mercoledì 16 aprile 2014

Intervista a Luca Tarenzi

A questo post tengo molto. È la seconda intervista di uno scrittore che pubblico e sono contenta che sia di Tarenzi. Oddio, mi spiace non essermi 'allenata' abbastanza con le domande, prima. A ben vedere ne ho fatte poche di pregnanti, ma vabé.
Ho già chiacchierato dei suoi libri qui, qui e qui e ho fatto cenno alla sua estrema simpatia qui. Non so quanto sia lecito sbrodolarsi in lunghe tirate gonfie di ammirazione, prima di pubblicare un'intervista. Ovvio che se non adorassi i mondi che crea e se non intendessi consigliarli con tutto il mio essere, neanche l'avrei intervistato. Posso dire giusto che è uno dei pochi scrittori, soprattutto di urban-fantasy, che sarei lieta e fiera venissero esportati all'estero?
Cominciamo, va'.



Una piccola presentazione?

Cioè devo presentare me stesso?...
Tappo. Teinomane. Ciclotimico. Stonato. 38 anni all’anagrafe, la metà ai test sull’età mentale. Ho il cellulare sempre in mano. Faccio complimenti imbarazzanti. Rido a voce troppo alta. Guardo il sedere alle ragazze. Mi rado una volta a settimana. E non mi pettino mai. Proprio mai.

Quando hai iniziato a leggere?

Da bambino, principalmente per merito di mia madre. Ma a conti fatti non poi così presto: credo di aver letto il mio primo libro intero verso gli 11 anni.

Quando hai scoperto il fantastico?

Nello stesso momento: il libro di cui sopra era La storia infinita. Subito dopo è venuto La spada di Shannara di Terry Brooks. Tolkien ha dovuto aspettare la fine delle medie :-P

Scrittori di riferimento?

Quando ero agli inizi Michael Moorcock, Stephen Donaldson, Neil Gaiman (sempre sia lodato! ND Leggy), Ursula LeGuin, Gene Wolfe e William Gibson. Oggi anche Jim Butcher, Rick Riordan, Jim C. Hines e quello straordinario genio incompreso che è L. Jagi Lamplighter.

Cosa pensi della situazione del fantastico in Italia? Vedi spiragli?

Come tra le sbarre di una cella. Sbarre molto strette.
In questo momento nel nostro paese la situazione è difficilissima per l’editoria in generale e per il fantasy in particolare. Se mi mettessi a dare i numeri delle vendite, dareste i numeri anche voi. Oppure scuotereste la testa col sorrisetto cinico di chi-lo-aveva-sempre-saputo.
Per contro, nella mia esperienza consapevolezze di questo genere non hanno mai scoraggiato nessuno dal continuare indefessamente a scrivere, né gli autori pubblicati né gli aspiranti in cerca di pubblicazione. C’è chi la chiama follia (o stupidità), e c’è chi ricorda che quasi chiunque abbia avuto successo nella storia umana era un povero pazzo prima di avere successo.
Quelli che non lo hanno avuto sono rimasti poveri pazzi.

Quando hai capito che volevi scrivere davvero?

Mai.
Se la domanda fosse “Quando hai iniziato a scrivere?” la risposta sarebbe “Tardi: a 27 anni suonati”. E nemmeno allora sapevo bene se volevo farlo o no (e non lo dico tanto per dire, è così).
Oggi per la verità ho smesso di farmi la domanda. Scrivo perché è una (bella) parte del mio lavoro, e una delle poche cose che… ops stavo per dire “che so fare”. Ma una cosa del genere non la posso e non la devo giudicare io.
(Nono, lo sai proprio fare. Vai tra'. NdLeggy)

Che ruolo hanno avuto i tuoi studi universitari nella scrittura?

L’università e la laurea in Storia delle Religioni, più che una causa, sono state una specie di logica conseguenza di una fissa per gli dèi, gli angeli, le magie, i mostri che mi porto dietro da... forse dal primo libro di mitologia che mi hanno messo tra le mani da bambino. Quando è stato di preciso non lo so, ma prima de La storia infinita che citavo sopra.
Quindi un sacco di tempo fa, ahimè... (si scrocchia un po’ le giunture indurite dall’artrosi).
È altrettanto vero, comunque, che l’università mi ha messo in condizioni di avvicinare tutte queste materie con un occhio più scientifico e più maturo... ovvero capire cosa è fico mettere nei romanzi e cosa mandare a quel paese anche se è scientificamente corretto!

È cambiato il tuo rapporto coi libri degli altri, quando anche i tuoi hanno cominciato ad apparire sugli scaffali delle librerie?

Sinceramente?
Ma proprio proprio sinceramente?
Evviva, adesso ho più soldi da spendere per comprare libri!”
Scherzi a parte no, non è cambiato granché. Continuo a pensare che gli autori che amo siano mooolto più bravi di me, e a cercare le cose che mi incuriosiscono di più. Pubblicare è un’innegabile soddisfazione (più per l’ego che per il portafogli, se sei un autore fantasy italiano), ma a quel punto i problemi della tua vita di autore non sono risolti: cominciano.

