lunedì 20 settembre 2021

ANNUNCIAZIO' ANNUNCIAZIO' - Data di uscita dell'antologia Solo Andata Transilvania e un po' (troppo) incontrollato oversharing

Sono passati cinque anni da quando ho pubblicato il bando del Concorso Transilvania. Abbastanza tempo da annacquare la memoria: ho aperto The Transilvania Project prima o dopo aver pensato all’eventualità di un’antologia? Ho scelto prima il tema o i collaboratori? Con che immensa faccia tosta ho chiesto l’aiuto di Aislinn e Tarenzi e dei librai della compianta Miskatonic University nella valutazione dei racconti? E il sistema di voto, quanto era influenzato dall’esperienza pregressa del Concorso 3Narratori, ideato da Solomon Xeno – alias Marco Stabile?

 

Illustrazione di Sarah D'Imporzano

 

     È passato un sacco di tempo, e ricordo molto bene due cose: prima di tutto perché abbia deciso di creare l’antologia – una ragione che è rimasta tale nel tempo, e che nonostante questi cinque anni non è ancora il momento di rivelare, ma che tutto sommato, credo, si può iniziare a intuire. L'altra cosa che ricordo è il motivo per cui i lavori si sono interrotti: a un certo punto, da decisa e propositiva com’ero, qualcosa mi si è rotto dentro, ed è iniziato un lungo periodo in cui, come dire. Mi guardavo e vedevo un fallimento, come essere umano, come blogger, come tutto. Non ero capace di dare vita a qualcosa di bello. Punto e basta. Il fatto che non riuscissi ad andare avanti col progetto – nonostante avessi sottomano i materiali, e ogni volta che trovavo il coraggio di tornare a rivederli mi entusiasmavo per la qualità dei racconti – era una vergogna che contribuiva a schiacciarmi: dimostrava che non ero capace di nulla, che ero un’inetta, che… beh, avete capito.

Non voglio ammorbare né intristire: riesco a scriverlo perché ho trovato l’uscita da quella prospettiva malata. E proprio perché ricordo così bene l’incubo di quell’ansia schiacciante, apprezzo fino alla commozione questa vita ritrovata. È stato un po’ come scavarmi la strada dalla bara alla terra, fino alla luce del sole, cosa che, riconoscerete, è abbastanza in tema. E posso dire, poi la smetto, che essendo stata sotto e dentro, al confronto qui fuori si sta benissimo. Benissimo da piangere.

Ma bando ai sentimentalismi – che orrore, SIA MAI – e veniamo al punto, anche se ormai è un punto evidente: l’antologia sta per uscire. Alla fine, nonostante me, ce l’abbiamo fatta. E dico “ce l’abbiamo” perché è il frutto di uno sforzo collettivo, e non ringrazierò mai abbastanza chi ha deciso di prendervi parte.

Dalla prima pagina:

 

L'antologia è stata realizzata con la collaborazione di Irene Daino, Camilla Pelizzoli e Marco Stabile nel ruolo di editor.

Alla selezione hanno partecipato Aislinn, Luca Tarenzi e i librai della (compianta) libreria Miskatonic University, Andrea e Giulia.

Grazie di tutto.

E al prossimo (strano) viaggio.

 

Il quindici ottobre – se tutto va bene, ma non c’è motivo per cui non debba andare tutto bene – l’antologia sarà liberamente scaricabile in formato epub e pdf, sia qui che dal blog Transilvania Project, più altro paio di piattaforme per dare maggiore visibilità possibile a un’antologia che non riesco neanche a dire quanta ne meriti – non lo dico per il colpevolissimo ritardo, ma perché è una Signora Antologia, con dei racconti che MAMMA MIA!.

Riassumo il tema, anche se si può facilmente intuire dal titolo e dal logo: una rielaborazione originale del mito Transilvano, che scoperchi le aspettative del lettore, una ventata d'aria fetida su una leggenda che è già sviscerata ma di cui rimane, evidentemente, ancora qualcosa da dire. Ci sono high  fantasy, una specie di realismo magico, l'Inferno, ribaltamenti prospettici, professori corrotti, capitalismo predatorio, guerra, fantascienza meravigliosa e... beh, che dire, merita. Merita tanto. Mettiamola così: mentre rileggevo il testo per la ventordicesima volta per essere sicura che non ci fossero refusi, capitava che mi lasciassi prendere dalla lettura e iniziassi a infischiarmene della correzione di bozze, e dovessi poi tornare indietro di una mezza pagina per essere sicura non mi fosse sfuggito niente. Per dire.

