mercoledì 11 settembre 2019

Sono Dio di Giacomo Sartori


Sono Dio è un romanzo di Giacomo Sartori pubblicato da NN Edizioni nell'ormai lontano 2016. Credo di averlo preso in prestito qualcosa come tre mesi fa, rinnovandolo di scadenza in scadenza nell'attesa che mi chiamasse alla lettura, tra l'uno o l'altro delle decine di titoli che mi attendono anche da più tempo.
Stabiliamo i connotati formali dell'opera: un diario scritto ordinatamente, successione cronologica degli eventi a posto, narratore che ci fornisce il suo punto di vista soggettivo senza uno sgarro; difatti è difficile provare una reale empatia per i personaggi, perché li si esperisce attraverso la voce a tratti infastidita del narratore che di per sé non è proprio un pozzo di sensibilità e non riesce ad annientare la barriera che lo separa – e difende – dagli altri. “Altri” per il narratore è un termine forte, raggelante; esiste lui e poi semmai c'è tutto il resto, che comunque è piccolo, infinitesimale, tralasciabile.



Va da sé che, da titolo, il narratore è Dio. Non è chiaro quanto ci sia di vero nella storia narrata dalla Bibbia e dai suoi fan più sfegatati, se Gesù fosse effettivamente suo figlio o se fosse un bontempone che l'ha tirato in mezzo a un gioco politico di cui Dio non conosce neanche le regole. Dio non parla molto della sua storia con gli umani; parla di sé, dello stupore della creazione, della bellezza degli astri, delle galassie, degli odori che fanno le stelle quando ti ci avvicini. Ma non è solo questo; Dio non parla molto del suo rapporto con gli umani tranne una, la stangona che solo intorno a metà lettura scopriremo chiamarsi Dafne.

In questo strano diario, Dio è uno stalker. Dopo miliardi di anni di nulla, vai a sapere perché, si è invaghito di questa ricercatrice scapestrata che di lavoro insemina mucche, sessualmente libertina – con scarsi risultati – e con le treccine viola. Guida una motocicletta, vuole bene all'amico di famiglia che ha scelto come padre putativo e va a trovare ogni tanto. Brucia crocifissi, vive in un'ex-pescheria. È una ragazza a posto, credo che saremmo amiche nella vita reale. Dio se ne innamora, ed essendo Dio ne conosce ogni atomo, ogni pensiero, ogni improvvisa pulsione; eppure non è che la capisca. Dio è Dio. Ed è abbastanza triste vedere tanta onnipotenza avvoltolarsi attorno a un pensiero fisso senza soluzione.



Un aspetto particolarmente interessante del romanzo è la ripresa di una questione squisitamente linguistica; secondo la cosiddetta ipotesi di Safir-Whorf – dai due antropologi che l'hanno stabilita – o ipotesi della relatività linguistica, il linguaggio influenza il pensiero, dunque è dal momento che Dio inizia a tenere un diario, piegando il proprio sentire alla logica della lingua umana, che inizia a cambiare, mutare, sentire come un umano. Dio scrive e inizia a conoscersi.
(di più non dico, sennò tanto vale che ve lo racconti dalla prima all'ultima pagina; diciamo che l'umanità non fa una grande figura, ma del resto neanche Dio).

venerdì 6 settembre 2019

I formidabili Frank di Michael Frank


I formidabili Frank di Michael Frank è uscito per Einaudi – nella traduzione di Federica Aceto – nel 2018, bypassando completamente i miei radar editoriali. Un mesetto fa l'ho preso in biblioteca, pescandolo un po' a caso basandomi unicamente sul fattore novità e sul fattore casa editrice che di solito non rifila sòle.
(di solito).
Poi ne ho letto in giro un paio di lodi sperticate, e mi sono detta che dovevano essere meritate, visto che riguardavano un romanzo uscito da un anno, e di norma quando si imbastiscono venerazioni letterarie vuote è per i classici o per i casi editoriali freschi di stampa. I formidabili Frank, visto così, mi prometteva bene. E ha ampiamente manutenuto.


