sabato 21 luglio 2018

Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler


Arthur Schnitzler l'ho conosciuto giusto un mesetto fa, con Doppio sogno. Neanche sapevo che fosse il libro da cui è tratto Eyes wide shut di Kubrick, ma tant'è, l'ho letto e divorato, e una settimana scarsa fa mi sono letta Il ritorno di Casanova, pubblicato per la prima volta nel 1918 e pubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Giuseppe Farese.
Ammetto di non aver mai letto la sua autobiografia – anche se sono certa di averne una vecchia edizione a casa, che ho sfogliato un paio di volte senza mai immergermici – e che per un lungo periodo ho pensato si trattasse di un personaggio di fantasia. Lascio qui il link alla voce dell'Enciclopedia Treccani per la gioia di chiunque voglia approfondire l'argomento.
Dicevo che per me la figura di Casanova è sempre stata un po' evanescente, mozza, incompleta. Un nobile libertino del '700 che si dilettava in duelli e sotterfugi; tutto qui. Probabilmente non avrei mai approfondito non fosse stato per l'amico Schnitzler, che ormai di lui mi fido. Se è interessante per lui, lo sarà pure per me, no?
E infatti Il ritorno di Casanova mi è piaciuto, e molto. Non so se e quanto sia storicamente accurato, ma poco importa. La narrativa può e deve mangiarsi la realtà, quando la trama lo richiede.
Casanova ha raggiunto la “veneranda” età di cinquantadue anni. Si sente vecchio, si è notevolmente impoverito, spera nel perdono dell'adorata Venezia, dalla quale è dovuto fuggire decenni prima. L'esilio gli è insopportabile, le sue vesti sono logore, non ha prospettive se non la speranza di tornare in patria e la pubblicazione di un libello contro Voltaire. È amaro, insicuro, ma rimane perfido. Diciamocelo, Casanova è un tantinello sociopatico.
Capita che incontri un vecchio amico, qualcuno per cui ha fatto molto, facendogli dono di centocinquanta monete d'oro come regalo di nozze, - dopo aver consumato lui per primo la prima notte, diciamo. Questi insiste per invitarlo nella sua tenuta, a rivedere sua moglie e a incontrare le sue figliolette e la nipote Marcolina. Si è arricchito commerciando in vino grazie al vecchio regalo di Casanova, e per lui non prova che un sommo rispetto e una fortissima gratitudine.
E Casanova accetta, seppure titubante, l'invito. Nella tenuta del lontano amico incontra Marcolina, appena diciottenne, una fanciulla di incontestabile bellezza che lo fa ardere di un desiderio antico e cocente, e che lo disprezza nel profondo. Marcolina non è una giovane sprovveduta; è intelligente, acculturata, arguta. Studia matematica e filosofia, riesce a mondare ogni dibattito dai sofismi di Casanova, lo umilia col proprio intelletto quanto col proprio disinteresse.
E non è che a Casanova la situazione possa andare bene.
E sotto le sue trame, e sotto questa trama, soggiace il terrore della morte e ancora di più della vecchiaia, del tempo che passa, di ciò che non torna. Casanova sembra voler scappare da se stesso e da quello che lo aspetta, pur rimanendo sempre lui.
Una leggenda nel bene (quale?) e nel male (appunto).
(no, davvero, scoprire che si tratta di un personaggio realmente esistito è stato un po' un trauma).

