lunedì 25 agosto 2014

Piccoli scorci di libri #40

Mi chiamo Irma Voth di Miriam Towes – traduzione di Daniele Benati – Marcos y Marcos, 2012

È un libro di cui ho sentito parlare spesso, e sempre molto bene. E se da un lato ha retto egregiamente alle aspettative, dall'altro non riesco proprio a trovarmi d'accordo con quanto mi era stato preannunciato. Perché sì, Mi chiamo Irma Voth è un libro bellissimo, ma non è affatto il romanzo allegro e ridanciano che mi avevano descritto. Certo, qualche sorriso viene strappato dall'assurdità di un dialogo o di una situazione. E da quello che ne pensa Irma, o dalle parole della sorellina Aggie, o per le bizzarre credenze dei mennoniti tra i quali hanno sempre vissuto. Ma non sono riuscita a leggerlo come un libro divertente o comico, neanche un po'. Forse è il mio sistema umoristico che non funziona, non so. Mia madre per convincermi a guardare Breaking Bad (grazie per esserci riuscita, comunque, è la mia serie preferita in assoluto) ha continuato a descrivermi una serie di situazioni tanto patetiche da deprimermi solo a sentirle. Magari mi manca il senso del patetico, chissà.
Ma dicevo, questa storia è narrata in prima persona da Irma stessa. Ha diciannove anni, è sposata a un messicano che l'ha appena lasciata ed è per via di questo legame che il padre ha deciso di allontanarla dalla famiglia, confinandola in una proprietà adiacente alla loro, ma con qualche ettaro di nulla a separarli. Sono mennoniti, tipo amish ma meno amish. E Irma si tiene per sé i suoi dubbi, è una persona calma, bizzarra ma sensata. Poi un giorno arriva una troupe cinematografica, e il regista chiede a Irma di farle da interprete con la sua attrice tedesca e la trama inizia a scorrere, prima piano e, da metà in poi, sempre più velocemente.
Non mi va di entrare nei particolari, e consiglio di non leggere la quarta di copertina perché rivela davvero troppo. Ma lo consiglio. Un sacco. Bella la storia, belli i personaggi, belli i dialoghi, bello quel che si è visto del Messico.

Shadow Hunters – La città di ossa di Cassandra Clare – traduzione di Fabio Paracchini – Mondadori, 2007

Mi ci è voluto un sacco per finire questo libro, il primo volume della celeberrima serie. Me l'ha prestato la ragazza che viene a dare una mano in libreria e... beh, coi miei libri sono una bestia, ma con quelli degli altri sono una restauratrice. Non potendomelo portare dietro né quando esco né nella vasca né durante i pasti... beh, tutto sommato ci ho messo anche poco.
La trama è presto detta. Clarissa è una ragazza di sedici anni ed è in discoteca con l'amico Simon, quando si trova ad essere testimone di un attacco da parte di tre Shadow Hunters (i cari vecchi Cacciatori) nei confronti di un demone che viene presto fatto fuori. Il fatto che sia riuscita a vedere i Cacciatori quando loro non intendevano farsi vedere è un bel mistero, quindi uno di loro fa in modo di trascinarla nella loro base, per poterci capire qualcosa. Nel frattempo la madre di Clarissa viene rapita e... demoni. Un po' di demoni. E poi una parte decisamente troppo lunga nel ritrovo degli Shadow Hunters. E poi il cattivo che ce l'ha coi mezzosangue. Coff.
