martedì 26 maggio 2015

Appunti dall'intervista a Lord Ruthven, vampiro

Invero oggi avrei voluto chiacchierare di libri, che ne ho tanti di finiti da discuterne. Il problema è il tempo che mi si sgretola sotto gli occhi mentre scrivo, grazie al professore del mio ultimo esame che solo poche ore fa mi ha comunicato di un enorme carico di lavoro. Università, ti ricorderò con estremo astio. Quindi risolvo con questo racconto scritto un paio di settimane fa, la seconda puntata di un qualcosa che mi viene da chiamare progetto, il cui primo passo è stata l'intervista a Victor Frankenstein. Questo racconto è un po' diverso, e infatti mi sono divertita un sacco a scriverlo. Ho ripreso sia Lord Ruthven, il malvagio vampiro, sia Polidori stesso e la sua cocente invidia verso Byron e l'alta società intellettuale inglese. Ne è venuto fuori qualcosa che, dopotutto, mi piace. Era anche l'ora.



Non credo di essere mai entrata in una camera d'albergo così lussuosa, e so che è stata l'aggiunta di un paio di nomi eccellenti alla lista delle personalità da intervistare a salvarmi dal dover pagare da sola un conto salatissimo. Tutto merito del mio informatore, che mi ha fornito, non senza brontolare, non uno, ma ben due recapiti di vampiri leggendari. Di uno, lo ammetto, non avevo mai sentito parlare, ma mi è stato altamente consigliato di iniziare da lui, e di non fargli sospettare neanche per un attimo che di lui non sapevo nulla. Con tanti ringraziamenti a Wikipedia, sono riuscita a documentarmi in tutta fretta, e ne verrà fuori un ottimo articolo con cui dare inizio alla mia rubrica. Basteranno un titolo altisonante e una foto accattivante, che non sarà affatto difficile da scattare, considerando che ha voluto incontrarmi in un lussuoso hotel in stile rococò, tutto velluti rossi e drappeggi di seta. Guardando il letto a baldacchino che troneggia in mezzo alla mia camera, mi viene voglia di coprirlo interamente con una stoffa da due soldi per non correre il rischio di macchiarlo. Istinto che combatte con quello più triviale di mettermi a saltare sul letto, visto che questo materasso è il più morbido su cui mi sia mai capitato di posare il deretano.
Ma non ho tempo per cincischiare sull'abbagliante decadenza di questa stanza. Il sole sta tramontando dietro i grattacieli di ____ e io non mi sono ancora cambiata da quando sono scesa dall'aereo.
Cerco di rimediare il più in fretta possibile, perché a quanto ho capito l'uomo che intervisterò oggi non è di quelli che perdonano un ritardo. Scommetto che è un ritardatario intenzionale e recidivo, di quelli che spostano le lancette del proprio orologio pur di non arrivare almeno un quarto d'ora dopo l'orario dell'appuntamento. Tagliando via i miei soliti gorgheggi, riesco a esibirmi nella doccia più veloce che io abbia mai fatto, mi asciugo i capelli con tanta fretta e li pettino con tanta violenza che finalmente trovo in me un qualcosa di mia nonna. L'unico ricordo che ho di lei risale alla volta che le è saltato in mente di farmi una treccia, facendomi piangere per mezzora mentre insisteva nella dannatissima cantilena del “Chi bella vuole apparire”. Rimanendo inavvertitamente in tema, mi infilo lo stesso abito scuro che indossavo al suo funerale, e mi impiastriccio le labbra con un rossetto color sangue. Per il resto, lascio stare. Ho visto come vanno in giro conciate le fan della letteratura gotica e vampirica, un rossetto appena sbafato è già da considerarsi una conquista.
Raggiungo il bar, e il tavolino che ho riservato, con appena cinque minuti di anticipo. Come volevasi dimostrare, di Lord Ruthven neanche l'ombra. Meglio così. Mi siedo al tavolo, riparato per due lati da un separé leggero coperto da una stoffa pesante e arabescata, tiro fuori il registratore e il quaderno degli appunti, e su questo inizio a fare uno schizzo della sala.
È particolare, curata sotto ogni lugubre aspetto. Se non al suo buongusto, posso fare onore alla coerenza con cui l'arredatore ha coperto ogni superficie disponibile con drappi scuri e infiammabili, di legni laccati di nero, decorazioni dorate, tende splendidamente inutili, visto che il bar si trova nel piano interrato. Questione di stile e accuratezza gotica, immagino. Seduta al tavolo, con le pagine appena illuminate dalla fiamma di una candela che spero vivamente non venga scontrata, cerco di abbozzarne i contorni, e mi domando che tono dovrò usare quando scriverò l'articolo. Dovrei lodare l'atmosfera cupa o sottolinearne la pretenziosità? Guardo i camerieri insaccati in completi scuri e colletti alti inamidati, e mi chiedo cosa ne penserebbero loro. Forse...
<<Sono desolato per avervi fatta attendere. Il mio ritardo è deplorevole, ma se avessi avuto modo di sapere che la mia intervistatrice è una signorina così affascinante, credetemi, avrei fatto di tutto per liberarmi.>>
La sua apparizione improvvisa mi fa sobbalzare, e non ho dubbi che questo fosse esattamente il suo scopo. Cerco di ricomporre un sorriso mentre mi alzo per salutarlo, e lui mi afferra la mano per farmi oggetto di un baciamano che mi fa rabbrividire, e non solo per la forzata affettazione. Quest'uomo è gelido, ed è come stringere la mano a una statua di marmo appena riesumata da una montagna di neve.
<<Sediamoci, vi prego.>>
Mi siedo dal mio lato del tavolo, mentre Lord Ruthven si adagia sul suo con una grazia insopportabile per un uomo della sua età e del suo vestiario. Lo fisso senza riuscire a trattenermi, e per la prima volta mi chiedo se la sua immagine comparirà nella foto che intendo fargli. Di certo, lui si è impegnato come se fosse certo del risultato. I capelli sono acconciati in morbidi riccioli scuri che gli incorniciano le guance sulle quali fa bella mostra una barba fine, puntuta, precisa al millimetro. Gli occhi chiarissimi – lenti a contatto? - sono sormontati da sopracciglia folte, ma drittissime. Ha il naso sottile, dritto, appena una lieve gobba in alto. Ma non è il viso quello che colpisce, quanto lo sforzo evidente nel vestirsi nel modo che più al mondo potesse suggerire la parola “vampiro”. Il cappello a cilindro, ad esempio. O la camicia candida i cui pizzi escono vivaci dal gilet di seta color vino, e dalle maniche della giacca lucida blu navy. Un cammeo imprigiona i pizzi sotto il suo collo, alle dita lunghe e pallide porta innumerevoli anelli, di cui non sono in grado di quantificare il valore. Potrebbero essere diamanti come pezzi di vetro.
