lunedì 6 aprile 2020

La città dell'orca di Sam J. Miller - Capitalismo, Distopia (e speranza)


Nel parlare di questo libro divagherò. Divagherò tantissimo e non c'è nulla che possiate – e che possa – fare per impedirlo. Che poi la prolissità è un po' il mio sfortunato trademark insieme alle congiunzioni piazzate disordinatamente all'inizio e alla fine delle frasi. Ad ogni modo.
La città dell'orca di Sam J. Miller, uscito l'anno scorso per Zona 42 nella traduzione di Chiara Reali, finalista al premio Nebula e al premio Locus. L'autore vive a New York, e gli USA si sentono tutti. Sam è stato così gentile da dire a Giorgio – editore della Zona – di passarmi la sua email per permettermi di intervistarlo, peccato che durante la quarantena la concentrazione faccia un po' quello che voglia e non sia ancora riuscita a mettere insieme, nel giusto ordine, le domande che voglio fargli.
L'avevo detto che avrei divagato. Veniamo al libro. E poi al genere. E poi a tutto il resto.



La città dell'orca inizia in un futuro che ormai suona tendenzioso definire distopico. Potremmo anche limitarci a “inizia in uno dei futuri possibili”, fatta eccezione per un paio di attuazioni medico-sperimentali dagli esiti che sanno più di sciamanesimo che di farmacologia. Tolte quelle, possiamo immaginarci tutti gli Stati Uniti che crollano sotto il peso di un capitalismo che divora se stesso, il governo che cede, la popolazione che scappa, si riunisce in comunità che imparano a difendersi oppure soccombono. Se c'è una cosa che di cui gli americani non mancano, sono le risorse belliche. Mentre noi svuotavamo i supermercati di lievito e farina, in Olanda si facevano le code fuori dai coffee-shop – e diciamocelo, entrati in quarantena vorremmo aver lottato di più per la legalizzazione delle droghe leggere, 'cidenti 'cidenti 'cidenti – negli USA le code si allungavano anche fuori dalle armerie. Se immaginiamo un'America priva di potere centrale, possiamo pensare alla Libia che ci siamo lasciati dietro, arsenali pubblici e privati che basterebbero da soli a conquistare il Canada.

Sto parlando delle premesse, non del romanzo. Le premesse sono che il mondo è in fiamme o in miseria, e nell'Artico è sorta una città artificiale chiamata Qaanaaq, composta da otto settori tenuti insieme dall'ingegneria, regolati da un complesso sistema di algoritmi. Non c'è un governo, c'è solo il programma – e infatti è tutto immobile.
Qaanaaq può essere vista come un ulteriore angolo di inferno sulla terra o come la terra promessa, a seconda della prospettiva. La capillarità del programma permette una libertà di movimento inedita che scaturisce direttamente dall'inceppo della burocrazia. È affollata, povera, piena di gente che è fortunata a occupare spogli container. È anche viva e veloce e sferzante. C'è un programma radio che la racconta quotidianamente, che mette in fila l'idea che sta alla base di Qaanaaq raccontandone qualche stralcio. Non si sa chi scriva i testi, e i lettori cambiano sempre.



A Qaanaaq si muovono diversi personaggi. Soq, il mio preferito, è un ragazzo genderfluid invischiato con la malavita locale, una specie di corriere. Con Qaanaaq ha un rapporto di amore e odio. C'è Fil, che mi viene da definire, in sostanza, un povero stronzo; perché è giovane e bello e ricco, ma non riesce a trovarsi. È uno degli eterni perduti, senza bussola. E ha contratto quello che chiamano Frantumo, una particolare malattia sessualmente trasmissibile che fa impazzire poco a poco, e per cui non esiste una cura. C'è Kaev, che lotta sulle travi contro avversari sempre più giovani di lui – già piagato dal Frantumo – e perde per denaro. E la sorella Ankit, inquadrata nei meccanismi ufficiali di Qaanaaq, segretaria di un'amministratrice. Sono i personaggi cui le cose, almeno all'inizio, ruotano attorno.

Succede che a Qaanaaq arrivi una donna a cavallo di un'orca, con un orso polare al suo fianco. Vuole qualcosa, cerca qualcuno. È una terrorista famosa, ha fatto esplodere delle navi da guerra con l'aiuto dell'orca, con la quale ha un legame profondo – che verrà spiegato poco a poco. Sono in gioco diversi poteri, diverse volontà e diverse capacità di movimento. Tutto scorre. A secchiate.