Ci sono due cose che mi hanno lasciata un po' 'meh' di questo primo libro. Prima di tutto la traduzione. C'erano frasi che stridevano tantissimo, si riusciva a vedere la forma sintattica originale sotto lo scialbo adattamento italiano. A un certo punto ho ritrovato il mio acerrimo nemico, 'situation' tradotto come 'situazione'. Google Translate, ci incontriamo di nuovo.
L'altra cosa che non mi è piaciuta è la semplicità con cui tutto pare filare liscissimo. A volte parlo del 'meccanismo' della trama e di rotelle che iniziano a girare, si mettono in moto. Uso parecchio questi sinonimi, perché nella mia testa la trama è un intricato aggeggio meccanico che deve essere acceso al momento giusto, e in cui i denti delle rotelle devono incastrarsi perfettamente. Ecco, in questo caso più che un meccanismo mi è sembrata una strada liscia e oliata. Tutto accade nel momento giusto e questo non va bene. Non è plausibile, e a me dà fastidio. Va bene che sono a un buon tot d'anni di distanza dal target di riferimento, ma sono ben lungi anche dal target di Harry Potter e lì il meccanismo c'è eccome. Ed è pure di quelli complessi.
Ci sono, in La città di ossa, un po' troppe coincidenze e un paio di momenti in cui veramente mi sono chiesta che razza di editor abbia avuto la Clare. Intendiamoci, un editor non deve scrivere né riscrivere, ma dovrebbe far notare le discordanze, i tempi morti, le piccole distrazioni che si risolvono in due minuti. Ma perché diavolo non sono state segnalate, certe incongruenze? O il fatto che la parte centrale del libro sia di una noia mostruosa? L'inizio è carino, e il terzo finale mi è piaciuto davvero, ma per arrivarci...
I personaggi però mi piacciono. Ho letto un po' di critiche sul fatto che sono troppo stereotipati, però... non saprei. Cioè, Clarissa mi ha irritata in certi punti, perché la Clare ci teneva molto al fatto che passasse per una tipa tosta con la risposta pronta, e per un po' l'ha resa simpatica come una medusa nel costume. Però via, non è un brutto personaggio, una volta che la Clare smette di farla incacchiare a caso. E mi è piaciuto moltissimo Jace, lo Shadow Hunter figo. Mi è piaciuto perché è stupido. Cioè, c'è sempre questo tipo bello-e-dannato-forte-infallibile in qualsivoglia declinazione di fantasy. In questo caso sì, Jace è bello e forte e tutto, ma è talmente idiota che il suo essere power player non infastidisce. Simon me le ha fatte un po' girare ma ha senso, Alec e Isabella non si vedono moltissimo e spero di conoscerli meglio in futuro.
Alla fine... sì, non è male. Dopotutto è il primo di una serie, spero che nei volumi successivi i difetti vengano smussati. Non è Harry Potter, va bene, ma è interessante e piacevole.
Lo consiglio con riserve, ecco.

