mercoledì 10 febbraio 2016

Whisky e chicchi di caffè di Ferran Torrent

Non ricordo come sia venuta a conoscenza di questo libro. Se dovessi tirare a indovinare, ipotizzerei di averne letto una qualche recensione su un blog di cui non riesco a ricordare il nome, o di aver notato la casa editrice su un non meglio identificato social. Tutta questa – inutile – pappardella per dire che, qualunque cosa abbia portato questo libro alla mia attenzione, sono ben lieta che l'abbia fatto.
Whisky e chicchi di caffè di Ferran Torrent, tradotto da Simone Bertelegni – ho molto apprezzato la nota introduttiva – e pubblicato da gran vìa edizioni. Non conoscevo questa casa editrice prima di incappare in questo libro, o forse viceversa. Fatto sta che è una scoperta piuttosto recente e che mi riprometto con entusiasmo di approfondire. Tra l'altro ringrazio Irene che è stata la mia emissaria alla fiera Più libri, più liberi, prendendomi e recapitandomi, tra gli altri, pure codesto volume.
Vediamo, da dove si può iniziare a parlarne? Intanto pare almeno in parte autobiografico, anche se è difficile intuire fino a che punto. Ho sempre l'impressione che, andando a fare luce sulla biografia di un autore, romperei l'illusione che si è impegnato a tessere con la narrazione, dunque preferisco evitare anche questa volta. Qui Ferran è il protagonista e narratore, e racconta di sé, della propria famiglia, della Valencia in cui è cresciuto. Non è scritto chiaramente in che anni siamo, ma l'autore è nato nel 1951, e il racconto inizia dalla sua infanzia, quindi possiamo tranquillamente fare i nostri conti.
Apro una piccola parentesi per ammettere che non sapevo granché di Franco e del franchismo prima di leggere, qualche anno fa, L'ombra del vento di Zafòn. Avevo letto della guerra civile spagnola in Mentre l'Inghilterra dorme di David Leavitt, e in seguito in Fatto di sangue di Sebastià Alzamora, ma della Spagna che è uscita da quella guerra civile sono ancora piuttosto ignorante. Questo libro mi ha aiutato a comprendere meglio come fosse la vita nel durante, ed è il durante che mi manca.
Ma torniamo alla trama. Ferran e il fratello minore Pepìn, rimangono orfani molto presto. Tuttavia non è che ne soffrano particolarmente; la madre era troppo presa dal dolore per la morte del marito per riuscire ad amarli del tutto, e i due adorano gli zii e il nonno che li accolgono a braccia aperte. È la loro adolescenza, e la loro prima età adulta, ciò che Ferran racconta. Della scuola gestita dai preti, delle loro uscite al giovedì sera per andare al cinema, del ritorno col tram in cui facevano di tutto per strusciarsi contro le studentesse della scuola femminile.
Una cosa che mi ha particolarmente colpita, non per la propria presenza, ma piuttosto per il fatto che non mi ha infastidita, è la prospettiva totalmente maschile del romanzo. I personaggi femminili sono pochi, e mi pare ci sia una qualche barriera che impedisce al Ferran-personaggio di capirli del tutto; non si tratta di una cancellazione attiva e volontaria di una prospettiva duplice in favore di una visione che penda unicamente da un lato, tutt'altro. Forse è per questo che la cosa non mi ha minimamente disturbata. Ho avuto l'impressione che, anziché erigere un muro, Ferran se ne sia trovato uno davanti, e non sapendo come scavalcarlo, si sia risolto a raccontare ciò che vedeva dal suo lato.
Whisky e chicchi di caffè è Ferran, è Valencia, è la Spagna e, soprattutto, la famiglia di Ferran. Gli zii – l'indomito Tomàs e il dolce Ramonet – e il nonno saggio, comprensivo; gli amici e i colleghi di Tomàs, il mondo lavorativo in cui avvolge i nipoti. È una famiglia “bella”, di cui mi è piaciuto leggere. Forse perché non viene né idealizzata né peggiorata ai fini di una maggiore drammatizzazione. Forse per il tacito accordo al voler stare bene tutti insieme.
Ad ogni modo, ho gradito immensamente questo libro, e penso si sia notato abbastanza perché non debba sottolinearlo ulteriormente. Diamine se lo consiglio.

