venerdì 10 agosto 2018

Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout

Mettiamola così: questo non è il mio primo incontro con Elizabeth Strout, ma è come se lo fosse. Anni fa leggevo Olive Kitteridge dopo averne sentito parlare benone, con aspettative altissime a fronte di pareri entusiastici che mi giungevano da ogni angolo della blogosfera. Aveva anche vinto il Pulitzer, che volevo di più? Solo che a lettura terminata, la mia reazione è stata un puro “meh”. Olive Kitteridge non mi aveva presa granché, vai a identificare il motivo dopo tanto tempo; non che l’avessi detestato, ma non mi aveva neanche entusiasmata, ed essendo il panorama letterario sterminato e gonfio di capolavori che non avrò mai il tempo di leggere, perché intestardirmi con un’autrice il cui indiscusso capolavoro sembrava non fare per me?
Per fortuna esiste twitter, e su twitter c’è chi posta stralci di libri, citazioni, brevi commenti. E il caso ha voluto che mi capitasse sotto gli occhi una frase presa da Mi chiamo Lucy Barton, ultimo libro uscito in Italia della Strout, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso.
Ho amato così tanto questo libro che l’ho divorato in poche ore, non posso non far sapere a chi ne ha twittato la citazione che è riuscita a ricucire il rapporto scrittore-lettore tra me ed Elizabeth, con un filo spesso e solidissimo, – magari le linko ‘sta recensione e via.
Dunque, di che parla questo libro? Di Lucy Barton, ovviamente. In prima persona, una trafila di ricordi connessi tematicamente e non cronologicamente. Al centro del romanzo piazzerei il lungo soggiorno in ospedale della narratrice dovuto alle complicazioni di una banale appendicite. Lucy ha un marito e due figlie che la aspettano a casa, la famiglia le manca moltissimo, in ospedale si sente sola, – giustamente. E un bel giorno le capita in stanza sua madre, che non vede e non sente da anni, convocata dal marito. È una situazione strana, che vede l’avvicinamento di due donne che si conoscono poco, che in comune hanno pochissimi punti. E Lucy torna coi ricordi alla sua infanzia poverissima nel Maine, alla miseria, agli abusi famigliari che a quel tempo e in quel contesto passavano per educazione, ai rapporti con la sorella, col fratello, col padre, – ma soprattutto con la madre. Lucy parla anche della scuola, di come lo studio sia riuscito a trascinarla via dalla periferia dell’Impero per rilasciarla sana e salva a New York, del suo primo amore, dei suoi primi racconti pubblicati su una rivista, della sua successiva carriera di scrittrice, di qualche rapporto significativo, anche di quelli che sembrerebbero non valerne la pena. Alcuni capitoli sono di una lunghezza “normale”, altri non durano che un capoverso, soprattutto verso il finale. Certi raccontano con chiarezza cronologica un fatto avvenuto nel corso della sua vita, altri sono riflessioni intense e sferzanti, solitamente più brevi.
C’è un aspetto di questo romanzo che lo renderebbe meraviglioso anche se lo stile fosse scadente – e non lo è – se la storia fosse sciapa – e non la è – e se i personaggi fossero figurini tralasciabili, – diamine se non lo sono. Sto parlando della totale onestà di Lucy, della sua nudità di fronte alla pagina bianca. Senza imbarazzo, vergogna, senza nascondere nulla. Lucy si apre completamente al nostro morboso scrutare, ci racconta senza veli chi è, come e perché.
Se ne leggono di rado, di libri così.
Comunque se l’avete amato come l’ho amato io, mi viene da consigliarvi Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey.
Io intanto vedo di recuperarmi la bibliografia della Strout, va’.