giovedì 21 agosto 2014

Di zia Jane non ne avrò mai abbastanza

Chiunque venga a curiosare da queste parti almeno un paio di volte al mese avrà già subodorato da tempo quanto io adori Jane Austen. O, come viene affettuosamente chiamata dalle sue accolite (le Janeites) ispirate dalle lettere della nipote Cassandra, zia Jane. Non ho mai sentito lo stimolo a recensire un suo libro perché via, andiamo, Jane Austen. C'è forse bisogno di recensire Orgoglio e Pregiudizio, Ragione e Sentimento, Emma etc? Sono capolavori. Tutti. Punto.
Mi è capitato però, soprattutto su facebook, di chiacchierare di quelle opere ispirate dai libri di zia Jane. Serie tv, serie sul web, film, libri su zia Jane e sui suoi personaggi. Mi va, quest'oggi, di fare un piccolo sunto della massiccia coltre di opere che quest'unica romanziera ha saputo ispirare. Voglio dire, perché no?
Inizio col chiacchierare dei Diari di Lizzie Bennet, o meglio, Lizzie Bennet Diaries. Una web serie americana che adatta in chiave moderna Orgoglio e Pregiudizio, riproponendo le varie peripezie dal punto di vista di Lizzie, una vlogger che racconta della sua famiglia e dei suoi amici, di quest'odioso Darcy, dell'adorabile Bingley e della sua amata sorella Jane. Sono episodi brevi, allegri, e la cornice 'vlog' scelta per raccontare la storia implica che sia Lizzie stessa a impersonare buona parte dei personaggi. La consiglio moltissimo, soprattutto per il modo in cui è stata gestita la problematica Lydia. Davvero geniale e commovente.
Tra l'altro gli stessi creatori stanno riadattando anche Emma, anche se ammetto che ancora non ho iniziato a guardarlo. Vi lascio il link del canale, però, qui.
Sempre per quanto riguarda gli adattamenti in chiave moderna c'è Lost in Austen, una divertentissima serie britannica in cui una fervente Janeite, Amanda Price, trova nel proprio bagno un passaggio che la porterà nel mondo di Orgoglio e Pregiudizio, e proprio nella casa della famiglia Bennet, dove si troverà a fingersi un'amica di Elizabeth, che nel frattempo ha preso il suo posto nel nostro mondo. Lieta di comunicarvi che si trova facilmente su Youtube con sottotitoli italiani.
Il diario di Bridget Jones è un'opera tanto famosa – più i film del libro, invero – che citarlo dovrebbe essere superfluo, ma non tutti sanno che è ispirato a Orgoglio e Pregiudizio. Neanch'io lo sapevo finché l'ovvietà della cosa non mi è balenata davanti agli occhi. Diamine, hanno perfino preso lo stesso attore per interpretare Darcy. Che si chiama Darcy, santoddio.
E poi gli infiniti adattamenti televisivi. I miei preferiti sono le serie della BBC di Orgoglio e Pregiudizio del '95, con la celebre scena di Colin Firth che emerge dal lago, e quella di Emma del 2009. Bellissimo anche il film di Ragione e Sentimento del '95 in cui Edward è interpretato da Hugh Grant.
L'anno scorso è uscito il film Alla ricerca di Jane (Austenland in originale), tratto dal libro di Shannon Hale. Ho provato a guardarlo, ma proprio non ce l'ho fatta. Ignoro come sia il libro, ma il film davvero non l'ho retto. Non mi ha comunicato nulla dell'amore per la Austen che mi aspettavo.
C'è anche il libro Il Club di Jane Austen (The Jane Austen book club) di Karen Joy Fowler da cui è stato tratto l'omonimo film e di cui non ho sentito parlare proprio benissimo.
Ci sono le bizzarre riscritture in chiave horror come Orgoglio e Pregiudizio e Zombie di Seth Grahame Smith e Mr Darcy, Vampiro di Amanda Grange. C'è la serie di Stephanie Barrow in cui Jane Austen stessa impersona una detective, c'è Una carrozza per Winchester di Giovanna Zucca in cui viene romanzato l'ultimo periodo in vita di zia Jane.
C'è il diario di viaggio Jane Austen – I luoghi e gli amici di Constance Hill che sto leggendo in questi giorni, in cui l'autrice percorre insieme alla sorella illustratrice i luoghi in cui ha vissuto Jane.
C'è Vecchi amici e nuovi amori di Sybil G. Brinton, scritto nel 1913, immaginaria prosecuzione delle storie narrate nei romanzi Austeniani, una pre-fanfiction che ho assai gradito e di cui ho chiacchierato qui.
C'è La vita secondo Jane Austen di William Deresiewicz che mi ispira un sacco e che, ora che mi è tornato in mente, domani non mancherò di ordinarmi in libreria.
C'è il libro-game su cui prima o poi metterò le mani, intitolato Lost in Austen e ci sono le varie graphic novel edite in Italia dalla Panini. 
E sono certa, certissima che mi sto dimenticando chissà quanti adattamenti degni di nota. I personaggi di Jane Austen sono riusciti a ispirare troppe persone e troppo profondamente perché mi sia possibile accennare a tutti i loro lavori.
Ad ogni modo, non credo sia il caso di consigliare di leggere un suo libro. Zia Jane va approcciata quando ci si sente pronti, quando quella copia consunta di Orgoglio e Pregiudizio sporge appena dallo scaffale, quando un amico la nomina una volta di troppo e scatta l'improvvisa voglia di leggerla.
Io la adoro. Inutile dire di più.


E già che ci sono vi lascio qualche link interessante:

domenica 17 agosto 2014

I diari del sottosuolo

Domani a quest'ora sarò nella casa di Prezzemolo. O nel Galeone dei Pirati. O in quella cosa strana che era nata come attrazione dedicata ai faraoni egiziani e che adesso fa molto 'teorie bislacche sul contatto tra alieni e popolazioni antiche'. Non so in che altro modo descriverlo, ma l'ultima volta che sono stata a Gardaland c'erano dei laser.
Dunque, l'altra sera ho finito di leggere I diari del sottosuolo, antologia di racconti urban-fantasy targata Speechless.
Possiamo prenderci del giusto tempo per guardare la copertina e sputare mentalmente su tutte le case editrici che risparmiano sulla grafica? Credo che sia una delle cover più belle che io abbia visto da un bel po' di tempo. Punto.
Dicevo che è un'antologia di racconti, e io non sono capace di recensire i racconti. Una cosa posso dirla, ed è che tutti hanno superato la mia soglia di gradimento, qualcuno più e qualcuno meno. Certi mi sono piaciuti un sacco, e un po' mi spiace che siano 'soltanto' racconti brevi e non storie più lunghe e articolate. Se i personaggi sono interessanti mi piace conoscerli bene, sapere come sono diventati le persone che sono, cosa si nasconde dietro un gesto o vedere come si comporterebbero in una pluralità di situazioni. E diverse ambientazioni mi sono sembrate davvero interessanti, mi sarebbe piaciuto saperne di più.
Difficile parlare di ogni racconto preso singolarmente. Ci sono fantasmi, streghe, elfi, supereroi, sirene. Ci sono suv posteggiati dove non dovrebbero, genitori luttuosamente morti, bacinelle, battaglie, biblioteche, nonne, consigli anarchici, strani artefatti... ecco, c'è un sacco di roba. Ogni autore ha interpretato diversamente il termine 'urban-fantasy'. Tra l'altro la post-fazione scritta da Luca Tarenzi è incentrata sulla definizione stessa di urban-fantasy, ed è assai interessante.
Certo, posso dire che compaiono nomi noti come Gisella Laterza - e il suo racconto mi è piaciuto tantissimo - e Laura Maclem, di cui avevo gradito assai L'incanto di cenere, anche se non mi è mai capitato di parlarne.
Non so bene che altro dire di questa pubblicazione. Se andassi a scavare più a fondo nei particolari dei racconti, finirei per incorrere in orrendi spoiler. E andare a spulciare i diversi stili degli scrittori mi pare un tantino fuori luogo, se tanto non chiacchiero diffusamente delle trame. Non posso certo definire questo post una recensione, al massimo una segnalazione. Un assaggio dei Diari, ecco.
Ovviamente lo consiglio. Moltissimo.
Tra l'altro non solo costa davvero poco, ma il ricavato va a Emergency. Quindi sì, consigliato doppiamente.
Già che ci sono segnalo pure che la Speechless ha da poco dato inizio a una nuova iniziativa chiamata Magic Mirror. A quanto ho capito dovrebbe essere più interattiva rispetto ai progetti precedenti, ma essendo che le mie ultime settimane sono state fagocitate da un misto di stage in libreria e inusitata vita sociale, non ho ancora avuto il tempo di immergermici a dovere. Ma essendo che Speechless è Speechless, ve la consiglio ugualmente, che non ho dubbi sulla possanza dell'iniziativa.
Ed ora è il caso che io mi metta a fare le valigie, che il treno è tra pochissime ore.

