sabato 16 gennaio 2021

Il libro della creazione di Sarah Blau

Il libro della creazione di Sarah Blau – edito da Carbonio Editore nella traduzione di Elena Lowenthal – mi è arrivato per Natale, da parte di mio padre. L’avevo infilato nella lista dei regali che compilo ogni anno per facilitare la vita a coloro che per convenzione sociale devono prendermi qualcosa per il compleanno o per Natale. È una lista bella lunga, che amplio di settimana in settimana, e che quest’anno ho affidato a mio fratello – per evitare doppioni, gli tocca un ruolo organizzativo di rilievo. Ho una pessima memoria, e faccio in tempo a dimenticarmi dei titoli presenti prima che venga il momento di scartare i regali. Il libro della creazione, chi si ricordava di avercelo infilato? La memoria a groviera per certi versi è una benedizione.

 



Siamo ai giorni nostri, in Israele. A raccontare è Telma, al presente. Il romanzo si apre con Telma che si scruta allo specchio, chiusa a chiave nella propria stanza. Si guarda, si odia, enumera i propri difetti. La vengono a chiamare la madre e la zia, le dicono di sbrigarsi, che stanno facendo tardi. Telma le lascia ad aspettare, continua a guardarsi. Ha la pelle grassa e i capelli unti, non importa quanto si lavi. Si sente sempre cosparsa da una patina spessa di sudore marcescente. Si disprezza con una violenza che solo chi è stata davvero brutta può capire – o forse no, a rivedere le foto delle superiori ero ciccia ma carina, ma quanto mi facevo schifo, è uno schifo che non ti togli mai del tutto di dosso, è un disprezzo profondo che ti rimane sottopelle e che nessun complimento può toglierti.

Abbiamo capito che la recensione di oggi è improntata all'allegria.

Telma si odia, e odia buona parte della sua famiglia. La nonna, l’unica che sembrava capirla davvero, è morta e stanno per andare al suo funerale – capiamo bene perché la famiglia le mettesse fretta. Detesta la cugina Nilli, che è bellissima e ha un carattere forte; si somigliano soltanto negli occhi, che sono grigi e uguali a quelli della nonna, e Telma vorrebbe non avere neanche quelli in comune con lei, perché sottolineano quanto siano diverse in tutto il resto. Detesta la madre di Nilli, la zia Edith, sempre pronta a criticarla per risaltare quando Nilli sia meglio. Detesta la madre, che è debole, e il padre, che è stupido. Voleva bene alla nonna, ma è morta. Le rimane un unico affetto ed è l’altro cugino, Chanan.

Il rapporto tra Telma e Chanan è spaventosamente malato. Telma ne è disperatamente innamorata da quando erano bambini e ancora non aveva una chiara idea di cosa fosse l’amore – a ben vedere, non sono certa che lo capisca a trent’anni, nel presente del romanzo. È un amore malato perché taciuto, nascosto, e insieme vissuto con spaventosa intensità da Telma, al punto che all’inizio si sospetta che sia ricambiato, perché Telma se ne immerge, se ne riempie i polmoni, non fa che respirarlo. La si potrebbe quasi definire una narratrice inaffidabile, all’inizio, perché vive dentro di sé, non lascia uscire niente, e del mondo che ha dentro può fare e capire quello che vuole. Sentimentalmente parlando, Il libro della creazione è malsano e ossessivo. Non so se sia questo a renderlo incredibilmente bello:

 

"Chanan, Nilli e Telma. Coetanei, parenti. Il vostro corpo cambia nel tempo allo stesso ritmo, dentro il vostro cervello agiscono gli stessi meccanismi, i vostri cuori battono allo stesso ritmo o quasi, perché il tuo cuore batte Chan-an, Chan-an, Chan-an, Chan-an talmente forte che le sue stanze e i suoi ventricoli si contraggono, e quella è la parola responsabile del colore rosso del tuo sangue."

 

Telma e Chanan hanno un segreto, e quel segreto riguarda la morte della nonna. Lo si scopre andando avanti poco a poco, e il romanzo assume tinte weird e inquietanti, si delinea il rombo sotterraneo di forze arcane incontrollabili. Sarah Blau affonda le mani artigliate nella tradizione e nelle leggende ebraiche, ne tira fuori una specie di antica stregoneria, la adatta al presente e al passato – quello della nonna, che ha vissuto l’Olocausto a Varsavia. Il sangue, l’orrore, il prezzo da pagare.