Il genere. Di hopepunk ho già chiacchierato, e con toni vagamente profetici ed entusiastici. L'hopepunk è un genere di cui abbiamo schifosamente bisogno. Hopepunk vuol dire ammettere che ok, le cose fanno schifo. Fanno veramente schifo. Ma significa anche e soprattutto accettare di potere e volere fare qualcosa per cambiarle. Ho dovuto superare più di metà romanzo per trovare un briciolo di speranza; prima era tutto miseria e ricordi avvelenati, gente morta o morente. Nell'hopepunk la speranza non sta nella mistificazione, ma nell'azione una volta preso coscienza del contesto. Come canta la sigla di Kenshiro, “Keep you burning”.
(che è un po' la colonna sonora ufficiale della mia quarantena, con la silenziosa accettazione della coinquilina che si becca tutte le mie playlist sparatissime).



Ci sono aspetti particolarmente interessanti del romanzo che ancora non ho nominato; la visione di Miller è usa-centrica, perché racconta soprattutto lo sfacelo degli USA, mentre quello del resto del mondo è dato per scontato. C'è un'attenzione particolare sul corporativismo selvaggio e indiscriminato, sulla preminenza degli interessi finanziari ed economici sui diritti basilari delle persone – e cristo se ce ne stiamo accorgendo; fa strano sentirsi privilegiati solo per il fatto di abitare in un paese in cui la vita umana ha un valore riconosciuto e inoppugnabile all'interno del codice civile. Da un lato si punta il dito alla completa liberalizzazione delle pratiche di mercato, dall'altro si parla delle guerre degli affitti – che negli USA sono altissimi, il landlord è una figura tossica come potrebbe essere un signore feudale; girano lettere orribili mandate dai padroni di casa agli americani quarantenati, che sottolineano come alla fine freghi sega della situazione eccezionale, l'affitto va pagato il primo del mese, piuttosto morite di fame – manca solo l'intestazione “poveri pezzi di merda, così imparate a non essere ricchi”. In risposta c'è una forte mobilitazione di affittuari che si organizzano tra loro e mandano lettere collettive, un fenomeno che seguo da lontano e con interesse.
Il lato positivo delle crisi è che smascherano le priorità e i rapporti di potere. Scoprono le carte. Gli ultimi e i penultimi non possono distogliere lo sguardo da un sistema di leggi che li vede al meglio come vittime sacrificabili, al peggio come nemici interni a cui imputare uno stato di cose disastroso – qui ci sarebbe tutto un discorso da fare sulla politica del decoro, sulla gentrificazione etc ma rimando a un prossimo post, che sto leggendo La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski e, come dire.



La città dell'orca racconta il futuro e parla di noi. L'ambientazione è complessa, scienza e tecnologia si incastrano in un contesto povero ma non umile. Il ritmo è frenetico, le svolte rapide. Capita che i personaggi si muovano più come agenti che come persone, all'interno di una trama dinamica che non smette mai di correre – è la danza frenetica di Qaanaaq, non si ferma. Mette il mondo in prospettiva, disegna una lotta, una possibilità. La presa di posizione è evidente ed esplicita; e magari a certi potrebbe non piacere, c'è una tendenza a pensare che la verità stia nel mezzo, che le zone grigie siano più di quelle nette – non è neanche falso, come assunto, ma dare per scontato che nessuno abbia torto e nessuno abbia ragione rende il dibattito sterile, avvilisce l'etica, disarma. È il riserbo a prendere una posizione e assumersene la responsabilità intellettuale ad aver creato un contesto in cui pure l'affermazione “LASCIARE MORIRE LA GENTE È CRIMINALE” è fonte di dibattito, quindi concluderei con un sentito “stocazzo” e inviterei alla lettura, alla messa in dubbio dello status quo e quant'altro.
(tipo, il capitalismo fa schifo).

venerdì 3 aprile 2020

Lolly Willowes o l'amoroso cacciatore di Sylvia Townsend Warner - Un manifesto femminista in agguato


C'è da dire che quando mi piglia di leggere un libro, evito accuratamente di informarmi delle sue generalità, così da non rovinarmi la minima sorpresa. Avevo letto su twitter uno stralcio di Lolly Willowes o l'amoroso cacciatore (opera prima di Sylvia Townsend Warner, edito in Italia da Adelphi nella traduzione di Grazia Gatti) e avevo deciso subito di volerlo leggere. Non ho indagato oltre, e credo di aver fatto bene; non so quali fossero le intenzioni di Sylvia, ma questo è stato davvero un agguato. Il modo migliore di spiegarlo è ipotizzare che un tipografo ubriaco abbia messo insieme mezzo romanzo di Jane Austen e mezzo di Shirley Jackson – forse detto così non è chiarissimo, ma plaudo mille e mille volte al risultato.



