venerdì 28 agosto 2015

I segreti di Heap House di Edward Carey

E dunque, questa è la prima recensione che scrivo dopo un bel po' di tempo. Prima le vacanze, poi la tesi, poi di nuovo le vacanze e ancora la tesi, poi il temporale che svampa il modem e mi impedisce ogni contatto con l'internet. Sento quasi le dita rattrappite sulla tastiera, non sono più abituate.
I segreti di Heap House, scritto e illustrato da Edward Carey, tradotto – assai bene – da Sergio Claudio Perroni, edito da Bompiani pochi mesi fa, primo volume della trilogia dedicata a Heap House. Sin da quando è uscito ho preso a rimirarlo e soppesarlo ogni volta che me lo trovavo davanti in libreria, senza mai decidermi a prenderlo. Il fatto è che quando mi trovo davanti a una copertina così convincente e a una trama così interessante... beh, non mi fido. Troppo bello per essere vero, c'è sicuramente la magagna. E nonostante abbia continuato per mesi a chiamarmi e a incuriosirmi, mi sono decisa a prenderlo soltanto quando (fortuna delle fortune) l'ho trovato a metà prezzo sul sito del Libraccio.
Ed è un libro fantastico. È esattamente quello che promette. Dark nel senso più tetro e turpe, senza svenevolezze, ma pieno di sofferenza e squallore, itterizia, aria fetida, atmosfere claustrofobiche che non lasciano filtrare la minima speranza. Sono d'accordissimo con chiunque l'abbia definito Burtoniano, e aggiungo che è da riferirsi alla produzione più gotica e scura del regista. L'atmosfera mi ha ricordato  moltissimo La sposa cadavere, coi suoi ambienti scuri, i colori che variano appena dal nero al blu, i personaggi intrappolati in una trama crudele.
Arduo arrivare al dunque senza svelare troppo, perché è bello scoprire il contesto mano a mano che viene raccontato, poco a poco. Non è nemmeno del tutto chiaro, a pensarci bene, in che razza di mondo si trovi Heap House, se sia vicino al nostro o a una sua versione vagamente steampunk. Immagino che si scoprirà nelle prossime puntate. Che non vedo l'ora di agguantare.
C'è la famiglia degli Iremonger, antica, prospera, ricca. Vive a Heap House, al centro di un'immensa discarica, pericolosissima in quanto i cumuli di rifiuti si muovono, crollano, rischiano di sommergere chiunque vi si trovi in mezzo. E in questa strana famiglia ci si sposa soltanto tra cugini, e si vive tutti insieme a Heap House, che ha continuato ad allargarsi annettendo pezzi di Londra trascinati via chissà come, e imbullonati alla casa. Gli Iremonger sono orgogliosi del proprio sangue, e disprezzano il resto del mondo, che comunque non li apprezza granché. Alla nascita, a ognuno viene attribuito un oggetto natale, dal quale non si separerà mai, e che racconterà molto sul carattere di chi lo possiede.
Clod Iremonger, il protagonista, si porta dietro un tappo da vasca. Clod è strano, anche per essere un Iremonger. Sente le voci degli oggetti, li sente ripetere un nome, uno per oggetto. Il suo tappo, ad esempio, continua a ripetere “James Henry Hayward”, mentre il rubinetto del cugino e unico amico Tummis ripete “Hilary Evelyn Ward-Jackson”. La narrazione è in prima persona, e si alterna tra Clod e Lucy Pennant, una ragazzina orfana che viene presa a servizio a Heap House. Così da un lato scopriamo come vivono gli Iremonger “puri”, e dall'altro Lucy ci racconta com'è lavorare a Heap House.
E poi iniziano a succedere cose strane, strane perfino per Heap House. Oggetti che scompaiono, che si muovono. E a ben vedere non assistiamo a vere e proprie indagini su quello che succede. Né Clod né Lucy sono personaggi d'azione. Lucy, al massimo, gironzola dove e quando non dovrebbe, piuttosto che limitarsi a pulire i caminetti. È un libro in cui le cose capitano, spinte dalle circostanze, da eventi esterni, da personaggi secondari. Clod è preoccupato per il fragile cugino Tummis, per le proprie nozze obbligate con la cugina Pinalippy, per il gabbiano scomparso. Ha pausa del cugino Moorcus, si pone giusti quesiti sulle voci degli oggetti, ma si lascia perlopiù trasportare. Lucy parla con le altre domestiche, si guarda attorno stupita dall'ambiente bizzarro in cui si ritrova, parla dei cumuli di rifiuti, gironzola per Heap House fino a incontrare Clod.
Penso che sia uno dei lati del romanzo che non mi sono accorta di aver apprezzato tanto finché non ho iniziato a pensarci, proprio adesso che ne sto scrivendo. Il fatto che la trama non si dispieghi forzata dai personaggi principali, ma sia piuttosto una storia che accade prima in sottofondo per emergere in superficie e farsi imponente. Lo trovo più realistico, ecco, e adatto a un'atmosfera immobile come quella di Heap House.
Ho adorato i personaggi, tutti, anche quelli che compaiono appena. Soprattutto quelli spiacevoli. Pinalippy, ad esempio, e i vari zii di Clod. Sono tutti particolarissimi, ed è davvero interessante il legame che hanno coi propri oggetti natale, così come è affascinante il rapporto tra gli Iremonger e la discarica.
Mi piacciono moltissimo le illustrazioni che inaugurano i capitoli e raffigurano vari membri della famiglia. Continuo a pensare che sarebbe bellissimo se Tim Burton prendesse ispirazione da questo libro, ne uscirebbe qualcosa di meraviglioso. E crudele.
E immagino si sia intuito che lo consiglio un sacco. Giammai avrei pensato potesse essere così ganzo.

