domenica 29 marzo 2015

Stalin + Bianca di Iacopo Barison

Devo ricominciare a scrivere recensioni mano a mano che finisco i libri, senza lasciarmeli troppo tempo a poltrire in cima alla pila accanto al pc, che guardandola mi viene da chiedermi se verrà mai il loro turno e mi sento orrendamente colpevole. Che poi certi mi sono anche piaciuti tantissimo, però il tempo me li scolla dalla memoria e finisce che quando ne parlo ne viene fuori una pappetta di impressioni malamente raggrumate. Diamine.
Dunque saggiamente riprendo dall'ultimo libro che ho finito di leggere, Stalin + Bianca di Iacopo Barison, edito da Tunuè nel 2014.
Non so se conoscete la casa editrice, in caso vi aggiorno rivelandovi che è una meravigliosa realtà fumettistica che ha portato in Italia autori quali Paco Roca e Tony Sandoval. E con Iacopo Barison e Sergio Peter, ha inaugurato poco meno di un anno fa la collana di narrativa. Mi va, dopotutto, di spiegare brevemente perché mi sono approcciata a Stalin + Bianca solo adesso, nonostante come trama mi abbia sempre ispirata un sacco. Il fatto è che la presentazione della collana cui avevo assistito l'anno scorso al Salone del Libro mi aveva lasciato in bocca un sapore di bile e sangue che ha finito per associarsi ai libri presentati. Non mi è piaciuto il fatto che si parlasse più della collana che dei libri, più del direttore di collana e delle sue esperienze che degli autori. Barison ha la mia età e vederlo – non consapevolmente né volontariamente, ne sono certa – trattato come un ragazzino sul palco mi ha irritata profondamente. Che diamine, che a venticinque anni ti releghino ancora nell'adolescenza non è cosa sana o innocua.
Orsù, tenterò di farla breve, lì per lì non mi sono sentita di acquistare i libri presentati. Mi ero incartapecorita dal nervoso. E poi? Poi chissà, l'affollarsi di titoli, il non trovarli a Lucca, il non trovarli in libreria quando li cercavo... poi c'è stata la promozione della Tunuè (ancora per un paio di giorni, io ne approfitterei), mi è capitato davanti e alla fine mi sono decisa.
E diamine quanto mi è piaciuto. Ma tanto. Tanto tanto tanto. Molto più di quello che mi sarei aspettata. Mi sorprende e mi fa piacere che si trovi tra i candidati allo Strega. Gli auguro sinceramente buona fortuna.
Ci sono Stalin e Bianca, come da titolo, che chiacchierano in uno stadio vuoto. Stalin riprende tutto ciò che gli sembra significativo con una telecamera che si porta sempre dietro, e il nome gliel'hanno dato i suoi baffi, che lo fanno somigliare al dittatore. Bianca è bellissima e cieca, e il fatto che Stalin possa e voglia aiutarla, dopotutto è la sua ancora di salvezza. Di Stalin, dico. Che con i suoi sanguinosi parossismi di rabbia è diventato un po' un reietto, che non si trova bene a casa col fidanzato della madre, che svolge lavori poco puliti per il custode dello stadio. C'è Bianca che in un certo senso lo perdona, lo ripulisce dei suoi atti, anche quando non ne sa nulla. Bianca che toglie i peccati del mondo.
E poi succede qualcosa, Stalin vuole fuggire, ma non può farlo senza Bianca, e questo lei lo sa. Quindi partono insieme per un viaggio senza meta in un'Italia che... effettivamente non ho ancora detto nulla dell'ambientazione, che è forse la cosa più interessante del libro.
È successo qualcosa, o forse non è successo abbastanza. Il mondo sta andando in rovina, è sporco e inquinato, insalubre, grigio e freddo. È ancora immerso nel processo di sgretolamento che siamo soliti vedere finito nelle distopie. C'è ancora la legge, c'è ancora un governo, anche se perlopiù brancola nel buio. E anche le persone brancolano, cercano una salvezza, un significato, qualcosa. Ho adorato gli artisti, e il movimento delle maschere anti-gas. Ho avuto l'impressione di una nuova ondata di anni '70, quando i giovani scappavano di casa in cerca di “qualcosa”, senza in realtà fuggire da nulla in particolare. È questa continua ricerca di qualcosa che dà al romanzo un sapore che ho adorato. L'atmosfera di ricerca e di incertezza, eppure di speranza. Nonostante tutto.
Che mi sia piaciuto un sacco direi che si nota. Non è perfetto, certo. Mi sono piaciuti i dialoghi, ma sono in certi punti un po'... non direi forzati, ma recitati. E Bianca... non lo so. Non riesco a capire se l'impressione che mi ha dato è quella che voleva l'autore. E se non lo era, è legittima comunque per via del famoso patto tra autore e lettore sulla costruzione della storia? Dicevo, Bianca sembra a metà tra funzione e personaggio. È la Madonna, è la donna salvifica, l'essere puro da conservare che guarisce con un tocco. È un archetipo e poco più. Il suo personaggio mi è sembrato abbozzato, o forse mi è sembrato tale perché visto attraverso gli occhi adoranti di Stalin. Non lo so, davvero.
Questo comunque non impedisce al romanzo di essere una meraviglia, meritevole di tutto il successo che sta avendo.