giovedì 14 agosto 2014

Wienna di Christian Mascheroni

Pare più che giusto che adesso io parli di questo libro, visto che ho passato qualche lieto giorno immersa nel suo tema principale. I miei amici sono ripartiti da casa mia ieri sera, col loro bagaglio di libri e fumetti prestati (e ritornati), raffreddori e punture di zanzara.
Dio, quanto spero fossero punture di zanzara.
Wienna di Christian Mascheroni, edito da Las Vegas nel 2012. Questo me l'ha consigliato direttamente Carlotta di Las Vegas al Salone di Torino, mentre vagheggiavo indecisa da un lato all'altro del loro stand.
Wienna è un libro sull'amicizia. Una celebrazione dell'amicizia quasi ingenua da quanto è totale, scarnificata ed esposta. Credo sia il tipo di storia cui pensi spesso quando sei alle superiori, e gli amici inizi a sceglierteli con più discernimento, non essendo più costretto a invitare tutta la tua antipaticissima classe alla tua festa di compleanno. Io ci pensavo un sacco, all'amicizia in questi termini. Sarà stato anche il telefilm Friends, saranno stati i manga, o Harry Potter, però ho sempre pensato ai propri amici come a una bolla d'aria pura in un mondo tossico. Un po' la vedo ancora così, non posso farci niente.
Ad ogni modo, dicevo che Wienna è il tipo di storia in cui ci si crogiola quando si è adolescenti e un po' disadattati. Non vuole essere una critica, anzi. Christian Mascheroni quella storia l'ha saputa scrivere bene. Molto bene.
Dunque, vediamo. C'è Werner, che ha appena compiuto trent'anni e che sette anni prima è partito da Vienna per approdare in Italia, convinto che avrebbe avuto successo, prima come pubblicitario e poi... e poi boh, perché successo non l'ha proprio avuto. In questi sette anni non ha mai rivisto nessuno dei suoi vecchi amici di Vienna, e si è tenuto in contatto soltanto con uno di loro, quello più di vecchia data, il più stretto e disturbato, Florjan. Poi tocca alla rumorosa Astrid, e poi al serioso Reinhold. Questo libro narra dei due giorni in cui Werner torna per la prima volta nella sua città natale e rivede i suoi vecchi amici dopo sette anni.
Tempo fa avevo scritto un post chiamato Ma come ti muovi?, in cui lamentavo il modo in cui certi personaggi si comportano nello spazio, con movenze totalmente avulse del contesto, esagerate, improponibili e irrealistiche. Ci sono stati dei punti in cui, leggendo Wienna, ho provato un pizzico di quel fastidio, eppure non è questo il caso. Il fatto è che, credo, ci sono persone con cui puoi lasciarti andare così tanto che non hai più bisogno di tenere sotto controllo il tuo corpo e il modo in cui si muove e interagisce con lo spazio attorno. Abbracci, spingi, mordi, pizzichi, ti appoggi, ti lanci. E va bene, è giusto così e basta.
È stato bello leggere di questo gruppo di disadattati un po' falliti e un po' sconfitti che vagano per Vienna, parlano del passato, si fanno domande, si infervorano. È difficile perdonare a Werner di essere scomparso così, ma sarebbe ancora più doloroso rifiutarsi di vederlo e basta.
Mi piace un Florjan così spezzato, così debole e allo stesso tempo resistente. Astrid è fantasticamente fallimentare e così piena, di Reinhold avrei voluto leggere di più.
Ci sono cose, aggiungo, che paiono dapprima un'esagerazione, ma che poi acquistano un senso. Per il resto... beh, non so che altro aggiungere.
Bel libro, scritto davvero bene, un inno sentito all'amicizia. Consigliato assai.
Non so quante volte io abbia ripetuto 'amicizia' in questo post. Direi tante, troppe. Quindi la chiudo qui.
Anche perché oggi è il compleanno di mia madre e devo prepararle una torta. Ed essendo abile nel cucinare quanto nel trovare degne conclusioni ai post – ohohoh! - temo che ci metterò un sacco.

lunedì 11 agosto 2014

Del criticare, del recensire, ma fino a dove?