 



Ma se dovessi dire cosa più mi ha disturbata dell’opera, non farei riferimento all’orrore che incastra Il libro della creazione nella letteratura dell’impossibile, dell’irreale. È Telma a farmi paura. È il suo vivere distaccato dalla realtà, in una dimensione sua che può e non vuole distruggere, la sua violenta ostinazione. Sembra debole, Telma, vista da fuori, sembra una persona nata per farsi mettere i piedi in testa. Ma a guardarla da dentro, immergendosi in una narrazione che è sua e profondamente sua, con quello stile pregno e bellissimo, è come leggere temendo di rimanere coi piedi intrappolati in una palude di parole e fango, Sarah Blau scrive con una violenza che davvero, come dire. È l’intensità violenta di una vita vissuta all’interno del sé, senza mai uscirne, una sedimentazione progressiva di un sentire mai espresso che si fa pietra.

Forse a farmi paura di Telma è la paura di esserle sfuggita per un soffio.

 

domenica 3 gennaio 2021

Mascarò di Haroldo Conti - Seguire se stessi, seguire la Strada

 Mascarò di Haroldo Conti è uscito a fine novembre per Exòrma edizioni, nella traduzione di Marino Magliani. A ricontrollare l’email, vedo che l’ufficio stampa mi ha contattata con largo anticipo, e che come al mio solito mi ci sono volute settimane per rispondere. La mia procrastinazione miracolosamente non si è allargata ai tempi di lettura, nonostante in questo periodo io sia lenta a leggere quanto non sono mai stata. Ho iniziato Mascarò che era appena arrivato, saltando la prefazione di Gabriel Garcia Marquez – recuperata a romanzo finito, dolorosa ed essenziale – e lasciandomi provare un’affinità istintiva per l’Haroldo scrittore scanzonato che emerge dalla sua introduzione. Haroldo accanto a Calvino, a meravigliarsi del mondo senza nascondersene gli orrori, ad amare il processo della scrittura, a ricordarsi che è tutto un gioco, che a prenderlo sul serio ci si toglie il gusto, che sacro non vuol dire per forza solenne, e che solenne non vuol dire per forza austero.

 


Haroldo Conti è nato nel 1925 a Chacabugo, in provincia di Buenos Aires. Studia filosofia, scrive sceneggiature per il cinema e per il teatro. Della sua vita non dico altro; meglio chiacchierare della sua filosofia di vita, di come traspare dalle chiacchierate tra il protagonista Oreste e il Principe di Patagòn, delle pagine bellissime in cui parlano del loro punto d’incontro, di quello che li rende l’uno simile all’altro – il richiamo del loro destino, sublimato nella Strada.

Mascarò è un’opera vagabonda, un romanzo rocambolesco e magico, in cui i personaggi sono ora se stessi e ora quello che scelgono di essere – forse quello che sono davvero, quello che sanno di essere davvero, anche se da fuori non li si potrebbe indovinare.

Mascarò, in un certo, piccolo senso, inganna: Mascarò è un personaggio che compare poco, il viaggio lo facciamo con ben altri vagabondi – che amiamo profondamente; ma sul finale del romanzo, quando l’opera cambia, e sospetto che il cambiamento dipenda dal mondo che cambiava intorno allo stesso Conti, a forzargli sulla penna un futuro più cupo, si capisce perché Conti l’abbia scelto per dare forma al titolo. Mascarò è personaggio – secondario – ma anche un indirizzo, una pulsione popolare che ribolle, la rivolta che si infiamma sotto lo scarpone che si crede vittorioso. La sua presenza mi ricorda un po’ quella di Antonio Banderas in Evita, una simbologia chiara e – scusate la pessima battuta – argentina

 

 

All’inizio ci troviamo con Oreste in un piccolo villaggio di pescatori, impregnato in un’atmosfera statica, stagnante. Le prime pagine, lo ammetto, un po’ annoiano. Oreste è rimasto fermo a lungo in questo paesino, conosce gli abitanti, fa con loro la stessa vita. Osserva tutto, ma è un tutto che già conosce. Non vediamo l’ora che se ne vada, che si avventuri lungo un’altra strada, e Oreste non delude. Parte presto, il mattino che segue l’inizio del romanzo, su un battello carico di strani figuri; ci sono il Principe di Patagòn, Mascarò, il Nuno e altri bizzarroni. Le storie saltano dall’uno all’altro, su una nave c’è sempre tempo per scambiarsi il filo dei propri destini.