mercoledì 11 luglio 2018

La statua di sale di Gore Vidal

Di Gore Vidal non avevo mai letto nulla, era uno di quegli scrittori che si sentono nominare spesso e che ti riprometti di approcciare prima o poi. Non sapevo che fosse morto, ero convinta fosse ancora attivo – né che avesse pubblicato il suo primo romanzo nel lontano 1946, che fosse omosessuale e americano non so perché, ma il suo cognome mi suggeriva che avesse origini ebraiche.
La statua di sale mi è giunto direttamente dalla Fazi – che ringrazio sentitamente, metà della mia libreria ormai è cosa loro; pubblicato per la prima volta nel 1948, scandalo degli scandali in patria, è giunto infine nella traduzione di Alessandra Osti.
Il romanzo parte dalla fine; il protagonista, Jim Willard, è seduto nel separé di un locale a New York e beve; è già ubriaco, molto ubriaco, ma vuole continuare a bere. Quella sbronza la sta proprio cercando con impegno. Poche pagine di questa scena triste e squallida e poi via, verso il suo passato.
Jim viene dalla Virginia; è un giovane biondo, atletico, aitante. Appena finite le superiori si è trasferito a NY per due ragioni: levarsi da una famiglia per la quale non provava poi questo grande affetto – il padre, soprattutto, è una figura fortemente negativa – e la speranza di ritrovare Bob, il suo migliore amico, il suo grande amore. Si sono separati un anno prima, perché Jim doveva ancora finire la scuola e Bob non vedeva l'ora di fuggire, ma il ricordo del loro ultimo fine settimana insieme, in una casetta sperduta nei boschi, è rimasto piantato nel cuore di Jim come un chiodo che non arrugginisce.
La statua di sale è una storia semplice, curiosamente lineare, se pensiamo a tutte le peregrinazioni di Jim. Passa da un lavoro all'altro, solitamente come istruttore di tennis, da una città all'altra, attraversa un paio di relazioni importanti, conosce poche persone che per lui significheranno qualcosa. È una persona stranamente fredda, capace, solida, che non si fa molti problemi nell'avanzare nel mondo.
Bob rimane il suo faro. In tutti gli anni lontano da casa, c'è questo ricordo di Bob che lo guida, la convinzione che prima o poi si riuniranno e il loro rapporto tornerà strettissimo, diventeranno una coppia, Jim non la pensa mai esattamente in questi termini, per lui il concetto di “coppia” è forse troppo scontato per descrivere il rapporto con Bob, che sembra qualcosa di ancestrale, profondo, incorrotto.
Mi ha ricordato vagamente John Williams, e mi viene un po' da sperare che i due si siano letti a vicenda; si sarebbero piaciuti, credo.
A me sicuramente sono piaciuti un sacco entrambi.