Sono molto indecisa sul tema di questo post. In realtà perfino adesso mi si dibattono dentro la bellezza di due argomenti. Primo fra tutti, i libri che ho letto, un paio di recensioni brevi che attendono da settimane. Sarebbero su Wienna di Christian Mascheroni e La casa della gioia di Edith Wharton. Oppure Miss Julia dice la sua di Ann B. Ross, o ancora Stabat Mater di Tiziano Scarpa, che ho finito ieri sera. Ne ho, di libri di cui chiacchierare.
Però c'è anche quell'altro tema, quello che non ho nemmeno il tempo di sviluppare decentemente perché nel giro di mezzora dovrebbero giungere a trovarmi degli amici da nordiche lande, e non è proprio carinissimo stare a ticchettare al computer quando ci sono ospiti. Tra l'altro la loro presenza – e la loro esistenza, e il loro essere e tutto ciò che sono stati e che sono ancora – deporrebbe a favore di una bella discussione sull'amicizia, e quindi su Wienna di Mascheroni.
Ma visto che i miei neuroni sono ostinati e irritanti, mi arrendo all'altro tema.
Alla critica.
A quanto si può criticare, come, perché, chi, fino a che punto.
Perché posto che uno scrittore debba scrivere come ama scrivere, un lettore deve pur gradire quello che legge.
Mesi fa ho letto Il soccombente di Thomas Bernhard, ne ho pure chiacchierato qui. Ecco, non è stata proprio una lettura entusiasmante. È un bel libro, è scritto bene, e ben congegnato, questo nessuno può toglierglielo. Eppure mi ha infilzato in testa un dubbio. Ovvero, fino a che punto si può parlare di scelte stilistiche e dove inizia la pesantezza intesa come difetto? Dov'è che, a prescindere da quello che vorrebbe effettivamente trasmettere l'editore, la mancanza di scorrevolezza – o l'eccessiva semplificazione – diventano i 'malus' di un libro?
Sto leggendo Shadow Hunters, il celeberrimo Shadow Hunters. Se ne è parlato tanto, e la ragazza – simpaticissima – che viene a dare una mano in libreria lo adora. Me l'ha prestato senza remore, come io le ho passato L'età sottile di Dimitri (che ha finito e adorato, con mia somma soddisfazione). Però... non so. Per quanto io possa comprendere il bene che fa la velocità a un urban fantasy per ragazzi, non riesco a sopportarne la mancanza di dettagli, o quelle piccole pecche risolvibili in pochi minuti. Come un personaggio che resta svenuto per giorni e che non si vede offrire nessun rifocillamento al proprio risveglio, e che tuttavia non accusa particolare debolezza. Reazioni poco comprensibili di alcuni personaggi rispetto agli accadimenti, questo genere di cose che mi fa storcere il naso, e che tuttavia al target della serie pare andare benissimo.
E giusto ieri chiacchieravo di Battle Royale, insieme ad alcuni degli amici che sto attendendo trepidante. Se c'è una cosa che non ho sopportato di Battle Royale è la presentazione stereotipica all'estremo e orrendamente schematica dei personaggi. Un capitolo d'azione dei protagonisti, un capitolo dedicato a uno studente, alternati con una certa regolarità. E gli studenti sono tutti i classici tipi che si trovano negli shonen manga, quelli che basta il ruolo per definirli. Per me, non c'è niente da fare, è un difetto. A uno può piacere, non dico di no. Ma a prescindere da quello che voleva l'autore, è indice di una struttura troppo semplice e poco curata. Non è così che si presentano i personaggi, ma coi gesti, con le azioni, con quello che pensano. Non con dei 'X è fatto così, gli piace questo e quindi vuole questo'.
Accarezzo il sogno di diventare editor, un giorno. E altre cose, tutte legate ai libri. Per questo mi domando spesso fino a che punto sia lecito intervenire su un testo. Genericamente, penso che il compito dell'editor sia aiutare lo scrittore a scrivere esattamente quello che vuole, a non farsi fraintendere dal lettore.
Ma se lo scrittore, putiamo caso, intende scrivere tutto un libro con toni colloquiali e volgarotti da chiacchierata al bar, rendendolo poco comprensibile e stancante? Certo, è quello che voleva l'autore, che magari è in grado di scrivere ben altro. Eppure quel libro potrebbe risultare pesantissimo.
Esistono libri sgradevoli, e lo sono che l'autore lo voglia o meno. È giusto criticarli, ma fino a che punto? E cos'è maggiormente criticabile, che uno scrittore si renda volontariamente pesante e poco chiaro, o che inciampi in involontari errori di giudizio?
Tra l'altro, e so che sono in netta minoranza ma non posso farci nulla, sono convinta che ci siano criteri oggettivi e verificabili perché si possa distinguere la qualità formale di un libro, a prescindere dalla sua gradevolezza. Ne ho parlato qui, diversi mesi fa. Quindi... beh.
Tra poco arriveranno i miei amici, e io sto ancora qui bloccata a farmi di queste domande. Spero di essermi spiegata al meglio, ma non avendo che pochi minuti per correggere i refusi più evidenti, non mi è dato di esserne certa.
Mi farebbe piacere poter aggiungere altrui pareri alle mie opinioni confuse, che cambiano di ora in ora. Troppi se, troppi ma, decisamente troppe variabili. E punti di vista.
Quindi, beh... passate una buona giornata. Io lo farò di sicuro.
(Tra l'altro consiglierei di dare un'occhiata anche a questo post di Start from Scratch. Non nascondo che molto probabilmente il titolo di questo è influenzato dal suo. Sfortunatamente non me ne vengono in mente altri, quindi lo lascerò così almeno per adesso.)