Come traduttore, come sono state le tue esperienze?

Dall’orrido al sublime.
Nel 99% dei casi un traduttore non sceglie cosa tradurre: prende un lavoro che gli viene proposto o assegnato, come qualunque professionista. Dunque mi sono trovato tra le mani libri che avevo già letto di mia iniziativa, libri che non conoscevo ma che sono stato felice di scoprire e libri che non avrei mai avvicinato in vita mia (immancabilmente a ragione).
Ho tradotto cose molto divertenti come La valle degli eroi di Jonathan Stroud (Salani) o realmente affascinanti come Più nero della notte di Ian Tregillis (Asengard, in uscita in questi giorni), e cose che non citerò perché non sono orgoglioso che portino il mio nome nella prima pagina...
In generale tradurre è un’ottima esperienza per chi vuole scrivere: ti costringe a guardare la tua lingua attraverso le lenti di un’altra, e a capire come far collimare – senza violarla – l’espressività di un altro scrittore con la tua.

Che significa per te scrivere?

Domanda difficile.
E non perché la risposta sia nascosta nei meandri segreti della mia psiche, ma molto semplicemente perché, come dicevo sopra, tendo a non pormela da solo.
Scrivere è un lavoro, ogni tanto una fissa, a volte un piacere, spesso uno sfogo e nello stesso tempo una fonte di incazzatura, quasi sempre una disciplina, quasi mai una soddisfazione.
Ma a conti fatti non è una cosa che abbandonerei. Non in questo momento della mia vita.

Che cosa conta di più per te in un libro? Cos'è che giudichi più importante?

Che ti ipnotizzi. Il resto non conta.
O meglio, il resto – lo stile, la forma, il linguaggio, le odiose saccenti regolette e via dicendo, ovvero tutto quel che si può riassumere in “scrivere bene” – è finalizzato a questo e a questo soltanto: che una storia scritta riesca a ipnotizzare il lettore. Nel caso qualcuno ci riesca anche senza l’apparato di cui sopra, va benissimo lo stesso.
A meno che non si vogliano scambiare i fini coi mezzi, nel qual caso si parla di “feticismo scrittorio”, che tutta un’altra malattia.

Ci sono le critiche costruttive e quelle campate in aria. Ti è mai capitato di riceverne di assurde?

Hai voglia!
Le migliori sono sempre quelle di chi ti dà seriamente l’impressione di aver letto un libro diverso da quello che hai scritto (e che chiunque altro ha letto, beninteso). E non parlo tanto di quelli che criticano episodi o dialoghi o scene che nel tuo libro NON CI SONO – succede davvero, non scherzo – quanto piuttosto di quelli che mentre leggono il tuo libro ti interpretano l’interno del cranio. “È ovvio che con questa scena stavi cercando di aggiungere il tal effetto, ma non ci sei riuscito per questo o quell’altro motivo”. “È evidente che con questo personaggio volevi esprimere la tal cosa ma, povero te, non ne hai la capacità”.
Se fai notare che queste interpretazioni sono “ovvie” ed “evidenti” solo al tuo interlocutore, visto che non solo a te non sono mai passate per l’anticamera del cervello ma anche che nessun altro dei tuoi lettori, che tu sappia, le ha mai pensate, ti senti rispondere dal critico di turno che “lui sa veramente quel che tu pensi, gli altri sono lettori comuni, non capiscono nulla”. Dico sul serio.
A questo si può aggiungere che, nella mia esperienza personale, le uniche critiche costruttive arrivano da persone di cui ti fidi e in privato. Diffidare per principio di qualunque critica pubblica è un’ottima regola generale.
Non leggerle proprio è una regola ancora migliore.

In 'Quando il diavolo ti accarezza' compare un mercato che mi ha ricordato molto quello in Nessun dove di Gaiman. È una citazione voluta?

È una mia interpretazione di tante scene simili che ho incontrato in libri, film e fumetti. Sicuramente c’è dentro Gaiman, ma anche Grant Morrison, Tim Powers, Ekaterina Sedia, Hellboy e sequenze che mi vengono dai giochi di ruolo. A dirla tutta, però, il principale riferimento consapevole era a Something from the Nightside di Simon Green.

Si possono avere anticipazioni sul prossimo libro?

Discariche.
Veleno.
Spade di lamiera.
Pericolosissimi gabbiani.
(Ah, ecco perché a maggio passi da La Spezia, vieni a fare ricerche sul campo. ND Leggy)
Un casus belli che qualcuno ha buttato via.
E alcuni personaggi metricamente svantaggiati.

Ci sono dei piccoli rituali che segui, quando devi metterti a scrivere?

Non quando inizio ma quando ho finito: un po’ di silenzio e un pensiero al piccolo Spirito domestico che supporta il mio lavoro.

Com'è andata con gli editori?