Per oggi è tutto. Grazie dell’attenzione, scusate il pippone, stay tuned che è la cosa migliore che leggerete (gratis) per un po’ di tempo.

venerdì 10 settembre 2021

L'uovo di Barbablù di Margaret Atwood

 C’era una volta una giovane me che non leggeva racconti. “Non c’è abbastanza spazio per approfondire l’universo narrativo, e l’universo narrativo per me è importante”, diceva. Diceva anche che “Nella forma breve è difficile sviluppare una connessione emotiva coi personaggi, perché non si passa abbastanza tempo in loro compagnia”. Tutto sensato, in retrospettiva. La me del presente, narrativamente più scafata, vorrebbe tornare indietro e dare un coppino alla giovane me, e poi lanciarle sul cranio alcune delle raccolte di racconti che ha adorato negli ultimi anni, facendo attenzione di colpire con lo spigolo, perché il messaggio passi chiaramente.

La me del presente non ha ancora risolto i problemi con la gestione della rabbia.

 


L’uovo di Barbablù è una raccolta di racconti di Margaret Atwood uscita per Racconti Edizioni nella traduzione di Gaja Cenciarelli. Non è facile parlare delle antologie, perché le storie tra loro sono diverse, ed è difficile trovare un collegamento logico-narrativo che possa legare insieme una stessa definizione. Ci provo lo stesso, perché è una raccolta che ho amato e divorato. Prima di tutto, in L’uovo di Barbablù non ci sono persone unidimensionali, che si riducano a un unicuum buono o cattivo. Le vittime delle circostanze hanno una loro autonomia, la capacità di agire. I ruoli non rimangono fissi: la crudeltà subìta si rimpalla con una crudeltà attuata. E non viene annacquata dalla pena, dalla compassione provocata dalla conoscenza del personaggio – perché ci avviciniamo sempre al fulcro dei protagonisti come esseri umani, e la loro essenza ci viene sottilmente spiegata. La crudeltà resta tale. Nel racconto Scorfana, uno dei pochi in cui uno dei protagonisti è un uomo, viene messa in atto una crudeltà orribilmente umana, che non viene alleggerita nella sua natura di reazione. Ci sentiamo vicini alla persona che compie il gesto, e allo stesso tempo lo troviamo disgustoso, paralizzante.

Il racconto che dà il nome all’antologia è sottile, freddo. La protagonista è una donna complessa, sfaccettata e insieme di un’ingenuità gretta, disarmante. È sicura di sé e del mondo che ha attorno, o almeno è quello che si dice. Grattando la superficie, leggendo dietro il suo comportamento, si sente già qualcosa tremolare. Deve scrivere per un corso di scrittura creativa una rielaborazione della favola, e scrivendo scava, e scavando non trova nulla se non macchinazioni narrative interessanti che quasi non sembrano riguardarla. Ma la storia va avanti – e io me ne sto zitta.

 


È difficile definire lo stile. Alcuni racconti sono scritti in prima persona, altri in terza. Alcuni guardano al passato con una nostalgia struggente, altri con una freddezza misurata. Tutti si rivelano efficaci, pungenti. Sui protagonisti e sulle protagoniste si riflettono le volontà e i desideri altrui, e il loro peso. Antichi rimpianti, vecchie ricerche fallite, domande la cui risposta continua a sfuggire. La lotta col passato perché diventi presente, perché possa trasformarsi in futuro.

Non sono racconti che fanno male. Sono strette di mano. Vicinanza di altre anime perse in un non luogo che prima o poi visitiamo tutti. Ecco, forse questi racconti non fanno male, ma un poco fanno paura: perché in quel non luogo si potrebbe anche rimanere intrappolati.

martedì 7 settembre 2021

Libri e musica - Rielaborazioni ambience e lo-fi

 Ci sono un paio di libri di cui vorrei parlare. Il primo è L’uovo di Barbablù di Margaret Atwood, una raccolta di racconti che mi ha conquistata come solo Martin il romanziere di Marcel Ayme aveva saputo fare – no, non è vero, anche Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj mi era piaciuto tantissimo, e nonostante la mia memoria a groviera ricordo ancora con chiarezza l’intensità degli ultimi racconti, seduta sotto il sole in mezzo ai padiglioni del Salone del Libro. L’altro titolo è Amuleto di Roberto Bolano, autore cui ormai ho consacrato un pezzo di cuore, e che voglio immaginare immerso in un’eterna partita a scacchi con Calvino in una versione più fantasiosa dell’Aldilà – sarebbe una partita a scacchi che si trasforma in rubabandiera, in yatzeeh, in una gara a chi riesce a dare nomi a più stelle nel giro di un minuto e mezzo e così via.

