lunedì 20 ottobre 2014

Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron

A poche pagine dall'inizio di questo libro, già avevo ficcato l'autore nella lista dei desideri di compleanno. Anzi, mi era già svicolato nell'angolo in cui custodisco i miei autori preferiti. Davvero, c'è voluto pochissimo. Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron, tradotto da Giuseppina Oneto e edito da Adelphi nel 2007. Sono abbastanza certa che domani mio padre mi regalerà Quella sera dorata, e non potrei essere più lieta.
Non c'è poi moltissimo da scrivere, su questo libro, e infatti è per questo che ne chiacchiero stasera, che sono piena di cose da fare. È un libro breve, che ho letto in una mezza giornata, senza quasi riuscire a fermarmi, e che mi ha lasciata soddisfatta come mi capita di rado.
È James a parlare, a raccontare. Questo ragazzo che dovrebbe iniziare a frequentare l'università, ma che proprio non ne ha voglia. Vive con la sorella maggiore e la madre, con le quali ha un rapporto altalenante, dalle quali si tiene a distanza. Adora la nonna, che va a trovare spesso. Lavora nella galleria d'arte della madre insieme a John, che considera un suo amico.
James mi piace e mi piace pensare che, per il breve tempo che è durata la lettura, siamo riusciti a fare amicizia. È un ragazzo intelligente, calmo, acuto, che pare agitarsi in bilico tra ciò che sarebbe sensato fare e l'angolo lontano in cui vorrebbe rifugiarsi a leggere. Va da una psicologa per qualcosa che gli è successo durante uno di quei bizzarri ritiri scolastici americani, e che svela verso la fine. C'è una diagnosi che sbircia da sotto la carta, inespressa, ma non ha importanza.
E questo è un brevissimo periodo della vita di James, in cui tuttavia riusciamo a conoscerlo a fondo, più di quanto non si conosca lui stesso. James il refrattario. James l'ingarbugliato.
Superfluo sottolineare che lo consiglio e che l'ho adorato. È da leggere. O almeno, è uno dei libri che trovo imprescindibili, anche se a giudicare da Anobii et similia non siamo poi in tantissimi a pensarlo. Però per me è un libro speciale, e se capitate spesso da queste parti e vi siete fatti un'idea dei libri che trovo 'speciali', beh, vedete voi.
Io non attendo che di procacciarmi tutto ciò che Cameron ha liberato nel mondo.

lunedì 13 ottobre 2014

Il sole dei soli di Karl Schroeder

Questo libro l'ho letto un po' di settimane fa, in uno di quei tremendi periodi in cui mi è dato a malapena di leggere e ancora meno di scrivere, che la necessità di studiare è totale e meschina. Ma via, è tempo che io mi rimetta in pari tra libri letti e recensioni scritte finché il tempo sta dalla mia parte.
Dunque, Il sole dei soli di Karl Schroeder, tradotto da Silvia Castoldi e Marco Passarello, seconda pubblicazione di Zona42. Casa editrice cui devo la scomparsa della mia allergia alla fantascienza. E interessante anche l'introduzione di Davide Mana, il cui blog, almeno per adesso, lo potete scartabellare qui.
In questo libro, Schroeder ci toglie da sotto i piedi il mondo che conosciamo. La nostra gravità, il suolo così sicuro sul quale abbiamo costruito le nostre vite, l'ovvietà di un sole che ci riscaldi. Virga non è così, non ha molto a che vedere col tipo di pianeta cui siamo abituati. È fatto di bolle d'aria, di soli artificiali – il più importante è Candesce – e città artificiali la cui gravità è ottenuta tramite il continuo movimento. E uno degli aspetti che ho particolarmente apprezzato nella costruzione di questo mondo è che Schroeder non manca di riportare le conseguenze fisiche dell'universo che ha creato. Non gli basta dire 'No, qui non c'è gravità', ti dice anche cosa succede alle persone cui la gravità manca, dei loro corpi alti e sottili, fragilissimi.
E c'è Hayden Griffith, un ragazzino che abita nella città artificiale di Aerie e che assiste alla sua distruzione. Accade nel primo capitolo, a poche pagine dall'inizio. Aerie è una città debole, dipendente dalla più grande Slipstream. La madre di Hayden sta costruendo un sole artificiale col quale potranno rendersi autonomi e cercare alleati per sottrarsi alla dominazione della città più grande, ma qualcuno deve aver parlato, perché arriva una flotta a distruggerli.
E passano gli anni, ritroviamo Hayden cresciuto e incontriamo gli altri personaggi.
C'è Verena Fanning, con il suo dolore cronico, fredda e calcolatrice, abile burattinaia del marito Chaison. C'è Chaison, che comandava la flotta di Slipstream che ha distrutto Aerie, e che Hayden intende uccidere.
C'è una missione da compiere, e per una fortuita – ma credibile – connessione di eventi, i nostri tre si ritrovano sulla stessa nave a solcare l'universo.
Della missione non posso dire granché, perché non si scopre subito. Bisogna cercare qualcosa, per un certo motivo. Ecco.
E sulla nave incontriamo anche Aubri Mahallan, macchinista, che viene da un mondo filosoficamente bislacco, e il giovane Martor, un ragazzino che Hayden prende in simpatia.
E poi altri mondi, e i pirati spaziali.
Ed è meglio che io non dica altro, che lo spoiler incombe.
Mi è piaciuta la storia, ho adorato il mondo che è stato costruito, e il modo in cui è stato presentato. Belli anche i personaggi, soprattutto Chaison e Venera. Lui coi suoi dubbi, lei che pare le scorra il cinismo nelle vene.
Attendo pazientemente il seguito – ma non penso di dover aspettare ancora a lungo, no?