martedì 24 marzo 2015

I romagnoli ammazzano al mercoledì di Davide Bacchilega

Guardo la pila di libri che si erge a lato del mio computer, e mi chiedo che diavolo sto aspettando. Che ci sono libri che se non li recensisco subito, poi li perdo. Mi scivolano via le sensazioni evocate, le riflessioni, i personaggi. Non ho una grande memoria, curiosamente è limitata soltanto al posizionamento dei libri, e non al loro contenuto. È tempo che io attacchi la pila, prima che mi scompaia dalla mente. Che smetta di tergiversare. Io, sì. Proprio io.
I romagnoli ammazzano al mercoledì di Davide Bacchilega, edito da Las Vegas nel 2014. Ricordo che era stato il mio regalo a me stessa per aver passato un esame, chissà quale. L'ho letto quasi tutto a casa dei miei nonni, avvoltolata sulla comodissima poltrona reclinabile, uno dei capricci inutilizzati di nonna. Mi sarebbe dovuto bastare per due giorni, invece l'avevo finito alla mattina del secondo, e sono dovuta uscire a prenderne un altro. Per dire.
In questo libro si intrecciano le storie di una manciata di personaggi. Anzi, per un po' scorrono in parallelo, sfiorandosi ogni tanto. È alla fine che confluiscono. Mi ha ricordato un po' i primi film di Guy Ritchie, quelli in cui si seguono le vicende di tanti personaggi che ben poco hanno a che fare l'uno con l'altro, e non vedi l'ora di scoprire come finiranno collegate. E qui ci sono Stefano il giornalista depresso con l'hobby delle code, Raul il pugile fallito, Ruben il gigolò truffatore, Irma la... beh, Irma. E suo zio Ermes, un tipo burbero vecchio stampo che gestisce bische clandestine. Ognuno di questi personaggi narra in prima persona i propri capitoli, e ognuno ha una sua voce, un suo tono. Soprattutto Ermes, un po' bilioso, e Irma che... beh. Come si fa a descrivere Irma, con le sue poesie lesbomistiche, le sue rime assurde? E come si rischia di sottovalutarla, all'inizio, la cara Irma, che vorrebbe agguantare una recensione sul giornale su cui scrive Stefano per le sue poesie pubblicate a pagamento. E poi c'è Ruben, sempre in cerca di soldi, che salta da una truffa all'altra, giocando coi cuori e coi portagioie di donne sole scovate in chat. Ruben che si siede ai tavoli da gioco di Ermes, sperando di riuscire a vincere quelle migliaia di euro che gli servono per. E Raul, che pare più tumefatto dentro che fuori, che non è riuscito a fare il salto quando poteva, e ora non riesce più a uscire dalla boxe né dal matrimonio.
Sono storie che si inseguono, si sfiorano, si allontanano di nuovo, che volendo riesci a immaginarti l'inquadratura che passa da un personaggio all'altro come un fluido cambio di testimone, che abbandona l'uno per posarsi sull'altro. La struttura è tenuta davvero bene, non risulta forzata. Le vicende di queste persone sono rimaste annodate per una fortuita serie di eventi, punto. È la Romagna, mica New York.
E scivola, scorre come dovrebbe. È veloce, divertente, non si impantana mai. Non che sia fatto solo di battute sagaci e momenti allegri, però pure quelli melmosi passano presto. O meglio, ci si aspetta un dopo, una rivalsa. È il libro che te lo promette, coi suoi toni da “tutto può succedere”.
Dunque, lo consiglio? Diamine, sì. Palesemente, e con giusta decisione. Consiglissimo.

