venerdì 25 luglio 2014

Come finisce il libro di Alessandro Gazoia

Ma chi voglio ingannare? La mia capacità di scrivere recensioni è almeno a una tazza di caffè di distanza.
*sacro attimo del caffè*
Dunque, Come finisce il libro di Alessandro Gazoia, anche noto come Jumpinshark, edito da Minimum Fax il mese scorso.
Non ho ben chiaro come iniziare a parlare di questo libro. Dico, prima di tutto, che è stata una lettura bizzarramente appassionante, trattandosi di saggistica. Sarà che l'argomento mi appassiona, sarà che è stato interessante trovare connesso da un robusto filo logico il contenuto di una consistente quantità di articoli letti negli ultimi anni, sarà stata la totale mancanza di supponenza con cui l'autore ha offerto il suo parere, ma l'ho divorato nel giro di due giorni.
Sarà anche che è raro trovare un libro sull'impatto dell'editoria digitale scritto da (almeno, questa è l'impressione che ne ho avuto) un cartofilo – come me, c'è poco da fare – che non accompagni le proprie tesi con retrograde ampollosità, terrorismi editoriali e una certa dose di snobismo. Uno degli aspetti che ho preferito di questo libro è che non offre risposte che non può dare. Espone dei fatti, li critica, commenta, offre le proprie tesi e si pone ulteriori domande. Ma non ha risposte in tasca. Non le ha nessuno, perché l'editoria digitale è troppo recente, così come il self-publishing. Non possiamo lanciare giudizi lapidari su un mondo che ancora deve prendere forma, ci mancano gli elementi per farlo. Possiamo certo osservare e commentare quello che vediamo, ma ogni pronostico dovrebbe essere accompagnato da un 'chissà', a prescindere da quello che ognuno si auspica.
'Come finisce il libro' è diviso in tre macro-argomenti, 'pubblicare', 'digitale' e 'miti/social'. Si parla del self-publishing, dell'editoria a pagamento, di Franzen, si cita Il pendolo di Foucalt che Eco ha scritto negli anni '80 – e che ora voglio assolutamente leggere – in cui già si parla dell'ignobile fuffa dell'eap. Si parla anche della lettera che un pluri-rifiutato aspirante scrittore ha mandato a Eco, e della sua risposta (ve la linko qui). Si parla anche del caso dei dino-porn (l'argomento fa scompisciare, quindi vi linko qui un post dedicato alla rimarchevole questione) e di pirateria, della miserevole condizione della cultura in Italia. Non sapevo, e la cosa mi ha fatto veramente orrore, che nel 2013 l'OPAC – l'archivio bibliotecario nazionale – avesse rischiato di chiudere per mancanza di fondi. Non sapevo nemmeno che nel 50% delle biblioteche nostrane i prestiti mensili non superano le 100 unità, nè della pochezza dell'offerta. Cioè, sapevo che eravamo messi male, ma non così tanto.
Si parla anche, e soprattutto, di Amazon, della ferocia con cui ingloba il mercato e la concorrenza, del cappio attorno al collo degli editori e degli autori auto-pubblicati che scelgono Kindle Direct Publishing come piattaforma. Di come la convenienza e la coccola al cliente vengano dallo sfruttamento dei lavoratori, dai ricatti alle case editrici, di quanto sia assurdo non comprare un ebook ma soltanto la licenza d'uso.
Compaiono anche Alberto Forni e Tiziano Scarpa, in questo libro. Del primo ho recensito Tutto quello che devi sapere per pubblicare (e vendere) il tuo libro digitale. Del secondo non è che sapessi molto, ma vista la supponenza con cui si è messo a ciarlare di un fenomeno (quello dei blogger) di cui evidentemente non ha capito nulla, dubito di volerne sentire parlare ancora.*
C'è una cosa sulla quale però vorrei cordialmente dire la mia. In questo volume e in diversi interventi che vi compaiono, si parla dei lettori di genere come fossero intesi con forte settorialità. Si arriva perfino a ipotizzare una crisi del romanzo non di genere. Tuttavia, i gusti del lettori non sono così chiusi. Io posso pure avere una predilezione per il fantastico e per il romanzo vittoriano, ma se ho voglia di Franzen, ho voglia di Franzen. Non c'è motivo di privarsi di Roth, Auslander, Potok, Stassi o che altro. Tra un Gaiman e un Pratchett, ogni tanto bisogna pure infilare un Kureishi.
Dopodiché si torna a parlare del diritto d'autore, di user generated content (qui non è chiamato con questo nome, ma questa è la definizione che ho trovato altrove) ovvero dei lavori dedicati dai fan a un certo prodotto culturale (fanfiction, fanart, fanvideo etc), di archivi, di Anne Rice e George R. R. Martin che le fanfiction non le possono soffrire e di Gaiman, Pratchett e Rowling che al contrario le incoraggiano.
Si parla anche del fandom e della sua importanza per il successo di una serie. E lo ammetto, quella parte mi ha fatto ridere. È strano prendere in libreria un saggio serio e trovarci la rule34, il 'Wincest' – di cui perfino io ignoravo l'esistenza – e riferimenti alla prima fanfiction su Kirk e Spock, pubblicata su fanzine negli anni '80. C'è anche un sacco di Sherlock (BBC) e si parla molto della prima puntata della terza serie, in cui i creatori strizzano palesemente l'occhio al fandom, con scene che riprendono le ipotesi degli stessi appassionati che si erano lungamente interrogati su una certa questione. Si parla di adattamenti, di cause legali, di disintermediazione, di... beh, di un sacco di argomenti.
La chiudo qui, è inutile che io stia a stilare la lista dei punti che Gazoia tocca in questo testo.
Lo consiglio moltissimo, sia perché è davvero attuale e risparmia il lettore dalle classiche visioni apocalittiche dei cartofili, sia perché è scritto con leggerezza e scorre velocemente. Gazoia ne sa a pacchi, punto. E questo è un ottimo saggio sia per chi vuole iniziare a capirci qualcosa, sia per gli appassionati, perché c'è davvero tanta roba.

