giovedì 18 luglio 2019

Il convalescente di Jessica Anthony

Pidgin Edizioni, lo ammetto, non la conoscevo. Ma al Salone del Libro, nel bel mezzo del Salone dell'Oca, Mr. Racconti Edizioni mi ha mandato da Pidgin, consigliandomi Problems, e io giustamente ci sono andata. Mr. Pidgin allora mi ha raccontato brevemente Il convalescente di Jessica Anthony, parlandomi della storia del protagonista – nano, muto, zoppo etc – che si inframezzava con la storia della sua stirpe maledetta, quella dei Pfliegman, condannati dalla genetica e dal fato a sbagliare, sbagliare, sbagliare senza imparare mai; il protagonista, infatti, è l'ultimo Pfliegman ancora in vita. Ora, essendo una lettrice parecchio umorale, Il convalescente mi era rimasto parecchio piantato in testa, dunque l'ultimo giorno di Salone, onde approfittare dello sconto disperato delle ultime ore, sono andata a recuperarlo. Afflizioni genetiche, impenitenza, condanne divine a me, grazie.





So già che non riuscirò a parlare di questo libro come fosse un'entità a se stante, perché dopotutto non è così che l'ho letto. Leggevo degli Pfliegman e mi pareva di poter sostituire quel nome con “i liguri”. Da quando mi sono trasferita a Torino, ho iniziato ad apprezzare le differenze tra la mia gente e i foresti. La rozzezza, la volgarità, la maleducata cocciutaggine. Scendere a casa a trovare parenti e amici e sentirsi addosso una strana pressione, perché lì il mondo che cambia, sei tu che ti devi adattarti, - probabilmente è una tendenza provinciale, comune a qualsivoglia paesino, ma a me piace raccontarmi che dipenda dal sale nel sangue, dalla sabbia negli occhi. Quindi sappiate che questo libro lo racconterò come se fosse cosa mia, - e da lettrice, un po' la è.


Rovar Àkos Pfliegman ha un po' più di trent'anni e vive in religiosa solitudine in un vecchio scuolabus scarsamente abitabile, dal quale vende carne. La macella lui, le sue bestie pascolano nei terreni dietro lo scuolabus. Commercia al dettaglio e rifornisce un supermercato nelle vicinanze, il cui proprietario l'ha preso in simpatia. Rovar non parla, non interagisce. Non fa granché delle sue giornate. Si desquama, si acciacca, mangia tra il male e il malissimo. Ogni settimana va a farsi visitare da una pediatra che l'ha preso in cura per compassione, è innamorato cotto. Nel frattempo, il terreno sul quale staziona è preda delle grinfie di chi vuole farne qualcosa di redditizio – e mi rendo conto del fatto che sia una questione centrale e preminente, forse quella che rischia di influenzare maggiormente la sorte di Rovar, ma se non interessa a lui – e davvero non gli interessa – come può interessare a me?, quindi non ne parlerò più.





Nel frattempo, tra una visita alla dottoressa e un rimando alla sua tragica infanzia, Rovar racconta dei suoi antenati, della storia del popolo Pfliegman così come la conosce. Inizia da Carlo Magno, dalle tribù ungheresi. Parte da lontano, scorre lentamente e poi di colpo si mette a correre lungo i secoli, ma prima, come dicevo, scorre lentamente. I Pfliegman, quando non si chiamavano Pfliegman, erano un ammasso di incapaci che vivevano della generosità di tribù più evolute; la leggenda – che non spoilero – narra come siano diventati abili nel maneggiare le carcasse, nello sfilettare sveltamente le carni. Macellai di sangue, di stirpe. Gente sfortunata, persone che a malapena puoi chiamare persone. E Rovar viene da lì; non può dirsene fiero, ma si riconosce nelle facce smunte, sporche, nei denti che traballano, nei capelli che non concepiscono l'idea di shampoo. È l'ultimo della sua gente.

Diciamolo, dunque, che Rovar da bravo protagonista-narratore ha una voce ironica, chiara, che sa strapparti lo strazio dalle mani che stai usando per reggere il libro. Penso sia uno dei romanzi da cui ho tratto più citazioni in assoluto, - anche se poi estrarre una o due frasi vuol dire mozzare il testo, e un testo mozzato da un intero farà sempre meno impressione. La storia di Rovar, così come quella del suo popolo, è un parossismo di tragedie, al punto da provocare uno strano effetto comico, con un tic nel sorriso e gli occhi sbarrati di orrore.

