sabato 18 gennaio 2020

L'articolo (sessista) di Parente e la cancel culture

Se volessi parlare solo dell'articolo di Massimiliano Parente e di quello che ne penso – cosa se ne può pensare, ragionevolmente? Si intitola Social, sessiste e carine – Ecco le influncer (modaiole) del libro e basta quello – potrei farla brevissima. Ne ha scritto Paolo Armelli su Wired, proponendo un riassunto incredibilmente sobrio di una selva di argomenti usati a caciara, e non ho niente da aggiungere.
Non voglio neanche mettermi a difendere la categoria bookblogger, sia perché si parte da affermazioni così improbabili da non necessitare di un contraddittorio, sia perché la nefanda comunità delle influencer modaiole non ha bisogno che mi erga a difenderla – linko giusto il commento di Carolina Capria, citata nell'articolo di Parente. Mi piacerebbe tornare sul ruolo dei blog, sugli standard e la responsabilità di chi scrive, ma è materia per un altro post – già qui entriamo nel magico mondo del longform.

Quello di cui mi preme discutere non è l'articolo in sé, ma un aspetto specifico della reazione che ha scatenato. Non entrerò nel merito di industria culturale, letteratura e sessismo, né dirò la mia come bookblogger  non adesso, almeno. Niente di così dignitoso, è che tutta la faccenda mi ha toccato proprio laddove sono più sensibile, ovvero nel profondo del fandom. Sono queste le cose che mi tirano alla polemica – non ne vado fiera, beninteso. Oggi cercherei di uscire dall'ambito editoriale e letterario che di norma mi compete – e nel quale sto parecchio comoda – per concentrarmi su un fenomeno culturale, la cancel culture – termine in cui sono incappata di recente. L'unico punto in comune tra questo blog, il cui scopo fondamentale è parlare di libri, e l'argomento che tratterò – male – è che nasce tutto da un articolo che parla – malissimo – di bookblogger. E devo allontanarmene così tanto che, nonostante sia la fonte, è un legame parecchio flebile.
Innanzitutto, cos'è la cancel culture? Su Esquire, Enrico Pitzianti la descrive come

l'insieme di comportamenti collettivi tesi a eliminare dal loro ambiente lavorativo quei personaggi accusati di comportamenti immorali, soprattutto molestie sessuali e quelli che in inglese ricadono nella categoria di “sexual misconduct”. La cancel culture si differenzia dalla “call-out culture” proprio perché l'obiettivo non è limitato all'accusare pubblicamente di immoralità, o di reati veri e propri, una persona (quasi sempre un personaggio pubblico) ma oltre all'accusa pubblica c'è la volontà di fargli perdere la posizione professionale.

Trattandosi di uno strumento rapportato a un fine, la bontà del canceling dipende da quel fine, e quindi dal caso singolo. Torniamo a Parente; per la posizione privilegiata – almeno comunicativamente – che ricopre scrivendo su una testata nazionale, e il calibro delle affermazioni di cui è pienamente responsabile, trovo plausibile che si possa scatenare un'azione di canceling. Personalmente mi pare un po' una misura un pelo estrema, ma a me viene da empatizzare coi peggio umani e non faccio testo. Anche qui verrebbe da aprire una parentesi per discutere sui concetti di libertà di espressione e di opinione, che sono sacrosanti ma non vanno confusi con la libertà di sparare qualsivoglia boiata impunemente. Parente da scrittore e giornalista ha fatto l'uso che riteneva opportuno del suo diritto di parola; se gli va di provocare – e ci si è gettato a pesce che manco su 4chan – sdegno, si diverta con le conseguenze – contento lui. Posto che le modalità del canceling non dovrebbero sfociare nella molestia o nel bullismo indiscriminato.

Ancora un passo indietro; come sono venuta recentemente a conoscenza della cancel culture, e perché mi interessa così tanto?
Qualche mese fa sull'Indiscreto usciva un mio articolo incentrato su Natalie Wynn e il suo canale Contrapoints, che consiglio moltissimo a chiunque si interessi di temi politici, sociali ed economici, cultura queer, teoria di genere e quant'altro*. Natalie affronta una lunga serie di argomenti scomodi che la toccano più o meno da vicino, con un approccio accademico e filosofico, riuscendo ad analizzare razionalmente e perfino con empatia prospettive discutibili quanto quelle di Parente.
Natalie è una donna transgender che per anni si è identificata come non binary. Nei suoi video ha raccontato diffusamente della sua transizione, di disforia di genere, e ha preso spesso le parti delle minoranze interne alla stessa comunità trans – perché pure all'interno della comunità trans, c'è qualcuno che si sente più trans degli altri e ci tiene proprio che gli venga riconosciuto.



