martedì 29 novembre 2016

Appunti dall'intervista a A. J.Raffles (e al suo fedele aiutante) - Raffles Caccia al Ladro Blogtour

Trovo si renda necessario un brevissimo prologo a presentare il post di oggi. Prima di tutto è il primo di un blogtour dedicato all'ultima uscita della casa editrice CasaSirio, Raffles – Caccia al ladro di E. W. Hornung, ma questo si sarà già capito quantomeno dall'immagine sotto. Raffles è un ladro gentiluomo, una figura astuta e affascinante raccontata dal suo fedele aiutante, Bunny; il primo volume delle loro avventure è già stato pubblicato l'anno scorso dalla stessa casa editrice, cui sarò eternamente grata per aver portato in Italia tanta meraviglia che altrimenti difficilmente avremmo avuto la gioia di scoprire. Del primo volume, dicevo, ho già chiacchierato entusiasticamente qui.
Ora, facciamola breve, o almeno proviamoci. Non è esattamente il mio forte. Questo mio racconto apre un blogtour, e da dove si siano pescati la fiducia per affidarmi cotanta responsabilità resta per me un mistero insondabile. In questo racconto Agata Vivaldi, giornalista letteraria, intervista i due protagonisti delle vicende di cui narravo poc'anzi, Raffles e Bunny. Agata abita un mondo che ho iniziato a immaginare qualche mese fa, in cui esiste il fenomeno della bibliogenesi, ovvero l'incarnazione nella realtà di personaggi letterari. Ho spiegato il fenomeno qui, se voleste approfondirlo, e nella pagina dei racconti su in alto si trovano le interviste ad altri personaggi – Victor Frankenstein (assolutamente tralasciabile), Lord Ruthven e Lady Catherine de Bourgh (già meglio).
Ho l'ardire di augurarvi una lettura il meno soporifera possibile.
E se proprio doveste addormentarvi, ecco, vi prego di credermi quando dico che i racconti di Hornung sono di un'inenarrabile figaggine.
Punto.