Mascarò è perlopiù la magia del viaggio, il coraggio dell’abbandono alla Strada, il passo che si mette davanti all’altro perché a un certo punto non riesci più a smettere. È l’apertura a tutte le possibilità che il mondo possa congetturare, il sogno realizzato di quando da bambini si vorrebbe scappare col circo ed essere liberi per sempre.

L’ambientazione è all’inizio quella di un’Argentina che pare antica, tra villaggi senza elettricità, zone spopolate, strane leggende, ma che man mano che si avanza, passata la metà del romanzo, inizia a maturare un contesto storico più vicino – si cita il 1943 come punto di un passato piuttosto recente, nell’ordine dei decenni, e Mascarò diventa contemporaneo allo scrittore che scrive.

Non so bene che altro dirne; mi viene da citare il vagabondaggio improvvisato di Don Chisciotte, ma hanno in comune soltanto l’approccio al futuro, l’idea di mettersi in strada senza una missione precisa se non quella di seguirsi e perseguirsi. Il realismo magico, quello c’è tutto. E c’è la politica, perché ogni romanzo è politico ed è ancora più politico il romanzo di un autore che sa quanto il mondo che ha intorno influenza la sua scrittura – un mondo che non importa quanto sembri solido, può sempre sbriciolarsi. 

 



- Come hai cominciato a fare questa vita?

- Vuoi dire come sono nato, perché fino ad allora ero uno stronzo qualunque.

- E adesso cosa sei?

- Un Principe. Cosa credi? Sono padrone della mia vita e in uncerto qual modo sono padrone del mondo. Per questo mi dichiaro e mi presento come Principe, e posso farlo perché volerlo e deciderlo dipende solamente da me.

- Sei matto, ecco cosa sei.

- Se non ti decidi a fare così, sei già morto.

sabato 26 dicembre 2020

La Trilogia dell'Area X di Jeff Vandermeer - La letteratura dell'incertezza

Non ho idea di quante volte io sia passata volte di fronte alla copia di Annientamento (Jeff Vandermeer, 2015) infilata negli scaffali della biblioteca qui vicino. Non è che ne sapessi tantissimo, ma me ne tenevo istintivamente alla larga. Sapevo che Einaudi l’aveva pompato tantissimo, e questo poteva voler dire minestrone ciofeca di elementi interessanti o capolavoro. Esce Autorità, poi esce Annientamento, la trilogia dell’Area X è conclusa e Einaudi l’ha riunita in un unico, comodo malloppone. Mi arrivano pareri molto discordanti sulla saga: c’è chi l’ha adorata e chi l’ha trovata lenta, ripetitiva, banale. La vita è troppo breve per leggere romanzi mediocri, mi scrollo di dosso il dubbio e lascio stare.



Poi lo prendo, a caso, a poche settimane dall’inizio del secondo lockdown. Lo inizio, lo metto giù, tentenno, riprovo. L’esitazione dura più o meno fino a pagina 40. Poi la lettura si fa svelta, le pagine si girano da sole, sono presa al punto da mettere gli impegni in secondo piano. Finito Annientamento, ordino il resto della trilogia in biblioteca e mi appunto mentalmente che affidarsi troppo alle altrui impressioni di lettura può sembrare un atteggiamento saggio, ma rischia di farti perdere delle perle, quindi è il caso di rivedere il metodo di Scelta Letture – che dà il meglio di sé quando è settato su “vai a caso di brutto”.

