domenica 2 agosto 2015

Impressioni sulla tetralogia di Elena Ferrante

Questo è il mio primo post dopo un discreto tot di tempo, che tra il caldo e le vacanze mi è scivolato via così in fretta che a malapena me ne sono accorta. Agosto. Siamo già ad agosto. E vorrei poter scrivere che tornerò a prendermi cura di questo blog con passione e regolarità a partire da oggi, ma questa è solo una settimana di pausa in mezzo a... beh, in mezzo all'estate, e presto sparirò di nuovo.
Dunque, qualche giorno fa, sul megabus per Torino – diamine, quant'è comodo – ove mi recavo per assistere al concerto dei 2Cellos e riabbracciare qualche amico, ho finalmente finito di leggere la tetralogia di Elena Ferrante iniziata con L'amica geniale, Storia della bambina perduta. Non so perché mi ci sia voluto così tanto per decidermi a iniziarlo, dato che i primi tre volumi mi sono volati sotto gli occhi, in una lettura continua e forsennata, un unico sprint da far bruciare gli occhi. Eppure, non so, nonostante fossi ansiosa di sapere cosa sarebbe successo a Lila e a Elena dopo la fine del terzo volume, chissà perché mi sono bloccata, e l'ultimo libro mi ha atteso in silenzio su una mensola per mesi.
Questa tetralogia è speciale, mettiamola così. E questa è una delle pochissime frasi di senso compiuto che troverete in questo post, perché è difficile trovare le parole giuste e il giusto punto di vista. L'aspetto più importante è, credo, la dolorosa onestà con cui ogni gesto, ogni pensiero, ogni sentimento è descritto e riportato. Tutte le umiliazioni, inferte e auto-inflitte. E poi una Napoli che non viene idealizzata, né odiata. E un periodo storico, quello tra gli anni '60 e gli anni '80, con i suoi moti giovanili, le sue menzogne, le sue rivendicazioni, le sue speranze, che viene raccontato sinceramente. Chi ha fatto cosa perché credeva in qualcosa, il dubbio su quanto abbia provocato il fallimento, la scelta lasciata nelle mani del lettore. La vita di Elena, la sua mente aperta pronta ad assorbire il mondo, il suo legame con Lila che si tende fino quasi a spezzarsi, ma poi torna a ricucirsi solo per sfilacciarsi di nuovo. Le loro vite parallele, l'irrisolto dilemma su quello che Lila avrebbe potuto essere, su quello che Elena rappresenti effettivamente per lei, uno specchio, una marionetta, o la persona cui tiene di più al mondo. Le conclusioni su quello che avviene che vengono solo suggerite, perché è con quei dubbi che Elena rimane, dopotutto, e a noi non è dato di saperne più di lei, ci tocca vivere con quelle domande sulle spalle. Chiedersi perché Elena Ferrante abbia scelto di chiamarsi come Elena-Lenuccia, la chiave di lettura che si moltiplica in un gioco di specchi, perché Elena racconta davvero, e Elena parla di sé, e interpreta il suo mondo e si pone interrogativi sulla narrazione, finché le due Elena si fondono.
E poi il modo in cui i personaggi vengono raccontati. Anzi, credo che il termine “raccontati” stoni, perché è un verbo da scrittori, e questi personaggi sono troppo vivi per essere personaggi. La loro forza, la loro inerzia. Il loro vivere trascinati dal contesto, bloccati, combattuti. Il modo in cui cambiano e, soprattutto, il modo in cui si contraddicono. Come vogliono una cosa e poi tornano indietro, ci ripensano, non lo sanno più neanche loro, si guardano intorno, si raccontano la propria storia da una prospettiva diversa per poter trovare un senso alle proprie azioni.
E i legami tra i personaggi. Lo sputo sul concetto di destino, di dipendenza, di “non posso vivere senza questa persona”, perché non è così che vivono le persone. Vale solo per i personaggi, per Heathcliff e Catherine, per Romeo e Giulietta, per quelli che non hanno abbastanza all'infuori di sé e devono aggrapparsi a un'altra persona per non accettare di non essere poi granché.
Dio, quanto ho adorato questi libri. Quanto li ho trovati potenti, e profondi, e “qualcos'altro” rispetto a quanto mi trovo davanti di solito.
Tanto che mi è quasi doloroso non fare cenno all'immenso fastidio che provo quando questa tetralogia viene tacciata di non essere nulla di speciale, di essere alla stregua di un romanzo rosa. Sono consapevole del pieno diritto di ognuno a esprimere le proprie opinioni, che ogni lettore deve essere rispettato come tale, che non mi è dato di stringere tra le mani la fiamma infallibile della verità e che quindi non ha senso infiammarsi di integralismo letterario.
Ma cristo, questa roba è così forte che negarne l'impatto sarebbe come impastare i biscotti con la cocaina perché “No, ma ti assicuro che è farina. Credimi. Zio Franco passa sempre i pomeriggi sul tetto a fingere di essere un'anatra.”
Quindi, sì.
Leggete questi dannatissimi libri. Punto.