<<La vostra chiamata mi ha lasciato alquanto perplesso>> esordisce, facendo balenare i canini in un sorriso esagerato <<Non peccherò di modestia negando di ricevere un numero rilevante di lettere e telefonate dai fan, ma non mi era ancora capitato di essere contattato da un giornale letterario.>> 
<<A volte ci vuole tempo, perché la letteratura venga accettata come tale.>> lo blandisco, arricciando le labbra in un sorriso. Lo vedo gongolare, e mi viene da pensare che quest'intervista sarà una passeggiata.
<<E così intendete intervistare alcuni tra gli eroi letterari più celebri e influenti>> continua, alzando una mano per chiamare un cameriere <<Posso avere l'ardire di chiedervi ragguagli sui nomi degli intervistati?>>
<<Beh, apriremo col l'articolo che vi riguarda il prima possibile, forse già la prossima settimana>> mi premuro di fargli sapere, chinandomi appena in avanti sul tavolino <<Dopodiché ci saranno altri personaggi eccellenti. La famiglia Bennett purtroppo risulta irrintracciabile, ma spero di riuscire a contattare almeno la più giovane delle sorelle, Lydia. È possibile che io trascorra il prossimo fine settimana a Parigi, in compagnia di un rumoroso quartetto, immagino capiate a chi mi riferisco. E poi a Londra, per incontrare un gentiluomo e il suo geniale maggiordomo.>>
<<Naturalmente, naturalmente.>> annuiva, con il viso pietrificato in un'espressione che rendeva immediatamente chiaro che non aveva idea di chi stessi parlando. Decisi che sarebbe stato meglio lasciarlo nell'ignoranza piuttosto che umiliarlo spiegandogli a chi mi stessi riferendo.
<<E non dimentichiamo il suo figlioccio letterario, il Conte Dracula.>>
<<Il mio...!>>
Salta sulla sedia con una velocità e una furia che mi fanno balzare all'indietro sulla mia panca. Gli occhi si fanno più scuri, e capisco che non possono essere lenti a contatto, perché se fossero tali gli starebbero colando sulle guance. È inferocito al punto di ansimare, e con una mano sta stringendo il bordo del tavolo tanto forte da deformarlo.
<<Non considero Dracula il mio figlioccio letterario.>> sbuffa, tentando di ricomporsi <<Non più di quanto consideri miei figliocci il gatto con gli stivali o il pifferaio magico.>>
Incrocia le braccia sul petto, lanciando un'occhiata sprezzante al mio quaderno aperto pieno di schizzi, e fissando trucemente il cameriere che è arrivato a prendere la nostra ordinazione. Prima che riesca a impedirglielo, ordina vino rosso per entrambi, e a me non resta che arrendermi e tacere sulla mia astemia.
<<Vorrei accendere il registratore, se per voi va bene.>> gli dico, allungando una mano verso il pulsante d'accensione. Attendo il suo secco annuire prima di schiacciarlo. Quella che avrebbe dovuto essere l'intervista più facile di tutta la mia carriera si è appena trasformata in un incubo
<<Dunque>> esordisco <<voi siete stato dipinto come un ammaliante mostro, primo ad avere mescolati insieme il fascino e la minaccia dell'assassino.>>
<<Esattamente.>> sospira lui dopo qualche secondo <<Fa piacere che almeno questo se lo sia segnato.>>
<<Avete nulla da aggiungere in proposito?>>
<<Nulla.>> sbuffa.
<<Nel Vampiro>> continuo, imperterrita <<vi prendete particolarmente a cuore un ragazzo giovane e sprovveduto, Aubrey. Perché questa predilezione?>>
<<Oh, Aubrey!>> esclama, ritrovando il sorriso tutto d'un tratto <<Caro ragazzo, che animo nobile. Troppo buono per questo mondo, di una gentilezza irresistibile per uno come me.>>
<<Cosa intendete con “uno come me”?>>
<<Signorina.>> sogghigna, chinandosi in avanti e regalandomi un sorriso appuntito ad accompagnamento di una frase che deve essersi ripetuto in testa almeno mille volte <<Io sono il male, il male più puro. Ed è scopo del male corrompere il bene. Ecco perché ho scelto Aubrey, quando avrei potuto scegliere chiunque altro.>
<<E la sorella, lei...>>
<<Cara ragazza.>> mi interrompe, con un gesto distratto della mano <<ma avrebbe dovuto morire.>>
È curioso rendersi conto tutto di colpo di chi ci troviamo realmente davanti. Lord Ruthven è un vanesio imbecille, e non smetterò mai di raffigurarmelo come tale. Ma c'è del vero, quando afferma di essere il male. Scegliere un giovane innocente e cercare di distruggerne uccidendone la sorella diletta. Mi chiedo se sia stato saggio scegliere di intervistarlo – non ho dubbi che almeno la data di uscita della stessa mi salverà da un destino analogo a quello che avrebbe voluto riservare a Lady Margaret – e comincio a temere il giorno in cui dovrò sedermi al tavolo con Dracula, per chiedergli delle sue malefatte.
<<Non amo l'incompiutezza, ma so accettare la sconfitta.>> dice, con un tono che lascia immaginare quanto poco la pensasse così all'epoca <<Inoltre mi pregio dell'aver reso un favore a chi trema di notte, temendo l'infallibilità del mostro.>> 
<<Capisco.>> annuisco, prendendo appunti <<E ditemi, proprio voi che avete dato origine al mito del vampiro così come lo conosciamo ora, quali sono gli esempi di...>>
<<Non me lo chieda, per l'amor di Dio, non me lo chieda!>> ruggisce, buttandosi all'indietro contro lo schienale <<Oh, se avessi saputo quanto lo spargersi delle mie gesta avrebbe comportato...>>
<<Intuisco che ritiene la figura del vampiro... ecco, eccessivamente sfruttata?>>