*Ve', mi capita piuttosto spesso di lapidare giudizi senza assumermi l'onere di andare a rileggere ciò di cui parlo, in questo caso l'articolo di Scarpa che viene citato da Gazoia. Seppure io continui a trovarmi in disaccordo con le sue conclusioni, letto per intero ha tutto un altro impatto (e soprattutto la situazione di cui parla era diversa da quella odierna), quindi ve lo linko qui.
Ultimamente sono tornata a polemicheggiare eccessivamente. Diamine.

giovedì 24 luglio 2014

Pan di Francesco Dimitri

Dunque, vediamo.
Di Francesco Dimitri mi è capitato di parlare diverse volte. Qui nel resoconto del Lucca Comics, qui nella recensione del suo ultimo libro, L'età sottile, e infine qui, nell'intervista che mi ha gentilmente concesso qualche mese fa. Nell'ultimo mese ho letto anche La ragazza dei miei sogni e Pan. Il primo era pubblicato da Gargoyle, ed è finito tristemente fuori catalogo, il secondo è edito da Marsilio e, diciamo, non è proprio facilissimo da reperire.
Il che mi irrita profondamente, visto che, credo si sia ormai intuito, considero Dimitri una delle voci più importanti del panorama del fantastico italiano. Anzi, per me la doppietta Dimitri-Tarenzi è imprescindibile, è IL fantastico italiano.
E il fatto che trovare i primi libri di Dimitri sia una 'sì difficile impresa, sta a significare che il mondo è orrendamente sbagliato.
Punto.
Dicevo, Pan. Edito nel lontano 2008 da Marsilio.
Mi viene da dividere la lettura in due momenti ben distinti. La prima parte, quella in cui prende vita il contesto, viene dipinta l'ambientazione e si conoscono i vari personaggi, l'ho letta con calma, gradendola senza furia. Capiamo la distinzione tra il Sogno e la Carne, conosciamo l'allegra famigliola Cavaterra, col padre Stefano malato d'Alzheimer, la madre Silvia che si prende disperatamente cura di quel che rimane di lui, e i tre figli, Giovanni, Angela e Michele. Giovanni che convive felicemente con Luisa e cerca di fare accettare a un ottuso professore universitario la sua tesi di antropologia sull'Isola che non c'è come archetipo, Angela che si fa chiamare La Meravigliosa Wendy e vorrebbe sfondare col suo spettacolo di illusionismo, Michele che frequenta ancora le superiori, l'unico a vivere ancora coi genitori, che legge e sceneggia fumetti ed è forse il più chiuso. Ci sono questi tre ragazzi la cui vita inizia a tingersi di Sogno, anche se in modo quasi impercettibile, così lievemente da essere negabile, anche se disturbante. C'è un loro vecchio amico di famiglia, il famoso giornalista Augusto Dal Mare, sempre in televisione a pontificare, claudicando col suo bastone antiquato. E ci sono 'cose' che si preparano ad avvenire, e che esplodono nella seconda parte della lettura.
La seconda parte della lettura è azione. Sangue, sesso, sangue e ancora sangue. Accadono un sacco di cose, e di corsa, e non è una corsa che si riesca a fermare. Rinasce ciò che doveva rinascere, i personaggi passano attraverso una serie di mutamenti, prendono le loro rispettive posizioni, abbandonano la loro vecchia vita. C'è l'Isola che non c'è, c'è Capitan Uncino, c'è Tincker Bell, c'è Pan, ci sono i bimbi sperduti. E detto così potrebbe sembrare nulla più che una semplice rivisitazione del Peter Pan di Barrie.
Però no, non la è. Il Peter Pan di Barrie viene preso, trasformato, adattato a miti e leggende italiane e non, e le leggende stesse rinascono nella storia sotto diversa forma.
E i personaggi che cambiano e combattono. Soprattutto Michele. Vorrei davvero leggere qualcosa di più su di lui, in futuro.
Soprattutto, vorrei leggere qualcosa su Temidoro, l'allegro fauno. Quanto adoro i personaggi così. Quelli stupidi che spremono sorrisi fuori da ogni capitolo. Tra l'altro in Pan ricompare lo stesso Dàgon che avevo incontrato in La ragazza dei miei sogni. Ecco, mentre in quest'ultimo Dàgon mi aveva fatto storcere il naso in un paio di occasioni per via dei dialoghi sempre e comunque eccessivi (troppo volgare, troppo offensivo, troppo tutto e troppo sempre), qui mi pare che Dimitri gli abbia saputo dare più senso come personaggio. Cioè, è sempre volgarissimo e sopra le righe, ma la cosa è vista con disagio dai personaggi con cui viene in contatto. Che non dico quali sono per ovvi motivi spoiler-free.
Ho letto qualche critica, su Anobii e altrove, sull'eccessiva contrapposizione 'noi' e 'loro', tra l'anarchia e il caos 'buoni' propugnati dai bimbi sperduti e la malvagità di cui è impregnato rigido controllo auspicato dall'altro lato. Vero, è una binarietà un po' forzata.
Ma onestamente, CHISSENEFREGA. Pan è troppo 'awesome' per stare a gingillarsi con siffatte considerazione. Zittisciti, stolta morale.
Diamine, se lo consiglio. Infinitamente.
(E ribadisco, Temidoro. MOAR TEMIDORO.)