domenica 5 agosto 2018

La schiuma dei giorni di Boris Vian


Da quando ne ho sentito parlare la prima volta, ho capito che La schiuma dei giorni di Boris Vian – scritto nel 1947, edito in Italia da marcos y marcos nella traduzione di Gianni Turchetta – era un libro mio. Un libro che sulla carta mi sarebbe dovuto piacere moltissimo, che faceva proprio per me. Per questo l'ho iniziato più e più volte, invece di abbandonarlo definitivamente, anche se i primi tre-quattro tentativi sono stati fallimentari, – vai a sapere perché.
Boris Vian (1920-1959) è stato uno scrittore che balzellava di genere dal surrealismo al pulp, un trombettista jazz adoratore di Duke Ellington, un drammaturgo, un poeta e un traduttore. La schiuma dei giorni è tornato alla savia attenzione dei lettori nel 2013, con l'uscita al cinema dell'omonimo film diretto da Michel Gondry, – non sapevo che il film fosse di Gondry, e leggendo mi chiedevo chi potesse essere il regista, mi spuntavano in mente soltanto Wes Anderson e Terry Gilliam.
La schiuma dei giorni è stato un deciso flop editoriale; Gallimard ne ha venduto poche centinaia di copie. Il successo letterario, a Vian, è arrivato con un pulp noir scritto sotto pseudonimo, Sputerò sulle vostre tombe, – in Italia sempre edito da marcos y marcos, santi subito. Bello, niente da dire, ma nulla a che vedere con La schiuma.
Dovrei smetterla di tergiversare, ed esprimere chiaramente che io questo libro l'ho adorato, ma proprio visceralmente. È stato uno di quei rari casi in cui non mi limito a gradire la lettura, a volerla condividere e consigliare. Vorrei proprio poter ripescare Boris dalla tomba, mettermelo seduto davanti al tavolo di cucina con una tazza di rosolio invecchiato, e iniziare una conversazione che potrebbe portarci chissà dove. Ho adorato la trama, i personaggi, l'ambientazione assurda e crudele, e il fatto che il genio dell'autore non si lascia ammutolire dalla possibile comodità del surrealismo. Laddove tutto può accadere, sarebbe facile scrollare le spalle e deputare ogni spiegazione al “no, ma va bene così, tanto mica deve essere credibile”; ma ogni romanzo ha una sua logica e una sua coerenza interne non esplicitate, ma comunque ricavabili dal testo. Vian continua a seguire la sua logica pazzerella per tutto il libro, nel bene e nel male, nelle nuvole rosa che circondano i personaggi innamorati e nella fabbricazione di armi, più avanti, quando tutto si fa più cupo.
La trama, magari? Veniamo alla trama. C'è Colin, protagonista del romanzo, un ricco e piacente giovanotto di ventun anni, che abita in una bella casa col suo fido cuoco Nicolas e un topo grigio dai baffi neri che gli è molto affezionato. Ha una scatola piena di dobloncioni – moneta ufficiale – che lo trattengono da quell'infamia moderna del lavoro, un cuore d'oro, un pianocktail – un piano che crea cocktail a seconda della musica che viene suonata – e un migliore amico di nome Chick, ingegnere appassionato del filosofo “Jean-Sol Partre”, di cui raccoglie religiosamente feticci e manoscritti, spendendo tutto il suo denaro, pure quello che non ha.
Capita che Chick, all'inizio del libro, vada a trovare Colin e gli parli di una ragazza che ha conosciuto proprio a una conferenza di Partre, Alise, e che Colin la voglia conoscere. All'inizio pare invaghirsene – anzi, ne è proprio invaghito – ma poi, essendo Alise e Chick innamorato persi, ripiega sull'amica di Alise, Chloe, finché Chloe non diventa un non-ripiego.
Sembra abbastanza lineare, finora, forse pure un po' noioso. Solo che il tutto è inframezzato da scene improbabili, levitazioni assurde, conversazioni impossibili. E tutto funziona, e mentre Colin e Chloe passeggiano circondati da una nuvoletta rosa, il mondo intorno dimostra apertamente la sua crudeltà, il suo sprezzo per la vita umana. Mi ha ricordato un po' Brazil (Terry Gilliam, 1985), tra sogno e distopia.
Le cose vanno benone, e poi smettono di andare benone. Non è detto che il surreale debba essere bello perché può essere bello; entrano in scena il tragico, il disturbante. Quello che Boris potrebbe risolvere con una goccia di rugiada e una capriola può anche restare senza soluzione, perché il bene e il male hanno lo stesso potere, nel mondo matto in cui è ambientato La schiuma.
L'ho adorato, l'ho adorato, l'ho adorato.
Non solo lo consiglio violentemente, – certo, se pensate che il surrealismo francese possa fare per voi – ma aggiungo che se lo avete amato e non sapete dove sbattere la testa, potreste provare Martin il romanziere di Marcel Aymé.
Diamine, Boris, già mi manchi, io la tua bibliografia me la divoro.