<<Non c'è bisogno di cercare candidi eufemismi per dipingere uno scenario infernale. Non esiste nemmeno un vampiro che io possa chiamare “figlio” senza sentirmi strizzare l'anima in una morsa di fuoco e imbarazzo.>>
Il nome di Dracula mi balena sulle labbra, ma mi affretto a richiuderle. Lord Ruthven è abbastanza scosso di suo, e la sola menzione del suo collega più famoso agirebbe come una cascata di benzina sulla sua ira.
<<Capisco.>> ripeto, cercando di stamparmi sul volto l'espressione più vuota di cui sono capace. Impossibile mimare comprensione <<E per quanto riguarda la letteratura orrorifica nel suo complesso, trovate che vi siano presenti figure che possano trovarvi, ehm, favorevole?>>
Nel quarto d'ora che seguo imparo quanto sia difficile passare più di due minuti con Lord Ruthven senza iniziare a parlare mimando il suo fraseggio pomposo, e quanto sia semplice intervistare un soggetto tanto pieno di livore. Basta un'imbeccata che parte a spettegolare dell'immeritato successo di uno, dell'aspetto turpe dell'altro, di fan delusi e cadute di stile. Simula clemenza quando vira verso alcuni tra i personaggi più sfortunati, dimenticati in nugoli di polvere tra i remainders delle case editrici minori, ma si infervora non appena accenno un nome più famoso. Dracula è il suo acerrimo nemico, il suo Moriarty, ma prova un odio cocente anche per Lestat, per Carmilla, perfino per Edward. Grugnisce quando accenno a quanto la letteratura fantastica debba alla sua storia, e incenerisce con lo sguardo il cameriere che ci porta i bicchieri di vino, indignato per il mio costante accenno a terzi. Ma non posso farci nulla: la storia di Lord Ruthven è piatta e lineare, classica e prevedibile come una biglia su un rettilineo in pendenza, e non offre molti spunti se non per l'influenza sulla letteratura che ne è seguita.
<<Ma virando verso argomenti più triviali...>> 
<<Più triviali di Harry Potter?>> borbotta lui, a braccia conserte. 
<<… mi domandavo se non voleste raccontare ai nostri lettori come siete solito passare le vostre serate, e come gestiate il rapporto coi vostri fan.>>
Il tema lo rinvigorisce. Mettete quest'uomo al centro di una frase, penso, e vi costruirà un monumento. A se stesso.
<<Vi renderete conto voi stessa di quanto, benché adeguandomi ai modi del vivere odierno, io sia rimasto affettuosamente ancorato al passato che mi ha dato vita.>>
Allarga le braccia per mettere in mostra il suo outfit, che personalmente trovo molto poco ottocentesco. Mi appunto mentalmente la perfetta descrizione del suo vestiario: con quella giacca lucida e tutti quei pizzi, sembra appena uscito dall'armadio di mia nonna. Tuttavia, non oso scriverlo sul quaderno, poiché, se dovesse leggerlo, potrebbe staccarmi la testa dal collo con irrisoria facilità. È quasi criminale che un essere tanto sciocco possa essere parimenti pericoloso. Non lo trovo giusto.
<<Eppure, mi compiaccio di ciò che l'era moderna mi offre. Esco per recarmi all'Opera come un tempo, ma non disdegno l'uso del computer, per quanto lo trovi un aggeggio infernale. Ho uno stereo piuttosto potente, ma mi rifiuto di leggere libri elettronici, conoscete sicuramente, i cosiddetti ebook. Manchevoli di atmosfera, di vita, di anima.>> sentenzia, sfarfallando con le mani, ipnotizzato forse dai suoi stessi anelli <<Coi miei fan, ah, anime adorabili, mi tengo spesso in contatto coi metodi moderni. Ho dei profili sui vari social-network grazie ai quali organizzo incontri e innocue festicciole per quanti vogliono ricordare con me i bei tempi andati. Feste in maschera, perlopiù. Molto esclusive, com'è giusto che sia.>> 
<<E come trascorre Lord Ruthven una serata normale?>> sospiro, lieta di scorgere in fondo al tunnel la fine dell'intervista. Nessuno di noi due ha bevuto un sorso di vino, e mi chiedo se il cameriere penserà che sono anch'io un vampiro.
<<Viaggio molto.>> risponde <<Vago per le strade delle città più meravigliose del mondo. La vecchia Europa, quanto adoro la vecchia Europa.>>
Vorrei fargli notare che siamo nella vecchia Europa, e non c'è alcun bisogno di mostrarsi nostalgici. Ma poiché sta motteggiando i moderni vampiri americani, e coglierlo in fallo potrebbe essermi fatale, decido di soprassedere. Sarà un articolo facile da scrivere, ma difficile da presentare al redattore. Nulla mi assicura che Lord Ruthven non verrà a reclamare la mia testa, dopo aver letto quello che penso di lui, ma il mio orgoglio di giornalista non può essere fermato. E soprattutto, questo tipo mi ha dato troppo ai nervi perché io risparmi la sua reputazione.
<<Le città più grandi sono punteggiate qua e là di confortevoli ritrovi per quelli della mia risma.>> continua <<Ma essendo una giornalista, immagino che ne siate già a conoscenza.>> 
<<Soltanto vagamente. Vorreste essere più specifico?>>
Ma ha già ricominciato a brancolare nei suoi complessi irrisolti. Blatera delle sue serate in una lussuosa locanda in cui i camerieri lo guardano con timore e gli avventori allungano il collo in sua presenza, offrendogli il proprio sangue con ardore.
Alla fine mi arrendo all'evidenza. Da questo buco non caverò né un ragno né un moscerino. Dapprima attendo che finisca di sproloquiare, poi allungo una mano nella mia borsa e schiaccio il tasto del telefono che fa partire la suoneria. Come nei peggiori appuntamenti galanti – almeno, così raccontano le sit-com – fuggo dal tavolo con una scusa strappalacrime su una zia in ospedale e un incidente d'auto. Ringrazio che Lord Ruthven sia troppo pieno di sé per chiedermi informazioni più concrete, perché non saprei dargliene.
Non ha importanza che sia un mostro spaventoso, dalle zanne aguzze e assetato di sangue umano, che si sia lasciato alle spalle una lunga scia di cadaveri innocenti, ogni secondo passato in compagnia di questo patetico megalomane si può considerare sprecato. Scriverò un articolo impietoso, sperando che non ne vada dalla mia giugulare.


