martedì 27 gennaio 2015

Q dei Luther Blissett

Q. Dei Luther Blissett, che poi sarebbero un po' Wu Ming e un po' no. Einaudi, 1999.
È un libro cui ho girato intorno per un sacco di tempo senza mai decidermi a prenderlo in mano. Anni fa ho soppesato per un po' la copia di un'amica, che all'epoca mi disse che non faceva per me, che non mi sarebbe piaciuto. Lì per lì le ho dato retta, e forse lì per lì aveva anche ragione. Sono contenta di averli conosciuti adesso, i Wu Ming, prima con L'armata dei sonnambuli, ora con la loro prima opera, Q. Un libro che racconta una storia che già avrei dovuto conoscere, e di cui invece sapevo poco e nulla, per sommi capi.
Inizia dalla fine, questo libro, col protagonista e narratore dai tanti nomi che rievoca i suoi morti, i suoi fallimenti, butta giù un abbozzo dei fatti storici che hanno portato fino al punto in cui tutto si è messo in moto, fino a Lutero che affigge le sue novantacinque tesi a Wittenberg, il 31 ottobre 1517.
E poi arrivano le lettere che Q scriveva per Carafa, membro della consulta teologica. Q spia per suo mandato gli accadimenti di Wittenberg, e poi di tutto ciò che segue. Consiglia, trama per distruggere. È mellifluo e astuto come una serpe.
Il protagonista racconta di Wittenberg, di Thomas Muntzer, della delusione per un Lutero che ha fermato la riforma fin dove poteva fargli comodo, fin dove poteva dargli potere senza che qualcun altro venisse a strapparglielo dalle mani. Una strana, stranissima forma di pensiero per i miei occhi atei, quella di un'idea di Dio che può cambiare il mondo a seconda di come si decide di servirlo. Il protagonista segue Muntzer in giro per i villaggi, a predicare di un cristianesimo libero da intermediari, di un sistema di classi che sia davvero cristiano. Omnia sunt communia, tutto è di tutti.
Muntzer fallisce, ma questo non è un malvagio spoiler da parte mia. È il libro che è costruito in questo modo: parte dal fallimento, e poi racconta di come ci si è arrivati. A volte tramite gli occhi del protagonista, dai ricordi che gli vengono soffiati da una lettera, o dalle confidenze che gli strappa un amico.
È un viaggio nel tempo, tra le rivolte, una certa idea di Dio a fare da collante. Un lungo viaggio che attraversa l'Europa, la chiesa, i decenni. Il protagonista è un ragazzino, all'inizio, uno studente fattosi profeta tremolante e fuggitivo, ma vira verso i sessant'anni alla fine del libro, ferito e coriaceo.
E dunque, questo libro l'ho adorato. Per un sacco di motivi. Q c'è e non c'è. Ci sono lunghi pezzi in cui quasi te ne dimentichi, perché è il protagonista a non pensarci. E la cosa curiosa è che la narrazione non punta decisamente a lui e al suo volto coperto, non è chiaro se ti svelerà la sua identità prima della fine.
Q attraversa la storia immergendoti in un contesto ricco di date, accadimenti, personaggi dimenticati ma che all'epoca hanno significato qualcosa, hanno cambiato tutto. I predicatori anabattisti, i librai, gli stampatori, quelli che hanno aperto uno strappo nella chiesa. Ed è così pieno che te lo senti intorno.
Q è un libro storico che parla del basso. Come L'armata dei sonnambuli, dopotutto. Non racconta di Lutero alla corte di Federico III, o di Carafa, o dei nobili che schiacciano, che vengono scacciati, che tornano come una marea imbellettata. Q è fatto di contadini e predicatori cenciosi, di battesimi in pozze di fango, di guerriglia povera, di prostitute e attori. Così tanti personaggi, così tanti posti.
A Munster ci sono stata, anni fa, a trovare mia sorella, che ora si è trasferita a Berlino. Mi ha indicato le gabbie sulla chiesa di San Lamberto, raccontandomele in poche parole. Sapevo di Munster prima di leggere Q, ma non sapevo di Munster, ecco. Mi chiedo se lo sappiano gli stessi tedeschi.
Inutile starmi a lambiccare ulteriormente. Q è un libro pregno, denso, con una scrittura bella e ricca. Anche se il termine “ricca” mi fa storcere il naso in questo contesto, diciamo “sostanziosa” che fa più proletario, va'. Lo consiglio? Non è chiaro. Perché c'è chi l'ha trovato pesante. Non io, certo. Ma mi pare di capire che i Wu Ming non siano per tutti. Comunque per me è un capolavoro, questo posso dirlo senza sbavature.
(E mi permetto di vantarmi: che questo libro mi è stato regalato da amici provvisto di amorevole dedica, e sono certa di avere la copia più piena di cuoricini di tutta Italia.)