venerdì 10 ottobre 2014

L'armata dei sonnambuli dei Wu Ming

E dunque, L'armata dei sonnambuli dei Wu Ming, edito da Einaudi qualche mese fa. Se non avete idea di chi siano i Wu Ming, o magari pensate che si tratti di uno scrittore cinese, vi indirizzo al loro blog qui, che è interessante assai.
Ne chiacchieravo l'altro giorno con un amico in chat. Glielo stavo consigliando di cattiveria, che a lui piacerebbe un sacco. E lui mi dice che un suo amico già glielo ha raccomandato di cuore, definendolo frattanto 'un libro di sinistra'. E a ragione. Aggiungo, un libro di sinistra che non si vergogna di essere di sinistra. E non un libro che finge di essere di sinistra perché fa tanto intellettuale-chic mentre spruzza caviale e monocoli da tutti i pori, o che si sventola il naso di profumo innanzi alla prospettiva di soluzioni pratiche, che sono così volgaVi. Ma la chiudo qui, va', che sennò non riuscirò mai a parlare del libro.
Prima di tutto, devo fare cenno alla monumentale ricerca storica, e al modo meraviglioso in cui la storia è stata incastrata in una trama. Anzi, il modo in cui un'epoca è diventata un lungo racconto. Persone realmente vissute – personaggi minori della Rivoluzione che ora diventano personaggi principali di un libro – le cui vite vengono assaggiate e interpretate dagli autori.
Il giorno della decapitazione di Luigi XVI, piazza Rivoluzione è gonfia di gente. C'è Marie Nozière col figlioletto, ci sono loschi figuri incappucciati che vorrebbero salvare il Re – ma sono in cinque, e a due di loro non va troppo bene – e si canta la Marsigliese quando la testa cade. Non sono riusciti ad assistere Leo Modonnét, attore che si intrattiene con Colombina nell'androne di un palazzo, né il dottor Orphée d'Amblanc, mesmerizzatore che deve pure aiutare i suoi pazienti, anche in un giorno tanto importante per la Francia.
Il romanzo parte da qui, poi scivola verso il Terrore, che è un'epoca di cui non si sa poi molto, rispetto alla Rivoluzione, ma quella la conosciamo bene grazie a Lady Oscar, non per meriti di studio. E risponde, non coi giudizi ma coi fatti, alla domanda 'cos'è andato storto?'.
Le vite dei personaggi, per la breve durata del Terrore fino al risorgere della ricchezza – non è che vi sto fando spoiler, spero, no? - scorrono parallele, a volte si incrociano, mentre girano attorno a quel fulcro che è la Parigi che sobbolle. Marie Nozière è una sarta che abita a Sant'Antonio, il quartiere uber-proletario, che s'indigna all'idea di essere messa da parte, con le altre donne, a Rivoluzione finita, come se lei e le altre fossero rimaste a rammendare mentre gli uomini prendevano la Bastiglia. Leo Modonnét (Leonida Modenesi) è un attore con tanto talento, e una testa troppo dura, e le mani che hanno troppa fretta di incontrare altri volti. E osservando il grande teatro che è diventata Parigi, decide di diventarne un personaggio di spicco. E Orphée d'Amblanc, che studia la teoria del flusso magnetico di cui sono pieni i corpi, e dal quale dipende la loro salute. Un medico che non cura direttamente i pazienti, ma li interroga quando sono ipnotizzati, e al quale viene affidato il compito di studiare alcuni casi bizzarri avvenuti altrove.
E poi Laplace, che si è fatto internare spontaneamente nel manicomio di Bicetre, in quanto affetto da una grave forma di melancolia. E il poliziotto Treignac, che deve mantenere l'ordine pure a Sant'Antonio, dove gli ultimi della Francia ardono.
E gli errori che questi ultimi hanno compiuto, perché se dai una briciola di potere a un affamato, capace che quello ci si strozzi. E il momento in cui le bastonate non bastano più, e ci vuole Madama Ghigliottina, e quando l'inquietudine diventa davvero Terrore, e la Convenzione, e... e beh, tutto quello che è successo in quegli anni.
Che poi, possibile mai che Robespierre e Marat e D'Anton abbiano un ruolo così marginale in un romanzo che parla della Francia tra Rivoluzione e Terrore? Sì. Che questa è la Francia delle sarte, degli attori, che quello messo meglio è un medico mesmerizzatore. E suggerisce qualcosa, che abbiano fatto così tanto eppure valgano così poco.
Un'ultima cosa (bella). Le chiacchiere del tipo un po' in là con gli anni, col naso bitorzoluto, che ti sfiata di vinaccia e intanto ti racconta quello che è successo, con l'amico che rimpalla, seduto accanto a lui.
Ci sono questi brevi capitoli in cui è questa voce senza volto – un volto solo s'intuisce alla fine – a raccontare, con toni colloquiali da taverna annerita dal fumo, che 'Ti si conta noi, com'è che andò'.
E non so che altro dire, se non che sono contenta di aver conosciuto così i Wu Ming. Superfluo dire che lo consiglio, un 'lo consiglio' è poca cosa. C'è da brindarci, a 'sto libro.



