lunedì 22 dicembre 2014

Piccoli scorci di libri Austeniani

Sono ripiombata con tutte le scarpe in un periodo 'Austeniano', di quelli in cui vorrei leggere tutto ciò che è stato scritto da e su Jane Austen e centellino la visione dei film tratti dai suoi libri, perché non perdano la loro magia in vista del prossimo periodo Austeniano. Posso frattanto dire che il film del 2007 tratto da Persuasione non mi è piaciuto granché, troppo freddo e grigio, con tentativi troppo espliciti di dargli un taglio intimista. In compenso mi è piaciuto moltissimo quello tratto da L'abbazia di Northanger, che credo sarebbe piaciuto anche alla stessa zia Jane.

La vita secondo Jane Austen di William Deresiewicz – traduzione di Claudio Carcano – Tea, 2012

Questo l'ho letto qualche mese fa, e chissà perché è rimasto in fondo alla pila di libri da recensire finora. È rimasto schiacciato così a lungo che si è appiattito, e potrebbe perfino passare per un libro mai letto.
A scrivere questo libro è un professore di Yale che racconta di sé e di come i libri di zia Jane abbiano finito per cambiarlo, per fargli capire quali sono le cose veramente importanti della vita. All'inizio era uno studentello saccente che gongolava citando Joyce e Proust, che spargeva un dignitoso disprezzo quando si parlava dei romanzi Austeniani o delle sorelle Bronte. Poi il professore di letteratura inglese annuncia che dovranno leggere Emma, e lui si predispone a una tremenda lettura. Che gli sembra tale, almeno all'inizio. Non capisce Jane, non ne coglie e sottigliezze, ne ignora l'ironia, il ridicolo. La situazione grottesca del padre di Emma, le sue assurde preoccupazioni, le lunghe tirate con cui cerca di proteggere i suoi amici dai malanni e se stesso dalla solitudine. La figura di Emma, che parte così fiera, sicura di sé, decisa a fare da Cupido a mezzo mondo, e che finisce soltanto per fare disastri. Emma è il mio romanzo austeniano preferito, proprio per come la protagonista cambia dall'inizio alla fine della storia.
E dopo Emma, arrivano anche gli altri libri di Jane, e quello che hanno fatto a William durante e dopo la lettura. Come l'hanno cambiato, che cosa gli hanno fatto capire.
È un bel libro, fluido, totalmente Austeniano, che sono ben lieta di aver letto. Non è poi gonfio di rivelazioni sulla vita dell'autrice, però, se è questo che si cerca.

Jane Austen – I luoghi e gli amici di Constance Hill – traduzione di Silvia Ogier, Mara Barbuni, Giuseppe Ierolli, Gabriella Parisi – Jo March, 2013 – In collaborazione con JASIT

In caso ve lo steste chiedendo, Jasit è il portale ufficiale della 'Jane Austen Society of Italy', in cui si possono trovare decine di articoli meravigliosi tutti a tema Austeniano. Consiglio una quanto più solerte visita al suddetto sito.
Dicevo, se si cercano rivelazioni sulla vita di Jane, stralci delle lettere che ha scritto e ricevuto, la storia della sua famiglia e dei suoi amici, dei luoghi che ha visitato e che magari hanno ospitato i suoi personaggi, allora questo libro è perfetto.
C'erano una volta Constance e Ellen Hill, due sorelle super-janeites. Era il 1901 quando le due sono partite per visitare uno ad uno i luoghi di zia Jane. E mentre Constance scriveva il 'diario di bordo', annotando scoperte e impressioni, Ellen abbozzava il disegno del paesaggio, e le sue illustrazioni punteggiano il volume.
Finora è il testo più completo che io abbia letto sulla vita di Jane Austen, e anche il più caloroso. Constance e Ellen sono sue ardenti ammiratrici, e il loro viaggio è motivato dallo stesso sentimento che mi ha imposto la lettura di questo libro – e che spero che un giorno mi porterà a percorrere lo stesso tragitto.
Avevo iniziato a leggerlo diverso tempo fa, per interromperlo che ero appena a metà lettura. Non perché non mi piacesse, ma perché non ero nello stato d'animo adatto. Non mi sentivo particolarmente janeite e soprattutto stavo preparandomi per un esame particolarmente malvagio. Ora, gli esami che sto preparando sono doppiamente orridi, ma la metà che mi mancava di questo libro mi è scivolata sotto gli occhi nel giro di mezza giornata, e l'ho terminato che erano passate le 2 di notte, da quanto avevo bisogno di finirlo.

Superfluo dire che consiglio entrambe le letture ivi presentate, ovviamente a seconda delle esigenze. Le ho adorate entrambe, per motivi diversi.
Quindi, beh.
'Have a Jane day'.

sabato 20 dicembre 2014

All I want for Christmas is... BOOKS! - Viva la Revolution!