Ciò nonostante, al momento Natalie è disconosciuta da una larga fetta di comunità transgender. Le accuse, piuttosto deboli, riguardano il mancato riconoscimento dei non binary transgender, nonostante Natalie si sia identificata a lungo come tale e abbia dedicato un intero video a smontare l'impalcatura ideologica dietro i pregiudizi sulla categoria dei cosiddetti transtrenders. Il suo nome è così velenoso che ha lavorato da sola a tutto il video sulla cancel culture, un'ora e quaranta minuti di attenta analisi del fenomeno vissuto direttamente sulla sua pelle, perché voleva evitare che eventuali collaboratori finissero nel baratro con lei. È un video crudo e personale, in cui Natalie non nasconde il proprio dolore e la propria frustrazione. Dopo aver visto il video, ho deciso di guardarmi intorno su twitter per farmi un'idea della portata del fenomeno, e sono rimasta abbacinata dal numero sproporzionato di utenti pronti a colpire Natalie ancora più forte senza la minima intenzione di ascoltare la sua versione dei fatti, con la spietata convinzione di essere nel giusto. Contrapoints è un canale youtube con più di 800.000 iscritti, il che rende il ruolo di Natalie privilegiato rispetto al pubblico. Ma il privilegio non è una condizione soddisfacente per dare il via a una gogna mediatica  intendiamoci, oltre una certa soglia di ingiustizia cambiano pure le regole, ma diamine se non è questo il caso.

Dunque torniamo al caso di Parente, a quello che può c'entrare con la cancel culture – che pure è stata tirata fuori in mezzo al marasma su twitter.
All'articolo è seguita una reazione, a cui è seguita una controreazione che in certi casi è stata di una pochezza imbarazzante – Burioni, domineddio. In altri casi gente che non c'entrava granché si è trovata a doverne affrontare le conseguenze come se la responsabilità personale di Parente li avesse contagiati.
Gipi è stato tirato in mezzo da Parente, che nell'articolo ha accennato in modo piuttosto raffazzonato al fatto che giocano insieme a Call of Duty. Fossi in Gipi ce lo manderei fortissimo, ma non sono Gipi e la cosa non mi compete. C'è finito in mezzo anche Nicola Lagioia che è stato taggato da Parente in un tweet in cui citava Bret Easton Ellis – dickmove dopo dickmove – e ha commentato frettolosamente in difesa di Ellis – è stato cazziato, ha riconosciuto di essere stato poco attento nel rispondere, si è pronunciato sul pezzo e spero che per lui la faccenda sia chiusa.

In qualità di intellettuali, Gipi e Lagioia sono stati chiamati a prendere le distanze dall'articolo e soprattutto dal giornalista, richiesta che mi pare un filino impropria. Ed è questo il punto in cui qualcosa si inceppa. Pretendere che qualcuno si pronunci nei nostri tempi su una determinata questione perché abbiamo deciso che quello è il ruolo dell'intellettuale, e quello deve fare "altrimenti", è – non riesco a metterla diversamente – sbagliato. Sia perché è ingiusto gettare qualcuno in una fossa scavata da un altro, sia perché non possiamo dettare agli intellettuali la posizione che devono ricoprire all'interno del discorso culturale. Un altro problema è che si finisce per accomunare a tutti la stessa colpa, si promuove la visione di un nemico unico, e si crea un contesto in cui ogni crimine è assimilabile all'altro senza gradazioni di gravità. Ma le cose vanno messe in prospettiva; Gipi non gioca a Call of Duty con Kim Jong Un condonando la dittatura in Corea del Nord. Si possono ascoltare i Burzum senza essere nazisti – a me Varg starà sempre intrinsecamente on the rocks, ma se mi piace il mondo vario, me lo faccio andare bene. 

Finisce che l'indignazione – giusta – si disperde in tanti rivoli, ed è un peccato. Perché si potrebbe aprire una seria discussione sul fatto che le pagine culturali di diverse testate nazionali pubblichino contenuti di un'incompetenza imbarazzante che manco sul blog personale di una quindicenne. Si potrebbe questionare la linea editoriale del Giornale, che ha molte più responsabilità su quello che pubblica rispetto a un fumettista che è stato citato tra una virgola e l'altra, o chiedere a chi scrive su altre testate di approfondire con cognizione di causa il tema del sessismo in letteratura e del ruolo dei nuovi media nella diffusione della lettura**  che già definire i blog nuovi media fa strano. Le azioni di protesta e boicottaggio sono spesso nobili e talvolta perfino utili*** – come nel caso della partecipazione di Altaforte al Salone del Libro – ma quando vengono messe in atto è importante non perdere di vista chi è il nemico e cosa si vuole ottenere. Il mondo è un posto feroce e a volte bisogna smussargli le unghie****. Ma non sta a noi decidere chi debba addossarsi questo compito, stabilire chi debba occuparsi di cosa.

Chiamo in causa la Treccani a dare una definizione di intellettuale all'interno della sfera pubblica,

un gruppo o èlite formato da individui di diversa classe sociale, accomunati da una cultura o un'istruzione superiori [] i quali godono della pubblica stima e sono considerati depositari di valori culturali universali che trascendono gli interessi personali e i pregiudizi partigiani,


e chiudo con un'ultima postilla che rimanda a una lettura che mi attende da settimane nella libreria della mia coinquilina – soon – ovvero La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski, edizioni Alegre – in cui spero di trovare una razionalizzazione che vada oltre il mio rigurgito di bestemmie all'imperativo della cortesia associata a qualsivoglia protesta, purché venga da sinistra (come sottotitolo ci starebbe bene anche La maledizione di D'Alema). Trovo sia molto facile, quando non si è toccati personalmente da una condizione iniqua, dettare le modalità di discussione – calma, imperturbabile e distante. Siamo tutti bravi a discutere pacatamente con persone le cui convinzioni non ci minacciano e non ci sminuiscono per poi stupirci se guarda caso, i bersagli giustamente si incazzano. Il sessismo discreto – e forse inconsapevole – di Parente non tocca di sbieco molti di quelli che si sono affrettati a difenderlo e a condannare i toni accesi delle omg femministe. Ma non stupiamoci se qualcuno dall'altro lato del privilegio si incazza.