Si tratta di un'autobiografia, la storia di Mike fin dalla prima infanzia, il racconto di com'è diventato la persona che è adesso. Il punto centrale e cruciale è il suo rapporto con gli zii, e soprattutto con la zia Hank. Partiamo col dire che il nucleo ristretto di Mike è legato a doppio filo – di ferro – con gli zii; un fratello e una sorella, come indica il retro di copertina, hanno sposato una sorella e un fratello. E già qui è facile identificare una prima anomalia, che potrebbe fermarsi lì e restare una bizzarria anagrafica, e invece è come un morbo che parte da casa degli zii e avvelena la famiglia del primo infetto, Mike.

Gli zii sono splendidi, brillanti, una costante fonte di stimoli intellettuali e intrattenimento. Una coppia che ha fatto del suo meglio per convincerlo di quanto fosse fortunato e speciale a essere nato in quella famiglia, in cui per esprimere un giudizio sugli altri veniva usato liberamente il termine standard, come si dovesse testare la stagionatura di un formaggio. I genitori di Mike sono abbastanza normali, dopotutto. Il padre ha un pessimo temperamento e le sue sfuriate fanno paura, ma almeno non è violento. La madre è dolce e un po' passiva, i due fratelli minori all'inizio sono solo comparse, figure di contorno. A nove anni Mike li guarda con gli occhi sprezzanti della zia, secondo la quale uno studierà per diventare medico e l'altro sarà un atleta. Non hanno, secondo lei, temperamento artistico e profondità di pensiero – anche perché all'epoca avranno avuto tra i cinque e i sette anni. La zia non ama i suoi nipoti allo stesso modo. Mike è il suo preferito, il suo diletto, il suo migliore amico. Un figlio rubato dalla culla col benestare di genitori ignari.


Zia Hank e suo marito, zio Irving, non possono avere figli. Mike per loro è questo, e da sceneggiatori di successo, creativi istrionici ed esuberanti, che vedono la vita come un palcoscenico, hanno preso Mike da piccolo e hanno deciso – o meglio, zia Hank ha deciso – di strutturarlo come fosse un'opera, inculcandogli specifici gusti, determinate ideologie, una cultura vastissima ma fortemente parziale. Mike è il prodotto della loro influenza, e va benone finché è un ragazzino che ancora non sente il bisogno di reclamare una propria identità, e finché i fratelli sono troppo piccoli per comprendere la spiccata predilezione della zia, che tratta l'uno come un preziosissimo figlio e gli altri due come figli di lontanissimi parenti. I genitori si oppongono, fanno qualcosa. Intanto Mike ha continui dolori di stomaco che non si spiegano. Intanto a scuola le cose gli vanno malissimo, perché se fanno di te un raffinato estimatore di Shakespeare a nove anni, è probabile che il tuo compagno di banco decida di usare la tua testa come palla da basket.

E Mike cresce, con tutti i suoi problemi. I nodi vengono al pettine, la situazione si rivela nella sua piena morbosità, i tentativi di riportare le cose al giusto posto – zia Hank al centro perfetto della vita famigliare, lieta di assegnare le parti e dirigerla – da parte dello zio Irving appaiono giustamente insensati. Il problema è apertamente un problema. Mi sembra assurdo pensare che un uomo adulto – quanto avrà avuto Mike, durante la stesura del romanzo? Tra i trenta e i quarant'anni? - vada a ripercorrere la storia della sua vita e scelga come fulcro il rapporto con la zia; ma evidentemente quel rapporto è stato davvero centrale.


Più cresco e più mi rendo conto di quanto sia difficile emanciparsi completamente dalla propria famiglia di origine. Non che ce ne sia sempre e indistintamente bisogno; a volte i modelli comportamentali sono giusti e sani, la vicinanza non risveglia sedimenti di circoli viziosi, non ci sono buche in cui cascare e rompersi un'anca. A volte. Ma il fatto è che la famiglia è qualcosa che ci portiamo dentro a prescindere da come ci poniamo di fronte all'educazione che abbiamo ricevuto, - educazione nel senso più ampio del termine. Anche se ci sono aspetti cui desideriamo con tutti noi stessi contrapporci, quegli aspetti rimangono un punto di partenza. Ho sempre pensato che la questione della mela che non cade lontano dall'albero fosse un'emerita minchiata, e lo penso ancora. Ma so anche riconoscere l'impronta formativa dell'essere nati da uno stesso terreno, dalle stesse radici, da un ramo che è parte di un tutt'uno. Puoi prendere lo slancio e saltare lontanissimo, ma rifiutare l'influenza è pura negazione. Michael Frank si è lanciato lontanissimo e con grande fatica, ma non ha mai distolto lo sguardo dall'albero. L'ha guardato fisso, l'ha studiato. L'ha accettato, - e ha fatto quello che gli pareva, com'è giusto che sia.