A Rovar ho voluto davvero bene.

(si chiama egocentrismo).

sabato 13 luglio 2019

Tavolo numero sette di Darien Levani

Questo libro l'ho ricevuto direttamente dalle mani dell'ufficio stampa della casa editrice, Edizioni Spartaco, in quel del Salone del Libro, che è davvero strano da visitare come lit-blogger. Capita che qualcuno sappia chi sei, e che ti faccia un sacco di complimenti e magari ti omaggi pure di qualche libro; capita anche di incontrare editori che – per carità, liberissimi, spesso sono quelli che se lo possono permettere – della blogosfera poco ne sanno e gli interessa meno, e ti guardano con sospetto mentre stai a lumare i loro volumi, in attesa di una richiesta di libri – no, editori-standisti, non vi chiedo niente, state tranquilli.
L'ufficio stampa di Edizioni Spartaco mi accoglie ogni anno con un calore che manco mia zia; mi offre il caffè, mi racconta le ultime uscite, mi chiede cosa mi vada di leggere. Tavolo numero sette di Darien Levani era una delle novità proposte, ma l'ufficio stampa era così entusiasta dell'autore che mi ha fatto scivolare nella borsa anche un altro libro, Toringrad – che sono ragionevolmente certa mi piacerà un sacco.
Edizioni Spartaco, dicevo, è così gentile che mi mette in una condizione imbarazzante per chi bazzica nei media – un blog è, dopotutto, un media – di chi vorrebbe sottolineare e ringraziare l'altrui gentilezza ma non sa come fare perché in questo internet malato di sfiducia ogni affermazione positiva è tacciata di interessi nascosti; è uno dei casi in cui mi riduco a una cortesia spicciola per non insospettire i lettori di chissà quale accordo sottobanco.
Che stress.
(che poi tutta 'sta tiritera col romanzo non c'entra niente, mi andava giusto di dire apertamente che quelli di Edizioni Spartaco sono un sacco gentili e ci sanno fare con le persone).
(offritemi il caffè anche l'anno prossimo, mi avete salvata).

Darien Levani è nato a Fratar nel 1982, fa l'avvocato e vive a Ferrara. Come potrei definire Tavolo numero sette? È un po' un giallo, un po' un thriller, un po' noir; ma è come se avessero spostato tutti questi generi in un'ambientazione altra; riesco a spiegarlo solo con un'ardita metafora cinematografica: putiamo caso che mentre stiamo guardando in dvd Gli insoliti sospetti (Bryan Singer, 1995), su Mediaset vada in onda un cinepanettone, non importa quale. Un fulmine colpisce all'improvviso l'antenna, arriva col cavo fino al televisore e la trama tortuosa di Kaiser Soze subentra nel manifesto visivo-ideologico dei Vanzina. La trama è complessa, il caso è serio e difficile, le tematiche affrontate dolorose e pertinenti. L'ambientazione è un matrimonio i cui invitati, beh. Beh.



Viviamo tutti in una bolla personale, più o meno limitata, composta dalle persone con cui accettiamo di avere a che fare e dalle ideologie che portano con sé. Nella mia bolla le discussioni sono fervide, toccano gli argomenti più svariati, la differenza è ricchezza e non si giudica senza capire, e magari non si giudica e basta perché fortunatamente la vita non è Forum. Sono contraria allo snobimo a priori, all'identificare qualcosa o qualcuno come sublimamente stupido, crudele, incapace a prescindere. Ce la metto tutta per comprendere, identificarmi, spiegarmi. Ma negare l'idiozia in toto non è segno di apertura mentale, significa non volersi prendere la responsabilità di tacciare qualcosa (o peggio, qualcuno) di errore, e secondo la mia personalissima opinione, è un approccio sbagliato quanto il suo contrario – meno dannoso e meno antipatico, ma comunque sbagliato. Questo per dire che, nonostante io viva nella mia splendida bolla in cui i complotti su gender, vaccini e allunaggio sono palesi minchiate, il mondo è abitato anche da persone credulone e/o in malafede. Gli imbecilli ci sono. Fa male, ma ci sono. Non me ne capacito ma vivono e camminano tra noi, potrei catturarne un centinaio coi giusti hashtag – 49 milioni, bacioni etc.



