lunedì 21 luglio 2014

Story-world permeabili, libri e universi alternativi

Stamattina mi hanno svegliata i tuoni e uno scrosciare intenso di pioggia. Il che sta a significare che da qualche parte c'è uno spirito elementale che mi vuole bene.
Ogni tanto mi chiedo se ci siano orizzonti che la scrittura deve ancora raggiungere. O guardare con sospetto, tenere a distanza, disprezzare MA riconoscere come possibili. Negli ultimi anni si sono assottigliate le differenze che i lettori sono soliti attribuire al rapporto tra romanzo e graphic novel. Non mi riferisco alla candidatura di Gipi al Premio Strega, che essendo il Premio Strega non può fare testo. Parlo piuttosto di quanto sia oggi normale sgusciare nel reparto fumetti in una libreria, o incontrare libri in una fumetteria. E degli sceneggiatori di fumetti che scrivono – o scrittori che sceneggiano fumetti, ecco.
E ancora,  mi interrogo sulle tendenze di quello che viene chiamato 'user generated content', ovvero i contenuti creati dai consumatori di un certo prodotto culturale su quello stesso prodotto. Per intenderci, fanart, fanfiction, fanvideo etc.
Ovviamente non è mia intenzione caracollare lungo un discorso serio e analitico, me ne mancano le competenze quanto le informazioni.
Quello che vorrei fare con questo post è lanciare il mio sasso in un enorme stagno e chiedere se, secondo voi, 'certi pattern' traspireranno anche nella narrativa come la intendiamo oggi.
Ad esempio, la struttura episodica di queste narrazioni, visive o letterarie, la vedremo prima o poi assimilata alle produzioni dei creatori stessi?
Voglio dire, prendiamo la serie di Hap e Leo di Joe R. Lansdale. È già episodica, ma ogni episodio prende un intero, e giustamente lungo, libro. Possibile che prima o poi Joe & Colleghi si metterano a scrivere storie brevi, lunghe una ventina di pagine, sui loro personaggi? Filler, spin-off, flash-forward o flash-back. Brevi racconti a sé stanti provenienti da uno stesso arco narrativo, che rispondano unicamente alla domanda 'come si comporterebbero questi personaggi in questa situazione?'. Putiamo caso, quale fan di Anne Rice non vorrebbe vedere Lestat, Louis e Armand giocare a D&D? Solo per il divertimento di vederlo succedere.
Un'altra cosa che potrebbe avvenire è l'Alternate Universe. Vedremo mai Hap e Leo prendere parte alle vicende di Game of Thrones, o alle vicende di un universo parallelo e alternativo, con un ambientazione politica e sociologica totalmente diversa? Anziché Hap e Leo, i duri che combattono la criminalità a cazzotti e battutacce, leggeremo mai di Hap e Leo – Adventure Time? Certo, mi riferisco a racconti che non avrebbero ripercussioni sulla trama principale, che non ne sarebbe neanche toccata.
Oppure.
Qualche tempo fa (qui) avevo chiacchierato degli universi narrativi. Ci sono autori che ne creano uno e continuano ad ambientarvi le loro storie, sviluppando l'universo libro per libro. Come il Mondo-Disco di Pratchett. Racconti su personaggi diversi in uno stesso story-world.
Ma, e se gli autori un giorno si telefonassero e si chiedessero se possono prendere in prestito quello story-world, ed eventualmente un personaggio? Non credo che l'effetto sia voluto, ma quando leggo Dimitri e Tarenzi ho l'impressione di trovarmi nello stesso posto, come se i loro cervelli avessero partorito lo stesso story-world. Non mi stupirei nel trovare Settala o Liàthan in un libro di Dimitri, e di certo mi farebbe piacere incontrare Temidoro o Dagon in un libro di Tarenzi. Sarebbe poi così inconcepibile, se i loro story-world scorressero in parallelo? Se uno scrivendo una storia iniziasse a tenere conto di quello che è successo nella storia scritta da un altro?
L'ultima cosa che mi chiedo se accadrà mai, è l'interazione tra personaggi di autori diversi. Sono cose che accadono spesso nello user generated content, e praticamente sempre negli universi Marvel e DC. Perfino un paio di volte tra gli universi Marvel e DC. Ci sono un paio di volumi di Deadpool in cui il bizzarro ed evidentemente psicopatico eroe passa dall'assassinare tutti i super-eroi Marvel al massacro dei classici della letteratura, da Moby Dick a Sherlock Holmes. Ha le sue ragioni, ovviamente, anche se non starò qui a spiegarle.
In sostanza, le barriere tra le diverse opere sono sottili, nel mondo del fumetto, e sono praticamente inesistenti nel mondo dei fan, dove il carburante è la fantasia dei consumatori.
Credete che la distanza tra le diverse opere finirà per mutare anche nel mondo più rigido e personale dei libri? Col tempo qualcosa inizierà a strabordare da un libro all'altro?
A ben vedere non so nemmeno io cosa mi auspico. Mi affeziono moltissimo ai personaggi che leggo, e ieri sono stata davvero contenta di ritrovare lo stesso Dagon di La ragazza dei miei sogni in Pan, come se mi fossi imbattuta in un vecchio – e irritante – amico in un posto in cui non mi sarei aspettata di vederlo. 
Quindi sì, sono cambiamenti che, fino a un certo punto, guarderei con favore. Fino a un certo punto, perché rimango convinta che la caratterizzazione dei personaggi così come è stata voluta dal legittimo creatore, dovrebbe essere sempre rispettata, e questo non è affatto condiviso dalla totalità dei fandom.
Voi che ne pensate?