lunedì 21 luglio 2014

Story-world permeabili, libri e universi alternativi

Stamattina mi hanno svegliata i tuoni e uno scrosciare intenso di pioggia. Il che sta a significare che da qualche parte c'è uno spirito elementale che mi vuole bene.
Ogni tanto mi chiedo se ci siano orizzonti che la scrittura deve ancora raggiungere. O guardare con sospetto, tenere a distanza, disprezzare MA riconoscere come possibili. Negli ultimi anni si sono assottigliate le differenze che i lettori sono soliti attribuire al rapporto tra romanzo e graphic novel. Non mi riferisco alla candidatura di Gipi al Premio Strega, che essendo il Premio Strega non può fare testo. Parlo piuttosto di quanto sia oggi normale sgusciare nel reparto fumetti in una libreria, o incontrare libri in una fumetteria. E degli sceneggiatori di fumetti che scrivono – o scrittori che sceneggiano fumetti, ecco.
E ancora,  mi interrogo sulle tendenze di quello che viene chiamato 'user generated content', ovvero i contenuti creati dai consumatori di un certo prodotto culturale su quello stesso prodotto. Per intenderci, fanart, fanfiction, fanvideo etc.
Ovviamente non è mia intenzione caracollare lungo un discorso serio e analitico, me ne mancano le competenze quanto le informazioni.
Quello che vorrei fare con questo post è lanciare il mio sasso in un enorme stagno e chiedere se, secondo voi, 'certi pattern' traspireranno anche nella narrativa come la intendiamo oggi.
Ad esempio, la struttura episodica di queste narrazioni, visive o letterarie, la vedremo prima o poi assimilata alle produzioni dei creatori stessi?
Voglio dire, prendiamo la serie di Hap e Leo di Joe R. Lansdale. È già episodica, ma ogni episodio prende un intero, e giustamente lungo, libro. Possibile che prima o poi Joe & Colleghi si metterano a scrivere storie brevi, lunghe una ventina di pagine, sui loro personaggi? Filler, spin-off, flash-forward o flash-back. Brevi racconti a sé stanti provenienti da uno stesso arco narrativo, che rispondano unicamente alla domanda 'come si comporterebbero questi personaggi in questa situazione?'. Putiamo caso, quale fan di Anne Rice non vorrebbe vedere Lestat, Louis e Armand giocare a D&D? Solo per il divertimento di vederlo succedere.
Un'altra cosa che potrebbe avvenire è l'Alternate Universe. Vedremo mai Hap e Leo prendere parte alle vicende di Game of Thrones, o alle vicende di un universo parallelo e alternativo, con un ambientazione politica e sociologica totalmente diversa? Anziché Hap e Leo, i duri che combattono la criminalità a cazzotti e battutacce, leggeremo mai di Hap e Leo – Adventure Time? Certo, mi riferisco a racconti che non avrebbero ripercussioni sulla trama principale, che non ne sarebbe neanche toccata.
Oppure.
Qualche tempo fa (qui) avevo chiacchierato degli universi narrativi. Ci sono autori che ne creano uno e continuano ad ambientarvi le loro storie, sviluppando l'universo libro per libro. Come il Mondo-Disco di Pratchett. Racconti su personaggi diversi in uno stesso story-world.
Ma, e se gli autori un giorno si telefonassero e si chiedessero se possono prendere in prestito quello story-world, ed eventualmente un personaggio? Non credo che l'effetto sia voluto, ma quando leggo Dimitri e Tarenzi ho l'impressione di trovarmi nello stesso posto, come se i loro cervelli avessero partorito lo stesso story-world. Non mi stupirei nel trovare Settala o Liàthan in un libro di Dimitri, e di certo mi farebbe piacere incontrare Temidoro o Dagon in un libro di Tarenzi. Sarebbe poi così inconcepibile, se i loro story-world scorressero in parallelo? Se uno scrivendo una storia iniziasse a tenere conto di quello che è successo nella storia scritta da un altro?
L'ultima cosa che mi chiedo se accadrà mai, è l'interazione tra personaggi di autori diversi. Sono cose che accadono spesso nello user generated content, e praticamente sempre negli universi Marvel e DC. Perfino un paio di volte tra gli universi Marvel e DC. Ci sono un paio di volumi di Deadpool in cui il bizzarro ed evidentemente psicopatico eroe passa dall'assassinare tutti i super-eroi Marvel al massacro dei classici della letteratura, da Moby Dick a Sherlock Holmes. Ha le sue ragioni, ovviamente, anche se non starò qui a spiegarle.
In sostanza, le barriere tra le diverse opere sono sottili, nel mondo del fumetto, e sono praticamente inesistenti nel mondo dei fan, dove il carburante è la fantasia dei consumatori.
Credete che la distanza tra le diverse opere finirà per mutare anche nel mondo più rigido e personale dei libri? Col tempo qualcosa inizierà a strabordare da un libro all'altro?
A ben vedere non so nemmeno io cosa mi auspico. Mi affeziono moltissimo ai personaggi che leggo, e ieri sono stata davvero contenta di ritrovare lo stesso Dagon di La ragazza dei miei sogni in Pan, come se mi fossi imbattuta in un vecchio – e irritante – amico in un posto in cui non mi sarei aspettata di vederlo. 
Quindi sì, sono cambiamenti che, fino a un certo punto, guarderei con favore. Fino a un certo punto, perché rimango convinta che la caratterizzazione dei personaggi così come è stata voluta dal legittimo creatore, dovrebbe essere sempre rispettata, e questo non è affatto condiviso dalla totalità dei fandom.
Voi che ne pensate?