Abbiamo Laura – o zia Lolly, per i nipoti e tutti gli altri membri della famiglia – che ha sempre vissuto nella tenuta di famiglia di Lady Place, nelle campagne inglesi, fino alla morte del padre; dopodiché della proprietà prendono possesso un fratello e la moglie, e Laura viene accolta dalla famiglia dell'altro fratello, a Londra. Il fratello e la cognata vorrebbero maritarla – al suo arrivo a Londra ha ventinove anni, il tempo sta scadendo in fretta – e le propongono di settimana in settimana scapolotti da vagliare, che Laura non manca di scartare. Ha due nipotine e un nipotino, Titus. Sono loro che iniziano a chiamarla zia Lolly, e quel nome non le si toglie più di dosso.

Passano gli anni – troppi – e capita che un giorno – perché va da sé che qualcosa deve cambiare, una crisi deve innescarsi perché il romanzo vada a parare da qualche parte – si trovi in una bottega e rimanga ipnotizzata dalla merce esposta. Dai fiori, dai frutti fragranti; prende forma dietro i suoi occhi l'immagine vivida di una vecchia che raccoglie le pere una ad una, da un prato che le sembra incantato. Le manca la campagna, Laura ha sempre adorato i boschi, i campi incolti, la natura nella sua versione più selvaggia e meno addomesticata. Di colpo, decide di trasferirsi nel paesino sperduto da cui provengono quei frutti. Incontra qualche resistenza in famiglia – ovviamente – ma cosa possono dirle? Ormai ha quasi cinquant'anni, è una donna fatta e finita.

Ora, fino a questo punto e ancora per qualche pagina, il romanzo trascorre in tutta calma e dolcezza. È placido, non noioso, ma poco ci manca. L'avrei visto benissimo nei panni di un'altra casa editrice – nelle vesti fiammanti di Astoria, un classico riproposto da Fazi nella sua collana dedicata alla letteratura femminile, o recuperato dalle ragazze della Jo March. Poi c'è un colpo di reni. Un momento così piccolo che lì per lì lo si scambia per una fantasia un po' sciocca. E la vita di Laura, pur rimanendo la stessa, cambia radicalmente. Radicalmente è un termine chiave.



Io non voglio dirvi come. Perché è una bellissima sorpresa che Sylvia ha impacchettato in mezzo alla vita tranquillissima di una donna che dall'esterno appare più che tralasciabile. Laura non cambia, piuttosto si riconosce. Va oltre l'accettazione. Decide di dimenticarsi delle pretese del mondo, e questo è meraviglioso.
Ci sono tanti elementi che Sylvia affronta e riprende attraverso gli occhi entusiasti di Laura; la natura, i boschi, la loro essenza senziente. Le consuetudini, i valori, il costo largamente taciuto delle catene che la società piazza alle caviglie e ai polsi delle donne – maritate e zitelle. La questione femminista è fortemente personale. La rabbia appassionata è una risposta tutto sommato tiepida a una vita aggredita in modo così subdolo e culturalmente accettato che neanche gli aguzzini si riconoscono come tali.
Questo libro, questo libro è quello da far leggere alle vostre zie attempate, alle vostre nonne. Se non cambierà niente, qualcosa era già cambiato. In caso contrario, non cambierà niente, ma solo all'esterno.
(nel caso delle mie zie, non cambierebbe proprio niente; mi hanno insegnato la lezione di Laura che ancora facevo le elementari, siamo una famiglia un po' così).
(meno male).

domenica 22 marzo 2020

Arcadia di Lauren Groff - Briciola e la speranza


Il discorso è lungo, ci arriverò girandoci attorno piano piano. Inizio col dire che Arcadia è stato tra gli ultimi libri che ho preso in biblioteca prima che chiudessero le sedi. Mi era capitato sotto gli occhi diverse volte, e non l'avevo mai preso, vai a sapere perché. L'avevo adocchiato anni fa, quando Codice lo presentava al Salone del Libro come una novità – era il 2012, ero tornata diverse volte a visitare lo stand, Arcadia mi chiamava perché parlava di una comune, e a me le comuni hanno sempre affascinato parecchio, parti di quell'immaginario hippie nostalgico e mitizzato, insieme ai furgoncini Volkswagen, a Woodstock etc. L'ho iniziato che la quarantena doveva ancora iniziare per rimanerne folgorata – il mio primo Lauren Groff, ho adorato il suo stile. L'ho abbandonato per qualche giorno, l'emergenza mi aveva come dissociata, non riuscivo a leggere. Quando l'ho ripreso in mano ho divorato i capitoli, la vita del protagonista si allontanava dalla sua infanzia col passare delle pagine. L'adolescenza, la vita adulta, la città, il lavoro. E poi l'ultimo capitolo, che è ambientato in un adesso che è davvero adesso, è esattamente quello che stiamo vivendo, non fosse per un paio di particolari – e mi verrebbe da scrivere a Lauren per chiederle in caps-lock come facesse a saperlo, da dove avesse preso i dati, le informazioni, le avevano sussurrato in sogno gli alieni?
Ma parlare di Arcadia per non parlare d'altro che di noi sarebbe riduttivo, insultante. Cercherò di chiacchierare di tutto, senza fagocitare la storia, senza dimenticarmi di noi.