venerdì 6 luglio 2018

La grazia del demolitore di Fabio Bartolomei


Fabio Bartolomei è uno dei miei scrittori italiani di riferimento, forse uno dei nomi da cui sono partita quando ho deciso di riscoprire la narrativa patria contemporanea. Ho letto tutto ciò che ha scritto, stranamente in ordine cronologico. Ho adorato Giulia 1300 e altri miracoli, La banda degli invisibili, ho pianto come una disperata con We are family – il mio preferito finora – e ho provato un po' di delusione con Lezioni in paradiso, ben al di sotto del livello cui il buon Fabio mi ha abituata.
L'ho passato al parentado come un virus efficace, è diventato presto uno degli scrittori preferiti di mia madre, graditissimo da mio padre e da mia sorella. Credo di aver regalato La banda degli invisibili pure a mia zia, e non è detto che Nonno1 non sia riuscito a leggerlo, prima di.
Ad ogni modo, voglio chiacchierare di La grazia del demolitore, pubblicato da e/o nel 2016, un bel tomo che mi ha tenuto compagnia per troppo poco tempo – Bartolomei lo leggi in un attimo, scorre semplice e cristallino, con la sua scrittura schietta, onesta.
Il protagonista è Davide, un trenta-qualcosa-enne figlio di papà, un eterno adolescente che si barcamena tra locali esclusivissimissimi, un paio di amici – di cui uno, Massimiliano, sotto con le droghe mica da ridere, anche se poi se ne ride a pacchi – strettissimi e i compiti elargitigli dal padre, costruttore di successo che sentirebbe la coscienza scricchiolare, se non avesse deciso decenni prima di sedarla. Davide ha anche una madre con cui ha un rapporto bellissimo, con cui balla di nascosto dal padre, e forse è grazie a lei se non si è del tutto perso.
Il romanzo inizia col compleanno di Glauco, padre di Davide. Ha affidato al figlio un progetto importante, la demolizione e la ricostruzione di alcune palazzine in un quartiere povero, da invadere con appartamenti di lusso a prezzi altissimi. Davide è entusiasta, non vede l'ora di dimostrare al padre quello che vale. Si trasferisce in uno degli appartamenti della palazzina, quello che gli ha lasciato la nonna in eredità.
Ed è lì che incontra Ursula, l'ultima inquilina del palazzo. È una ragazza cieca, sui trent'anni, con un cane problematico. Per puro errore Davide rimane intrappolato nel suo appartamento, e si trova invischiato in una di quelle situazioni imbarazzanti che più vanno avanti e più peggiorano, e diventa sempre più difficile auto-denunciarsi. Dunque resta lì e osserva Ursula, la segue. Poco a poco inizia a ballare con lei, all'insaputa della ragazza.
Capita che Davide si innamori di Ursula, e che comprenda quello che la demolizione della palazzina farebbe alla sua vita fatta di pochi punti fermi, alla sua routine accuratamente costruita in modo che sia in grado di percorrerla senza chiedere l'aiuto di nessuno. E allora cambia idea, e allora...
La grazia del demolitore si legge così velocemente che pare duecento pagine più corto di quello che è. Ti affezioni a Davide, ti diverti con Massimiliano e con Geronimo, il capo-cantiere di Davide. Si ride, si ride un sacco con Bartolomei, non si risparmia mai uno scambio di battute dai risvolti stupidi, non c'è scena troppo rocambolesca.
Adesso però arriva il momento delle critiche – sono critiche? Onestamente non saprei, più appunti che critiche, che nemmeno io so bene come la penso in materia.
La grazia del demolitore, secondo me, scivola un po' troppo sui facili stereotipi. Nel senso che non c'è una via di mezzo tra la vita scintillante e glitterata di Davide-e-Ricchi e i tizi del cantiere, ognuno sintomo di disagio occupazionale. Mondi troppo distanti, mondi che neanche si sfiorano, - davvero Davide ha vissuto così poco da non concepire qualcosa di diverso dalla propria esperienza? C'è poi come una patina di ottimismo che un po' mi stona; Massimiliano mi preoccupa non poco, lo vedo in overdose nel giro di venti pagine, ci sono personaggi secondari troppo entusiasti all'idea di aiutare Davide, nonostante questo possa costare loro caro, un eccesso di fortuna e speranza.
C'è da dire, come dicevo poc'anzi, che non so se la mia sia davvero una critica. C'è questa cosa nei libri di Bartolomei, come se vivesse in un mondo sporco che però riesce a vedere più pulito. Una salvezza potenziale che io non riesco a intercettare con lo sguardo, un approccio allegro e propositivo che al momento mi pare aspiri al surrealismo.
Va da sé, si sarà capito, a me La grazia del demolitore è piaciuto moltissimo.

domenica 1 luglio 2018

Piccoli scorci di libri #64, Guasti di Giorgia Tribuiani e Il Signor Bovary di Paolo Zardi


Guasti di Giorgia Tribuiani – Voland, 2018

Ho capito subito che sarebbe stato difficile parlare di questo libro, a lettura appena iniziata. Immediatamente colpisce la schiettezza delle emozioni della protagonista, i dialoghi che non vengono contrassegnati da nessuna punteggiatura particolare, così come i flussi di pensiero improvvisi in un romanzo che resta narrato in terza persona. Il mondo ondeggia sotto i piedi di Giada, così la storia procede incerta, a balzi, scossone emotivo dopo scossone emotivo. Non che si tratti di una drammaticità forzata e incomprenibile: Giada, la protagonista, ha perso il compagno di una vita, l'uomo con cui ha passato un sacco di tempo. Un giorno ha avuto un incidente e, puff, da un momento all'altro si è ritrovata sola.
Il suo sconvolgimento pare anche più comprensibile se pensiamo a due fattori: il primo è il fatto che, prima di morire, il suo compagno avesse donato il suo corpo a un artista che forma sculture partendo da corpi umani, dunque Giada sa che il corpo del compagno è stato plastinato ed esposto, e questo le rende difficile lasciarlo andare, - anche per le mancanze di rispetto dell'artista verso la “tela” che è il suo compagno. In secondo luogo, il compagno di Giada era un fotografo famoso, di indubbio e celebratissimo successo. Giada è rimasta impigliata nella sua ombra e non sa come uscirne, né come definirsi. È perduta, completamente perduta, e mi è apparsa spietata e patetica insieme nei suoi tentativi di ritrovare un appiglio al di fuori del defunto.
Guasti è un romanzo breve, in cui una donna resa folle dal dolore torna a far visita al morto per tutta la durata della mostra – durerà un mese – e nel frattempo farà un paio di incontri significativi, perché la sua vicenda non può lasciare indifferenti. È scritto con voce vibrante, con toni incoerenti, a volte senti gli ansiti di Giada, la sua voce farsi concitata. È un libro profondamente emotivo, di un'onestà cruda; Giorgia Tribuiani ha scoperchiato l'involucro protettivo della pelle del romanzo per mostrare quello che c'è dentro, al livello più profondo della narrazione. I bisogni, le paure, le vergogne, gli istinti.
La logica viene dopo.