Dicevo. Tavolo numero sette. In Tavolo numero sette il protagonista è un guscio; è un ricettacolo con poca storia e poco carattere del caso che verrà sviscerato al matrimonio del suo collega. Al tavolo numero sette ci sono due coppie, una ragazzina, il protagonista e infine Camillo Bordin, un giudice che ha raggiunto suo malgrado una fama infida per aver scagionato dall'accusa di omicidio plurimo un uomo che, a detta dell'Italia intera, era colpevole al 100%.

Non so quale sia lo stato della tv spazzatura al momento; se fiocchino al pomeriggio trasmissioni in cui vengono sviscerati i delitti più efferati, quanto i casi di cronaca nera vengano pompati in prima serata; nei suoi ultimi anni, mia nonna si consolava parecchio con le disgrazie altrui. Le portavo riviste patinate ed economiche che andavano a scavare nei delitti più recenti e, in mancanza d'altro, in antichi casi irrisolti. Per scherzare ci auspicavamo qualche nuovo omicidio, così da darle materiale fresco con cui dilettarsi, – non pensate male di mia nonna, manigoldi, erano i suoi ultimi anni e non era più del tutto lucida, e quello che ha vissuto lei non ce l'avete negli incubi. Sta di fatto che all'interno del romanzo, quel tipo di giornalismo si getta a pesce su un ghiottissimo caso di cronaca nera. Madre e figlia trucidate nel loro appartamento, un messaggio scritto col sangue. Pure Ellroy avrebbe sbavato.



Al tavolo numero sette tutti, a parte il protagonista e dopo un po' Deborah, la sedicenne col telefono sempre in mano, prendono le parti dell'accusa e si indignano a posteriori della decisione del giudice Camillo; Camillo li lascia fare. Discute, argomenta, mantiene la calma. Non sa chi sia il colpevole, sa solo che non c'erano abbastanza prove per condannare definitivamente l'indagato, Pietro Erardi. Spiega che cos'è realmente la legge, spartisce il proprio punto di vista con gli altri invitati – perle ai porci. La trama va avanti, il mistero si infittisce. A un certo punto Levani mette lì la soluzione, sotto gli occhi di tutti, ma nessuno la vede; io, almeno, non l'avevo vista, i miei sospetti viravano altrove.

Tavolo numero sette, in chiusura. È un bel romanzo, che come thriller fa il suo dovere al punto che un po' mi sono pentita di averlo letto di notte anziché di giorno; il caso è interessante, il tema del pubblico che pretende di mettere le mani sulla legge e la spettacolarizzazione dei processi sono affrontati dolorosamente e con cognizione. L'unica pecca che muovo al romanzo è il vuoto dei personaggi; alcuni sono rimbambiti per forza di cose, perché c'è bisogno di menti molto vuote per fare da cassa di risonanza agli argomenti di Camillo; capisco la scelta dell'autore di non voler dar voce alla ragionevolezza, se non nella parte del giudice – per il protagonista e per Deborah, la faccenda è più un gioco che una questione di principio e di giustizia. All'interno del romanzo, Camillo è solo; e neanche il lettore può raggiungerlo.

lunedì 8 luglio 2019

Doris, la ragazza misto seta di Irmgard Keun

Irmgard Keun l'ho conosciuta con Gilgi, una di noi, che ho adorato visceralmente, e ho proseguito con Una bambina da non frequentare, che avevo richiesto con tante speranze come regalo di compleanno. Da qualche giorno ho finito Doris, la ragazza misto seta, tradotto da Vins Gallico per L'Orma Edizioni, e continuo ogni tanto a ripensarci. È bene che ne chiacchieri, prima che smetta di parlarmi, - le recensioni, ho notato, un po' ne risentono.

Irmgard Keun è nata nel 1905 a Charlottenburg, un distretto di Berlino; studia recitazione, lavora come dattilografa, si sposa con uno scrittore. Nel 1931 esordisce con Gilgi, nel 1932 esce Doris; appena il tempo di godere del loro successo che finiscono nella lista nera del partito nazista. Oltre alla censura, Irmgard subirà l'esilio in Belgio e nei Paesi Bassi, poi tornerà in Germania per viverci nascosta, approfittando della falsa notizia del suo suicidio.