venerdì 21 agosto 2015

Tanto gentile e tanto onesta di Gaia Servadio

Dunque, Tanto gentile e tanto onesta di Gaia Servadio, edito da Sonzogno, la quale (grazie!) me ne ha fatto omaggio qualcosa come un mese e mezzo fa. Cosa che mi fa sentire orrendamente in colpa per averlo letto con tanto ritardo, ma soprassediamo.
Parto con un'osservazione generica sul mercato editoriale italiano, non tanto polemica quanto curiosa. Mi chiedo sinceramente perché, tolti pochissimi eletti, siano così pochi gli autori nostrani degli anni '60-'70-'80 a non essere ancora finiti nell'oblio del fuori catalogo. Perché ce ne ricordiamo così pochi, perché vengano così poco pubblicizzati. Per dire, Tondelli. In biblioteca ci sono due copie marce dei suoi libri, eppure so che è stato una voce importante, e che dovrei averne letto qualcosa. Chi rimane, di quel periodo, conosciuto e apprezzato? Cassola? Buzzati? E poi? Calvino non lo contiamo, dai, lui è un'altra storia. Non so, vorrei dire che un po' mi spiace che l'attuale situazione editoriale tenda a cancellare, sicuramente senza premeditazione né intenzione, quelli che adesso sarebbero classici, perché non c'è dubbio che ci stiamo perdendo delle letture ganze.
Tutto questo preambolo per dire che sono veramente lieta che la direttrice della collana Bittersweet, Irene Bignardi, abbia deciso di ripescare Tanto gentile e tanto onesta per riportarlo alla luce a quasi cinquant'anni dalla prima edizione.
Non ero certa che fosse nelle mie corde, non lo sono stata per le prime pagine. Mi incuriosiva, e per questo ho deciso di provarlo, eppure non ne ero sicura. Forse è per questo che l'ho lasciato in fondo alla pila di lettura per così tanto tempo. Poi sono passate le prime pagine e... beh.
All'inizio c'è Melinda, questa ragazzina di tredici anni decisa a sedurre chiunque le stia intorno. Compreso lo psicanalista freudiano, svariati colleghi e amici del padre, l'editore Abramo Publishing, il fratello Medoro, il padre stesso. È estremamente carina e capace di piacere a tutti, perché ha capito che per riuscire graditi basta fingere interesse per le persone che si hanno davanti. E dunque rimane incinta – chissà di chi – e si sposa giovanissima, poi divorzia e si trasferisce in Inghilterra e... onestamente sarebbe improbabile fare un resoconto plausibile di tutto quello che Melinda riesce a combinare nel corso del romanzo. Di tutto. Veramente di tutto. Ed è più o meno dal momento in cui arriva in Inghilterra che ho iniziato ad adorarla.
Il fatto è che Melinda si annoia facilmente. Vive nel credo di “Libiam ne' lieti calici”, ha come unico fine il divertimento, pare priva di sentimenti. Ed effettivamente è anche la sua mancanza di sensibilità a conferirle fascino, perché la rende onesta fino all'offesa. Verso la fine del libro pronuncia il suo motto, che lì per lì mi ha fatto sorridere.
La questione è essere belli, e divertirsi sempre”.
Melinda è tutta lì. Splendida e sorridente, e allo stesso tempo spietata. Capace di una crudeltà vera e letale, di cui dà mostra in svariate occasioni, eppure con una leggerezza e una tranquillità che pare forzato definirla “cattiva”.
Questo libro è la storia della sua vita. Vissuta sempre in moto, sempre in viaggio, da un marito all'altro, da un incarico all'opposto, sempre in fuga dalla noia. Scritto in terza persona, ogni avvenimento, dal più lieve al più turpe, è raccontato con leggerezza.
Certo, si potrebbe ipotizzare un tentativo di analisi psicologica di Melinda. Nel fatto che cerchi esclusivamente amanti che rispondano alle caratteristiche del padre, quindi anziani uomini di cultura o ragazzi giovani e femminei, spesso omosessuali. Nella sua ricerca di una felicità definitiva in matrimoni difficili da contare, nella sua decisione di appropriarsi di un amore che dall'esterno pare un orgoglioso surrogato.
Ma perché, poi?
Melinda è Melinda e basta,  impossibile da capire. Dorme bene, non ha rimpianti, ma c'è quella noia che la rincorre, e la fa turbinare da una vita all'altra.
Prima di concludere – che la sto tirando un po' per le lunghe – vorrei fare cenno a qualcosa che capita verso l'ultima parte del libro. Nella trasformazione di alcune scene in scene teatrali, che poi diventano ancora più decisamente un discorso meta-narrativo in una maniera che personalmente ho gradito moltissimo. Mi è piaciuto come questo libro ha saputo confondermi, qua e là, tutti quei “ma che diavolo...?”. Vorrei che accadesse più spesso.
Non è perfetto, non voglio dare l'impressione che lo sia. Ho letto diverse critiche, e non credo sia un libro universale. Ad esempio, a volte la Servadio si dilunga eccessivamente. E di certo non ha pretese di realismo, visto che cade volutamente nell'improbabile e nell'assurdo. Melinda non è un personaggio che possa piacere a tutti, credo. Non saprei, perché io l'ho adorata.
Ad ogni modo, a me è piaciuto moltissimo, e la lettura è stata molto più serrata di quanto non mi aspettassi. Quindi sì, lo consiglio. Soprattutto a chi gradisce un umorismo un po' british e un po' assurdo.