lunedì 8 febbraio 2016

Piccole cose belle #4


La prima cosa bella di cui mi è d'uopo parlare, e perdonatemi l'autoreferenzialità è il Concorso Transilvania, di cui ho pubblicato il bando qui neanche un'ora fa, col beneplacito della giuria. Tra l'altro la giuria è già di per sé una cosa bella. Un po' perché è eterogenea – ci siamo tutti, blogger, librai e autori – e un po' perché sottolinea la disponibilità e l'allegro senso di collaborazione che scorre sotterraneo a un mondo editoriale-letterario che spesso viene raccontato come arido e spietato. Ringrazio qui, come non cesserò di fare in privato, Aislinn e Luca Tarenzi, i miskatonici librai Andrea e Giulia, nonché Camilla, Marco e Irene, per essersi prestati al vaglio dei racconti che – speriamo – perverranno nelle prossime settimane.
Poi certo, anche il concorso in sé è una cosa bella, mi congratulo con me stessa per il tema scelto e mi auguro che vada in porto ciò cui è collegato. Dovrebbe, se tutto va bene. E a quel punto ne parlerò qui e ovunque, così largamente che perderò una caterva di iscritti per noia. D'altronde, capitemi. Sono cose belle.



Un'altra cosa bella è scovare illustratori meravigliosi che si piazzano sul podio delle mie personali preferenze. Ho scoperto di adorare quella che viene definita la “Golden Age” dell'illustrazione, i cui esponenti si rifanno allo stile dell'art-nouveau e del liberty, e la cui durata va dagli ultimi decenni dell'800 fino alla fine della Grande Guerra. Non sono mai stata un'esperta di arti visive, e lo dico con un po' di rammarico, ma pure consapevole del fatto che i libri occupano una porzione troppo grande del mio tempo e delle mie risorse cerebrali perché io possa dedicarmi fruttuosamente ad altro. Nel frattempo, però, posso indicarvi quel poco che riesco a scovare negli attimi che la lettura mi concede.



Un'ulteriore casa di allegrezza editoriale-letteraria è la nascita di nuovi metodi distributivi, in grado di arginare la spaventevole predominanza della grande distribuzione, che da quando Messaggerie si è mangiata PDE appare un tantinello minacciosa per i piccoli editori e per le librerie indipendenti. Ne parla diffusamente Il tropico del libro, in un'intervista multipla che vi invito caldamente a leggere.


E per il resto, basta. Ci sono cose belle, di piccola e media grandezza, ma riguardano solo me e dubito che vi interessino. Tipo una lezione di scherma giapponese o il fatto che nelle ultime settimane le mie capacità culinarie siano cresciute a livelli insperati – cioè normali. Ci sono altre cose su cui sacramenterò, e ne ho ben donde, ma non è questo il post. Mica si chiama “Piccole cose belle più un paio di lamentele per pareggiare i conti”.