(nel frattempo  me la sono presa comodissima prima di postare  ha chiacchierato della faccenda anche Susanna Raule su Esquire).

*sono una fangirl, lo so e non posso farci niente.
**ho scritto questo pezzo nelle 48 ore successive all'articolo di Parente, nel frattempo la questione è stata affrontata da varie testate e in certi casi con pregevole cognizione di causa.
***di rado, purtroppo.
****sono stata fiera di questa frase per cinque minuti e ne faccio ammenda lasciandola lì. Suona terribilmente come “la vita è un biscotto, ma se piove si scioglie”.

sabato 11 gennaio 2020

La dimensione memetica della lettura (ovvero Memini Letterari e dove trovarli)


Ogni lettore si rapporta alla letteratura – o meglio, alla lettura, che già il termine letteratura porta con sé connotazioni altre, vagamente accademiche – a modo suo, con pervasività e impegno variabili. Il mio rapporto coi libri è fondato prima di tutto sul divertimento nella sua accezione più ampia, il che diversifica gli orizzonti ma pone grossi limiti quando si tratta di approfondire; prima di tutto viene il sollazzo, mi tocca venire a patti con le mie lacune – potrò sempre appellarmi a Pennac e al suo decalogo.

Il rapporto che uno ha coi libri è vario e sfaccettato, a seconda del momento e dell'approccio. C'è un lato sociale e comunitario che a volte vira verso l'autocelebrazione elitaria,  – “Io non sono come le altre ragazze colpevoli di tacchi alti e capelli a posto, io LEGGO, guardate che stacco di coscia il mio cervello”.

C'è un lato mistico della lettura, la percezione delle storie come soglia di un mondo senziente regolato dal teorema del “tutto è possibile, basta che funzioni – o anche no” e quindi intrinsecamente magico – dico a lei, signor Mari, la smetta di fare piedino a Landolfi, su*.

Poi c'è il mio approccio preferito, quello eminentemente stupido; fior di scrittori si sono tuffati nell'umoristico e nell'assurdo per raccontare quanto è strano e meraviglioso il mondo delle storie, e le loro sessioni di scrittura – Bernard Quiriny o Boris Vian, per dire – me le figuro non dissimili dai Beatles che discutono di I am the walrus, parole e immaginazione che saltano come scimmie.

Coi libri si ride, coi libri si dialoga. Si pescano gli autori, le correnti, le filosofie soggiacenti, le incongruenze della vita privata, le bagarre coi colleghi. Forse sono io che sono arrivata tardi, ma ho l'impressione che la dimensione memetica della letteratura sia giovane anche se ci regoliamo sulla percezione online del tempo. Un mondo appena nato con infinite promesse di imbecillità. Tutta questa – evitabilissima – introduzione di quasi 2500 caratteri perché i memini letterari non sono tantissimi, ma sono freschi, (talvolta) fritti e di un'idiozia abissale – in senso buono, cioè nel senso del sollazzo assoluto e inverecondo. Di seguito consiglio qualche pagina/gruppo di memini letterari fatti bene – certe hanno più profili social, per comodità mi limito a facebook.























(quella, la pagina ufficiale, non memano spesso ma memano durissimo

Non sono molte, ce ne saranno centinaia che ancora non ho trovato o che non mi vengono in mente, man mano che le scovo vedrò di ampliare la lista. Certo, qualcuno deve pure crearle. Qualcuno che sappia usare programmi di grafica oltre il caro vecchio paint – e qui mi sfilo garbatamente dalla candidatura.
Daje, lettori, facciamo finta di saper fare gioco di squadra.

*si fa per dire, continui pure, Landolfi approverebbe.

martedì 7 gennaio 2020

La libertà possibile di Margaret Wilkerson Sexton


Raccontare gli Stati Uniti è, ora più che mai, un vero casino. Lo scrittore di fantapolitica più audace deve alzare le mani e ammettere la propria impotenza immaginativa, che non potrà mai eguagliare l'assurda realtà – Idiocracy forse è riuscito a raccontarne una parte. Non si possono capire gli americani senza conoscerne la storia, un continuo subbuglio di valori e incoerenze, che pure non sono appannaggio esclusivo degli Stati Uniti, ma connaturate alla natura di ogni nazione. Il comportamento politico dell'uomo è distaccato dalla realtà, facilmente manipolabile perché intrinsecamente legato alla percezione del mondo come di un oggetto narrativizzato, e dunque narrativizzabile. L'essere umano è una creatura fatta di storie, la cui pervasività nell'interpretazione del reale è destabilizzante. Cerchiamo un senso, congetturiamo motivi, ipotizziamo influenze dove il caos minaccia l'illusione di un presente caotico, in cui i punti salienti sono frutto di errori, fallacie logiche, pure e semplici coincidenze. La storia è fatta in piccola parte da forti istanze di interesse che galleggiano su una placida marea di “figuriamoci se”.