domenica 25 gennaio 2015

E così vorresti fare lo scrittore di Giuseppe Culicchia

Io a Culicchia voglio bene. “Ai miei tempi” Tutti giù per terra era uno di quei libri che devi per forza leggere quando sei alle superiori, tipo Il giovane Holden e Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Non so quali siano quei libri adesso, se i giovani lettori si siano nel frattempo spaccati in gruppi divisi per genere, davvero non ne ho idea. A voler essere sincera, “ai miei tempi” non sapevo, leggendo Culicchia, che stavo facendo quello che faceva una larga parte dei miei coetanei in tutta Italia, non avevo amici parimenti lettori che potessero svelarmelo e Internet non era ancora in grado di spararmi l'informazione. Ma comunque.
Dicevo che io a Culicchia voglio bene. È stato uno degli scrittori cardine della mia adolescenza, non tanto con Tutti giù per terra, quanto con A spasso con Anselm, Liberi tutti e Il paese delle meraviglie, un libro veramente stupendo, di quelli che ti ricordi cosa stavi facendo mentre lo leggevi. Ho letto un buon quasi-tutti dei suoi libri, e mi sono piaciuti tutti, questo più e quello meno. Culicchia è un po' famiglia nella mia libreria.
E dunque, quando ho visto il suo E così vorresti fare lo scrittore, edito nel 2013 da Laterza, un po' mi è aumentata la salivazione.
Che ne penso a lettura ultimata? Onestamente... non lo so.
È stata una lettura interessante, questo sì. Conoscevo già molti degli avvenimenti che racconta – tipo le bagarre del premio Strega – e degli usi e costumi della critica in rete e in foglio. O di cosa succede durante le presentazioni degli autori, delle insidie dei contratti, dei lettori folli. Culicchia racconta un po' di esperienze personali in quello che non capisco bene se leggere come un diario un po' scarno di esperienze editoriali o lista di cose da aspettarsi quando-se passerai dallo stato di aspirante scrittore a scrittore conclamato da pubblicazione. Divide il libro in tre parti, “Brillante Promessa”, “Solito Stronzo” e “Venerato Maestro”, a seconda del tempo passato e del successo acquisito sul campo. E giustamente dipinge un quadro un po' tetro e sconsolante del mondo delle lettere. Certo, un raggio di sole non guasterebbe, ma chi sono io per questionare con Culicchia sulla vita dello scrittore?
È stata in sostanza una lettura gradevole e veloce, cui però non posso evitare di fare un paio di appunti.
C'è una cosa che non ho gradito, e sono le eccessive ripetizioni. Va bene fino a un certo punto, servono anche a ritmare, a “paradossare”, però il troppo stroppia. Ecco.
E l'altra cosa che stenta ad andarmi giù è che credo che Culicchia avrebbe dovuto andare più a fondo, senza restare troppo a metà tra l'ironico e il deluso, tra la confidenza e l'allerta. Scegliere se schiacciare sul personale o virare sul tecnico, ecco. Avrei voluto leggere qualcosa sul personaggio di Anselm, ad esempio. Come diavolo gli è venuto in mente il formichiere un po' punk col dono della parola che disquisisce e protesta con veemenza. Come è stato scrivere Paso Doble, una storia cui mi trovo a pensare ancora oggi, ogni tanto, nonostante siano passati dieci anni dalla lettura. E in che stato d'animo ha scritto Il paese delle meraviglie.
Oppure, al contrario, avrei gradito qualche consiglio tecnico, un taglio più manualistico da “Ti sei mai trovato in questo spinoso stallo narrativo? Io pure. Vedi...”, roba così.
È stata una bella lettura, interessante, però l'ho sentito anche come un libro a metà. Diciamo che spero che voglia ampliare il discorso, prima o poi. Attendo.