martedì 17 marzo 2015

Come una foglia al vento - Cocaine Bugs di Claudio Metallo

È giunto il tempo di venire a chiacchierare di questo libro, tra una polemica e l'altra. Come una foglia al vento – Cocaine Bugs di Claudio Metallo, edito da CasaSirio nel 2014. Mi è stato spedito dalla casa editrice – grazie mille! - un mesetto fa, e conoscendo l'orrido vizio del postino di lasciarmi i pacchi davanti al portone, facile prede di pioggia e passanti, ho paventato per l'arrivo di questo libro, che già temevo in mani estranee quando alla fine è arrivato. Già che ci sono, vi invito a dare una sbirciata al sito di CasaSirio, perché è di quelle case editrici piccole e giovani che è bene e saggio tenere d'occhio.
Dunque, Come una foglia al vento. Mai titolo fu più azzeccato, mi verrebbe da dire. Che questa è la storia di un burattino, più che di un uomo. Di un tipo che si lascia tirare, cambiare, trasportare. Non sono mai – o quasi mai – sue, le decisioni che segue e di cui paga il prezzo. Pare maledetto da una sorta di inguaribile acquiescenza.
Alla morte del padre, col quale ha sempre vissuto su a Milano, Peppe Blaganò decide di tentare la fortuna in Calabria, guardando ai fondi stanziati per lo sviluppo del Mezzogiorno e all'eredità che gli è capitata tra le mani. È guidato dai ricordi delle vecchie vacanze, quando scendeva da Milano al paesello e si sentiva immensamente bene, a stare al mare, a stare con tutti.
Prende quello che ha e scende, senza un'idea chiara di quello che vuole fare. E da lì in poi rimarrà incastrato nei meccanismi malati ma efficientissimi di una macchina istituzionale che lo intrappola in un mobilificio e lo costringe a fare debiti, e con quei debiti lo porterà in mani ferrose. Considerato il titolo e l'immagine in copertina, non è spoiler se accenno al legame che Peppe stringe con il mondo della cocaina. Che, come ci si aspetterebbe, è un mondo crudele, infingardo ed enorme, in cui Peppe è stato invischiato come interprete, per fare da tramite tra Colombia e 'ndrangheta. Di più, non si dice.
La cosa particolare di questo romanzo è il tratto un po' cronachistico, che però non tiene a distanza il lettore, non lo chiude fuori. È la storia di Peppe, più strumento che persona. Non è freddezza, è... mi verrebbe da chiamarla “rassegnazione”, ma non è rassegnazione. Piuttosto, è come se il racconto stesso fosse consapevole dell'ineluttabilità della storia, perché Peppe non è capace di cambiarla, almeno per una buona parte.
È un bel libro, onesto e svelto da leggere.
E dunque lo consiglio, assai.
(In teoria avrei dovuto chiacchierare anche della passione di Peppe per il calcio, ma è un argomento che ha il potere di addormentarmi le sinapsi al punto che quasi l'ho cancellato. Non è pervasivo, comunque, è solo... è lì, ecco. C'è.)

sabato 14 marzo 2015

Sir Terence David John Pratchett (e la Salani.)