A molti lettori la trilogia di Vandermeer non è piaciuta; c’è chi l’ha trovata lenta, chi non ha gradito le variazioni di prospettiva da un libro all’altro, chi avrebbe preferito qualcosa di più risolutivo. Tutto lecito, ci mancherebbe. Però per me la trilogia dell’Area X è un’opera completa, perfetta non in senso assoluto, ma perché credo che risulti esattamente quello che vuole essere, che l’autore sia riuscito a scrivere la storia che aveva in testa così come la voleva scrivere.

L’Area X non è da leggere se si vuole un terreno sicuro sotto i piedi, se si vogliono risposte precise e accurate, o tenere sotto controllo il principio di causalità che lega un evento all’altro. Non è da leggere se si vogliono personaggi che agiscono secondo le proprie precise volontà e i loro espliciti interessi, se si vuole un finale davvero risolutivo, se non si è pronti a lasciare indietro qualcosa delle proprie certezze.



L’impressione che ho avuto è che Jeff Vandermeer si sia detto – magari non dall’inizio, magari soltanto da un certo punto in avanti per poi tornare indietro a correggere le piaggerie, chissà – che non era suo interesse andare incontro alle aspettative del lettore, che abbia fatto della sua storia quello che voleva dall’inizio alla fine. Che abbia gestito consapevolmente i punti lenti e le lungaggini di Autorità e i momenti stralunati di Accettazione scegliendo di fregarsene di quello che i lettori si aspettavano dall’opera. Rispondeva all’Area X e a nient’altro. Almeno, questa è la mia impressione.

Della trama dirò pochissimo, perché del quadro generale si sa pochissimo nel corso del primo libro, qualcosa di più nel secondo e finalmente ci si fa un’idea più chiara nel terzo – chiara, ma non cristallina. Esiste un’Area X, una regione in cui è successo qualcosa che ha tolto di mezzo tutta la popolazione che ci abitava. Nelle vicinanze, una base governativa la studia da decenni, mandando spedizioni oltre il confine. La protagonista di Annientamento, la biologa – i membri delle spedizioni si identificano con la loro funzione – fa parte dell’ultima di queste spedizioni.

Il secondo romanzo è incentrato su un altro personaggio, molto diverso dalla biologa, ma anche simile. In un certo senso sembrano della stessa specie; non in senso genetico-evoluzionistico, ma per il modo in cui esperienziano il mondo, il modo in cui lo tengono alla larga.

È interessante il fatto che leggendo il secondo romanzo, si rilegga anche il primo in una nuova ottica, e leggendo il terzo si stravolge il secondo e si comprende meglio il primo. Vandermeer non finge che esista una realtà solida ed empirica, universale e condivisibile. Esiste una realtà per ognuno di noi, e dunque per ognuno dei personaggi che vertono sull’Area X. La volontà umana, diretta e decisa, non è niente confrontata alle contingenze del caso, all’azione immediata che segue uno stimolo. Vandermeer lo sa.



L’Area X è cruda, disturbante. Non solo nelle manifestazioni più atroci; è una crudezza stilistica, esperienziale, è la luce urticante che l’autore getta sui personaggi e sui loro demoni. La scrittura è un bisturi precisissimo, tagliente e affascinante, di un materiale sconosciuto che manda strani riflessi.

Non dirò nulla sulle parti in causa, sulle volontà dei singoli, sulle battaglie da disputare – su quale campo, poi? – perché rovinerei la lettura. Il senso di sbandamento, l’incertezza e la confusione, fanno parte dell’esperienza dell’Area X.

Divertitevi. Attraversate il confine e divertitevi.

martedì 15 dicembre 2020

Libri belli e grafiche di copertina - per una lettura estetica e superficiale #2

Un paio di settimane fa scrivevo due parole su Gomoria di Carlo H. De’ Medici, un classico mancato della letteratura esoterico-decadente italiana recentemente recuperato da quelli di Cliquot. Vedete bene che l’impatto visivo della cover spezza il fiato a chiunque sia un minimo sensibile al bello; nella recensione, prima di iniziare a chiacchierare del romanzo, accennavo a un mio vecchio post – Libri belli e grafiche di copertina, per una lettura estetica e superficiale – in cui, mi cito testualmente, “non facevo che sbavare copiosamente su progetti grafici meravigliosi e originali; va da sé che la prima casa editrice a venirmi in mente è Cliquot”. Pochi giorni dopo la pubblicazione della recensione, mi sono accorta con un leggero imbarazzo – che alle mie minchiate sono ormai avvezza – che non solo Cliquot non era la prima casa editrice citata nel pezzo, ma che nemmeno la nominavo.