La figura di zia Hank è tragica, fragile, sa di disperazione. C'è un punto in particolare in cui Mike si rende conto per la prima volta del terrore che muove la necessità della zia di avere il totale controllo della situazione. Un burattinaio che muove troppi fili e che non può lasciarne andare nemmeno uno, perché... beh, vai a sapere di cosa avesse paura zia Hank. Abbandono, rifiuto, oblio. L'angosciante bisogno di legare a sé le persone con favori e regali sempre più dispendiosi, per ottenere in cambio concessioni sempre più importanti sulla vita delle persone, come se con un assegno stesse comprando delle azioni e pretendesse così il ruolo di socio di maggioranza. L'esistenza di zia Hank mi mette i brividi.

Forse ho scritto troppo, anzi, sicuramente ho scritto troppo. È un romanzo pieno, e tuttavia condensabile in un'unica citazione:

In un suo scritto Philip Roth deride Henry James perché ogni tanto dice che un suo personaggio si erge. E Roth si chiede: chi si erge mai nella vita reale?
Roth non aveva mai visto mia zia”.
Ecco.

martedì 27 agosto 2019

Poesie per chi non ama la poesia #5


Il papavero

La cosa stupenda
è non avere una mente. Sentimenti:
oh, di questi ne ho; mi
governano. Ho
un signore in cielo
che si chiama sole, mi apro
per lui, gli mostro
il fuoco del mio cuore, fuoco
come il suo aspetto.
Cosa potrebbe essere una tal magnificenza
se non un cuore? Oh miei fratelli e sorelle,
eravate come me una volta, tanto tempo fa,
prima di divenire umani? Vi siete
concessi il privilegio
di aprirvi una volta, voi che non vi sareste
aperti mai più? Perché in verità
io ora parlo
come fate voi. Parlo
perché sono distrutto.

***

The great thing
is not having. Feelings:
oh, I have those; they
govern me. I have
a lord in heaven
called the sun, and open
for him, showing him
the fire of my own heart, fire
like his presence.
What could such glory be
if not a heart? Oh my brothers and sisters,
were you like me once, long ago,
before you were human? Did you
permit yourselves
to open once who would never
open again? Because in truth
I am speaking now
the way you do. I speak
because I am shattered.

The red poppy, Louise Gluck da West of your cities (minimum fax, 2003) a cura di Mark Strand e Damiano Abeni

(non riesco ad amare la poesia, se non quando me la trovo davanti per caso. e allora facciamo che ogni tanto mi capiterà come per caso di sfogliare una raccolta, di scoprire un autore, di lanciarvi quello che ho tra le mani. un regalo che faccio a me, fingendo di farlo a voi).

martedì 20 agosto 2019

Cat Person di Kristen Roupenian

Di Cat Person per un po' si è parlato parecchio; me lo vedevo rimbalzare sui social con la sua impattante copertina nera, articoli sull'autrice, interviste all'autrice etc; la curiosità mi era salita subito, ma le copie della biblioteca erano tutte in prestito e mi ci è voluto un po' per ricordarmi di cercarlo di nuovo, trovandolo finalmente disponibile e pronto ad essere divorato. I casi editoriali spesso sono così, fanno un grande clamore all'inizio e poi una calma che al confronto pare silenzio; ritengo che l'esordio di Kristen Roupenian sia ben lungi da diventare meteora, e che le sue prossime opere potranno soltanto sedimentare una potenza narrativa che è già stata largamente accettata.


Cat Person è una raccolta di racconti, ed è anche per questo che l'immediato successo risalta. Già da qualche anno la falsa credenza che i racconti non possano vendere, che il pubblico non sappia che farsene di storie tanto brevi, è stata smentita da improvvise esplosioni di interesse nella comunità dei lettori – con Alice Munro su scala internazionale e Elvis Malaj su scala nazionale, per non parlare del ritorno nella discussione culturale di Raymond Carver, sostenuto pure da tutta la succosa vicenda col re degli editor Gordon Lish. Ma sto divagando, e di brutto. Torniamo al caso specifico.