Non mi rimane molto tempo per pubblicare post con consigli Natal-tematici. Mi spiace, perché mi sarebbe piaciuto pubblicarne tanti altri. Uno sulla musica, ad esempio. Uno sull'arte. Magari, se mi sbrigo, riesco a scriverne ancora uno prima della Vigilia, che considero il termine ultimo. Il che non ha poi molto senso, visto che per il 24 ognuno avrà terminato di prendere i regali, quindi la parvenza di utilità di questa simil-rubrica è messa a dura prova.
Ma soprassediamo, no? 

Prima di tutto, L'armata dei sonnambuli dei Wu Ming, libro che ho adorato e di cui ho lungamente parlato qui. Diciamola tutta, lo considero un libro che non si può non leggere. È con questo libro che mi sono approcciata ai Wu Ming, e ne sono felice. Un po' perché la ricostruzione storica di un periodo, quello che segue la Rivoluzione Francese, è davvero attenta e puntigliosa, e un po' perché il punto di vista da cui parte la narrazione è... beh, è diverso. La rivoluzione dei poveracci, mica di Lady Oscar. Con tutto l'affetto che porto a Lady Oscar.
Sinistri dei Tersite Rossi, edito da e/o, che ho recensito qui un bel po' di tempo fa. Un fantapolitico ambientato giustamente in Italia. Putiamo che le cose al nostro paese vadano ancora peggio. Ipotizziamo un parossismo, neanche troppo spinto, di quello che stiamo vivendo adesso. Le menzogne, la censura, l'omissione delle notizie, la narrazione che ricostruisce la storia. Il Partito della Felicità. La Banda dei Nove. Via, smetto di sproloquiarne, tanto ho già linkato la recensione.
Sorprenderà di trovarlo qui, ma credo che Nord e Sud di Elizabeth Gaskell sia un buon esempio di romanzo da rivoluzione, oltre ad essere uno dei miei romanzi preferiti in assoluto. Il fatto è che, oltre la storia d'amore, oltre le vicende della famiglia Hale, ci sono le vite disgraziate degli operai in fabbrica e le scelte cui deve far fronte l'industriale Mr Thornton. Mette mestizia il fatto che la Gaskell sia arrivata alla soluzione tanto tempo fa e che ancora non sia cambiato nulla. Rimane il fatto che questo libro è un capolavoro. Punto.
Non può mancare La banda degli invisibili di Fabio Bartolomei. Non può. Questo gruppetto di vecchietti non più arzilli che cercano ancora, nel loro piccolo, di cambiare qualcosa. Di farsi sentire, ecco. Oltre le risate, il divertimento, la simpatia dei personaggi.
Desolation Road di Ian McDonald è tanto un libro da 'revolution'. La accoglie letteralmente nelle proprie pagine, la vediamo nascere, crescere, ingrassare. Tutti i singoli meccanismi, fin da quando non erano che semi sparsi nella trama quasi per caso. È ambientato su Marte e ha la poesia del realismo magico. Ed è bellissimo.
Risorse disumane di Marina Morpurgo è una storia tutta italiana, estremizzata per le conseguenze e divertentissima. Almeno, se non si pensa al fatto che le premesse sono effettivamente vere.
Come un respiro interrotto di Fabio Stassi, uno dei miei scrittori italiani preferiti. È un libro che... beh, è un libro bellissimo. E in vari saltelli temporali racconta di quel periodo a me sconosciuto in cui le persone credevano di contare qualcosa, di poter cambiare le cose. E ci provavano. Quegli anni lì, prima del terrorismo. E c'è una discussione, non ricordo precisamente in che punto, in cui l'amarezza ha lasciato uno strappo, e da quello strappo comincia a entrare la violenza. Non c'è solo quello, ci sono anche momenti di sole – in molti sensi – di musica e di speranza. Comunque sia, io lo consiglio barbaramente.
Il sabotatore di campane di Paolo Pasi, ovviamente. La storia di un anziano che uccide per sbaglio un uomo, ma di cui un paese intero intende negare la confessione. L'omicidio accidentale è troppo semplice, e l'anziano è un vecchio anarchico. Deve esserci per forza una spiegazione più ampia e complessa.
Sarebbe imperdonabile non citare mezza bibliografia di Stefano Benni, autore di cui ho parlato qui. Soprattutto Baol, ma soprattutto anche Elianto, e soprattutto anche Spiriti e Comici spaventati guerrieri, e soprattutto anche Margherita Dolcevita, che temo di essere l'unica a preferire a tutti gli altri. Benni è uno di quegli scrittori con cui sento un legame particolare. Per assurdità, visione del mondo, ostinazione. Bisogna leggerlo e basta.
E direi che è meglio chiudere qui, che è meglio condensare i titoli piuttosto che espandere il post fino a fargli perdere il succo. Non sto a citare Hunger Games o perfino Harry Potter, anche se sarebbe divertente chiacchierare del perché e per come due dei più grandi successi editoriali dei nostri tempi trattino, tra le altre cose, di ribellione a un potere che possiamo tutti concordare nel definire palesemente fascista.
Va da sè che sarei ben lieta di accogliere i vostri consigli su siffatta materia. 

martedì 16 dicembre 2014

All I want for Christmas is... BOOKS! - Libri sui Libri #2

E dunque, mancano meno di due settimane all'arrivo del Natale, e io non ho scritto che un unico, striminzito post di consigli librosi. Spezzato a metà, peraltro, che ho intenzione di concluderlo qui e adesso. Andiamo a incominciare.