 


Realizzazione. Gelo. Sipario. Non ho ben chiaro come sia stata possibile questa svista – vostro onore, non so spiegare – ma agli inciampi si sopravvive facendo ammenda. Mi urge dunque non di correggere a ritroso l’elenco incompleto, ma di scriverne un altro a stampella del primo.

Cliquot la incenso dunque per la pignoleria quasi patologica con cui recupera e adatta le illustrazioni originali, per gli acquerelli che sono già di per sé opere d’arte, per i rimandi al liberty e all’art decò. Aggiungo un’altra cover da far battere il cuore al grafico più minimalista, ben lontana dai toni scuri e minacciosi di Gomoria, I racconti della biblioteca fantastica.

 


Edizioni Black Coffee è una casa editrice giovane incentrata sulla narrativa nord-americana, che ha portato in Italia autori immeritatamente sconosciuti – da noi. Ma questo è un post estetico e superficiale, quindi pensiamo all’unitarietà concettuale del progetto grafico pop e colorato, alle linee morbide, al lettering dinamico, acceso, che partecipa attivamente al disegno.

 


Edicola Ediciones è per me la cover di Space Invaders di Nona Fernàndez; credo sia stato in assoluto il mio primo approccio con la casa editrice, che si prefigura l’arduo compito di fare da ponte tra la letteratura cilena e quella italiana, pubblicando i propri titoli in più lingue. È difficile scegliere quali copertine riportare a esempio del progetto grafico: gli stili cambiano, i colori variano, le costanti sono caratteri formali – il lettering, il logo spostato verso il centro dell’immagine, la tendenza a illustrazioni realistiche, dai tratti chiari.

 

 

Quello che lega insieme queste case editrici – e quelle del post precedente – non è solo la cura del progetto grafico nel suo insieme; altrimenti sarebbero qui anche Einaudi o Astoria. Il punto è che le grafiche sembrano davvero fare da eco alle storie che racchiudono; creano aspettative, impostano un tono, accennano un racconto: comunicano col lettore ancora prima che questo abbia letto la quarta di copertina.

Ovviamente c’è anche un secondo punto, non meno pregnante di quello appena spiegato, che accomuna i progetti grafici che cito: il mio personalissimo e insindacabile gusto.

A pensarci bene, dovrei inviare questo post al mio professore di grafica pubblicitaria delle superiori; credo che sarebbe contento di vedere che ricordo ancora qualcosa – e che tra le altre cose ho imparato anche la sua pignoleria.

sabato 28 novembre 2020

Gomoria di Carlo De' Medici - Orrorifiche riscoperte e grafiche meravigliose

 Qualche giorno fa ho trovato su una testata online che seguo con inusuale fiducia, un articolo che lamentava le grafiche di copertina nostrane, paragonandole a quelle più audaci e creative di altri paesi. Ora, io non ho niente contro l’autrice, ma vorrei ben prenderla per mano e portarla a visitare il magico mondo delle cover fantastigliose che mi capitano sott’occhio ogni volta che mi metto a spulciare un catalogo. Anche a voler far finta che non esista un’editoria indipendente dall’inventiva prodigiosa, ci sono cover di Einaudi in grado di rifare le chiappe a qualsivoglia Mr. Simon e Mr. Schuster a calci di stile. Qualche mese fa scrivevo questo pezzo, in cui non facevo che sbavare copiosamente su progetti grafici meravigliosi e originali; va da sé che la prima casa editrice a venirmi in mente è Cliquot.



Non credo all’adagio secondo cui “non si giudica un libro dalla copertina”; la copertina è il primo contatto col potenziale lettore, e se l’editore scazza con quella, figuriamoci tutto il resto. Un buon progetto grafico mi rassicura sul fatto che l’editore capisca quanto sia importante prendersi cura di ogni aspetto delle proprie pubblicazioni, che abbia voglia di investirci impegno e denaro perché sa come funziona il mercato editoriale – essenzialmente, un buon progetto grafico mi dice che l’editore sa quello che fa e non sta andando a caso perché “fare libri fa figo”.