martedì 21 luglio 2015

Intervista a Dunwich Edizioni

Questa casa editrice l'ho scoperta quasi per caso, senza cercarla affatto, grazie a una libreria interamente dedita alla narrativa di genere, la Miskatonic University, e ai due amici che mi ci hanno condotta sempre con maggiore convinzione. A forza di vederne le copertine, a forza di sbirciare le trame, a forza di sentire l'entusiasmo del Sommo Libraio, alla fine mi sono convinta. E da Codex Gilgamesh in poi ho iniziato a parlarne parecchio. È una risposta strepitosa e prepotente a quelli che dicono che la narrativa di genere italiana è debole e farlocca, e che l'editoria in generale non sappia rischiare. La Dunwich fa roba veramente, veramente buona. E lo dico da drogata, ma da drogata esigente.

1) Una breve presentazione per i lettori.
Salve, sono Mauro Saracino e in poche parole sono l’entità asservita alla Dunwich. Sembra una presentazione da alcolisti anonimi, così?
2) Come è nata la Dunwich? Quand'è che avete iniziato a pensare "Massì, facciamolo"?
È nata a gennaio del 2013. L’idea di tirare su un’etichetta indipendente di genere era nell’aria da un po’ ma c’è voluta la collaborazione di persone fidate perché si potesse realizzare. Per fortuna altre se ne sono aggiunte lungo la strada, evitando che il “Massì facciamolo” si trasformasse in “Chi ce l’ha fatto fare?”

3) Quali sono i vostri generi di riferimento?
Principalmente horror, anche se c’è qualcuno in redazione che è appassionato di fantascienza e fantasy. Personalmente sono un fan dell’horror più estremo anche se tendo a tornare di tanto in tanto ad autori più mainstream, soprattutto per quanto riguarda i thriller. Non appena posso mi piace anche tornare ai classici, vedi Weird Tales.