sabato 23 maggio 2015

La festa di Margaret Kennedy

La festa è stato il primo titolo che ho abbrancato, quando mi sono trovata davanti allo stand della Astoria al Salone. Ne avevo letto giusto un paio di recensioni, ma mi erano bastate per sapere che dovevo averlo.
Dunque, scritto da Margaret Kennedy e assai ben tradotto da Bruna Mora, è stato scritto nel 1950 e portato nelle nostre lande italiche da Astoria nel 2014.
Intanto dico che è meraviglioso, e che spero che prima o poi l'Astoria decida di tradurre anche le altre opere dell'autrice. Mentre lo leggevo e ne chiacchieravo su facebook non riuscivo a trovare le parole giuste per descriverlo, mi venivano in mente le parole “superbo” un vago concetto di stupore disincantato, di inquietudine che non pregiudica il presente di quello che stai leggendo, e che però ti fa voltare le pagine più in fretta.
Questo libro inizia dalla fine, dal canonico di un paesino che si appoggia sulle scogliere della Cornovaglia, Pendizack. È il 1947 e il reverendo Bott si trova nell'orribile situazione di dover scrivere l'omelia funebre per gli occupanti di un albergo che stava a ridosso della scogliera, e che è stato distrutto dal crollo dei massi sopravvenuto dopo mesi dallo scoppio di una mina ritardataria. Quella breve introduzione ci fa sapere che l'albergo è crollato, e che vi sono morte delle persone. Sappiamo che ci sono dei sopravvissuti, perché il reverendo ne fa cenno. Ma non sappiamo chi, né quanti. E poi inizia la storia cui il finale fa da prologo. Parte settimane prima, e racconta della famiglia Siddal che gestisce l'albergo e dei suoi occupanti, con la signora sempre occupata e il signor Siddal recluso in uno sgabuzzino, empio dei suoi fallimenti economici, e i tre figli che aiutano nella gestione della pensione. Ci sono i coniugi Paley – ognuno coi suoi incubi – e i coniugi Gifford, la cameriera Nancibel e la pigra signora Ellis. Arriveranno la signora Cove, vedova con tre figlie giovanissime, e i quattro esagitati figli dei Gifford, e il signor Wraxton con la sfortunata figlia Evangeline Arriveranno Anna e Bruce e... e via così.
Anzi, non proprio. Perché detta così pare si tratti di un elenco di persone senza volto, di personaggi che hanno il solo scopo di interagire vicendevolmente, magari per suscitare ilarità coi loro screzi. E no, proprio no. Gli ospiti arrivano, si conoscono e soprattutto, vanno avanti con le loro vite, con naturalezza. Attraverso la disgrazia di Evangeline, resa fragilissima da un padre autoritario, la signora Paley ritrova qualcosa in sé, ed è una scena davvero commovente. Si scopre poco a poco qualcosa della piccola Hebe, figlia adottiva dei Gifford, e delle tre figlie della signora Cove. Nancibel conosce Bruce, Gerry inizia a sentirsi stretto l'albergo che deve contribuire a mantenere, il signor Siddal parte come un patetico capro espiatorio, ma il suo ego si fa sempre più solido e ingombrante.
Non ha senso spiegare tutto quello che cambia e va avanti. Il fatto è che, se anche togliessimo il crollo della scogliera sull'albergo dei Siddal, resterebbe davvero un bel libro, dedicato alla vita, resa un po' più difficile dal dopoguerra, dei personaggi che stazionano a Pendizack in un determinato momento. Sarebbe comunque un libro piacevolissimo. Quando ho iniziato a leggerlo mi chiedevo come sarebbe stato, l'arrivo del crollo, quanto tempo la Kennedy vi avrebbe dedicato, in termini di pagine. Un intero capitolo o poche righe? Una scena di morte e disastro contratta, o la descrizione di come quei pochi si sono salvati? E in quell'ultimo caso, avrebbe fatto onore ai sopravvissuti, o avrei letto di una polverosa e sotterranea Battle Royale per accaparrarsi i posti da vivi?
In sostanza, ho adorato questo libro. Estremamente. Per i suoi personaggi e per le loro storie che non si interrompono in vista della morte, ma anzi scorrono e si rivelano incomplete, pagina dopo pagina. Non posso fare a meno di consigliarlo. E riconsigliarlo. E riconsigliarlo di nuovo. Ad libitum.