Il Signor Bovary di Paolo Zardi - Intermezzi Editore, 2014

Questo libriccino e io ci siamo incontrati al Salone del Libro, durante il Salone dell'Oca; quando sono arrivata da Intermezzi, gioiosamente traghettata dai consigli di Neo., Manuele di Intermezzi ha iniziato a chiacchierare di Zardi e di Cristò con un entusiasmo potentissimo, contagioso. Mi ha spedito da Terra rossa, ma prima ancora mi ha omaggiata del Signor Bovary, con la lettura del quale ho incontrato un unico problema: io non ho mai letto Madame Bovary.
(fine delle critiche, il suddetto volume mi ha tenuto compagnia per un'intensa mezzora mentre scendevo in treno verso casa di mia madre).
Il Signor Bovary racconta di una vicenda così squallida che fa strano riconoscerla come banale, stereotipica. Il Signor Bovary è un uomo sulle soglie della mezza età, un borghese che più borghese non si può; un ottimo lavoro con un ottimo stipendio, una bellissima moglie, una figlia piccola. C'è quel cortocircuito che gli fa decidere di iniziare una relazione con Orietta, una donna delle pulizie più giovane, un po' sovrappeso, non particolarmente affascinante. È una relazione che si basa sul rapporto stesso, punta sul bisogno della via di fuga da una vita già incasellata. Una relazione che si interrompe in maniera brusca, lasciando il protagonista in condizioni a dir poco fecali, - ma non sto a dire oltre, che già è più un racconto lungo che un romanzo breve, manca solo che mi metta a descrivere il finale.
Il Signor Bovary è crudo, cinico e commovente. Il protagonista ce la mette tutta per cercarsela, è malato di quell'insoddisfazione che ti fa fare cose stupide e verrebbe un po' da rifargli la pettinatura a forza di coppini. Ma non è malvagio, i suoi sentimenti vengono dispiegati di fronte al lettore in modo che possa accogliere la sua debolezza e perdonarlo per le stronzate.
Come dire? La tragedia umana.

domenica 24 giugno 2018

Colazione da Tiffany di Truman Capote

Quando mi approccio a un autore da cui mi aspetto molto, lo faccio con un mio metodo. Di rado inizio dal capolavoro, preferisco affidarmi alla seconda-terza pubblicazione, a opere ritenute meno significative. Per dire, Bradbury me lo sono presentato con Il popolo dell'autunno e Philip K. Dick con Radio libera Albemuth. In compenso non ho ancora letto né Fahrenheit 451La svastica sul sole.
E quando si è trattato di avere a che fare con Truman Capote, dagli scaffali della biblioteca avevo scelto, neanche troppo tempo fa, Incontro d'estate, che ho adorato e di cui ho fatto quattro chiacchiere qui.
Colazione da Tiffany mi ha fatto compagnia tutta la mattina, passata tra treni e stazioni – grazie per il ritardo, Trenitalia, eh. A buon rendere.
Difficile dire quale dei due romanzi io abbia apprezzato di più. Capote scrive queste meravigliose istantanee sovraesposte, ti cala addosso un misto di malinconia insopportabile e amore per la vita, una roba straziante.
Colazione da Tiffany lo conosciamo tutti, no?, anche grazie al film con Audrey Hepburn. Ci sono Holly, una bellissima ragazza che fa... cosa? L'accompagnatrice? La donna di compagnia? Pratica una forma molto libera e puntigliosa di prostituzione? Ad ogni modo, Holly abita nell'appartamento che sta sotto lo stanzino del narratore, uno scrittore che sta cercando la sua strada nel mondo, diciamo, e spedisce racconti alle riviste; la loro amicizia, i sentimenti di lui sono solo questione di tempo.
Non credevo che mi sarei innamorata un po' di Holly; non ho mai granché sopportato quella figura di flapper girl della letteratura americana di inizio '900 tanto cara a Fizgerald. Daisy per me può annegare nella lava, - nulla da dire su Il grande Gatsby, ho adorato il romanzo e sono certa che Fitzgerald abbia scritto esattamente ciò che voleva scrivere. Tuttavia, le figure simili a Daisy non mi hanno mai detto granché. Molto bamboline, molto comprese nel loro ruolo, molto luccicanti e niente di più. Pensavo che in Holly avrei trovato una figura del genere, e invece eccola lì, una figura piena di fascino perché non è sul fascino che punta, che vive con forzata leggerezza, piena di una benedizione che la sconvolge. Ostinata, forte come un cristallo che si rivela fragilissimo al primo scossone. Caparbia, profonda abbastanza da capire la dignità del mediocre, indipendente, impulsiva.
Il fascino di questo romanzo, credo, è tutto qui. È in Holly, nelle sue parole piene di una saggezza cruda e spietata. Il narratore è secondario, e a pensarci bene fa quasi male, la sua parte nella storia, di cronista privo di una reale influenza sul corso degli eventi.
Va da sé, Colazione da Tiffany è considerato il capolavoro di Capote, e io l'ho adorato profondamente. Un po' meno la coppia seduta accanto a me sul regionale, che potrei aver messo a disagio piangendo apertamente sul finale, - oh, ma Holly ha un'eloquenza, e dice di quelle cose che ahia.