4) Com'è pubblicare generi così di nicchia in Italia? E perché rimangono di nicchia?
Be’, il genere fantastico è da anni considerato di serie B dalle nostre parti e come tale è destinato a una nicchia. Poi l’horror ha l’aggravante di essere anche condannato nei contenuti, restringendo il campo. C’è però un grosso rovescio della medaglia. Gli appassionati del genere lo sono davvero e non inseguono la moda del momento. E se sei in quella famosa nicchia sei subito riconoscibile. E se i lettori apprezzano quello che fai ti accorgi che la nicchia non è così stretta e che si può allargare.
5) Che rapporto avete con le librerie e con i lettori?
Con molte librerie abbiamo sviluppato collaborazioni che diventano sempre più solide. E come noi tentiamo di dare il massimo per creare ciò che ci piace, cerchiamo di stringere alleanze con librai che lavorano alla stessa maniera. Certo, rapporti così stretti sono più difficili da creare con i grossi franchising anche se in alcuni casi sta succedendo la stessa cosa. Per quanto possibile cerchiamo il confronto con i lettori, anche se questi momenti sono spesso relegati a eventi come il Salone del Libro di Torino o le presentazioni in libreria (quelle dove riusciamo a presenziare dal vivo, almeno).
6) Secondo voi come mai noi lettori prediligiamo così tanto i personaggi più contorti e crudeli? Mi riferisco a personaggi come Jumping Jack di Codex Gilgamesh, a Lerner di Nero Eterno e a Hellequin di Exceptor - Legno e Sangue.
Be’, onestamente sarei sorpreso del contrario. Chi legge horror dovrebbe essere attratto dal lato più oscuro della narrativa e quindi credo sia giusto che sia anche attratto dai personaggi che meglio lo rappresentano, ancora di più se sono ben caratterizzati. I tre che hai citato poi sembrano mettere d’accordo praticamente tutti i lettori (me compreso ahah).
7) Senza esagerare, trovo che alcune delle vostre pubblicazioni siano veramente interessanti, estremamente vendibili e davvero ganze. Come giudicate il fatto che ad aggiudicarsi certe meraviglie possa essere un editore piccolo e indipendente?*
Se ci pensi non è così strano. Questo è un momento di crisi generale, non solo nel mondo dell’editoria, e un grosso marchio deve pensare principalmente a sopravvivere. Per sopravvivere punta a fare cassa e per ottenere un risultato simile va sul sicuro: prodotti che hanno la maggior fascia di pubblico possibile. Un grosso marchio ha il problema di avere un target globale. Noi in realtà facciamo la stessa cosa, cercando di offrire il prodotto migliore per un target però ben specifico. E se lo steampunk è un rischio per una grossa casa editrice, per noi diventa invece un punto di forza, semplicemente perché è ciò che i lettori vogliono da noi.
8) La mia domanda preferita: avete qualche esperienza bislacca, da editori, di cui vorreste raccontarci?
Se solo potessi parlare, ce ne sarebbe almeno una al giorno da raccontare. E gli eventi assurdi si moltiplicano quando sei in fiera.
9) Qualche anticipazione sulle prossime uscite?
Chiudiamo la stagione estiva con una carrellata di nuove uscite. Cannibal Corpse di Tim Curran e Ratha - La Magia Interiore di Jennifer Sage (per bilanciare la violenza del primo) sono i nuovi titoli internazionali che usciranno i primi di agosto. Sempre nello stesso periodo sono previsti gli episodi finali delle serie Infernal Beast (finale firmato da Andrea Berneschi) e Moon Witch (finale firmato da David Falchi). In autunno dovrebbero uscire i cartacei di entrambe le serie. Portiamo avanti anche Cthulhu Apocalype, con il nuovo episodio scritto da Eleonora Della Gatta. Avremmo voluto far uscire per l’estate anche la nuova opera di Uberto Ceretoli ma non ce n’è stato il tempo materiale. Recupereremo a settembre.
10) Ci consigliereste qualche libro nel vostro catalogo per iniziare a conoscervi?
Questa è una domanda difficile. Per la parte horror consiglierei La Cisterna o Lovecraft’s Innsmouth. Per quella paranormal romance tutta la serie Moon Witch e Alice From Wonderland. Per quella steampunk Codex Gilgamesh o Dalla Terra alla Luna... e Zombie. Per quanto riguarda thriller e mystery consiglierei Bet o La Notte che Uccisi Jim Morrison.
11) C'è qualcosa che non vi ho chiesto ma di cui vorreste chiacchierare?
In realtà hai fatto belle domande e non credo ci sia bisogno di dilungarmi ulteriormente. Ti ringrazio tantissimo per l’intervista e per lo spazio che spesso dedichi alla Dunwich! 