Margaret Wilkerson Sexton scrive oggi, negli Stati Uniti. È nata e cresciuta a New Orleans, ha studiato legge e scrittura creativa, e nel 2017 ha esordito con La libertà possibile, finalista al National Book Award e arrivato in Italia con Fazi nella traduzione di Arianna Pelagalli. Nel suo primo romanzo, Margaret Wilkerson Sexton racconta una parte significativa dell'America, quella che è stata vissuta dalla comunità afroamericana, raccontata da un'autrice afroamericana – e possiamo ragionevolmente pensare che ne sappia più di molti wasp. Le storie di una stessa linea famigliare che si susseguono in un dispiegamento di cause e effetti a capitoli disordinatamente allineati. Si inizia a New Orleans, nel 1944. Evelyn e sua sorella Ruby incrociano due ragazzi coi quali si innesca nell'immediato un antiquato processo di corteggiamento. Sono afroamericani, e questo Margaret Wilkerson Sexton lo ripeterà ossessivamente, almeno all'inizio, al punto che alle prime pagine temevo che avrebbe continuato a ribadirlo fino alla fine del libro. È una strana scelta, perché implica la sensazione – e la consapevolezza – di un canone letterario in cui essere bianchi è la norma, una prassi sottintesa in cui la differenza necessita di essere non solo espressa chiaramente, ma ribadita.

La ripetizione esplicita si è interrotta presto, e si è assottigliata in un universo di aspettative e sottintesi. Una famiglia nera nella New Orleans del 1944, e qui si accendono tutte le altre significazioni. Il razzismo, la segregazione, il richiamo alle armi della guerra già in atto. La libertà possibile è la storia di Evelyn e Renard e dei loro discendenti, la figlia Jackie e il figlio di Jackie e del marito Terry, T.C., saltando dal 1944 al 1986 fino al 2010 – e poi tornando indietro e via ancora avanti etc.



I personaggi sono vividi, sentono profondamente, agiscono in base alle loro emozioni e non per qualche machiavellico gioco di trama. Sono ben scritti, la storia non li cannibalizza. Lo specifico perché i protagonisti, in un certo senso, non sono loro, ma il rapporto tra gli Stati Uniti e gli afroamericani, – un rapporto che sarebbe riduttivo definire abusivo. Il passato e le sue logiche conseguenze. Il ghetto, la marginalizzazione, i pregiudizi. Lo stereotipo avvelenato del nero interiorizzato dalla stessa comunità nera in una crudele profezia che si autoavvera, per T.C, nello spaccio e nel carcere.

Non sapevo granché di come se la passassero davvero gli afroamericani prima di leggere In fondo alla palude di Joe R. Lansdale; alle superiori degli USA non avevamo studiato nulla, i sei crediti di storia americana all'università dovevo ancora darli. È stata una scoperta agghiacciante e tardiva. Non è che non sapessi del razzismo, ma non sapevo fino a che punto arrivassero gli orrori – quanto fosse diffusa la violenza e capillare il KKK. Non avevo mai letto Il buio oltre la siepe, The help doveva ancora uscire. La mia ignoranza era abissale – la è ancora – e scusabile solo dal caso.
Lansdale racconta spesso, nei suoi romanzi, della condizione dei neri negli Stati Uniti, prima e dopo le battaglie per i diritti civili. È un uomo bianco, perfino texano, e dimostra che non c'è bisogno di far parte di un'infografica per poterne parlare dignitosamente e con concezione di causa – e dovrebbe essere una questione risolta, ma c'è ancora gente che chiede con stupore agli scrittori perché abbiano scelto un protagonista del sesso opposto, una brevità di vedute che mi pare sconvolgente.
Va da sé che Lansdale non è l'unico bianco che ha raccontato il razzismo e la comunità nera. Il creatore del detective Shaft – padre e figlio della blackspoitation – è un veterano bianchissimo.

Quello che mi preme sottolineare è quanto sia importante che una comunità non sia solo riconosciuta e raccontata con rispetto, ma che sia raccontata da e attraverso i propri membri. Il fattore razza è forte nelle opere di Victor LaValle, diventa preminente in Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie quando la protagonista arriva dalla Nigeria agli USA. A ben vedere, è centrale in buona parte delle narrazioni ad opera di scrittori neri – Colson Whitehead, Richard Wright, Toni Morrison. L'autonarrazione di un gruppo sociale è vitale. È il racconto più autentico e affidabile. Di norma è anche quello più spiazzante – da donna bianca alta un metro e uno sputo, difficilmente posso immaginare cosa si provi ad essere temuti e guardati con sospetto per una questione puramente cromatica. Se sei nero, negli USA, devi pensare pure a dove passeggi, perché in un quartiere residenziale rischi di attirare l'attenzione, i vicini potrebbero chiamare la polizia, e la polizia negli USA non è proprio famosa per sangue freddo e vastità di vedute.