mercoledì 16 luglio 2014

Scribacchiolando #4 - Scarabocchi

E va bene, lo confesso! Il primo motore di questo nuovo post di Scribacchiolando è la mancanza di libri letti da recensire. Sarà il caldo, saranno gli impegni, sarà che sto leggendo quasi unicamente romanzi prestati o in ebook che non posso portarmi nella vasca o sfogliare durante i pasti, pena pataccona unta in copertina. Sta di fatto che ho voglia di chiacchierare, e questo è il primo argomento che mi è spuntato in testa.
Le puntate precedenti sono qui, qui e qui.
Dunque.
Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che un libro sia fatto più di personaggi che di accadimenti. Le cose che capitano al personaggio dipendono dalla caratterizzazione di quel personaggio, dal suo modo di rispondere agli stimoli, dal suo mi-butto/mi-chiudo-in-casa-a-tripla-mandata.
Io i miei li conosco poco a poco, anche se mi arrivano già completi. Almeno credo. È come se mi piombassero nel centro libroso del cervello come dei meteoriti, già belli e pronti, persone già finite. Poi però sta a me far loro le giuste domande, prospettarmeli in situazioni diverse, per riuscire a capirli. La cosa migliore è farli interagire tra loro, liberamente, in botta e risposta che non stonino con l'immagine che si è già creata.
Io i miei personaggi li disegno. O meglio, li scarabocchio.
Abbozzo i lineamenti, la piega delle labbra, l'espressione degli occhi, la curvatura delle sopracciglia. Bastano un paio di tratti e i personaggi iniziano a delinearsi chiaramente, a dialogare, ad assumere spontaneamente certe posture che sapranno dirmi qualcosa.
Non so se questo sia un metodo che mi è derivato dall'infinita scorpacciata di fumetti iniziata alle elementari; anzi, non so nemmeno se si tratti di uno stratagemma comune o se siamo in pochi a farlo. Magari mi credo di svelare chissà quale tecnica segretissima, e invece è una cosa che facciamo più o meno tutti.
Posso dirvi che a me risulta davvero comodo. Non mi si svelano soltanto le caratteristiche fisiche e caratteriali dei personaggi, ma anche determinate frasi, situazioni, gesti. Disegno due personaggi vicini tra loro, che magari si scambiano uno sguardo, e iniziano a dialogare tra loro, così velocemente che a malapena riesco a stare dietro ai loro botta e risposta, devo segnarmeli subito prima che scompaiano. Se sono buoni, intendo.
Si delineano una situazione, un contesto, un giusto tempo. Una scena prende forma nel giro di due schizzi.
Certo, potrebbe anche trattarsi di una forma letteraria di schizofrenia latente.
O, come ho detto prima, di una trovata originale quanto l'aglio nel pesto.
Ma via, non v'è motivo per non chiacchierarne.