L'ombra del vento di Carlos Ruiz Zàfon, che per me è un capolavoro. Uno di quei libri che quasi ti rode andarti a cercare, perché sono stati così sistematicamente consigliati, così famosi e venduti, che la sòla deve esserci per forza. Non c'è. È un romanzo bellissimo. Bello pure quello che lo segue, meno il terzo volume. Ma se leggete solo il primo, sappiate che preso singolarmente è una meraviglia che sa di pagine polverose e di vecchie librerie.
Quello che avevo scritto di questo libro, Caro scrittore in erba di Gianluca Mercadante, mi aveva attirato qualche critica in zona commenti. Alcune sensate, alcune meno. Checché se ne dica, la mia non è stata una stroncatura. È stata una lettura leggera e divertente, e sulla scrittura non avevo nulla da eccepire. Solo, avevo voluto dire la mia su un comportamento che non avevo gradito e su un lato che emergeva, volente o nolente, dai personaggi dell'autore. Ma il libro in sé non mi è dispiaciuto, anzi, quindi se avete voglia di leggere le peripezie di un autore italiano, consiglio di dare un'occhiata.
Angel di Elizabeth Taylor mi era piaciuto veramente ma veramente un sacco.. La storia di una scrittrice di romanzi rosa la cui preparazione è assai carente e che vive in un mondo tutto suo, dipingendosi continuamente illusioni davanti agli occhi.
Sul mio comodino stazionano felicemente, tuttora intonsi, ma non vedo l'ora di metterci le manacce – è periodo di studio, la saggistica non mi aiuta – Storia di uomini e di libri – L'editoria letteraria italiana attraverso le sue collane di Gian Carlo Ferretti e Giulia Iannuzzi, La quarta rivoluzione – Sei lezioni sul futuro del libro di Gino Roncaglia e Il mestiere di scrivere di Luisa Carrada. Non li ho ancora approcciati, quindi non posso dirne molto. Ma posso almeno notificarne l'esistenza.
Guai a me se mi dimentico di citare e consigliare violentemente La scrittrice criminale di Marina Morpurgo, di cui avevo parlato qui. Davvero, è stata una lettura divertentissima. E sommamente librosa.
La principessa sposa di William Goldman è una meraviglia e deve essere letto. Punto. Lo consiglio visceralmente. La cornice è quella di un uomo adulto che legge una favola al figlio, ma decide di cambiarla mentre la racconta. Ma la cornice non è nulla, la storia in sé è stupenda. E divertente. E assurda. E così fantasiosa e bizzarra... beh, comunque ne chiacchieravo qui.
La città dei libri sognanti di Walter Moers. Altra meraviglia che non si può non leggere. In Germania è considerato uno scrittore per ragazzi, coi suoi tomi gonfi di parole difficili e mondi bizzarri, mentre qui si applica la postilla 'dagli 11 anni' a libri di un centinaio di pagine, metà di figure e con un carattere grandezza 20.
Mi era partita la vena polemica, chiedo venia. È stato molto poco natalizio.
Dicevo, Moers è un genio, i mondi che disegna – e li disegna effettivamente – sono assurdi, fantastici e meravigliosi. Non è possibile chiacchierarne diffusamente in un post che è poco più di un elenco, ma vi ingiungo di dare un'occhiata e giudicare da voi.
Le illusioni perdute di Honoré de Balzac narra le vicende di due ragazzi, entrambi amanti delle lettere, uno dei quali intende diventare scrittore e fa di tutto per riuscirci, a Parigi. Non posso rendere l'idea qui, ma posso giurare che si tratta di un capolavoro. Non so se di Balzac preferisco questo o Papà Goriot. Vorrei che fosse più semplice reperire le sue opere, però. In catalogo se ne trovano giusto 4-5. Forse.
E direi che la finirò qui, in bellezza, con Balzac.

Spero di essere stata un minimo utile, e spero anche di riuscire a sbrigarmi coi prossimi post 'All I want for Christmas'.
Io intanto ho già ricevuto due libri e non posso aprirli fino al 24 sera. Dio, che sofferenza. Tra l'altro presumibilmente sono stata io a richiederli espressamente, ma ne chiedo talmente tanti che finisco per dimenticarmene, così poi non ho idea di quello che finirò per ricevere.
Che non è una brutta tattica, se volete provare il brivido della sorpresa evitando le brutte sorprese.
Ma diamine, io voglio sapere che libri sono.