Terry Pratchett. Cristo, Terry Pratchett. Sir Terence David John Pratchett. Quell'autore meraviglioso, mai abbastanza prolifico, che ha lasciato orde di lettori piangenti un paio di giorni fa. Quel genio che ci ha regalato il Mondo Disco, quel tipo col cappello strano cui va il record di scrittore più rubato nelle biblioteche inglesi. Il fiero proprietario di un cervello meraviglioso cui pochi anni fa è stata diagnosticata una forma rara e aggressiva di Alzheimer precoce.
È uno dei miei autori preferiti, lo dico senza dubbi. Gravita sul mio personale Olimpo degli eletti insieme a Neil Gaiman. È un sentimento diverso da quello che porto a Jane Austen, perché adoro lei e le sue storie, ma non vorrei mai abitare i mondi che racconta. Non vorrei mai vivere in Inghilterra tra '700 e '800, anche se può essere divertente ricreare qualche situazione. Piuttosto passerei la vita nella mente di Pratchett e di Gaiman, per poter assistere alla nascita di ogni nuova idea brillante, vederla lottare per acquisire una forma definita e utilizzabile, diventare luogo, personaggio, regola dell'universo.
La notizia della morte di Terry è stata un colpo pesante, e non credo che riuscirò a guarirlo senza due-tre teglie di biscotti. Almeno. È il mio modo di affrontare i problemi, fare i biscotti. Credo sia un misto di profumo, consistenze e bei ricordi. Dovrò trovare qualcuno cui rifilarli, perché questo è un colpo da tre impasti.
Ma non mi sto neanche avvicinando al tema del post. Tentenno, e ne ho ben donde.
È brutto che un lutto sia sporcato dall'offesa. Ma Terry Pratchett è un autore cui non è stata resa affatto giustizia, in Italia. I suoi libri sono stati pubblicati a sprazzi, senza alcuna promozione, negli ultimi tempi con copertine orrende, quasi di nascosto dai lettori.
Pubblicazioni discontinue, volumi ultimi di una saga spacciati per romanzi singoli, e giustamente incomprensibili per chiunque non abbia letto le puntate precedenti. Secoli di distanza gli uni dagli altri, una decina di pagine mancanti in Streghe all'estero (le ragioni sono ancora ignote), un'edizione piena di errori e sbavature in All'anima della musica!. In ultimo, la mancanza di una comunicazione degna alla morte dell'autore. La scomparsa di Pratchett è stata trattata con un ritardo di ore sui profili facebook e twitter della Salani, e in modo assolutamente insufficiente. Una foto dell'autore, data di nascita, data di morte, citazione, fine. Nessuna spiegazione, una lista di opere, una descrizione del genere, la citazione dei premi e della perfezione che ha saputo raggiungere. È strano incolpare un'intera casa editrice, però in questo caso non so esattamente con chi prendermela. Con chi ne gestisce i social media o con chi ha scelto di affidare questi strumenti importantissimi a qualcuno che evidentemente non è in grado di gestirli?
In realtà non ha molto senso prendersela per una cosa del genere, è anche parecchio volgare additare l'altrui reazione – anche quell'altrui si riferisce a un'impresa – alla morte di qualcuno. Però è stata una reazione così scarna e insufficiente che mi è sembrata la perfetta continuazione del rapporto che la Salani ha deciso di intraprendere con Terry Pratchett. Uno degli scrittori più famosi al mondo, in cima alle classifiche dell'universo, decine di romanzi... sprecato. Così orrendamente sprecato. Ne avevo già chiacchierato nel lontano 2013, nel post Ma che vi ha fatto Terry Pratchett?, perché non sono mai riuscita a trovare un senso al comportamento della Salani. Che senso ha tenere i diritti per Pratchett, se poi non lo pubblichi, o se lo pubblichi male? Sembra quasi un cosciente tentativo di disaffezionare i fan di Pratchett.
E mi rendo conto che io non mi sto comportando meglio. Terry Pratchett era un genio e a due giorni dalla sua morte io sto dando addosso alla sua casa editrice italiana, piuttosto che puntare l'attenzione sui suoi libri, che pure per me hanno significato così tanto. E se penso alla voce secondo cui stava scrivendo una continuazione alla serie di Tiffany – che comunque qui è stata tranciata al terzo volume. Grazie, Salani. - mi viene da piangere, e da evocare il Signor Porta per chiedergli spiegazioni.
E poiché non sto rendendo minimamente giustizia né all'uomo né allo scrittore Terry Pratchett, mi riprometto di scrivere più avanti di ciò che ha scritto. Sento quasi di averlo usato come pretesto per parlare male della grande editoria nostrana. Eppure... non lo so. Vorrei che la casa editrice cui i suoi lavori sono stati affidati lo trattasse degnamente. Le sue opere, se non lui, se lo meritano. E se lo meritano pure i lettori che lo adorano, e quelli che non l'hanno ancora incontrato tra le sue pagine.