sabato 6 febbraio 2016

L'estate segreta di Babe Hardy di Fabio Lastrucci

L'estate segreta di Babe Hardy di Fabio Lastrucci, pubblicato da Dunwich nel 2013. Questo libro è stato il mio regalo di laurea da parte di me stessa, agguantato con una certa solerzia poiché era da un sacco di tempo che lo infilavo nelle liste dei regali di compleanno/Natale e nessuno me l'aveva ancora preso.
Dunque, vediamo. Non è un libro facile da descrivere. Tanto per cominciare, nonostante la trama principale sia piuttosto lineare e veda come protagonisti Stan Laurel e Oliver Hardy (Stanlio e Ollio, proprio loro) affetti da una forma fastidiosa e invalidante di vampirismo, sono presenti un buon tot di personaggi di contorno, che arricchiscono la storia e smuovono, direttamente o indirettamente, le cose per i nostri pallidi protagonisti. A volte non è poi chiaro cosa vogliano, né cosa li muova. È chiaro che il delinquentello da strapazzo Lefty Miracle non abbia poi un piano specifico, e che tutto ciò che vuole è raccogliere un po' di soldi. Eppure riesce in un paio di occasioni a intersecare le linee narrative degli attori principali, senza neanche rendersene conto. C'è Bela Lugosi, principale sospettato del contagio, col suo accento farlocco e i suoi servitori cinesi. C'è il tenente Nunnaly, che vorrebbe arrivare in fondo alla faccenda a quella maniera tipica dei film gangster americani che fuori dalle sale appare decisamente ridicola. C'è Douglas Fairbanks con la moglie Mary Pickford, due celebri attori del muto. E c'è un dottore tedesco che segue le tracce dell'infezione vampirica.
Questo libro è tante cose. È un inno al cinema americano degli anni '30, con cammei e citazioni. Lastrucci afferma di averne disseminati almeno una trentina, e io dubito di averli riconosciuti tutti. Anzi. Ed è anche una raffigurazione meno smagliante, meno innocente e più squallida del solito della Hollywood degli anni '30.
È anche e soprattutto una storia comica, e il comico agisce secondo diversi meccanismi. Primo fra tutti il fatto che i personaggi reagiscono in maniera credibile a un fatto incredibile. Non si struggono nei loro mantelli, filosofeggiando sull'umana sorte, né sentendosi esclusi e “altri” rispetto al mondo di cui avevano fatto parte fino al contagio. Ogni volta che qualcuno – di solito Hardy – vira verso il teatrale, c'è sempre qualcuno o qualcosa pronto a riportarlo coi piedi per terra. E il contrasto tra irreale e reale si sente. Un altro strumento della comicità sono i dialoghi, che ho gradito moltissimo. I personaggi scherzano, si rimbeccano, litigano, svicolano. E poi c'è l'assurdità delle situazioni, che viene spesso portata all'estremo. Il fatto che non disturbi e che non cozzi mai contro la sospensione dell'incredulità dipende almeno in parte, secondo la mia modesta opinione, dall'ambientazione hollywoodiana, in cui per cinematografica abitudine tutto ci risulta possibile, pure l'irrazionale.
Lo stile che accompagna le vicende è preciso, non invasivo, e allo stesso tempo leggero. Si lega perfettamente al tono che l'autore vuole dare alle vicende, quello di un prospettiva un po' slapstick che non si può prendere sul serio.
Personalmente non posso affermare di sapere alcunché su che tipo di persone fossero Stan Laurel e Oliver Hardy. Qui, come personaggi, funzionano eccome. Hardy è goffo e ingenuo, Stan è il pragmatico calcolatore. Entrambi bevono, si punzecchiano, vanno a donne. È strano pensare agli Stanlio e Ollio dei film che guardavo da piccola come a persone vere, ricche e volgari, al rapporto disastrato che hanno con le rispettive famiglie. È strano, ma funziona.
Va da sé che consiglio moltissimo questo libro. Forse non ai fedeli dei vampiri vecchio stampo, ma diamine se lo consiglio.