Come a tanti.
Inizi pubblicando con uno piccolo (al tempo in cui ho iniziato io era meno arduo di adesso, non c’era una tale crisi), e se vai bene alle vendite ti può notare uno più grande. E intanto entri nell’ambiente e ti crei qualche contatto personale, che può sempre tornare utile (e in genere lo fa).
Poi arrivi alle pubblicazioni un po’ più grosse e scopri che i problemi sono appena cominciati.

Come stanno i tuoi animali?

Grassi, felici e mai sazi nonostante la grassezza!

Che stai leggendo adesso?

Blackbringer, un romanzo di Laini Taylor inedito in Italia – ma se vi capitano sotto mano i suoi libri tradotti in italiano leggeteli, valgono la pena! – che parla di creature fatate.
Ma l’ho appena cominciato perciò non chiedetemi ancora com’è :-P

Un consiglio a chi vuole scrivere?

Crederci. Più di quanto ci abbia mai creduto in tutta la sua vita. Crederci al di là del razionale e del sensato, con la fede pura dei mistici. Perché non esiste un momento peggiore di questo in Italia per chi scrive professionalmente o chi vorrebbe farlo. Senza esagerazioni, è tempo di eroi.
E ne servono davvero.

Fine intervista. Una lunghissima sequela di 'grazie' a Tarenzi che si è prestato, e spero che voialtri abbiate gradito. Io sì. Di molto.

domenica 13 aprile 2014

Noir

Ultimamente non faccio che lamentarmi dello studio, dell'esame e di tutto lo stress inerente. Sto diventando monotematica, oltre che lamentosa. Stavolta però accenno appena allo studio per via di un collegamento logico, poi basta, non ne dico altro. Promesso.
Dunque, ieri sera stavo rileggendo il libro di storia del cinema, e arrivo al punto dedicato al Noir. E non so bene come o perché, ma mi rendo conto che io, di Noir, non ne parlo mai. Come genere letterario, dico. Ed è strano, perché a me il noir americano piace. Anzi, lo adoro. Non ho chiaro perché non ne chiacchieri più spesso, vi avrò dedicato due-tre recensioni in tutto. Forse. Magari pure di quelle brevi.
E allora?
E allora faccio ammenda.

James Ellroy

Meraviglioso psicopatico, famoso soprattutto per la tetralogia di Los Angeles (Dalia Nera etc) e per la trilogia americana. Fissato con la storia degli USA dagli anni '40 fino ai '70, con la CIA, con la corruzione, i legami tra mafia e politica, il flagello del maccartismo. E il sangue. Tanto, tanto sangue. Il mio primo incontro con Ellroy è stato quando frequentavo il secondo anno delle superiori. Me lo ricordo perché avevo costretto due amiche ad accompagnarmi in biblioteca, una volta finite le lezioni. Ricordo che ho egoisticamente vagato per gli scaffali a lungo, prima di chinarmi a caso a leggere i titoli su uno scaffale basso e... e poi ho trovato L'angelo del silenzio. Uno dei libri più disturbanti che leggerò mai. La storia di un serial killer psicopatico narrata dal serial killer stesso, con qualche capitolo dedicato al detective che lo sta cercando. Gonfio di sangue, violenza e particolari. Bello, eh. Ma quella notte stessa ho avuto incubi terribili, e così è stato più o meno per tutto il periodo seguente, in cui mi sono messa a divorare noir, gialli e thriller. Non ho dormito decentemente per mesi, altroché.
Di Ellroy ho adorato soprattutto Il grande nulla. Un trio di detective assai diversi tra loro che si mettono sulle tracce di un serial killer terribile, con lo sfondo del maccartismo, dell'allarme comunista, la minaccia del disonore sempre pronta a calare su poliziotti, federali, gente dello spettacolo.
E... beh, Ellroy è sempre consigliato. Sempre.

Pete Dexter

Questo autore – e gli altri che seguiranno – l'ho conosciuto vagheggiando per le biblioteche di Milano, quando ancora studiavo lì. Ci passavo tutti i giorni, non facevo che prendere in prestito libri che dalle mie parti... beh, lasciamo stare. E dunque, un giorno incontro un libro di Dexter. Credo di avere iniziato con Il cuore nero di Paris Trout, o forse con Train. In ogni caso, due libri pregni, dolorosi, violenti. Personaggi imperfetti che vivono in un mondo imperfetto. Disgrazie, errori, tentativi di ammenda, di nuovo morte. Mentre Ellroy è interessato alla corruzione interna allo Stato e alla polizia, Dexter punta sul distacco tra classi sociali e, soprattutto, sulla separazione tra bianchi e neri. È anche grazie a lui che ho scoperto cos'è che succedeva in America in quegli anni.