Arcadia inizia che il protagonista – ha un nome normale, ma tutti lo chiamano Briciola, ed è l'unico nome che ricordo – è un bambino. Siamo nello stato di New York al tramonto degli anni '60, in una comune immensa chiamata Arcadia. Briciola non parla con nessuno, neanche coi genitori. Gioca più spesso da solo che con gli altri bambini, adora la madre, Hannah ne ammira la splendida forza. Il padre, Abe, è una solida roccia di praticità e ideali. Lavorano sodo tutti insieme per mettere in sesto la magione che un membro della comunità ha donato agli arcadiani; è una villa enorme senza un tetto, e loro lo riparano. C'è chi tiene l'orto, chi fa il pane, chi coltiva l'erba. Il loro leader – ufficioso ma neanche troppo – suona in una band blues-folk. Si pratica l'amore libero, si fanno bambini, si parla di filosofia politica. Per Briciola, Arcadia è un sogno. Non è il narratore, e il mondo ci appare più simile a quello che è davvero, anche se lo vediamo filtrato dai suoi occhi pieni di meraviglia. Briciola cresce, le contraddizioni di Arcadia vengono a galla. Da ragazzo parla, ha un gruppo di amici nativi di Arcadia e tutti insieme guardano con scetticismo le centinaia di turisti dell'ideologia hippie che si accalcano sulla loro proprietà. Briciola ama, vive, Arcadia poco a poco perde pezzi e li lascia andare fuori, nel mondo. La vita di Briciola va avanti, non si sgonfia.

Non è una brutta vita. L'approccio di Briciola al mondo mi ha fatto pensare a Stoner, l'emblema della sconfitta per abbandono. Eppure è molto più solido di quanto non sembri, calmo e deciso a non rinunciare a quello in cui crede. I principi di Arcadia gli hanno forgiato un cuore pieno di compassione, anche se vede bene le contraddizioni della sua infanzia, il torbido nascosto dietro il rifiuto delle norme sociali – è così facile che quel torbido avveleni il rifiuto stesso, in modo acritico e automatico; ma gli insegnamenti erano giusti, e Briciola li tiene con sé. Ho amato Stoner – il libro – ma non ho mai perdonato al protagonista la sua resa sulla figlia. Briciola non partecipa alla battaglia non per debolezza, ma perché ripudia la guerra. La sua non è vigliaccheria, e nemmeno ingenuità. È la calma accettazione di se stesso, dei propri limiti, di tutte le magagne che comportano. Immerso nel mondo reale, sembra un alieno costretto ad abitare le nostre contraddizioni; non esiste certezza troppo radicata per non essere messa in discussione. Sa di non sapere, e di poter sbagliare. Ma sa anche che certe cose sono giuste, e altre sono sbagliate. La sofferenza è sbagliata. Il dolore è male. L'avidità è crudele. Tanto gli basta.

Ma veniamo al presente, che nel romanzo è ancora futuro. Ora, della vita di Briciola non ho detto abbastanza perché si possa dire in atto uno spoiler. Mettiamola così: Briciola diventa adulto, cresce e cresce e raggiunge la mezza età. Lo spoiler sta tutto nel fatto che non muoia prima. Di solito evito di andare così in là nel raccontare un libro. Preferisco partire dall'incipit, enumerare le tematiche profonde, segnalare se i personaggi siano ben scritti – sì, decisamente – o meno, come sia lo stile – splendido, pieno di immagini. Quello che accade avanti nei romanzi, di norma preferisco tacerlo. Ma in questo caso. In questo caso, in questo momento, coi social che mi martellano notizie e fake-news, l'ansia pronta a spiccare un balzo verso l'alto, la speranza che va dalla mera sopravvivenza a un socialismo pacifista globalizzato – POSSO SOGNARE? POSSO? E DIAMINE. – sorvolare sull'ultimo capitolo sarebbe impensabile. Briciola e la sua famiglia vivono dagli USA la crisi che stiamo vivendo adesso. Un po' peggio. In un mondo che ci è lontano perché la sanità negli USA è una cosa che lasciamo stare santoddio – quello che spero ci resterà di quest'anno infernale è il tabù sui tagli alla sanità. Ci spero davvero, di cuore.