giovedì 22 gennaio 2015

Intoccabili - Scrittori che se me li tocchi ti trancio

Ci sono autori che proprio non me li si può toccare. È una carta che a volte tiro fuori, prima che la discussione inizi e si incendi, perché davvero, non riesco a essere oggettiva, e non si può discutere con chi è incapace di oggettività. Non è cosa poi facile da ammettere, ma ci sono autori che se qualcuno me li intacca, se soltanto me li sfiora con un accenno di disprezzo, mi sale alle labbra un istintivo e inferocito “Non capisci un termostato”. Va da sé che “termostato” non è il termine che mi esce. Cioè, potrebbe anche esserlo. Facile che a metà della frase mi renda conto dell'indelicatezza e cerchi di smorzarla, traducendo l'organo riproduttivo maschile con la prima parola che mi viene in mente. In questo caso, “termostato”.
È una cosa di cui mi sono resa conto recentemente, andandomi a rileggere qualche conversazione su facebook, e soprattutto quando un'amica ha dileggiato Jane Austen in mia presenza. Mi hanno preso fuoco i polmoni, più o meno.
Gli autori con cui non ha senso discutere con me non sono molti, ma la mia fedeltà è indistruttibile. E un tantinello inquietante.
Neil Gaiman, prima di tutto. E non è che abbia scritto solo capolavori, ci sono stati un paio di titoli che mi hanno lasciata un pochetto delusa. E di questi titoli accetto di difetti. Però se qualcuno sfiora lo scrittore Gaiman in toto, ignorando la meraviglia di Sandman o di Nessun dove, allora il “termostato” torna in auge.
Jane Austen, ovviamente. Non mi è dato di dirmene massimamente esperta, ma mi illudo di saperne abbastanza sul suo conto per poter dire di capirla. Almeno un poco. C'è chi la accusa di essere prolissa, noiosa e sdolcinata. Le frecce avvelenate che ho letto nella sua corrispondenza, e che ha cercato di smussare nei suoi libri, mi rendono difficile capacitarmi delle critiche che le vengono rivolte. Metà della lettura andrebbe passata dandole di gomito.
J. K. Rowling. Cristo, c'è chi mi attacca J. K. Rowling, che pretende di affermare che Harry Potter è sopravvalutato o mal costruito, o che i personaggi non rendono. Ammettiamolo, magari Harry di per sé non è questo granché. Va bene, ci può stare. Posso accettarlo. Ma il mondo che la Rowling ha costruito, e l'atmosfera, e il fatto che fino all'ultimo non si avesse la minima idea di come sarebbe andata a finire, e con un singolo personaggio è riuscita a fregarci non una, non due, ma tre volte, santoddio, tre volte. Dannatissima genia. Si sciacquassero la bocca, quando ne parlano. Mi escono di quei termostati.
E poi? Fortunatamente basta così. Sento un legame fortissimo con molti altri autori, italiani e stranieri, di genere o meno, ma bene o male riesco sempre a discuterne con una certa oggettività. A prendere le distanze dai libri che ho amato per poterli vedere per quello che sono. A meno che a discutere con me non ci sia un emmissario d'infallibile e tronfia incompetenza, ma in quel caso mi uscirebbero termostati pure se stessimo trattando di Pandi.
Sono certa di non essere l'unica ad avere di questi limiti.
Quali sono i vostri autori che “Se me li tocchi ti trancio”?