Ma mi sono svegliata troppo presto e ho lo stomaco che ribolle di bile e caffè, quindi parlo d’altro, di cose più leggere e profondamente rilassanti, che non mi impegnino ma mi accompagnino, e che mi aiutino a restare sveglia.

 


Ho scoperto da qualche tempo – e per caso – che su youtube esiste una versione lo-fi (quasi) di qualsiasi cosa. Di Salvini che elenca cose a caso, di Luca Giurato, delle conferenze di Barbero, di alcuni sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo. Le playlist lo-fi sono un campo di cui apprezzo filosoficamente le modalità di diffusione: i campionamenti sono variegati, talvolta ludici e talvolta profondi e intensi. Le basi si rimpallano, ai creatori originali viene riconosciuta la proprietà intellettuale senza che la proprietà vada a minarne l’utilizzo universale. Chiunque può riprendere ciò che di meraviglioso ha creato un altro, e la moneta corrente è il puro apprezzamento. È un mondo splendido, quello in cui ogni frammento può essere distorto, rielaborato emotivamente e ironicamente. Lo-fi sta per low fidelity, e si riferisce nella sua concezione di base a un abbassamento della qualità audio, ma il significato si è arricchito col tempo di una nuova sostanza, che va a indicare vibes nostalgiche, addolcenti, rilassanti. Un altro aspetto che apprezzo molto, e non c’entra direttamente né coi libri né con la musica in sé, è la pace nella zona commenti, non solo l’assenza di flame, ma la gentilezza generalizzata che migliaia di sconosciuti si lanciano senza secondi fini da una parte all’altra del mondo. E sì, va bene, la gentilezza non è straordinaria, ma navigo abbastanza nell’internet da sapere che, soprattutto in rete, non è affatto scontata. Lascio un paio di video di approfondimento e poi mi riallaccio alla questione letteraria.



Il mondo letterario non è estraneo alle rielaborazioni lo-fi, partendo dal generale – playlist create per accompagnare in sottofondo la lettura enfatizzando una particolare atmosfera:

 


 

O riprendendo specifici universi finzionali, come quello del Signore degli Anelli, di cui vengono privilegiate le atmosfere quiete della Contea:

 



O, restando in ambito fantasy, Game of Thrones – o A song of ice and fire per noi esuli della serie di libri MARTIN QUANTO ANCORA DOVRÒ ATTENDERE PER SAPERE SE QUEL PERSONAGGIO MUORE O NO NELLA MINACCIOSA CUSTODIA DI QUELL’ALTRO PERSONAGGIO-

 



Uscendo dal fantasy, tuffandoci più a fondo nel cinema, si possono trovare rielaborazioni lo-fi di Paura e disgusto a Las Vegas e di Blade Runner:

 



Accenno ancora all’ambience, che non è proprio lo-fi, ma un genere le cui playlist lo accompagnano negli intenti di sottofondo e di celebrazione rilassata di particolari pezzi di letteratura:

 




Il post finisce qui – quant’era che non ne postavo di così sconclusionati? – con me che ascolto una playlist che coi libri non ha niente a che fare, ma che già che ci sono riporto, e che vi auguro un po’ di pace. Non so se la troverete nella musica, nel lo-fi o nel pensiero che da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che produce qualcosa di bellissimo soltanto perché ne ha voglia. È un pensiero che di solito riesce a risanarmi.

 



giovedì 26 agosto 2021

Piccoli scorci di libri #66

Ho appena scoperto, con un certo stupore, che non mi piacciono le vacanze. Adesso. A trentadue anni. Dipende dal fatto che sono una privilegiata e quello che faccio mi piace, ma pure dal fatto che lasciata per conto mio tendo immediatamente alla disorganizzazione, e delle giornate che si allungano non me ne faccio di niente. O dal fatto che, caotica come sono, mi basta allontanarmi un paio di giorni dalla routine per perdere il filo per una settimana.