Dall'Isola di Giava è spuntato un virus che chiamano nuova aviaria, nuova Sars, e ha infettato il mondo. Decine di migliaia di morti, i sistemi sanitari al collasso, le quarantene. Lauren Groff si discosta da noi di pochi aspetti: la mortalità è altissima rispetto a quella del covid19, l'Europa non viene neanche citata, segno che l'autrice ha sovrastimato la nostra capacità di fare fronte a una simile emergenza.
Briciola teme per sé e per chi gli sta accanto; si preoccupa per le persone che ama, annichilisce alla conta dei morti lontani, si chiede come faranno i rifugiati che dormono nel suo androne quando lui si rintanerà nella vecchia Arcadia insieme alla madre un tempo così forte, e non porterà più loro da mangiare.
Non ne parlo soltanto perché sento il bisogno di parlarne – sono affetta dalla logorrea della tragedia come tutti, ma non è solo questo. Ne parlo anche perché il modo in cui Briciola affronta la situazione terrificante è... beh, prima di tutto difficile da descrivere. Mi vengono termini come “fulgido esempio”, “un faro”, cose così, insiemi di parole che abbiamo già sentito mille volte, che scivolano senza lasciarsi dietro un vero significato. Briciola è spaventato e presente. Aspetta. E nel frattempo cerca di non lasciarsi accecare dalla paura. Continua a sperare, e a comportarsi come una brava persona – gli viene naturale, e questo lo rende prezioso; non passa le giornate sui social network, non scrive tweet inferociti pieni di capslock e cazzi e porca puttana per poi cancellarli dopo mezz'ora, – urlare contro il vento fa bene, ma non è una soluzione.
Vorrei essere come Briciola. Vorrei sapere come prenderla, vorrei essere indulgente con chi non ha strumenti per capire. Vorrei essere immune, se non alla paura, alla rabbia che scatena. Vorrei sentire davvero, come all'inizio, che ci siamo dentro tutti, anche le teste di cazzo che si sporgono dai balconi per urlare a chi corre da solo, anche quelli che mettono a palla Celentano, anche quelli che serrano le finestre perché 'sta musica ha rotto il cazzo e non se ne può più. Anche gli stronzi e gli ignoranti. Anche gli snob che sono così certi di saper distinguere gli uni dagli altri. Vorrei avere gli occhi di Briciola, la sua indulgenza.

Dunque, ricapitolando. Dichiaro chiusa la sessione quotidiana di Piangiamoci addosso, grazie e riassumo quello che ancora non ho detto. Il punto focale di Arcadia è il rapporto tra l'individuo e gli altri. Le proprie aspirazioni contro i bisogni del mondo. Briciola non è perfetto; cresciuto in un ambiente che non sapeva distinguere tra un'ambizione sana e un'ambizione meschina, per sé non riesce a volere niente senza un imbarazzante senso di colpa. Briciola e la sua famiglia, Briciola e Helle, Briciola e Grete. È un romanzo politico, filosofico, quasi storico – gli anni '60 sembrano oggi terribilmente lontani. È dolce, e rivoluzionario; nella sua speranza, nella sua gentilezza.



(uno stupido appello)

giovedì 19 marzo 2020

Poesie per chi non ama la poesia #8 - L'orologio di Kafka di Raymond Carver


L'orologio di Kafka

Ho un impiego con un misero salario di 80 corone e
otto, nove ore di lavoro che non finiscono mai.
Divoro il tempo libero dall'ufficio come una belva feroce.
Spero un giorno di potermi sedere in un altro
paese e guardare fuori dalla finestra verso campi di canna da
zucchero
oppure cimiteri maomettani.
Non è tanto del lavoro che mi lamento quanto
della lentezza di questo tempo paludoso. Le ore d'ufficio
non si possono dividere! Sento la pressione
di tutte le otto, nove ore anche nell'ultima
mezz'ora della giornata. È come un viaggio in treno
che dura giorno e notte. Alla fine ci si sente
completamente schiacciati. Non si pensa più agli sforzi
della locomotiva o ai colli o alle pianure
attorno, ma si dà la colpa di tutto quel che succede
al proprio orologio. L'orologio che si continua a tenere
sul palmo della mano. Poi lo si scuote. E lo si porta lentamente
all'orecchio, increduli.



Kafka's watch

I have a job with a tiny salary of 80 crowns, and
an infinite eight to nine hours of work.
I devour the time outside the office like a wild beast.
Someday I hope to sit in a chair in another
country, looking out the window at fields of sugarcane
or Mohammedan cemeteries.
I don't complain about the work so much as about
the sluggishness of swampy time. The office hours
cannot be divided up! I feel the pressure
of the full eight or nine hours even in the last
half hour of the day. It's like a train ride
lasting night and day. In the end you're totally
crushed. You no longer think about the straining
of the engine, or about the hills or
flat countryside, but ascribe all that's happening
to your watch alone. The watch which you continually hold
in the palm of your hand. Then shake. And bring slowly
to your ear in disbelief.