DBC Pierre

Non è americano. L'ho scoperto poco fa, mentre davo un'occhiata alla sua pagina su Wikipedia. Pensavo di intitolare questo post al Noir americano, mi sa che devo ripensarci. Dunque, DBC sta per 'Dirty but clean'. Oook.
Ha esordito nel 2003 con Vernon God Little, la storia di un ragazzino che viene accusato di avere ucciso, insieme a un amico, 16 ragazzi nella sua scuola. Sapete, quella tradizione tutta americana.
Però non è stato lui. Tutti ne sono convinti, il processo inizia, le trasmissioni televisive incombono e lui attende il responso.
È un bel libro, straziante, marcio e crudele. Irreale, i profili della società americana contemporanea tirati fino all'inverosimile perché risultino tremendi.
E poi Ludmila in fuga. In realtà credo di aver letto prima quello. Volendo, è ancora più strano. Gemelli siamesi appena separati, una ragazza in Russia e... onestamente non è che me ricordi moltissimo. Ricordo il finale, ricordo qualche scena. Ricordo che mi era piaciuto e che l'avevo trovato estremamente disturbante.

Joe R. Lansdale

Beh, Lansdale è Lansdale. Che se ne può dire?

Elmore Leonard

Dal suo Rum punch – da poco pubblicato da Einaudi, se vi interessa – Tarantino ha tratto la sceneggiatura di Jackie Brown. È stato uno scrittore prolifico che ha saltellato tra noir e western e ha vinto un sacco di – meritati – premi. Di suo ho letto poco, giusto Killshot e Cat chaser. In realtà del secondo non ricordo moltissimo, Killshot invece mi è rimasto abbastanza piantato in testa. Un killer eccentrico fa conoscenza di un criminale molto eccentrico e si mettono in coppia. Una coppia non solo tranquilla, ma anche adorabile, viene tirata in mezzo al tentativo di truffa messa in atto dai due delinquenti di cui sopra. FBI, fughe, tentati omicidi e... beh, e quant'altro. Di questo libro mi erano piaciuti soprattutto i personaggi. Il che, detto da me, non è poco.

Edward Bunker

Dulcis in fundo. No, davvero. Non ho letto ancora molto di suo, ma quel poco che ho letto l'ho adorato. A parte il fatto che interpreta Mr Blue ne Le Iene di Tarantino – regista con ottimi gusti letterari – ha scritto Come una bestia feroce e Cane mangia cane, fervide critiche al sistema carcerario e rieducativo americano. Sia Bunker che Ellroy possono dire di aver passato un po' di tempo in prigione, quindi, diciamo, sanno di che cosa stanno parlando.
Dunque, Cane mangia cane è la storia di tre criminali. Uno pazzo, uno stronzo e violento e l'altro astutissimo. Quest'ultimo vorrebbe tentare un colpo e invita gli altri a partecipare. Però non è solo questo, perché intanto ci vengono narrate le vite di questi personaggi, il loro passato e il loro presente, i loro timori, quello che li ha spinti verso l'oltre-legalità. Un libro stupendo, punto.
E poi Come una bestia feroce. Il protagonista esce di prigione e cerca di redimersi agli occhi della legge. La legge gli sputa in faccia. Eccetera.

Fine. Ovviamente consiglio tutti i libri che ho citato, così come gli autori nel loro complesso. Noto, tra l'altro, che a parte Ellroy sono tutti pubblicati da Einaudi, il che mi fa nascere la domanda 'ma è Einaudi che si accaparra i migliori, o sono gli altri editori che se ne scatafottono?'.
Già che ci sono aggiungo che il noir è un genere i cui confini sono molto poco chiari e che, a seconda dei criteri che si decidono di usare, la lista di opere potrebbe restringersi o allargarsi a dismisura. Per me i criteri fondamentali sono l'atmosfera asfittica, un senso di ineluttabilità e il ruolo 'out-cast' dei personaggi principali.
Dio, spero che il professore me lo chieda.

Frattanto, buona domenica e buona lettura.

venerdì 11 aprile 2014

Io e gli story-world

Un giorno tornerò a dilungarmi sulle mie singole letture, ad analizzarne i contenuti, a fare paralleli tra libri e autori diversi, a interrogarmi sull'editoria e i suoi oscuri dintorni, a curiosare nelle pieghe della blogosfera letteraria. Un giorno, forse, tornerò ad essere una blogger degna di questo nome.
Ma non oggi. E non finché non avrò dato l'esame di storia del cinema. I neuroni superstiti hanno bisogno di cure e riposo, non posso farli lavorare anche a quest'ora, sennò mi si fondono e arriverò a dire al professore che Le Iene è il seguito di Red e Toby.
Evitiamo, né?
Dunque, oggi chiacchiererei gradevolmente di quei mondi che mi hanno sempre accolta con gioia in qualsiasi momento ne avessi bisogno e che tuttavia, da diversi anni, ho smesso di visitare.
I mondi nei libri. Gli story-world. Via, quando ti fai largo a forza nella trama di un libro e ne prendi possesso, ti infiltri nel racconto da lettore in incognito fingendoti personaggio e porti avanti una sotto-trama. O magari arrivi a mettere le mani sulla trama principale. Io, personalmente, ho sempre preferito la sotto-trama.
Ho sempre pensato che fantasticare sul proprio ruolo all'interno di quello che leggi fosse una conseguenza abbastanza naturale del trasferirsi un mondo in testa via libro. E devo dire che un tempo ci passavo davvero un sacco di tempo. Mentre passeggiavo in tranquilla solitudine, mentre i professori erano intenti a spiegare, qualche volta mi addormentavo con la testa metà sul cuscino e metà a Hogwarts.