Quindi Margaret Wilkerson Sexton ha preso la storia degli afroamericani negli Stati Uniti, ha scelto (creato) i suoi personaggi e ha spianato per loro una strada fatta di tutte le difficoltà che si trova ad affrontare un afroamericano. Ci sono un paio di momenti in cui al sentimento soffocante di predestinazione del disastro viene da anteporre la responsabilità individuale – ciccio, se potessi evitare di infilarti nella merda, cortesemente – ma l'individuo fa parte di un contesto sociale dal quale non può prescindere. L'indipendenza è un'illusione – le nostre storie personali sono fatte di caos e fortuna più di quanto non ci venga naturale ammettere. Siamo dove siamo più per le ripercussioni di atti altrui che per merito nostro. Ogni “perché” sottintende un'altra domanda, e quella ne racchiude un'altra ancora. Parti dal 2010 a New Orleans, dai quartieri distrutti, le case divelte dall'uragano Katrina. Ti chiedi perché un ragazzo così giovane faccia scelte così sbagliate, e c'è la storia difficile dei suoi genitori a spiegarlo. E ancora indietro, e indietro ancora.
Il mondo sarebbe così più semplice da decodificare, se a un'unica domanda non corrispondessero migliaia di risposte.

mercoledì 18 dicembre 2019

Addio fantasmi di Nadia Terranova - Il romanzo dell'assenza


Addio fantasmi di Nadia Terranova l'ho atteso a lungo, ma non così a lungo. Ne stava parlando mezzo internet – cioè, metà della bolla bibliofila interna all'internet – e alla fine l'ho richiesto in biblioteca. Sono stata in coda un paio di mesi, nulla in confronto al tempo che mi separa da Persone normali di Sally Rooney, per dire – se va bene, lo leggerò nell'estate del prossimo anno. Quando è arrivato, l'ho iniziato quasi subito, e altrettanto presto l'ho messo da parte. Che altro stavo leggendo, in quei giorni? The Irishman, Racconti dal Mississippi, Felici i felici. Addio fantasmi l'ho accantonato per settimane, a poche pagine dall'inizio. Non ero ancora riuscita a capire la protagonista, il suo costante divagare dal qui ed ora, la distanza che metteva tra sé e ogni elemento del romanzo che non fosse il suo senso di perdita. Era come una persona che apre la bocca per confidarti un segreto e subito la richiude. Quando l'ho interrotto non è stato con fastidio, ma con una scrollata di spalle. Fai come ti senti, Addio fantasmi, apriti quando ti senti di aprirti.
Ho ricominciato a leggerlo e due giorni dopo l'avevo finito.



Addio fantasmi inizia con il ritorno di Ida nella casa della sua infanzia. È scalcagnata e malmessa e ha bisogno di riparazioni. Per una volta accorre dalla madre, a Catania, e per un periodo imprecisato torna a vestire i panni della ragazza e della figlia per ritrovarsi in quelli smessi delle aspettative materne; Ida è una mancata madre, una mancata amica, una mancata moglie. A ben vedere è anche una mancata figlia, o una figlia a metà, o una figlia in percentuale variabile. È stata figlia in pieno durante l'infanzia, quando correva sui pattini davanti al padre e si strafogava di nascosto con lui prima di tornare a casa. Poi il padre si è ammalato di una forma grave e imprecisata e di disturbo depressivo, e Ida ha smesso poco a poco di essere sua figlia. Gravata dalle richieste materne di prendersi cura del padre, ha abbandonato anche il rifugio filiale da parte di madre, ma l'abbandono supremo delle vesti di figlia avviene alla scomparsa del padre, una fuga la cui meta è soltanto suggerita dalle circostanze, ma che non prende mai una forma definitiva e necessaria. Ida si accartoccia sull'assenza del padre, è sulla sua mancanza che si avviluppa come un rampicante. La scomparsa del padre determina l'incompletezza di Ida, un'incompletezza che viene ricercata, studiata – riempita? – dalla visita di Ida nella casa di famiglia.

Ida è un fiume in piena nella sua testa, e un ruscello disseccato in superficie. Fa fatica a dire quello che pensa, le parole le mancano proprio quando dovrebbe usarle. Non riesce a porre le domande che dovrebbe, la sua mente ritorna costantemente in un posto vuoto, quello lasciato dal padre, la ragione del suo eterno non essere, la causa delle sue relazioni vissute a metà, – il marito dal quale si ritrae emotivamente, la sua migliore amica delle superiori, la madre. Non è che Ida non ne sia consapevole; non si può restare intrappolati tanto a lungo in un'ossessione senza rendersene conto e non essere pazzi. Ida non è pazza; le mancano dei pezzi, e non sa dove trovarli.

C'è bisogno di aggiungere che questo romanzo duplice, carezza e coltellata, mi è piaciuto un sacco e che lo consiglio spasmodicamente? No che non ce n'è bisogno. Ma lo sottolineo lo stesso.

martedì 10 dicembre 2019

Racconti dal Mississippi di Hamlin Garland - Miseria e bellezza del Midwest


C'è stato un tempo in cui rifuggivo i classici americani, credo di avere iniziato verso la fine delle superiori. Mia madre mi aveva convinto a leggere La valle dell'Eden di John Steinbeck, e mi era piaciuto almeno quanto mi aveva ferita. Mi lasciavano scottata non le costanti disgrazie e gli attriti tra i personaggi, quanto la loro rassegnazione, la mancanza di fiducia con cui guardavano al futuro. Mi urtava il fatto che avessero ragione a vedere il mondo come lo vedevano, perché nel Magico Mondo di Steinbeck, già ad aspettarti il peggio fai la figura dell'ottimista.
Avevo provato a leggere un po' di London e un po' di Hemingway, e in entrambi avevo ritrovato la cupa visione del mondo di Steinbeck. Nessuna rivalsa, promessa, speranza. Solo nell'ultimo anno ho ripreso in mano sia Jack che Ernest, il primo con una raccolta di racconti e il secondo con Il vecchio e il mare – e in questo secondo libro, di speranza ce n'è a secchiate, ma credo che ad aprirmi la strada per i classici americani siano stati dopotutto Francis Scott Fitzgerald e Truman Capote, coi loro personaggi abbaglianti.
Ad ogni modo.