mercoledì 16 luglio 2014

Scribacchiolando #4 - Scarabocchi

E va bene, lo confesso! Il primo motore di questo nuovo post di Scribacchiolando è la mancanza di libri letti da recensire. Sarà il caldo, saranno gli impegni, sarà che sto leggendo quasi unicamente romanzi prestati o in ebook che non posso portarmi nella vasca o sfogliare durante i pasti, pena pataccona unta in copertina. Sta di fatto che ho voglia di chiacchierare, e questo è il primo argomento che mi è spuntato in testa.
Le puntate precedenti sono qui, qui e qui.
Dunque.
Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che un libro sia fatto più di personaggi che di accadimenti. Le cose che capitano al personaggio dipendono dalla caratterizzazione di quel personaggio, dal suo modo di rispondere agli stimoli, dal suo mi-butto/mi-chiudo-in-casa-a-tripla-mandata.
Io i miei li conosco poco a poco, anche se mi arrivano già completi. Almeno credo. È come se mi piombassero nel centro libroso del cervello come dei meteoriti, già belli e pronti, persone già finite. Poi però sta a me far loro le giuste domande, prospettarmeli in situazioni diverse, per riuscire a capirli. La cosa migliore è farli interagire tra loro, liberamente, in botta e risposta che non stonino con l'immagine che si è già creata.
Io i miei personaggi li disegno. O meglio, li scarabocchio.
Abbozzo i lineamenti, la piega delle labbra, l'espressione degli occhi, la curvatura delle sopracciglia. Bastano un paio di tratti e i personaggi iniziano a delinearsi chiaramente, a dialogare, ad assumere spontaneamente certe posture che sapranno dirmi qualcosa.
Non so se questo sia un metodo che mi è derivato dall'infinita scorpacciata di fumetti iniziata alle elementari; anzi, non so nemmeno se si tratti di uno stratagemma comune o se siamo in pochi a farlo. Magari mi credo di svelare chissà quale tecnica segretissima, e invece è una cosa che facciamo più o meno tutti.
Posso dirvi che a me risulta davvero comodo. Non mi si svelano soltanto le caratteristiche fisiche e caratteriali dei personaggi, ma anche determinate frasi, situazioni, gesti. Disegno due personaggi vicini tra loro, che magari si scambiano uno sguardo, e iniziano a dialogare tra loro, così velocemente che a malapena riesco a stare dietro ai loro botta e risposta, devo segnarmeli subito prima che scompaiano. Se sono buoni, intendo.
Si delineano una situazione, un contesto, un giusto tempo. Una scena prende forma nel giro di due schizzi.
Certo, potrebbe anche trattarsi di una forma letteraria di schizofrenia latente.
O, come ho detto prima, di una trovata originale quanto l'aglio nel pesto.
Ma via, non v'è motivo per non chiacchierarne.