Raymond Carver, dall'antologia Blu oltremare edita da minimum fax e tradotta da Riccardo Duranti

lunedì 16 marzo 2020

Il nostro immaginario ha bisogno di Hopepunk


Time is an illusion that helps things make sense, so we're always living in the present tense”, canta B-Mo nell'ultima puntata di Adventure Time; Talete catturava l'essenza cangiante della realtà col suo tutto scorre, Sant'Agostino nelle sue Confessioni si interrogava sulla soggettività del tempo, precedendo la relatività di Einstein di buona misura. Ci siamo raccontati a lungo di vivere un periodo di stagnazione, ci siamo abituati a un mondo che si ostinava a rimanere uguale a se stesso anche se la ragionevolezza annunciava a gran voce l'arrivo di sconvolgimenti sempre più violenti. È cambiato così tanto, siamo cambiati così poco.



Il peso della quarantena mi è piombato addosso ieri notte, tutto insieme. Cercavo di conciliarmi il sonno con una conferenza di Barbero sulla democrazia e il video si è interrotto di colpo – internet è quello che è. Sono rimasta immobile, con gli occhi spalancati sul soffitto azzurrino, e all'improvviso ho capito quello che stavo vivendo. E sono rimasta per un po' così, agghiacciata dalla nuova consapevolezza e dalla mia impotenza. E dire che fino a ieri ero convinta che me la sarei cavata egregiamente; “Ma va', l'isolamento è il mio habitat naturale. Ho un sacco da leggere, tre settimane manco mi bastano”, ho detto alla mia coinquilina, ancora ignara, felicemente dissociata dalla gravità della situazione. Poche ore dopo pensavo ai miei, agli amici giù a casa. Se avessi saputo che saremmo rimasti lontani così a lungo, sarei scesa a trovarli prima, sarei rimasta da mia madre più a lungo del solito. Avremmo guardato qualche film di Billy Wilder, al mattino avrei fatto colazione con mio fratello in un bar gestito da cugini così alla lontana che non so neanche dove si incrocino i nostri alberi genealogici.

Poche settimane fa usciva un mio racconto su Spore, a dare inizio a una rassegna intitolata Diari del Domani, pensata per raccontare un futuro che credevamo molto più lontano. Abbiamo anche creato allegramente una playlist ufficiale, Soundtrack for the Apocalypse, che adesso sembra quasi un'iniziativa meschina, di cattivo gusto. Fino alla settimana scorsa usavo continuamente parole come apocalisse, post-apocalittico. Mi chiedevo con morbosa e divertita curiosità come sarebbe stato il mondo in seguito a uno sconvolgimento di cui non riuscivo a identificare la natura – ipotizzavo senza approfondire una nuova guerra, mondiale e civile, innescata dall'insofferenza e dai danni incontrollabili del cambiamento climatico – e che mi pareva insieme remoto e vicinissimo, un ologramma intangibile. Non pensavo che a cambiare tutto sarebbe stato un virus; la prospettiva mi appare tuttora fantascientifica quanto un'invasione zombie, o la discesa degli alieni.

Mi viene difficile, adesso, pensare lucidamente al dopo, immaginarlo come facevo prima. Mi porto in testa da anni racconti che rispondono a quell'entusiastico “Come faremo, dopo che-?”, e mi preparo a scriverli, perché se non è questo il momento giusto, allora non lo sarà mai. Ma se dovessi chiedermi adesso quello che accadrà dopo, non saprei rispondermi. Il futuro non mi si è mai presentato così incognito.

Ma. Se c'è qualcosa in cui credo, è la letteratura; potrei pregarla con la cieca intensità di un martire. Credo nel potere delle storie di riplasmare la realtà. E credo che in questo momento abbiamo bisogno di immaginare un futuro possibile e credibile e che non faccia schifo. Per dirla in poche parole facilmente travisabili, abbiamo bisogno di speranza. Citando l'ecofemminista Donna Haraway, “abbiamo un disperato bisogno di storie che superino l'apocalisse come punto d'arrivo”.