Questa pappardella va a fare da base teorica per quello che sto per dire: Piranesi e La tua vita e la mia sono entrambi romanzi che ho adorato profondamente, pieni di quel qualcosa che rende i libri indescrivibilmente vivi, e se non dedico intere recensioni a entrambi non dipende dal gradimento, ma dal fatto che in queste settimane ho letto abbastanza senza scriverne nulla, e voglio portarmi un po’ avanti perché poi vorrò parlare d’altro – sto bevendo L’uovo di Barbablù di Margaret Atwood e che dire, meraviglia.

 

La tua vita e la mia di Majgull Axelsson – traduzione di Laura Cangemi – Iperborea 2016

Marit sta per compiere settant’anni ed è in viaggio verso il suo paese natale per festeggiarlo insieme al fratello, immobilizzato da un ictus e sposato da tempo con quella che era stata la migliore amica di Marit. È stata una giornalista di successo, è una donna colta, benestante, consapevole di sé e del mondo. Ha anche una voce che non è la sua ad abitarle la testa: la voce della gemella che ha assorbito durante la gravidanza della madre, e che le rinfaccia continuamente i suoi errori, i suoi difetti, le sue brutture. Nessuno ne è a conoscenza, non ne sapeva nulla nemmeno il defunto marito. Marit si porta dentro una nemica feroce, che a volte le fa da guida, e la mette in guardia contro un mondo che sente ostile. 

Due aspetti del romanzo da sottolineare: lo stile, una prima persona usata con una leggerezza criminale, nonostante la complessità specifica dell’opera. La narrazione si fa a volte dialogo interiore, e non ci si perde mai, non c’è mai pesantezza o confusione, è tutto dinamico, fluido e sempre comprensibile. Non è poco, considerato che la voce narrante dialoga con un’ulteriore voce interiore.

Il secondo riguarda il tema. In La tua voce e la mia il tema portante è la malattia mentale, come viene concettualizzata e come venga trattata. Axelsson denuncia attraverso l’esperienza dell’altro fratello di Marit – non il gemello, ma un fratello maggiore nel lato più grave dello spettro autistico. Non voglio dirne molto, perché si tratta di narrativa, e saperne troppo potrebbe in un certo senso guastare la lettura: io non sapevo niente di come i disturbi mentali fossero trattati in Svezia, e trovo efficace approcciarsi al tema con gli occhi limpidi, pieni di rassicurante fiducia verso il nord Europa che accomuna noialtri meridionali d’Europa.

Ovviamente il romanzo non è “solo” questo. C’è la vita di Marit, la sua crescita, la sua maturazione, il suo rapporto con la famiglia, segreti pesanti e crudeli e quant’altro. È un romanzo intenso, che metterebbe inquietudine, non fosse narrato dall’altro lato del “e vissero felici e contenti” di Marit.

 

Piranesi di Susanna Clarke – traduzione di Donatella Rizzati – Fazi, 2021

Ho letto Jonathan Strange e il Signor Norrell nel lontano 2012, durante la preparazione di un esame – così recita l’antichissima recensione, che come questa inizia con una pappardella che coi romanzi non c’entra nulla ahehm – e da lì Susanna Clarke mi è rimasta piantata in testa. Ho adorato l’ucronia, la ricerca storica e mitologica, i continui riferimenti a un folklore ricchissimo che ai tempi, e in buona parte ancora adesso, ignoro, e soprattutto il modo in cui si prendeva la libertà di occupare pagine e pagine di note lunghe e dettagliate per arricchire in modo assolutamente non necessario una lettura già imponente. Consiglio a chiunque di iniziare da quello, anche se Piranesi ha l’aria di una lettura più svelta e scattante.

Piranesi è un romanzo molto diverso. A suo modo non è meno complesso,
anche se avrebbe potuto esserlo molto di più. Si vede che è passato molto tempo, che pure Susanna nel frattempo ha letto un sacco e ha incrociato altre influenze letterarie. Immagino che abbia adorato la Trilogia dell’Area X, e opere weird vecchie e nuove, lasciandosi contaminare verso un’idea di universo narrativo meno classica, meno esplicita, completa, spiegata. Forse perfino una nuova idea di realtà.