Qui il loro sito: Dunwich Edizioni
*Sì, sono dolorosamente consapevole della ruffianaggine della domanda, ma non sono riuscita a trovare un modo più discreto e sottile per chiederlo. E poi lo penso davvero.

mercoledì 15 luglio 2015

Piccoli scorci di libri #51

Arresto di sistema di Charles Stross – traduzione di Marco Piva-Dittrich – Zona 42, 2015

Questo libro mi ha ispirata un sacco dalla prima volta che ne ho carpito qualche informazione. Non che ne avessi carpite molte, giusto il concetto di una rapina in banca perpetrata da un'orda di orchi. Non avevo capito che si trattasse di una rapina effettuata in un gioco di ruolo virtuale, né che la storia si sarebbe incentrata proprio sul legame tra un fatto avvenuto nel suddetto universo virtuale e le relative ripercussioni sul mondo reale. Perché la rapina è stata effettiva, gli oggetti trafugati dalle cassette di sicurezza sono scomparsi.
È un libro curioso, in cui non è poi così facile entrare, e che forse non è adatto a chi non è abituato ad avere a che fare con computer e giochi di ruolo. Almeno credo, io non è che ne abbia più che una vaga infarinatura e problemi non ne ho avuti, ma se penso a mio padre che cerca di leggerlo, ecco, la situazione sarebbe tragicomica.
E dunque, c'è un'indagine in corso imperniata su questa rapina e su come sia stato possibile metterla in atto, condotta su più fronti. Quello della polizia, raccontato dal punto di vista di Sue, quello della azienda che gestiva la banca online – la sto semplificando di molto – narrata dal punto di vista di Jack, un programmatore, e infine quello della compagnia assicurativa collegata all'azienda derubata, raccontato tramite Elaine. Gradita particolarità: è un romanzo scritto in seconda persona, cosa che finora mi era capitata soltanto leggendo Calvino.
Ora, il contesto in cui si svolgono le indagini è forse più interessante delle indagini stesse. La storia sarebbe ambientata nella Scozia del 2017, ma è il 2017 che Stross si immaginava nel 2007. Con un legame tra realtà fisica e realtà virtuale molto più stretto, taxi guidati da un sistema operativo, simil-Google Glasses indossati da tutti, che rendono ogni informazione immediatamente raggiungibile. Che gli smartphones non sono poi così lontani, ma io sono affezionata ai vecchi Nokia-mattone, quindi per me è ancora una novità. La Scozia si è frattanto separata dal Regno Unito e si è unita all'Unione Europea, la convergenza culturale e digitale ha portato enormi cambiamenti nella vita di tutti i giorni come nei rapporti tra i conglomerati finanziari e gli stati.
E dunque sì, un libro ganzo e interessante, anche se non posso esimermi dal far notare una certa piattezza in alcuni personaggi – Elaine e Sue sono quasi intercambiabili, e Liz, superiore di Sue, sembra una loro versione più anziana – ma nulla di eclatantemente stereotipico.

Il viaggio di Murray Bail – traduzione di Ada Arduini – Calabuig, 2015

Questa è stata una lettura lenta. Non nel senso di pesante o noiosa, ma nel senso di calma. Al centro del romanzo c'è Frank Delage, un costruttore di pianoforti innovativi che, durante il viaggio che lo riporterà nella natia Australia, ripensa alla sua esperienza a Vienna, dove ha tentato di vendere e piazzare i propri pianoforti, fallendo miseramente ad ogni tentativo. Non perché il suo pianoforte abbia dei problemi, ma perché Frank è fatalmente incapace di venderlo. È un personaggio strano, monotematico, che sembra indossare una strana corazza che lo rende impermeabile alla comprensione dei modi sociali, ed è l'unico a non rendersene conto. A Vienna incontra, per somma fortuna, Amalia von Schalla, cui si aggrapperà per tentare di infiltrarsi nell'immobile contesto musicale europeo, e tramite lei conoscerà la figlia, che torna insieme a lui verso l'Australia, e avrà un paio di incontri interessanti dal punto di vista musicale.
È un romanzo lento, dicevo, perché racconta insieme del finale – o quasi finale – e di come Frank vi sia giunto. Scorre con calma, seguendo le onde che riportano Frank a casa, rimpallando quasi senza avvertire tra Vienna e il viaggio stesso. E il racconto della Vienna di Delage si alterna a quello dei passeggeri sulla nave, e poi torna a Vienna, alla madre di Elisabeth, Amalia, che non si capisce fino a che punto Delage tenga alla figlia in quanto tale. E non so, è un libro che un po' dice e un po' tace, e viene il dubbio che il silenzio dipenda dalla mancanza di intensità con cui vivono i suoi personaggi. Soprattutto Frank, che tolto l'amore per il suo piano, non riesco neanche a immaginarlo.