giovedì 2 agosto 2018

La famiglia Aubrey di Rebecca West


Da piccola ascoltavo un sacco di musica classica. “Un sacco” si fa per dire, perché la rete come la conosciamo adesso doveva ancora arrivare, così come i cd e il concetto di mp3; diciamo che buona parte di quello che ascoltavo di mia sponte era la poca musica classica che ero riuscita a reperire, – i dischi del nonno, una musicassetta registratami da chissà chi piena di Tchaikovsky e Chopin, che ascoltavo lanciandomi da una parte all'altra della cameretta su una poltrona con le rotelle.
Rimpiango di non aver studiato la storia della musica classica almeno quanto rimpiango di non aver mai imparato a suonare uno strumento musicale, uno qualsiasi. Qualche anno fa mi è venuto lo sghiribizzo di imparare qualcosa di più, e tra i manuali (qui) e la narrativa (qui e qui) qualcosa ne è anche uscito. In quel periodo sarei stata davvero contenta, se fossi riuscita a mettere le mani su La famiglia Aubrey di Rebecca West, uscito per Fazi a inizio mese nella traduzione di Francesca Frigerio. Trattasi del primo volume di una corposa familiare, pubblicato per la prima volta nel 1956.
Ho iniziato parlando di musica, e ci torno subito: la famiglia Aubrey è composta principalmente da musicisti, e la protagonista e narratrice, Rose, suona il piano insieme alla sorella Mary, sotto i dettami della madre, in gioventù una promettente musicista. Il padre però è un personaggio... beh, difficile da definire. Ama i suoi figli, ma sperpera il denaro di famiglia; ama la moglie – credo? – ma vende ciò cui è più affezionata pur di poterselo giocare. È colto, arguto, detentore di alti principi morali, eppure se fosse per lui la sua prole potrebbe pure dormire sotto un ponte. Eppure, ripeto, c'è tutto l'affetto del mondo. È la malattia del gioco, o forse il gioco è soltanto un sintomo.
La famiglia Aubrey comprende anche la primogenita Cordelia, totalmente priva di talento musicale, e Richard Quin, il fratello piccolo e immensamente dotato, – non sappiamo bene come e perché, sta di fatto che il genio gli brilla in volto.
Rose, che all'inizio del romanzo non è che una bambina, ci racconta della sua sgangherata famiglia nell'Inghilterra tra fine '800 e inizio '900, della loro sistematica mancanza di denaro, dei loro abiti sdruciti, delle crisi che arrivano a ondate, dei rapporti con la cugina Rosamund. La musica c'è sempre, è un sottofondo continuo, perché Rose e Mary il piano sanno suonarlo davvero, e la loro madre è un'insegnante severa, perché spera di potere assicurare per loro un futuro almeno da concertiste. Per la famiglia Aubrey la musica è tutto, tranne che per il padre, che è fatto di lettere, politica, socialismo in divenire. Ma c'è anche altro, la musica non divora la narrazione, non si fa ossessione. La voce di Rose è schietta, onesta e si sofferma su tutto ciò che la circonda, su ciò che la interessa di più; il centro del suo mondo è la sua famiglia, sono la madre e il padre, è il bozzolo che si sono creati nel loro misero angolo di Londra.
È un romanzo pieno, scorrevole, gonfio di vicende spicciole e di assurdità incomprensibili, – che adesso non sto a spiegare. Lo sguardo di Rose è acuto, il legame con la madre, che condivide col resto della nidiata, è bizzarro e commovente, – ma ne parlerò più avanti, mi sa.
Va da sé, lo consiglio di brutto. Se poi avete velleità musicali, anche meglio.