Il mio capo è un tirchio e un idiota, e questo lo sapevo già da tempo, non è che mi sia giunta dal nulla un'illuminazione al sapore di tradimento. Il mio problema, al momento, è che sarò io a trovarmi di fronte ai volti offesi da una tirchieria dalla quale vorrei chiamarmi maestosamente fuori, ma delle cui ragioni dovrò tacere perché per deontologia professionale, non è dato di parlare male del redattore-capo con gli oggetti delle tue interviste.
È vero, come dice il capo, che Arthur J. Raffles e Harry “Bunny” Manders sono assai meno celebri di coloro che avrei dovuto intervistare oggi – le sorelle March, che hanno disdetto il nostro incontro dopo aver letto il resoconto, a loro dire impietoso, della mia visita a casa Frankenstein – ma non per questo mi pare il caso di trattarli come personaggi di serie B nel panorama letterario.
Certo, un po' forse lo sono. Di certo si tratta di personaggi derivati, ispirati ai ben più famosi Sherlock e Watson – coi quali intendo prima o poi ottenere un incontro, dannazione – fino a sfiorare il plagio, quantomeno per le dinamiche relazionali che intercorrono tra loro. Chissà perché la letteratura ha scelto di trattenere vivi nella memoria collettiva i “consulting detective” e non i due ladri gentiluomini, questo non riesco a spiegarmelo. Mi sono adeguatamente preparata per l'intervista rileggendo i racconti di E. W. Hornung, cognato di Arthur Conan Doyle e suo intimo amico, nonostante le divergenze etiche che il buon vecchio Doyle non mancava di esprimere; i racconti delle avventure di Raffles e Bunny mi sono risultati invero assai più gradevoli delle macchinazioni di Sherlock, e questo non mancherò di farlo notare nell'articolo. Magari riuscirò a smuovere l'ego del signor Holmes, spingendolo a contattarmi.
Ad ogni modo, la loro fama decisamente più modesta rispetto a quella che possono vantare le sorelle March, non mi pare un buon motivo per disdire la prenotazione di un albergo di lusso e costringermi a soggiornare nello scantinato di un albergo londinese che le stelle le vede soltanto se il cielo è sereno, con la moquette logora dai colori assurdamente squillanti, la vernice scrostata dal muro e l'area comune – in cui avrà luogo l'intervista – che odora di cavolo. E questo è il suo lato migliore, mi viene da dire osservando le scomode sedie di legno e i tavolini traballanti. Almeno è vuota, mi dico. Intervistare due personaggi letterari richiede almeno un po' di riservatezza.
Ho lasciato detto in portineria che li facciano accomodare qui non appena saranno arrivati. Spero di vederli comparire presto, ma se ho presente i gentiluomini vittoriani, è ben probabile che si facciano attendere un po'. Nel frattempo scarabocchio sul mio quaderno degli appunti, ripasso le domande, le date di uscita dei libri, i commenti dei lettori; sarà il caso di chiedere della guerra anglo-boera cui entrambi hanno partecipato? Dell'etica nazionalista che li ha mossi quando la storia è stata impietosa rispetto alle azioni dell'Inghilterra? E fin dove mi è dato di chiedere chiarimenti sul loro rapporto, fonte di innumerevole illazioni – è vero, paiono più una coppietta innamorata che due colleghi di crimine – affinché non si alzino offesi dal tavolo, lasciandomi priva di un tema cui attingere per la mia rubrica settimanale?
Tamburello con le dita sul ripiano del tavolo, e continuo a mandare una sequela di accidenti al mio capo; ma si possono invitare due gentiluomini vittoriani in un posto del genere? Avranno pure visto di peggio, ma diamine, devo proprio essere io a sbattergli in faccia che la modestia della loro fama?
Signorina?”
Un'inserviente – una signora di mezza età della cui etnia non riesco ad accertarmi – mi riscuote dalle mie irritazioni, picchiettandomi sulla spalla con un'espressione di evidente imbarazzo.
Sì?”
I suoi ospiti sono arrivati.”
Ottimo. Può dire loro di raggiungermi?”
La donna scuote la testa arrossendo; poi estrae dalla tasca un foglietto in cui vedo vergate poche righe in una grafia elegante.
Egregia giornalista, questa bettola è inadatta al vostro olfatto quanto al nostro buongusto. Io e il mio esimio collega la preghiamo di volerci raggiungere al Victoria's per procedere nel nostro incontro non appena le sarà riportata la presente missiva.”
La donna ha letto impappinandosi di tanto in tanto, e non saprei dire chi delle due risulti più imbarazzata dal contenuto del messaggio.
Mi scusi. Grazie. Va bene. Mi perdoni. Vado subito.”
La vergogna mi arroventa il viso mentre raccatto la mia roba e mi fiondo in strada per raggiungere gli oggetti della mia intervista. Da un lato vorrei sgridarli per la mancanza di tatto, dall'altro continuo a voler uccidere il mio capo e chiunque abbia preso la malsana decisione, chissà in quale obnubilato stato mentale, di fargli fare carriera.
Il Victoria's è a due passi dall'albergo; basta procedere per Earl's Court, attraversare la strada un paio di volte e andare a destra ed eccolo che compare con la sua insegna rossa. Mi pare venga citato perfino nei racconti di Hornung, ma non ne sono sicura; potrebbe anche essere il Bag'o'Nails, o il King's Head. Sono quei nomi che si ripetono a profusione non appena metti il naso fuori dalla porta a Londra.
Sono appena le quattro di pomeriggio, e il pub è mezzo vuoto. L'atmosfera è quella che è, e non sono sicura che sia preferibile a quella che avremmo trovato nell'area comune dell'albergo. All'odore di cavolo si sostituisce un vago profumo di birra e frittura. Saranno passate un paio d'ore dal mio pranzo, ma inizio a sentire un vago languorino.
Individuo immediatamente i miei ospiti; un tizio alto e magro, dalla chioma grigio chiaro e gli zigomi pronunciati, che mi lancia un sorriso pacato. È vestito in modo elegante ma non troppo; non pare debba andare in ufficio né che debba cantare a un matrimonio, come capita a molti personaggi vittoriani che si trovano a dover fare i conti con la moda dei nostri tempi – e di rinunciare a camicia e cravatta proprio non se la sentono – ma risalta anzi per la sua discrezione. Una camicia candida, un golf scuro, pantaloni di sartoria – almeno credo, non sono in grado di riconoscere un “buon taglio”, ma è il modo in cui mi viene da descriverli, e questo vorrà pur dire qualcosa – e una sciarpa di seta grigia appoggiata sul tavolo. Accanto a lui una specie di ragazzino troppo cresciuto, un eterno giovanotto, la cui età è tradita unicamente dalle rughe che gli solcano i contorni delle labbra e la fronte; è espressivo, ha gli occhi grandi e, ricordando la descrizione che viene fatta di Bunny nei libri, meno male che ha deciso di tagliarsi i baffi.
Li raggiungo in fretta, rischiando di inciampare sulla mia stessa sciarpa.
Salve”, esalo “Sono desolata, deve esserci stata un'incomprensione per...”
“La prego,” mi interrompe Raffles, alzando una mano “Non datevi pena.”
Si interrompe per un attimo, e noto che Bunny mi osserva con uno sguardo di curiosità un po' ostile.
Vogliate perdonarmi se non mi alzo per accogliervi, ma mi pare di aver compreso che di questi tempi simili gesti di cavalleria non siano più d'uso e non vorrei rischiare di mettervi in imbarazzo facendone sfoggio.”
Assolutamente.” farfuglio, mettendomi a sedere.
Mi presento brevemente, con la formula che mi sono studiata mentre li attendevo, ma le frasi mi escono in un balbettio sconnesso. Da un lato spero che il mio evidente imbarazzo li predisponga meglio nei miei confronti – non è colpa mia se il mio capo è un idiota – e dall'altro spero non mi prendano per una dilettante. Non è che io non sia brava nel mio lavoro; solo che il mio è un lavoro da svolgersi a contatto coi libri, non coi loro personaggi in carne e ossa. La bibliogenesi ha reso la critica letteraria assai più complessa – e interessante.
Avete già ordinato?” chiedo, dopo aver disposto il registratore sul tavolo e aver aperto il blocco degli appunti di fronte.
Ben prima del vostro arrivo.” sorride Raffles.
Rispondo con un sorriso ancora più ampio.
E dire che preferisco le tue avventure a quelle di Sherlock Holmes, fottuto snob.
Non voglio farvi perdere tempo, credo sarebbe meglio se iniziassimo subito con l'intervista.”
Nemmeno noi intendiamo trattenerla, ovviamente.”, mi interrompe Raffles “Ma saprà certamente che il mio amico qui è stato giornalista a sua volta, e ha espresso grande curiosità per il vostro lavoro ai giorni nostri. Spero vogliate rispondere alle sue domande.”
Se mi venisse chiesto di interpretare correttamente l'espressione di Bunny, risponderei senza dubbio che del lavoro del giornalista moderno non gliene potrebbe fregare di meno. A quanto vedo Raffles non ha ancora perso l'abitudine di lasciare il suo compare ignaro dei suoi piani. Ma io conosco i suoi giochetti, e lui sa che li conosco, che ho letto i suoi libri, e capirà bene che gabbarmi non sarà così facile. Dove diavolo vuole arrivare?
Non intendo sottrarmi alle vostre domande.” rispondo, sporgendomi in avanti. Ho studiato il linguaggio del corpo, vorrebbe sottintendere disponibilità e collaborazione. A me pare più di avere un'aria da rapace ma, ehi, ne so più io o il mio manuale di psicologia for dummies?
Ecco, bene, sì” Bunny lancia un'occhiata furente a Raffles, che incrocia le braccia serafico, “So che al giorno d'oggi usate molto i computer e le videochiamate e... ecco, mi chiedevo, perché avete voluto incontrarci di persona, quando avrebbe potuto intervistarci a distanza? Non sarebbe stato più comodo? E più economico, visto che a quanto mi è dato di capire, il lato pecuniario riveste una certa importanza per il vostro giornale.”
Devo darne atto a Bunny, si è saputo riprendere abbastanza in fretta dalla sorpresa. La stilettata però poteva evitarsela; la voglia di piantargli la penna nella giugulare mi fa sentire alquanto vicina a Lord Ruthven.
Certamente un'intervista a distanza sarebbe stata più comoda e assai meno costosa”, sorrido sull'ultima parte “ma anche meno personale. Non so se abbiate letto le prime puntate della mia rubrica dedicata a voi personaggi letterari, ma finora ho sempre cercato di ampliare la semplice intervista verso un contesto più narrativo. E la narrazione necessita di un'ambientazione, di un contesto, è fatta di piccoli gesti. Se questa fosse una videochiamata non potrei descrivere il modo in cui vi sedete, non potrei vedere chiaramente l'anello che il signor Raffles indossa al mignolo - credo che compaia in uno dei vostri racconti, nel volume Caccia al ladro, non è così? - e non potrei saggiare la vostra capacità di interagire col mondo esterno.” faccio una breve pausa, e mi offende non poco il fatto che Bunny appaia sorpreso dalla serietà della mia risposta. 'Sto ragazzino. “Spero di aver risposto in maniera esauriente.”