mercoledì 20 giugno 2018

Doppio sogno di Arthur Schnitzler

Doppio sogno di Arthur Schnitzler, edizione Adelphi tradotta da Giuseppe Farese. Una novella celebre, un titolo che prima o poi tutti abbiamo sentito nominare. Quando l'ho pescato da uno scaffale della biblioteca, pochi giorni fa, non ho neanche letto un briciolo di trama, la quarta di copertina mi è rimasta estranea. Ho scoperto solo a lettura iniziata, per dire, che è stato d'ispirazione a Kubrick per Eyes Wide Shut nel 1999. Ultimamente mi sono ripromessa di leggere un po' di tutti quei titoli che “prima o poi sono da leggere”. Classici, cult, letteratura italiana. Non so, negli ultimi tempi ho voglia di capire e scandagliare la letteratura più a fondo, un libro per volta, senza limitarmi a leggere per divertirmi, - certo, se poi un titolo non dovesse piacermi, lo abbandonerei senza troppi rimpianti. Ma mi è venuta voglia di dare un senso al mio percorso di lettrice, di seguire una logica conoscitiva nello stilare le prossime letture.
Dunque, dicevo, Doppio sogno, edito per la prima volta nel 1926.
Siamo a Vienna, e la novella inizia con una scena di intimità domestica, moglie e marito che si parlano la sera, dopo cena. La bambina – sei anni – è a letto e ora hanno finalmente l'opportunità di stare da soli, di riflettere sulla festa in maschera della sera prima, durante la quale sono stati separati per un breve periodo dagli altri invitati, e da lì parte il racconto di fantasie, ricordi e desideri, da una parte e dall'altra. Il protagonista, Fridolin, rimane piuttosto scosso dal racconto tutto sommato blando della moglie, che gli parla di un ufficiale danese incrociato durante la luna di miele.
Viene chiamato d'urgenza al capezzale di un malato – è un medico privato – e deve separarsi dalla moglie Albertine, troncando a metà quel gioco di confidenze e confessioni.
Quella notte, per Fridolin, sarà strana. Ancora turbato dal racconto della moglie, cui riandrà con la mente di tanto in tanto e con stato d'animo altalenante, si troverà a saltare da una situazione improbabile all'altra, tutte scene che vedranno al centro una figura di donna, e un forte desiderio. Quella notte, per lui, sarà davvero un sogno, o forse un incubo. Forti toni onirici e misteriosi, che puntano sull'influenza della psicanalisi freudiana. Sogni, maschere, nudità. Goffe indagini, dubbi.
Una lettura breve, curiosa, inaspettatamente piacevolissima, - non mi aspettavo una scrittura così fluida e insieme raffinata, leggera e semplicemente bella.
Ho quasi l'impressione di aver barato, deputando a Doppio sogno il compito di traghettarmi più in profondità tra le pieghe della letteratura. Lo consiglio spassionatamente, - ne cercherò una copia per la mia coinquilina, sono certa che le piacerà un sacco.