venerdì 27 luglio 2018

Il coming out degli insicuri

Nelle scorse settimane mi sono data una corposa svegliata; sono tornata su progetti che avevo messo da parte, mi sono data una spinta di quelle potenti e mi sono decisa, dopo mesi di tentennamenti, ad aprire la pagina dedicata ai servizi editoriali. Scusate lo spam, non è di questo che volevo parlare oggi; mi andava di chiacchierare piuttosto della pagina accanto, Link utili per (aspiranti) scrittori, che ho aperto a un paio di giorni di distanza dalla prima e che sto ancora mettendo in ordine, e si vede – avete siti, blog, forum da consigliare? Sarò ben lieta di vagliare e inserire, ovviamente a titolo gratuito, visto che mi è stato discretamente chiesto da più persone se volessi farmi pagare.
Ora, in questa pagina è mia intenzione elencare tutto ciò che può effettivamente tornare utile a chi voglia scrivere, migliorarsi e pubblicare: riviste letterarie, piattaforme dedicate alla scrittura creativa e soprattutto figure professionali necessarie per buona parte di coloro che vogliano buttarsi sull'auto-pubblicazione con esiti che superino la mera amatorialità. Dunque altri editor e correttori di bozze, esperti di social media, illustratori, impaginatori, traduttori etc.
E ora entriamo nel vivo di questo post un po' alla buona, come non mi capitava da tempo di scriverne, – e diamine, non sia mai che io perda la mia vena stramandona, come dice mia madre – ovvero nell'insicurezza, nel dubbio che ostacola e a volte blocca.
Tanto per cominciare, non ero affatto certa che fosse una buona idea aprire la pagina Link utili blabla; perché mai, visto che si tratta di un po' di consigli a buon mercato che male non possono fare? Ecco, il fatto è che temevo venisse presa come una ruffianata, come il primo passo di un do ut des obbligato che nessuno mi aveva richiesto, che le persone linkate avrebbero storto il naso di fronte al collegamento virtuale, come se fosse un amo che le aveva agganciate mentre nuotavano tranquille facendosi i fattacci propri nel laghetto dell'Internet. Ho chiesto pareri in giro, a un paio di amicizie che trovate nell'elenco, e solo quello mi è costato non poca fatica, perché l'insicurezza è una brutta bestia; le risposte sono state unanimi, “Ma che stai a dire? Fa comodo, fai 'sto elenco e via”.
E l'elenco me lo sono creato prima in testa, poi ho buttato giù una traccia sull'ormai devastato quaderno degli appunti e infine mi sono messa a chiedere ad alcuni dei professionisti che avrei voluto infilarci se avessero effettivamente voglia di comparirci.
E sapete cosa ho trovato? Altra insicurezza. Tanta, tanta insicurezza. Persone di cui ammiro profondamente l'operato, che sia in campo artistico o editoriale, che si felicitavano per la mia decisione di uscire dall'ombra del dilettantismo, che speravano di trovare il coraggio di fare altrettanto e che si chiedevano, nonostante i risultati del loro sudato lavoro siano oggettivamente eccelsi, se fosse il caso di mettersi così in mostra, se fossero abbastanza bravi.
(sì, lo siete. diamine se lo siete).
Il contesto del lavoro free-lance è strano, soprattutto se parliamo dell'ambito creativo; puoi affidarti soltanto a te stesso e al tuo senso critico, non c'è nessuno che ti dica, dall'alto di una competenza superiore, se ciò che stai facendo sia giusto o sbagliato. Vale per l'editing, per la traduzione, per l'illustrazione, per tutto ciò che implica un'interpretazione e una ri-creazione del significato, che sia per lettere o per immagini.
E lavorando da soli si rischia di chiudersi quella bolla illusoria in cui sei l'unico a dubitare di sé, perché il lavoro degli altri lo guardi dall'esterno, vedi competenze mature e compiute realizzarsi in risultati finali ineccepibili, – ma dopotutto che ne sappiamo di quanto c'è voluto a Tizio per ottenere quell'illustrazione così proporzionata, la giusta amalgama di colori, o a Caio per riprodurre in italiano un'arzigogolata frase in russo lasciandone intatto il significato? Che ne sappiamo di quanto ci ha messo Sempronio a scrivere un articolo così svelto, pulito, agevole da leggere e capire?
Non possiamo saperlo; ma così, a sentimento, mi viene da dire che Tizio, Caio, Sempronio e pure i loro vicini di casa quel risultato così perfetto se lo sono sudato macerandosi nel dubbio per notti intere.
Dubitare è sano, utile, umano. Lo facciamo tutti, lo fanno pure i migliori, quelli così bravi che non te l'aspetteresti mai. L'importante è che l'insicurezza non diventi un blocco, che impariamo ad aggirare l'ostacolo e a passare oltre.
Sennò come facciamo a evolvere?