I miei mondi preferiti erano quelli di Anne RiceIntervista col Vampiro e seguiti, ne ho chiacchierato da poco – e di (ovviamente) Harry Potter, di A song of Ice and Fire (Game of Thrones per i plebei) e della saga sanguo-vampiresca di Anita Blake scritta da Laurell K. Hamilton. Devono essercene stati altri, decine di altri, eppure non mi vengono in mente. Forse si sono offesi per la mia lunga assenza al punto di impedirmi ogni futuro accesso, sbarrandomi la memoria. Chissà.
Tra le mie azioni più tipiche in questi story-world c'era soprattutto la volontà di rimettere a posto le cose tra i personaggi, oppure di salvare i poveri disgraziati secondari dal loro triste destino sacrificale. Ci sono situazioni narrative che mi mettono addosso una certa irritante tensione, e sono giustamente tra gli strumenti narrativi più usati. Dio, quanto odio le incomprensioni e gli equivoci. Quegli episodi in cui basterebbe una parola in più per mettere tutto a posto. Ecco, di solito facevo le veci di quella parola in più. Mi infiltravo e, puff, tutto bene tra X e Y – via, mica posso spoilerare. E poi i combattimenti. Eh, quanti combattimenti. Quante volte ho dato a Gregor Clegane tutto l'acciaio che si meritava.
E... via, bando alle ciance. È un argomento di una frivolezza che rasenta il nulla, non è il caso di passarci altro tempo.
Voi in quali story-world fantasticavate di entrare? E in che ruolo?

lunedì 7 aprile 2014

Il ritorno di Anne Rice - Prince Lestat

No.
Qui non si sta dando abbastanza attenzione al fatto che Anne Rice, la mia diletta, la mia adorata, l'imprescindibile Regina dei Vampiri, ha terminato il nuovo volume delle Cronache dei Vampiri, Prince Lestat, che in America uscirà a fine ottobre.
Una considerevole parte di me ha iniziato a scodinzolare non appena ha letto la notizia. Anne Rice. Le Cronache dei Vampiri. Cavolo.
Per anni Anne Rice è stata la prima risposta che mi veniva in mente quando mi chiedevano chi fosse il mio scrittore preferito. Ora altri nomi si affacciano nella mia testa, ma Anne Rice è sempre lì a sbirciare, a braccia conserte, con un piede che sporge verso l'esterno. Anne è Anne. È con lei che ho iniziato ad amare i vampiri. Finisco puntualmente per lamentarmi, ogni volta che si accenna alle suddette aguzze sanguisughe, di quanto sia facile trovare un libro sui vampiri, e di quanto per contro sia difficile trovare un 'buon' libro sui vampiri.
Certo, parto da pretese piuttosto alte. Parto da Louis, da Lestat, da Armand. Marius, in realtà, mi è sempre stato un po' sulle scatole, che ci posso fare? Ma se non avete ancora letto i libri di Anne, probabilmente non avrete idea di chi siano i personaggi di cui chiacchiero. O forse sì, magari avrete visto il film con Brad Pitt e Tom Cruise. All'epoca mi era piaciuto un sacco, nonostante i cambiamenti. Peccato per il film de La regina dei dannati, che è più o meno un insulto a qualsiasi produzione cinematografica che sia mai stata tratta da un libro. Giuro, è pessimo. Squallido a livelli che passerei ore a riderne, se non fosse che idolatro le Cronache da cui è tratto.
E dunque, che dicevo?
Un nuovo libro delle Cronache dei vampiri. Ho fino paura di chiedere alla Longanesi se hanno intenzione di pubblicarlo o meno, non credo che saprei reagire a un eventuale rifiuto con classe e decoro.
Nel frattempo... massì, nel frattempo consiglierò a chiunque di leggere Intervista col vampiro e seguiti. Sono libri stupendi, scritti quando il vampiro non era ancora un essere romanticamente sbriluccicante, né una specie di fighetto iper-sessuato. Erano esseri umani trasformati in mostri, tormentati dalla propria immortalità, consapevoli di essere la peste del mondo. Erano personaggi complessi, un po' barocchi, eccessivi e meravigliosi da leggere.