A leggere la biografia di Irmgard, difficilmente la si assocerebbe alle sue eroine, – a parte alla ragazzina ribelle e pestifera di Una bambina da non frequentare. Gilgi e Doris appaiono dapprima fatue e superficiali. Vivono come in una bolla di champagne, il mondo scintillante attorno a loro una fonte inesauribile di deliziose stranezze e aneddoti improbabili. A guardarle con occhio disattento, possono ricordare le flapper girls di Francis Scott Fitzgerald, quella Daisy che non riesco a sopportare, – non sopporto quanto è prona al proprio destino. Ma più si prosegue la lettura, più si scivola sotto la maschera smagliante e si rivelano tutte le insicurezze, le paure e la natura compassionevole di queste figure. Si avvicinano, più che alla Daisy di Fitzgerald, alla Holly di Truman Capote, che a tratti in Colazione da Tiffany mi faceva tremare di angoscia.

Ma veniamo al romanzo – che sarebbe anche l'ora. La storia è raccontata in prima persona da Doris, un'adorabile ventenne che lavora come dattilografa e studia recitazione, – Irmgard sa di cosa parla, diciamo. Buona parte del suo stipendio finisce nell'alcolismo paterno, quello che riesce a trattenere per sé viene speso perlopiù in abiti, profumi e alcolici. Ha una migliore amica a cui è molto affezionata, della sua famiglia non dice granché bene. Cerca di farsi offrire il maggior numero di pasti possibili per risparmiare, e di sfruttare al massimo quel poco che la vita le offre. Come un uccellino troppo piccolo, becca da terra le briciole.


Doris non è contenta né soddisfatta. Ogni tanto è allegra. Racconta divertita degli strani incontri che le capitano, ne tira fuori buffe storielle, e riesci a sentire la sua voce che sale di tono mentre ride. Ma queste sono distrazioni; Doris vorrebbe diventare una stella. Si è creata un immaginario in cui tutto è morbido e gentile, se sei una stella, e dunque è quanto di meglio cui aspirare. Può sembrare un ragionamento sciocco, ma sotto la sua maschera smagliante Doris è saggia, acuta, brutalmente onesta riguardo al mondo che ha davanti. Sa di avere bisogno di una speranza, e ci si aggrappa.

All'inizio del romanzo, dicevo, Doris fa la dattilografa e studia recitazione. E poi? Poi succede un casino e tutto cambia e Doris deve cercare di cavarsela. Non è certo una sprovveduta, anche se ne ha tutta l'aria, e di quell'aria ha fatto un'arma.
Non aggiungo altro; direi che si è anche capito che 'sto romanzo mi è piaciuto oltre misura.


venerdì 5 luglio 2019

Favola di New York di Victor LaValle

Favola di New York di Victor LaValle, uscito il mese scorso per Fazi Editore nella traduzione di Sabina Terziani. Inizio dalla facile polemica, così poi posso dedicarmi al resto. Prima di leggerlo mi aspettavo, da titolo, una favola. Una New York che sfiorasse il realismo magico senza mai afferrarlo, una di quelle storie in cui la magia soggiace senza intervenire, e quando interviene lo fa in modo casuale, senza istanze pratiche e materiali. Ma Favola di New York non è una favola, il termine non rende giustizia alla profondità e all'orrore di questo romanzo. Il titolo originale è The Changeling, impossibile da tradurre in italiano, visto che ci manca un termine che ne riprenda l'esatto significato. Un changeling è un bambino scambiato nella culla, e questa definizione fa partire un ricco immaginario fatto di folletti che sostituiscono neonati lasciando al loro posto una creatura con le fattezze del bambino, e questo è il punto in cui il termine favola si avvicina al romanzo di LaValle. Ma il romanzo non si limita all'incanto e alla leggenda. La New York vissuta dal protagonista Apollo non è affatto uno scenario da favola, i problemi che riscontra sono fortemente ancorati alla realtà, fino al momento in cui il mito subentra e provoca l'orrore, che travalica la favola. L'idea che mi ero fatta di Favola di New York partendo dalle informazioni immediate – copertina, titolo – non rispecchia l'ispirazione terrificante del romanzo, la sua crudezza; e conosco lettori che quella crudezza la inseguono disperatamente, ma in Favola di New York non l'avrebbero cercata.
Bene, chiusa la polemica, veniamo alla parte bella.