giovedì 4 febbraio 2016

Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff

Questo libro me lo sono trovato davanti in biblioteca, quasi due mesi fa. Non cesserò mai di professare la mia totale adorazione per le copertine Del Vecchio, così colorate e d'effetto, eppure mai esagerate. O forse sì, anche esagerate, ma in modo piacevole. Nell'ambito della grafica e del design una delle regole auree è “less is more”, e si tende a considerare più elegante ciò che è semplice e discreto. Adoro il fatto che, in barba alla semplicità e alla discrezione, la Del Vecchio continui a produrre copertine che sarebbero tutte da incorniciare.
Dunque, il libro. Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff, edito appunto da Del Vecchio nel 2013 nella traduzione di Paola Del Zoppo.
Blumenberg è un libro curioso come costruzione, come personaggi, come scelta di cosa e quando mostrare. C'è Blumenberg, questo celebre professore di filosofia con cattedra a Munster (Germania del nord. Molto nord.), che a un certo punto vede un leone. E questo leone, che solo lui riesce a vedere, lo segue ovunque, come un'ombra. Si accoccola in un angolo dell'aula o del suo ufficio e lo osserva, o sonnecchia, o lo ignora. Blumenberg lo accetta con facilità, perdendosi in filosofeggiamenti alti su quanto possa stare a significare, su quale interpretazione sia più opportuna per un tale segno.
E poi ci sono alcuni personaggi che gli girano attorno, che in un modo o nell'altro hanno a che fare con lui. Alcuni studenti, Isa, Gerhard, Richard. Isa è ossessionata dal professore, e sogna di perdersi con lui in una relazione malata; Gerhard è uno studente modello, con un passato di ossessione accademica per il professore. È per seguire le sue lezioni che ha scelto l'università di Munster. Poi c'è Richard, amico di Gerhard, assai più rilassato, almeno in apparenza.
La cosa curiosa di questo romanzo, dicevo, è la mancanza di un vero e proprio filo conduttore che tenga uniti i vari elementi del romanzo. Ho difficoltà, a pensarci bene, nell'individuare la trama. Non che sia strappata, o che vi siano errori o falle. Mi è proprio difficile identificarla.
Sì, c'è il professor Blumenberg, con il suo filosofeggiare, con le sue telefonate al redattore, col leone che lo affianca in silenzio; c'è Isa con la sua ossessione e le sue coinquiline; c'è Gerhard, innamorato di Isa, con le sue ambizioni; c'è Richard, con la sua porzione di storia, e c'è pure un po' di Hansi, il folle poeta.
Ma qual è il legame tra questi elementi? Blumenberg e nient'altro? È questo che mi perplime un po'. I capitoli invero sono scritti chiaramente, con linearità, in uno stile piacevole e per nulla pesante. Mi confonde l'uso di uno stile così “reader friendly” con una struttura così volatile, priva di un punto fermo.
Non che il mio giudizio sia negativo, tutt'altro. È un libro piacevole, ben scritto e interessante, anche se ammetto di aver saltato qualche riga quando Blumenberg attaccava a filosofeggiare duro, che son fatta di pasta pragmatica.

domenica 31 gennaio 2016

Blog e Case Editrici - Un fugace elenco di consigli

Io non dovrei scrivere questo post. Perché ho davvero un sacco di cose da fare, pure di una certa pressante importanza. Però è un po' che mi frulla in testa, e soprattutto non voglio lasciare passare una settimana tra un post e l'altro, quindi via, scriviamolo ora che ho un cicinin di ispirazione. Tra l'altro, parliamoci chiaro, quale momento migliore per chiacchierare di siffatto argomento?
Sono diverse le case editrici che hanno compreso, ultimamente, quanto possa tornare utile avere un blog ufficiale di riferimento, sul quale pubblicare interviste, notizie, stralci di racconti. Un tempo c'era giusto Minima et Moralia, blog della Minimum Fax. Poi se ne sono aperti altri. E qui, magari, vi offro un allegro – e poco impegnativo – elenco.


Biancamano2 è il giovanissimo blog di Einaudi. E intendo davvero “giovanissimo”, avrà aperto sì e no una settimana fa. La grafica ricalca perfettamente la collana di narrativa straniera cui fa riferimento. Non sono una grande fan delle copertine Einaudi, preferisco il colore all'eleganza, ma apprezzo la coerenza con cui il progetto grafico viene portato avanti.