L'Hopepunk è un genere letterario sbocciato di recente, identificato da Alexandra Rowland nel 2017; nasce come una reazione scomposta alla supremazia della distopia sull'utopia, propone l'ottimismo come forma di resistenza attiva praticata attraverso una maggiore consapevolezza del proprio contesto e del proprio agire, che diventa una presa di posizione – la volontà di cambiare il mondo può cambiare il mondo, un singolo atto di gentilezza per volta. Non si tratta di racchiudersi in una bolla auto-consolatoria; tutt'altro. È l'accettazione della possibilità di frantumare la bolla e provocare qualcosa nell'ambiente in cui ci troviamo, per quanto schifo faccia. L'arma più feroce del male è convincere il bene che non serve a niente. Ma ogni atto di gentilezza disinteressata è ribellione – ed è anche questa un'arma potentissima.

Dunque, scrittori, editori, redattori, creativi di ogni arte. Mano sul cuore.
Abbiamo bisogno di Hopepunk come non ci fosse un domani – è una battuta che riciclerò per settimane, mi spiace.
Pensate, per favore, al mondo che verrà. Diteci che non farà del tutto schifo, perché non è detto che debba fare schifo. Leggo previsioni catastrofiche che interpretano i dati disponibili, e non è che siano sbagliate  e se lo fossero, certo non sarei io a poter dire come e perché  ma ci stiamo mentendo se pensiamo di sapere come andrà a finire  o come andrà avanti, perché la fine è più lontana di quanto da umani riusciamo a vedere  perché le variabili sono tante e incognite e incerte; certe non sono nemmeno misurabili. Fatevi sotto, creativi. Come andrà potete dircelo solo voi  che potete prendervi la libertà di fantasticare sul futuro.
Fino a nuovo ordine segnalo l'antologia Solarpunk edita da Future Fiction e La città dell'orca di Sam J. Miller. Ancora non li ho letti, ma il secondo mi aspetta sul comò, e prevedo di abbrancarlo non appena avrò finito Arcadia di Laura Groff.

Nel frattempo, per alleggerire il presente, qui Maria di Scratchbook segnala le case editrici che effettuano sconti solidali e piattaforme di ebook gratuiti; qui c'è una lista di piattaforme streaming gratuite – fanculo, Amazon – zeppe di serie, anime, film, da Le bizzarre avventure di JoJo a pellicole di Lynch e Linklater. Consiglio a chi non è avvezzo di cercare su youtube contenuti di loro interesse – storia, astronomia, filosofia, letteratura –, perché trabocca di corsi, conferenze, documentari. Spotify è piena di podcast – sapevate che esiste il podcast ufficiale di Barbero? Per dire. 

Forza, tutti. Forza.



martedì 3 marzo 2020

Qualche corbelleria, un po' di apocalisse e un paio di cose interessanti




  1. Rinnovo con entusiasmo la chiamata dei Diari del Domani (o #DDD), iniziativa apocalittico-narrativa a cui su Spore teniamo molto.
  2. Riallacciandomi ai DDD, annuncio la nascita di una playlist ufficiale su Spotify, Soundtrack for the Apocalypse.
    (diciamocelo, l'apocalisse è un po' un'ossessione, ma almeno la viviamo con brio).
  3. Sempre in relazione al DDD, è uscito un mio racconto, Lo storico, improbabilissima fantapolitica in un futuro decisamente non auspicabile.
    (personaggi palesemente ispirati a persone reali riconoscibilissime ma a cui non voglio fare cenno direttamente per ragioni di dignità).
  4. Sto finendo di leggere L'albero della vergogna di Ramiro Pinilla; Spagna, franchismo, eremitaggio, espiazione.
    (la cover è spettacolare).
  5. Acheron Books sta lavorando a Brancalonia, un gioco di ruolo Spaghetti Fantasy basato sulle antologie Zappa e Spada che presto comparirà su Kickstarter. Prima di provarlo devo assolutamente guardare L'armata Brancaleone onde non perdermi gli alti riferimenti culturali.
  6. Quest'anno uscirà al cinema Il cattivo poeta di Gianluca Iodice, una biografia cinematografica di Gabriele D'Annunzio – di cui non sono ancora riuscita a leggere nulla, nonostante mi sia tenuta in casa per mesi una copia di Il piacere. Prima o poi, Gab, prima o poi.
  7. Ieri ho finito di leggere La malinconia del mammut di Massimo Sandal, edito da Il Saggiatore; il racconto della vita sulla Terra e della sua estinzione – un sacco di estinzioni, siamo all'inizio della sesta. Ne verrà fuori qualcosa – sempre su Spore – e intanto mi arrovello sulle questioni importanti, biologiche, etiche e filosofiche.
  8. Tornando al macrotema apocalisse, sono stati svaligiati gli uffici di NN Edizioni – che manco sto a presentarvi perché dai, sono NN, li conosciamo, sono quelli di Kent Haruf, Jenny Offill e Yiyun Li – e non sarebbe un'idea malvagia pensarci un attimo in caso si faccia un salto in libreria.
  9. Chiudo questa lista con l'intervista di Trevor Noah a Chimamanda Ngozi Adiche – autrice di Americanah – su letteratura, potere e femminismo. Enjoy.