sabato 12 luglio 2014

Marguerite di Sandra Petrignani

Dunque, Marguerite di Sandra Petrignani, edito da Neri Pozza nel 2014. Nella copia che ho tenuto con religiosa cura, in quanto autografata. Era presente all'ultimo giorno di quella rassegna letteraria del mese scorso, quella in cui ho dialogato con Stassi e Caponetti. La Petrignani sono andata ad ascoltarla col temporale che incombeva, e con una processione religiosa che, bel bella, ha interrotto l'autrice a metà di una risposta. Cinque minuti buoni in cui un centinaio e qualcosa di fedeli hanno lentamente accerchiato, e poi oltrepassato, la piccola piazza in cui si stava tenendo l'incontro. Lenti e salmodianti, e del tutto incuranti del fastidio che portavano insieme alla croce.
Quelle piccole cose che ti rendono la Chiesa un'entità sommamente sgradita.
Ammetto di non ricordare molto, dell'incontro. Avevo il cervello svolazzante per l'insonnia da studio, e la Petrignani ha detto tanto, troppo perché riuscissi a stamparmelo in testa decentemente. Ha raccontato di Marguerite, ovviamente, del suo rapporto con la madre, col fratello scapestrato e preferito Pierre, dell'Indocina in cui è nata da genitori francesi, del suo rapporto col Partito, della sua espulsione. Del suo rapporto con gli uomini, con l'alcol, con la cucina, con Yann, che è appena morto, cosa che ho scoperto tramite il profilo Twitter della Petrignani, e un po' mi ha colpita. Chi è stato in un libro non dovrebbe morire, sovverte l'ordine naturale delle cose.
Dunque, Marguerite.
Io Marguerite Duras la conoscevo soltanto di nome. Sapevo che era stata una scrittrice intellettuale francese, attiva intorno agli anni '70. Non conoscevo i titoli dei suoi libri, avevo sentito parlare del film Hiroshima mon amour, ma non pensavo fosse suo.
Ora so tanto di lei, abbastanza per volerla conoscere più direttamente. Non so da che libro inizierà questa conoscenza. L'amante, forse. Devo ancora decidere.
E dunque, Marguerite. O Duras, come ha iniziato a chiamarsi a un certo punto della sua vita, come se volesse riferirsi alla sua identità pubblica come a un qualcosa staccato da sé. È nata in nel 1914, a Saigon, Indocina, da una madre distante, Marie, che amava con slanci intensi e violenti, e dal padre Henri, che morirà nel 1921, in Francia. Ha due fratelli maggiori, Pierre e Paulo. Pierre è quello più instabile, egoista, incosciente, eppure Marie lo preferirà sempre agli altri, e Marguerite questo non riuscirà mai a dimenticarlo.
Si trasferiranno in Francia, grazie alla ricchezza che Marie è riuscita sapientemente ad accumulare. E Marguerite vi rimarrà per sempre, diventerà prima una scrittrice sconosciuta, con un limitato zoccolo duro di fan, poi diventerà la celebre Duras.
La sua storia in questo libro è narrata a sprazzi, discontinua, ma non l'ho sentita spezzarsi fastidiosamente. Era come rimanere cosciente del terreno sotto i propri piedi, quando se ne salta un tratto. Discussioni con le sue amiche attrici, con Jarlot, con gli editori. Il suo 'Me ne frego di Beauvoir' in faccia a Sartre.
Marguerite è una personalità instabile, difficile, interessante. Ferisce con le parole, annichilisce tra le parole degli altri, eppure sembra avere questo nocciolo metallico dentro che le impedisce di cedere. Mille convinzioni, un estremismo esasperato nelle sue prese di posizione.
E sì, è un bel libro da leggere, oltre ad essere 'un libro interessante'. Non è solo il cosa, è anche il come.
Su Anobii ho letto diverse critiche al modo di raccontare della Petrignani. È vero che Marguerite non sembra del tutto un romanzo, ma non lo si può neanche definire una biografia. È qualcosa nel mezzo, la narrazione di una vita dagli occhi innamorati di una lettrice. O qualcosa del genere.
Perciò sì, beh, certo che lo consiglio. E che diamine.