sabato 13 dicembre 2014

Pashazade di Jon Courtenay Grimwood

Dovreste vedere la pila di libri finiti da recensire, quella che tengo accanto al computer. Si è fatta altina. Sopra, una manciata di libri finiti da poco, in basso altri che, per gravità o per caso, attendono da mesi di essere oggetto di un post, così da poter essere spostati sugli scaffali. Non si illudano poi di approdare in porti più salubri e organizzati, pure gli scaffali sono strabordanti e pieni di pile. Ma questo i libri non lo sanno. Si preparino a un'amara scoperta.
Pashazade di Jon Courtenay Grimwood, tradotto da Chiara Reali, terza pubblicazione della Zona 42, attendeva in mezzo alla pila. Il peso dei libri che lo schiacciavano non è riuscito ad attenuare il rigonfiamento delle pagine, laddove un temporale le ha infradiciate.
Ordunque, trattasi del primo romanzo ucronico che leggo. Dicasi ucronica una storia ambientata nel nostro mondo, nella quale però un avvenimento storico ha preso tutt'altra piega. In questo caso, la Seconda Guerra Mondiale non ha mai avuto luogo, l'Impero Ottomano non si è mai disgregato, gli equilibri mondiali non corrispondono ai nostri.
Se volessi chiacchierare della trama affidandomi all'ordine cronologico parlerei di Ashraf al-Mansur – o ZeeZee o Raf, a seconda del momento – che è appena arrivato a El Iskandryia, in Egitto. Sotto l'effetto di droghe, scombussolato, maleodorante.
Se invece mi andasse di collegarmi all'ordine in cui la storia è raccontata, parlerei dell'ispettore americano Felix che studia il cadavere di una donna, appena ritrovato nella madrasa di al-Mansur. E poi dovrei indietreggiare di pochi giorni, osservando Ashraf a El Iskandryia, fino a trovarmi al punto di partenza, al suo arrivo. Da lì in poi, si tratta di pochi capitoli, la storia filerà regolarmente.
Uno dei motivi per cui Ashraf si trova in Egitto è la macchinazione di una lontana zia che vuole vederlo sposato alla figlia di una famiglia ricchissima. Non che Ashraf o la suddetta figlia, Zara, siano particolarmente d'accordo. Ashraf è quello che è, confuso e pieno di ombre, con la volpe in testa che gli parla e gli dice cosa fare. Zara ha studiato all'estero e avrebbe anche voluto rimanerci, e frequenta di nascosto la parte più mondana e ribelle di El Iskandyia. Ma il rapporto tra Raf e Zara non è importante, ai fini della trama. È importante la piccola Hani, la nipote di zia Nafisa, la donna che ha portato Raf in Egitto. È importante l'omicidio della donna nel primo capitolo, sono importanti le indagini dell'ispettore Felix, e soprattutto quelle di Ashraf. È interessante, più che importante, il passato di Ashraf, quello che ha determinato la sua fuga. È importante il padre di Ashraf, da cui ha ereditato lo status di Pashazade, tanto alto da essere quasi intoccabile a El Iskandryia.
Mi piace come Grimwood ha analizzato le possibilità di evoluzione dell'Impero Ottomano – e del mondo intero – a partire da un binario spostato nella nostra linea temporale. Il mondo che racconta è plausibile, anche coi suoi personaggi sopra le righe e la sua scienza un po' superiore alla nostra. El Iskandryia è una città piena di contraddizioni, di distanze immense determinate dalla posizione sociale, di minaccia e criminalità e di discoteche sotterranee. Viene da chiedersi cosa succederà a El Iskandryia tra dieci anni.
Tolta la questione ucronica, è più un thriller che un romanzo di fantascienza. Solo che oltre a non sapere cosa è successo alla donna uccisa, si aggiunge la curiosità per il luogo in cui si sviluppa la storia. Direi che gli elementi, in questo senso, sono davvero ben dosati.
Quindi, lo consiglio? E vorrei vedere. Certo che sì. Plurimamente.

martedì 9 dicembre 2014

All I want for Christmas is... BOOKS! - Libri sui Libri

Da ieri c'è un bellissimo albero di Natale nel mio salotto. No, non quello della foto. Quello l'ho trovato su Internet. Ad ogni modo, la presenza di un qualsiavoglia segnale natalizio mi è fonte di inenarrabile gioia. Non ha senso nascondere la foga natalizia che mi prende ogni anno, infatti neanche ci provo. Sfoggio il mio spirito natalizio come una cannellosa corazza contro i mali del mondo.
più o meno. In massima parte, canticchio 'Let it snow'.
Ordunque, l'anno scorso avevo inframezzato i post di dicembre con qualche post di consiglio sugli acquisti natalizi, setacciando i generi alla ricerca di libri 'adeguati' ai diversi gusti.
Qui le varie puntate: fantastico, horror, fattore LOL, bambini e classici.
Quest'anno i consigli saranno un tantinello più... beh... a caso. Intanto, oggi comincio coi libri che parlano di libri, che da qualche anno escono a vagonate, e di cui non ho letto che una minima frazione, ma di cui innegabilmente vado ghiotta.

