama.
E... e no, beh, quello che sto per dire adesso non è un vero e proprio difetto, è più una mia personale osservazione. Allora, vi dicevo prima del contesto futuristico buonobellobravo, no? Con l'umanità che ha imparato dai propri errori e prosegue pacificamente su un sentiero costellato di bontà... ecco, diciamo che nella spiegazione del contesto sono presenti un paio di episodi che mi hanno fatto stringere le labbra. Cioè... no.
Torniamo indietro di qualche recensione, avete presente A volte ritorno di John Niven? Ne avevo parlato QUI. Il capitolo iniziale mi aveva infastidita perché la voglia di giustizia e rivalsa dell'autore era troppo evidente, il suo bisogno di soddisfazione si era fatto largo troppo prepotentemente nel romanzo, rendendomelo poco credibile e troppo consolatorio. Ecco, in La punizione del romanzo c'è un punto in cui accade un po' la stessa cosa. Vorrei poterci credere, però... però l'essere umano non sempre impara dai propri errori. A volte continua imperterrito a rotolarsi nel proprio sterco ed è felice così.
Quindi! Chiudo qui la recensione e vi consiglio il suddetto libro con qualche riserva,  diciamo che dipende da quanto giudicate importanti i difetti segnalati poc'anzi. Comunque sia, a me è piaciuto, mi ha divertita e... beh, se avete problemi con Manzoni...