martedì 8 luglio 2014

Caro scrittore in erba di Gianluca Mercadante

Ordunque, Caro scrittore in erba di Gianluca Mercadante, edito da Las Vegas nel 2013. Se ne era parlato tanto, l'ho preso a Torino direttamente dalle mani di Carlotta.
Tra l'altro, sapete che di recente Carlotta e Andrea, editori della Las Vegas si sono sposati? Auguri! E a me Carlotta (qui il suo blog che l'è ganzo forte) piace moltissimo, come essere umano.
Eeeee mi appresto a parlare male di un loro libro.
Mi sento il tipo di persona dalla quale Satana si terrebbe alla larga per evitare le cattive influenze.
D'altronde mi viene troppo da parlarne. Non è come quando – spessissimo – trovo un libro troppo mediocre per scavarne fuori un commento come non sia 'meh', ieri ho dovuto chiamare al telefono mia sorella in Germania – facendole tra l'altro spendere un euro – per poterle dire quello che pensavo.
A voler ben vedere, questo post – non riesco a chiamarlo recensione – è ben confuso. Perché non si può negare che comunque il libro sia scritto bene, i capitoli siano giustamente disposti e che dopotutto intrattenga assai. Ci sono dei punti, soprattutto all'inizio, in cui ho annuito compartecipe.
E tuttavia.
Dunque, vediamo di dare una base logica a quello che sto scrivendo.
In questo libriccino Mercadante racconta dei suoi travagliati tentativi di pubblicare, vendere, dei suoi ripetuti contatti con agenti letterari, editori, librai etc. E questi contatti sono tutti più o meno deprimenti, buttano giù, mostrano un mondo letterario che della letteratura se ne frega. Mercadante si rivolge al 'Caro scrittore in erba' continuando a sminuzzare le sue aspettative di gloria, i suoi lieti sogni, le sue speranze. E c'è davvero poco da stare allegri, questo non lo si può negare. Che è inutile pubblicare con un editore che non fa promozione, e comunque se la distribuzione è quella che è... ecco, pubblicare pareva il punto d'arrivo, invece è il primo passo.
E va bene sbriciolare le aspettative di chi, dopotutto, speranze non le ha, perché un'enormità degli aspiranti scrittori sono estrema fuffa auto-celebrativa che non prende neanche in considerazione il fatto che un libro ha bisogno di un lettore, e se il legame non si crea, allora niente, ciccia. Ed è ovvio che il legame non si possa creare, se scrivi apponendoti la stilografica tra le piene guance del didietro.
È vero, scrivere non è facile, se vuoi farlo bene. E se non vuoi farlo bene, datti a qualcos'altro, o almeno evita di subissare le email degli editori con le tue ultime fatiche.
Tuttavia... ecco, tolta questa premessa, una volta che Mercadante ha iniziato a narrare delle sue vicissitudini col libraio o con gli agenti, mi è sorto un sincerissimo 'Ma chi te sein?' in testa. Che tradotto sarebbe un 'Ma chi ti credi di essere?'. Perché Mercadante pretende attenzione, e se tu non gli dedichi il tuo preziosissimo tempo, allora sei un ostruzionista della cultura. C'è un capitolo dedicato alla sua telefonata con un libraio indipendente e... oh, c'è poco da fare, il libraio ha ragione a non dimostrarsi entusiasta all'idea di organizzare un incontro con Mercadante. È difficile vendere autori già affermati, figuriamoci uno – senza offesa, ci mancherebbe, ma siamo sinceri – misconosciuto. E organizzare un incontro costa in soldi e fatica. A parte la ventina-trentina di copie da pagare in anticipo, c'è da rifornirsi di stuzzichini e beveraggi per i convenuti – noi siamo proletarie e andiamo di focaccia, tiè – e manifesti, comunicati stampa per i giornali, annunci su facebook e quant'altro. Ci vuole tanto per convincere i Lettori a uscire di casa. Specie se non si tratta di una libreria di una grande città. Nella mia zona neanche Stassi e Petrignani sono riusciti a riempire le sedie sotto il palco di una manifestazione culturale. Fortemente pubblicizzata. Nel week-end.