martedì 20 gennaio 2015

Funny Girl di Nick Hornby

Io e Hornby ci siamo conosciuti un sacco di tempo fa. Andavo ancora alle superiori, quando circolava per casa Un ragazzo, quel libro da cui hanno tratto un film che non è malaccio, ma in cui i cambiamenti mi hanno vagamente inferocita. Cioè, come si fa a strappare via i Nirvana per appiccicarci sopra l'hip-hop più becero? Dio, che tristezza.
E comunque, in tempi relativamente più recenti non ho mancato di leggere altro di Hornby. Alta fedeltà, Come diventare buoni, Non buttiamoci giù. È uno di quegli autori da cui difficilmente mi aspetto una delusione, e che non riesco a capire perché non raccolgano più consensi.
Dunque, Funny Girl, tradotto da Silvia Piraccini e pubblicato da Guanda un paio di mesi fa. Ha iniziato a piacermi da subito, fin dalle prime pagine. Per il tono leggero con cui veniva raccontata la storia, per la protagonista che, lo ammetto, non sono riuscita a inquadrare del tutto, ma di cui comunque mi è piaciuto leggere le vicissitudini. Per l'ambientazione londinese, per il contesto in cui si destreggiano licenziosità e timore per lo scandalo. Gli anni Sessanta a Londra, il periodo della transizione.
Barbara ha appena rifiutato il ruolo di Miss della sua città perché non vuole rimanervi incatenata. Ha sempre sognato di fuggire a Londra ed entrare nel mondo dello spettacolo per fare ridere le persone, anche se somiglia più a una pin-up che a una comica. E una volta giunta a Londra, dopo qualche mese da commessa nel reparto calzature di un grande magazzino, viene scoperta da un agente ben deciso a ricoprirla d'oro.
Ora, da qui in poi la macchina della trama è più che in moto. Barbara cambia nome senza riuscirci del tutto. Fa conoscenza di due sceneggiatori, Bill Gardiner e Tony Holmes, omosessuali in incognito, che dapprima, tra ironie e frecciatine, un po' si confondono l'un l'altro, ma che poi diventano i personaggi forse più caratterizzati del libro. E poi conosce Dennis, produttore della BBC, col suo matrimonio incrinato, oggetto degli scherzi di Tony e Bill. E poi conosce Clive Richardson, attore belloccio e vacuo. Si ritrovano al centro di una produzione importante che li catapulta nel mondo della BBC e li lancia nei televisori di mezza Inghilterra.
E non è che posso stare a dire tanto, temo di aver detto fin troppo. Funny Girl inizia come la storia di Barbara, e poi diventa la storia di tutti coloro che le si sono affiancati durante la serie televisiva di cui è stata protagonista.
Dicevo, io Hornby lo leggo da tanto tempo. Abbastanza da poter dire che questo libro è diverso dagli altri. Qui Hornby ha un tono più calmo, leggero, meno cinico e ingrugnato. Più tè che birra, ecco. Mi ha ricordato molto Coe, soprattutto per una coincidenza che ho trovato piuttosto bislacca e che dopotutto, pur non disprezzandola, proprio non ho saputo farmi andare giù di questo libro.
Tutte le storie hanno una fine. Tutte quelle che leggiamo ci lasciano coi personaggi a un certo punto della loro vita, più soddisfatti o più infelici rispetto all'inizio del racconto, sicuramente cambiati. Di solito la fine sopraggiunge alla conclusione di un ciclo, di un avvenimento importante e performativo, dopo poche ore o pochi giorni o perfino decenni. Quello che mi ha lasciata interdetta di Funny Girl, e lo stesso posso dire di Expo 58 di Coe, è che a vicenda perfettamente conclusa, gli autori hanno deciso di aggiungere un capitolo finale in cui vengono riproposti i personaggi nel momento del declino, alla fine della loro vita. Stanchi, anziani, provati. Non è una scelta che condanno o che “rovina la lettura”, questo no. Però non riesco a non storcere il naso. Tutti – o almeno, i più fortunati di noi – finiscono in questo modo, fragili e piegati dai decenni, con gli occhi acquosi e una curiosa voglia di semolino. È l'umana sorte e poco ci possiamo fare. Però perché ricordarcelo così, non lasciare che l'immagine ultima del romanzo sia quella della Barbara degli anni '60, alla fine di un ciclo perfettamente concluso? Non è un difetto, è una cosa che proprio non ho capito. Forse sono io, però mi ha fatto effetto “Memento Mori”.
Ma nonostante questa scelta che un po' mi stride, il libro rimane bellissimo, frivolo e divertente, con picchi di intensità che raramente riguardano Barbara. E lo consiglio un sacco, un sacco davvero.
(Forse dovrei accennare al fatto che i personaggi, così come la serie di cui parla, sono realmente esistiti. Ma non sapendone abbastanza, e non trovando l'aspetto poi così rilevante ai fini della lettura, mi limito a questa postilla.)