sabato 12 luglio 2014

Marguerite di Sandra Petrignani

Dunque, Marguerite di Sandra Petrignani, edito da Neri Pozza nel 2014. Nella copia che ho tenuto con religiosa cura, in quanto autografata. Era presente all'ultimo giorno di quella rassegna letteraria del mese scorso, quella in cui ho dialogato con Stassi e Caponetti. La Petrignani sono andata ad ascoltarla col temporale che incombeva, e con una processione religiosa che, bel bella, ha interrotto l'autrice a metà di una risposta. Cinque minuti buoni in cui un centinaio e qualcosa di fedeli hanno lentamente accerchiato, e poi oltrepassato, la piccola piazza in cui si stava tenendo l'incontro. Lenti e salmodianti, e del tutto incuranti del fastidio che portavano insieme alla croce.
Quelle piccole cose che ti rendono la Chiesa un'entità sommamente sgradita.
Ammetto di non ricordare molto, dell'incontro. Avevo il cervello svolazzante per l'insonnia da studio, e la Petrignani ha detto tanto, troppo perché riuscissi a stamparmelo in testa decentemente. Ha raccontato di Marguerite, ovviamente, del suo rapporto con la madre, col fratello scapestrato e preferito Pierre, dell'Indocina in cui è nata da genitori francesi, del suo rapporto col Partito, della sua espulsione. Del suo rapporto con gli uomini, con l'alcol, con la cucina, con Yann, che è appena morto, cosa che ho scoperto tramite il profilo Twitter della Petrignani, e un po' mi ha colpita. Chi è stato in un libro non dovrebbe morire, sovverte l'ordine naturale delle cose.
Dunque, Marguerite.
Io Marguerite Duras la conoscevo soltanto di nome. Sapevo che era stata una scrittrice intellettuale francese, attiva intorno agli anni '70. Non conoscevo i titoli dei suoi libri, avevo sentito parlare del film Hiroshima mon amour, ma non pensavo fosse suo.
Ora so tanto di lei, abbastanza per volerla conoscere più direttamente. Non so da che libro inizierà questa conoscenza. L'amante, forse. Devo ancora decidere.
E dunque, Marguerite. O Duras, come ha iniziato a chiamarsi a un certo punto della sua vita, come se volesse riferirsi alla sua identità pubblica come a un qualcosa staccato da sé. È nata in nel 1914, a Saigon, Indocina, da una madre distante, Marie, che amava con slanci intensi e violenti, e dal padre Henri, che morirà nel 1921, in Francia. Ha due fratelli maggiori, Pierre e Paulo. Pierre è quello più instabile, egoista, incosciente, eppure Marie lo preferirà sempre agli altri, e Marguerite questo non riuscirà mai a dimenticarlo.
Si trasferiranno in Francia, grazie alla ricchezza che Marie è riuscita sapientemente ad accumulare. E Marguerite vi rimarrà per sempre, diventerà prima una scrittrice sconosciuta, con un limitato zoccolo duro di fan, poi diventerà la celebre Duras.
La sua storia in questo libro è narrata a sprazzi, discontinua, ma non l'ho sentita spezzarsi fastidiosamente. Era come rimanere cosciente del terreno sotto i propri piedi, quando se ne salta un tratto. Discussioni con le sue amiche attrici, con Jarlot, con gli editori. Il suo 'Me ne frego di Beauvoir' in faccia a Sartre.
Marguerite è una personalità instabile, difficile, interessante. Ferisce con le parole, annichilisce tra le parole degli altri, eppure sembra avere questo nocciolo metallico dentro che le impedisce di cedere. Mille convinzioni, un estremismo esasperato nelle sue prese di posizione.
E sì, è un bel libro da leggere, oltre ad essere 'un libro interessante'. Non è solo il cosa, è anche il come.
Su Anobii ho letto diverse critiche al modo di raccontare della Petrignani. È vero che Marguerite non sembra del tutto un romanzo, ma non lo si può neanche definire una biografia. È qualcosa nel mezzo, la narrazione di una vita dagli occhi innamorati di una lettrice. O qualcosa del genere.
Perciò sì, beh, certo che lo consiglio. E che diamine.