Il popolo dell'autunno di Ray Bradbury – traduzione di Remo Alessi – Mondadori, 2002

Io so che è tremendo da ammettere, ma questo è il primo libro di Bradbury che io abbia mai letto. Fahreneit 451 compreso. Lo so, è un po' una bestemmia, però certi libri devono chiamare, che se mi ci approccio per conto mio mi respingono e basta. Pure questo ci ha messo un po', che me l'hanno regalato due amici (belli) a Natale, ma finalmente ha chiamato. E mi è piaciuto tantissimo.
Ci sono Jim Nightshade e Will Halloway, tredici anni, che vivono in un paesino dell'Illinois e abitano l'uno di fronte all'altro. Sono inseparabili, anche se già sono diversi. Will è attento e prudente, Jim è come un petardo in procinto di scoppiare, sempre con lo sguardo all'orizzonte, con la testa in fermento, senza remore. Will, a pensarci bene, è un po' il suo Grillo Parlante.
E arriva in città un luna-park itinerante, con le sue strane attrazioni, il suo labirinto degli specchi, la sua giostra chiusa di giorno ma che di notte suona la Marcia Funebre di Chopin al contrario, con l'Uomo Tatuato e Mr. Cooger. E ovviamente è un luna-park con un segreto, un segreto che parla a Jim come parla al padre di Will, cinquantaquattrenne custode della biblioteca, arso dalla fame dell'estate.
E immagino che voi conosciate e adoriate Bradbury, quindi non sto neanche a consigliarlo. Immagino sia implicito nell'autore. Però è stato interessante leggerlo e pensare a quanto debbano idolatrarlo Stephen King, Neil Gaiman e Joe R. Lansdale.

domenica 12 luglio 2015

Piccola dea di Rufi Thorpe

Ho finito di leggere questo libro ieri sera, e ho urgenza di parlarne subito. Non voglio che mi scompaia dalla testa, voglio scriverne mentre ancora mi chiedo quale sia il messaggio di fondo, e se l'autrice lo volesse uguale per tutti, o se ne esista uno soltanto per l'autrice. Trattasi di Piccola dea di Rufi Thorpe, tradotto da Cristina Vezzaro e pubblicato in Italia da Sonzogno. Che tra l'altro me l'ha inviato a'ggratis perché ne parlassi, ed è uno di quei casi in cui non so quanti “grazie” mandare, perché è un libro potente e meraviglioso, di quelli che ti lasciano coi polmoni sgonfi a ripeterti “Che libro. Dio, che libro”. E chissà quando l'avrei letto, se non me l'avessero inviato. Quindi, beh, grazie siori Sonzogno. Ho estremamente apprezzato.
E dunque, la voce narrante è quella della protagonista, Mia, che racconta della sua vita rapportata a quella di Lorrie Ann, la sua piccola dea. Non solo perché è bellissima e sembri provenire da un altro mondo – la sua famiglia è unita e felice a livelli da sit-com – ma perché è tanto buona da essere perfetta. Non giudica, non deride, offre sempre conforto, e quando si rende conto di avere ricevuto un resto sbagliato da un negoziante, corre a restituirgli la differenza. E Mia la idealizza, e per contrasto si sente malvagia, “quella cattiva”, con un piccolo coso nero al posto del cuore. E questa è la vita di Mia in rapporto a quella di Lorrie Ann, che si fa sempre più aspra e difficile. Mia che viene accettata a Yale e studia... beh, in realtà non ho ben chiaro quale sia precisamente il suo indirizzo di studi, ma ha qualcosa a che fare con la storia e con la scrittura cuneiforme, mentre Lorrie Ann rimane nella città in cui sono nate, Corona del Mar. E ogni passo falso di Lorrie Ann, Mia lo vive come un affronto personale, come un errore imperdonabile. È la sua dea, e dovrebbe essere infallibile.
Mi viene spontaneo collegare Piccola dea a L'amica geniale di Elena Ferrante, di cui ho ampiamente – ed entusiasticamente – chiacchierato qui. Perché questo libro è la storia di una ragazza la cui vita ha continuato a scorrere in parallelo a quella della sua amica più importante, anche quando erano separate. E la voce narrante, questa volta, è di quella che si percepisce come “quella cattiva”. Come se fosse Lila a parlare, e non Lenù. Ma è anche un libro ambientato in un paese da cui è più facile fuggire e sradicarsi, e questa differenza è sostanziale.
È anche un libro crudo, onesto, potente. Mia non nasconde nulla, guarda con onestà al proprio aborto adolescenziale, alla vita di Lorrie Ann, alle conseguenze di un attaccamento morboso alla vita che non è vita.
E Mia sbaglia. Sbaglia spesso, nelle sue pretese, nelle sue riflessioni. Prende una strada, e scopre di dover tornare indietro. È questo che mi lascia perplessa e insieme esaltata. Mia sbaglia continuamente, è possibile che si sbagli anche alla fine, sulla conclusione del romanzo? Che la sua riflessione si riveli ancora una volta distorta?
Mi fermo prima di dire troppo. Ma ho adorato questo libro e diamine, lo consiglio ampiamente, senza remore, di cattiveria. Con estrema convinzione. È incredibile che sia un esordio.