mercoledì 6 agosto 2014

Gli artisti della traduzione #2

Dicevo, diversi mesi fa, che la traduzione è un mestiere ingrato e bastardo, avaro di ritorno economico e pestilenziale nel riconoscimento culturale. È al lavoro del traduttore che si deve una buona percentuale del gradimento di un'opera, è il traduttore che deve barcamenarsi tra quello che l'autore avrebbe voluto dire e quello che il lettore deve capire. Potrei andare avanti per un bel po' nell'enumerare le difficoltà che sommergono il traduttore, ma credo possa bastare una rapida cliccata al banner La correttezza paga lì a destra.
Dunque, lo scorso agosto ho pubblicato il post Gli artisti della traduzione. È uno dei più letti del blog, cosa che mi allieta alquanto, perché è segno di un certo interesse verso chi lavora con le parole, almeno da parte di noi bibliofili convinti. È anche uno dei più commentati, e molti hanno contribuito parlando dei loro traduttori preferiti. Un paio di quelli che avevo citato sono perfino passati a ringraziarmi.
Non è poi così strano se dopo un anno mi va di riprendere il discorso, visto che ho continuato a imbattermi in altre prove magistrali.
Silvia Pareschiqui il suo blog personale – è la voce italiana di Franzen. Cioè, anche di un sacco di altri autori famosissimi, come Alice Munro, Don DeLillo e Cormac McCarthy, ma posso parlare solo di quello che ho letto. A parte il fatto che chiunque venga chiamato dalla Adelphi non può che essere il fiore della competenza.
Susanna Basso traduce soprattutto per l'Einaudi, da Ian McEwan (infatti l'ho incontrata e adorata con Espiazione) a Julian Barnes, da Martin Amis a Paul Auster.
Gaja Cenciarelli è un nome piuttosto noto, e la conoscevo ben prima di approdare alla sua traduzione di La casa della gioia di Edith Wharton. Libro stupendo, oltre che seconda pubblicazione della collana Le grandi scrittrici della Neri Pozza. A parte questo, tradotto meravigliosamente. Tra l'altro, cercando notizie su google, ho scoperto che ha anche tradotto l'irlandesissima serie di Agnes Browne, sempre edita dalla Neri Pozza. Strabene, ovviamente.
Mara Barbuni la conoscevo come Ipsa Legit, dal nome del suo – consigliatissimo – blog. La sua traduzione di Gli innamorati di Sylvia per la Jo March mi è piaciuta moltissimo, come non ho mancato di notificare nella recensione. Davvero, sprizza amore per la Gaskell da ogni poro.
Chiara Reali ha compiuto un'opera di difficoltà immensa nel tradurre Desolation Road di Ian McDonald, prima pubblicazione della Zona42. Desolation Road è sia fantascienza che realismo magico, e McDonald è uno di quelli che scrive in quel limbo tra la meraviglia e la chiarezza, senza mai scivolare verso l'incomprensione. Tradurlo deve essere stata una faticaccia. E lo dico perché non sembra essere stato tradotto.
A Silvia Castoldi – che tra l'altro ha tradotto Il sole dei soli, il secondo libro di Zona42, che al momento giace sulle mie gambe – dobbiamo l'adattamento in italiano di Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, La famiglia Fang di Kevin Wilson. E di un sacco di altri libri, ne sono certa perché come nome mi è estremamente familiare. Purtroppo non riesco a trovare informazioni su google.
Monica Pareschi – al cui incontro ho dedicato lo scorso post – è curatrice della collana Le grandi scrittrici Neri Pozza, nonché traduttrice della nuova edizione di Jane Eyre e... beh, di un sacco di autori, tra i quali figurano Doris Lessing, Bernard Malamud, Paul Auster, Shirley Jackson. Alla faccia della logotrafficante.
E dunque, per questa volta chiudo qui. So che ci sono decine di altri traduttori di cui dovrei tessere le lodi, ma questo post si è rivelato più impegnativo del previsto. Quasi nessuno dei nomi che ho citato – non vuole essere un'accusa, ma se proprio vogliamo potrebbe ardire un cortese suggerimento – ha una pagina dedicata con la lista delle traduzioni, quindi è stato un po' difficile andare a riguardare il chi ha tradotto cosa...
Direi che non c'è altro da aggiungere, quindi ora andrò a leggere.