Là fuori è un brutto mondo – editoriale.

Cliquot fa questa cosa bellissima che è ripescare i classici che non sono riusciti a diventare classici, le meraviglie letterarie che si sono perse in mezzo alle pieghe del tempo. È una caccia al tesoro entusiasmante, e si vede che ci credono. Se volete saperne di più, l’anno scorso ho rotto le scatole a Federico di Cliquot per Spore Rivista, e il risultato è un’intervista la trovate qui.

Mi rendo conto che a leggere fin qui sembra che stia cercando di allungare un brodo mesto, come se non avessi granché da dire del romanzo, o volessi indorare una pillola amara. Non è così: è la bibliofila dentro di me che si entusiasma quando incontra evidenti segni di bibliofilia; è l’impressione che mi dà Cliquot, di un feticismo letterario che va di pari passo col mio. Forse è così che si sentono i furry quando incontrano i loro simili – non cercate se non volete sapere.



Gomoria è il primo romanzo di Carlo H. De’ Medici, autore attivo all’inizio del ‘900. Oltre che scrittore, è stato un fervente studioso delle arti occulte, e si vede: intorno a metà del romanzo il protagonista si trova a spulciare una biblioteca esoterica e si susseguono pagine e pagine di descrizioni di testi occulti, perlopiù realmente esistiti e plausibilmente presenti della collezione dello stesso De’ Medici. Diciamo che se qualcuno volesse impegnarsi in studi esoterico-alchemici, qui potrebbe trovare un bel po’ di spunti.

Tutto inizia a Napoli, nella splendida tenuta di Gaetano Trevi. Trentenne, ricchissimo e decadente, ultimo rampollo di una nobile famiglia i cui incesti hanno condotto lo sfortunato Gaetano a una costituzione debole. Colleziona bellezza, viaggia, rifugge la noia come si rifugge la morte. Crudele, libertino, egoista come pochi e abbastanza narcisista da non farsene un cruccio – egli è meglio del mondo, e il mondo può pulirgli le suole delle scarpe.

Gaetano non è un personaggio amabile, e neanche l’autore deve avergli voluto particolarmente bene. Lo dipinge senza imbellettamenti, sottolineandone le brutture. Mi ha ricordato moltissimo il cugino Edoardo di Menzogna e Sortilegio – che parimenti avrei pigliato a calci nel nobile didietro fino a farlo risplendere che manco il naso di Rudolph la renna.

Gaetano è causa del suo male, e le sventure che si è ricamato attorno lo portano a trasferirsi in una proprietà sperduta della Maremma. Con lui una donna del suo passato, una vittima che aveva sacrificato al proprio ego e che tuttavia non sembra fargliene una colpa. Troverà qui la biblioteca occulta, esplorerà le possibilità che possono portarlo alla rovina o al trionfo.



La trama, bisogna ammetterlo, è un po’ sfilacciata. In più punti pare che il romanzo debba e voglia prendere una determinata piega, e pare poi che l’autore se ne dimentichi. Nelle pagine iniziali viene posta molta attenzione su una statua della collezione di Gaetano, e pare quasi debba prendere vita e diventare un elemento arcano centrale nella storia; e invece no, era una statua e a De’ Medici andava di chiacchierarne perché sì. Non c’è da aspettarsi colpi di scena o arguzie narrative di sorta. Non è quel genere di romanzo – e d’altronde, non credo volesse esserlo.

Gomoria è nell’atmosfera, nella perdizione, nella disperazione. Nel baratro che l’uomo si crea e in cui si getta per poi piangerne. Il diavolo dentro di noi che richiama quello fuori, in un rimpallo di dannazione. Gomoria è questo – e l’ho apprezzato un sacco.