Sotto il vulcano è il blog di Sur. Ed è davvero bello. Pieno di articoli e interviste sui loro autori, ma non solo. C'è un articolo di Mira Jacobs sulla letteratura e le minoranze etniche che ho trovato veramente interessante, e si tratta di un'autrice che in Italia è pubblicata da Neri Pozza. E un articolo su David Foster Wallace e il linguaggio dei blurb. Quindi sì, quello di Sur è un blog da seguire. Ci faccio un salto ogni volta che sono in cerca di notizie.

Stoner è il blog di Fazi, attivo già da diversi anni. È un bel blog, anche se gli articoli si limitano ad autori e argomenti direttamente collegati alla casa editrice. Ma considerando che le pubblicazioni Fazi sono spesso interessanterrime...

Senzazucchero è il blog di Del Vecchio, che propone articoli, recensioni e approfondimenti dedicati esclusivamente alle proprie pubblicazioni. Non posso fare a meno di sottolineare pure qui la potenza grafica. Ho un debole per la Del Vecchio, visivamente parlando. In realtà pure dal punto di vista tattile, adoro le copertine un po' cartonate e un po' morbide. Soprassediamo.

Weirdiana è il blog di Edizioni Hypnos, una casa editrice relativamente giovane, votata alla letteratura di genere – horror, weird, gotico... - e nonostante la grafica poco avvincente – un peccato, considerando quanto siano ganze le loro copertine – c'è da encomiare il fatto che pubblichino e linkino articoli a prescindere dal legame diretto con la casa editrice. Anzi.

Sono certa che ce ne siano altri, sicuramente mi sto dimenticando fior di blog. D'altronde, scorrendo questo scarno elenco, si potrebbe pure ipotizzare che si tratti soltanto di un post funzionale alle mie sordide trame. Un accenno, giusto per instillare un barlume di dubbio, che il Progettone Super Segreto che nomino di tanto in tanto su facebook s'accinge a realizzarsi. Chi può dirlo?

(No, nulla di così astuto. È solo che non mi vengono in mente altri blog. Ma se vorrete consigliarmene, sarò ben lesta ad aggiungerli.)



Aggiungo in seguito a una provvida segnalazione Gli appunti di Mur, blog della casa editrice Plesio. Non che non conoscessi il blog o la casa editrice, anzi, lo seguo da un bel po', ma finora l'avevo sempre visto più come il blog personale in cui l'editorA chiacchierava delle proprie esperienze lavorative che come la voce ufficiale di Plesio. Dopo una visita più attenta debbo ricredermi. Gli appunti di Mur chiacchiera dell'esperienza Plesio, dedita al fantasy, al fantastico e alla fantascienza.

venerdì 29 gennaio 2016

Piccoli scorci di libri #57

Scritto sulla tua terra di Mauro Libertella – traduzione di Vincenzo Barca – Caravan Edizioni, 2015