domenica 17 giugno 2018

Grande madre acqua di Zivko Cingo


Questo libro sono andata a ritirarlo direttamente dalle mani dell'ufficio stampa di CasaSirio, una donzella assai cortese che non lavora poi lontano da casa mia. L'ho iniziato quasi subito e l'ho abbandonato altrettanto presto. Non che avessi problemi col libro in sé, anzi. Nello stesso periodo ho messo in pausa quasi tutte le mie letture, che mi aveva colpito un leggero blocco del lettore, sconfitto giusto ieri con un colpo di reni, - ovvero una gitarella in biblioteca. Ho preso così tanta roba che difficilmente riuscirò a smaltirla prima che finisca l'estate, e la mia schiena ancora ne risente.
Dunque, Grande madre acqua di Zivko Cingo, edito da CasaSirio – entusiasticamente intervistata qui – nella traduzione di Carolina Crespi e Jessica Puliero.
Zivko Cingo è nato in Macedonia nel 1935 ed è morto nel 1987; io della Macedonia non sapevo granché, lo ammetto. Non avrei neanche saputo come indirizzarmi su una cartina geografica oltre un generico “est”. E invece la Macedonia ha una sua storia infame e particolare, fatta di dittature e orfani rinchiusi in edifici pericolanti, tenuti in riga da un personale da far venire i brividi. Grande madre acqua risale al 1971, e racconta della situazione non proprio rosea della Macedonia post-guerra, quando si chiamava Repubblica Socialista della Macedonia e stava stretta nella morsa jugoslava sotto Tito.
Il narratore è Lem, un ragazzino che decide di lasciare la famiglia dello zio, troppo povera per poter mantenere anche lui, e si reca di sua sponte all'orfanotrofio della zona, chiamato Chiarezza. È un luogo lugubre, orribile, ricavato da un manicomio. È abitato da bambini che sembrano fantasmi, che non sanno cosa fare delle proprie giornate e da pochissimi adulti a dirigere le loro vite. Il Piccolo Padre, la Compagna Olivera, il Campanaro, - un folle, ultimo rimasuglio dell'ex-manicomio. Adulti abbruttiti dal proprio fallimento e dal fallimento del socialismo, una sfilza di incarichi improbabili e punizioni che si tuffano nella tortura.
Il narratore, come dicevo, è Lem, e qui si vede lo sforzo di Cingo; Lem parla con l'ingenua intensità dell'infanzia, si ripete, salta di palo in frasca, è l'anti-sistema narrativo. La sua vita nell'orfanotrofio scorre in funzione di Keiten, un ragazzino più o meno della sua stessa età, un caso problematico che gli hanno affibbiato e che lui all'inizio non vede che come una gatta da pelare. Ma presto si ricrede, perché Keiten, brutto e strano com'è, ha quella luce negli occhi che lo cattura, e cattura chiunque sia alla ricerca di una via di fuga.
La Grande madre acqua è la promessa di Keiten; è la libertà, è un panorama che si stende oltre l'altissimo muro che circonda l'orfanotrofio, una distesa limpida e accogliente di cui Lem riesce a sentire il richiamo. E ci crede lui, ci crede Keiten, ci crediamo anche noi, ma solo in parte, perché sappiamo che per Lem la Grande madre era vera, ma era anche una favola che si raccontava per non soccombere.
La scrittura di Cingo è pregna, piena. Bella anche quando si fa complessa, - giusto ieri leggevo una frase di Nabokov, sul fatto che al lettore non fa poi male rileggere una frase complicata. Ecco, sono d'accordo.
(anche se Nabokov non l'ho ancora letto, avevo iniziato Lolita ma l'ho piantato a meno di un terzo perché non mi faceva dormire; io nella testa di Humbert non ci entro manco con le pattine).
Sono arrivata alla fine di Grande madre acqua senza accorgermene, ho girato l'ultima pagina aspettandomi ancora qualche riga.
Mi ha lasciato con una voglia inesprimibile di andare al mare.

Lo vedi da te che tutto questo è terribile, orrendo! Lem, non devi pensarci, sono solo fantasie. Inutili, avvelenate, mortali. Senza senso né fine.