domenica 1 marzo 2020

Confessioni di un codardo di Charles Bukowski

Di Bukowski ho già parlato un paio di volte, sicuramente con affetto – soprattutto dopo la lettura di Pulp, che ha lavato via l'impatto lievemente negativo di un Taccuino di un vecchio sporcaccione letto troppo presto, appena uscita dalle superiori. Una cosa che ripeto spesso, quando si parla di Bukowski, è che mi spiace che il suo ricordo si sia legato ad aforismi piazzati con pallido contesto su pagine facebook filosoficamente discutibili – esempio sotto – e che sia diventato una versione appena meno spregevole di Mangia, prega, ama. Mi piace immaginarlo nel paradiso degli alcolizzati – che giustamente non sarebbe lontano dalla nuvola dei tossici, da cui le frequentazioni – che si lamenta con Hunter  S. Thompson per il suo fato infame. L'avrò già scritto mille volte, e mi riprometto di scriverci un racconto prima o poi.
Ma bando alle ciance. Confessioni di un codardo, raccolta di racconti nell'edizione Tea tradotta da Massimo Bocchiola, che ho scelto mentre vagavo per le biblioteche con l'autostima sotto i piedi, in virtù di un titolo che mi sembrava fatto apposta per disinfettare il mio senso del sé – cioè, del me.



In realtà non sapevo si trattasse di una raccolta di racconti, pensavo fosse un romanzo breve. Meglio così, perché è diventata una delle mie antologie preferite in assoluto. Si tratta di racconti scritti nei suoi ultimi anni di vita, prima di chiudere una lunga vita di eccessi con una leucemia fulminante. Alcuni brevi, altri brevissimi. A volte dinamici, a volte puramente descrittivi – a onore del vero, sono di più i primi. Leggo su Wikipedia che il vecchio Charlie è associato al realismo sporco insieme a Raymond Carver (che? Sicuri?) e a Richard Ford (ancora non l'ho letto, non posso stupirmi né annuire) e penso che sia un'ottima descrizione del suo genere. Mi viene da associarlo anche a Irvine Welsh, ma lo trovo mille volte più leggibile e scorrevole – sarà anche che di Welsh ho ricordi antichi, leggerlo tra le medie e i primissimi anni delle superiori poco può lasciarti, che il mondo che racconta a dodici anni ti sembra concreto come la Terra di Mezzo.

Dunque, i racconti. Di che parlano? È sempre difficile chiacchierare di antologie – soprattutto se lasci passare un mese dalla lettura al momento in cui ne parli. Errore mio. I racconti di Confessioni di un codardo parlano del lato più squallido della quotidianità; della morsa avvilente della vita di tutti i giorni; della realizzazione della melma, del momento di cambio rotta; stagnazione ed esplosione.
E poi parlano del mondo che Charles conosce e ama e conosce ancora più a fondo proprio per questo; quel mondo di mezzo tra la rispettabilità piccolo borghese e la malavita, i brutti ambienti che a guardare le carte sono perfettamente legali, solo che lasciano traspirare il mondo brutto negli anfratti. Un mondo più crudo e onesto, non meno crudele. Il mondo delle corse e delle scommesse e delle scazzottate alcoliche. Curiosamente non sono i racconti più strazianti; ho la sensazione che per Charlie sia la tranquillità di una vita nella norma il vero orrore – e onestamente lo capisco un sacco.
Altri racconti – o forse sono uno, un paio di pagine striminzite – raccontano di Charles in prima persona, di quanto sia assurdo e doloroso e faticoso e soddisfacente fare lo scrittore. E qui non c'è altro da dire.



La sensazione che mi dà il vecchio Charles è di una persona che ha deciso di bere la vita a grandi sorsate, tutta, senza stare a fare differenza tra le parti brutte e quelle belle, e riuscendo in qualche strano modo ad amarle tutte fino a farne un ritratto sincero, imperfetto e immortale. Parte del mondo e suo osservatore, ce lo vedo a indicare un tizio che sta morendo lentamente di cirrosi accasciato sul bancone di un bar svuotato alle quattro del mattino. “Non è bellissimo, a suo modo?”, direbbe. “Ha fatto così perché era libero di farlo. E ha fatto schifo. Ma è bellissimo”.
Immagino che direbbe così, perché nei suoi racconti trovo un sacco di squallore ma poco patetismo. Magari ci ricamo sopra; la lettura non è mai oggettiva.
(comunque vi invito a perdonare Charles per tutte le pagine fb che lo citano a minchia, merita più di questo).