Quindi tu, sconosciuto scrittore, che te la prendi perché non mi sbatto per farti presentare da me, hai poco da lamentarti. Ed è vero, come viene fuori nella telefonata, che le presentazioni di gente della zona richiamano, perché uno si porta dietro amici e parenti, e questi comprano e ripagano, pure se il libro è una ciofeca.
Pure nei contatti con gli agenti, ecco... non lo so. Non lo so, perché non sono un agente letterario, quindi facciamo che mi zittisco.
In compenso, degli editori ho letto abbastanza per poterne chiacchierare con un minimo di cognizione di causa, e se dovessi sbagliare, vi invito a notificarmelo che farò ammenda.
Con loro Mercadante si lamenta perché non rispondono. E in un caso non è arrivata risposta al suo manoscritto per BEN sei mesi.
Ehm. Che io sappia i tempi di lettura arrivano anche agli otto-dodici mesi, ho letto di una ragazza cui la risposta è arrivata dopo un anno. Le proposte sono tante, le redazioni sottodimensionate, c'è poco da fare. Si aspetta.
E pure con loro, non lo so. Mercadante mi ha dato la bruttissima impressione di essere uno di quelli da cui gli editori rifuggono, non per prosa ma per carattere. La pretesa di meritare l'altrui tempo e impegno... ora, considerando che ha pubblicato altri due libri con Las Vegas mi viene da supporre che scriva effettivamente bene, ma gggesùcheppalle.
Poi certo, ci sono pure editori surrealmente ciofechi, e avere a che fare con loro è cosa tragicomica, non mancano né imbroglioni, né incompetenti e Mercadante qui ne chiacchiera ampiamente. Alla domanda 'ma che t'è venuto in testa di fare l'editore?' ancora non c'è risposta, purtroppo.
Un'ultima critica. È dovuta, visto che dopotutto mi ha infastidita di molto, e ha fatto girare le scatole pure a mia sorella, quando l'ho resa partecipe. Mercadante ha dei problemi con le donne. Ne compaiono poche, stilizzate, stereotipate. Con seri problemi mentali. Prima la tipa con cui si diletta, che smania all'idea dell'omo-de-potere perché ha pubblicato, nonostante abbia la stessa competenza letteraria di una brioche, perché ve', le donne c'han da truccarsi, mica stanno a leggere. E poi una telefonata che santoddio. La tizia che insiste per uscire che 'checccestaiaffàascrivee' e ignora il significato di 'irsuto'. E passa giustamente per illetterata col cervello cotonato. Oh, e quando suppone che giammai una donna vorrebbe concedere il proprio tempo a un locale proletarieggiante con le tovaglie di plastica. Eh, sia mai, siamo allergiche alla povertà. Ci si scrosta lo smalto sulle unghie, se non si raggiunge una certa quota di chic.
E questa è La Donna 'sì come viene dipinta da Mercadante.
In sostanza... sinceramente sì, è un libriccino dopotutto carino e divertente, che il tempo te lo fa passare volentieri. Indicato per i wanna-be-scrittori, o per chi ha voglia di capire l'universo editoriale senza troppi tecnicismi, con un po' di leggerezza. Ma non per gli aspiranti seri, che poi si buttano giù o prendono il cattivo esempio di chiamare gli editori per sapere se hanno letto/ricevuto la loro mail.
O forse sì, non lo so. Ho l'impressione di esserci andata giù più dura di quanto non volessi. Forse questo libro voleva essere soprattutto un 'Sì, lo so, è capitato anche a me' da (un tempo) aspirante scrittore ad aspirante scrittore, o un'avvisaglia a chi si prospetta un tappeto rosso lieto d'essere calpestato dai suoi piedi di artista, quando la strada da percorrere è tanta e, di solito, avara di soddisfazioni.
Però.
Come dice Gianluca Morozzi nella prefazione, uno su mille ce la fa. Ma non è una questione di statistica, è che gli altri 999 sono delle pippe. Rileggere, correggere e MOVE ON.