lunedì 17 agosto 2015

Comunque vada non importa di Eleonora C. Caruso

Dunque, Comunque vada non importa di Eleonora C. Caruso, edito da Indiana nel 2012. Un libro che avevo piazzato nella mia lista mentale dei desideri dopo aver letto Col nostro sangue hanno dipinto il cielo, racconto lungo che l'autrice aveva pubblicato con Speechless e di cui avevo entusiasticamente chiacchierato qui.
Inizio col dire che questo libro – forse soltanto questa copia – è oggetto di una macchinosa maledizione che lo vuole annegato. Previa autorizzazione dell'amica che me l'ha prestato, me lo sono portato dietro in vacanza. Posato vicino al divano, ha rischiato di essere sommerso da una tazza di tè dimenticata, ed è rimasto illeso per miracolo. Nel viaggio in macchina, una bottiglia si è aperta inondando i tappetini ove era sito il mio zaino, e solo per pignoleria il libro era protetto da una busta di plastica. Forse domani franerà il tetto, chissà. Devo restituirlo prima che la maledizione si abbatta nuovamente.
Ora, bando alle ciance. Anche se devo dire che non è un libro facilissimo di cui parlare. La lettura è stata altalenante, un po' sì e un po' no, a seconda. E poi iniziavo a chiedermi il perché dei miei sì e dei miei no, e se potessi considerarli validi. Un'amica con me in vacanza l'ha letto prima di me, ed è stato utile poterne discutere brevemente anche con lei, che nei miei no vedeva dei sì.
La protagonista e narratrice è Darla, una ragazza di ventitré (mi pare) anni che vive a Milano insieme al fratello maggiore, Andrea. Nessuno dei due ha ben chiaro che fare della propria vita, Andrea continua a saltare da un corso universitario all'altro mentre Darla, forse più coerente con se stessa, non si presenta a lezione né tenta alcun esame. Non hanno un gran rapporto, essenzialmente si abbaiano l'un l'altra all'occorrenza, ma il più delle volte si ignorano. Alessandro, ragazzo di Andrea, diventa poco a poco amico di Darla, e acquisisce un ruolo nella sua vita. Davvero difficile parlare della natura di quel ruolo.
Ora, Darla. Che per me è un sì e un no insieme. All'inizio, quando parlava della sua passione per manga e anime e delle sue gite in fumetteria, mi dicevo che sarebbe stato bello incontrarla e conoscerla quando stavo a Milano, che avremmo potuto fare la spola tra La borsa del fumetto e Supergulp e chiacchierare di Lady Oscar fino alla morte del sole. Eppure andando avanti nella lettura mi ritraevo da Darla come se fosse veleno. Non riesco a non vederla come una persona dannosa. Estremamente egoista e concentrata su se stessa, non esita a ferire chi ancora si ostina a starle intorno, coi suoi giudizi severi e affrettati. È un personaggio che non riesce neanche a indurmi una grande pena, perché la sua autodistruzione è cercata, forzata. Quella di Andrea, il fratello, è qualcosa di molto più grave e autentico, e io credo che lei lo odi per questo.
Quindi, dicevo, questo libro è la storia di Darla che vive con Andrea, del rifiuto del mondo di lei e della vita di lui, dei sentimenti complessi che provano per il padre, di Alessandro che cerca di fare qualcosa. Il tutto visto dal punto di vista parziale di Darla, che a tratti induce a empatia, anche se più spesso mi sarebbe venuta voglia di prenderla a pedate.