Cat Person, portato in Italia da Einaudi nella traduzione di Cristiana Mennella, Gianni Pannofino e Maurizia Balmelli, destinato a diventare una serie antologica per HBO. Come dicevo, è una raccolta di racconti ed è molto difficile parlare di una raccolta di racconti; se seguissi la semplice struttura della recensione di un romanzo, dovrei riassumere in soldoni il punto d'inizio di tutti i racconti, per poter poi dire la mia sul modo in cui affrontano le tematiche profonde – o quelle che ritengo tali – e sviscerano il punto di vista dell'autrice. Ma con le antologie è diverso; devi trovare il punto d'incontro, quello in comune, e da lì cercare di ripercorrere un sentiero trasversale a tutte le storie, mescolandole insieme nella loro risicata omogeneità.


In Cat Person il tema comune a tutti i racconti sono le difficoltà che si incontrano nel rapporto con gli altri, nello specifico nelle relazioni e quasi relazioni amorose. Si inizia col botto del disturbante, un legame a tre morboso e malato, perfino avvilente, e poi si prosegue con una certa normale quotidianità, poi si vira verso l'impossibile, si arriva pure al magico. Ma nonostante la varietà inconsueta delle trame e dei generi in cui si incastrano i racconti, puntano tutti il faretto sulle relazioni interpersonali, e tutti i terribili incagli a cui possono andare incontro. Gli inceppi dei silenzi e delle parole, il mondo esperito a tentoni, con le braccia dritte in avanti per cercare di interpretarlo al meglio, e poi reagire con conseguente e falsissima coerenza.





Un aspetto interessante di Cat Person – che ho già apprezzato in Parlarne tra amici di Sally Rooney – è la consapevolezza dei personaggi nel modo in cui mettono in moto comportamenti manipolatori, la strategia difensiva che piazzano tra sé e quello che fanno, perché l'immagine che hanno di se stessi non ne rimanga compromessa, i continui “ma” che fanno dell'uomo – inteso come essere umano – una roba non troppo carina. L'egoismo che ci rende stronzi, ecco. Cat Person è un po' su quella roba lì, e sull'incomprensione, sulla ricerca di una felicità che percorre binari malati, lo sforzo narrativo per incanalare un impulso nella storiella che ci raccontiamo di noi.


Ovviamente non è tutto brutto e squallido e triste; lo stesso essere umano che ho appena tramortito sul banco degli imputati è tutt'altro che brutto-squallido-e-triste. Quella è solo una parte di noi, quella che ci dice di ottenere quello che vogliamo nell'immediato o nel lungo periodo, fosse anche falciando via una fila indiana di innocenti. Ma nelle persone c'è un sacco di meglio, – c'è principalmente di meglio, dai, riconosciamocelo come esemplari della razza umana – e Kristen Roupenian ne parla. Le cose brutte di cui ho parlato si trovano in storie ampie e articolate, in cui veniamo a conoscere tutti i personaggi coinvolti – le vittime e i carnefici, che di norma sono vittime loro stessi – e le azioni dipendono da una coesione di ragioni confuse, e le ferite si infliggono per errore.


Se dovessi riassumere tutta l'antologia in una frase, sarebbe “nessuno di noi è perfettamente d'accordo su quello che sta succedendo”. La sensazione è di trovarsi parte dell'inganno ordito da un'altra persona, anche se da lettori possiamo ricoprire soltanto il ruolo imprescindibile – e inoffensivo – di uno spettatore parecchio interessato.

(diciamocelo, potevo scegliere se scrivere tutta 'sta pappardella o limitarmi a twittare “ancora, grazie” all'autrice; e più rileggo quanto ho scritto, più la seconda opzione inizia a sembrarmi sensata).