Il protagonista del romanzo è Apollo Kagwa, circa trentenne, newyorkese cresciuto nel Queens. Cresciuto da una madre single scappata dagli orrori della guerra in Uganda, non ha mai conosciuto suo padre, se non nei ricordi di un sogno ricorrente. Ama i libri di una passione che sento affine, e questo gli ha cucito addosso una professione fin dall'infanzia, dal suo commercio di libri e riviste usati che si è protratto senza tregua fino all'età adulta. Ha un amico e collega piuttosto stretto, una moglie che ama tantissimo – Emma – e un figlio in arrivo. Lo chiameranno Brian, come il padre che non ha mai conosciuto. Inoltre, la questione è ragionevolmente affrontata da LaValle, Apollo è un afroamericano nell'America contemporanea – quella di Trump e dei poliziotti che si sentono il coltello alla gola alla vista di un nero che passeggia, e a quel punto che vuoi fare?, devi sparare. Quell'America lì.



La questione razziale non è preponderante, beninteso. Ma è significativa perché mostra la differenza enorme tra l'esperienza di chi vive New York da bianco e chi la vive da nero, e stiamo comunque parlando di NY, non del paesello sperduto in Alabama. Apollo non se ne fa un grande problema, ma LaValle non manca di puntare il dito sulle differenze di prospettiva. La percezione dell'uomo afroamericano come di una minaccia che cammina viene fuori quando Apollo deve girare da solo, o in coppia con Patrice, nero e per di più ex-militare parecchio grosso. Apollo sa che potrebbe o potrebbero essere fermati e dover giustificare la propria presenza, le proprie intenzioni. Sa che non potrà dire “Non riuscivo a dormire e ho pensato di fare una passeggiata”, dovrà crearsi un alibi e dovrà essere convincente, se non vorrà scontarla in caserma.
Allegria, gente. Allegria.

Ma la trama. La trama, che diamine, è quella la parte più interessante, piena di rimandi a leggende varie e stratificate. E il modo in cui queste presenze interagiscono col nostro mondo tecnologicamente avanzato e in qualche modo se ne servono, il pericolo che non ha le immediate fattezze di un troll o di un gigante, ma è quello di una sorveglianza continua e a tratti volontaria, di chi non fa attenzione a proteggere la propria privacy al giorno d'oggi.



Succedono tante cose, in questo libro. Succedono lentamente – cosa che personalmente ho gradito – e per la prima parte riguardano la vita umana di Apollo e della sua famiglia, la loro vita umana. L'attesa, il parto, i primi mesi di Brian. Il rapporto di Apollo con Emma, con la madre, la paura dell'essere padre. David Lynch ha preso la sua fobia della paternità e ne ha tratto forse il suo film più assurdo, Eraserhead. Victor LaValle – la cui biografia ha molto in comune con quella del suo protagonista – ha rielaborato le proprie fobie e le ha instillate in un Apollo spaventato, senza una guida – dopotutto che ne sa di come si fa il padre? – che teme per il futuro economico della sua famiglia, che vorrebbe poter dare al figlio appena nato il mondo intero e teme di non poterlo fare. L'orrore iniziale, fino a un terzo del libro, è quello di un padre che si fa un sacco di paranoie, – e proprio per questo ti dà l'impressione che sarà davvero un ottimo genitore.

Poi l'orrore ha inizio, il mondo di Apollo si sgretola. E allora che fare? Cercare. Nel presente, nel passato. E trova delle risposte, trova dei vicoli ciechi e dei sentieri sbagliati. Inizia a capire, e potrebbe essere troppo tardi.
(evito di dire altro, so che sono sibillina ma gente, 'sto libro se si gradisce il genere va letto in tutto il suo mistero).