Inizio con il libro che sto leggendo, I cacciatori di libri di Raphael Jerusalmy, tradotto (assai bene, per quel poco che posso capirne, essendo tradotto dal francese) da Federica Alba e pubblicato da e/o pochi mesi fa. Denoto, e ciò è palese, che la copertina è stupenda, tra le mie preferite in assoluto. E come colori, è anche un pelo natalizia.
La trama... beh, lo sto ancora leggendo, quindi non mi è dato di entrare nello specifico, ma narra le vicende di François Villon, poeta e farabutto, ambientate alla fine del Medioevo. La stampa è stata inventata, e la possibilità di diffusione che comporta è merce ghiotta per il sovrano di Francia. François e un amico sono incaricati di prendere contatto con Johann Fust, collega di Gutenberg, e poi di imbarcarsi verso Gerusalemme, in cerca di testi rari, e poi... e così via. Abbiate pietà, sono ancora a un terzo del libro. Ma è scritto – e tradotto – davvero bene, con cura e dovizia di particolari. È una lettura 'bella', oltre che interessante. C'è amore per le parole, oltre che per i libri.
Della serie di Thursday Next di Jasper Fforde ho già chiacchierato qui, e con estremo entusiasmo. È una lettura imprescindibile per i bibliofili, è il nostro mondo ideale, quello in cui i libri sono più che importanti, vitali. E poi è divertentissimo. E surreale. E... no, dai, è fantastico. È da leggere.
I ferri dell'editore di Sandro Ferri non è narrativa, ma la casa editrice e/o raccontata dal suo creatore. È un libro breve, che ho divorato in poche ore. Ferri adora i libri e la propria casa editrice, si vede. Svela qualche retroscena editoriale, e chi ha voglia di saperne un po' di più, farebbe bene a procacciarselo.
Non è narrativa neppure Come finisce il libro di Alessandro Gazoia, di cui mi sono sperticata in lodi qui. L'editoria e le sue mutazioni post-digitali, un sacco di chicche e di informazioni più che interessanti. Assolutamente consigliato.
Libriomancer di Jim C. Hines, edito il mese scorso da La Ponga Edizioni, ho finito di leggerlo pochi giorni fa. È quello che mi verrebbe da definire un urban-literary-fantasy, perché la magia di cui parla viene dai libri. Cioè, prende forza dall'immaginario collettivo, di cui i libri sono le porte. È svelto, scorrevole, combattimenti improbabili e un sacco di citazioni. Un bel libro, il primo di una serie che spero continui ad essere tradotta in italiano. Non posso però non fare cenno alla traduzione piena di errori, e a una buona dose di refusi, che spero gli editori correggano nelle ristampe.
Il baco da seta è il secondo libro della serie di gialli di Robert Galbraith, pseudonimo di J. K. Rowling. Del primo volume avevo parlato qui, ammettendo che non mi aveva lasciata proprio soddisfattissima. Non che fosse un brutto libro, ma dalla Rowling mi aspettavo di meglio. Mi aspettavo questo libro, che mi è piaciuto veramente un sacco, che non riuscivo a smettere di leggere. E le cui indagini si intrecciano col mondo editoriale, con le sue stranezze, le sue bassezze, i suoi personaggi bizzarri quando non indegni. Lo consiglio estremamente, ma prima sarebbe d'uopo recuperare anche Il richiamo del cuculo.
Crune d'aghi per cammelli di Maria Silvia Avanzato, edito da Fazi, è il racconto tragicomico di un'aspirante scrittrice ossessionata dall'idea della pubblicazione. Ne chiacchiero un po' più diffusamente qui.
Sarebbe imperdonabile non parlare di Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Un capolavoro del meta-romanzo. E un capolavoro in generale, punto. Una storia che si dispiega tra gli incipit, attraverso la ricerca di una trama che sembra irrintracciabile. È stupendo, e ne ho chiacchierato meglio qui.
E credo che sia il caso di finirla qui. Per adesso, almeno. Mi rendo conto di aver ancora un sacco di libri sui libri da consigliare, ma non amo i post troppo lunghi, men che meno quando sono io a scriverli.
La seconda parte incombe, ovviamente.
Ed ora, con estrema gioia, torno a I cacciatori di libri.