Non che questo sia un problema del libro. Né un problema, a dirla tutta. Darla vive nel disprezzo per se stessa e nella passione per anime e manga, e questo la Caruso lo racconta bene. Non mi sto lamentando del libro, né penso che Darla ne sia un difetto, sia chiaro. Mi lamento di Darla perché è un bel personaggio e, per me, una persona veramente urfida.
Dicevo però all'inizio che c'erano dei sì e dei no. Ci sono anche dei forse.
Il primo no non è mio, ma di un'amica che ha sbirciato le pagine, e ha trovato i riferimenti ai manga eccessivi, sottolineando che una dose così massiccia rischia di tagliare fuori chi di Evangelion e Lady Oscar non si è mai interessato. Osservazione più che legittima, che infatti riporto. Personalmente trovo che non si corra tanto il rischio di essere tagliati fuori, voglio dire, Nick Hornby e Roddy Doyle sono sempre a parlare di gruppi musicali sconosciutissimi, eppure non mi sento esclusa dalle loro conoscenze. Ammetto però che in certi punti l'ossessione otaku di Darla si faceva ridondante, per nulla discreta, anche se trovo plausibile che si trattasse di una scelta per fare capire al lettore che Darla, tolti manga e anime, non ha proprio altro. E aggiungo che  in certi punti mi sono sentita molto in sintonia con lei, e con il mio periodo adolescenziale, quando cercavo per ore informazioni e novità sulle serie che seguivo. E con una parte di me che, ancora adesso, si tufferebbe in mezzo al merchandising più becero di Sailor Moon.
Un altro no, e questo è mio, è la plausibilità di alcuni fattori. In realtà la famiglia di Darla mi ricorda un sacco i dubbi che continuo ad avere sull'osannatissimo Frozen. Cioè, Darla e Andrea che continuano a vivere insieme, geograficamente appiccicati, per anni e che tuttavia non risolvono nulla. Ma veramente nulla. Praticamente non parlano, se non sono sicuri di potersi fare un sacco di male a vicenda. E per il rapporto col padre vale la stessa cosa. È davvero possibile rimanere immobili così per tanto tempo, senza mai fare uno sforzo, o senza che la situazione degeneri al punto da fare implodere la famiglia, o da migliorarla un poco? Per me questa cosa è un no, ma per giustizia dico che per l'amica che ha letto il libro è un sì.
Un paio di personaggi li ho trovati davvero poco credibili, più deus ex machina che reali personaggi. Parlo di Alessandro, ma anche un po' del suo amico Alberto, che mi sembra funzionale per dare spazio a dialoghi “simpatici” con Darla e nient'altro.
Non so se risulti chiaro a voi quanto a me, ma non mi è facile dare un giudizio definitivo su questo libro. Mi è piaciuto molto, ma nel contempo mi ha fatto anche storcere il naso per i suoi “possibile che...?”. Quindi direi che è un “sì” piuttosto deciso, cui si aggrappa qualche “no”.
Mi va di fare cenno però alla differenza stilistica tra Comunque vada non importa e Col nostro sangue hanno dipinto il cielo. Una differenza abissale. Non credo si tratti di un semplice miglioramento nella scrittura portato dal tempo e dall'esperienza, Darla non avrebbe raccontato se stessa né il mondo con la bellezza con cui viene dipinto Shun. È stata una scelta stilistica quella di attribuire a Darla una parlata di frasi brevi e secche, di metafore interne al suo mondo scarno, di volgarità, e di rendere il racconto di Shun bello e delicato così come lui è bello e delicato.
Non so, non è che questa postilla voglia dire molto, se non che sono rimasta colpita dalla capacità della Caruso di cambiare scrittura così radicalmente. Punto.