Sì, certo. Grazie.” borbotta Bunny.
Non trattenere i tuoi dubbi, mio lagomorfo amico. Sono tante le domande con cui mi hai confidato di voler subissare la nostra intervistatrice, la quale si è dimostrata tanto disponibile che sarebbe quasi un insulto tacere le tue curiosità. Ti invito apertamente a disfarti della tua timidezza, Bunny.”
A giudicare dall'espressione di Bunny verrebbe da pensare che l'abbia invitato a svitargli la testa dal collo, e per un attimo mi pare che abbia la netta intenzione di spaccargli il naso con un pugno. Il che sarebbe assai interessante da un punto di vista scientifico, potrei osservare le proprietà visive del sangue di un personaggio bibliogenerato, e magari potrei perfino raccogliere un campione da far studiare in laboratorio. Ma Bunny è un gregario fedele e si riaggiusta la giacca sulle spalle – troppo stretta, forse da donna, perché Raffles non l'ha accompagnato a fare spese? - e torna a rivolgermi la sua irritata attenzione.
Io e Bunny finiamo incastrati in uno scomodo teatrino per un buon quarto d'ora. Mi ritrovo a rispondere a domande sui miei studi, sulla storia del mio giornale, sullo Strand, perfino sul tipo di inchiostro usato nelle penne a sfera. Solo quando Bunny appare evidentemente stremato dallo sforzo di crearsi dei dubbi improbabili su un argomento che lo interessa quanto l'accoppiamento delle foche, Raffles decide di essere stanco del giochino.
Va bene così, Bunny, capisco le tue curiosità, ma non puoi monopolizzare così la conversazione. La signorina Agatha qui ha un compito da svolgere, anche se è troppo educata per fartelo notare apertamente.”
Ero già pronta a raccogliere campioni di sangue e ossa, ma Bunny butta fuori un sospiro incandescente e non dice nulla.
Vi prego, sentitevi libera di chiederci quello che vuole.”
Avverto il peso della tensione scivolarmi via dalle spalle, e d'un tratto mi trovo a risollevare la schiena; riesco perfino a ripescare il sorriso professionale che sul mio volto si era cristallizzato in un ghigno di morte.
Prima di tutto, visto che per la prima volta riesco a intervistare una coppia di personaggi e non un singolo individuo, vorrei chiedervi di presentarvi reciprocamente a me e ai lettori; chi è Raffles secondo Bunny, e chi è Bunny secondo Raffles?”
I due si lanciano un'occhiata spiazzata, e Bunny alza una mano a grattarsi la tempia.
Inizio io,” esordisce Raffles, accavallando le gambe con eleganza “Bunny è per Raffles un collega fidato, ovviamente, nei limiti della sua comprensione per le mie opere. Non si tratta di un'anima dedita al male e all'inganno – non che io stesso mi definisca in tal modo, ma sono pronto a concedere innanzi alla giuria formata dai lettori che la mia morale è ben più flessibile di quella che la nostra legge vorrebbe forgiare – ma di una mente aperta e malleabile, laddove sappia scorgere la possibilità di divertirsi e di correre un rischio. Certamente,” e qui lancia un'occhiata all'amico che lo osserva colpito “il denaro ha un ruolo più che rilevante in tutto questo. Ma sarebbe criminale limitare al delitto ciò che facciamo. Ma dicevo di Bunny, giusto. Potrei enumerarvi le mille ragioni per cui lo considero un compagno fedele, un'ottima compagnia e un amico impareggiabile; mi limito a dire, e qui concludo poiché la sdolcinatezza non fa parte del mio personaggio, che non ci sarebbe Raffles senza Bunny.”
Quest'ultimo è rimasto immobile, e a vederlo pare sia rimasto vittima di un incantesimo di pietrificazione mentre si apprestava a gettarsi sull'amico. Ha il busto proteso in avanti, le spalle incurvate e una mano alzata. Gli occhi sono piantati sul viso compassato di Raffles, che nel frattempo ha preso a studiare la lista delle birre con rinnovato interesse.
Tocca a te, Bunny.” lo incalza infine, “non vorrai fare attendere oltre la nostra giornalista.”
Ecco, sì.” balbetta quello, riportando lo sguardo su di me, stavolta più imbarazzato che infastidito dalla mia presenza “Quello che Raffles rappresenta per me, ecco. Abbiamo studiato insieme, questo sì, lo saprà già. E forse lo sapranno anche i vostri lettori, che anche se non abbiamo raggiunto poi chissà quale fama, né aspiriamo a raggiungerla, beninteso, le luci della ribalta non sono per i ladri... cosa stavo...? Giusto, Raffles.” si interrompe, e nel frattempo ci portano le nostre consumazioni, tre birre scure spillate di fresco, la schiuma alta che rischia di debordare sul tavolo. Bunny aspetta che il cameriere se ne sia andato prima di prendere la parola “Credo che Raffles si sia dimenticato di dire una cosa importante, mentre parlava di noi. Ha parlato di me, e questo è giusto perché dopotutto è quello che ci avete chiesto di fare, parlare l'uno dell'altro. Ma non ha poi tanto senso, no? Senza Raffles non esiste Bunny, senza Bunny non esiste Raffles. Prima di essere amici, prima di essere colleghi, siamo una famiglia.”
Scrolla le spalle e si getta in gola un generoso sorso di birra.
Beh, è stato molto...” mi schiarisco la gola; Raffles non è il solo allergico alle sdolcinatezze e onestamente questo sfoggio di affetto mi ha spiazzata “commovente. Vi ringrazio per essere stati così onesti e aperti. Ora vorrei chiedervi un punto di vista puramente personale sul furto al giorno d'oggi; come trovate sia cambiato, lo trovate più o meno complicato, soprattutto considerati i nuovi metodi di allarme e monitoraggio?”
Raffles scuote la testa, come se fosse allo stesso tempo deluso e seccato dalla domanda.
È cambiato molto, ma non è cambiato nulla di davvero importante. Non c'è nulla di materiale che non sia potenzialmente rubabile. Qualsiasi sistema di allarme è aggirabile. Quantomeno, laddove sia presente un fattore umano di rischio. Il fattore umano è sempre un anello debole.”
Prima avete usato il termine morale. Posso chiedervi di...?”
Raffles lancia un'occhiata al suo orologio da polso, si cimenta in un'espressione di sorpresa e orrore di una falsità tanto evidente che neanche un insulto diretto sarebbe stato altrettanto offensivo, quindi alza una mano a interrompermi.
Sono desolato di dovervi avvertire che il mio orologio, qui, pare essersi fermato più di mezzora fa. Il quadrante che vedo da qui, esattamente dietro le vostre spalle, mi dice che sono quasi le 17 e io e il mio collega qui siamo invitati a presenziare alla prima di uno spettacolo tra non più di quaranta minuti. Abbiamo tempo ancora, se sarete breve, per una domanda, una soltanto. Di più, spero che potrete capire e perdonarmi, non possiamo concedervi. Dico bene, vecchio mio?”
Bunny lo guarda truce, ancora una volta all'oscuro dei piani dell'amico.
Benissimo, Raffles. Lo spettacolo. La prima.”
In questo caso...” scorro velocemente la lista di domande che mi ero appuntata, due pagine di sforzi intellettuali buttati al vento “Ora, sarete bene a conoscenza dell'identità del vostro creatore.”
Entrambi annuiscono e noto che, mentre Raffles continua a guardarmi serafico, Bunny ha incrociato le braccia al petto; mi appunto mentalmente questa reazione, per sottolinearla quando dovrò scrivere l'articolo. I personaggi sono soliti mostrare una certa reticenza quando si fa riferimento alla loro natura di derivazione letteraria. Devo ricordarmi di dare un'occhiata alla bibliografia della mia vecchia tesi di laurea, in cui citavo diversi studi sull'argomento, magari riuscirò a riempire il vuoto lasciato dalla partenza anticipata di questi dannati cialtroni.
E. W. Hornung. Amico di Arthur Conan Doyle, del quale aveva sposato una sorella.” risponde Raffles, “Trovo assai plausibile che il mio nome venga proprio da quell'Arthur.”
Immagino sarete d'accordo con me nell'osservare che voi due apparite come un'immagine speculare di Sherlock Holmes e del dottor Watson. Il geniale detective e il geniale ladro. Due aiutanti fedeli. Londra, con tutte le sue sfaccettature. Eppure dovrete convenire con me che la notorietà di Holmes è infinitamente superiore alla vostra, a fronte di una leggibilità a mio dire minore. Vorrei, se la cosa non vi infastidisce, che mi parlaste del rapporto tra le vostre rispettive opere.”
Lo ammetto, va bene. La scelta della domanda non è affatto casuale. Era l'unica in tutto il taccuino che mi permetteva di lanciare loro una meritatissima stilettata, e dire che inizialmente l'avevo inserita tra parentesi. Al diavolo il riserbo, se potessi li costringerei a pagarmi la birra.
Sarebbe interessante, invero, incontrarci con Sherlock Holmes e il suo collega. Ha ragione nell'affermare che siamo speculari; forse potremmo perfino definirli le nostre nemesi, e non le nascondo che ho immaginato varie volte di mettere a punto un colpo tale da costringerli a intervenire. Tuttavia, non abbiamo poi così tanto in comune. La narrazione di Doyle è tecnica, i piani proposti sono macchinosi, gli indizi sono nascosti fino all'ultimo sia al dottore che al lettore, in modo da facilitare lo stupore finale. Trovo personalmente che sia un metodo alquanto pigro di scrivere un giallo, se mi permette. Io e Bunny, al contrario, siamo piuttosto espliciti nelle nostre imprese, il che ci rende più credibili. E fallibili, per quanto mi addolori ammetterlo. Certamente il caro Hornung ha preso dal celebre cognato la struttura binaria della nostra organizzazione, chi potrebbe negarlo? Ma abitavano entrambi la stessa Londra vittoriana, c'è da stupirsi se l'ambientazione in cui ci muoviamo è la stessa? Se l'atmosfera di nebbia e mistero non cambia? Forse che tutti i libri di vampiri narrano la stessa storia ancora e ancora?”
La tentazione di intervenire puntigliosamente sull'ultima osservazione mi si appoggia contro le labbra, ma la trattengo. Non è tempo di battibeccare.
Dunque non...?”
Signorina, come le ho spiegato poc'anzi colmo di imbarazzo, è tempo per me e Bunny di andare. Vogliate scusare la nostra scortesia, e vi prego di spedirci una copia della rivista al nostro indirizzo.”
Si alzano, mi omaggiano di un inchino velocissimo e, nel caso di Bunny, palesemente svogliato. Escono dalla porta senza fare il minimo gesto di pagare, e resto sola col mio taccuino mezzo vuoto e il registratore ancora in funzione. Lo spengo con un sospiro, e inizio a domandarmi come riempire il vuoto delle domande. Se dovessi riempirlo con una descrizione sincera e irritata dell'intervista, rischio di scoraggiare i futuri incontri con altri personaggi. D'altronde non posso neanche limitarmi ai pochi quesiti di introduzione che questi due dannati mi hanno lasciato.
Bevo un sorso di birra – sono fuggiti così velocemente che è ancora fresca – e mi lascio andare all'indietro sulla sedia. Sto meditando sulla possibilità di ordinare un piatto di fish and chips – da mettere in conto al capo, ovviamente – quando il cameriere mi raggiunge per porgermi un biglietto.