(Tra l'altro ogni volta che compariva il nome Scaramouche, mi partiva 'SCARAMOUCHE, SCARAMOUCHE, WILL YOU DO THE FANDANGO? Thunderbolts and lightning...' e così via. Ogni volta.)

venerdì 3 ottobre 2014

Scribacchiolando #7 - Mea culpa - Cosa rende urfido il mio ultimo racconto

Il mese scorso ho dato un esame che mi ha fatto particolarmente penare. Non so perché, visto che trattava di argomenti ormai familiari, ed era pure parecchio interessante. Però, chissà come mai, lo studio mi sfiancava più del solito.
Tranquilli, non ho intenzione di lamentarmi dell'esame in sé, quello lo faccio abbastanza ogni volta che devo darne uno – di solito frignando come se lo studio fosse una tortura impostami da una malvagia popolazione aliena, un atteggiamento molto maturo da parte mia. Ma soprassediamo – bensì mi andava di chiacchierare di un racconto che ho scritto un paio di giorni prima del suddetto esame.
Avevo passato la mattinata – e non sto scherzando, sarò rimasta piallata sui divanetti all'ingresso intorno alle tre/quattro ore – dalla parrucchiera. Avevo i capelli così rovinati che pareva mi fosse riuscito male lo shatush. Ad ogni modo, mi si prospettava una lunga attesa, meno male che mi ero portata dietro Cose fragili di Gaiman, di cui ho chiacchierato giusto un paio di giorni fa.
Ora, Umberto Eco ha parlato di un costrutto semiotico chiamato 'lettore ideale'. Si tratta di un'istanza determinata dal testo stesso, del perfetto insieme di aspettative e conoscenze atte a comprenderlo appieno.
No, non sto tentando di ammorbarvi con nozioni studiate nell'ultimo esame. Il fatto è che io sono il Lettore Ideale di Gaiman. Lui non lo sa, ovviamente, ma io sì. Non penso di essere l'unica, ma la questione rimane. Neil non lo sa, ma scrive per me. I suoi testi continuano a disegnarmi inconsapevolmente come lettrice.
E sì, detto così sa un po' di pre-stalker. Pare che io mi accinga a concludere il post annunciando che andrò a cercare Gaiman per imporgli la mia esistenza e nutrirmi del suo sangue.
Ma no, voglio solo dire che leggere i libri di Gaiman mi immerge in un liquido amniotico creativo, mi trasporta in una dimensione tra le dimensioni e mi rende particolarmente ricettiva alle storie.
E visto che ero dalla parrucchiera e stavo leggendo un libro di Gaiman, puff, mi è nata una storia sulle Parche che aprono un salone di bellezza. Carina, no? Me la sono ritrovata nella testa e poi tra le mani, e infine nel computer.
Solo che ci sono stati d'animo in cui non si dovrebbe mai scrivere, e per me sono i giorni prima degli esami, in cui ogni mia molecola è tesa verso i libri di testo. Purtroppo la storia non voleva saperne di lasciarmi in pace, neanche per un paio d'ore, quindi mi è toccato scriverla, almeno per poter studiare in pace. Solo che scriverla non mi bastava per liberarmene del tutto, e l'ho pubblicata qui, sul blog, dopo averla ricontrollata senza troppa cura, dando giusto una falciata agli errori di battitura.