giovedì 12 marzo 2015

Qualche libro, nichilismo e credere nel non credere

È un po' che combatto con l'istinto di fuggire via da facebook per non farvi più ritorno, creando giusto un profilo ad hoc per continuare a gestire la pagina del blog, che quella delusioni non me ne ha mai date, però rifuggendo l'interazione selvaggia con conoscenti di conoscenti di conoscenti. Perché più si allarga la rete dei contatti, più è facile trovarsi ad assistere a dibattiti che ti segano via le braccia e ti lasciano a sanguinare senza riuscire a proferire parola. Negli ultimi anni – o forse sono io che me ne sono accorta dopo, chissà – è nata questa strana corrente di pensiero, che mi verrebbe da chiamare “nichilismo a caso”. Cioè, ammeto che non è proprio la prima definizione che mi è sovvenuta, ma qui sul blog cerco di mantenere il mio eloquio il più savio e pulito possibile, quindi che “a caso” sia.
Dicevo, nichilismo a caso. NAC, che non suona neanche male come sigla. Uno svuotamento di significato del vivere che porta a una serie di regole non scritte su come è bene comportarsi nelle varie situazioni sociali, con occhio particolarmente aguzzo su un importantissimo dettame: non credere.
Non credere in niente, non sperare in niente, non immaginarti neanche di poter cambiare le cose. E, soprattutto, disprezza chi osa farlo, perché chi ancora si ostina a sperare/credere di poter fare la differenza è non soltanto un illuso, ma un decerebrato ignorante, calamita di sdegno e disistima. E non ha senso cercare di decidere chi abbia ragione con l'ottusa discussione, la ragione non ha più ragione d'essere. Augura morte, disperazione e tortura, invoca malattie mentali al minimo cenno di pensiero propositivo. La speranza lasciala a quegli psicopatici dei vegani. E usa più che puoi termini  storicamente disturbanti quali “negro” o “frocio”, perché dimostrano la tua indipendenza dal pensiero collettivo. Sì, anche al di fuori della scuola media. Provare per credere.
C'è anche una specie di logica sotterranea in questo schema comportamentale. Un po' di autoconservazione, la negazione della funzione della proposta e dell'impegno. La ragione non ha nessuna importanza, gli atti non hanno valore, l'esperienza non conta nulla. E dove non c'è nulla, figuriamoci che fine fanno gli ideali e le responsabilità individuali, immaginiamo l'etica che fa ciaociao con la manina dopo che si è tirato lo sciacquone.
L'aspetto più assurdo della faccenda è che non sia  affatto necessario deficitare di capacità intellettive, per unirsi al NAC, ed è questo che mi sconforta. Lo spreco dell'intelligenza perché non credere è più comodo e meno doloroso, non comporta rischi immediati. Che tristezza, eh?
E dunque, cotanta pappardella per dire che io, in un social network in cui basta svoltare l'angolo per trovarsi invischiati in un'interazione dominata dai metodi dei fieri esponenti del NAC, non mi ci trovo proprio. Voglio dire, che il mondo non fosse disegnato sugli insegnamenti dei My little pony lo sapevo già, ma vedere propugnata l'indifferenza con orgoglio da ideale, ecco, quello proprio mi urta. Mi deprime.
E mentre faccio due conti su quanto mi convenga abbandonare facebook per tutto ciò che non riguarda il blog, mi va di legare cotanto mio sentire a ciò che ho di più caro, a ciò in cui credo di più al mondo. I libri. Ovviamente. Sennò che lo scrivevo a fare, un post?
Parto dalla gentilezza, dal suo valore. Tempo fa ho sentito una ragazzina dire con orgoglio da filosofo navigato che la gentilezza è indice di debolezza, che bisogna abbandonarla per non farsi calpestare. Lasciarla a quelli che non riescono a disfarsene. Ora, in quel momento ho liquidato la cosa con una risata, perché che la gentilezza sia roba da deboli è la favola che si raccontano i deboli per non dover rinunciare alla propria corazza da cinici tormentati. Quel fastidioso scudo borchiato di battute (wannabe)sagaci miste a offese. Il disprezzo per la gentilezza è una delle cose che non ho mai capito, la sua svalutazione mi è d'ignota ragione. Io ho imparato ad apprezzarla presto. Con Pollyanna di Eleanor Hodgman Porter , con Piccole donne di Louisa May Alcott, e poi con Stargirl di Jerry Spinelli, Un ragazzo di Nick Hornby. Ci si rende vulnerabili, a mostrare gentilezza. Si scopre il fianco, si offre la guancia. E questo richiede molta più forza di quanta non ne richieda nascondersi in un guscio irto di spine.