sabato 6 dicembre 2014

La felicità delle piccole cose di Caroline Vermalle

Ieri sono stata a scegliere le nuove decorazioni dell'albero insieme a mia madre. Che magari non è proprio l'incipit più adatto per una recensione, però volevo farvi partecipi della mia immensa gioia. Inoltre, credo che La felicità delle piccole cose di Caroline Vermalle, tradotto da Monica Pesetti e edito da Feltrinelli, sia uno dei libri più natalizi che io abbia mai letto in tutta la mia vita. Non che ne abbia letti poi molti, e di questo mi rammarico, perché per me l'atmosfera natalizia è una droga. Inizio ad ascoltare White Christmas da novembre, e se a qualcuno venisse in mente di scoperchiarmi il cranio, vi troverebbe un tripudio di cannella e luci colorate. Non che me lo auguri.
Dunque, questo libro mi è stato gentilmente inviato dalla casa editrice, cosa di cui sono assai grata, perché altrimenti dubito che l'avrei scelto in libreria, anche se effettivamente è il tipo di libro di cui a volte ho bisogno. Le volte in questione sono i periodi in cui devo preparare degli esami, quelli in cui mi sento un po' giù, o semplicemente tra un libro 'impegnato' e l'altro.
Per me, La felicità delle piccole cose è un film di Natale. Ma veramente. Ha l'atmosfera, il linguaggio, il calore di una pellicola da Vigilia. E trovo che sia stata una scelta inconsueta, quella di unire questa atmosfera e questo linguaggio svelto e leggero al sottofondo della trama. Pensavo di avere tra le mani un libro molto diverso, quando l'ho iniziato. La stessa storia si sarebbe potuta raccontare con tono grave, lenti sospiri di rassegnazione, stanze buie e stagnanti di rimorso. E invece è una favola.
Ma magari inizio a parlare della trama.
Dunque, ci sono due linee narrative, quella dell'avvocato di successo Frédéric Solis e quella della sua segretaria, Dorothée. Il primo è ricchissimo, ma indebitato a causa della sua passione per i paesaggi innevati degli impressionisti, che lo porta a spendere centinaia di migliaia di euro alle case d'asta. La seconda studia legge, lavora troppo, adora la sorella maggiore e nonostante il percorso di studi vorrebbe in realtà fare la pasticcera. Capita che Solis riceva una strana eredità, una specie di percorso a tappe per poter ricevere qualcosa che sembra presentarsi come un quadro. L'avvocato chiede a Dorothée di fare ricerche sull'uomo, un totale sconosciuto, che gli ha lasciato una scatola che racchiude una mappa e qualche biglietto del treno, e così anche lei si ritrova invischiata con la faccenda.
Il modo in cui gli eventi si mettono in moto ha un che di meccanico, all'inizio, e mi è capitato di storcere la bocca per poi ricredermi. La macchinazione interna è ben congegnata, e la storia svelata dalle ricerche di Dorothée e dai ricordi di Solis non è esattamente la zuccherosa favola di Natale tutta canditi e campanelli che si sarebbe portati a credere.
Il tono è... beh, quello di una favola di Natale. Allegro, veloce, ingenuo. Molto francese. Un po' troppo leggero per i miei gusti, ma beh, de gustibus. Anche se devo dire che ho apprezzato la discrepanza tra ciò che viene raccontato e il modo in cui è stato raccontato.
Ordunque sì, è un libro che consiglio a chi brama un po' di atmosfera natalizia, un libro leggero senza che non sia anche tralasciabile.
(Ho una voglia di fare l'albero che non riesco neanche a esprimerla a parole.)

lunedì 1 dicembre 2014

Kajal e birra calda

Temo sia ormai assodato, che coi titoli non ci so proprio fare. Né il kajal né la birra calda hanno un vero e proprio ruolo in questo racconto, ma non sapevo proprio a quale altro elemento ancorarmi. Che dovevo fare, chiamarlo 'Streghe e vampiri'? 'Congreghe deludenti e vampiri spocchiosi'?
Ad ogni modo, posso solo augurarmi che la lettura non abbia effetti collaterali.

...