martedì 8 luglio 2014

Caro scrittore in erba di Gianluca Mercadante

Ordunque, Caro scrittore in erba di Gianluca Mercadante, edito da Las Vegas nel 2013. Se ne era parlato tanto, l'ho preso a Torino direttamente dalle mani di Carlotta.
Tra l'altro, sapete che di recente Carlotta e Andrea, editori della Las Vegas si sono sposati? Auguri! E a me Carlotta (qui il suo blog che l'è ganzo forte) piace moltissimo, come essere umano.
Eeeee mi appresto a parlare male di un loro libro.
Mi sento il tipo di persona dalla quale Satana si terrebbe alla larga per evitare le cattive influenze.
D'altronde mi viene troppo da parlarne. Non è come quando – spessissimo – trovo un libro troppo mediocre per scavarne fuori un commento come non sia 'meh', ieri ho dovuto chiamare al telefono mia sorella in Germania – facendole tra l'altro spendere un euro – per poterle dire quello che pensavo.
A voler ben vedere, questo post – non riesco a chiamarlo recensione – è ben confuso. Perché non si può negare che comunque il libro sia scritto bene, i capitoli siano giustamente disposti e che dopotutto intrattenga assai. Ci sono dei punti, soprattutto all'inizio, in cui ho annuito compartecipe.
E tuttavia.
Dunque, vediamo di dare una base logica a quello che sto scrivendo.
In questo libriccino Mercadante racconta dei suoi travagliati tentativi di pubblicare, vendere, dei suoi ripetuti contatti con agenti letterari, editori, librai etc. E questi contatti sono tutti più o meno deprimenti, buttano giù, mostrano un mondo letterario che della letteratura se ne frega. Mercadante si rivolge al 'Caro scrittore in erba' continuando a sminuzzare le sue aspettative di gloria, i suoi lieti sogni, le sue speranze. E c'è davvero poco da stare allegri, questo non lo si può negare. Che è inutile pubblicare con un editore che non fa promozione, e comunque se la distribuzione è quella che è... ecco, pubblicare pareva il punto d'arrivo, invece è il primo passo.
E va bene sbriciolare le aspettative di chi, dopotutto, speranze non le ha, perché un'enormità degli aspiranti scrittori sono estrema fuffa auto-celebrativa che non prende neanche in considerazione il fatto che un libro ha bisogno di un lettore, e se il legame non si crea, allora niente, ciccia. Ed è ovvio che il legame non si possa creare, se scrivi apponendoti la stilografica tra le piene guance del didietro.
È vero, scrivere non è facile, se vuoi farlo bene. E se non vuoi farlo bene, datti a qualcos'altro, o almeno evita di subissare le email degli editori con le tue ultime fatiche.
Tuttavia... ecco, tolta questa premessa, una volta che Mercadante ha iniziato a narrare delle sue vicissitudini col libraio o con gli agenti, mi è sorto un sincerissimo 'Ma chi te sein?' in testa. Che tradotto sarebbe un 'Ma chi ti credi di essere?'. Perché Mercadante pretende attenzione, e se tu non gli dedichi il tuo preziosissimo tempo, allora sei un ostruzionista della cultura. C'è un capitolo dedicato alla sua telefonata con un libraio indipendente e... oh, c'è poco da fare, il libraio ha ragione a non dimostrarsi entusiasta all'idea di organizzare un incontro con Mercadante. È difficile vendere autori già affermati, figuriamoci uno – senza offesa, ci mancherebbe, ma siamo sinceri – misconosciuto. E organizzare un incontro costa in soldi e fatica. A parte la ventina-trentina di copie da pagare in anticipo, c'è da rifornirsi di stuzzichini e beveraggi per i convenuti – noi siamo proletarie e andiamo di focaccia, tiè – e manifesti, comunicati stampa per i giornali, annunci su facebook e quant'altro. Ci vuole tanto per convincere i Lettori a uscire di casa. Specie se non si tratta di una libreria di una grande città. Nella mia zona neanche Stassi e Petrignani sono riusciti a riempire le sedie sotto il palco di una manifestazione culturale. Fortemente pubblicizzata. Nel week-end.