sabato 8 agosto 2015

Jayber Crow di Wendell Berry

Tra un paio d'ore dovrò uscire di casa per prendere il treno che mi condurrà alla meta finale delle mie vacanze, un borgo così minuscolo che chiamarlo “borgo” è pura misericordia, in quel di Reggio Emilia, ma in alto abbastanza perché il clima sia quanto meno accettabile. Sarò con alcuni amici, priva di Internet, con un paio di libri che non avrò tempo di leggere e il telefono che non funziona perché la linea va e viene. Le vacanze perfette. A parte il fatto che non avrò tempo per leggere, ma se consideriamo che la lettura sarà interrotta per stare più insieme ai miei amici, beh, è una buona cosa, credo.
Dicevo che tra un paio d'ore dovrò uscire, e anche con una certa fretta. Eppure sono qui che cerco di sbrigarmi a scrivere qualcosa. Su cosa? Su Jayber Crow, esordio letterario di Wendell Berry, di cui ho già adorato Hannah Coulter, entrambi editi da Lindau in un'ottima traduzione di Vincenzo Perna.
Dunque, Jayber Crow. Parlare di Jayber Crow – e, mi pare di capire, dei libri di Wendell Berry – vuol dire parlare anche di Port William, paesino agricolo del Kentucky in cui le storie dei suoi personaggi prendono vita.
Il tempo mi è tiranno, ma la voglia di parlare di questo libro mi costringe biecamente a strizzare poche parole in questa pagina colpevolmente virtuale. Perdonate gli eventuali errori grammaticali, e le immancabili sviste ortografiche.
Jayber Crow nasce durante la Grande Guerra a Port William. I suoi genitori soccombono non alla guerra, ma al terribile inverno del '17-'18, e Jayber è poco più che un infante quando viene accolto da zia Cordy e zio Othy, già in là con gli anni, che con lui non hanno poi tanto sangue in comune, ma si offrono comunque di prendersene cura. Con loro vive qualche anno felice, vicino al fiume, destreggiandosi tra il negozio tenuto dalla zia a beneficio dei battellieri e l'aiuto allo zio negli orti. È felice, ma non dura poi molto. Dopo pochi anni lieti, Jayber rimane orfano una seconda volta, e viene accolto da un istituto religioso, dove studia e... beh, cresce. Un po'. Finché non raggiunge l'età per studiare altrove.
E così via. Jayber Crow racconta di sé in prima persona, in un presente che ha luogo nel 1986. Racconta da anziano, dalla capanna sul fiume che ha addomesticato, un rifugio solitario in cui si sente pienamente a casa. Racconta del suo breve periodo in città, e poi, e soprattutto, del suo ritorno a Port William. L'affetto per un posto e per coloro che lo ospitano, l'idea di collettività che ho riscoperto positiva leggendone nei libri di Wendell Berry. Jayber è il barbiere del paese, e grazie al palco della sua poltrona riesce a conoscerla come pochi altri. È stato bello rivedere Burley Coulter, e conoscerlo da un'altra prospettiva, quella di un amico piuttosto che quella di una parente, com'è stato con Hannah. Le generazioni che si susseguono, le storie che diventano voci e poi leggende, e mentre le leggi già sai che verranno dimenticate. C'è quel senso di... come dire, si sente che quella stabilità immutabile e di lunga memoria si avvicina alla fine. Port William e il suo modo di vivere sono giganti millenari che stanno per soccombere. C'è un po' di amarezza, dopotutto.
Jayber è un bel personaggio, e tuttavia non sono certa di averlo capito fino in fondo. Non perché sia raccontato male, tutt'altro. È schivo, riservato, sfuggente. Rispettoso, silenzioso. Onesto, certo. Eppure si ritrae dagli occhi del lettore come da quelli dei suoi concittadini, anche se sono suoi amici. Il suo approccio all'amore è qualcosa di meraviglioso e tragico insieme. Una splendida ode al sacrificio.
Quindi, sì. Jayber Crow. Wendell Berry. È un po' amore.