sabato 21 luglio 2018

Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler


Arthur Schnitzler l'ho conosciuto giusto un mesetto fa, con Doppio sogno. Neanche sapevo che fosse il libro da cui è tratto Eyes wide shut di Kubrick, ma tant'è, l'ho letto e divorato, e una settimana scarsa fa mi sono letta Il ritorno di Casanova, pubblicato per la prima volta nel 1918 e pubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Giuseppe Farese.
Ammetto di non aver mai letto la sua autobiografia – anche se sono certa di averne una vecchia edizione a casa, che ho sfogliato un paio di volte senza mai immergermici – e che per un lungo periodo ho pensato si trattasse di un personaggio di fantasia. Lascio qui il link alla voce dell'Enciclopedia Treccani per la gioia di chiunque voglia approfondire l'argomento.
Dicevo che per me la figura di Casanova è sempre stata un po' evanescente, mozza, incompleta. Un nobile libertino del '700 che si dilettava in duelli e sotterfugi; tutto qui. Probabilmente non avrei mai approfondito non fosse stato per l'amico Schnitzler, che ormai di lui mi fido. Se è interessante per lui, lo sarà pure per me, no?
E infatti Il ritorno di Casanova mi è piaciuto, e molto. Non so se e quanto sia storicamente accurato, ma poco importa. La narrativa può e deve mangiarsi la realtà, quando la trama lo richiede.
Casanova ha raggiunto la “veneranda” età di cinquantadue anni. Si sente vecchio, si è notevolmente impoverito, spera nel perdono dell'adorata Venezia, dalla quale è dovuto fuggire decenni prima. L'esilio gli è insopportabile, le sue vesti sono logore, non ha prospettive se non la speranza di tornare in patria e la pubblicazione di un libello contro Voltaire. È amaro, insicuro, ma rimane perfido. Diciamocelo, Casanova è un tantinello sociopatico.
Capita che incontri un vecchio amico, qualcuno per cui ha fatto molto, facendogli dono di centocinquanta monete d'oro come regalo di nozze, - dopo aver consumato lui per primo la prima notte, diciamo. Questi insiste per invitarlo nella sua tenuta, a rivedere sua moglie e a incontrare le sue figliolette e la nipote Marcolina. Si è arricchito commerciando in vino grazie al vecchio regalo di Casanova, e per lui non prova che un sommo rispetto e una fortissima gratitudine.
E Casanova accetta, seppure titubante, l'invito. Nella tenuta del lontano amico incontra Marcolina, appena diciottenne, una fanciulla di incontestabile bellezza che lo fa ardere di un desiderio antico e cocente, e che lo disprezza nel profondo. Marcolina non è una giovane sprovveduta; è intelligente, acculturata, arguta. Studia matematica e filosofia, riesce a mondare ogni dibattito dai sofismi di Casanova, lo umilia col proprio intelletto quanto col proprio disinteresse.
E non è che a Casanova la situazione possa andare bene.
E sotto le sue trame, e sotto questa trama, soggiace il terrore della morte e ancora di più della vecchiaia, del tempo che passa, di ciò che non torna. Casanova sembra voler scappare da se stesso e da quello che lo aspetta, pur rimanendo sempre lui.
Una leggenda nel bene (quale?) e nel male (appunto).
(no, davvero, scoprire che si tratta di un personaggio realmente esistito è stato un po' un trauma).