(dimenticavo, nella prima parte c’è un sacco di erotismo con un buon tot di riferimenti bibliografici – come per la letteratura occulta, volendo se ne possono trarre un sacco di spunti).

venerdì 6 novembre 2020

Menzogna e Sortilegio di Elsa Morante

Io e la Morante abbiamo fatto amicizia l’anno scorso, quando mi si era affacciata alla mente l’idea di scrivere un articolo sul legame tra isole e letteratura – l’Isola che non c’è, l’Isola del tempo perso, l’Isola del dottor Moreau etc. Elsa Morante ha scritto L’isola di Arturo nel 1957, mi pareva brutto lasciarla fuori, ma non avrei mai pensato di gradire così la lettura. Dell’articolo non ne ho più fatto niente – vai a sapere perché – ma il romanzo l’ho adorato, ed è stato un ottimo primo incontro con Elsa. Elsa che altrimenti non l’avrei mai pescata in biblioteca, col suo nome altisonante. Morante. Moravia. Deledda. Nomi che sembrano portarsi addosso tutto il peso della letteratura – un peso che temi, leggendo, ti possa calare dritto sui testicoli.

(scusate la brutalità, ho dovuto leggere Canne al vento per l’università nel decennio scorso e non mi sono mai ripresa, io e Grazia non andremo mai d’accordo).

 


Per contro, Elsa è diventata una delle mie scrittrici italiane di riferimento. Una delle mie preferite. E quanto ho adorato la sua opera prima, Menzogna e Sortilegio, pure più di L’isola di Arturo. Uscito nel 1948, ha guadagnato alla Morante il Premio Viareggio e ha spalancato una finestra di comunicazione tra il grande romanzo italiano e la grande letteratura inglese. Che detto così, senza un’adeguata contestualizzazione, non vuol dire niente, quindi andiamo con ordine.

Son già due mesi che la mia madre adottiva, la mia sola amica e protettrice, è morta.

Menzogna e Sortilegio inizia così, con un incipit che ricorda vagamente quello di Lo straniero di Albert Camus, ugualmente mortifero, ma più freddo – “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. La voce narrante appartiene a Elisa, una ragazza appena rimasta orfana per la terza volta – e, come dire, ce ne vuole. Abitava da anni con la madre adottiva, una ricca cortigiana alla quale era legata da un forte senso di gratitudine e da un affetto ancora più forte, nonostante l’insuperabile incomunicabilità tra le due. Ma a parlarne troppo si fa spoiler, perché questo romanzo inizia dalla fine, ed Elisa all’inizio è soltanto una cornice narrativa, come non tarderà a spiegarci. Elisa spiegherà che è tutta sola nella casa che le ha lasciato la madre adottiva, e poi parlerà dei suoi fantasmi, di come le abbiano animato le stanze. Racconta di come la sua fantasia abbia sempre richiamato i suoi morti, perché potessero dare un senso alla propria fine, farle compagnia, ricamarle dietro un passato. I suoi morti sono i genitori, altri parenti, qualche comparsa. Tutti a raccontare una complessa, intricata, crudele storia: quella che ha portato alla fine alla morte di coloro che vi hanno preso parte – non ultimi, i genitori di Elisa.

Il contesto è l’Italia del sud all’inizio del ‘900. Dunque troviamo un certo modo di vivere la città e la campagna, un’incolmabile distanza tra ricchi e poveri; ma non è solo il contesto, l’ambientazione, a rimandare ai classici della letteratura inglese. È l’intensità. È la crudele consapevolezza di come agisce l’emozione sull’individuo che la sta provando. È l’ineluttabilità di un sentire precedente alla rivoluzione freudiana, in un tempo in cui l’essere umano ancora non sapeva di dover dubitare di se stesso, e viveva seguendo ciò che sentiva senza interrogarsi granché. È facile ritrovarci la Mary Ann Evans – alias George Eliot – di Middlemarch e Il mulino sulla Floss, o le grida disperate con cui Catherine e Heathcliff si chiamano da un mondo all’altro. Tutto quel sentire dannato, che i più fortunati possono ancora chiamare adolescenziale, che non ne hanno provati di simili nell’età adulta, quella sofferenza che non riesci ad arginare.