Piranesi è il protagonista e la voce narrante. Abita da anni in quella che posso descrivere solo come un’immensa cattedrale che conta un’infinità – letteralmente – di saloni enormi pieni di acqua e statue. È convinto che il mondo sia quello, la Casa. Sopravvive con poco: è attento al ritmo delle maree, che altrimenti rischierebbero di ucciderlo, sa pescare e conciare alghe e pelle. Due volte la settimana si incontra con l’Altro, l’unico essere umano che abiti la Casa, e quindi il mondo. Non ha alcuna memoria di sé prima della Casa.

L’Altro ha un piano, è in cerca di qualcosa, di un potere nascosto nella Casa. È sempre ben vestito, e Piranesi pensa che la Casa gli fornisca molto più di quanto non conceda a lui. Va da sé, c’è qualcosa che non va. E si intreccia con una concezione del mondo alternativa, impossibile, disturbante. Accademica e selvaggia.

A voler essere del tutto sinceri, avrei preferito che Susanna avesse ampliato un po’ di discorsi. Volevo saperne di più. Volevo restare più tempo nella Casa, capirla più a fondo. Restare dietro le spalle di Piranesi, a leggere i suoi diari. Ma come ho apprezzato la libertà di Susanna a infarcire pagine di notarelle minuscole, mi tocca apprezzare la pari libertà di tacere su quello che le pare.

giovedì 22 luglio 2021

La casa dei Gunner di Rebecca Kauffman

 Il primo libro che ho abbrancato quando hanno riaperto gli scaffali delle biblioteche è stato La casa dei Gunner di Rebecca Kauffman – edito da Sur nella traduzione di Alice Casarini. L’avevo adocchiato da quando era uscito, come tutti i volumi della collana Bigsur – una collana che trovo presenti una coerenza profonda, perché finisco per ritrovarci prospettive convergenti, intime e peculiari. La trama è presto detta. Una donna poco sopra i trent’anni si suicida, il gruppo di amici di cui aveva fatto parte durante l’infanzia e per buona parte dell’adolescenza – prima di discostarsene senza una parola né una spiegazione – si riunisce per piangerla e parlare di lei. I Gunners, come si chiamavano tra loro, non si vedono dalla fine delle scuole, sono tutti cambiati, si portano appresso una vita. Fino a quel momento si sono sentiti saltuariamente su una mailing list privata creata appositamente. È una di quelle rimpatriate a cui, credo, tutti pensiamo di tanto in tanto. Che fine ha fatto quella ragazza che ti ha tenuto in vita quando eri in prima superiore? L’amica per cui ti saresti fatta sparare in seconda, che ha lasciato la scuola e non hai più visto? Il gruppo che ti ha fatto da famiglia prima dell’università, quell’amico che ti ha messo in mano la sua vita? Sì, va bene, abbiamo facebook, ma non è la stessa cosa. Lo sappiamo che non è la stessa cosa.

 


Il protagonista è Michael, un uomo schivo e silenzioso, senza amici, l’unico che è rimasto a vivere nella cittadina in cui era cresciuto con gli altri, a parte Sally, la donna che si è uccisa. Ha un gatto che adora, cucina in modo metodico. Non ha mai conosciuto sua madre, col padre ha un rapporto dissestato, perché non sono mai riusciti a capirsi. Da poco ha scoperto che sta diventando cieco, ma non l’ha detto a nessuno. L’idea di rivedere i vecchi amici lo mette a disagio, si sente in difetto per non essersene mai andato come hanno fatto loro. Non sa cosa aspettarsi. Dopo il funerale si sposteranno nella casa di uno di loro, e il giorno dopo se ne torneranno a casa.

Quello che ho adorato in questo romanzo è quell’aspetto cui mi riferivo quando accennavo alla coerenza della collana Bigsur. Ho trovato molto adatto, in un certo senso, che fosse scritto in terza persona e non in prima. Osserviamo prima di tutto Michael, lo conosciamo osservando i suoi gesti, scoprendo ciò a cui tiene, interpretando le sue interpretazioni. Michael è riflessivo, acuto, e in qualche modo vigliacco, inconsapevolmente disonesto. Non perché sia una brutta persona, tutt’altro: è uno di quegli esseri umani che non fanno niente di speciale, eppure migliorano il mondo – almeno, questa è una mia interpretazione personale, immagino che ad altri persone come Michael possano perfino dare fastidio. Ma come tutti, ha sviluppato una sua visione del mondo e degli altri, e tende a sovrapporla alle altre persone. Il modo in cui questo elemento viene gestito è stranamente confortante: Michael uno di noi. Disgraziato come tutti. Il romanzo parte con un suicidio e con l’annuncio dell’avanzare della cecità del protagonista, eppure riscalda così bene.