Al Salone del Libro di quest'anno ho riproposto a minima richiesta Il Salone dell'Oca, e mi è capitato di saltare fino alla casella di D Editore. Non li conoscevo – mea culpa – ma si sono presentati. Tra una cosa e l'altra hanno parlato di Hamlin Garland, precursore di Steinbeck e di tutta la bella gente cui ho accennato, considerato il Dante dell'America profonda, nato e cresciuto in una fattoria del Midwest nel lontano 1860. Hamlin era un contadino, e ha raccontato l'America dei contadini, senza abbellirla e senza mentire. Comprendeva appieno le dinamiche sociali interne ai paesini, e i rapporti di potere che spezzavano la schiena dei fattori e dei braccianti, condannandoli a un'esistenza di miseria e fatica. Non proponeva soluzioni, il suo scrivere non è una diretta denuncia – penso, per dire, a Il tallone di ferro, che conosco per sommi capi, o a Uomini e topi; descrive, e lo fa bene, con competenza e cognizione di causa. I suoi personaggi soffrono quasi sempre situazioni di sistematica indigenza, e parlano delle loro miserie, di cui sono perfettamente consapevoli, in barba dallo stereotipo rassicurante del povero che non capisce la propria condizione.

Nei Racconti dal Mississippi (1891), edito da D Editore nel 2018, Garland racconta la miseria del Midwest, così come la bellezza; in mezzo ai contadini che si spaccano la schiena, a ragazzini immersi fino alle caviglie nello sterco di vacca, compaiono panorami meravigliosi, boschi e montagne che commuovono lo sguardo. È una bellezza che apprezzano soprattutto quelli che ne sono stati lontani a lungo; il racconto iniziale è incentrato su un uomo che torna a casa dopo un'assenza di dieci anni, da quando è partito per fare fortuna – e c'è riuscito, ma nel frattempo della famiglia si è dimenticato, e il fratello lo colpevolizza. Un altro racconto parla di un amore interrotto bruscamente, di uno stacco lungo sette anni, frutto di un immaturo malinteso. In un altro la protagonista è una vecchina decisa a tornare a visitare la città della sua infanzia, e parte da sola, indomita e raggrinzita. Garland racconta un'America in cui il viaggio è un'impresa difficile, perché le tappe sono immensamente distanti tra loro, ed è difficile mettere da parte i soldi per potere intraprendere una qualsiasi gita. Eppure alcuni dei suoi personaggi partono, si riempiono gli occhi e tornano – di solito – arricchiti.



Il mondo di Garland non è rassegnato. Nonostante i dolori, la fatica, le facce scottate dal sole, i vestiti rattoppati e stinti dall'uso, i finali si addolciscono proprio mentre sembra che stiano per chiudersi in una valanga di pessimismo. Si tratta di storie piccole, personali. Il ritorno a casa di uno sparuto gruppo di soldati, la ricerca di una moglie in un paesino lontano, una famiglia accolta da un'altra famiglia. L'industria è lontana, la politica è lontana, ci sono solo il lavoro e la famiglia. Garland descrive una situazione iniqua, lo sfruttamento travestito da libertà – ciao, capitalismo – che mette a dura prova il sentimento di giustizia.
Se penso che fino a qualche anno fa non leggevo classici americani né raccolte di racconti. Ho rischiato di perdermi così tante meraviglie. Plaudo alla scelta di D Editore di portare in Italia un autore come Garland, – peccato per i refusi, ammetto che ce n'è qualcuno di troppo, spero che se ne siano avveduti nelle ristampe.

mercoledì 4 dicembre 2019

Libri belli e grafiche di copertina - per una lettura estetica e superficiale


Se c'è una cosa che faccio sempre più di rado – e ce ne sono un sacco – è piegarmi a quella che è l'esigenza primaria di un blog, ovvero di scrivere tre o quattro scempiaggini senza starci a pensare troppo – che dopotutto questo è un blog, una piattaforma fatta apposta perché un qualunque individuo possa smarmellare le proprie impressioni su pixel. Per come la vedo io i blog – sempre meno social, cannibalizzati dalle possibilità visive di Instagram&Simili– sono (anche) autonarrazione e chiacchierata, sublimazioni semi-letterarie tra profilo Netlog e diario segreto.
Esagero? Forse.
Ha a che fare col tema del presente post? Non molto. Dopotutto "scrivere scempiaggini” va a braccetto con la divagazione.