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domenica 11 agosto 2019

Jalna di Mazo de la Roche

È dall'insperato successo della saga dei Cazalet – e poi, immagino, della bibliografia poco a poco riedita di Elizabeth Jane Howard – che la Fazi si è data alla riscoperta di saghe familiari del primo '900; dopo i Cazalet è arrivata la famiglia Aubrey di Rebecca West – il terzo volume, Rosamund, è qui vicino e da quando me lo sono ritrovato nella cassetta della posta ci guardiamo intensamente – e la trilogia di Carmen Korn ambientata in Germania. E poi Jalna, il primo volume di una saga lunghissima – sedici libri, sedici libri – scritta in un arco di tempo di più di trent'anni, dal 1927 al 1960 da Mazo de la Roche, misteriosa autrice canadese vissuta dal 1879 al 1961, prima donna ad aver vinto l'Atlantic Monthly Prize.

Scrivono che Mazo de la Roche sia cresciuta leggendo abbondanti dosi di Lewis Carrol; e probabilmente è vero – che ne so io, dopotutto? – ma nella sua scrittura vedo un altro autore-ingrediente, che trasuda nei racconti della tenuta di Jalna, nell'Ontario, nelle stradine di ciottoli, nei pascoli, nei boschi. Mi ricorda tantissimo Lucy Maud Montgomery, proprietaria della penna – e della mano – che ci ha dato Anna dai capelli rossi – o meglio Anne of green gables – con le sue giovani e giovanissime protagoniste che vivono una versione personale e mitizzata del luogo in cui risiedono, come se abitassero un sogno. Jalna è un po' un sogno, a suo modo, anche se poi la famiglia dei Whiteoak è ben lungi dalle oniriche maestosità del paesaggio.

La famiglia, dunque, che è l'elemento più importante. La famiglia risiede in questa grande tenuta; c'è Adeline, la matriarca dispotica e quasi centenaria che tutti chiamano nonna, i suoi due figli Ernest e Nicholas – uno orgogliosamente letterato, seppure con risultati mediocri, e l'altro che sogna l'antica dissolutezza di cui gli rimane soltanto la gotta – e i nipoti, Renny – il capofamiglia, burbero e deciso, fintamente saggio – Meg, l'unica femmina – ritratto del termine aggressività passiva –, e Eden il poeta, Piers che aiuta a mandare avanti la fattoria, Finch che vive tartassato nell'ombra dei fratelli e l'adorabile Wakefield, nove anni, peste e momento più allegro della lettura.

Le cose a Jalna scorrono immutate. Nessuno vuole, né si aspetta, un qualche cambiamento. I più giovani incontrano qualche problema, si espongono al futuro e si chiedono come fare, mentre gli altri si adagiano tranquilli sulle proprie abitudini. Eden pubblicherà una raccolta di poesie, e questo lo porterà in città, e la città gli porterà degli incontri inaspettati; Finch si dibatte tra orgoglio ferito e insicurezza, capro espiatorio delle frustrazioni famigliari, ultimo nello studio e nella vita; Piers è innamorato di un'amica d'infanzia che lo ricambia, ma è figlia illegittima dell'uomo che un tempo Meg avrebbe dovuto sposare, e da qui drammi a non finire.



Sembra che il comportamento dei giovani – non soltanto il comportamento, ma ogni mossa, ogni sforzo messo in atto in qualsivoglia direzione – faccia parte di un movimentato spettacolo messo su per sollazzare i più anziani. Nicholas, Ernest, Meg e Renny assistono alla vita altrui come se non avessero di meglio da fare – e tecnicamente è proprio così – e Renny è chiamato, di volta in volta, a dare la sua opinione, a scegliere una strada percorribile dall'individuo che sia comoda per la famiglia tutta; perché in un certo senso, tutto ciò che accade a qualcuno, finisce per accadere a tutti. La catena che tiene insieme i membri della famiglia Whiteoak è stretta, e sembra che non se ne possa fuggire, – e che a volte non se ne voglia proprio fuggire, perché la trappola ha l'aria di una tana e sa essere estremamente confortevole.