giovedì 9 luglio 2015

Exceptor - Legno e Sangue di Fabrizio Cadili e Marina Lo Castro

Per quest'unica volta, vista la fretta che pervade il mio scrivere, senza indugi arrivo al punto. Ovvero a Exceptor – Legno e Sangue di Fabrizio Cadili e Marina Lo Castro, edito dalla Dunwich e da me trafugato durante il Salone di Torino, che facevano degli sconti disarmanti.
Non avevo ben chiaro cosa aspettarmi, quando l'ho preso. Avevo giusto carpito le parole chiave, prima di agguantarlo. Babbo Natale, omicidi, notaio del paranormale. Arlecchino. Libreria mia, fatti grattacielo.
Dunque, il protagonista è Michelangelo Bonomi ed è un exceptor, ovvero una persona con la capacità di viaggiare tra gli Strati di cui è composto il nostro mondo. Non chiedetemi di spiegarvi come funzionino gli Strati, vi giuro che nel libro si capisce, ma se tendo di dare una mia versione con un senso compiuto finisce che resto appiccicata al computer per mezza giornata. Michelangelo viene assunto per un lavoro piuttosto complicato in una piccola cittadina del Canada, White Lake, per gestire un problema la cui narrazione si intervalla a quella del protagonista. C'è Len, un orfano nativo americano, che ogni Natale riceve la visita di una versione terrificante di Babbo Natale, alto e secco, con lame acuminate che dipartono dalle mani, che gli porta in dono... beh, non lo dico, perché non si scopre proprio all'inizio. Diciamo che sono regali che difficilmente vorremmo scartare. Visto che il lavoro si preannuncia particolarmente complicato e potenzialmente pericoloso, Michelangelo si lascia convincere dall'assistente a portarsi dietro Arlecchino, o meglio Hellequin, uno spirito dagli enormi poteri racchiuso nel corpo di una bambola di Arlecchino. Uno spirito volgare, violento, giustamente arrabbiato per la sua condizione, una presenza malevola per Michelangelo, ma fantastica per il lettore. Arlecchino lo si adora e basta. Chissà perché si stabilisce questa sorta di connessione proprio con i personaggi più inquietanti.
Ad ogni modo, Michelangelo deve far fronte a indagini che esulano dal paranormale, e White Lake si scopre non essere esattamente l'archetipo del paesino perfetto. E così via.
Ho adorato il fatto che gli autori abbiano voluto raccontare la storia da diversi punti di vista. Da quella di Len, da quella degli aspiranti genitori adottivi, perfino dal punto di vista di uno sceriffo che già dall'inizio ci appare odioso. E nonostante l'horror sia un genere cui si perdonano semplificazioni e ricorso agli stereotipi, qui viene data dignità a ogni personaggio. Non ci sono cattivi “perché sì”, ecco.
E ho adorato la figura dell'exceptor, un notaio che gestisce veri e propri contratti tra gli Strati, e il modo in cui questi sono stati immaginati e organizzati.
Lo consiglio un sacco, veramente un sacco. Uno di quei libri che ti dimostrano quanto la narrativa di genere italiana abbia da offrire. 