mercoledì 11 luglio 2018

La statua di sale di Gore Vidal

Di Gore Vidal non avevo mai letto nulla, era uno di quegli scrittori che si sentono nominare spesso e che ti riprometti di approcciare prima o poi. Non sapevo che fosse morto, ero convinta fosse ancora attivo – né che avesse pubblicato il suo primo romanzo nel lontano 1946, che fosse omosessuale e americano non so perché, ma il suo cognome mi suggeriva che avesse origini ebraiche.
La statua di sale mi è giunto direttamente dalla Fazi – che ringrazio sentitamente, metà della mia libreria ormai è cosa loro; pubblicato per la prima volta nel 1948, scandalo degli scandali in patria, è giunto infine nella traduzione di Alessandra Osti.
Il romanzo parte dalla fine; il protagonista, Jim Willard, è seduto nel separé di un locale a New York e beve; è già ubriaco, molto ubriaco, ma vuole continuare a bere. Quella sbronza la sta proprio cercando con impegno. Poche pagine di questa scena triste e squallida e poi via, verso il suo passato.
Jim viene dalla Virginia; è un giovane biondo, atletico, aitante. Appena finite le superiori si è trasferito a NY per due ragioni: levarsi da una famiglia per la quale non provava poi questo grande affetto – il padre, soprattutto, è una figura fortemente negativa – e la speranza di ritrovare Bob, il suo migliore amico, il suo grande amore. Si sono separati un anno prima, perché Jim doveva ancora finire la scuola e Bob non vedeva l'ora di fuggire, ma il ricordo del loro ultimo fine settimana insieme, in una casetta sperduta nei boschi, è rimasto piantato nel cuore di Jim come un chiodo che non arrugginisce.
La statua di sale è una storia semplice, curiosamente lineare, se pensiamo a tutte le peregrinazioni di Jim. Passa da un lavoro all'altro, solitamente come istruttore di tennis, da una città all'altra, attraversa un paio di relazioni importanti, conosce poche persone che per lui significheranno qualcosa. È una persona stranamente fredda, capace, solida, che non si fa molti problemi nell'avanzare nel mondo.
Bob rimane il suo faro. In tutti gli anni lontano da casa, c'è questo ricordo di Bob che lo guida, la convinzione che prima o poi si riuniranno e il loro rapporto tornerà strettissimo, diventeranno una coppia, Jim non la pensa mai esattamente in questi termini, per lui il concetto di “coppia” è forse troppo scontato per descrivere il rapporto con Bob, che sembra qualcosa di ancestrale, profondo, incorrotto.
Mi ha ricordato vagamente John Williams, e mi viene un po' da sperare che i due si siano letti a vicenda; si sarebbero piaciuti, credo.
A me sicuramente sono piaciuti un sacco entrambi.