È normale che le persone cambino, nel corso del tempo. O che diventino persone completamente diverse, dopo che la loro vita ha subito uno stravolgimento. Ma per quanto potesse trovarlo obiettivamente ragionevole, Amelia non riusciva ad accettarlo. Non quando quello che era stato per anni il suo migliore amico saltava fuori con l'idea di cambiare nome in maniera così ridicola.
  • Senti – sospirò, sporgendosi in avanti sul traballante tavolo di plastica. Lui era già sulla difensiva, le braccia incrociate al petto, le labbra strette – Non puoi chiedermi di non trovarlo ridicolo. Non sei neanche mai uscito dall'Italia, che mi sta a significare 'Jean-Jacques'?
  • Una volta sono stato in Francia. - borbottò Ettore 'Jean-Jacques', abbassando il viso. I precisissimi boccoli biondi gli ricaddero sulla fronte, velandogli appena lo sguardo.
  • In gita scolastica. - puntualizzò lei, lasciandosi ricadere indietro sullo schienale del divano mezzo sfondato – E comunque non è un argomento valido. Hai un accento che sembri uscito da un film di De Sica, ti pare possibile andarti a presentare come Jean-Jacques? Ti prenderanno per il culo da qui all'infinito.
  • Non è che come Ettore mi stia andando meglio. - sbuffò lui, lanciando un'occhiata alla vetrina accanto a loro. Si ravviò i capelli, prima di tornare a posare lo sguardo su Amelia, che lo fissava disgustata – Cosa?
  • Non ti rendi neanche conto di quanto ti abbia cambiato, vero?
  • Che cosa? Jean-Jacques era solo un'idea...
  • Tutto. Tutto. È da quando sei diventato un vampiro che hai iniziato a trasformati in un... un tronfio snob che passa ore ad arricciolarsi i capelli allo specchio. Dio, se solo fosse vero che non potete specchiarvi.
  • Abbassa la voce. - sibilò lui, lanciandosi occhiate dietro le spalle. Ma erano rimasti gli ultimi avventori del locale, a parte l'anziano imbacuccato a cinque tavoli di distanza da loro.
  • Ammetti che sei cambiato, abbi il coraggio di quello che sei diventato.
Ettore aprì la bocca un paio di volte, senza dire nulla. Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, che ora poggiavano sul tavolo dalla vernice scrostata. Erano mesi che non tornava in quel locale con Amelia, nonostante un tempo vi passassero intere nottate, persi a chiacchierare del mondo che si era svelato ai loro occhi, o di quello che sospettavano che fosse.
No, non era vero, si corresse Ettore. Parlavano anche di altre cose. Di musica, di film, di fumetti. Quant'era che non entrava in una fumetteria? Non riusciva a ricordarselo. Da quando Vittorio l'aveva trasformato era diventato tutto così diverso, veloce, fuggevole. C'era quella brama di sangue che lo distraeva per ore, dopo il risveglio, e la sua immagine allo specchio, così perfetta, che lo incantava. E c'erano tutti i membri del loro Circolo, tutti così forti, antichi, interessanti, perfetti nei loro abiti così belli e stravaganti. Non voleva essere da meno, non voleva essere Ettore con gli occhiali dalle lenti spesse e i vestiti spiegazzati di fronte a loro. Voleva essere il raffinato Jean-Jacques, con la camicia candida e le scarpe di vernice.
  • Sono cambiato. - ammise, senza osare alzare lo sguardo – Lo so benissimo anch'io che sono cambiato. Sto cercando di... non lo so.
Si passò le mani sul viso, e si tirò indietro i capelli. Un attimo dopo si diede dell'imbecille per averlo fatto, una piega così perfetta rovinata da un momento di distrazione, ma si impose di non osservare il proprio riflesso.
  • Sto cercando di abituarmi alla mia nuova vita. Non è facile, è tutto così diverso... ma vorrei essere accettato.
  • Posso essere del tutto sincera?
  • Come se potessi impedirtelo.
  • Cheppalle, Ettore.
  • Ma...
  • Quando mai hai avuto bisogno di essere accettato dal gruppo? Giravi con dei maglioni che parevano un rave di tarme, ti pestavano un giorno sì e l'altro pure, e adesso non riesci manco a tenerti il tuo vero nome per fare colpo su un branco di redivivi con la puzza sotto il naso? Dio, è così squallido.
Ettore strinse le labbra e distolse lo sguardo. Erano amici da tanto, troppo tempo perché potessero litigare per motivi tanto futili. Era stato stranamente facile dire addio a tutti i suoi vecchi amici – non che fossero molti – ed era ormai chiaro che per la sua famiglia era morto. Forse era per questo che ci teneva così tanto, al suo legame con Amelia. Aveva bisogno di qualcosa che lo tenesse ancorato al mondo dei viventi, degli umani. O delle 'bestiole', come li chiamava Eloisa, di tanto in tanto, per farlo irritare.
  • È un gruppo di cui dovrò far parte per molto, molto tempo. - sospirò il vampiro, tamburellando piano sul tavolo – Non penso che tu possa capire.
  • Ah, certo. Figuriamoci. L'eternità che si dispiega innanzi agli Iniziati del Sangue. Che posso capirne, io, nella mia umile carne mortale. - bofonchiò lei, portandosi il boccale di birra alle labbra. Fece una smorfia trovandola calda.
  • Beh, sì, è così. - ammise lui, alzando lo sguardo – Mi spiace dirtelo, ma è così.
Amelia sospirò con forza. Si passò una mano sulla fronte e posò piano la birra sul tavolo. Faceva schifo. Ora che Ettore aveva ammesso di essere cambiato, la sua irritazione si era dissolta, così come la sua voglia di punzecchiarlo sui non-morti e le loro bizzarrie. Sperava in una reazione diversa. Non riusciva più a fare imbestialire Ettore come quando erano entrambi umani, quando bastava un commento sarcastico per farlo saltare come un grillo con le zampe in fiamme. Forse Ettore non riusciva più a rispondere alle sue prese in giro con altre prese in giro perché la vedeva già morta, di lì a pochi decenni, quando lui sarebbe stato ancora giovane e indistruttibile. Forse per lui era già morta, in quanto mortale.