 


I dialoghi sono qualcosa di speciale. Da tatuarseli addosso. I personaggi vengono fuori nel pieno delle loro personalità, del loro vissuto. È meraviglioso il modo in cui viene elaborata la loro crescita, risultano vividi che dire “realistico” è troppo asettico. Un altro aspetto che ho adorato è il modo in cui la voce narrante si fa gli affaracci suoi: ti dice quello che sta succedendo, dipinge perfettamente le azioni e le reazioni dei personaggi alle parole reciproche, ma non dà indicazioni su chi abbia ragione, o per meglio dire, di chi sia lì in mezzo la bussola morale, chi tra tutti abbia una visione più chiara. Tutti. Nessuno. Ha importanza?

Ultima nota: il personaggio di Alice mi ha messo addosso l’imbarazzo di chi si ritrova sgamato nei suoi peggiori difetti. È stato uno strano specchio, neanche troppo enfatizzato. E insieme ho avuto la sensazione di aver trovato l’alter ego dell’autrice nel romanzo. Un po’ come se ci fossimo urlate BECCATA! tra le righe a vicenda.

Ma qui sono io che sovrappongo arbitrariamente la mia prospettiva all’opera, e come immagino dica Rebecca, di queste sovrapposizioni non c’è da fidarsi.

mercoledì 14 luglio 2021

L'uomo che cadde sulla Terra di Walter Tevis - DOMINEDDIO QUALCUNO RISTAMPI QUESTO CAPOLAVORO

Walter Tevis (1928-1984) ha scritto poco più di una manciata di romanzi e decine di racconti brevi. Ha spaziato molto, come genere; noir, fantascienza, la realtà incontrovertibilmente sfaccettata di La regina degli scacchi, titolo che ha rintuzzato la sua fama dopo l’adattamento di Netflix – che come ripeto circa una volta al mese, ho trovato parecchio “meh”, confrontato alla profondità sottile del romanzo. Approfitto della recensione per fare presente che questa perla della letteratura è da tempo fuori catalogo, irreperibile. Devo la possibilità di averlo letto alla magia inesauribile della libreria di Coinquilina, che mi tira fuori dagli scaffali l'assurdo e l'introvabile come nessuna biblioteca è mai stata in grado di fare. Non credo che qualcuno di minimum fax passerà da queste parti - al momento i diritti dovrebbero essere ancora loro - ma mi appello alla ragionevolezza editoriale: è un capolavoro ed è fuori catalogo, la realtà non può piegarsi in questo modo all'ingiustizia, il possibile rischia di tranciarsi. Salvate il mondo, ristampatelo.

Aggiunto che da L’uomo che cadde sulla Terra è stato tratto nel 1976 il film omonimo con David Bowie nei panni del protagonista, e plaudo alla perfetta scelta di casting. Ziggy Stardust già ci cantava quanto si sentisse lontano dai terrestri. 

 


Ma tornando alla letteratura, nel 1963 Walter Tevis pubblica L’uomo che cadde sulla Terra, il suo secondo romanzo. Inizia nel Kentucky, negli anni ‘80, anche se noi all’inizio non sappiamo esattamente quando siamo – e bisogna tenere a mente che si tratta di un’ucronia, un passato già abbastanza lontano che ai tempi era un futuro immaginifico, liofilizzato e utopico insieme.