venerdì 6 luglio 2018

La grazia del demolitore di Fabio Bartolomei


Fabio Bartolomei è uno dei miei scrittori italiani di riferimento, forse uno dei nomi da cui sono partita quando ho deciso di riscoprire la narrativa patria contemporanea. Ho letto tutto ciò che ha scritto, stranamente in ordine cronologico. Ho adorato Giulia 1300 e altri miracoli, La banda degli invisibili, ho pianto come una disperata con We are family – il mio preferito finora – e ho provato un po' di delusione con Lezioni in paradiso, ben al di sotto del livello cui il buon Fabio mi ha abituata.
L'ho passato al parentado come un virus efficace, è diventato presto uno degli scrittori preferiti di mia madre, graditissimo da mio padre e da mia sorella. Credo di aver regalato La banda degli invisibili pure a mia zia, e non è detto che Nonno1 non sia riuscito a leggerlo, prima di.
Ad ogni modo, voglio chiacchierare di La grazia del demolitore, pubblicato da e/o nel 2016, un bel tomo che mi ha tenuto compagnia per troppo poco tempo – Bartolomei lo leggi in un attimo, scorre semplice e cristallino, con la sua scrittura schietta, onesta.
Il protagonista è Davide, un trenta-qualcosa-enne figlio di papà, un eterno adolescente che si barcamena tra locali esclusivissimissimi, un paio di amici – di cui uno, Massimiliano, sotto con le droghe mica da ridere, anche se poi se ne ride a pacchi – strettissimi e i compiti elargitigli dal padre, costruttore di successo che sentirebbe la coscienza scricchiolare, se non avesse deciso decenni prima di sedarla. Davide ha anche una madre con cui ha un rapporto bellissimo, con cui balla di nascosto dal padre, e forse è grazie a lei se non si è del tutto perso.
Il romanzo inizia col compleanno di Glauco, padre di Davide. Ha affidato al figlio un progetto importante, la demolizione e la ricostruzione di alcune palazzine in un quartiere povero, da invadere con appartamenti di lusso a prezzi altissimi. Davide è entusiasta, non vede l'ora di dimostrare al padre quello che vale. Si trasferisce in uno degli appartamenti della palazzina, quello che gli ha lasciato la nonna in eredità.
Ed è lì che incontra Ursula, l'ultima inquilina del palazzo. È una ragazza cieca, sui trent'anni, con un cane problematico. Per puro errore Davide rimane intrappolato nel suo appartamento, e si trova invischiato in una di quelle situazioni imbarazzanti che più vanno avanti e più peggiorano, e diventa sempre più difficile auto-denunciarsi. Dunque resta lì e osserva Ursula, la segue. Poco a poco inizia a ballare con lei, all'insaputa della ragazza.
Capita che Davide si innamori di Ursula, e che comprenda quello che la demolizione della palazzina farebbe alla sua vita fatta di pochi punti fermi, alla sua routine accuratamente costruita in modo che sia in grado di percorrerla senza chiedere l'aiuto di nessuno. E allora cambia idea, e allora...
La grazia del demolitore si legge così velocemente che pare duecento pagine più corto di quello che è. Ti affezioni a Davide, ti diverti con Massimiliano e con Geronimo, il capo-cantiere di Davide. Si ride, si ride un sacco con Bartolomei, non si risparmia mai uno scambio di battute dai risvolti stupidi, non c'è scena troppo rocambolesca.
Adesso però arriva il momento delle critiche – sono critiche? Onestamente non saprei, più appunti che critiche, che nemmeno io so bene come la penso in materia.
La grazia del demolitore, secondo me, scivola un po' troppo sui facili stereotipi. Nel senso che non c'è una via di mezzo tra la vita scintillante e glitterata di Davide-e-Ricchi e i tizi del cantiere, ognuno sintomo di disagio occupazionale. Mondi troppo distanti, mondi che neanche si sfiorano, - davvero Davide ha vissuto così poco da non concepire qualcosa di diverso dalla propria esperienza? C'è poi come una patina di ottimismo che un po' mi stona; Massimiliano mi preoccupa non poco, lo vedo in overdose nel giro di venti pagine, ci sono personaggi secondari troppo entusiasti all'idea di aiutare Davide, nonostante questo possa costare loro caro, un eccesso di fortuna e speranza.
C'è da dire, come dicevo poc'anzi, che non so se la mia sia davvero una critica. C'è questa cosa nei libri di Bartolomei, come se vivesse in un mondo sporco che però riesce a vedere più pulito. Una salvezza potenziale che io non riesco a intercettare con lo sguardo, un approccio allegro e propositivo che al momento mi pare aspiri al surrealismo.
Va da sé, si sarà capito, a me La grazia del demolitore è piaciuto moltissimo.