sabato 5 luglio 2014

Piccoli scorci di libri #39

Che diamine, io non dovrei stare a scrivere post, adesso. Dovrei studiare. Ho ancora da ripassare un intero libro sulla guerra d'Algeria, e poi un altro – pesantissimo – su tutto il '900 e... beh, mi scoccia stare tutto questo tempo senza postare nulla. Ma quel poco che dirò, lo dirò in fretta, quindi vi chiederei di perdonare 'eventuali' errori. Capitemi. Sono un fascio di nervi e caffè.

Il sabotatore di campane di Paolo Pasi – Edizioni Spartaco, 2013

Lo avevo in lista già da un anno, quando finalmente, pochi mesi fa, l'ho preso al Salone del Libro. L'aveva tanto consigliato l'Elisa Rampante e... boh, la storia è effettivamente ganza. Ganza forte. C'è questo anziano anarchico di nome Gaetano che, in memoria di una strage nazista dalla cui ferocia si era salvato solo il prete, perché potesse suonare le campane per i tedeschi che erano stati 'vendicati' in quel massacro, viaggia di paese in paese e zittisce le campane. Certo, ripensa a un'epoca ormai lontana, quando gli orologi erano ancora un lusso e il tempo delle persone comuni era scandito da quei metallici rintocchi. Però continua a farlo, a sgusciare mezzo sciancato nelle canoniche e prendersi una mesta rivincita sulla memoria. Solo che, nella chiesa di Roccapelata, c'è il prete ad attenderlo. Segue una breve colluttazione e il prete cade accidentalmente dalle scale. Gaetano, sconvolto da quanto è appena accaduto, va subito in questura ad autodenunciarsi.
E non gli credono. Si rifiutano di credergli, dal questore al sindaco. Roccapelata è un paese minuscolo, sconosciuto, vecchio, a un passo dalla scomparsa. Affamato di storie, di paparazzi, notorietà. Meglio pensare che si tratti di un complotto, meglio rovistare nel passato del prete, piuttosto che ammettere l'insultante semplicità di un incidente.
Parallelamente, la narrazione si concentra anche sul passato di Gaetano, sulla sua storia di anarchico, sui suoi viaggi, sui suoi compagni di tanti anni prima. Sugli orologi, sui piccoli paesi, sulle comuni.
Mi è piaciuto moltissimo questo libro, anche se non posso non fare cenno a quello che, secondo il mio modesto parere, è un problema. Ovvero il fatto che i personaggi sono come raggruppati dietro facili maschere e non adeguatamente approfonditi. I cittadini di Roccapelata sono viscidi assetati di fama, oppure stolti assetati di fama. Gaetano è un anarchico, pacifico, illuso, indebolito. Si è narrato molto della sua vita, eppure sento di non averlo conosciuto abbastanza.
Ma la storia è ganza abbastanza da far meritare al libro un sentito 'decisamente sì, lo consiglio'.

Il destino attende a Canyon Apache di Laura Costantini e Loredana Falcone – Las Vegas Edizioni, 2012

Non ho mai letto un western. E non amo neanche i film western. Non so perché, non mi fanno impazzire. È un'ambientazione arida, polverosa, dura. Acciaio e sudore, nessuno spazio per la debolezza. Vite coriacee.
Eppure, non so perché, avevo davvero voglia di leggerlo, questo libro.
E mi è volato. Non è corto, ed ero anche in periodo di 'studio-supremo', eppure mi è volato.
La storia è relativamente semplice e, credo, piuttosto classica, per quanto riguarda gli western. È il 1870, gli insediamenti 'ammerigani' nel West respingono sempre con maggiore ferocia i nativi verso altre terre. Per contro, le incursioni dei nativi contro le diligenze non sono tra le più pacifiche. Kerry è l'unica superstite di una famiglia di ex-schiavisti decaduta. Deve andare in sposa al tenente Lowie, una vecchia conoscenza d'infanzia, ma durante il viaggio la diligenza viene attaccata e lei viene condotta dal capo del villaggio Apache, Cervo Nero, come dono. Kerry rischia grosso, ma Shenandoah, figlia di Cervo Nero, decide di aiutarla.
Poi c'è Coda che suona, o meglio, David Cassidy, un 'agente indiano', ovvero una specie di diplomatico federale incaricato di gestire la convivenza tra nativi e americani bianchi.
E Shenandoah, ovviamente, figlia di Cervo Nero e di una donna bianca, morta dandola alla luce.
E Daniel 'Occhi di ghiaccio' Pinkerton, feroce assassino di indiani.
La storia segue le vicende di questi personaggi, che si incontrano, si separano, si rincorrono e si incrociano di nuovo. Lo sfondo è quello di una concessione terriera che deve essere tassativamente liberata dalla presenza degli indiani. Pinkerton è incaricato di ucciderli tutti, uno per uno, Cassidy di impedirglielo. Anche perché è considerato amico dagli indiani, e a sua volta li rispetta. Shenandoah cerca una risposta sul legame tra suo padre e la madre defunta, Kerry si lascia trasportare, in realtà vorrebbe soltanto vivere in pace.
Mi è piaciuto un sacco, questo libro, anche se una rimostranza ce l'ho. Non so dire quali siano le consuetudini di genere, se si tratti di una scelta classica o meno, però ho trovato la trattazione della faccenda indiana troppo semplice. Non tutte le comunità dei nativi erano pacifiche e rispettavano le donne, e ho l'impressione che talvolta si sia sorvolato su effettive efferatezze. Diciamo che non ho apprezzato la dicotomizzazione priva di sfumature.
E ho apprezzato ancora meno le storie d'amore, in particolare la seconda, la più improbabile. Ci sono crimini che niente può emendare, e non posso credere a un così repentino cambiamento, né che un'infanzia travagliata possa giustificare certi atti.
Ma, a parte questo, la lettura è filata, è scritto bene, non annoia. Di certo, appassiona.
Quindi sì, yes, lo consiglio.