Risultato? Pessimo, ovviamente.
Infatti il mio primo pensiero è stato di correggerla post-esame rigettando la prima stesura come non fosse neanche mia. Ma poi, dopo aver riscritto un paio di frasi, mi sono detta che dopotutto il racconto poteva tornarmi assai utile così com'era. Nella terza puntata di Scribacchiolando mi lamentavo di come avessi finito per perdere, in una lunga processione di hard-disk bruciati e sanguinose formattazioni, tutte le storie che scrivevo da ragazzina, cosa che mi impedisce oggigiorno di andare a rivedere e analizzare più chiaramente i miei errori.
Ora, poiché Il salone delle Parche è rimasto una prima stesura con una pessima revisione, indiscutibilmente indegno di vedere la luce... beh, perché no?
Lo analizzo adesso, insieme a voi.
Dunque, vediamo.
Colpisce immediatamente un uso spropositato degli aggettivi. King ha ragione, c'è da mozzare.
E noto anche che nel tentativo di evitare le descrizioni nette, cerco grossolanamente di cucire insieme l'interazione dei personaggi con l'ambiente, con le descrizioni stesse, rendendo le frasi confuse e traboccanti di informazioni inutili.
E mai che io vada dritta al punto. Avrei potuto evitare un sacco di ghirigori dispersivi scrivendo chiaramente 'Moira e Norma avevano aperto un Salone l'anno scorso, l'avevano arredato in questo modo, ora stavano facendo quello'. Ma nooo, spezzettiamo l'ambiente in giro per il racconto rendendolo il più evanescente possibile, che la chiarezza è volgare.
Soprattutto quando si tratta di racconti, è necessario essere chiari e concisi. Non c'è tempo per mostrare come i rapporti tra i personaggi si evolvono attraverso l'interazione, e non c'è spazio per troppi flash-back o rievocazioni. Brevi e decisi. 'Da tot periodo Morrigan aveva deciso di cambiare nome perché tot'. Punto. Eccheddiamine, Me Stessa, quanto hai intenzione di sbrolodare su quella pagina?
Ed è inutile ancorché dannoso che io mi ostini a scrivere al presente, che tanto non mi riesce. È un tempo che non sopporto e nel quale non mi sento a mio agio. E si vede.
Se proprio dovessi trovare degli aspetti positivi, direi che i dialoghi potevano riuscirmi peggio, e non nego che l'idea mi piace un sacco. La rimetterò a posto presto, magari scribacchiolando qualcosa di più lungo. Mi sono già germogliate in testa diverse scene, devo solo riuscire a collegarle tra loro. Che, per quanto mi riguarda, è la parte più difficile.
E dunque, non so a voi, ma a me questo post è stato decisamente utile. Se avete voglia di segnalarmi errori che mi sono sfuggiti, mi fate un grande favore. Prometto che non verrò a suonarvi i bonghi sotto casa alle tre di notte.