domenica 18 gennaio 2015

Breve lista sul 2014 - Scoperte

Gennaio volge al termine, siamo già nel periodo in cui tutto sommato inizia a venire più facile scrivere “2015” piuttosto che “2014”.
E dunque, col mio giusto e consueto ritardo, mi va di scribacchiare una lista dei libri che ho gradito particolarmente nell'ultimo anno. Non una lista che comprende tutti i titoli che ho adorato, però. Solo quelli che sono stati una scoperta, quelli che mi hanno spalancato il cervello su autori che adesso adoro e che stazionano nel piccolo Olimpo letterario nella mia testa e di cui prima ignoravo il verbo.
Di Peter Cameron ho appena parlato qui, quindi non sto tanto a chiacchierarne. Ormai l'ho ripetuto fino allo sfinimento che Un giorno questo dolore ti sarà utile è stata una scoperta stupenda.
Poi c'è stato L'armata dei sonnambuli dei Wu Ming, che sono perfino contenta di non averli mai letti prima, perché L'armata dei sonnambuli è stato una lettura perfetta, una presentazione precisa, esemplare.
Poi c'è stata la Ferrante, col suo L'amica geniale, letto pochissimi giorni prima della fine dell'anno. Una scrittura così potente che devo evitarla per forza, che non riuscirei a studiare come se nulla fosse, coi suoi libri sul comodino.
Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana, questo è stato forte. E sferzante, ma anche caldo, in un certo modo strano. Un incedere lento, tranquillo, per un mondo impazzito. Un magistrato che indaga sulle brigate rosse negli anni '80. Non so davvero perché non ho ancora dedicato un post intero a questo libro. Forse aspetto il momento adatto, è stato bellissimo da leggere, ma sarà doloroso parlarne, anche se è un periodo storico di cui dopotutto so poco e nulla.
C'è stato il mio primo Franzen, Le correzioni. Che nonostante l'abbia adorato, ancora non mi sono decisa a leggere altro di suo. Un po' come mi succede con McEwan e Roth. Sono autori così ovviamente da leggere e divorare che finisco per rimandare sempre. So che non mi dimenticherò dei loro libri, che prima o poi li leggerò tutti, così non li leggo mai. Ma Le correzioni mi era piaciuto un sacco, dovrei proprio sbrigarmi a prendere in mano Libertà.
Desolation Road di Ian McDonald ha un merito enorme, quello di avermi rivelato che la fantascienza non è tutta alieni bitorzoluti e astronavi stroboscopiche. Che c'è dell'altro, oltre la conquista dell'universo e le battaglie intergalattiche. Che una storia può essere fantastica e una scrittura meravigliosa pure su Marte, non è che il nostro pianeta ha l'esclusiva
E dunque, queste sono state le mie scoperte del 2014.
Spero che quest'anno me ne porti almeno altrettante, e della stessa altissima risma. 