La categoria dei lettori forti è sparuta, capace di insopportabili aberrazioni elitarie e troppo variegata perché se ne possa parlare in termini di comunità. Ho smesso di definirmi una lettrice forte quando mi sono accorta che la definizione non basta a coprire il mio interesse maniacale per l'oggetto libro, la sua storia, le sue controversie. Preferisco usare il termine bibliofila per definirmi, perché mi pare più adeguato alla salivazione che mi aumenta copiosa all'ingresso di una stanza zeppa di libri.

Da bibliofila, adoro che i libri siano belli; non credo di peccare di superficialità, se immagino che l'attenzione che l'editore ha messo nella scelta dell'immagine di copertina rifletta un'uguale premura nella scelta e nella cura del testo. Mi commuovono le linee editoriali ben pensate e ben riuscite, il risuonare di una progettazione puntigliosa di una collana ad ogni uscita. La grafica di copertina, per me, riveste un'importanza vitale, e ci rimango malissimo quando un progetto grafico non si dimostra all'altezza del contenuto del libro.
Non mi va di chiacchierare qui delle cocenti delusioni, spesso made in grandi gruppi editoriali quando si mettono a ristampare classici della letteratura - Baldini&Castoldi, Giunti, io non dimentico.

 


Qui mi va piuttosto di applaudire a quegli specifici editori che fanno arte di ogni singola pubblicazione, delle cui cover mi adornerei casa.

Il sito della ABEditore è povero di informazioni sulla storia della casa editrice, e non dice granché di quando, come e perché sia stata fondata. È un peccato, ma in questa sede direi anche chissenefrega. Io l'ho scoperta giusto quest'anno al Salone del Libro e mi sono innamorata delle grafiche di copertina. I titoli mi sembrano in larga parte interessantissimi, ma ancora non mi è capitato di leggerne. In compenso scusate, ma guardate.



Del Vecchio la seguo da anni, ho una venerazione per le sue grafiche. Ogni pubblicazione è curata come parte di un tutto e come piccola meraviglia a se stante. Nessuna tracotanza barocca, nessun eccesso cromatico; i colori sono spesso tenui e pastellati – mi risalta subito alla memoria un romanzo su Giovanna d'Arco, così acceso rispetto ad altri. Sono copertine sobrie, eppure così sottilmente pensate, e con quella allegra assurdità nell'aggiungere a fine volume istruzioni per costruire cose impossibili. Quelle persone che ti sembrano normalissime ma hanno nel taschino della giacca un fazzoletto giallo accesissimo che useranno come oggetto di scena per raccontarti una storia assurda.



Le cover della SUR mi piacevano anche quando non piacevano a nessuno, prima che rivoluzionassero tutto il progetto grafico. Mi piacevano quei rettangoli duri chiassosi, coi titoli in un roboante impact. Erano simpatici, allegri e riconoscibili. Ma le nuove grafiche sono un'altra cosa, soprattutto nella collana principale, quella dedicata alla letteratura dell'America Latina. Umami di Laia Jufresa l'avevo preso solo per la copertina, e si è rivelata una delle letture più belle degli ultimi anni.



L'Orma fa cose stupende; le copertine spesse, morbide e porose, solitamente sul pastello. Immagini semplici, raffinate. L'uniformità coerente tra i titoli di uno stesso autore – che bello che siano andati a ripescare Irmgard Keun, che sennò chissà se e quando l'avrei scoperta, e Bernard Quiriny e Marcel Aymé. Le loro edizioni di E.T.A Hoffmann sono meravigliose.



Hypnos Edizioni sperimenta parecchio con le misure e le grafiche delle sue pubblicazioni. C'è una collana di novelle in misura (quasi?) A4 con cover colorate, stilizzate, simili a quelle della rivista della casa editrice. E poi le altre, quasi tutte improntate su grafiche vintage, chiassose, d'impatto e insieme veramente belle da vedere. Ce ne sono un paio che mi sono rimaste fisse in testa, Weird Science! in primis. Cioè, guardatela. Su.



Chiudo qui questo post composto principalmente di superficiale entusiasmo estetico, non sto a inventarmi una morale che non c'è tanto per dare una conclusione edificante al mio fanatismo letterario. Sappiate che non è un post motivato da un freddo interesse pecuniario/editoriale, non solo non mi è mai capitato di ricevere roba gratis dagli editori citati, L'Orma neanche mi ritwitta quando mi sdilinquisco recensendo i suoi autori, per dire. Da stoica che punta all'edonismo, voglio compiacermi di tutte le cose belle che vedo.

mercoledì 27 novembre 2019

The Irishman di Charles Brandt


The Irishman, da poco uscito per Fazi, è stata una lettura stranamente scorrevole, in barba al discreto volume del tomo e al tema tutt'altro che allegro, peraltro da una prospettiva non poco disturbante. La voce narrante è quella di Frank Joseph Sheeran, detto l'Irlandese. Un vecchio ex-sindacalista ed ex-killer della mafia che a più di quarant'anni dall'omicidio di Jimmy Hoffa accetta di farsi intervistare dall'avvocato e investigatore Charles Brandt, che ha condensato le loro innumerevoli conversazioni nella forma cronologicamente e logicamente comprensibile che ho appena finito di leggere. L'ultima intervista risale a una settimana prima della morte di Frank, nel 2003. Coincidentalmente domani – scrivo la sera per rileggere al mattino – uscirà su Netflix il film di Scorsese tratto dallo stesso libro, e già lo paragonano a The Goodfellas. Le mie cine-aspettative saranno alte.