martedì 30 settembre 2014

Cose fragili di Neil Gaiman

Forse non è stata una saggia scelta, quella di prestare Cose fragili prima di averlo recensito. Quando finisco un libro, ho l'abitudine di piazzarlo sulla scrivania accanto al computer, così quando vorrò parlarne qui mi basterà allungare una mano e sfogliare qualche pagina per essere certa di non dire sciocchezze. Ma l'ho passato a un amico, perciò Cose fragili non compare nella pila traballante - e mezza crollata, ora che ci faccio caso - accanto al computer. Mi tocca improvvisare. Mi consola il fatto che, dopotutto, non sono comunque capace di recensire le raccolte di racconti, quindi non è che stia rovinando chissà quale ipotetico, meraviglioso post.
Dunque.
Beh, inutile tergiversare. Si tratta di Gaiman, è quasi fisiologico che io l'abbia adorato. Però non mi aspettavo così tanto, essendo una raccolta di racconti, ed essendo il racconto breve una forma di narrazione che, debbo ammetterlo, di norma mi lascia un po' freddina.
Ma via, animo! Cose fragili di Neil Gaiman, tradotto da Stefania Bertola e edito da Mondadori nella collana Strade blu, che senza offesa, ma proprio non capisco il motivo di quelle pagine strane, che sembrano attaccate al contrario.
Una raccolta uscita in Inghilterra e negli USA nel 2006 e che a noi giustamente arriva con un divario di otto anni.
Il libro inizia con Neil che parla dei racconti. Commenta ognuno di loro, specifica quando è stato scritto e in quale raccolta/rivista sia uscito la prima volta, che cosa ne pensi adesso... ecco, è una cosa che ho apprezzato parecchio.
Non so come descrivere appieno il filo conduttore dei racconti, se non dicendo che sono pienamente Gaimaniani. Che si intuisce il terreno del reale sotto ai piedi, però ci si apre alle infinite possibilità di un assurdo plausibile ed estremamente variegato.
Il primo racconto lega insieme due classici della letteratura, le creature di Lovecraft e Sherlock Holmes. Si intitola infatti Uno studio in smeraldo e, nonostante io non conosca granché Lovecraft, non ho fatto fatica a intuire il modo in cui i due universi narrativi erano collegati. Chi non conosce l'opera di Arthur Conan Doyle probabilmente non apprezzerà il racconto, ma a me è piaciuto moltissimo. E le citazioni letterarie sono meravigliose.
Il mio preferito è senza dubbio Spose proibite degli schiavi senza volto nella casa segreta la notte del desiderio e del terrore. Sì, è un titolo lungo e assurdo, e a ragione. Il racconto invece è adorabile, mi ha fatto sorridere tantissimo, anche per la questione metanarrativa che è sempre apprezzabile.
Ho adorato anche Il sovrano del Glen, che ha come protagonista Shadow di American Gods. E mi sarebbe piaciuto moltissimo anche se non si fosse trattato di un personaggio cui sono già parecchio affezionata.
Mi sono piaciuti tantissimo anche Tesori e souvenir – Mr Smith e Mr Alice, i due personaggi principali, sono presenti anche in Il sovrano del Glen. Spero di rincontrarli presto, perché sono personaggi interessantissimi - e Il problema di Susan, in cui Neil tratta del finale delle Cronache di Narnia. Di più non posso dire, perché c'è anche chi non ha ancora letto il finale delle suddette Cronache. Come me, che me lo sono spoilerato orrendamente.
E Arlecchino a San Valentino, e Caffè amaro... Diciamocelo, in realtà non c'è un solo racconto che non mi sia piaciuto. Avrei potuto fare a meno di un paio di poesie, quello sì. E tocca ammettere che tre racconti erano già presenti in un'altra raccolta, Il cimitero senza lapidi e altre storie nere. In realtà non so perché quest'ultimo aspetto abbia provocato tante critiche, la cosa non mi ha granché infastidita, ma mi pare giusto notificarlo.
Ma, come sottolineavo poc'anzi, non sono brava a recensire le raccolte di racconti, non lo sono mai stata. Finisco sempre per stilare una lista di vaghi e imprecisi 'mi è piaciuto'/'non mi è piaciuto'. E direi che ce lo possiamo risparmiare, no?
L'unica cosa che posso dire è che, se siete Gaimaniani, vi tocca leggerlo. Punto.
Mi ha pure fatto risorgere la fregola di omaggiare Gaiman con un tatuaggio.