Ed ora tornerò a sudare sul testo di storia contemporanea.
Tra l'altro non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe il mondo adesso, se gli USA si fossero fatti un cicinino i cacchi loro nel corso del '900. Spuntano come funghi dietro ogni golpe.

lunedì 30 giugno 2014

Le cose cambiano. Dicono.

Beh, buongiorno.
Le cose cambiano è il titolo del libro che ho letto in questi ultimi giorni. Seppure nel mio entusiastico ottimismo, mi verrebbe da aggiungere 'con esasperante lentezza'. Però cambiano, credo. Dicono.
Le cose cambiano è l'italica versione di It gets better, ripresa dalla casa editrice ISBN e dal Corriere della Sera. Si tratta di un progetto iniziato da questo tizio, Dan Savage, quando è venuto a sapere dell'ennesimo adolescente che si è suicidato in quanto gay. Cioè, che è stato spinto al suicidio in quanto gay, che non è che uno si ammazza quando realizza le proprie pulsioni, ma perché le proprie pulsioni sono bollate come scherzo della natura o laica eresia da espiantare. Adolescenti che muoiono perché, dopotutto, il mondo è ancora popolato da un numero soverchiante di imbecilli.
E dunque, c'è questo Dan Savage sconvolto dalla morte di un ragazzo che inizia a pensare a quando tanti anni prima era toccato a lui, confrontarsi con l'omofobia del mondo intorno, che quando la scuola è il tuo piccolo universo è veramente un'esperienza atroce. Però Dan è sopravvissuto al bullismo omofobico ed è contento di averlo fatto, perché dopo quegli anni tremendi le cose sono effettivamente cambiate, il mondo attorno a lui si è allargato e ha avuto la possibilità di essere una persona felice. Ed è quello che vorrebbe dire a tutti i giovani che accarezzano l'idea di farla finita, che la loro vita non si esaurisce negli squallidi anni del liceo, che devono tenere duro perché chissà cosa potrebbe succedere loro di meraviglioso, nel 'dopo'. E Dan, insieme al compagno Terry e all'amica Kelly, ha aperto un sito chiamato It gets better, in cui hanno caricato un video in cui parlava delle proprie esperienze ed esortava i giovani a stringere i denti, a cercare aiuto, a confidarsi. Poco dopo, sul sito è stato caricato un altro video, e poi altri ancora, superando quel traguardo di 100 video che si erano dati all'inizio. Perfino Obama ha caricato un video. E poi Dan e gli altri hanno deciso di pubblicare questo libro, i cui proventi sono interamente devoluti all'associazione Girls and Boys, promotrice del progetto.
In questo libro sono raccolte decine di esperienze raccontate da persone diverse, di ogni orientamento sessuale. Scrittori (Sedaris, Cunningham, Siti...) politici (Obama, Cameron, Clinton, Concia...) e personaggi dello spettacolo. Sparano fuori lo stesso messaggio di speranza, anche se alcune delle loro esperienze, santoddio.
Che poi, in questo post, vorrei metterci un po' del mio. Mi sembrerebbe strano non farlo, anche se da anni ho rinunciato a capire quale sia la mia sessualità, o se ne abbia poi una. Come facciano gli altri ad essere così certi di quello che vogliono e non vogliono, per me rimane davvero un mistero.
E dunque, non so, l'omofobia è una di quelle cose che proprio non riesco a concepire. Poi parlo bene io, in famiglia non è mai stato un tabù. Non ricordo un momento in cui non sapessi che il migliore amico di mio padre era gay, né di aver mai provato il minimo disagio nel trattare di questi argomenti. David Bowie, Freddy Mercury e Brian Molko erano gay, quindi boh, c'era da stare a discuterne? Quando in terza elementare ho detto a mia madre che forse mi piaceva la mia compagna di banco non ha nemmeno alzato lo sguardo dal piatto, mi ha detto solo di non stare in piedi sulla panca. Ho capito che al mondo l'omofobia esisteva sul serio quando la mia migliore amica dell'epoca ha reagito alla mia credo-cotta scrivendomi in un bigliettino che non mi avrebbe più parlato. Che andava bene un'amica yakuza (Sì, lo so. Lo so. Ma oh, ognuno ha le sue aspirazioni. Terza elementare. Capitemi.) ma lesbica proprio no. Fino ad allora mi sembrava una cosa così impossibile, che qualcuno potesse essere davvero disturbato dai gusti di un altro. Che potesse fregargliene qualcosa mi risultava assurdo. È stata una scoperta strana, come quando ho capito che, se Forza Italia vinceva le elezioni, SANTODDIO, c'era qualcuno che lo votava. E dire che nasciamo tutti con lo stesso numero di neuroni.
Quindi, mah. Non so quanto ci mettano le cose a cambiare. Sicuramente troppo. Specie quando, dopo che hai appena posato Le cose cambiano sul comodino e ti sei messa al computer, trovi la notizia di una nuova aggressione a Vladimir Luxuria e i commenti 'se l'è cercata'.
C'è gente scema. Tanta. Troppa. L'orrenda maggioranza, secondo il mio modesto parere. Come si fa a essere tanto imbecilli da pensare una cosa del genere ed essere comunque in grado di allacciarsi le scarpe? Misteri.
Però questo libro è gonfio di speranza, e merita di essere letto. Soprattutto se l'argomento vi mette a disagio, assolutamente se sospettate di un amico o di un conoscente che si tiene dentro qualcosa ma non sa come dirlo.
Se proprio dovessi chiudere il post con uno slancio di ottimismo, troverei giusto una cosa bella da dire. Cioè che, per quanto si possa essere socialmente imbarazzanti e bislacchi e confusi o sessualmente originali, degli amici si trovano sempre. Sempre. Che magari non cambierà il mondo intorno, però migliora il modo di viverci, e soprattutto l'immagine che uno ha di sè. Che non è poco.
(Poi io nel mio intimo posso anche pensare che le cose cambieranno quando all'Arci Gay si doteranno di spranghe chiodate, ma questo è solo un suggerimento. Metodo Leonard Pine. In terza elementare volevo diventare un boss della yakuza, si cambia fino a un certo punto.)