Cristo, non so come reagirei se la Longanesi non pubblicasse Prince Lestat.

venerdì 4 aprile 2014

Piccoli scorci di libri #36

Nonostante mezzogiorno sia ormai passato, sto scribacchiando ancora in pigiama e col sapore del caffè sulla lingua, che lo studio mi ha alterato i ritmi sonno-veglia a livelli da vacanze estive in età scolastica. Ieri notte, tra una pausa-studio e l'altra, ho finito Il mondo di Belle di Kathleen Grissom, ma non essendomi piaciuto né dispiaciuto abbastanza, eviterò di chiacchierarvene. Credo. Per ora.

The Heroes di Joe Abercrombie – traduzione di Claudia Costantini e Serena Vischi – Gargoyle, 2013

Questo è uno spin-off dalla trilogia de La prima legge. Che, mi sa, avrei dovuto leggere prima, ma ero a corto di libri e, via, questo è uscito in edizione economica.
Dovrebbe essere un fantasy, ma di fantasy ha così poco che è praticamente nulla. È il racconto di una guerra. Mi ha stupito leggere che Abercrombie è inglese, una tale ossessione per i campi di battaglia e per l'assurdità delle decisioni prese dall'alto mi facevano pensare a un americano appassionato della Guerra Civile.
Ci sono un bel po' di personaggi, e ognuno ha i suoi capitoli ben distinti da quelli degli altri, il che fa pensare alle Cronache di Martin. Ma la differenza è tanta. Martin è amaro e intenso, Abercrombie è... puff, sei morto. Non si rimane tanto sconvolti ed emotivamente devastati per le morti, ma piuttosto stupiti dalla loro inutilità. Dispiaciuti, sì, ma con un fattore WTF troppo grande per potersi dire davvero tristi. E i personaggi stessi non è che siano poi così influenzati dalla morte dei compagni o addirittura degli amici. È la guerra. E la guerra è stupida.
In breve: Nord e Sud combattono per il possesso di alcune terre. Il capo del nord è Dow il Nero, che comanda i vari guerrieri/vassalli con minacciosa e goliardica violenza. Il sud è comandato da un'Alleanza al cui vertice c'è un Re, al sicuro e lontano dalle battaglie nel suo castello. Non compare mai se non nelle lettere di Gorst, un cavaliere degradato dopo uno scandalo di cui non viene rivelato molto – sicuramente è narrato nella trilogia.
E quindi... sì, la storia è questa. Qualche giorno di battaglia narrata da molteplici punti di vista. Un vecchio mercenario, un ragazzino che vorrebbe diventare un Eroe, un 'principe' viscido e ambizioso, un cavaliere decaduto, caporali disillusi... se piace il genere, è una bella lettura. Né profonda né strabiliante, ma piacevole. Ovviamente sanguinaria e assai dinamica. E volgare. Abercrombie – e credo che l'effetto sia più che voluto – ha l'aria di essersi divertito molto a scrivere, e di avere narrato come se stesse giocando una sessione di D&D. Cioè, i personaggi si esprimono come contemporanei a noi lettori, e l'atmosfera è davvero quella fortemente improbabile e goliardica di un gruppo di amici che gioca di ruolo. Personalmente ho gradito.

Angel di Elizabeth Taylor – traduzione di Claudia Valeria Letizia – Neri Pozza, 2007 – Beat, 2013

Il fatto che l'autrice si chiami Elizabeth Taylor mi ha confusa per un po'. No, non è quella Taylor. È un libro del '57.
Che ho gradito assai.
Angel è il nome della ragazza al centro del libro. Figlia di una bottegaia, orfana di padre, con una zia domestica che si unisce alla sorella negli sforzi per dare ad Angel una buona educazione. La vorrebbero vedere studiare diligentemente, diventare una signorina a modo, una segretaria o una dattilografa. Angel però non condivide affatto i loro piani.
Angel è... è un po' strana. Tanto, strana. Vive immersa in un mondo di fantasie che governa lei stessa e in cui rimane impigliata anche nella vita di tutti i giorni. Non riesce a uscirne, non vuole uscirne. Fantasie di nobili, di castelli meravigliosi, di gioielli, corteggiamenti galanti, trame romantiche... ecco, vive in un Harmony.
E un bel giorno decide di iniziare a scrivere delle sue fantasie. Spedisce il manoscritto diverse volte, assistendo ai primi fallimenti con ferocia. Poi arriva il giorno in cui viene invitata da un editore.
E così via, fino alla fine.
Ho un certo affetto per Angel. Un po' perché, se mi lasciassi andare, credo che finirei per cadere anch'io nell'abisso delle storie nella mia testa. Da piccola lo facevo, ed era bellissimo. Il mondo dentro e il mondo fuori non possono competere, dai. Però Angel è anche estremamente chiusa in se stessa, dispotica, antipatica, affilata, ostinata  e orrendamente ingrata. Però non ho potuto impedirmi di affezionarmi a lei, perché è debole e confusa, eppure è riuscita a ricoprirsi di acciaio e ad andare avanti. È orgogliosa. Sciocca, ma orgogliosa.