Sono moltissimi i libri che mi hanno insegnato che è cosa buona e giusta credere in qualcosa, e fare del proprio meglio per farla accadere. Harry Potter, senza dubbio, in cui tanti personaggi perdono la vita e in certi casi qualcosa di più, per combattere contro un cattivo disegnato sull'ideologia nazista, rifiutando di abbassare la testa finché questa non rotola.
E Robin dei boschi, un libro che ho letto alle medie, che ha partecipato al Bancarellino, e che avrei tanto voluto che vincesse. Una ragazza che si unisce alla protesta per salvare un bosco, e lo fa perché pensa che sia importante, a prescindere da tutto il resto.
Per non parlare di Benni, della sua Compagnia dei Celestini (Saluta la Signora!), del suo Baol (Era una tranquilla notte di regime...), di Margherita Dolcevita, di Spiriti... l'importanza di capire da che parte stare, e di non tacerlo per misera convenienza, o perché “sta male”, o peggio, perché è banale.
Tornatràs di Bianca Pitzorno, con la sua decisa presa di posizione sul razzismo, tema che pavento stia scomparendo dalla narrativa per l'infanzia. Ma sono problemi che vanno affrontati presto, per vaccinare contro la forma di idiozia che è la xenofobia. Non che ne avessi bisogno, quando l'ho letto, ma non si può mai dire.
Certi libri mi hanno insegnato che ci sono orrori che non potrò mai capire del tutto, che non mi è impossibile indossare certi panni. Che di fronte a esperienze così estreme e distanti, non posso che chinare il capo e ascoltare, e fare del mio meglio per comprendere. Io sono Judith di Anke de Vries, la storia di una bambina maltrattata dalla madre. I libri di Torey L. Hayden, psicologa infantile che ha fatto narrativa di alcuni dei casi che le sono capitati. Che mi ha insegnato che dietro un comportamento bizzarro o un carattere chiuso possono esserci degli incubi che nemmeno mi posso immaginare.
E poi ci sono i libri che mi hanno insegnato che tutti siamo deboli, che a nessuno è dato d'essere perfetto e incrollabile. Da Il tristo mietitore di Terry Pratchett, in cui è la Morte ad avere un periodo di crisi esistenziale, alla dolorosa fallibilità di Hap e Leo in Il mambo degli orsi di Joe R. Lansdale.
E il fatto che non si potrà mai sapere tutto, ed è da lì che dovrebbe partire ogni discussione, dalla consapevolezza dell'enorme omissis. E i libri mi hanno insegnato che, come non sapevo della schiavitù su suolo americano prima di leggere Lansdale, come non sapevo delle rivolte religiose degli anabattisti prima di Q, come non sapevo delle bande di coscrizione prima di leggere Gli innamorati di Sylvia, come ignoravo buona parte della storia d'Irlanda prima di leggere Una stella di nome Henry, è assai probabile che io non sappia di tante altre cose, e che ogni nuova informazione potrebbe aprirmi gli occhi su aspetti mai considerati e arrivare a farmi cambiare idea.
E l'orrore per la crudeltà non necessaria, e il rispetto per l'altrui sentire, che questo “altrui” sia o meno umano, che sia o meno d'accordo con me. Il non poter dire a un'altra persona come dovrebbe sentirsi, cosa dovrebbe o meno offenderla o ferirla. L'idiozia nella presunzione di avere ragione, che se è vero che partiamo dalla nostra esperienza per decifrare il mondo, dovremmo pure tener conto della soggettività che ci portiamo dietro.
E ci sono un sacco di ragioni, dicevo, che mi portano alla tentazione di fuggire da facebook e dall'aberrante tendenza al NAC. In realtà non ho ancora deciso come comportarmi. Per una volta non sono in cerca di consigli, a meno che non vogliate offrirmene di vostra sponte. Sempre bene accetti.
Vorrei chiedervi, piuttosto, se ci sono dei libri che vi hanno insegnato qualcosa di importante, che vi portate dietro ancora adesso e che non ci pensate neanche ad abbandonare.