giovedì 6 agosto 2015

Aldo Manuzio di Andrea Aprile e Gaspard Njock

Ebbene, è giusto che io ammetta prima di tutto che non sono un granché nel recensire i fumetti, o graphic novel, che dir si voglia. Apprezzo le arti visive, ma non le capisco come capisco le lettere. Però diamine, qui si parla di Aldo Manuzio.
Aldo Manuzio lo conosciamo tutti, almeno di nome. L'intrepido editore che da Venezia ha saputo inondare l'Italia di libri a prezzo contenuto. Per i biblio-fanatici è un po' una figura mitica, è un po' come un santo nell'iconografia cattolica. Eppure non è che ne sapessi molto. Lo incontravo qua e là, leggendo di libri che parlano di libri, eppure non riuscivo a decidermi a saperne di più, nonostante spesso mi ripromettessi di fare qualche ricerca. Voglio dire, Manuzio. Un po' di studio se lo merita.
Poi qualche giorno fa vengo contattata dall'ufficio stampa della Tunuè, che mi annuncia l'uscita a settembre di un fumetto dedicato alla vita del suddetto biblio-santo. Sarebbe stato da stolti rifiutarne la lettura, e dunque eccomi a ringraziare (grazie, siori Tunuè) e ad accingermi a parlare della graphic novel, sceneggiata da Andrea Aprile e disegnata e colorata da Gaspard Njock.
C'è una cornice narrativa piuttosto semplice, quella di un uomo interessato ai libri che deve incontrare a Venezia con una donna conosciuta su Internet, che però non vedrà mai perché si perde dietro un'altra donna, ed è un immenso e immediato colpo di fulmine che avviene tra i libri, in un'antica stamperia. Nel frattempo conosce per caso anche l'ultimo erede di Manuzio, che gli racconterà volentieri del suo antenato.
Ammetto che la cornice mi ha fatto un po' storcere il naso. I personaggi che vi compaiono non si “presentano” abbastanza, non li si arriva a conoscere fino in fondo. Presumo sia una cornice motivata dalla volontà di mediare tra l'immediatezza del presente e il 1500 di Manuzio, e lo capisco, eppure non credo che ce ne fosse dopotutto bisogno. Certo, Luigi e Caterina hanno una loro storia, che magari merita anche di essere narrata, però... non so, ho avuto la sensazione che si trattasse di una storia “altra”, che mancasse di collegamenti a quella di Aldo, nonostante i piccoli punti d'incontro.
Ma veniamo al cuore di tutto, ovvero a Manuzio.
C'è la sua storia, la sua giovinezza, i suoi studi. Grazie all'intercessione del padre e del maestro viene accolto nella casa di nobili romani, per studiare con loro la grammatica e i classici greci e latini. I contrasti con uno dei precettori, la rivelazione di un libro stampato e della sua meraviglia. La crescita, il trasferimento a Ferrara, dove stringe una forte amicizia con Giovanni Pico della Mirandola, diventa precettore lui stesso, continua gli studi.
Tutti i passi che intraprende per giungere al compimento della sua opera, di cui ignoravo la portata finché non ne ho letto in questo fumetto. Perché è stato Aldo Manuzio a inventare il formato tascabile dei libri. A capire che perché la cultura potesse davvero viaggiare, c'era bisogno di diminuirne le dimensioni e il peso, e non soltanto il prezzo. Un concetto tanto semplice da sembrare scontato, e che tuttavia ha richiesto il suo ingegno e la sua ostinazione.
Di questa graphic novel ho apprezzato molto anche i disegni, e soprattutto i colori. Non ne capisco abbastanza per parlarne da esperta, posso dire soltanto che l'ho trovato visivamente piacevole, e che mi piacciono i toni acquarellati. Oltre a questo direi solo sciocchezze.
Quindi sì, suggerisco con veemenza la lettura di questo volume, quando uscirà. Diamine, è Aldo Manuzio. È doveroso saperne e capirne di più. Tra l'altro nelle ultime pagine è riportata una breve biografia che riassume alcuni dei traguardi di Manuzio, così come alcune delle sue conoscenze. Cosa assai utile. Per dire, io del corsivo non lo sapevo proprio.