  • Non voglio litigare. - sospirò infine, allungando la mano sul tavolo. Ettore la raggiunse prontamente, stringendola. Amelia fece del suo meglio per non rabbrividire a quel contatto gelido.
  • Neanch'io. Sono secoli che non ci vediamo, non mi hai ancora detto niente della Congrega.
Amelia storse le labbra e tergiversò, arrivando a buttare giù un sorso di quella birra disgustosa.
  • Beh. Vorrei poter dire che il problema non sono loro, sono io. Ma sticazzi, sono proprio loro. Sono noiosissime. La Congrega dei Mille Fottutissimi Segreti.
  • Tipo?
Amelia si aggiustò meglio sul sedile, facendolo scricchiolare. Si guardò intorno, controllò che il barista fosse lontano e che stesse pensando ad altro, che l'anziano avventore stesse ancora dormendo dall'altro lato del locale, poi si sporse in avanti sul tavolo e iniziò a lamentarsi.
  • Tipo – sussurrò – Il fatto che non ci viene spiegato praticamente nulla. Devi studiare con precisione assoluta come un certo rituale vada eseguito, ma non ti dicono perché. Perché, ho chiesto l'altro giorno, la ciotola d'acqua dev'essere ruotata in questo modo? Perché deve essere di legno e non di rame? Ti credi che mi abbiano risposto? Col cavolo, mi hanno guardata come se avessi chiesto se potevo partecipare al rito con le mutande di Superman. E le altre adepte! Come se fossi la scema della classe. Fottutissime hippie.
In un altro momento, Ettore avrebbe fatto notare ad Amelia che non aveva mai avuto nulla contro gli hippie, ma decise di astenersi, limitandosi a darle delle piccole pacche sulle mani artigliate al tavolo.
  • E le streghe più anziane devi chiamarle 'Madre'! E le altre, 'sorelle'. Ma sono insopportabili e noiose e stupide... ce n'è una che arriva in anticipo di mezzora per fare esercizi di concentrazione e neanche ti saluta quando arrivi. E c'è quella che si è fissata che vuole la bacchetta di legno di vite perché è così che ce l'ha Harry Potter, e ancora non è riuscita a fabbricarsene una!
  • La bacchetta di Harry è di agrifoglio, non di vite.
  • Allora sarà di un altro personaggio, chi se ne frega, non è quello il punto. Il punto è che sono una dannatissima Congrega di streghe e non ce n'è una che non sia totalmente rimbambita o noiosa come la morte.
Sbuffò, accaldata, e bevve un altro sorso di birra. Si gettò all'indietro contro lo schienale, rischiando di sfasciarlo, e incrociò le braccia al petto.
  • Sto pensando di mollare. Di cercami un'altra Congrega. - buttò fuori alla fine.
  • Non dire cavolate, ti ci sono voluti secoli per entrare in questa. Non ne troveresti un'altra così facilmente. E non è detto che ti piacerebbe trovartici.
Lei replicò con un'alzata di spalle, e dedicò il proprio sguardo al mondo immobile oltre la vetrina del locale. Roma era buia e ferma, a quell'ora. Erano quasi le due di notte, e il giorno dopo si sarebbe dovuta alzare presto per andare a raccogliere delle erbe 'importantissime' insieme alle streghe 'sorelle'. Dopodiché sarebbe dovuta correre a lezione, e poi a studiare per il rituale che avrebbe avuto luogo pochi giorni dopo. Rilassò le spalle in un lento sospiro.
  • Non era così che me l'immaginavo.
  • E io non mi immaginavo di farmi prendere in giro da un gruppo di redivivi con più kajal che anima perché mi chiamo Ettore. E guarda un po' – allargò le braccia, agitandole in modo che dalle maniche della giacca di pelle spuntassero i polsini ricamati – Pizzo!
  • Cristo. - fece lei, impressionata – Non credevo fossi già arrivato a questo punto.
  • Forse ho esagerato. Mi ha preso in giro perfino Vittorio.
  • Beh, ha ragione. - annuì lei, accennando agli sbuffi di pizzo – Dalle magliette dei Nirvana al conte di Fersen.
  • Già. - fece lui – Facciamo così, io tento di recuperare un minimo di me stesso in mezzo a tutti questi pizzi, e tu fai del tuo meglio per iniziare a interagire positivamente con la tua Congrega. Ci stai?
  • Beh...
  • Se non ci stai, da domani dovrai chiamarmi Jean-Jacques.
  • Allora ci sto. Ma solo per il tuo bene.
Si salutarono pochi minuti dopo, sollevati per essersi saputi ritrovare nonostante le divergenze. Ettore si era offerto di riaccompagnarla a casa, ma Amelia non sarebbe mai riuscita ad accettare che l'amico esile che aveva difeso così tante volte fosse diventato una piccola macchina da guerra in potenza. E poi le andava di passeggiare da sola, per ripensare a quanto si erano detti, per studiare in che modo avrebbe potuto presentarsi il giorno dopo all'incontro con le sorelle. Aveva un disperato bisogno di argomenti di conversazione. Vedeva le sue sorelle scambiarsi quotidianamente le foto dei loro gatti e ricette di cucina crudista. Una andava matta per Jane Austen e aveva chiamato il suo famiglio Darcy. C'era l'adoratrice di Harry Potter, con la quale avrebbe potuto tentare un approccio, se non avesse temuto di non riuscire più a scrollarsela di dosso. Un'altra, la secchiona della meditazione, sembrava disprezzarle tutte allo stesso modo, e forse era con lei che avrebbe trovato più punti in comune. Avrebbe potuto studiare con più attenzione le caratteristiche delle piante che avrebbero raccolto il giorno dopo, e buttare qualche osservazione arguta.
Tornata a casa, si infilò sotto le coperte senza neanche accendere la luce. Programmò la sveglia alle sei, e gettò i vestiti e i buoni propositi in fondo al letto. Accarezzò l'idea di non presentarsi affatto all'incontro con la Congrega, di restarsene a letto a crogiolarsi nella propria pigrizia, ma sapeva che sarebbe strisciata fuori dalle coperte al primo trillo della sveglia. Se Ettore avesse cambiato davvero il suo nome in Jean-Jacques, sarebbe stata costretta a debellarlo dalla rubrica del telefono.