giovedì 15 gennaio 2015

Peter Cameron e il blocco

Mi trema un po' il cuore nel realizzare che ho letto tutti i romanzi pubblicati di Peter Cameron. Rimane Paura della matematica, ma quella è una raccolta di racconti, e per quanto talvolta li gradisca, non riescono mai a darmi quello che mi danno le storie lunghe e articolate.
Ho letto Un giorno questo dolore ti sarà utile – e ne ho chiacchierato qui – perché l'autore era in visita a un festival delle mie parti, e mi andava di avere un suo libro autografato. Va bene, lo ammetto, sono una cacciatrice di autografi. Non me ne faccio vanto. Durante la sua presentazione, però, non potevo allontanarmi dalla libreria in cui stavo facendo lo stage, ed è stata una collega a chiedergli l'autografo per me. Credo che questa cosa la rimpiangerò ancora a lungo. Se avessi letto prima Un giorno questo dolore ti sarà utile, credo che mi sarei inchiodata i piedi alle assi del palco, pur di poter assistere. O meglio, pur di poterlo ascoltare. Uno dei miei libri preferiti in assoluto, che mi ha spalancato gli occhi su quello che è adesso tra i miei scrittori preferiti e di cui non avevo letto nulla fino a pochi mesi fa.
Dopo Un giorno questo dolore ti sarà utile, è venuto Quella sera dorata, di cui, davvero non so perché, non ho ancora parlato. Poi ci sono stati Coral Glynn, Il weekend, Andorra la settimana scorsa. E le storie sono sempre diverse, le ambientazioni pure, i personaggi partono da punti assai diversi delle loro vite. Eppure c'è sempre quel qualcosa in comune cui mi sento di fare cenno.
Il blocco, la gabbia, la bolla infrangibile che si scopre fragilissima solo dopo esserne usciti. In tutti i romanzi di Peter Cameron, i personaggi sono intrappolati in una situazione, nel loro passato, in uno stato mentale. In Quella sera dorata il blocco è sia fisico che affettivo, una famiglia bizzarramente composta che vive isolata in Uruguay. In Un giorno questo dolore ti sarà utile James è bloccato dalle ripercussioni di quello che personalmente ho interpretato come un disordine mentale. Rifiuta il futuro, allontana chiunque tenti di avvicinarsi, si rintana in un bozzolo in cui nessuno si aspetta niente da lui e nessuno può raggiungerlo. James vorrebbe potersi dire impantanato come lo sono i personaggi di Quella sera dorata. Sogno di uno, gabbia dell'altro. In Il weekend e in Coral Glynn è il passato a inchiodare i personaggi alla loro situazione attuale. Un lutto, un trauma. Sviscerati, sempre presenti. Impossibile scrollarseli di dosso. In Andorra il blocco è nel passato del protagonista, ma viene reso fisico dalla sua fuga a La Plata, appunto in Andorra.
Dubito di essere l'unica ad aver notato il ripetersi di questo motivo nei romanzi di Cameron. Non credo si tratti di un'ossessione, e non sono nemmeno certa che si tratti di una scelta consapevole. Forse Cameron non sa di avere caro quel periodo così strano e irreale nella vita di tante persone, in cui tutto intorno a loro sembra immobile, e tutto il resto orrendamente incerto.
Per contro, non sento la rivalsa come un tema gemello, speculare, che lo interessa altrettanto. L'uscita dei suoi personaggi dalla loro trappola viene liquidata in poche righe, il loro futuro al di fuori della bolla appena abbozzato, come fosse un elemento tralasciabile.
E dunque, che altro dire a questo proposito? Molto poco.
Che adoro Peter Cameron e, finora, tutti i suoi libri.
Che spero ardentemente che ne stia scrivendo un altro, che continui a scrivere per altri settant'anni al ritmo di un libro ogni anno. Farebbe la mia gioia.