Innanzitutto, signorina Vivaldi, vogliamo credere che non se la prenderà per il piccolo scherzo che io e il mio amico abbiamo voluto farle. Come giornalista sarà abituata ad avere a che fare con gente d'ogni risma, e se ben conosciamo il non-morto con cui ha avuto a che fare non più di due settimane fa, siamo fiduciosi che saprà riprendersi anche da questo piccolo vezzo.
Lei ha appena intervistato il signor Michal McGruder e il signor Phil Hughes, due attori che ci siamo presi la briga di istruire a dovere perché risultassero in grado di rispondere a qualsivoglia domanda sulle nostre vite. Sono ottimi improvvisatori, quindi confidiamo che non l'abbiano fatta sospettare di nulla. È stato divertente vederla barcamenarsi tra il fastidio e l'imbarazzo quando le ho portato personalmente il messaggio scritto di mio pugno; avrebbe dovuto ricordarsi, signorina, del ruolo preponderante che i travestimenti hanno all'interno dei nostri piani.
Come già avrà avuto modo di capire, ho inteso di sottrarre qualcosa dalla sua camera. Non le dirò cosa, ovviamente, e dubito che lei stessa riuscirà a capirlo. Mi sono premurato di spargere finti indizi per tutta la stanza, e di nascondere le mie tracce con consueta perizia. È stato divertente giocare con lei; forse avremo occasione di incontrarci nuovamente, in occasione di una vera intervista.
Voglio pregarla di porgere la mia più totale disistima a chi ha avuto l'ardire di scegliere un albergo tanto infimo.
Bunny è sinceramente imbarazzato per l'accaduto; egli è un gentiluomo d'altra caratura rispetto alla mia.
Alla prossima,