(Tanto per essere chiara con i miei contatti su fb, che non vorrei ci si sentisse presi in causa, non sto dando del NAC a nessuno in particolare, altrimenti avrei presto risolto col blocco. E' una questione più complessa, fatta di amici che interagiscono con amici che interagiscono con conoscenti. Si fa presto ad annegare nel NAC, pure se si sta attenti a chi si aggiunge. Senza contare le discussioni su pagine e gruppi.)

martedì 10 marzo 2015

New Italian Epic - Wu Ming

Penso di aver espresso più che a sufficienza, negli ultimi mesi, la mia sperticata adorazione per i Wu Ming. Ho letto L'armata dei sonnambuli senza neanche sperarci troppo, giusto un poco incuriosita e puff, mi si sono innalzati subito all'Olimpo degli scrittori preferiti. Non parliamo neanche di Q, tra i miei libri preferiti in assoluto, che mi ascolto quasi tutti i giorni La canzone del capitano Gert – è tutta uno spoiler, evitate se non avete ancora letto Q. E sto leggendo 54, sono quasi a metà ed è... quella parola che sfiora l'adorazione, però con una vicinanza che non ha nulla del divino. E poi il loro blog Giap, così immensamente utile e particolareggiato, e il loro prendere una posizione netta senza chiedere scusa perché, si sa mai, può dare fastidio. Ai Wu Ming voglio bene, punto. Qualcosa mi si spezzerà dentro, quando avrò finito di leggere la loro bibliografia. E se parliamo soltanto dei romanzi collettivi, mi manca giusto Manituana. Soffro in anticipo.
E dunque, quando ho trovato cotanto volume in biblioteca, non me lo sono lasciato sfuggire. E l'ho divorato con pantagruelica voracia, nonostante non si tratti affatto di narrativa, bensì di critica letteraria. Più o meno.
New Italian Epic, pubblicato da Einaudi nel 2009, riunisce due saggi sulla letteratura italiana scritti da Wu Ming 1 e da Wu Ming 2. Al primo si deve la parte dedicata effettivamente al New Italian Epic che dà il titolo al libro. Cito testualmente, giusto per non fare confusione, la definizione di NIE:
Il campo di forze che chiamo New Italian Epic è formato da un insieme di opere letterarie, di ampio respiro tematico e narrativo, scritte in Italia in lingua italiana a partire dalla fine della Guerra Fredda – o meglio, dallo smottamento politico del 1993, conseguenza domestica del crollo del socialismo reale.”
Più avanti vengono elencate alcune caratteristiche tipiche dell'opera NIE, dalla contaminazione dei generi all'uso di punti di vista eccentrici, la complessità del linguaggio mista all'attitudine popolare, il mutare la realtà – ucronia, storia alternativa – e la sovversione. E altre caratteristiche che non sto neanche a citare perché, dopotutto, non è il caso che mi metta a riassumerle in un post.
La seconda metà del libro è composta da un saggio di Wu Ming 2, La salvezza di Euridice, che è... molto più complesso. Parla di narrazione, della sua utilità, della funzione della storia nella vita di tutti i giorni. Di come crediamo, di come ci facciamo credere, di come ci fanno credere. Di immaginario, di letteratura. Di un incontro con una classe delle scuole medie cui ha dato il compito di scrivere una storia specificando soltanto alcuni – bizzarri – elementi e quanto ne è venuto fuori.
In realtà, la seconda parte è assai più evanescente della prima, e dovrei rileggermela daccapo per poterla capire di nuovo, per poterne parlare con cognizione di causa. Ma non ho abbastanza tempo a disposizione questa mattina, quindi ne lascio così la magra descrizione. Che dopotutto non è neanche detto che riuscirei a renderle giustizia pur rileggendola dieci, venti volte.
La prima parte, invece, mi è rimasta abbastanza fresca in mente. Forse perché parla di storia e di libri fisici, del loro indissolubile legame. Di un genere che non è semplicemente genere, che nasce dall'interazione tra scrittore e contesto storico-sociale. Il New Italian Epic, una corrente di letteratura italiana che viene un po' dalla confusione e un po' dalla menzogna, dalla delusione, dall'insicurezza con cui ci si appoggia a ciò che si è sempre saputo. Storia, politica e libri.
Immagino che sia uno dei motivi per cui i Wu Ming sono così intensi, questo accettare l'influenza del mondo attorno in tutta la sua schifezza sulle loro storie, sul loro modo di scriverle. O forse è quel barlume che da Q a L'armata dei sonnambuli, ancora non si è spento, nonostante un “nonostante tutto” che basterebbe a fare implodere più di un mondo. Non lo so.
Però posso dirvi che, a prescindere dalla mia innegabile parzialità, New Italian Epic è una lettura di incomparabile interesse e di potente ricerca e impareggiabile ricostruzione. E, non dimentichiamolo, con un punto di vista che non si nasconde.
Santoddio.