Dicevamo, prima della deviazione nel baratro. Elisa cerca di raccontare le vite dei genitori perché la loro unione acquisti un senso, e perché acquisti un senso la loro morte. Parte da lontano, prima ancora dei propri nonni. Spiega quali anime corrotte abbiano dato vita alla madre, e perché la sfortuna li abbia sempre infestati come un morbo – ma un morbo che si va a ricercare, come a volerlo stuzzicare finché non attacca. Finzioni, malintesi, un nonno disconosciuto da una famiglia nobile e facoltosa. Buona parte del romanzo racconta un passato dal quale Elisa era assente, eppure viene ricostruito nel dettaglio. Menzogna e Sortilegio è un atto meta-narrativo, perché Elisa è sempre consapevole della propria mistificazione, della portata della propria immaginazione, con cui va a riempire i buchi della memoria. Elisa cerca risposte e compagnia, e le cerca dentro di sé perché non ha dove altro cercarle. Ma come narratrice, riesce comunque a distaccarsi abbastanza da scomparire dalla pagina, da risolversi in quello che sembra un narratore esterno – ma onniscente e vocalico, pronto a dialogare col lettore, a metterlo in guardia, fargli oscuri pronostici. Non parla di sua madre come fosse sua madre, almeno non all’inizio, non quando sua madre è ancora una ragazzina. Sono tutti pienamente personaggi, liberi dalla costrizioni di ciò che Elisa sa che diventeranno, finché Elisa stessa non diventa testimone diretta di una storia disgraziata iniziata decenni prima della sua nascita. Una storia famigliare in cui si intrecciano più storie d’amore, tutte devastanti. Nessuno è innocente, tutti sono colpevoli, vittime da un lato e carnefici dall’altro. Il che, tutto sommato, è orrendamente realistico.

Lo stile è quello di Elsa, è ricco e fragrante, antiquato e leggerissimo, complesso e involuto e insieme scorrevolissimo. Elsa parla come sa parlare – quindi splendidamente – ma parla al lettore per farsi capire, e l’effetto è… come dire, qualcosa di perfettamente bello e perfettamente semplice. Detesto quando gli scrittori giocano a non farsi capire, quando confondono la sperimentazione con l’obliquità, quando è evidente che non gliene frega niente del lettore. Nell’arte si fa quel che si vuole – è sacrosanto – ma quel voler giocare tra sé e sé con le parole mi pare quasi onanistico, e non in senso buono. Certo, c’è caso e caso – mi viene da pensare a Michele Mari che davvero scrive per sé, ma lo fa in un modo tutto suo e particolare, come se avesse in mente se stesso lettore come lettore ideale, e volesse rendersi partecipe ogni volta di una bizzarria letteraria diversa.



Di Elsa mi sono un po’ innamorata, e tremo al pensiero dei pochi romanzi che mi mancano da leggere. C’è La storia, certo, e poi? Aracoeli – mi dice Wikipedia – e poi soltanto i racconti. Dovrei centellinare, ma so già che non lo farò. Dalla zona rossa, vedrò di prenotare ancora qualche libro in biblioteca; buon per me, nelle scorse settimane ho fatto provviste.

martedì 13 ottobre 2020

Poesie per chi non ama la poesia #9 - José Martì

 

II



Io conosco Egitto e Nigeria

e Persia e Senofonte;

e preferisco la carezza

della fresca brezza del monte.

 

Conosco le antiche storie

dell’uomo e dei suoi rancori;

e preferisco le api

quando tra le campanule volano.

 

Del vento conosco il canto

tra le vociantei fronde:

nessuno mi accusi di mentire,

perché lo preferisco davvero.

 

So di un daino terrorizzato

che ritorna al recino, e spira, -

e d’uno stanco cuore

che muore oscuro e senz’ira.

 

***

 

II


Yo sé de Egipto y Nigricia,

y de Persia y Xenophonte;

y prefiero la caricia

del aire fresco del monte.

 

Yo sé de las historias viejas

del hombre y de sus rencillas;

y prefiero las abejas

volando en las campanillas.

 

Yo sé del canto del viento

en las ramas vocingleras:

nadie me diga que miento,

que lo prefiero de veras.

 

Yo sé de un gamo aterrado

que vuelve al redil, y expira, -

y de un corazòn cansado

que muere oscuro y sin ira.

 


 

 

José Martì (1853-1895 ) dalla racconta Versi Semplici, edita in Italia da Città del Sole Edizioni