A. J. Raffles”

Immagino che dovrei avere una reazione offesa, forse violenta. Voglio dire, la mia fiducia è stata tradita, sono stata apertamente gabbata e infine derisa con un biglietto che scimmiotta perfino un tono dispiaciuto. Ho intervistato due attori misconosciuti, ai quali dovrò pure offrire la consumazione del pub – perché non è detto che il mio capo mi lascerà inserire i signori McGruder e Hughes nella nota spese – e... beh, diciamocelo.
Ho un sacco di materiale per il mio articolo.
Questa birra è dannatamente buona.

domenica 20 novembre 2016

Piccoli scorci di libri #62 - L'ultimo amore di Baba Dunja e Si può fare

L'ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky – traduzione di Scilla Forti – Keller Editore, 2016

A parte il fatto che io le copertine della Keller le adoro, e questa nello specifico mi piace tantissimo; questo libro l'ho pescato in biblioteca, dopo averlo adocchiato da lontano. Non speravo nella sua presenza. Dell'autrice ho già letto un paio di libri, La vendetta di Sasha che mi ha lasciata piuttosto delusa e I piatti più piccanti della cucina tatara, che ho adorato e di cui ho chiacchierato entusiasticamente. Stavolta, a metà lettura, mi è venuto da dare un'occhiata alla sua biografia e sono rimasta spiazzata dalla sua età: ha trentotto anni, il che non fa di lei una ragazzina, ovviamente, non stiamo parlando di una baby-autrice. Quello che mi stupisce è la contrapposizione tra l'età delle sue protagoniste – sia in I piatti più piccanti della cucina tatara che in L'ultimo amore di Baba Dunja – e la sua. Soprattutto mi trovo ad ammirare la sua capacità di penetrare nelle problematiche della vecchiaia, nel raccontarla così sinceramente e approfonditamente. Avrei creduto che si fosse almeno affacciata al suo autunno, per come lo descrive, invece niente, è ancora piena di foglie verdi, e di certo lo era quando ha pubblicato il suo primo romanzo.
Dunque, di che parla questo libro? C'è Baba Dunja, che adesso non ricordo quanti anni abbia, ma deve aggirarsi intorno ai 70-80. Racconta in prima persona della sua vita in un villaggio semi-abbandonato in Ucraina da cui sono fuggiti quasi tutti gli abitanti per via delle radiazioni in seguito a una perdita di materiale nucleare. Sono pochi ad abitare in quel villaggio, una manciata di persone. Baba Dunja ha una figlia in Germania che le manda pacchi di viveri, una nipote che non ha mai visto e forse non vedrà mai, ma cui manda tutto il suo affetto. Ha vicini anziani, vicini terminali, vicini che piangono di fronte alla televisione spenta. Vede i fantasmi, racconta della sua vita, va avanti.
E non capisci bene perché ci siano queste persone che abitano un villaggio che prima o poi li porterà alla morte.
È un libro breve, gradevolissimo per stile e personaggi, che definirei senza dubbio “leggero”, non fosse per quella nota di morte in sottofondo.

Si può fare di Birgit Vanderbeke – traduzione di Paola del Zoppo – Del Vecchio Editore, 2013

Questo libro l'ho letto perché non avevo nient'altro con me; ero in biblioteca, una referente del servizio civile ci stava spiegando l'organizzazione della sala di lettura. Poi ha chiesto se qualcuno avesse voglia di rimanere a dare il cambio alla collega e mi sono fatta avanti. Solo che il libro che stavo leggendo l'avevo lasciato al piano di sotto, quindi ho acciuffato da uno scaffale il primo che mi ha incuriosita.
Che gioia che sia stato questo. Che, non so, il titolo me l'aveva fatto ipotizzare diverso, non ero così fiduciosa. Eppure mi è piaciuto veramente un sacco, l'ho iniziato e finito nel giro di un paio di giorni particolarmente impegnati. È proprio una lettura di quelle che intrattengono e risollevano allo stesso tempo, eppure “piene”. Sarà comunque che parto da una concezione di come il mondo dovrebbe andare ben vicina a quella dell'autrice, che viene espressa nel libro senza troppi giri di parole, sia dai suoi personaggi che dal loro stile di vita. È un libro che parla delle persone, e di come le persone rischino di allontanarsi dalla loro umanità trascinate da una fame che non è loro, ma che viene piuttosto forzata, inculcata. È un libro gonfio di rispetto ed ecologia.
La protagonista è... ok, lo ammetto, non ne ricordo il nome, né riesco a pescarlo da una qualsiasi recensione online. È uno degli inconvenienti derivanti dal restituire un libro in biblioteca prima di averlo terminato, accidenti. Ad ogni modo, la voce narrante è quella della protagonista, una logopedista di origini alto-borghesi sposata a un certo Adam, più giovane, di famiglia umile e proletaria. Vengono da classi sociali estremamente differenti e onestamente mi è dispiaciuto che il loro incontro non venisse raccontato nel corso del libro. Voglio dire, com'è che sono venuti in contatto questi due così diversi? Il punto però è che pur essendo tanto diversi si apprezzano e si rispettano a vicenda, in barba alla famiglia di lei che Adam non può proprio vederlo.
Ma non si tratta di una storiella sugli amori sofferti, tutt'altro. La questione delle classi viene inclusa in quanto fa parte della storia, ma non c'è alcun disagio, alcuna sofferenza. Sono una coppia innamorata e va bene così. A loro, almeno, va bene così.
Una coppia che si trova a vivere con due bambini lontano dalla città, in un paesino in cui tutto è verde e dove “è tutto campi”. Con Adam e le sue mani d'oro, che ripara e tiene da parte tutto ciò che il resto del mondo ritiene invendibile, che scrolla le spalle e di fronte a una qualunque difficoltà dice che “Si può fare”, basta rimboccarsi le maniche e non avere paura di un po' di fatica. Alla fine ci si arrangia, alla fine “tutto andrà bene”, basta fare del proprio meglio. Ma il punto di fondo è anche quello che si intende con “bene”. Alla famiglia protagonista di questo romanzo e alle persone che vi orbitano intorno non importa granché del successo economico, del riconoscimento sociale di una qualche specialità. Basta avere un tetto, basta avere qualcosa da fare, essere felici nel quotidiano. Onestamente, da parte mia, mi viene anche da aggiungere che “chi se ne frega di tutto il resto”.

Mi chiedo come verrebbe letto questo libro da una persona che ha un'idea di felicità diversa, che ha fatto delle proprie ambizioni un vessillo. Non lo so, mi incuriosisce. Dopotutto la visione della Vanderbeke non si discosta poi tanto dalla mia; per me la comune in campagna, con l'orticello e un sacco di amici, è il sogno di una vita. 

venerdì 18 novembre 2016

Book Bloggers Blabbering || Intervista a Camilla di Bibliomania

Da un’idea di Clacca aka Claudia Maltese è nato ufficialmente il BBB (Book Bloggers Blabbering). Cos’è? 11 blogger si raccontano. Ogni settimana una di loro verrà intervistata da un’altra blogger e ospitata ogni volta sulla sua pagina. Vi terremo compagnia 11 settimane per scoprire qualcosa di più sui bookblog e soprattutto sulle loro creatrici!