Mi rendo conto che della trama non ho detto molto, ma che c'è da dire?, ogni membro della famiglia va avanti con la sua vita – o ristagna, a seconda – e solo in certi punti, in un tragico gioco di malefatte e conseguenze, intacca davvero lo scorrere della comune routine. Renny continua a spadroneggiare; Wakefield resta un astuto monello che ruba caramelle e piange a comando, e sembra essere l'unico a riuscire a godere davvero della meraviglia che ha intorno. Compaiono personaggi esterni alla famiglia che riescono a darne un'immagine più coerente con la realtà rispetto a quella che i Whiteoak si raccontano.
Personalmente ho gradito un sacco, e sono davvero curiosa di leggere come andranno avanti a Jalna, come finirà tutto quel tramestio di relazioni; soprattutto voglio sapere che ne sarà di Finch e di Wakefield, davvero, pure da lettore che scruta l'interno di quella testolina machiavellica, non puoi impedirti di affezionarti. Diventerà un santo o un proto-dittatore.

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mercoledì 7 agosto 2019

Parlarne tra amici di Sally Rooney (capolavoro o ciofeca?)

Di Sally Rooney si è parlato – e si parla – così tanto che la prima reazione di molti lettori è la chiusura completa, il rifiuto di un caso editoriale urlato così forte che sembra pilotato, con tutta la conseguente aspettativa di ciofeca estiva. Ed è un istinto che capisco e di cui sono stata spesso vittima, – i casi editoriali che si rivelano tutt'al più mediocri sono così tanti che è normale partire prevenuti, difatti la buona Sally l'ho attesa con pazienza un mesetto buono, avendo prenotato in biblioteca il suo romanzo d'esordio, Parlarne tra amici. Persone normali, il suo secondo romanzo di cui tanto si parla, si posta e si twitta, lo leggerò quando avranno finito le 23 persone in coda prima di me, – 'cidenti.



Parlarne tra amici non è una ciofeca estiva – tutt'altro – e neanche un capolavoro. È una lettura leggera, piacevole, decisamente attuale. È anche parecchio interessante per il modo in cui la vicenda è raccontata, con una spietata auto-consapevolezza, un costante monitoraggio delle proprie azioni e dei propri sentimenti da parte della protagonista e narratrice, Frances.

Ma andiamo con ordine, e quando mai.





Parlarne tra amici è stato pubblicato da Einaudi nel 2018 per la traduzione di Maurizia Balmelli. L'autrice è nata nel 1991 a Dublino, ha studiato letteratura americana al Trinity College – e si sente – e ha pubblicato un buon tot di racconti su prestigiose riviste letterarie. Sono certa che si riveda nella sua protagonista, la ventunenne Frances, poesia e problemi alimentari, codipendenza affettiva e filosofia politica radicale. Vive da sola in un appartamento che appartiene allo zio, frequenta l'università, fa da lettrice per un'agenzia letteraria, si esibisce in recital di poesie mai pienamente raccontati insieme al suo primo amore, Bobbi – che nonostante il nome è una donna, una bellissima donna – che ora è la sua migliore amica. Capita che a una di queste serate entrino in contatto con Melissa, fotografa e saggista, trentasette anni, una donna intelligente e raffinata che le invita a casa sua per un bicchiere e qualche giorno dopo per una cena. A questa cena è presente anche il marito, Nick, un attore bellissimo che lì per lì appare un po' vuoto, di contorno, e di cui Frances si innamorerà pazzamente nel giro di poche pagine.



La trama, vista così, è abbastanza sciapa; un'originalissima storia di amore e tradimento – proprio wow – ma la faccenda fa presto a dimostrarsi più complessa. Tanto per cominciare le persone sono complesse in quanto individui, diventano ancora più complesse quando hanno a che fare con altre persone – figuriamoci poi e sono come Frances e Nick, che denominerei con affetto figli del PTSD – e il contesto attorno è assai meno prevedibile di quanto non si penserebbe a una prima occhiata. Come dicevo poc'anzi, Parlarne tra amici è molto attuale, in un modo che rovinerebbe la lettura se ne parlassi così, sarebbe uno spoiler letale. Dico solo che personalmente ho gradito – e molto – i vari risvolti emotivi e sentimentali.