giovedì 21 maggio 2015

Sull'infausta vicenda Isbn

Ho un po' di libri da fare oggetto di una bella chiacchierata. Tipo Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven di Alessandro Sesto e La festa di Margaret Kennedy, graditissimi acquisti del Salone spolpati nel giro di un paio di giorni.
Però no, di questa questione vorrei parlarne, anche se si tratta di una discussione spiacevole che stava finalmente affievolendosi. Ho letto abbastanza articoli e post sul tema, e penso che potrei facilmente trovarne altrettanti se solo mi sforzassi di cercare ancora un po'. Ammasserò in fondo al post qualche link utile per capire cosa sia successo anche se, dopotutto, quello che è successo è abbastanza palese.
La questione della casa editrice ISBN e di Massimo Coppola, il suo direttore editoriale, che non pagava i suoi collaboratori per mancanza di fondi. Si sapeva, ecco. La voce era trapelata già da qualche mese, e io, come molti altri blogger, da allora avevo cessato di parlarne, di recensirne i libri, di consigliarne la pagina. Per quanto le pubblicazioni possano essere interessanti, belle, graficamente meravigliose, non si può sostenere un'azienda che non paga. Non è giusto e basta.
Però c'è da dire diverse cose. Intanto non dovrebbe essere considerato normale che nessuna banca abbia voluto dare credito alla Isbn quando questa si è trovata in difficoltà finanziarie per colpa della crisi e di un brutto periodo di rese. Non stiamo parlando di due giovani sprovveduti che domandano fondi alla San Paolo per aprire un centro di recupero per pappagalli abbruttiti dall'inquinamento acustico. Stiamo parlando di una casa editrice con un decennio di ottime pubblicazioni alle spalle, rispettatissima nell'ambiente e con un gran seguito, anche piuttosto affezionato. Che si rifiuti un prestito per permettere a un'azienda di questo tipo di risalire non è normale. È assurdo, ed è una nostra prerogativa. Non fingiamo che la BCE non abbia già fatto notare più volte che i fondi alle banche italiane servano a fare credito alle imprese, e non a giocherellare coi titoli di stato.
Rimane il fatto che Coppola si è comportato in maniera orrenda. E non ha importanza se nel chiedere spiegazioni qualcuno si lascia andare a un lessico acceso e vivace, se non si può insultare uno che non paga i propri dipendenti, allora possiamo anche disfarci del concetto stesso di insulto. Di errori Coppola – e probabilmente non solo lui, diciamo i vertici di Isbn, quindi probabilmente anche il suo socio – ne ha fatti molti, primo fra tutti tacere la crisi che stava passando la casa editrice, quindi sperare in un'annata migliore della precedente usando fondi che avrebbero dovuti essere usati per onorare i debiti per proseguire nelle successive pubblicazioni. E poi, ovviamente, nel non comunicare tempestivamente coi creditori, nel non tenerli aggiornati. Infine, nel trincerarsi in uno stizzoso silenzio dopo le ripetute richieste di spiegazioni, fino all'inevitabile post sul sito della casa editrice. E c'è poco da fare le vittime, perché se Hari Kunzru non avesse insistito, la questione sarebbe ancora sommersa.
Eppure. C'è un eppure, ed è per questo che nonostante il tema ormai sviscerato, mi va di scrivere un post per dire la mia.
Io adoravo (adoro?) la Isbn. Ne parlavo un sacco, la recensivo spessissimo, era tra le case editrici che consigliavo di più, tra le mie preferite in assoluto. Per libri come Skippy muore, come Alta definizione, come Le ultime cinque ore e Player One. Non riesco a non pensare che la chiusura di Isbn sarebbe una perdita enorme per i lettori, nonostante il deplorevole comportamento di Coppola. E a quanto ne è emerso da una breve chiacchierata al Salone con un paio di blogger, non sono neanche l'unica. Quindi spero sinceramente che, così come ha fatto la Voland, Isbn possa tornare in sella, trovare aiuto per gestire i propri debiti e riacquistare il rispetto e la dignità che quest'orribile vicenda le ha strappato via.
C'è un'altra cosa che vorrei aggiungere, ovvero che mi spiace che Coppola (& company, suppongo) non si siano minimamente fidati della comunità che hanno attorno, di colleghi e lettori. Mi rincresce che non abbiano semplicemente ammesso di essere in difficoltà e di avere bisogno di un po' di aiuto. Voglio dire, pensiamo a cos'è successo quando alla Hacca, al Salone di Torino, hanno rubato l'incasso di tutto il sabato. Tra parentesi, ma con lo sfracello di soldi che si pagano per avere gli stand, fa proprio schifo mettere un minimo di sorveglianza, visto che non è affatto la prima volta che succede?
Dicevo, sabato hanno rubato la cassa alla Hacca, e non oso pensare come si siano sentiti gli editori scoprendo di aver perso l'incasso della giornata con maggiore affluenza. Solo che attorno ad Hacca è sbocciata una solidarietà spontanea, improvvisa e sentita. Moltissimi editori si sono interessati della vicenda e hanno iniziato a esporre i libri di Hacca nei propri stand, invitando i lettori a comprarli. Sui social network è stato un accorato rimpallo di #tuttiperHacca, che spero sia servito a qualcosa.
E dunque, volevo dire che forse, se in tempi utili in casa Isbn avessero voluto ammettere di essere in difficoltà, forse avremmo assistito a un #tuttiperIsbn, piuttosto che a un #occupayIsbn. La comunità dei lettori, dopotutto, è fatta pure da tante belle persone. Un po' di fiducia, dai.



(Questo non toglie affatto che non pagare i propri collaboratori, per una qualsiasi ragione, sia un comportamento deplorevole ai massimi livelli. Ma a me non interessa se Coppola sia o meno una brava persona, un buon amico, un ottimo padrone di casa o se parcheggi in doppia fila sulle strisce pedonali. Mi interessa che pubblichi libri interessanti, e che lo faccia in un modo per cui sovvenzionare la sua casa editrice non mi faccia venire l'orticaria.)
Link utili: qui, qui, qui, qui.

martedì 19 maggio 2015

Cronaca di un Salone

E dunque, il Salone del Libro di Torino, dal quale sono tornata sommamente vincitrice – supponendo che questo si possa calcolare dal grado di soddisfazione per gli acquisti – ieri notte, dopo quasi cinque ore di treno. È stato un bel Salone e per un sacco di motivi. Come gli anni scorsi, sono stata ospitata dalla solita amica che sento di aver visto troppo poco, e lo stesso vale per tanti altri. Blogger compresi, perché se ho potuto girellare allegramente con Francesca (Il club dei libri), Nereia (LibrAngoloAcuto) e Simona (Letture Sconclusionate), ci sono tanti altri che ho giusto intravisto, la maggior parte ho avuto appena il tempo di salutarli. Con alcuni sono riuscita a fare due chiacchiere mentre ci riposavamo davanti al Libraccio, con altri appena un saluto e poi via a cercare libri. Peccato. Come ogni anno, “sarà per l'anno prossimo”. Io comunque la prossima volta il Trivial letterario lo porto.
Ho fatto un sacco di acquisti, abbastanza da sentirmene orrendamente in colpa. Ma ne sono soddisfattissima, difficilmente avrei potuto fare di meglio. Mi consolo con la consapevolezza che nessuno, tolti un paio di regali, era a prezzo pieno. E con questo difendo il mio animo ligure.
Ho fatto un salto da quasi tutti gli editori che mi ripromettevo di sbirciare, anche se da alcuni ci sono arrivata col portafoglio prosciugato. Ho adorato le Gorilla Sapiens, la Astoria, la Lindau. Ho copiosamente sbavato sulle copertine Del Vecchio, perché di così meravigliose non ce ne sono. Ho barbaramente approfittato degli sconti alla Dunwich e alla Spartaco, ho fatto un salto troppo veloce alla Las Vegas, e lo stesso vale per la CasaSirio. Le Jo March sono state carinissime come ogni volta, e davanti al loro stand una gentile donzella si è presentata dicendo che le aveva conosciute tramite il mio blog. Questo blog. Cioè, questo. Sono soddisfazioni. Non ricordo bene cosa ho balbettato in risposta, e non escludo di averle provocato un trauma emotivo. Scusami, gentile donzella, sei stata carinissima. Di persona sono imbarazzante. Poi ho sbirciato la Plesio, ove ho effettuato il mio ultimo acquisto, per scoprire che l'autore del volume era l'editore Dunwich. Sono poi tornata indietro a chiedergli una dedica, e non so se me lo perdonerà mai. Comunque la dedica è bella.
Ho assistito giusto a un paio di incontri, tagliando via dalla memoria quello della Nielsen, una televendita spacciata per discussione sui dati dei piccoli editori. L'incontro con Benni, cui ha fatto seguito l'autografo sul mio Pane e Tempesta e
sul Cari mostri che ho preso a mio padre. L'ho implorato finché sul libro per mio padre non ha disegnato il suo lupo, e mi sono allontanata senza dargli le spalle, dicendogli che è Dio. I miei amici mi tacciano di modi da fangirl, ma non intendo imbrigliare il mio entusiasmo. Che devo fare, con Benni, dirgli “complimenti per i suoi libri, significano moltissimo per me”? Non scherziamo. “Lei è Dio” si avvicina molto di più a quello che provo realmente. Mi sono quasi messa a piangere quando ha annunciato che questo potrebbe essere il suo ultimo libro.
E poi la presentazione dello Sturangoscia di Predosin e Sperduti, che avrei immensamente voluto aggiungere al mio bottino, ma che le mie finanze sanguinanti mi hanno impedito di acciuffare. Comunque è stata stranissima, perché credo che lo Sturangoscia sia stranissimo. È nato come un romanzo epistolare tra due amici che non avevano preso alcun accordo prima di iniziare, il linguaggio è forbito e avvitato, comico e oscuro insieme.
Avrei voluto seguire un sacco di incontri, invece niente, giusto un paio. È stato un Salone di incontri con altri blogger, di chiacchierate amichevoli, pure con certi editori. Certi sono fanatici, e sono belli per quello.