domenica 2 agosto 2015

Impressioni sulla tetralogia di Elena Ferrante

Questo è il mio primo post dopo un discreto tot di tempo, che tra il caldo e le vacanze mi è scivolato via così in fretta che a malapena me ne sono accorta. Agosto. Siamo già ad agosto. E vorrei poter scrivere che tornerò a prendermi cura di questo blog con passione e regolarità a partire da oggi, ma questa è solo una settimana di pausa in mezzo a... beh, in mezzo all'estate, e presto sparirò di nuovo.
Dunque, qualche giorno fa, sul megabus per Torino – diamine, quant'è comodo – ove mi recavo per assistere al concerto dei 2Cellos e riabbracciare qualche amico, ho finalmente finito di leggere la tetralogia di Elena Ferrante iniziata con L'amica geniale, Storia della bambina perduta. Non so perché mi ci sia voluto così tanto per decidermi a iniziarlo, dato che i primi tre volumi mi sono volati sotto gli occhi, in una lettura continua e forsennata, un unico sprint da far bruciare gli occhi. Eppure, non so, nonostante fossi ansiosa di sapere cosa sarebbe successo a Lila e a Elena dopo la fine del terzo volume, chissà perché mi sono bloccata, e l'ultimo libro mi ha atteso in silenzio su una mensola per mesi.
Questa tetralogia è speciale, mettiamola così. E questa è una delle pochissime frasi di senso compiuto che troverete in questo post, perché è difficile trovare le parole giuste e il giusto punto di vista. L'aspetto più importante è, credo, la dolorosa onestà con cui ogni gesto, ogni pensiero, ogni sentimento è descritto e riportato. Tutte le umiliazioni, inferte e auto-inflitte. E poi una Napoli che non viene idealizzata, né odiata. E un periodo storico, quello tra gli anni '60 e gli anni '80, con i suoi moti giovanili, le sue menzogne, le sue rivendicazioni, le sue speranze, che viene raccontato sinceramente. Chi ha fatto cosa perché credeva in qualcosa, il dubbio su quanto abbia provocato il fallimento, la scelta lasciata nelle mani del lettore. La vita di Elena, la sua mente aperta pronta ad assorbire il mondo, il suo legame con Lila che si tende fino quasi a spezzarsi, ma poi torna a ricucirsi solo per sfilacciarsi di nuovo. Le loro vite parallele, l'irrisolto dilemma su quello che Lila avrebbe potuto essere, su quello che Elena rappresenti effettivamente per lei, uno specchio, una marionetta, o la persona cui tiene di più al mondo. Le conclusioni su quello che avviene che vengono solo suggerite, perché è con quei dubbi che Elena rimane, dopotutto, e a noi non è dato di saperne più di lei, ci tocca vivere con quelle domande sulle spalle. Chiedersi perché Elena Ferrante abbia scelto di chiamarsi come Elena-Lenuccia, la chiave di lettura che si moltiplica in un gioco di specchi, perché Elena racconta davvero, e Elena parla di sé, e interpreta il suo mondo e si pone interrogativi sulla narrazione, finché le due Elena si fondono.
E poi il modo in cui i personaggi vengono raccontati. Anzi, credo che il termine “raccontati” stoni, perché è un verbo da scrittori, e questi personaggi sono troppo vivi per essere personaggi. La loro forza, la loro inerzia. Il loro vivere trascinati dal contesto, bloccati, combattuti. Il modo in cui cambiano e, soprattutto, il modo in cui si contraddicono. Come vogliono una cosa e poi tornano indietro, ci ripensano, non lo sanno più neanche loro, si guardano intorno, si raccontano la propria storia da una prospettiva diversa per poter trovare un senso alle proprie azioni.
E i legami tra i personaggi. Lo sputo sul concetto di destino, di dipendenza, di “non posso vivere senza questa persona”, perché non è così che vivono le persone. Vale solo per i personaggi, per Heathcliff e Catherine, per Romeo e Giulietta, per quelli che non hanno abbastanza all'infuori di sé e devono aggrapparsi a un'altra persona per non accettare di non essere poi granché.
Dio, quanto ho adorato questi libri. Quanto li ho trovati potenti, e profondi, e “qualcos'altro” rispetto a quanto mi trovo davanti di solito.
Tanto che mi è quasi doloroso non fare cenno all'immenso fastidio che provo quando questa tetralogia viene tacciata di non essere nulla di speciale, di essere alla stregua di un romanzo rosa. Sono consapevole del pieno diritto di ognuno a esprimere le proprie opinioni, che ogni lettore deve essere rispettato come tale, che non mi è dato di stringere tra le mani la fiamma infallibile della verità e che quindi non ha senso infiammarsi di integralismo letterario.
Ma cristo, questa roba è così forte che negarne l'impatto sarebbe come impastare i biscotti con la cocaina perché “No, ma ti assicuro che è farina. Credimi. Zio Franco passa sempre i pomeriggi sul tetto a fingere di essere un'anatra.”
Quindi, sì.
Leggete questi dannatissimi libri. Punto.

martedì 21 luglio 2015

Intervista a Dunwich Edizioni

Questa casa editrice l'ho scoperta quasi per caso, senza cercarla affatto, grazie a una libreria interamente dedita alla narrativa di genere, la Miskatonic University, e ai due amici che mi ci hanno condotta sempre con maggiore convinzione. A forza di vederne le copertine, a forza di sbirciare le trame, a forza di sentire l'entusiasmo del Sommo Libraio, alla fine mi sono convinta. E da Codex Gilgamesh in poi ho iniziato a parlarne parecchio. È una risposta strepitosa e prepotente a quelli che dicono che la narrativa di genere italiana è debole e farlocca, e che l'editoria in generale non sappia rischiare. La Dunwich fa roba veramente, veramente buona. E lo dico da drogata, ma da drogata esigente.

1) Una breve presentazione per i lettori.
Salve, sono Mauro Saracino e in poche parole sono l’entità asservita alla Dunwich. Sembra una presentazione da alcolisti anonimi, così?
2) Come è nata la Dunwich? Quand'è che avete iniziato a pensare "Massì, facciamolo"?
È nata a gennaio del 2013. L’idea di tirare su un’etichetta indipendente di genere era nell’aria da un po’ ma c’è voluta la collaborazione di persone fidate perché si potesse realizzare. Per fortuna altre se ne sono aggiunte lungo la strada, evitando che il “Massì facciamolo” si trasformasse in “Chi ce l’ha fatto fare?”

3) Quali sono i vostri generi di riferimento?
Principalmente horror, anche se c’è qualcuno in redazione che è appassionato di fantascienza e fantasy. Personalmente sono un fan dell’horror più estremo anche se tendo a tornare di tanto in tanto ad autori più mainstream, soprattutto per quanto riguarda i thriller. Non appena posso mi piace anche tornare ai classici, vedi Weird Tales.