Prima di iniziare ci tengo a sottolineare quanto il nome dell'iniziativa in sé sia stupendo, e mi va pure di ringraziare Clacca per avermi inclusa nello sparuto elenco. Sono una distrattona e invitarmi per queste cose è sempre un azzardo; però mi piacciono un sacco.
Ma passiamo a Camilla e al suo Bibliomania.
La mia blogosfera di riferimento è sempre stata parecchio ristretta, purtroppo. Per ragioni di tempo – e soprattutto per la mia penosa incapacità nel gestirlo – non sono mai riuscita a seguire tutti i blog che trovo interessanti. Quello di Camilla però è tra quei pochissimi selezionati cui mi sono affezionata; anzi, non si tratta soltanto di affezione, quanto di fiducia. Camilla di libri ne sa a pacchi e ne parla davvero bene. Legge ottimamente e variegato, dai classici più classici alla fantascienza. È una di quelle bookblogger che mi fanno guardare a questo piccolo angolo libresco con un preciso senso di inadeguatezza. Sono un po' lieta e un po' orgogliosa che sia toccato a me porle qualche domanda.
(Poi beh, è anche una di quelle persone cui vorresti abitare più vicino, perché ogni volta che ci vediamo al Salone di Torino le vuoi più bene. Ma questo è un altro discorso.)

Com'è iniziata la tua avventura da lettrice?

Tutto ha avuto inizio grazie alla mia famiglia e alla mia maestra elementare. I miei genitori, in particolare mio padre, sono grandi lettori: a casa mia i libri e gli scaffali traboccanti non sono mai mancati. La mia maestra elementare poi, senza mai imporsi, ha sempre proposto libri e titoli a tutta la classe; ricordo in particolare una “settimana del libro”, organizzata per tutta la scuola, che ha portato Il GGG di Dahl nelle mani della mia classe (avrò avuto 7, forse 8 anni). Fu immediatamente amore. Da lì non ho mai smesso, e i miei hanno allegramente continuato a foraggiare, per fortuna, la mia passione.



Com'è nata l'idea di aprire un blog e condividere le tue letture con un pubblico?

Mi ero iscritta ad Anobii e apprezzavo il fatto di avere finalmente trovato una comunità di persone altrettanto interessate ai libri, pronte a parlarne, a confrontarsi. Persone con opinioni diversissime dalle mie, che mi facevano scoprire libri che altrimenti non sarebbero mai entrati nella mia vita. E nei profili di queste persone vedevo spesso il link a un blog. Così ho cominciato a seguire un po’ di blog, ad appassionarmi a questo mezzo. E a diciassette anni mi son detta, perché non provarci? Un inizio un po’ banale forse, lo so, ma… è così. Bibliomania è nato dal desiderio di ricordare le mie letture, di avere un luogo dove raccogliere citazioni, di poter mettere ordine nei miei pensieri, di fare ancora più parte della community, di conoscere altri appassionati lettori. Mi piace pensare che ora sia tutto questo e anche qualcosa in più, nonostante non possa più aggiornarlo come un tempo.

Qual è il tuo libro del cuore e perché ce lo consiglieresti?

Oh be’. Non posso che rispondere I miserabili di Victor Hugo, il mio libro preferito, il libro del cuore, l’opera-mondo che tutto contiene. Romanzo ottocentesco fin nel midollo, esagerato e strasbordante ed elegante e tenero come solo Hugo sa essere. Pieno di vita, in tutte le sue forme, e abitato da personaggi come Monsieur Bienvenu, come Javert, come l’immenso Jean Valjean. Temo di non poter esprimere i miei perché in una singola risposta. Avevo cominciato - e conto di riprendere - un’analisi divisa per capitoli, su Bibliomania: ecco, forse solo dedicando un post ad ogni parte potrei cercare di dire perché amo così tanto questo libro. Forse.

Dietro le quinte: come si svolge la giornata tipo di una bookblogger?

Ultimamente temo che la mia giornata tipo sia piuttosto noiosa da raccontare! Mi sveglio, doccia, occhiatina al cellulare, colazione abbondante; poi sono al lavoro dalle 9 alle 18; leggo la mattina prima del lavoro e la sera prima di dormire, mentre mi dedico alla lettura di blog (altrui)/siti/giornali nei ritagli e dopo il lavoro. Poi seguo i miei altri progetti (faccio parte di un gruppo che organizza passeggiate letterario-editoriali per la mia città; ci chiamiamo piedipagina). Cena (sto cercando di imparare a cucinare un pasto edibile…), oppure mi vedo con la mia migliore amica, o con amici vari, e con il mio ragazzo. E poi nanna. Insomma, niente di eccezionale, a raccontarla così; ma poi ovviamente ogni giorno riserva qualche piccola sorpresa che lo rende particolare.




Un vantaggio e uno svantaggio di essere una bookblogger.

Un vantaggio: si è sempre piuttosto aggiornati su cosa sta per uscire in libreria, e si può avere una panoramica complessiva abbastanza completa. Lo svantaggio… temo che a volte si crei un pregiudizio che impedisce di poter godere di una lettura liberamente; nel senso che alcuni titoli arrivano con un tale bagaglio di recensioni, tanto positive quanto negative, che più che leggere sembra di rileggere un libro. Mentre alcuni titoli, secondo me, avrebbero bisogno di essere affrontati partendo da una base “neutra”.

Come sarebbe una Camilla senza libri? Voglio dire, riesci a immaginare che tipo di persona saresti, cosa ti piacerebbe fare, cosa staresti facendo adesso, se togliessi l'elemento libri dall'equazione che forma la tua vita?

Una Camilla senza libri sarebbe profondamente diversa. Innanzitutto perché tre quarti della mia vita si sono basati sull'amore per i libri e la letteratura: il liceo classico, la laurea in lettere, il master in editoria, il mio attuale lavoro. Dovrei re-immaginare la mia vita, quindi, a partire da quando avevo più o meno 8/10 anni in poi; difficile, ma non impossibile. Credo che forse avrei dato più spazio ad altre attività che facevo da piccola - il nuoto, la danza - e magari avrei preso una piega tutta diversa a livello scolastico e avrei scelto di seguire un po' le "orme" della mia famiglia, che per la maggior parte è dedita ad attività tecnico-ingegneristiche. Oppure avrei seguito le orme della mia nonna paterna, e mi sarei dedicata alle lingue straniere, che mi sono sempre piaciute molto.