La voce narrante, secca e fluida, segue i passi del protagonista, un individuo bizzarro che si guarda intorno stranito, che osserva i passanti con uno sguardo curioso da estraneo. Entra in un negozio, vende una fede d’oro. Il testo ci dice che lo farà moltissime altre volte, fedi identiche, con un’iscrizione che convince gli orafi di volta in volta che non si tratta di merce rubata. Ha bisogno di contanti, e subito, per fare quello che intende fare. È un piano economico attentamente sviluppato e programmato dai suoi – concittadini? Conterranei? Compagni alieni? – che riguarda brevetti, progresso tecnico-scientifico – ad uso e beneficio dell’umanità – e soltanto in ultimo comprende un contatto con l’esterno. Ma non è questo il punto. Questo è il contesto, è quello che succede sulla carta. È la trama, ma non l’argomento centrale. L’uomo che cadde sulla Terra è un romanzo intimista, profondo, sottile. Questo significa che non si tratta di fantascienza, che è qualcosa di più? No. È semplicemente ottima fantascienza. E voglio immaginare un Walter Tevis che discende sulla Terra per assestare poderosi calci laddove il sole non osa infiltrarsi, alla masnada di critici e autori che si risentono ad accostarsi alla fantascienza, pure quando ci sguazzano con ogni evidenza.

 

  

In L’uomo che cadde sulla Terra ci sono pochi personaggi importanti. Il primo è certamente l’alieno, che si fa chiamare Newton; poi c’è Nathan Bryce, un ricercatore vedovo, pacatamente disperato, che rimane sconvolto dalle intuizioni scientifiche sulle quali Newton ha costruito il suo impero di brevetti, e che sospetterà a lungo della realtà identità dell’alieno; più marginale, la governante di Newton, una donna che appare dapprima come una macchietta, ma che poi acquista sempre maggiore peso, profondità, e non in un modo che neghi l’immagine che ci era stata data all’inizio, ma che piuttosto la contestualizza, la rende umana in modo quasi commovente.

 


Il fulcro del romanzo, trovo, è ciò che significa essere umani, un argomento che l’autore riesce ad aggredire con discrezione e delicatezza, offrendo il punto di vista di un alieno che si interroga su se stesso, sulla propria natura, sulla propria integrazione. Tevis è un narratore abile e sottile, che lascia emergere con naturalezza ciò che altri griderebbero. È un’opera di fantascienza, ma la fantascienza non è il punto. Il punto è l’estraneità, è l’occhio di uno straniero che guarda il fuori e lo usa per guardarsi dentro, scoprendo qualcosa che non conosceva. È un’opera dolce e amara, splendida e crudele. Non sono certa di averla compresa del tutto. C’è ancora qualcosa da qualche parte tra le righe che aspetta di essere interpretata. Penso a Newton che beve vino da solo, al crepuscolo, in una stanza vuota, seduto immobile davanti alla finestra. È un romanzo che mi ha lasciato un’impronta, e credo davvero che voglia dire tanto.

martedì 15 giugno 2021

Domingo il favoloso di Giovanni Arpino

Di Giovanni Arpino finora non ho letto che pochi titoli, nonostante me ne sia riempita gli scaffali per pochi spicci perché lo trovo sempre nelle librerie dell’usato. Mi dà l’idea di essere stato, per un certo periodo, uno degli autori italiani di maggiore spicco, quelli che te li nominano e annuisci che pure se non hai letto niente sai di chi si sta parlando. Un Calvino che non è diventato Calvino, ma che da qualche tempo sta tornando a reclamare l’attenzione di nuovi lettori – perché Domingo il favoloso l’ha ripubblicato di recente minimum fax, e un po’ di anni fa Storie di altre storie usciva per Lindau, e questo vuol dire che la stella non si è spenta, si stava solo riposando.

 


Domingo il favoloso è ambientato a Torino, e Torino è così presente che a leggere mi viene da guardarmi dietro le spalle, per controllare che non ci sia nessun fantasma letterario a controllarmi le pagine. Non è la Torino di sempre, né la Torino di tutti. È quella che chiamo Torino di Sotto, ispirata dalla Londra raccontata da Gaiman in Nessun dove, né falsa né cortese, quella che ti presenta l’impossibile e te lo fa credere, che non ti chiede di ammansirti quando parli della Torino di Sopra, così chiara e limpida e distante. Da un punto di vista meramente occulto, Torino è separata in due, la Torino bianca e la Torino nera – la linea di rottura, a quanto ho capito, dovrebbe essere il Po. Ad Arpino piace raccontare quella strana.