Del Vecchio
Martino di CasaSirio

Dunwich
LasVegas
Plesio
Cartoline CasaSirio.


(Comunque da non crederci, che quella schifezza fosse davvero l'immagine ufficiale del Salone. Fino all'ultimo ho sperato fosse uno scherzone degli hacker.) 
(Sono spiacentissima, ma non riesco a rispondere ai commenti, non capisco perché Blogger non me lo permetta.)

mercoledì 13 maggio 2015

Intervista a Virginia de Winter

Adoro la serie di Black Friars, e non riesco a trovare un modo migliore di questa affermazione per introdurre quest'intervista. Virginia de Winter è una di quella autrici di cui ami la prosa e la storia, i personaggi e l'ambientazione, e l'unica sgradevolezza nei suoi libri è la consapevolezza che ti iniettano crudeli sotto pelle che a quelle vette non si arriva in tanti. E lo so, sto ruffianeggiando parecchio, me ne rendo conto. Ma ho adorato i suoi libri a tal punto e così palesemente che sarebbe sciocco trattenersi. Li ho anche recensiti, un sacco di tempo fa. Qui, qui, qui e qui. In realtà solo i primi due post sono "recensioni", ma non voglio cedere alla pignoleria. Aggiungo soltanto queste parole: vampiri, gotico, dark, cristo-che-stile. E aggiungo anche sentitissimi ringraziamenti a Virginia per non essersi sottratta all'intervista, vista la quantità di domande che ho inopportunamente posto.