Facci sapere cosa ne pensi, ci teniamo”, mi scrivono le Caravan, sotto il ringraziamento che ho lasciato sulla loro pagina facebook. Un paio di giorni fa è finalmente giunto tra le mie mani uno dei pacchi con gli acquisti che avevo commissionato a Irene-Nereia (qui il suo sfavillante blog) per la fiera romana Più libri, più liberi. E dentro c'era un mio acquisto – Whisky e chicchi di caffè di Ferran Torrent, Gran via Edizioni – e Scritto sulla tua terra, oltre che il volutissimo Alle fanciulle e alle figlie del popolo di Anna Maria Mazzoni, ultima uscita della collana femminista di Caravan. C'era che a Irene avevo detto, per quanto riguarda la Caravan, “Scegli tu, stupiscimi”, o qualcosa del genere, perché Caravan partecipava a Blog Notes (qui per capire cosa sia) e Irene ha passato un sacco di tempo nello stand. È andata che mi hanno regalato, da recapitarmi, entrambi i libri che ho citato. Questo compreso. Non sono un granché nei ringraziamenti, ma ancora grazie mille, Caravan Girls.
Dunque, il libro. È un libriccino piccolo, corto, di nemmeno cento pagine. Racconta, in sostanza, il lutto di Mauro, figlio di Hèctor Libertella, che in Argentina è uno scrittore famoso, e che qui forse arriverà prima o poi. Mauro racconta del padre, del suo rapporto con l'alcol, di quello che rimane di una vita che è arrivata alla fine. Del rapporto di Hèctor con la morte, soprattutto negli ultimi tempi. Della sua dignitosa resa.
Parla anche di sé, Mauro, attraverso la figura del padre. Perché Mauro vuole scrivere, ma teme il peso del nome Libertella, che Hèctor ha caricato di significati e aspettative. Dev'essere dura fare i conti con un'eredità del genere.
E dunque, in realtà non c'è molto altro da dire. È la storia di Mauro, un ventitreenne cui è morto il padre, e cerca di fare i conti con la sua perdita scrivendone. Lo stile è chiaro, pulito, scorrevole. La prospettiva è realistica, non ci sono quegli spostamenti verso l'irreale che ci si aspetterebbe da uno scrittore sudamericano.
Dicevo all'inizio che le Caravan Girls mi hanno chiesto di far loro sapere cosa ne pensavo. Ecco, qui cito la stessa risposta che ho lasciato sulla loro pagina.
L'ho letto tutto in due mandate, con l'influenza e gli occhi che bruciavano.”
Penso sia una risposta esplicita.

Il libraio che imbrogliò l'Inghilterra di Roald Dahl – traduzione di Massimo Bocchiola – Guanda, 2009

Questo libriccino mi è stato regalato per la laurea. Diciamo che era il regalo da scartare, a fronte di un regalo enorme di cui ancora non mi sono appropriata – più o meno – in quanto immateriale. Ne parlerò sicuramente, ma non ora. Comunque ho gli amici più belli del mondo. Invidiatemi.
Io adoro Roald Dahl. Lo adoravo da piccola, quando mi sono divorata tutti i suoi titoli nella collana degli Istrici, e gli ho voluto un sacco di bene quando Longanesi ha pubblicato, qualche anno fa, Lo zio Oswald, di genere assai diverso. Questi due racconti mi mancavano, ed era veramente un peccato. Sono geniali. Brevi, assurdi e geniali.
Il primo racconta di William Buggage e della sua segretaria, ufficialmente proprietario di un negozio di libri usati e rari. Principale occupazione, truffatore.
Nel secondo si assiste alla reazione di un genio della meccanica ai continui rifiuti con cui le riviste letterarie rispondono ai suoi racconti.
Sono entrambi racconti grotteschi e cinici, cattivi. Mostrano la pochezza dell'animo umano, personaggi privi di dignità e rispetto per il proprio mestiere, perfino per ciò che dovrebbero amare. E nello stesso tempo sono due racconti che lasciano col sorriso sulle labbra, e un po' di amaro per non aver mai avuto l'occasione di conoscere Roald Dahl in vita. 

domenica 24 gennaio 2016

Dietro la scena del crimine - Morti ammazzati per fiction e per davvero di Cristina Brondoni