Questa potrà sembrare una domanda facilona o portatrice di polemiche; invero sono sinceramente curiosa di sapere cosa ne pensi della lit-blogosfera. C'è? Non c'è? È migliorabile? Va bene così? Può dare di più ma non si impegna?

C'è, ma non è univoca. Nel senso che io più che pensare a una lit-blogosfera penso a diverse tipologie di blog che sono sì accomunati dall'occuparsi di letteratura, ma affrontano i libri in maniera tanto diversa che mi sarebbe difficile trovare altre similitudini. In linea generale, credo che possa dare di più - e metto me stessa tra le persone che dovrebbero impegnarsi per migliorare. A voler fare delle generalizzazioni, c'è una certa polarizzazione tra serietà assoluta e frivolezze eccessive: "eccessi" necessari, con un loro pubblico, ma d'altronde io preferisco i blog in cui si riesce a trovare sia il commento più umoristico e di pancia, sia la riflessione più concreta. In medium stat virtus.

Venerdì 7 ottobre – Claudia de Il giro del mondo attraverso i libri intervista Carla di Una banda di cefali
Venerdì 14 ottobre – Carla di Una banda di cefali intervista Claudia di a clacca piace leggere
Venerdì 21 ottobre – Claudia di a clacca piace leggere intervista Irene di Librangolo Acuto
Giovedì 27 ottobre  Simona di Letture sconclusionate intervista Daniela di Appunti di una lettrice
Venerdì 4 novembre – Manuela di Impressions chosen from another time intervista Erica di La leggivendola
Venerdì 11 novembre  Daniela di Appunti di una lettrice intervista Diletta di Paper Moon
Venerdì 18 novembre – Erica di La leggivendola intervista Camilla di Bibliomania
Venerdì 25 novembre – Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta intervista Claudia de Il giro del mondo attraverso i libri
Venerdì 2 dicembre – Irene di Librangolo Acuto intervista Manuela di Impressions chosen from another time
Venerdì 9 dicembre – Diletta di Paper Moon intervista Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta
Venerdì 16 dicembre – Camilla di Bibliomania intervista Simona di Letture sconclusionate

sabato 12 novembre 2016

Piccoli scorci di libri #61 - Malinteso a Mosca e Romola

Non so perché mi senta di specificarlo, ma di rado scrivo i miei post in pigiama. Il solo vestirmi basta a svegliarmi, a mettermi in una condizione mentale più o meno sufficiente alla recensione; e poi, non so, lo vedo come un passo necessario per farmi prendere più sul serio dai libri di cui intendo chiacchierare. Posso mica parlarne nel mio pigiama con l'orsetto, no? Ecco, oggi fa freddo. Fa un freddo infame da un paio di giorni, e ho scoperto che il freddo quest'anno lo sopporto poco e male. Quindi recensioni brevi in pigiama e sotto le coperte, e sarà un dramma vestirmi, lavarmi e uscire. Diamine.

Malinteso a Mosca di Simone de Beauvoir – traduzione di Isabella Mattazzi – Ponte alle grazie, 2014

Simone de Beauvoir soffre del peso della propria fama; una scrittrice del '900 francese, che è diventata classica ancora prima di morire; lei e il suo sodalizio con Sartre. Ecco, c'è quell'alone di cultura e pensiero critico che un po' tiene alla larga chi come me legge per stare bene e non ha voglia di arrovellarsi troppo. Solo che Sorella, a Londra, s'era portata dietro Memorie di una ragazza perbene, e me ne parlava con entusiasmo, rassicurandomi sulla leggerezza della scrittura. Dunque ho arraffato uno dei primi volumi della Beauvoir che ho visto in biblioteca – scegliendo, come mio solito, uno dei meno famosi.
Malinteso a Mosca è un libro piccolo, agile, svelto, che narra una storia parimenti piccola. Ci sono questi due coniugi sulla sessantina, Nicole e André, due intellettuali che si recano a Mosca per far visita alla figlia di lui per qualche tempo. Sono una coppia di quelle belle, che parlano e discutono e accolgono le reciproche parole con curiosità e interesse; si perdonano, si appassionano, nutrono una fiducia non cieca ma consapevole nel loro legame. Solo che durante il soggiorno a Mosca iniziano ad affastellarsi assieme dubbi, sospetti e, come da titolo, malintesi, e le piccolezze finiscono per farsi più grandi e fare male.
Tutto qui. Davvero, tutto qui. Eppure è stata una lettura curiosamente dolce, del giusto grado di intensità e davvero piacevolissima. Di certo è interessante il modo in cui i punti di vista si rimpallano, in cui ogni evento viene vissuto due volte, e in modo nettamente diverso da André e da Nicole. Ma si ha l'impressione che la Beauvoir non volesse dimostrare nulla a nessuno con la sua scrittura, capite?

Romola di George Eliot – traduzione di Sara Donegà – Barbés, 2009

Questo è il quarto libro scritto da George Eliot – cioè Mary Ann Evans – e il terzo che sono riuscita a procacciarmi e a leggere. Con grande tristezza, ammetto che è pure quello che mi è piaciuto meno, al punto che ho fatto una certa fatica a finirlo, e ho pure saltato un discreto tot di capoversi. Allora, inizio col dire che io George Eliot la adoro; Middlemarch e Il mulino sulla Floss sono imperituri capolavori, e diamine se è il caso che li recuperiate – voglio dire, se vi piacciono i classici inglesi.
Ci sono grosse differenze tra quelle meraviglie e Romola, però. Intanto Il mulino sulla Floss e Middlemarch sono romanzi ampi, corali, in cui una moltitudine di personaggi concorrono non solo a un filone principale, ma soprattutto alle proprie storie private; e sono tutti imperfetti e colpevoli di essere umani, ma ci si affeziona a tanti, e più o meno si capiscono tutti. Romola invece ha pochi personaggi, nessuno particolarmente interessanti e uno dei protagonisti sommamente sgradevole. Non ci si affeziona a Tito che è un po' un infame, ma non ci si affeziona neanche a Romola, così perfetta.
L'ambientazione non è delle mie preferite; siamo nella Firenze di Savonarola, tra la fine del '400 e l'inizio del '500. E l'autrice ci tiene a descrivercela nei minimi dettagli, a farcela scoprire attraverso lunghi dialoghi tra gli intellettuali presenti – Pico della Mirandola, Machiavelli... - che possono durare anche pagine intere. Consideriamo pure che molti personaggi principali sono filosofi e vivono tra politici ed eruditi. Non è proprio una lettura scorrevole e leggera, ecco.
Oltretutto la trama pare mettersi in moto dopo circa 200 pagine; prima è difficile presagire cosa accadrà, il prologo è lento e, lo ammetto, in buona parte tagliabile.
La trama, dunque, in soldoni. Che si può dire per non rovinare la lettura, visto che la vera storia si avvia a un punto così avanzato del libro? Romola è figlia di un erudito fiorentino ormai cieco, amareggiato per la fama che non l'ha mai raggiunto, divorato dall'ambizione di aprire una biblioteca in proprio nome. E poi c'è Tito, sputato fuori dal mare dopo un naufragio, un bellissimo giovane greco che riesce a farsi largo tra gli eruditi di Firenze, grazie soprattutto alle intercessioni del padre di Romola, che vede in lui un figlio di cui fidarsi e che potrà portare avanti il suo lavoro. E poi ci sono i tumulti di Firenze, c'è tanta ambizione, c'è una vendetta che cova nel passato di Tito. La trama si sviluppa nel corso di diversi anni, vediamo la città cambiare, le condizioni dei personaggi variare. Da un punto di vista storico è davvero interessante, soprattutto considerando che la Firenze di Romola è quella che si immaginavano gli inglesi nell'800.
Non è una lettura leggera, né particolarmente piacevole. Ma è George Eliot.