Il caso Hoffa è stato a lungo uno dei grandi misteri della storia americana, non meno dell'omicidio dei Kennedy – di cui peraltro si parla, Bobby e Hoffa si odiavano di cuore. Ne parla pure Ellroy nei suoi romanzi, difatti è grazie a lui se negli anni delle superiori sono riuscita a farmi una cultura della criminalità organizzata in America – e di rimbalzo della sua storia politica dagli anni '50 a Nixon. Grazie James. Anche degli incubi.
James Riddle Hoffa è nato a Brazil, nell'Indiana, nel 1913. Ha vissuto la grande guerra, la grande depressione, poi un'altra guerra più grande della prima. Nel ruolo di sindacalista e difensore dei lavoratori è stato famoso come un divo del cinema. Era pesantemente colluso con la mafia, e manovrava le sezioni del sindacato – i Teamsters – come fossero pedine. Non è che non gli interessasse la causa, gli interessi degli iscritti erano blindati, e Hoffa aveva iniziato dove stavano loro. Coi fondi pensione c'era da guadagnare cifre astronomiche, ma Frank Sheeran non racconta di un Hoffa avido di denaro, ma malato di potere. Viveva frugalmente, roba che lo si poteva scambiare per un normale impiegato, ma aveva bisogno del potere, del controllo. Aveva stretti rapporti con la mafia italiana, soprattutto col clan di Russell Bufalino. È così che ha conosciuto Frank Sheeran, li ha fatti incontrare lui, quando Frank ha fatto domanda per poter lavorare col sindacato. Chi bazzica reddit e pagine di meme politici internazionali, saprà che i sindacati negli USA hanno una pessima reputazione. Finalmente riesco a spiegarmi le ragioni di tanta diffidenza – che comunque nel grande schema delle cose mi sembra un pelo auto-castrante, ma non voglio divagare.




Scorsese in Taxi Driver ha raccontato quello che la guerra fa all'essere umano. Lo abitua all'orrore, lo riempie di incubi e paranoie, mette alla prova la sua morale. Dopo il Vietnam, alla narrazione autoconsolatoria della guerra eroica si è affiancato un racconto diverso, quello delle conseguenze del conflitto sull'individuo. Ci pensavo, mentre leggevo degli anni che Frank ha trascorso in Italia a combattere i nazisti. I fatti sono agghiaccianti, con tanto di ufficiali che fanno fucilare centinaia di prigionieri di guerra. Ha visto morire decine di commilitoni, e con tutto il tempo passato in prima linea, è un miracolo che non sia capitato anche a lui. Se The Irishman fosse un romanzo che con la realtà non ha niente a che fare, traccerei una linea retta tra gli anni di Frank sotto le armi e le opinabilissime scelte che ha fatto più avanti. Ma Frank è reale anche da morto, e su di lui non posso immaginare di dispiegare un'accurata parabola del personaggio con la presunzione di potermi dare ragione. Quello che gli ha fatto la guerra, rimane affare suo.

Frank è nato nel 1920 a Darby, in Pennsylvania, in una famiglia irlandese parecchio cattolica. Il padre beve, e quando Frank ha dieci anni lo fa combattere contro ragazzi più grandi per scommettere su di lui e scroccare da bere. Frank capisce in fretta che vuole togliersi di casa e scappa con un circo itinerante. Ammetto che sono riuscita a non pensare al punto centrale del libro, mentre leggevo della gioventù di Frank. C'erano un sacco di lavoro duro, balli e occasionale violenza, mi faceva pensare a Jack London. Poi c'è stata la guerra, un rincorrersi di lavori che Frank perdeva facilmente – come truffatore era parecchio abile, ma se fai la cresta sui quarti di bue prima o poi ti beccano. E poi la prima famiglia, l'inizio del rapporto con la mafia italiana, con cui ha legato tanto bene perché ha combattuto in Sicilia. Il sindacato, Hoffa, tutto il resto.



Frank Sheeran ha fatto cose terribili, e il suo schema di valori – tra i vari regolamenti di conti si accenna a negozi dati alle fiamme e a impresari gambizzati, in una scala cromatico-etica dal bianco al nero siamo sul catrame – è agghiacciante. Spaventa perché spesso Frank è una persona piacevole, sensatissima. Avrebbe avuto una vita avventurosa anche senza metterci di mezzo la malavita. Ha fatto cose tremendamente sbagliate pur essendo in grado, almeno credo, di riconoscere il giusto. Frank ha affermato che tornando indietro non rifarebbe quello che ha fatto. Eppure ci sono morti per le quali non sembra provare il minimo rimorso. Continuava a frequentare i clan mafiosi anche durante le interviste con Brandt, qualche volta lo portava con sé. Ha fatto cose terribili in nome di una lealtà impropria, un ideale condensato nella figura dell'uomo che gli ha dato tutto, Russell Bufalino. Voleva bene a Jimmy Hoffa, e il dolore si sente.
Non credo riuscirò mai a capacitarmi davvero di tutto quello che è raccontato in questo libro.