L'altra faccenda che rende Parlarne tra amici un'ottima lettura è la voce narrante consapevolmente fallata; un paio di giorni fa stavo guardando Derry Girls, una spassosissima serie su Netflix incentrata sulle vicende di un gruppo di ragazzine nell'Irlanda degli anni '90. In quel periodo usciva I soliti sospetti, e il mio personaggio preferito – la cinica Sister Michael – denota Kaiser Soze come un unreliable narrator, il narratore inaffidabile. Ora, giriamoci poco attorno, quando raccontiamo di noi – a noi stessi e a chiunque altro – siamo sempre narratori inaffidabili; la realtà oggettiva e immanente può anche starci davanti agli occhi, ma filtrandola con la nostra prospettiva squisitamente umana la recepiamo ognuno in un modo diverso, senza contare il fatto che la mera selezione di cosa raccontare è di per sé una scelta soggettiva, ma adesso non allarghiamoci che sennò di Sally Rooney non parliamo più. Il punto è che Frances sa di essere una narratrice inaffidabile, e con un'onestà spietata offre al lettore tutti i suoi timori, i meccanismi mentali che la portano a una determinata scelta, le sue paranoie più sciocche, i suoi errori di giudizio. Sappiamo che quando ci racconta la sua lettura di una conversazione dovremo prendere il suo giudizio con le pinze, e non è tanto questo a costituire l'originalità della narrazione – figuriamoci, da Svevo a Nabokov ad Agatha Christie i narratori inaffidabili fioccano in letteratura – quanto la sua consapevolezza. Frances sa di essere umana, e che la sua prospettiva sia quindi sfalsata dal suo vissuto.





Ho trovato eccellente anche la descrizione di come il suo carattere si sia formato e costituito, la somatizzazione dei suoi problemi, lo strazio dei problemi non somatizzati. La costruzione del personaggio – sia per Frances che per Nick e soprattutto per la (mia) diletta Bobbi – è attenta e coerente, per quanto possa dirsi coerente un essere umano.

Parlarne tra amici non è un capolavoro, dicevo, per quanto l'abbia letto in un giorno, e non va trattato come tale. Ma è un ottimo romanzo, scritto con intelligenza e tuttavia leggero e gradevole, e davvero contemporaneo.

E fossi in voi, seppure comprenda la sfiducia nel caso editoriale pompato, una possibilità gliela darei eccome.

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sabato 3 agosto 2019

Amy e Isabelle di Elizabeth Strout

Di recente ho fatto una strana scoperta, e se da un lato mi viene da dirmi “alla buon ora”, dall'altra mi sembra di aver scoperto un segreto antichissimo, che non so ben capire se sia noto a chiunque ma sommamente taciuto, o se siano pochi a vederlo e accettarlo. Il segreto in questione è che l'esistenza di un sistema di comunicazione umano pienamente condiviso è una menzogna che ci raccontiamo giorno per giorno; possiamo anche usare le stesse regole grammaticali e lo stesso lessico, ma da esseri umani ci portiamo dietro un bagaglio di vissuto e di ideologie che è nostro e soltanto nostro, ed è attraverso questo bagaglio che passano i nostri pensieri nella forma di frasi il cui senso vorremmo preciso e universale, e invece è filtrato dalla nostra persona, e nella decodifica verrà di nuovo filtrato, in entrata, dal bagaglio degli altri, ed è come giocare al telefono senza fili senza volerne accettare le conseguenze. Ognuno è un mondo a sé, un linguaggio a sé; qualcosa, nella traduzione, si perde sempre. Cerchi di essere discreto, risulti distante. Vuoi essere preciso, vieni fuori pignolo. Un paio di mesi fa io e un amico siamo rimasti incastrati in una discussione accesissima perché non davamo esattamente lo stesso significato alla parola "goliardia". Quel pomeriggio sudato – erano i giorni del Salone del Libro, ero tesa e stressata e sempre in procinto di uscire di casa – è stato un calvario.




Gli scrittori, molti scrittori, lo sanno. Sanno che le persone sono isole e che le relazioni sono ponti che possono scomparire da un momento all'altro. Sanno che le persone buone sono capaci di azioni crudeli, che le persone malvagie – esistono persone malvagie? È triste, ma temo di sì. La storia dice di sì. si credono buone, che ogni giorno ci lasciamo dietro senza saperlo una scia di incomprensioni e paragrafi di silenzi che avremmo dovuto riempire, e rimpianti per aver detto troppo, cose che magari non pensavamo, perché capita che la bocca si muova prima del pensiero, e una volta lanciata la pietra, è troppo tardi.