In Favola di New York accadono molte cose impossibili; ma accadono anche tante cose possibili, e sono affrontate con lo stesso rispetto, con una forte attenzione alla plausibilità delle relazioni tra i personaggi. Se volessimo togliere il fattore fantastico dal romanzo, rimarrebbe un'opera ben più corta, ma comunque pregevole per come si muovono i suoi personaggi, per le loro ansie e le loro debolezze. È uno di quei casi in cui la magia non si mangia il resto della storia, ma la accompagna parallelamente senza soffocarla.
E io ho apprezzato parecchio.

giovedì 27 giugno 2019

Poesie per chi non ama la poesia #5

Smantellare il silenzio


Prima lavagli le orecchie,
adagio, così non traboccano.
Con un fischio acuto squarciagli il ventre,
Se dentro ci sono ceneri, chiudi gli occhi
e soffiale in qualsiasi direzione indichi il vento.
Se c'è acqua, acqua addormentata,
porta la radice di un fiore che non beve da un mese.

Quando arrivi alle ossa,
e con te non c'è il cane,
e non hai una bara di pino
né un carro tirato da buoi per farle sbatacchiare,
infilatele lesto sotto la pelle.
La prossima volta che ti stringi tra le spalle
le sentirai premere contro le tue.

Adesso è buio pesto.
Adagio e con pazienza
cercagli il cuore. Dovrai
inoltrarti parecchio strisciando nei cieli vuoti
per percepirne il battito.

Dismantling the Silence


Take down its ears first,
Carefully, so they don't spill over.
With a sharp whistle slit its belly open.
If there are ashes in it, close your eyes
And blow them whichever way the wind is pointing.
If there's water, sleeping water,
Bring the root of a flower that hasn't drunk for a month.

When you reach the bones,
And you haven't got a dog with youm
And you haven't got a pine coffin,
And a cart pulled by oxen to make them rattle,
Slip them quickly under your skin.
Next time you hunch your shoulders
You'll feel them pressing against your own.

It is now pitch dark.
Slowly and with patience
Search for its heart. You will need
To crawl far into the empty heavens
to hear it beat.

Charles Simic, da Dismantling the Silence (1971) – nell'antologia di poesia americana West of your cities (minimum fax, 2003) a cura di Mark Strand e Damiano Abeni

 (non riesco ad amare la poesia, se non quando me la trovo davanti per caso. e allora facciamo che ogni settimana mi capiterà come per caso di sfogliare una raccolta, di scoprire un autore, di lanciarvi quello che ho tra le mani. è un regalo che faccio a me, fingendo di farlo a voi)

giovedì 20 giugno 2019

Neve, cane, piede di Claudio Morandini


Neve, cane, piede di Claudio Morandini mi è capitato in mano al Salone di quest'anno; quando sono arrivata allo stand di Exòrma Edizioni, seconda tappa del Salone dell'Oca, ho chiacchierato un po' di libri con gli editori (e con la standista che mi ha riconosciuta, ciao standista di cui non ricordo il nome perché sono una persona orribile, sei stata carinissima) e tra una cosa e l'altra, assai carinamente me l'hanno regalato. Me ne aveva parlato benissimo Simona di Letture Sconclusionate e infatti ero parecchio curiosa di leggerlo. Rinforzata nella fiducia dall'altrui gradimento, avevo deciso di non leggerne neanche la trama sul risvolto di copertina, men che meno recensioni. Preferisco fare così, quando sono certa che un libro lo voglio proprio leggere, vuoi per l'autore o perché particolarmente significativo nello sviluppo di un tale genere. Che poi questa lettura completamente spoglia di aspettative è esattamente la lettura che si figura l'autore in fase di scrittura, un atto creativo puro, ancora scevro da quelle meccaniche editoriali che dovranno posizionare il libro, convincere e catturare il lettore. È una bel modo di leggere.



Neve, cane, piede, dunque. Non mi ero fatta neanche mezza idea sulla trama. E la trama è semplice – tutto sommato è un libriccino di ridotte misure – e mi basterebbero poche parole per riassumerla; “Un anziano eremita vive isolato sulle Alpi e parla con un cane”. Ma poi dovrei aggiungere quello che fa l'eremita sulla montagna. Innanzitutto si adegua alle asprezze della vita che ha scelto, che non è “in contatto con la natura” ma (quasi) “secondo natura”. Caccia, concia, raccoglie legna. E uno potrebbe dirsi “sì, ok, quindi oltre che del suo eremitaggio, parla della sua vita passata, con lui che riguarda indietro alla sua giovinezza e...” ma no, della vita passata di Adelmo – così si chiama, Adelmo Farandola – si sa poco e nulla. Adelmo non ci pensa, e quindi noi non leggiamo. Da qualcosa, dopotutto, sarà scappato, e da qualcosa si starà nascondendo. Vai a sapere. Adelmo non è un filosofo con la testa piena di ricordi e ragionamenti. Non è neanche il narratore, perché se fosse lui a narrare chissà che casino capire.