Quindi... sì, beh, lo consiglio. Checché ne dicano su Anobii.

mercoledì 2 aprile 2014

Col nostro sangue hanno dipinto il cielo di Eleonora C. Caruso

Forse non dovrei dedicare un intero post a un'unica lettura, considerando di quanti libri non ho ancora avuto tempo di chiacchierare, pur avendoli terminati da giorni o settimane. E ci sono anche tanti altri argomenti di cui avrei voglia di scribacchiolare e che attendono in coda da un bel po' di tempo.
Però... ecco, nell'ultimo post – mi è venuto istintivo identificarlo come 'quello polemico', poi mi sono accorta che la suddetta dicitura si adatta più o meno a un terzo dei miei post – ho parlato un pochetto di comunicazione, no? Di come sia inutile 'produrre' un libro per bene, con tutti i crismi, se poi il lettore non viene a saperne niente. Vorrei avere anche parlato di copertine, come sia raro di vederne tali da risaltare in mezzo all'ingombrante masnada di tizie sfocate fotografate di schiena o di primi piani di donzelle dallo sguardo penetrante. Parlavo di 'buona comunicazione' e di 'qualità', no?
Ora, ricollegandomi alle lamentele dello scorso post... dico Speechless Books. E dico 'Cristo, guardate questa copertina'. E poi, con signorile disinvoltura, passo a parlare effettivamente del racconto.
Col nostro sangue hanno dipinto il cielo di Eleonora C. Caruso. È uscito pochi giorni fa e lo potete leggere e scaricare gratuitamente qui.
È un racconto che dura più o meno una cinquantina di pagine, che parte dalla quasi-fine, e poi ci racconta come ci si è arrivati. Parla del Giappone, ma di un sotto-mondo che non conosco abbastanza bene per dire se la Caruso ha saputo rappresentarlo realisticamente. E onestamente a un certo punto, chissene. È un bel racconto. Un bellissimo racconto. Punto.
Parla di Shun, un host. Gli host sono gli intrattenitori dei night-club, quelli che devono sorbirsi gli attacchi e le paturnie dei clienti e spingerli a bere, consumare e spendere il più possibile. Sono belli, freddi, cinici. Shun inizia ad essere troppo vecchio per il suo lavoro, ha due ulcere, gli occhi chiari da occidentale – lascito della nonna francese – e una curiosa ossessione per la propria bellezza. È ermeticamente chiuso in se stesso, sessualmente quanto emotivamente. Sembra apprestarsi ad accogliere la futura decadenza, ma con placida grazia.
Poi incontra Toru, un ragazzo che gioca col Nintendo nella scatola-abitazione di un barbone. Un ragazzo confuso e simpatico, che fa un po' tenerezza. Chiacchierano, parlano e, per quanto i loro dialoghi svelino e si alzino, non sono mai qualcosa di poco credibile o eccessivo. Sono dei bei dialoghi. Ed è bello come, nel giro di cinquanta pagine, arriviamo a conoscere i personaggi, attraverso gli occhi gli uni degli altri.
La Caruso ama il Giappone senza illudersi su ciò che è realmente. Anch'io adoravo il Giappone – un po' lo adoro ancora, ma il ripetuto fallimento come studentessa di giapponese me l'ha reso a tratti indigesto – ma ho sempre voluto vederlo in un certo modo, risaltandone alcuni lati e mettendone in ombra altri.
E... non so bene cos'altro dire.
È un racconto stupendo che vi invito caldamente a leggere.
Ed è scritto bene, raccontato bene, e poi l'atmosfera e... beh.

Leggetelo.

lunedì 31 marzo 2014

Lettori, editoria e responsabilità

Cercherò di essere breve. Cioè, so già che non ci riuscirò – infatti sto già iniziando a dilungarmi sui sottintesi della prima, inutilissima frase del post – ma farò del mio meglio. Anche perché devo studiare un sacco. E poi devo scrivere altri post molto più importanti di questo, visto che trattano di libri invece che delle mie paturnie sull'attuale sistema editoriale. Tra l'altro avevo già scritto un post simile a questo anni fa, Appello inascoltato a Madama Salani e colleghi. Il che è curioso, perché Madama Salani è uno dei (pochi) grandi editori che negli ultimi tempi ha saputo darmi un po' di soddisfazione. E poi dell'argomento ha già chiacchierato Nereia qui, il che fa di questo post una specie di eco.
Santoddio, Me Stessa, vieni al dunque.
'Dunque'. Qualche giorno fa c'è stata, su Twitter, una specie di discussione sull'editoria italiana. Dico 'una specie di discussione' perché non c'è modo di argomentare seriamente in 140 caratteri. Poi figuriamoci, a un certo punto il fulcro della discussione è diventato un cumulo di rabbia e disillusione e di 'Io potrei fare di meglio'. Da parte mia, tra l'altro, il che è... beh, quantomeno presuntuoso.
Però lo penso davvero.
Vediamo, riuscirò a spiegare quello che voglio dire in meno di... facciamo mezzora. Non posso rubare altro tempo all'esame di storia del cinema, mancano due settimane.
Tutto è iniziato quando il profilo Twitter di Sul Romanzo – blog che mi piace un sacco e di cui consiglio la visione – ha postato la suddetta frase:

L'editoria migliorerà quando gli italiani miglioreranno, scegliendo libri con più consapevolezza.