mercoledì 9 novembre 2016

Confusione di Elizabeth Jane Howard

Ed è il momento di chiacchierare del terzo volume della serie dei Cazalet, il capolavoro – almeno credo, non ho ancora letto altro dell'autrice, ma questa saga familiare tocca un punto così alto che mi farebbe strano se ci fosse ancora da risalire – di Elizabeth Jane Howard, edito da Fazi. Sono già usciti, e ne ho ampiamente chiacchierato, Gli anni della leggerezza e Il tempo dell'attesa. Ne mancano due, e io mi chiedo cosa accadrà ai personaggi, e fino a che punto l'autrice vorrà farceli conoscere; chi di loro cadrà, chi resterà a galla. Ho le mie speranze un po' per tutti, non ci sono personaggi davvero odiosi. A parte uno, e quell'uno lo butterei sotto una pressa. Ma gli altri sono umani, meravigliosamente umani o colpevolmente umani.
Cosa si può dire che non rovini la lettura a coloro che ancora non si sono approcciati all'inizio della serie? Intanto siamo nel pieno della guerra; il romanzo ha inizio nel 1942 e termina nel 1945, appena dopo la fine del conflitto. Le tre ragazze – Polly, Clary e Louise – hanno un ruolo sempre più preminente all'interno del libro, e contrariamente a quanto mi aspettassi non lasciano molto spazio a personaggi che, immagino, diventeranno importanti in seguito – i fratellini e le sorelline minori, Lydia e Neville in primis. Peraltro, credo sia evidente la citazione Austeniana di Lydia, che in questo romanzo è sulla soglia dell'adolescenza e si fa sempre più frivola. Sono curiosa di vedere come l'autrice la farà evolvere.
Una cosa che adoro particolarmente di questa serie è la costruzione delle aspettative nel lettore; il fatto che Elizabeth Jane Howard non voglia stupirti per forza, inizia a suggerirti qualcosa, instilla nel lettore dapprima il dubbio e poi la certezza, ma lentamente, con calma. Non ha bisogno di grandi colpi di scena per avvincere. E poi quando questi colpi di scena ci sono, non so, fanno un altro effetto; i personaggi sono persone vere che vivono vite vere, e nelle vite vere non c'è spazio per i colpi di scena. Al massimo coincidenze e disgrazie.
Il contesto storico e sociale è raccontato con perizia e attenzione, ma rimane sempre sullo sfondo, mediato dalle giornate dei personaggi. Non ci sono lunghi capoversi in cui ci viene narrato dei bombardamenti, delle case convertite in ospedali, dei bambini mandati a vivere in campagna o del razionamento. Solo che i personaggi mangiano carne in scatola, usano tessere annonarie, fanno riferimento chiacchierando all'assenza di qualcuno.
Lo stacco tra la vita della generazione di quelli che ancora mi viene da percepire come i genitori – Villy, Sybil, Edward... - e quella delle ragazze è evidente. Da un lato vige ancora il formalismo, l'attenzione a costrutti sociali che gli anni '40 – e la guerra – hanno lasciato decadere. Per Louise, Polly e Clary gli anni '40 sono come altri anni ruggenti, solo un po' spostati in avanti. Feste, socievolezza, noncuranza.
E poi? E poi mi va di parlare di alcuni aspetti in particolare, quindi facciamo che ora metto un bell'avviso di SPOILER e avverto con un segnale altrettanto evidente quando il momento SPOILER sarà terminato.

Trovo meraviglioso e terribile il terremoto che si appresta a vivere il legame tra Polly e Clary per via di Archie. La loro amicizia è un sodalizio lungo e importante, forse il legame più bello presente in tutta la saga. Sono sorelle che si sono scelte, e questo vuol dire tanto. Ma quello che provano per Archie avrà delle conseguenze, e non è detto che saranno recuperabili.

Zoe. Zoe è un personaggio stupendo; e non è che non mi piacesse all'inizio, da splendida fanciulla dedita alla bellezza, che pareva uscita dalla penna dorata di Fitzgerald. Ma proprio il fatto che sia partita dalla più leggiadra frivolezza, dal mascara meravigliosamente sbavato per le lacrime e dalle labbra imbronciate, ecco, rende la sua evoluzione speciale. È il suo rimanere stupenda, guardarsi indietro senza farsi travolgere dalla vergogna, rivedersi e non riconoscersi, e volersi bene in qualche modo. Adoro Zoe.

Il colpo di scena finale, che effettivamente è un colpo di scena, del quale l'autrice ha tentato di avvisarci da due libri a questa parte. Mi chiedo a cosa porterà, me lo chiedo sinceramente. E non vedo l'ora di leggere i seguiti per saperlo, diamine.
Anche se so che farà malissimo.

FINE DELLA ZONA SPOILER!

Perdonatemi, ma certi punti volevo scriverli.
Alla fine non c'è molto da dire che io non abbia già detto lungamente chiacchierando delle scorse puntate: Elizabeth Jane Howard racconta i suoi personaggi in maniera eccelsa, con vero affetto e con compassione più che con condiscendenza. Sono deboli, sono umani, sbagliano e continuano a sbagliare, anche e soprattutto quando cercano di fare la cosa giusta. Il sacrificio è quasi sempre la mossa peggiore.
Finisci il libro e sospiri e speri che andrà tutto bene a quella massa enorme di personaggi cui hai iniziato a voler bene davvero, anche se sai che è impossibile, e che la felicità di alcuni sarà disgrazia per altri.
Cioè, auguri il meglio a tutti tranne a uno. Uno deve finire sotto la pressa, su quello non ci stanno dubbi.
No, aspetta, anche due. O tre.
Beh, non ha importanza. Leggete 'sta meraviglia.