Sito di Le cose cambiano.

giovedì 26 giugno 2014

Mondiali Zombie

Ne convengo, è una boiata.
Ma santoddio, qualcuno doveva scriverlo.
Sì, pure il titolo è atroce, ma non me ne venivano in mente altri.

Mondiali Zombie

Un urlo gonfio di delusione gli fece alzare lo sguardo dal libro di semiotica. Si aggiustò gli occhiali sul naso, per avere una visione migliore del fratello che fissava la televisione, le braccia tese, le mani rivolte verso l'alto in un gesto di amara rassegnazione. Paolo trattenne un sorriso, tornando a dedicare la propria attenzione alle teorie del linguaggio. Le reazioni eccessive di Stefano potevano anche risultargli ridicole, ma non c'era dubbio che il fratello potesse usarlo come uno straccio per lavare i pavimenti senza neanche sforzarsi. Con una mano legata dietro la schiena, saltellando su una gamba sola, e magari pure bendato.
- Ma hai visto che roba?
Paolo tentò di dare alla propria espressione un cipiglio serio ma compartecipe. Stefano non era abitualmente aggressivo, ma quei muscolacci tatuati, uniti allo stato emotivo in cui la partita l'aveva gettato, avevano messo il fratello maggiore sul chi vive. 
- Veramente no. - ammise – Che è successo?
- Cartellino rosso a Marchisio. 
- Aha. Che peccato. 
- Ma non era colpa sua!
Paolo si ritrasse istintivamente. Quando il fratello iniziava a schiumare dalla bocca, la cosa migliore da fare era cambiare stanza. O casa. O città.
- Su, su, non ti agitare, basterà che stia attento per il resto della partita e... - la voce flautata della madre, giunta a mettere una teglia di lasagne fumanti tra Stefano e la televisione traditrice, venne interrotta dagli strepiti del figlio tifoso. 
- Cartellino rosso, cazzo! È espulso!
- Oh, ma che peccato. - commentò la donna, inarcando appena un sopracciglio. Lei e Paolo si scambiarono un'occhiata complice, ma fugace. Sarebbe bastato un sorriso, perché Stefano catapultasse piatti e lasagne fuori dalla finestra. Era già successo nel 2002, con la sola differenza che quella volta stavano mangiando le tagliatelle. Gli inquilini del piano di sotto non avevano apprezzato la pioggia di pasta e ragù che gli si era rovesciata sul balcone
- Che arbitro di merda. - borbottò il ragazzo, con più calma. I fumi delle lasagne bollenti stavano iniziando a livellare il suo scontento.
- Sarà corrotto. - intervenne Paolo, magnanimo. Da quando il padre era morto, Stefano si era ritrovato ad essere l'unico tifoso in casa. Da buon fratello maggiore, almeno per i mondiali, poteva anche fare lo sforzo di fornire un interlocutore al lato più instabile della famiglia.
- È corrotto sì, 'sto bastardo. Ma perché ci toccano sempre degli arbitri così stronzi? - ringhiò Stefano
- Sfiga, immagino. - butto fuori Paolo.
Decise che aveva fatto abbastanza per lenire alla solitudine tifo-calcistica del fratello, e tornò, con un sospiro rassegnato, a posare gli occhi sul libro di testo. Mondiali o non mondiali, mancavano pochi giorni all'esame, e il professore ci teneva parecchio ai risultati della Nazionale. Se non si muovevano a recuperare quel maledettissimo 1-0, gli sarebbe toccata la versione più astiosa e nevrotica di un professore già di suo poco cortese. In un certo senso, la performance dell'Italia importava più a lui che al fratello.
Non alzò lo sguardo, quando la madre gli mise davanti un'enorme fetta di lasagne, borbottò un ringraziamento appena quando il suo bicchiere venne riempito di birra (italiana) dal fratello e cercò di rispondere meglio che poteva alle sue rimostranze nei confronti prima dell'una, poi dell'altra squadra.
- Oh, ma che cazzo...? 
- Sono dei venduti, che vuoi farci. - sentenziò, incolore.
- Cristo, Paolo, guarda... - esalò la madre.
Paolo alzò lo sguardo, incontrando i volti immobili e shockati della madre e di Stefano. Era buffo, con quella forchetta sollevata a mezz'aria, la bocca vuota e spalancata.
Poi si decise a girare la testa verso il televisore, proprio mentre risuonava per la cucina un ringhio da far gelare il sangue.
In alta risoluzione, il primo piano di un viso contratto e insanguinato. Gli occhi spenti e lattiginosi, la maglia bianca macchiata di rosso. L'immagine sullo schermo si mosse, come se il camera-man avesse iniziato a correre all'indietro, mentre al cupo ringhio si univano le urla sgraziate di un giocatore dell'Italia che si rotolava sull'erba, le mani premute su una spalla insanguinata.
Paolo aprì la bocca per commentare, ma quella sera le uniche frasi che aveva da offrire erano quelle che aveva preparato ad uso e consumo del fratello. Arbitro cornuto, va sempre a finire così, è fallo!. Nulla di più. Niente che potesse descrivere la corsa disarticolata di quel giocatore rabbioso verso il camera-man, o l'inquadratura di una telecamera gettata a terra, e le urla di dolore che si fondevano agli strepiti dei compagni di squadra, dei guardalinee, degli allenatori che cercavano di separare il folle dal poveruomo.
Cambio d'inquadratura, lo stadio visto dall'alto, i medici che corrono verso il giocatore a terra, un poliziotto che punta la pistola verso l'assalitore, che non accenna ad alzare il volto dal collo dell'operatore, che ha smesso di urlare già da parecchi secondi.
- Suarez, che cavolo...?
Il proiettile che lo colpì alla gamba gli fece sollevare il viso dal camera-man immobile, ma il suo urlo non aveva nulla della resa, mentre si gettava sul poliziotto.
Non vennero subito a conoscenza della sorte toccata al malcapitato. L'immagine del campo di gioco fu sostituita dalle pareti candide e rassicuranti di uno studio televisivo. I volti dei presenti erano cinerei, le loro espressioni sconvolte, nonostante la giornalista stesse facendo del suo meglio per tendere la bocca in un sorriso smagliante.
- Chiediamo scusa ai nostri telespettatori, la diretta dal Brasile riprenderà il prima possibile, non appena...
Stefano lasciò cadere la forchetta nel piatto, Paolo sentì il tonfo del libro di semiotica che gli scivolava dalle mani per schiantarsi sul pavimento. Si scambiarono un lungo sguardo confuso, incapaci di offrirsi una qualsiasi rassicurazione.
- Ma è normale? - si sentì chiedere Paolo. 
- No che non è normale, coglione – sbottò Stefano – Ma ti pare normale che uno va in giro per il campo a mangiare gli avversari?
- Eh. - fece l'altro, riportando gli occhi sullo schermo – Mi pareva.
La partita non riprese, quella sera. Nessuno seppe dare una spiegazione plausibile a quanto era accaduto, e il confronto tra Italia e Uruguay venne rimandato. Suarez venne squalificato, e si parlava della possibilità di internarlo. Si sospettò che fosse portatore di un nuovo virus, perché Chiellini aveva iniziato a mostrare strani sintomi, dopo quel morso.
Il giorno dopo, sotto gli occhi del mondo, un giocatore della Francia si avventò sul proprio commissario tecnico. La folla immane dei tifosi sugli spalti si muoveva a ondate, e urlava con entusiasmo eccessivo persino per i Mondiali. La diretta venne interrotta nel giro di pochi secondi, ma nonostante la tesi riportata da diversi giornalisti, secondo cui il giocatore si era gravemente offeso per essere stato relegato tra le riserve, cominciò a serpeggiare la consapevolezza che stesse accadendo qualcosa di molto più strano.


(Comunque l'immagine non è mia. E' rassicurante sapere di non essere l'unica imbecille al mondo ad averci pensato.)