venerdì 26 settembre 2014

On writing di Stephen King

A ben vedere non è che io abbia letto moltissimo di Stephen King, anzi, giusto una manciata di libri. Certo, mi sono piaciuti un sacco, ma sempre una manciata restano, e trattandosi di un autore sorprendentemente prolifico, si tratta della proverbiale goccia nel mare. Ha senso, dunque, leggere On writing prima ancora di leggere It, Shining, la serie de La torre nera e gli altri capolavori del Re?
Forse no. Però lo cercavo e l'ho trovato. Conseguentemente l'ho letto e, com'è giusto che sia...
Sì, On writing di Stephen King, tradotto (meh) da Tullio Dobner e edito da Sperling e Kupfer nel lontano 2001. E fuori catalogo.Saggia scelta editoriale, visto che c'è mezzo mondo che lo cerca. Quando l'ho chiesto in prestito a un'amica ho visto qualcosa spezzarsi nei suoi occhi, mentre mi pregava di averne cura. Da brava Lettrice ho avuto pietà e ho ritratto la richiesta, prendendolo in biblioteca. E... beh, ora ne voglio una copia mia. Da risfogliare ogni tanto. Sento che ne avrò bisogno.
On writing non è un manuale di scrittura, anche se è pieno di consigli utili. È un po' autobiografia, un po' libro sui libri in generale. In sostanza King ha risposto alla domanda che nessuno gli ha mai posto, perché sono domande che si fanno a scrittori di letteratura seria, d'alto calibro, passabili di Nobel. E non sono certa che questa parte sia stata tradotta al meglio, perché King parla di domande 'sul linguaggio'. Ma via, presunzione di innocenza e andiamo avanti.
King parla della sua infanzia, della sua famiglia, di quanto amasse leggere. Del suo amore per i film dell'orrore di serie Z, del chiodo sulla parete della sua stanza al quale appendeva le lettere di rifiuto che gli arrivavano dalle riviste cui sottoponeva i suoi racconti. Parla dei suoi studi, dei suoi tentativi, di quando ha vissuto con la moglie e tre figli piccoli in una roulotte, la stessa in cui ha scritto Carrie, il grande best-seller, il suo primo romanzo. Parla anche di come arrivano le idee, o meglio, di come le cose si mescolano nelle teste degli scrittori per diventare situazioni dalle quali si sviluppa una storia. Parla della sua Musa, che è un tizio burbero e silenzioso. Della sua avversione – a mio dire eccessiva – per gli avverbi, della sua preferenza per un'esposizione cronologicamente lineare, opposta all'inizio 'in media res' che oggigiorno usa tanto, e che personalmente preferisco.
King è preparato e onesto. Ammette la fatica, ammette il bisogno di un pubblico, di un riscontro. Ha trasformato la moglie Tabitha nel costrutto semiotico del Lettore Ideale. Riporta esempi, correzioni, ancora esempi.
E dice che l'unico modo per diventare scrittori è scrivere, leggere e allenarsi. E che non è un lavoro per tutti. Lo definisce un lavoro, un lavoro amato, ma sempre un lavoro. Non tenta di scrollarsi di dosso la nomea di mestierante che certi critici gli hanno affibbiato, preferisce vestirla come una giacca scomoda. Similitudine che gli farebbe storcere il naso, stando a quanto ho letto.
Chi non conosce King farebbe bene a leggersi almeno Carrie. E chi già lo conosce, non può non leggere anche On writing. Soprattutto chi è rigonfio di velleità letterarie. Davvero, è utile forte. Ma buona fortuna con la ricerca...

lunedì 22 settembre 2014

Mirror Moments #3: Sogno o son desto?