4) Com'è pubblicare generi così di nicchia in Italia? E perché rimangono di nicchia?
Be’, il genere fantastico è da anni considerato di serie B dalle nostre parti e come tale è destinato a una nicchia. Poi l’horror ha l’aggravante di essere anche condannato nei contenuti, restringendo il campo. C’è però un grosso rovescio della medaglia. Gli appassionati del genere lo sono davvero e non inseguono la moda del momento. E se sei in quella famosa nicchia sei subito riconoscibile. E se i lettori apprezzano quello che fai ti accorgi che la nicchia non è così stretta e che si può allargare.
5) Che rapporto avete con le librerie e con i lettori?
Con molte librerie abbiamo sviluppato collaborazioni che diventano sempre più solide. E come noi tentiamo di dare il massimo per creare ciò che ci piace, cerchiamo di stringere alleanze con librai che lavorano alla stessa maniera. Certo, rapporti così stretti sono più difficili da creare con i grossi franchising anche se in alcuni casi sta succedendo la stessa cosa. Per quanto possibile cerchiamo il confronto con i lettori, anche se questi momenti sono spesso relegati a eventi come il Salone del Libro di Torino o le presentazioni in libreria (quelle dove riusciamo a presenziare dal vivo, almeno).
6) Secondo voi come mai noi lettori prediligiamo così tanto i personaggi più contorti e crudeli? Mi riferisco a personaggi come Jumping Jack di Codex Gilgamesh, a Lerner di Nero Eterno e a Hellequin di Exceptor - Legno e Sangue.
Be’, onestamente sarei sorpreso del contrario. Chi legge horror dovrebbe essere attratto dal lato più oscuro della narrativa e quindi credo sia giusto che sia anche attratto dai personaggi che meglio lo rappresentano, ancora di più se sono ben caratterizzati. I tre che hai citato poi sembrano mettere d’accordo praticamente tutti i lettori (me compreso ahah).
7) Senza esagerare, trovo che alcune delle vostre pubblicazioni siano veramente interessanti, estremamente vendibili e davvero ganze. Come giudicate il fatto che ad aggiudicarsi certe meraviglie possa essere un editore piccolo e indipendente?*
Se ci pensi non è così strano. Questo è un momento di crisi generale, non solo nel mondo dell’editoria, e un grosso marchio deve pensare principalmente a sopravvivere. Per sopravvivere punta a fare cassa e per ottenere un risultato simile va sul sicuro: prodotti che hanno la maggior fascia di pubblico possibile. Un grosso marchio ha il problema di avere un target globale. Noi in realtà facciamo la stessa cosa, cercando di offrire il prodotto migliore per un target però ben specifico. E se lo steampunk è un rischio per una grossa casa editrice, per noi diventa invece un punto di forza, semplicemente perché è ciò che i lettori vogliono da noi.
8) La mia domanda preferita: avete qualche esperienza bislacca, da editori, di cui vorreste raccontarci?
Se solo potessi parlare, ce ne sarebbe almeno una al giorno da raccontare. E gli eventi assurdi si moltiplicano quando sei in fiera.
9) Qualche anticipazione sulle prossime uscite?
Chiudiamo la stagione estiva con una carrellata di nuove uscite. Cannibal Corpse di Tim Curran e Ratha - La Magia Interiore di Jennifer Sage (per bilanciare la violenza del primo) sono i nuovi titoli internazionali che usciranno i primi di agosto. Sempre nello stesso periodo sono previsti gli episodi finali delle serie Infernal Beast (finale firmato da Andrea Berneschi) e Moon Witch (finale firmato da David Falchi). In autunno dovrebbero uscire i cartacei di entrambe le serie. Portiamo avanti anche Cthulhu Apocalype, con il nuovo episodio scritto da Eleonora Della Gatta. Avremmo voluto far uscire per l’estate anche la nuova opera di Uberto Ceretoli ma non ce n’è stato il tempo materiale. Recupereremo a settembre.
10) Ci consigliereste qualche libro nel vostro catalogo per iniziare a conoscervi?
Questa è una domanda difficile. Per la parte horror consiglierei La Cisterna o Lovecraft’s Innsmouth. Per quella paranormal romance tutta la serie Moon Witch e Alice From Wonderland. Per quella steampunk Codex Gilgamesh o Dalla Terra alla Luna... e Zombie. Per quanto riguarda thriller e mystery consiglierei Bet o La Notte che Uccisi Jim Morrison.
11) C'è qualcosa che non vi ho chiesto ma di cui vorreste chiacchierare?
In realtà hai fatto belle domande e non credo ci sia bisogno di dilungarmi ulteriormente. Ti ringrazio tantissimo per l’intervista e per lo spazio che spesso dedichi alla Dunwich! 

Qui il loro sito: Dunwich Edizioni
*Sì, sono dolorosamente consapevole della ruffianaggine della domanda, ma non sono riuscita a trovare un modo più discreto e sottile per chiederlo. E poi lo penso davvero.