Quindi tu, sconosciuto scrittore, che te la prendi perché non mi sbatto per farti presentare da me, hai poco da lamentarti. Ed è vero, come viene fuori nella telefonata, che le presentazioni di gente della zona richiamano, perché uno si porta dietro amici e parenti, e questi comprano e ripagano, pure se il libro è una ciofeca.
Pure nei contatti con gli agenti, ecco... non lo so. Non lo so, perché non sono un agente letterario, quindi facciamo che mi zittisco.
In compenso, degli editori ho letto abbastanza per poterne chiacchierare con un minimo di cognizione di causa, e se dovessi sbagliare, vi invito a notificarmelo che farò ammenda.
Con loro Mercadante si lamenta perché non rispondono. E in un caso non è arrivata risposta al suo manoscritto per BEN sei mesi.
Ehm. Che io sappia i tempi di lettura arrivano anche agli otto-dodici mesi, ho letto di una ragazza cui la risposta è arrivata dopo un anno. Le proposte sono tante, le redazioni sottodimensionate, c'è poco da fare. Si aspetta.
E pure con loro, non lo so. Mercadante mi ha dato la bruttissima impressione di essere uno di quelli da cui gli editori rifuggono, non per prosa ma per carattere. La pretesa di meritare l'altrui tempo e impegno... ora, considerando che ha pubblicato altri due libri con Las Vegas mi viene da supporre che scriva effettivamente bene, ma gggesùcheppalle.
Poi certo, ci sono pure editori surrealmente ciofechi, e avere a che fare con loro è cosa tragicomica, non mancano né imbroglioni, né incompetenti e Mercadante qui ne chiacchiera ampiamente. Alla domanda 'ma che t'è venuto in testa di fare l'editore?' ancora non c'è risposta, purtroppo.
Un'ultima critica. È dovuta, visto che dopotutto mi ha infastidita di molto, e ha fatto girare le scatole pure a mia sorella, quando l'ho resa partecipe. Mercadante ha dei problemi con le donne. Ne compaiono poche, stilizzate, stereotipate. Con seri problemi mentali. Prima la tipa con cui si diletta, che smania all'idea dell'omo-de-potere perché ha pubblicato, nonostante abbia la stessa competenza letteraria di una brioche, perché ve', le donne c'han da truccarsi, mica stanno a leggere. E poi una telefonata che santoddio. La tizia che insiste per uscire che 'checccestaiaffàascrivee' e ignora il significato di 'irsuto'. E passa giustamente per illetterata col cervello cotonato. Oh, e quando suppone che giammai una donna vorrebbe concedere il proprio tempo a un locale proletarieggiante con le tovaglie di plastica. Eh, sia mai, siamo allergiche alla povertà. Ci si scrosta lo smalto sulle unghie, se non si raggiunge una certa quota di chic.
E questa è La Donna 'sì come viene dipinta da Mercadante.
In sostanza... sinceramente sì, è un libriccino dopotutto carino e divertente, che il tempo te lo fa passare volentieri. Indicato per i wanna-be-scrittori, o per chi ha voglia di capire l'universo editoriale senza troppi tecnicismi, con un po' di leggerezza. Ma non per gli aspiranti seri, che poi si buttano giù o prendono il cattivo esempio di chiamare gli editori per sapere se hanno letto/ricevuto la loro mail.
O forse sì, non lo so. Ho l'impressione di esserci andata giù più dura di quanto non volessi. Forse questo libro voleva essere soprattutto un 'Sì, lo so, è capitato anche a me' da (un tempo) aspirante scrittore ad aspirante scrittore, o un'avvisaglia a chi si prospetta un tappeto rosso lieto d'essere calpestato dai suoi piedi di artista, quando la strada da percorrere è tanta e, di solito, avara di soddisfazioni.
Però.
Come dice Gianluca Morozzi nella prefazione, uno su mille ce la fa. Ma non è una questione di statistica, è che gli altri 999 sono delle pippe. Rileggere, correggere e MOVE ON.