È infine giunto il mio turno di ospitare un tassello del blogtour dedicato al Magic Mirror.
E mi tocca ammettere che, nonostante il largo preavviso, non ho ancora ben chiaro come e quanto parlare del progetto. Sarà che una delle cose che proprio non mi riesce è nascondere le mie simpatie, e a volte temo che l'entusiasmo con cui tratto certi argomenti trasmetta un'idea di rintontita benevolenza e di allegra parzialità. E non è quello che voglio, perché quando mi germoglia dentro questa specie di germe del tifoso, significa c'è stato qualcosa di davvero ganzo che me l'ha trasmesso.
E quando mi capita di presentare siffatte iniziative vorrei indossare la maschera altera della giocatrice di poker, ma quando si tratta di progetti targati Speechless i miei sensi di librovora iniziano a ribollire e... beh, sì, inutile negarlo, presto svicolo mio malgrado verso l'infervorato andante.
E poi diciamocelo, questo particolare progetto si prospetta molto più che interessante. Ma ho già chiacchierato varie volte dei meriti di Speechless, quindi mi limiterò a mettere qui di seguito, senza girarci troppo intorno, i link dei suddetti post.
La bambina senza cuore di Emanuela Valentini, Col nostro sangue hanno dipinto il cielo di Eleonora C. Caruso, l'antologia di racconti urban-fantasy I diari del sottosuolo, What Women (don't) Want
Vi consiglio veementemente di dare un'occhiata, poi mi zittisco e lascio parlare il Magic Mirror.




MIRROR MOMENTS #3: Sogno o son desto?

Mi sveglio, non so cosa sia successo, ricordo cose che non sono accadute, lo racconto a mia madre a mio padre a Eva e tutti mi dicono che è impossibile, avrai giocato ancora con quelle pillole, dicono, non c’è niente di vero, dicono, ma so che non è così non ho preso niente lo giuro, dormivo, Eva lo sa, non mi sono mosso dal letto, ieri stavo bene tutto normale, non so cosa sia successo, ricordo cose che non sono accadute, ho queste cose in testa e non so da dove vengono, chi ce le ha messe? Ho paura ho paura perché non so cosa potrei vedere una volta chiusi gli occhi. Non voglio vedere. Non voglio vedere più.
Va bene Robert, per oggi basta così.”



Magic Mirror ovvero Fiaba, Realtà e Sogno, il trittico ideale che costituisce il fondamento di un mondo alla rovescia nel quale le storie s’intrecciano per creare un’esperienza immersiva e multi-livello.
L’uomo è un animale narrativo, e dalla nascita del linguaggio all’era dell’oralità secondaria il suo bisogno di raccontare le paure, i desideri e le speranze non è mai svanito. Siamo noi a essere cambiati. Serve, dunque, un contesto narrativo nuovo che rifletta il nostro modo di interpretare il mondo; un mondo nel quale bene e male sono i gemelli cattivi di categorie morali disfunzionali che non sanno più indicare la strada.
Per questo abbiamo scelto di smontare e rimontare fiabe e racconti celebri – capovolgendo topoi e archetipi tradizionali – per ritrovare noi stessi in personaggi immaginari che forse così immaginari non sono, e abbiamo creato Magic Mirror, laboratorio di storytelling alternativo che assembla codici e grammatiche della scrittura, della comunicazione verbale e visiva.
Un universo trasmediale che si dipana da una serie di romanzi corali, in un flusso di costruzioni narrative fiorite dall’albero delle fiabe tradizionali e destinate a perdersi in un nuovo organismo multiforme dove, tra fiction e non fiction, ognuno di noi ha una fiaba da raccontare.



Blog del progetto: www.medium.com/@magicmirror
Twitter: @MagicMirrorUni
Ask: www.ask.fm/MagicMirrorUni
Pagina Facebook del progetto: https://www.facebook.com/magicmirrorspeechless

Speechless non è solo un magazine culturale e non è solo una giovane start up, nata nella primavera 2012, con un profondo amore per la rete. Il team di Speechless è composto da professionalità diverse, in grado di muoversi con efficacia tra storytelling e digital communication; l'obiettivo è valorizzare il libro non solo come oggetto singolo ma come progetto.
Per ulteriori informazioni potete scrivere a redazione@speechlessmagazine.com
Precedenti tappe del blogtour qui e qui.