lunedì 12 gennaio 2015

Successo e sòle

Sono a un centinaio di pagine dalla fine di Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante. Del primo libro della quadrilogia, L'amica geniale, avevo parlato qui e con toni veementemente entusiastici. Perché quando un libro è bello, non ha senso stare a piluccare sui commenti. Più che scrivere una vera e propria recensione, mi viene da spalancare le finestre e urlare che quello che sto leggendo è meraviglioso e potrebbe scoperchiarvi gli occhi.
E dunque, chiacchierando di Elena Ferrante, nella vita reale e sui vari social network, non si contano le storture di naso, l'arricciamento di labbra, l'irrigidirsi di mascelle. Che va bene, è pubblicato da e/o che è una bella casa editrice indipendente di quelle toste, ma ha pur sempre avuto successo, soprattutto negli USA. Sarà mica una sòla?
E giust'appunto, questo è un post... non direi polemico, perché non voglio fare polemica. Curiosamente. È che mi andava di scrivere in difesa di tutti quei libri che ho trovato stupendi miracoli di carta, meritevoli di tutto il successo del mondo, e che proprio in nome di quel successo sono stati accostati alla più turpe produzione sterco-commerciale d'Italia.
Non vado sulla letteratura di genere che sennò non ne usciamo più. Non andrò in difesa di Harry Potter o di Hunger Games o delle Cronache del ghiaccio e del fuoco. I proiettili lanciati a queste serie sono duplici: fuffa per il successo, fuffa per il genere. Lì sì che diventerebbe un post polemico. E mi sono alzata così di buon umore, stamattina...
Parto da Niccolò Ammaniti, di cui ho gradito la quasi totalità della bibliografia, soprattutto Che la festa cominci, e della cui antipatia ho parlato qui millenni fa. Non che sia antipatico lui, parlo dell'antipatia che chissà come è riuscito a ricamarsi attorno. O forse gliel'hanno sputata a mo' di scendiletto circolare dopo che sono usciti ben due film tratti dai suoi romanzi. Io non ho paura che sì, ok, non è male come libro. Come Dio comanda, però, è un romanzo fantastico e infame, gli appigli per disseccarlo sono flebili. Ammaniti, che spero torni presto a pubblicare, è un caso emblematico del “sono certo che fai schifo perché guarda quanto cristo vendi”.
Tra le new entry della categoria non può certo mancare Haruki Murakami. Quello che avrebbe anche senso se riuscisse a beccarsi un bel Nobel, anche se non è proprio il primo nome che mi viene in mente. Quello i cui libri sciabordano nella testa dei lettori, quello che ondeggia tra onirico e reale, che rifiuta il dilemma del possibile e ti lancia in un mondo che, se riesci a seguirlo, te ne frega assai pure a te se ha davvero senso. Quel tipo lì, quello di 1Q84.
Autore di uno dei miei libri preferiti in assoluto, L'ombra del vento, che con tutte quelle pile altissime sparse in ogni angolo di qualsiasi micrognosa libreria osassi entrare, mi aveva fatto storcere il naso e inaridire le budella. Carlos Ruiz Zafòn. Ha scritto libri meravigliosi, alcuni un po' ripetitivi, altri che lasciano con un senso di spaesato “che diavolo...?” ma che bellissimi rimangono. Che però con tutte le copie che ha venduto, non scherziamo, sicuramente merita di finire esiliato nei reminder.
La Tamaro! Madonna, quanto odio intorno alla Tamaro. Non sono una grande fan, ma c'è stato un periodo in cui ero bloccata in casa con una scelta piuttosto limitata di titoli, e mi sono sciroppata un sacco dei suoi libri in un paio di giorni. Onestamente? Niente capolavori, ma non è neanche malaccio. Anzi. Un paio di racconti mi sono rimasti particolarmente vividi. D'altronde, se la sua scrittura fosse stata più lieve e le sue trame fresche e movimentate... beh, niente, sarebbe cambiata la natura delle critiche, ma non la quantità delle stesse. Mi ci gioco il cappello.
La Millennium Trilogy di Stieg Larsson, che ho divorato con ardore grazie all'amica ugualmente intrippata che me l'ha prestata. Rimpiango orrendamente la morte dell'autore, chissà quante altre meraviglie avrebbe potuto offrirci. E invece viene accusato così indegnamente di sòla.
Ce ne sarebbero altri, tanti altri, di scrittori che vengono accusati di scrivere inezie per via del loro successo. E no, non si tratta di gusti personali, perché quelli valgono per quanto si è letto. Qui si tratta di un disprezzo acquisito meno che per sentito dire, o forse per il troppo sentito dire.
Non che sia difficile risalire alla fonte del pregiudizio verso gli autori di successo. Ci sono case editrici che innalzano i propri autori migliori al di sopra delle folle di lettori, altre che cercano di catturare le folle di quasi-lettori o ogni-tanto-lettori sparando fuori libri genericamente piacevoli. Letture innocue, che piacciono un po' a tutti perché non fanno male a nessuno. Libri a intensità ridotta, che strappano giusto qualche ora. Ci sono anche – e soprattutto – case editrici che tengono d'occhio entrambe le tipologie di avventori, e cercano di accontentare l'uno e l'altro, porgendo entrambi i libri ai lati diversi del bancone. È palese, però, che in visibilità vince di solito il libro sòla. Ma questo non vuol dire che ogni scrittore di successo debba diventare per logica un fabbricante di sòle.
Ma poi non è neanche detto che, a voler pensar bene, l'allergia allo scrittore di successo venga dal vedere il successo associato alla sòla. Leggo sempre più spesso commenti su quanto autori come Jane Austen o le sorelle Bronte non meritassero metà del successo che hanno avuto. E Roth, McEwan, Zerocalcare, Benni, QualsivogliaAutoreFamoso? Sòle, sòle, sòle. E questo non capisco bene cosa sia, se una forma virale di invidia o la semplice voglia di dare addosso a qualcosa di bello.
E dunque, invito infine chi ha pregiudizi per gli scrittori che ho citato a dar loro una possibilità, e già che ci sono vi invito a lasciarmi nei commenti qualche consiglio, su qualche scrittore di successo che magari ho tralasciato per la stessa logica che qui condanno. Che sono tristemente certa che qualche colpa me la tengo ancora ben stretta.