giovedì 2 luglio 2015

Piccoli scorci di libri #50

Nero eterno di David Falchi – Dunwich Edizioni

Mi rincresce di non aver chiacchierato di questo libro non appena l'ho finito. Non si fa così, che poi atmosfera e cronologia iniziano a mancare. Tuttavia, c'è da dire che la struttura del romanzo è abbastanza semplice, il che facilita il mio compito.
Marcello Kiesel è un cacciatore di fantasmi, e viene incaricato dal proprietario di un albergo di liberare la casa appena ereditata dal defunto nonno della moglie da una presenza inquietante e fastidiosa. Kiesel accetta e inizierà a indagare sulla natura della manifestazione soprannaturale, più complessa e pericolosa rispetto a quelle che gli capitano di solito. Nel frattempo si impara a conoscere Kiesel, la sua storia, il suo carattere. È un romanzo horror molto classico, nel senso migliore del termine. Semplice, con personaggi ben definiti nei loro ruoli, ma che sono anche bei personaggi e basta.
L'aspetto migliore del romanzo, e a quanto ho capito siamo in tanti a pensarla così, è Lerner. Lerner è uno spirito intrappolato in uno specchio che Kiesel si porta sempre dietro. Il mondo nel riflesso del suo specchio è sempre in rovina, e Lerner si mostra spesso in diversi stadi di decomposizione. Riflette un diverso piano astrale, nel quale lo spirito caccia altri spiriti più deboli per mantenersi in forze e acculumare abbastanza energia per riuscire un giorno liberarsi dalla prigione dello specchio. Ma Lerner non è interessante solo in quanto Lerner. È interessante il rapporto che instaura con Kiesel, una strana interdipendenza.
Tra l'altro ieri, su questa pagina si è svolto un evento dedicato a Nero Eterno di Falchi e a Exceptor – Legno e Sangue di Fabrizio Cadili e Marina Lo Castro, sempre edito dalla Dunwich. Consiglio vivamente di dare un'occhiata, così come consiglio questo libro.

Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi di Carlo Sperduti – Gorilla Sapiens Edizioni, 2013

Non amo le raccolte di racconti, ed essendone ben conscia di solito me ne tengo bene alla larga. Eppure questo lo volevo proprio. La presenza di un racconto metalinguistico, quello che dà il nome alla raccolta, non so, mi aveva fatto scattare la scintilla. Ed è decisamente il mio rattonco preferito, anche se pure Pizze a domicilio non scherza. E Non sono d'accordo con quello che scrivo mi ha fatta sbellicare.
E dunque, è una raccolta bislacca di racconti che spesso virano sul surreale, che puntigliano sul senso delle singole parole, sui loro molteplici significati. Racconti che ti infondono quel sorriso leggero.
Durante la lettura cercavo una definizione, e ricordo che mi è venuto in mente solo “allegro dadaismo letterario”, che però è troppo pomposo, e questo libro di pomposo non ha nulla. Magari non è sempre allegro, e un paio di racconti sono un po' sottotono rispetto agli altri. Ma gli altri sono ganzi, ganzi forte.
Lo consiglio a chi gradisce il surreale, l'allegro, il ridanciano. E il “perché sì”.