Come mai hai scelto di pubblicare sotto pseudonimo? E come mai proprio "Virginia de Winter"?
Mi piace la mia vita e, arrivato il momento di pubblicare, ho temuto che qualcosa potesse turbarla – anche solo un'occhiata curiosa da parte delle persone che conoscevo da sempre. Del resto, nemmeno quando si è trattato di pubblicare fanfiction ho voluto usare altro che non fosse il nome di penna “Savannah”. Le domande, anche fatte da quelle poche persone al corrente, mi mettono in difficoltà e mi innervosisco. Preferisco continuare come se nulla fosse successo e scrivere come sempre ho fatto, tranquilla e senza che a nessuno importasse.
Quali libri ti hanno formata come scrittrice?
Troppi per elencarli tutti. Principalmente però la maggiore influenza sul mio immaginario e sulla mia narrazione l'ha avuta Anne Rice con le sue Cronache dei Vampiri e con il ciclo delle Streghe di Mayfair, poi mi vengono in mente i libri di Marion Zimmer Bradley, quelli di J.K. Rowling; Beppe Fenoglio del quale adoro la prosa (secondo me ha un uso della lingua italiana di un pregio unico); ho anche cercato di imparare il ritmo di narrazione di Cassandra Clare (un'altra autrice che mi piace moltissimo); Stendhal, Libba Bray. Non c'è un ordine, né un senso preciso. Ogni autore è la summa di quello che ha amato, credo.
Quand'è stata la prima volta che ti sei detta "Magari scrivo"?
Troppo piccola per aver formulato il pensiero con lucidità. L'ho fatto e basta. Avevo un diario come molte bimbe, rosa a fiorellini e con il lucchetto. Non ci ho mai messo il resoconto di una giornata nè i miei pensieri, scrivevo storie e, dopo qualche tempo, dal diario si sono trasferiti su un quaderno e poi su fogli A4 e alla fine su un computer.
Come sono nati i tuoi personaggi e che rapporto hai con loro?
Hai un'idea, a un certo punto li visualizzi e basta, come una persona che conosci superficialmente e di cui hai solo un'impressione. Ashton Blackmore di Black Friars l'ho visto per la prima volta sul cornicione di un palazzo con la Vecchia Capitale ai suoi piedi, una distesa di notte di luci fioche; Sebastian Fane invece camminava per strada con un bastone in mano e la consueta aria scostante. Stephen Eldrige era un bambino troppo geniale per essere tranquillo, Tess Steeval una fanciulla che sorrideva per nascondere i suoi segreti. Li amo tutti, mi mancano sempre, non passa un solo giorno senza che pensi a loro.
Quali sono le condizioni ideali per scrivere?
Tutte. Ho scritto in ogni dove: treno, metropolitana, cucina, camera, studio. Davanti alla televisione che trasmette serie tv a ripetizione, in cucina o in salone mentre tutti chiacchierano. Il silenzio mi distrae, non riesco a combinare nulla ma le persone non devono parlare con me mentre scrivo: quello mi fa impazzire dal nervoso, ho proprio ondate di collera. L'unica condizione è non essere davanti a un panorama o all'aperto. Lì mi distraggo e non riesco a combinare niente.
Ho sempre pensato che la Vecchia Capitale si ispirasse a Roma, ma forse mi sbaglio...
La Vecchia Capitale si ispira a un sacco di posti. Principalmente a Palermo quando si tratta della Cittadella, di Salimarr e dell'omonimo borgo e anche di parte della Cittadella che però principalmente è ispirata a Venezia. Una parte però è sicuramente ispirata alla Roma dei Papi, specialmente le parti riguardanti il Borgo di Maderian. La Sedia del Diavolo, per esempio, esiste davvero, si trova nel quartiere africano.
C'è qualcosa che vorresti cambiare/correggere nei tuoi libri?
Parecchio, niente, non tutto. In fondo se non li avessi scritti così non avrei imparato tante cose. Mi piace il percorso che ho fatto fino al momento.
Leggendo i tuoi libri non si può fare a meno di notare quanto tu ti diverta a scriverli. Questo ti ha portato a tagliare/correggere/riscrivere molto, oppure metti il tuo gradimento prima di tutto?
Scrivo in unica stesura, correggo le parti di trama che non collimano a mano a mano che lavoro, ma non riscrivo a meno che qualcuno non mi dica che c'è da ritoccare qualcosa. Già sono prolissa di mio e quando riscrivo tendo ad allargarmi ulteriormente. Ultimamente ho imparato a tagliare ma chi scrive e chi legge non è mai d'accordo su quale parte sia superflua.
Leggeremo ancora della Vecchia Capitale, o il mondo di Black Friars è ormai chiuso?
Come ti dicevo prima i miei personaggi mi mancano tutti i giorni. Ho lasciato l'epilogo della Croce aperto appositamente. Quello è un mondo a cui non sarò mai capace di dire addio.
Al momento stai scrivendo qualcosa? E se sì (imploro che sia un sì) qualche anticipazione...?
Non posso ancora, mi dispiace. Il prossimo libro uscirà con Mondadori e, non appena ne avrò la possibilità, darò qualche notizia in merito. Posso dirti che la lavorazione, almeno da parte mia, è a buon punto. Tolto questo libro, ho in ballo circa mille cose, che vanno dal romantic suspense al giallo vero e proprio; il mio debole per il romanzo vittoriano penso sia palese e diciamo che sto dando corso anche a quello!
Come inizia e come procede il tuo processo creativo? Inizia tutto da una scena, da un personaggio, da uno spunto...?
Da uno spunto. Due informazioni apparentemente scollegate che vagano nei meandri del mio cervello si legano e la cosa mi pare talmente logica e sensata che non mi spiego come io abbia potuto non pensarci prima.
Come ti è andata con gli editori e cosa consiglieresti agli aspiranti scrittori?
Mi è andata abbastanza liscia perché un'editor della Fazi mi ha trovata on line e per anni ho lavorato sempre con lei andandoci d'accordissimo. Quanto ai consigli sono ancora nella fase di chi ne cerca e non mi sento nella posizione di darne, fuorché uno che riguarda anche me stessa: armiamoci di santa pazienza e di una forte motivazione.
La critica più assurda che ti sia mai stata fatta?
Le critiche non sono mai assurde, hanno perfettamente senso per chi le fa. Però una mi ha fatto ridere di cuore: una ragazza disse che il cognome Weiss di Eloise era voluto per creare un contrappunto con il “Black” di Blackmore. Ho impiegato venti minuti a capire. Non ho voluto deluderla dicendole che il nome e il cognome di Eloise in realtà derivano dal pattinaggio di figura.
Ci sono scrittori che vorresti leggessero i tuoi libri?
Va bene chi li legge già.
Ti è mai capitato di leggere un libro scritto così bene da farti pensare "Non ce la farò mai"?
Almeno otto volte su dieci quando ne apro uno. Se poi è di Cassandra Clare io aggiungo tra me e me: chissenefrega, l'importante è che li scriva lei così li posso leggere io!
Sii sincera, quali dei tuoi personaggi preferisci? Io adoro Bryce e Stephen oltre l'umana comprensione.
Stephen è il mio tesoro, infatti ho demandato a lui il compito per me molto doloroso di chiudere l'Ordine della Croce. Bryce Vandemberg è il mio punto di vista nei miei libri, forse quello che per logica mi somiglia di più; poi c’è Axel Vandemberg, come il Draco Malfoy delle mie fanfiction è l’interlocutore privilegiato dei miei momenti cupi.
Mi consiglieresti un libro?
Penny Parrish, in America si vive così, di Janet Lambert, attrice che in seguito si è messa a scrivere libri per ragazzi e che ha prodotto una lunghissima serie di volumi dedicati a questa saga e a quelle “collaterali” alla famiglia Parrish. E' la storia di un'America a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, simile alle vecchie commedie che di tanto in tanto passano in televisione. E' difficile da trovare ma qualche biblioteca dovrebbe ancora averlo.
Domanda un po' Marzulliana ma che ho molto cara: da dove credi che vengano le storie?
Sono archetipi. Preesistono a tutte le maniere di esprimerle, si scoprono e riscoprono ogni giorno, ognuno ne fornisce la sua versione; poi si dimenticano e si ricomincia da capo.

Concludo ringraziando di nuovo Virginia per la disponibilità. I miei più sentiti auguri per ogni cosa bella, mentre attendo speranzosa nuovi libri