Adelmo vive isolato in questo casolare. Scende in paese poche volte all'anno per fare provviste, soprattutto in vista dell'inverno. A volte un guardiacaccia gli rivolge la parola. A un certo punto incontra un cane, al quale la sua mente contorta e ormai logorata affibbia una voce. La storia di Adelmo è tutta lì.
Mi viene da dire che questo libro mi è capitato a fagiolo. Ci penso parecchio, negli ultimi tempi, all'eremitaggio, alla solitudine dell'individuo incastrato nella società, a tutti i pezzi di noi che deleghiamo in usufrutto a una comunicazione continua e ininterrotta col mondo esterno. Penso all'uomo che non vuole stare da solo, e sento che qualcosa non va.



Non c'è molto altro da aggiungere; che dire? Che lo stile è efficace, che i dialoghi interiori-esteriori col cane funzionano, che il romanzo è un tour guidato nella testa di un uomo che sta perdendo il contatto con la realtà dopo aver perso quello col mondo? Sì, ecco. Esatto.

lunedì 17 giugno 2019

I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout


Stamattina ho sfidato il caldo e sono uscita a fare la spesa, che il rischio di rimanere senza latte mi spaventa più di qualsivoglia insolazione. Sulla strada del ritorno pensavo a uno dei libri che ho in lettura, I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout, e ho realizzato che mi restano solo altri due romanzi da leggere della Strout, poi dovrò vivere nella speranza che diventi improvvisamente prolifica senza che la bellezza della sua scrittura ne risenta. Questa consapevolezza un po' mi atterrisce, da quando ho letto Mi chiamo Lucy Barton, Elizabeth è diventata una delle mie scrittrici di riferimento; se non so cosa leggere, o se mi trovo impantanata nel blocco del lettore, scivolo verso lo scaffale della biblioteca in cui mi aspettano i suoi libri. “Ora che faccio?”, mi sono detta lì per lì. “Ne scrivo”, ho fatto presto a rispondermi.



I ragazzi Burgess è edito da Fazi, nella traduzione di Silvia Castoldi. Ho pensato molto alla traduttrice, a quando si è trovata alle prese col termine “entitled”, che non ha un equivalente preciso in italiano. Sottintende l'essere viziati, il sentire sballato del meritare qualcosa che non si è guadagnato, la pretesa che il mondo ti imbocchi di tutto ciò che ti è dovuto, anche se a conti fatti non ti si deve nulla. C'è un punto in cui Susan Burgess ne parla con la sua inquilina, la signora Drinkwater, e mi ci sono scervellata per un paio di minuti, interrompendo la lettura già di per sé disturbata – sul regionale da Genova a Torino, in bilico sulla seggiolina pieghevole davanti a un bagno che mandava un olezzo tremendo.
Ad ogni modo, veniamo alla trama. La storia parte con una cornice che ho amato; una scrittrice – penso la stessa Elizabeth – parla al telefono con la madre, e le dice che vuole scrivere dei ragazzi Burgess. C'è un breve scambio su un argomento su cui mi sto arrovellando parecchio ultimamente, la letteratura che si nutre delle vite degli altri, e poi inizia il racconto vero e proprio. I ragazzi Burgess sono tre; il maggiore, Jim, è un avvocato di successo e abita a New York con la moglie Helen, una perfetta coppia di mezza età i cui figli frequentano l'università senza dare preoccupazioni. Poi c'è Bob, cinquantuno anni, divorziato dalla moglie Pam, con cui mantiene una bella amicizia, avvocato pure lui ma senza eccessi di fama o di denaro. Abita non troppo lontano da Jim, ha un rapporto molto stretto sia con lui che con la moglie; beve troppo, passa le sue giornate a cercare di distrarsi da Pam che l'ha lasciato perché non riuscivano ad avere figli e dalla consapevolezza di avere ucciso suo padre per sbaglio, quando aveva quattro anni. Insieme a Jim e alla gemella Susan era stato piazzato in macchina dal padre, e per gioco aveva girato la chiave, accendendo la macchina e finendo per investirlo.
(empatizzo parecchio col piccolo Bob, da giovane scapestrata pure io ho girato per scherzo la chiave della macchina di un'amica che stava seduta sul cofano, se non guidi sai assai che la macchina va avanti, che diamine).
(la mia amica non si è fatta niente, la macchina si è spenta prima di fare danni).
E poi c'è Susan, la gemella di Bob. Lei è rimasta nel Maine, a Shirley Falls. Divorziata, vive col figlio diciannovenne e l'anziana signora Drinkwater, a cui ha affittato una stanza al piano di sopra. È una donna amara, non parla da anni con Bob, il rapporto con la madre defunta è sempre stato un singhiozzare di offese e reprimende. Non ha problemi con Jim, il fratello sano e di successo, quello di cui ti puoi fidare e a cui ti affidi quando le cose vanno male.
E quando vanno male, vanno male sul serio. A una trentina scarsa di pagine dall'inizio del romanzo, il figlio di Susan, Zachary, lancia una testa di maiale sanguinante nella moschea di Shirley Falls durante il Ramadan, e Susan ha bisogno di aiuto per sapere cosa fare.