Elizabeth Strout lo sa. Ogni personaggio è un mondo a sé. Dalla protagonista all'ultimo dei passanti, tutti hanno la dignità di una storia, anche se è una storia spicciola e banale, anche se non avrà alcuna ripercussione sul mondo attorno, anche se non cambierà niente a nessuno, e non c'è una vera e propria utilità narrativa nel raccontare il pomeriggio di un personaggio di contorno, o le ansie di un passante; Elizabeth Strout se ne frega dell'economia narrativa, e fa bene. E mi fa bene. Se ci sono libri che possono salvarti la vita, quelli della Strout rientrano nella categoria. Amy e Isabelle come I ragazzi Burgess. Vorrei scriverglielo, una volta o l'altra. Grazie, Elizabeth, per avermi trascinato sulla stessa barca dell'esperienza umana, o almeno per avermi fatto capire che stavo su quella barca, che non la stavo fissando da lontano, tenuta a galla da un salvagente.




Ma magari parlo del libro. Per dire.

Amy e Isabelle è l'esordio di Elizabeth Strout. Scritto nel 1998, portato in Italia da Fazi nel 2000 nella traduzione di Martina Testa. È partita con un capolavoro, a cui sono seguiti altri capolavori – Resta con me, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton. L'unico ad avermi lasciata freddina è stato Olive Kitteridge, con cui ha vinto il Pulitzer. La trama, vediamo. Amy e Isabelle sono rispettivamente figlia e madre; Amy ha quattordici anni, è alta e slanciata e sta diventando donna sotto una massa di splendidi riccioli biondi che sono l'unica parte di sé che le piace davvero. È una ragazzina, è nel pieno dell'età fragile. Ha un'unica amica, Stacy, con la quale fuma dietro la scuola durante l'intervallo. Passa il suo tempo a leggere o a casa con la madre. Non hanno un gran rapporto, sono entrambe troppo schive, e Isabelle non è la madre più facile del mondo. Ha cresciuto Amy da sola, e di questo va giustamente fiera, perché sente di aver fatto del suo meglio. Lavora come segretaria in una fabbrica di Shirley Falls, nel New England, non ha amiche tra le colleghe né in parrocchia, ed è innamorata da tempo immemore del suo capo. Amy e Isabelle vivono in silenzio, l'una è un segreto per l'altra, e più o meno va bene così.




Poi capita qualcosa. Qualcosa di disgustoso, anche se leggendolo col filtro degli occhi innamorati di Amy potrebbe perfino sembrare normale, ma a trent'anni quando leggi di come un professore irretisce una ragazzina, scavandole il percorso davanti ai piedi per scrollarsi di dosso ogni plausibile responsabilità, sai che la parola giusta è "schifo". D'altronde c'è gente convinta che Lolita sia una straziante storia d'amore, quindi che vogliamo farci?, Amy si innamora, debitamente incoraggiata, del suo professore di matematica, e le cose vanno come devono andare. “Schifo”. E nel mezzo dello schifo, Amy e il professore vengono scoperti proprio dal capo di Isabelle, che si affretta a raccontarglielo. Inizia una frattura, un calvario estenuante; la casetta di Amy e Isabelle diventa troppo piccola, piena di astio e recriminazioni. Non si parlano, e quando parlano non si capiscono.


E le cose vanno avanti. L'estate prosegue, Isabelle lavora in un caldo soffocante, Amy per un po' lavora con lei. Attorno a loro le colleghe con le loro beghe, e la splendida Fat Bev, un chiacchiericcio costante e allegro, un personaggio che dimostra quanto la Strout capisca le persone. Sarebbe facile prendere la figura di Fat Bev e ridicolizzarla; guarda quanto mangia, quanto parla, non riesce a stare in silenzio coi suoi pensieri. Ed è una donna meravigliosa, la persona che sarei fortunata a diventare, l'esempio sublime di come l'essere umano sia bellissimo e imperfetto. Non fa nulla di così speciale, ben inteso. Ma è una bella persona, e questo non è poco.


E quindi la storia va avanti, le cose restano mutate per un po' e poi cambiano di nuovo e di nuovo ancora, perché è così che succede. Le situazioni cambiano, le persone cambiano, a volte restano impantanate e poi si disincagliano.

Quanto è strano il mondo costruito dagli umani.

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