martedì 12 maggio 2015

Lo Hobbit di J. R. R. Tolkien

Ed è stato soltanto ieri, a ventisei anni pieni, che ho finalmente finito di leggere Lo Hobbit. So che è uno di quegli scrittori che “bisogna” leggere, se si è appassionati di fantasy, sennò è come cercare di capire l'universo senza fare i conti con la legge di gravità. Eppure Tolkien mi è rimasto lontano a lungo. Qualche mese fa ho letto La compagnia dell'Anello, e ammetto che mi mancano ancora i due volumi conclusivi della trilogia. Mi costa ammetterlo, per quanto io sfoggi noncuranza verso l'obbligo morale che sembrano implicare certe letture, perché Tolkien effettivamente è proprio l'ABC del fantasy. Affermare che amo il fantasy senza averne letto nulla è un po' come annunciare la propria predilezione per i vampiri avendo letto solo Twilight.
E dunque, Lo Hobbit. In una bellissima edizione Adelphi del 1994 tradotta da Elena Jeronimidis Conte, completa delle illustrazioni dell'autore. Questa copia è una meravigliosa reliquia e non è nemmeno mia. L'ho letto paventando la minima pieghetta.
Lo Hobbit, con Bilbo Baggins, e Gandalf e i nani che partono alla volta della Montagna che Smaug ha strappato agli antenati dei nani con tutto il loro tesoro. Bilbo che inizialmente ne farebbe volentieri a meno, Gandalf che scompare e ricompare a casaccio, e che agisce da deus ex machina e fa partire la storia, quella di Bilbo e quella dei nani, al punto che mi chiedo fino a che punto Lo Hobbit sia una favola, e dove inizino le considerazioni di Tolkien sulla narrazione fantastica.
A parte questo, non è che ci sia moltissimo da dire sulla trama. È un fantasy per bambini, più che per ragazzi, e la trama è semplice e lineare quanto è leggero lo stile. Un lungo viaggio alla volta di una montagna in cui riposa un drago feroce, per riscattare il tesoro che questo ha rubato. Quello che mi ha stupita è che Lo Hobbit sia stato scritto prima della trilogia del Signore degli Anelli, perché compaiono diversi elementi comuni che hanno l'aria di semi accuratamente piantati per arricchire quanto arriverà dopo. C'è l'Anello, c'è Gollum, c'è l'armatura di mithril. Ma soprattutto, ci sono come saranno nel Signore degli Anelli, come se Tolkien fosse stato già pienamente consapevole di tutto ciò che avrebbe scritto dopo. Leggendo, ero piuttosto certa che si trattasse di un prequel scritto ben dopo la trilogia.
E quindi, ha senso consigliare Lo Hobbit? C'è bisogno che io specifichi che bisognerebbe leggerlo, che è una bella storia e una bella lettura, ma è anche qualcosa di più, uno strumento per capire le storie che sono venute dopo?
Dai, è Tolkien.

sabato 9 maggio 2015

Perché Anita Blake

Sarà che sono particolarmente stressata causa studio e necessito di rifugiarmi in letture che sento note e affini, sarà che la tesi mi impedisce di uscire di casa per procacciarmi libri e devo fare con quello che ho a disposizione, sarà che era tanto che non rileggevo di vampiri e massacri. Però sono un paio di giorni che mi perdo dietro le avventure di Anita Blake, sterminatrice di vampiri, che per me è stata un po' come una seconda Harry Potter. La lettura perfetta per tutti i giorni, la giusta soluzione alla febbre o alla noia. Anita, piccola cacciatrice incazzosa. Mi rendo conto, rileggendola dopo tanti anni, di quanto abbia significato per me durante l'adolescenza. E soprattutto, mi rendo conto del perché.
Perché diciamocelo, non è che la letteratura abbondi di Anita. Va bene, c'è qualche eccezione, ma sono soprattutto eccezioni recenti, che all'epoca potevo solo sognarmi. Tra le medie e le superiori, se avessi voluto leggere di un'eroina femminile particolarmente forte e cazzuta, non avrei saputo da che parte girarmi. Avevo giusto Buffy, o le storie a fumetto che mia sorella iniziava senza mai finire, ma nei libri nisba. Voglio dire, avevo tanti esempi di eroine che mi piacevano, qualcuna per l'arguzia, altre per l'ostinazione o per l'inguaribile ottimismo. Però nessuna era semplicemente cazzuta. Nessuna, soprattutto, era una cacciatrice di vampiri alta poco più di me, con una – brutta – battuta sempre pronta e una schiera di pinguini di peluche sul letto, accanto a una fondina attaccata alla testiera. Ed era un po' quello di cui all'epoca avevo bisogno. Un personaggio che riflettesse un esempio di quello che avrei voluto e, in un universo alternativo, potuto essere.
Considerata la ragazzina che ero, Anita Blake mi dava esattamente l'esempio che volevo. Non rinunciava alla provocazione quando si trovava in pericolo, se era spaventata cercava di nasconderlo anche oltre l'ovvio. Anche quando aveva bisogno di aiuto, prima di tutto cercava di cavarsela da sola. Guardava le spalle a licantropi che pesavano il doppio di lei, praticava arti marziali, non mostrava più pietà dei suoi colleghi e si sforzava di essere riconosciuta come una dura, anche se ogni tanto doveva correre a vomitare dopo aver visto certe scene del crimine. Adoravo poi il fatto che si accettasse per quello che era, una risvegliante in grado di resuscitare i morti, una donna senza troppi scrupoli che mette la propria sopravvivenza al primo posto, e che tuttavia cerca sempre di fare la cosa giusta. Non perché le convenga, né perché voglia continuare a pensare a se stessa come a un'eroina senza macchia, tutt'altro. Anita non si faceva tante domande, non stava ad alambiccarsi su etica e morale, ed è anche questo che amavo in lei. Sapeva che uccidere era male e salvare era bene, quindi lo faceva e basta, senza stare tanto a filosofeggiare. A un “Ehi, ma...” rispondeva con un “Sì, vabbè”, un po' per non perdere tempo, più spesso perché le discussioni sarebbero state inutili. E anche se di norma sono sostenitrice della discussione intelligente, a volte mi capita di chiedermi che senso abbia sgretolarsi i neuroni sul perché qualcosa è quello che è. Cioè, c'è davvero bisogno di domandarci perché l'omicidio è male?
E onestamente non saprei dove andare a parare con questo post. Volevo chiacchierare di Anita, perché era tanto che non pensavo a lei, ma rileggere i primi due volumi della sua serie... non so, mi ha fatto bene. E soprattutto, mi ha permesso di capire perché da ragazzina l'adorassi tanto. Sto perfino riconsiderando di ricominciare la serie dove l'avevo interrotta, nonostante la delusione dell'epoca. E so che ne rimarrei comunque delusa, perché nei racconti di Anita le indagini rocambolesche e i combattimenti sanguinosi a un certo punto hanno lasciato spazio a copule immotivate con esseri soprannaturali a caso. Però comincio a chiedermi cosa sarà successo ad Anita durante la sua lunga assenza dal mio comodino.
(Tra l'altro la serie è cominciata nel 1993 ed è ancora in corso. Non è incredibile?)