Shirley Falls è nel Maine, e il Maine non è New York. A volte ce lo dimentichiamo, di quanto gli Stati parte degli USA siano diversi tra loro, anche agli antipodi. Forse ora ce ne rendiamo conto un po' di più, perché la vernice brillante che ricopriva gli USA si è scrostata col tempo, e tra i diabetici che muoiono perché non possono permettersi l'insulina, i diritti umani dei migranti sminuzzati e l'aborto sempre meno legale, beh, al sogno americano non ci crede più manco Sandman.
Elizabeth Strout è nata nel Maine nel 1956, ma ne è fuggita per stabilirsi a New York. Io da Torino un po' la capisco, e credo che provi verso la sua città natale quello che proviamo tutti noi che siamo espatriati dalla provincia. È un sentire strano, un po' malinconico e un po' orripilato per quegli orizzonti troppo vicini, che sembrano finire subito. Shirley Falls è il paesino di provincia archetipico, e credo che Elizabeth ne abbia scritto dopo essere scesa a patti col suo distacco, - è tornata a volergli bene, è riuscita a capirlo.
Ad ogni modo, Shirley Falls è nel mezzo di una crisi sociale; è diventata la meta di una grossa fetta di profughi somali, e sappiamo bene che la Somalia è uno dei paesi messi peggio in tutta l'Africa; guerra civile, povertà, un inquinamento dei mari che rende impossibile la pesca, la fame, la pirateria etc. La gente che arriva dalla Somalia viene dall'inferno, e ha difficoltà a integrarsi. Vive una vita separata da quella degli abitanti di Shirley Falls, ma questo non vuol dire né che diano problemi né che gliene vengano dati. La comunità somala ha una vita tutta sua, parallela.



Il gesto di Zachary è deplorevole, e a nessuno viene in mente di definirlo altrimenti. L'idiozia del suo gesto è così palese da apparire lapalissiana, è sotto gli occhi di tutti. Ha fatto una stronzata, e deve pagare, ma quanto deve pagare? O meglio, quanto può permettersi di pagare? Ha diciannove anni, nessun amico, e se gli si chiede perché ha fatto quello che ha fatto, non sa rispondere. Scavando a fondo, qualcosa riesci a capire, e quello che capisci ti fa venire voglia di dargli uno scappellotto e abbracciarlo, non di lanciarlo in galera. È quello che vede Bob, e quello che vede Abdikarim, un anziano somalo che fa da voce all'intera comunità all'interno del romanzo.

I ragazzi Burgess parla di come Jim e Bob siano fuggiti da Shirley Falls, di come Susan sia rimasta, della vita matrimoniale di Jim e Helen, del costo del successo, di quanto sia difficile vivere in un paese che non è il nostro. Parla di famiglia e legami, e di giustizia nel senso più ampio e umano del termine; di Bob che vive per fare ammenda. Bob mi ha dato molto da pensare. Sono certa che Elizabeth abbia amato davvero un Bob nella sua vita. Così forte da essere debole, così buono da essere spietato. È un modello cui aspirare, dall'inizio alla fine del libro. Se avessi metà della fibra morale di Bob, mi andrebbe bene pure essere una mezza alcolista.