venerdì 6 marzo 2015

Scribacchiolando #8 - Write drunk, edit sober.

Scribacchio, come si può facilmente intuire dalla pagina “racconti” su in alto, o dai post “Scribacchiolando” che pubblico a cadenza incalcolabilmente casuale. Ho scoperto, negli ultimi anni, che mi imbarazza pure ammetterlo, perché il prototipo italiano del wanna-be-scrittore non è proprio l'esemplare più ammirevole di questo universo mondo. C'è quello che riscrive la propria vita con infinite ripicche, quello che spedisce il proprio alter ego a sguazzare in un mare di proposte sessuali, quello che “la grammatica inibisce la sua creatività”. E per quanto io sia consapevole che non sono io a poter decidere di non essere parte di quel magma di orrendume letterario, posso dire con severa decisione che, ehi, Io progetto. E cancello, e correggo, e riscrivo, e riprogetto e poi faccio implodere tutto e ricomincio daccapo. Pure troppo.
Il tema centrale di questo “Scribacchiolando” è la riscrittura maniacale. Più o meno.
Ricordo giornate intere passate davanti al computer a maltrattare diottrie e a tempestare tastiere. Potevo arrivare pure a trenta pagine al giorno, non scherzo. Alle medie, alle superiori. Avevo un momento libero e zac, davanti al computer fino al momento in cui mia sorella non mi avrebbe cacciata per fare le robe sue.
Cos'è cambiato da allora? Intanto mi sono fermata per anni. Il foglio bianco non è diventato mio nemico, ma il nostro rapporto si è comunque trasformato. Da un'amicizia stretta, calorosa, intima fino alla semplice conoscenza. “Buongiorno, Foglio Bianco, tutto bene?” “Tutto a posto, tu?” “Non c'è male.” “Bene.” “Bene.” E ognuno via per la sua strada, con un'occhiata imbarazzata piena di sollievo.
E poi beh, nell'ultimo anno ho cercato di rimettermi a scrivere. Senza sforzarmi troppo, senza obbligarmi. E un paio di giorni fa è successo che mi sono messa a scribacchiare senza avere poi molto in testa. Due personaggi presi da un'altra storia – non ne sentirà la mancanza – e una stanza, poi una casa, poi... e poi la storia. E ho scribacchiato abbastanza, devo dire. Abbastanza da sentirmi spalle e collo doloranti di soddisfazione.
Uno dei motivi è che, contrariamente a quanto ho fatto negli ultimi anni, stavolta non ho corretto. Ho lasciato le frasi imperfette, incomplete, nella loro forma-significato embrionale, con la sintassi corretta ma brutte a leggersi. Non mi sono fermata per ricontrollare, per limarle e smussarle e renderle perfette. No, che aspettino il loro tempo. Che aspettino il giorno in cui avrò finito di scrivere la storia, che aspettino la pagina, chessò, duecento? Duecentocinquanta?, e la successiva parola “fine”.
Hemingway ha detto “Write drunk, edit sober”. Non penso proprio che intendesse una scrittura inondata d'alcol, piuttosto una scrittura fluida e mondata dalla propria coscienza grammaticale. Che si mettano a tacere le rimostranze sintattiche, che taccia il fantasma della correzione. Resti nel fodero la spada che combatte il refuso.
Meglio portare avanti la trama.
Almeno credo. Almeno per adesso. Almeno per me.
Voi avete consigli da portare in dono? Se scrivete, quando correggete?