Che a me personalmente, con tutto il rispetto per Sul Romanzo, pare un po' una boiata. Se un'azienda non riesce a fare i propri interessi, la colpa non può essere certo del pubblico. Anche perché ci sono case editrici che sanno fare molto bene i propri interessi e che prosperano tranquillamente nello stesso panorama in cui le altre case editrici annegano.
Il fatto è che ci sono case editrici e Case Editrici. Io saltuariamente lavoricchio in libreria e mi permetto, pur consapevole della mia visione particolaristica e limitata, di fare qualche osservazione. Ecco, da che ho ricordo, si sono sempre venduti più Adelphi e Neri Pozza che Mondadori o Newton Compton. Il che, a mio avviso, sta a significare che i Lettori italiani hanno già scelto, e stanno comportandosi di conseguenza da un po'.
Ci sono – l'ho detto spesso, lo ripeterò ancora oggi e scusatemi la ridondanza – Lettori e Non-Lettori. Capita che i Non-Lettori vengano colpiti da una campagna di marketing così potente da convincersi a leggere effettivamente un libro, com'è successo coloro che si sono sciroppate l'intera trilogia delle 50Sfumature. Ora, la suddetta trilogia le ha avvicinate alla lettura? Ha spalancato loro un mondo fatto di sogni, pagine e parole? No. Ovvio che no. Hanno letto un libro di una elementarità disarmante solo per via dell'immensa pubblicità, e ben difficilmente ripeteranno l'esperienza nel prossimo futuro.
Dunque, quello che voglio dire è che qualsiasi libro può vendere, se sostenuto da una buona campagna di marketing. Ildefonso Falcones non scrive certo leggerezze ammazza-tempo, eppure credo che tutti possiamo renderci conto del best-seller. E non è che Murakami sia propriamente assimilabile a Fabio Volo, ma direi che possiamo concordare che le vendite del nipponico quasi-Nobel non sono affatto male. Vogliamo citare anche il successo di Stoner, il capolavoro riscoperto di John Williams?
Non è un caso che questi libri vendano. Si chiama 'buona comunicazione'. È quello che accade quando non soltanto ci si rende conto di avere qualcosa di davvero promettente tra le mani, ma si è anche consapevoli del fatto che è inutile essere in possesso di un tale tesoro, se non lo si comunica decentemente. Buona comunicazione. È tutto lì.
Le case editrici di cui mi lamento sono quelle che non hanno ben presente questa cosa, e che basano le loro pubblicazioni su quello che pensano che i Lettori vogliano, senza accorgersi che stanno guardando ai Non-Lettori. O a quello strappo alla regola di cui anche i Lettori più Lettori hanno bisogno tra un Ernest Hemingway e un Jack London.
Non sanno cosa dire, né a chi dirlo. Non riescono a dare di sé un'immagine chiara e affidabile. Non capiscono che un buon libro potrebbe piacere sia ai Lettori che ai Non-Lettori, ma che un brutto libro taglierà fuori quella stessa fetta di Lettori che sta sostenendo l'editoria italiana. Soprattutto, non si rendono conto che dovrebbero essere loro a fare tutto il possibile per crearne nuovi, di Lettori. E forse è questa la cosa che più mi fa partire l'incazzatura. Perché se un domani la De Cecco se ne uscisse fuori con un 'negli ultimi tempi i consumi di pasta sono calati a dismisura, che possiamo fare? Ah, che pessimo mercato, colpa dei consumatori che si lasciano andare a mediocri scelte alimentari e perdono di vista l'importanza della pasta!', ecco, io credo che manderemmo la De Cecco a stendere nel giro di pochissimi secondi.
Vuoi vendere più libri? Contribuisci a creare più Lettori.
Vuoi creare più Lettori? Raggiungili. È facile. Usa la televisione, usa le strade, usa le scuole, usa tutto quello che vuoi.
Se nulla dovesse funzionare, beh, almeno avrai provato e tutti noi lamentoni potremo dire che avevi ragione, che l'editoria italiana è ostacolata dall'assenza di interesse dei Lettori.
Fino ad allora continuerò a pensare, per quanto presuntuoso sia, che potrei fare molto di meglio e che sarebbe il caso che ognuno si prendesse le proprie responsabilità se il sistema non va come dovrebbe.
E parlando di responsabilità, direi che accetterò le mie se non passerò l'esame di Storia del Cinema, visto che ho passato su questo post più del doppio del tempo che mi sarei dovuta concedere.

Eccheddiamine.
(Scusate per gli eventuali errori e per le probabilissime inesattezze, per la faciloneria e la fretta con cui ho trattato il tema, ma davvero, ho le ore di studio contate)