lunedì 4 agosto 2014

Incontro con Monica Pareschi, e con la sua aria di vetro

Ho sempre preferito scrivere i miei post di mattina. Non so perché, forse è la breve distanza dal caffè appena bevuto o dal giusto riposo notturno. Sta di fatto che scrivere recensioni dopo le 12 mi irrita. Ne ignoro la causa come deploro il blocco.
Detto questo, lo stage universitario ha un po' impedito la mia presenza sul blog. Dev'essere passata più di una settimana dall'ultimo post, e dire che ho comunque letto abbastanza. Riuscirò a recuperare? Forse no. Magari dovrò condensare.
Ad ogni modo, qualche tempo fa sono stata alla presentazione in libreria di È di vetro quest'aria, opera prima di Monica Pareschi, edita da Italic Pequod quest'anno. Monica Pareschi, tra l'altro, è anche traduttrice e direttrice editoriale della collana Le grandi scrittrici della Neri Pozza. In realtà è in questa forma che mi si è presentata innanzi. Eravamo in libreria, si è voltata verso lo scaffale Neri Pozza e si è compiaciuta della rilevanza data all'edizione appena uscita di Jane Eyre, che aveva curato e tradotto lei stessa. Ho avuto una mezza sincope per l'entusiasmo, soprassediamo.
Dunque.
È una raccolta di racconti, e io temo di non aver mai imparato a recensirle, le raccolte di racconti. I tempi in cui si sviluppano le sue unità sono diversi, e l'importanza ai fini della trama di ogni singolo accadimento è troppo alta perché se ne possa parlare senza svelare. Il racconto breve finisce dove un romanzo ha l'incipit. Più che struttura, per me, è un filo. Ciò non toglie che possa essere un bel filo da seguire.
Ogni racconto in questa raccolta è fatto di corpi, di sensi, di odori. Soprattutto, per me, è fatto di tatto e di disagio. Di calore umano, di effluvi. Di mortalità. Non che siano il tema principale, beninteso, ma la scrittura di Monica libera questi fattori. Alla spiegazione degli stati d'animo preferisce sostituire il calore della pelle, lo spostamento del corpo su una superficie, un socchiudersi di palpebre. È pregna, questa scrittura, è il primo aggettivo che mi viene in mente. E visto che la Pareschi è già una traduttrice affermata, mi viene anche da chiedermi fino a che punto questa si sia sforzata di levigare le parole, o se queste si siano disposte tranquillamente sulla pagina, addomesticate. Sono racconti pieni di sensazioni senza filtro, in certi punti il disturbo è puro.
Ma dicevo, non so recensire i racconti. Mi va piuttosto di chiacchierare dell'incontro.
In realtà non so parlare benissimo neanche degli incontri. Finisco sempre per prendere troppi appunti, confusissimi, su piccoli bloc-notes che continuo a martoriare per tutto il tempo. Ogni volta che assisto a una presentazione, non riesco a produrne altro che un ammasso di frasi e sensazioni, di argomenti sfiorati e taciuti.
Quindi, beh, da qui in poi sarà un vortice.
Monica si è presentata come una logotrafficante, ha parlato della sua nascita come scrittrice come un processo lento, lungamente annunciato. Si è sempre percepita come 'scrittrice' nel senso inglese del termine di 'persona che scrive', scevra del connotato sociale maiuscolo di Scrittore.
Lo stato vicario del traduttore, nascosto tra le righe di quello che traduce. La condizione disgraziata del racconto breve in Italia, in netta contrapposizione col favore di cui gode all'estero.
L'affetto e la venerazione per Alice Munro, che in un'intervista ha detto di avere altro da fare che non scrivere romanzi. 'Questione di fiato', ha aggiunto la Pareschi. Ci sono persone adatte agli scatti, altre col fiato più lungo.
Editori che dicono 'scrivi un romanzo e poi ne parliamo'. Per la Pareschi il racconto è privilegiare una dimensione di dubbio e mistero che richiede al lettore di riempire dei vuoti. Le parti irrisolte che il romanzo risolve.
Gli editori che hanno poca fiducia nei lettori, il romanzo percepito come più semplice, mentre il racconto, più condensato, è vicino alla poesia.
Eros e thanatos, follia e normalità. I personaggi dei suoi racconti che sembrano sempre in bilico tra i due stati.
'La dimensione patologica esplorata e amplificata.'
(La Pareschi, mi appuntavo in questo punto, ha sempre usato parole lunghe e belle, e una sintassi esperta da traduttrice.)
È labile il confine tra normalità e follia. Anche in situazioni consuete, è il come a essere speciale.
Poi hanno avuto luogo alcune letture, stralci sparsi dai racconti. Di solito non amo le letture ad alta voce, mi infastidiscono. È come se la voce di un altro lettore rubasse la mia. Però lì, non lo so, è riuscita ad avere senso, anche se non so spiegarmi perché.
Il rapporto col corpo, conflittuale. Usato, subito o ignorato.
I finali suggeriti. ''La vita rimane confusa, e mi interessa così.''
Il filo che lega le persone attraverso il non detto. Qui ha riso, la Pareschi. Appare come una donna insolitamente allegra, per quello che scrive. ''Ci sono cose che sappiamo, ma non possiamo dire. Infatti poi andiamo dallo psicanalista.''
Compassione per i personaggi attraverso una scrittura spietata, perché c'è la compassione, ma c'è anche tutto il resto.