Di questo libro ho già parlicchiato, anche se ai tempi non l'avevo ancora letto. Trattasi di Dietro la scena del crimine – Morti ammazzati per fiction e per davvero di Cristina Brondoni, fresco da Las Vegas. Ne avevo chiacchierato qui, dopo aver assistito alla presentazione al Circolo dei Lettori.
Ero uscita dalla presentazione divertita e un po' spiazzata dal mio stesso divertimento. Mi chiedevo se il libro sarebbe stato all'altezza dell'incontro, leggero e informativo, macabro e scanzonato. La risposta è sì. A parte il finale, se così vogliamo chiamarlo, visto che trattasi di un'opera di saggistica. Gli ultimi capitoli, tra Dahmer, Gain e Bundy, perdono la patina di spensieratezza e calano più sulla ferocia.
C'era una cosa che non avevo capito del libro, nonostante me ne avesse parlato Carlotta – la Signora Las Vegas – e nonostante avessi seguito con ininterrotto interesse alla presentazione. Dietro la scena del crimine non è solo un'opera che vuole fare luce sulle differenze tra le scienze forensi nelle fiction e la realtà dei fatti. Dietro la scena del crimine vuole anche essere un manuale per la scrittura di gialli e thriller; se uno vuole scrivere di delitti, è bene che lo faccia tenendo presente gli errori in cui può incappare. Vuoi perché i media ci mostrano un modello di indagine che non cambia quasi mai da una serie tv all'altra, vuoi perché certi aspetti li diamo ormai così per scontati che non ci prendiamo la briga di fare le dovute ricerche, ma chi cerca di scrivere gialli – e l'autrice qui cita un paio di esempi azzeccatissimi – spesso fa degli errori davvero grossolani. Non soltanto errori puramente narrativi o strutturali, proprio errori di scienza forense o di ambientazione.
Per dire, se tu vuoi che una persona muoia uccisa con un veleno, tu quel veleno lo devi conoscere. Devi conoscerne l'odore, il sapore, sapere se si scioglie nell'acqua, e se sia rilevabile a un'analisi superficiale. E devi anche sapere come e dove ci se lo può procurare, quali effetti ha sulla vittima, quanto tempo occorre perché ne provochi la morte... tutto. Gli strumenti per uccidere, se vuoi scrivere di delitti, devi conoscerli bene. Magari non tutti, ma almeno quelli che decidi di utilizzare nella storia, che diamine.
Sono elencati altri errori, meno ovvi. La condizione del cadavere, quello che ci si può aspettare dalla putrefazione, dal rigor mortis, dal sangue. Un sacco di elementi che sarebbe bene il caso di studiarsi, prima di piazzare un morto sulla scena, e soprattutto prima di farlo analizzare da quello che dovrebbe essere un esperto.
Cristina cita diversi esempi, presi soprattutto dalle serie televisive. Cita ad esempio Rust Cole, detective “dannato” della prima stagione di True Detective. Apro e chiudo immediatamente la parentesi, sperando che la McMusa, che ha presentato il libro insieme all'autrice al Circolo dei Lettori e che ha difeso a spada tratta Rust, non legga mai. A me Rust non piaceva, come personaggio. Era troppo dannato. Troppo noncurante per prendersi il disturbo di sproloquiare sull'umana sorte. Quando filosofeggiava mi cascava tutta la credibilità. Il primo True Detective mi è piaciuto, ma penso di essere tra i pochissimi che hanno preferito di gran lunga la seconda stagione. Chiusa parentesi.
Cristina, dicevo, prendeva ad esempio True Detective per lamentare delle eccessive libertà che si prendono gli sceneggiatori. Non dovrebbe fumare, ad esempio, sulla scena del crimine. E non si dovrebbero fare avvicinare i personaggi a un cadavere già bello frollato come se stessero entrando nella fabbrica degli Arbre Magique. Per non parlare delle stazioni di polizia che avrebbero più senso in Star Trek che in quella che vorrebbe essere una rappresentazione della reale routine investigativa.
È un libro ganzo. Non leggo molta saggistica, tutt'altro. Banalmente, perché di rado incappo in un argomento che mi interessi abbastanza da supplire alla mancanza di una trama. Potrei continuare a elencare quello che ci si trova, e gli errori che evidenzia, ma non avrebbe poi troppo senso.

È un libro per chi vuole leggere e scrivere bene di morti ammazzati e per chi a prescindere si interessa di criminologia. E diamine, lo consiglio assai.