lunedì 29 giugno 2015

Mistero a Villa del Lieto Tramonto di Minna Lindgren

Dunque, Mistero a Villa del Lieto Tramonto, scritto da Minna Lindgren e edito... beh, tra tre giorni perché l'ho letto in anteprima, (sentiti ringraziamenti alla Sonzogno che me l'ha inviato) e tradotto da Irene Sorrentino. Tra parentesi, non cesserò mai di ripetere quanto mi sia gradito il restyling grafico delle copertine Sonzogno. È un atto dovuto.
Parto col dire che non sono del tutto convinta che questo libro sia etichettabile come un giallo. Voglio dire, ci sono dei morti e ci sono dei crimini, in un certo senso, ma i collegamenti sono labili, l'atmosfera manca di tensione, non ci sono esaltanti colpi di scena a concludere i capitoli e a far presagire chissà quale machiavellica soluzione. Più che un giallo, mi pare associabile al filone partito dal successo di Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson, visti i toni leggeri e i personaggi principali ultra-novantenni. E tuttavia, si distanzia pure da questo particolare filone dedicato a protagonisti anziani che decidono da un momento all'altro di stravolgere la propria vita e si riscoprono persone complete e capaci, una volta che si sono liberati della gabbia di semolino e pannolone che la vecchiaia aveva loro imposto. Si distanzia da questo filone perché i tre personaggi principali, Siiri, Anna-Liisa e Irma, rimangono aggrappate alla loro routine nella casa di riposo. Indagano, per quello che possono, si pongono domande, cercano di vivere il più spensieratamente e allegramente possibile, ma non decidono da un momento all'altro di mollare tutto per balzare su un aereo che le condurrà ai Caraibi. Il sottofondo di indagine e mistero, dopotutto, non pasticcerà con le loro vite più di un certo “quanto basta”, fatta eccezione per i momenti in cui l'azione è diretta. E non posso essere più specifica senza fare orrendi spoiler.
Dunque, la trama. In una casa di riposo – che non è proprio una casa di riposo, visto che buona parte degli anziani vive in affitto nel proprio piccolo appartamento – vivono queste tre vecchiette non troppo arzille, la protagonista Siiri, la migliore amica Irma, un'allegrona che beve solo vino e whiskey, e la terza del gruppo, Anna-Liisa, ex-professoressa con lo stigma della pignoleria. Stanno giocando a canasta con un paio di amici, quando vengono a sapere della morte del cuoco preferito di Siiri, Tero, avvenuta pochi giorni prima. Si recheranno al suo funerale, e lì incontreranno un personaggio che onestamente non sono riuscita a capire del tutto, un certo Mika, che le prende in simpatia. E poi c'è la storia di un veterano di guerra residente nella casa di riposo, che viene violentato nei bagni da due infermieri. E la sparizione, poco a poco, di alcuni personaggi. Scrivendo questi elementi tentenno nella mia decisione di non definirlo come un vero e proprio giallo. Eppure persevero, perché i collegamenti sono piuttosto deboli, e il focus non è tanto sulle indagini brancolanti di Siiri, Irma e Anna-Liisa, ma sul legame che intercorre tra loro, sulla bolla di controllo totale in cui sono state relegate dalle loro famiglie, il loro rapporto col mondo al di fuori della casa di riposo. C'è una buona dose di humor nero, bei personaggi, la denuncia della condizione in cui vengono forzati molti anziani, e del modo ridicolo e infantile in cui vengono trattati a prescindere dalle loro capacità mentali. Anche se talvolta ho avuto l'impressione che l'autrice stesse idealizzando la vecchiaia. I suoi personaggi partecipano ai funerali con una leggerezza che troverei inquietante, e guardano in faccia alla morte con una serenità che ritrovo più facilmente sulle persone giovani che non sui volti degli anziani che conosco. Per quel che ho potuto vedere, più la morte è vicina e più la si teme. Ma queste sono opinioni mie.
In sostanza è stata una lettura piacevole e piuttosto divertente, ma non lo considero affatto un giallo. Piuttosto che agli amanti di Agatha Christie, lo consiglierei a chi ha gradito Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, ecco.