sabato 5 luglio 2014

Piccoli scorci di libri #39

Che diamine, io non dovrei stare a scrivere post, adesso. Dovrei studiare. Ho ancora da ripassare un intero libro sulla guerra d'Algeria, e poi un altro – pesantissimo – su tutto il '900 e... beh, mi scoccia stare tutto questo tempo senza postare nulla. Ma quel poco che dirò, lo dirò in fretta, quindi vi chiederei di perdonare 'eventuali' errori. Capitemi. Sono un fascio di nervi e caffè.

Il sabotatore di campane di Paolo Pasi – Edizioni Spartaco, 2013

Lo avevo in lista già da un anno, quando finalmente, pochi mesi fa, l'ho preso al Salone del Libro. L'aveva tanto consigliato l'Elisa Rampante e... boh, la storia è effettivamente ganza. Ganza forte. C'è questo anziano anarchico di nome Gaetano che, in memoria di una strage nazista dalla cui ferocia si era salvato solo il prete, perché potesse suonare le campane per i tedeschi che erano stati 'vendicati' in quel massacro, viaggia di paese in paese e zittisce le campane. Certo, ripensa a un'epoca ormai lontana, quando gli orologi erano ancora un lusso e il tempo delle persone comuni era scandito da quei metallici rintocchi. Però continua a farlo, a sgusciare mezzo sciancato nelle canoniche e prendersi una mesta rivincita sulla memoria. Solo che, nella chiesa di Roccapelata, c'è il prete ad attenderlo. Segue una breve colluttazione e il prete cade accidentalmente dalle scale. Gaetano, sconvolto da quanto è appena accaduto, va subito in questura ad autodenunciarsi.
E non gli credono. Si rifiutano di credergli, dal questore al sindaco. Roccapelata è un paese minuscolo, sconosciuto, vecchio, a un passo dalla scomparsa. Affamato di storie, di paparazzi, notorietà. Meglio pensare che si tratti di un complotto, meglio rovistare nel passato del prete, piuttosto che ammettere l'insultante semplicità di un incidente.
Parallelamente, la narrazione si concentra anche sul passato di Gaetano, sulla sua storia di anarchico, sui suoi viaggi, sui suoi compagni di tanti anni prima. Sugli orologi, sui piccoli paesi, sulle comuni.
Mi è piaciuto moltissimo questo libro, anche se non posso non fare cenno a quello che, secondo il mio modesto parere, è un problema. Ovvero il fatto che i personaggi sono come raggruppati dietro facili maschere e non adeguatamente approfonditi. I cittadini di Roccapelata sono viscidi assetati di fama, oppure stolti assetati di fama. Gaetano è un anarchico, pacifico, illuso, indebolito. Si è narrato molto della sua vita, eppure sento di non averlo conosciuto abbastanza.
Ma la storia è ganza abbastanza da far meritare al libro un sentito 'decisamente sì, lo consiglio'.

Il destino attende a Canyon Apache di Laura Costantini e Loredana Falcone – Las Vegas Edizioni, 2012

Non ho mai letto un western. E non amo neanche i film western. Non so perché, non mi fanno impazzire. È un'ambientazione arida, polverosa, dura. Acciaio e sudore, nessuno spazio per la debolezza. Vite coriacee.
Eppure, non so perché, avevo davvero voglia di leggerlo, questo libro.
E mi è volato. Non è corto, ed ero anche in periodo di 'studio-supremo', eppure mi è volato.
La storia è relativamente semplice e, credo, piuttosto classica, per quanto riguarda gli western. È il 1870, gli insediamenti 'ammerigani' nel West respingono sempre con maggiore ferocia i nativi verso altre terre. Per contro, le incursioni dei nativi contro le diligenze non sono tra le più pacifiche. Kerry è l'unica superstite di una famiglia di ex-schiavisti decaduta. Deve andare in sposa al tenente Lowie, una vecchia conoscenza d'infanzia, ma durante il viaggio la diligenza viene attaccata e lei viene condotta dal capo del villaggio Apache, Cervo Nero, come dono. Kerry rischia grosso, ma Shenandoah, figlia di Cervo Nero, decide di aiutarla.
Poi c'è Coda che suona, o meglio, David Cassidy, un 'agente indiano', ovvero una specie di diplomatico federale incaricato di gestire la convivenza tra nativi e americani bianchi.
E Shenandoah, ovviamente, figlia di Cervo Nero e di una donna bianca, morta dandola alla luce.
E Daniel 'Occhi di ghiaccio' Pinkerton, feroce assassino di indiani.
La storia segue le vicende di questi personaggi, che si incontrano, si separano, si rincorrono e si incrociano di nuovo. Lo sfondo è quello di una concessione terriera che deve essere tassativamente liberata dalla presenza degli indiani. Pinkerton è incaricato di ucciderli tutti, uno per uno, Cassidy di impedirglielo. Anche perché è considerato amico dagli indiani, e a sua volta li rispetta. Shenandoah cerca una risposta sul legame tra suo padre e la madre defunta, Kerry si lascia trasportare, in realtà vorrebbe soltanto vivere in pace.
Mi è piaciuto un sacco, questo libro, anche se una rimostranza ce l'ho. Non so dire quali siano le consuetudini di genere, se si tratti di una scelta classica o meno, però ho trovato la trattazione della faccenda indiana troppo semplice. Non tutte le comunità dei nativi erano pacifiche e rispettavano le donne, e ho l'impressione che talvolta si sia sorvolato su effettive efferatezze. Diciamo che non ho apprezzato la dicotomizzazione priva di sfumature.
E ho apprezzato ancora meno le storie d'amore, in particolare la seconda, la più improbabile. Ci sono crimini che niente può emendare, e non posso credere a un così repentino cambiamento, né che un'infanzia travagliata possa giustificare certi atti.
Ma, a parte questo, la lettura è filata, è scritto bene, non annoia. Di certo, appassiona.
Quindi sì, yes, lo consiglio.

Ed ora tornerò a sudare sul testo di storia contemporanea.
Tra l'altro non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe il mondo adesso, se gli USA si fossero fatti un cicinino i cacchi loro nel corso del '900. Spuntano come funghi dietro ogni golpe.