 

Domingo è un uomo di una certa età – deve avere superato la mezza, ma non ci viene detto chiaramente di quanto – ed è un abilissimo truffatore, un ingegnoso ricattatore, sempre con un trucco in testa per succhiare soldi dalla Torino più in alto. La sua abilità è tale che il testo ci suggerisce che le sue capacità abbiano origini altre, mistiche, innaturali. Ma Domingo non è uno stregone, né un demone, soltanto un uomo che si apre a tutto il mondo, che non se ne preclude nulla, che non vuole lacci a distoglierlo da quello che vuole – anche se non ha idea di cosa voglia. Ha un amico, diverse truffe in ballo, una donna che lo ama e che lui, a suo modo, ricambia, anche se non vuole saperne di quel giogo. Poi vede una ragazzina in un accampamento di zingari, malata e coperta di stracci, e decide che vuole portarla via da lì, portarsela a casa, non capisce le ragioni della propria ossessione, vuole solo portarla via.

E della trama non dirò altro.

 


Credo che Domingo il favoloso sia vicino, ma non del tutto assimilabile, al realismo magico, all’impressione di trovarsi in un mondo a metà, che è o non è incantato a seconda degli occhi che lo guardano, dell’interpretazione che il singolo vuole dare all’assurdo – è solo strano o è magia? In questo caso la risposta non è evidente, e il lettore può in un certo senso sceglierla, perché Arpino lascia uno spazio indefinito e interpretabile tra libro e lettore. Un altro aspetto davvero meraviglioso è lo stile, che non ha nulla di banale né di trattenuto, ma è anzi pregno e personale. Mi ha fatto pensare a Michele Mari, alla vitaccia del suo editor come me la immagino – “Scusa Miche’, ma qui non sei proprio adamantino, che mi significa in narrativa questo lessico poliedrico?”, e Miche’ risponderebbe con una stringa incomprensibile che si riassumerebbe in un più immediato “Stocazzo” – e alla standardizzazione della lingua nella letteratura contemporanea.

Per quanto mi riguarda, Domingo è un re già all’inizio dell’opera, perché vede la realtà concreta così com’è fatta e decide che è una sciocchezza e la ricrea a modo suo, stando attento a non seguire neanche regole autoimposte. Domingo è quello che sarei se ne avessi il coraggio, o se non amassi così tanto la realtà che ho.

 

Voglio muovermi da re. Poco, ma da re, e la prima cosa che fa riconoscere i re è che non hanno fretta. Fanno il tempo, non lo subiscono. Questo spetta all'uomo, se si convince d'essere re.


mercoledì 19 maggio 2021

Il mondo nuovo di Aldous Huxley - Una distopia utopica, o un'utopia distopica

 Il mondo nuovo di Aldous Huxley è un classico su cui mi sono gettata senza saperne granchè, salvo le poche informazioni che ho introiettato passivamente nel corso degli anni senza mai approfondirle – perché è così che mi piace leggere narrativa, senza filtri interpretativi altrui a frapporsi tra me e il testo, in modo che l’esperienza possa dirsi del tutto personale, così come se l’era figurata idealmente l’autore, scevra di contestualizzazioni storiche o filosofiche. Leggendolo, ho capito che il poco che mi era arrivato era impreciso, perfino scorretto. Credevo fosse una distopia, e lo è, in un certo senso, ma è anche un denso lavoro di utopia, almeno nelle intenzioni di chi la distopia la mette in atto – la dimensione distopica è soverchiante, evidente, eppure estremamente diversa dalle versioni crudeli e sanguinarie che ci hanno regalato altri autori – Bradbury con Fahreneit 451 o Orwell con 1984, che non ho ancora letto proprio perché ne so fin troppo. È lo stesso Huxley a fare un parallelo con 1984 all’inizio di Ritorno al mondo nuovo, un commentario che parte dal presente dell’autore – Il mondo nuovo è uscito nel 1932, Ritorno al mondo nuovo nel 1958 – per spiegare cosa metterà in essere, in un futuro non troppo lontano, la sua razionale distopia utopica – o utopia distopica? È difficile da definire chiaramente, semplificare vorrebbe dire sorvolare sull’attento lavoro dell’autore, che rielabora un’antica diatriba, quella tra ragione e sentimento, presentate ai loro estremi in tutto il danno che possono produrre, in un modo che rende difficile discernere quale sia in fondo l’idea dell’autore – inizialmente avevo scritto “da che parte stia l’autore”, ma mi sono corretta subito, perché la parzialità dell’autore non è un elemento importante rispetto alla ricezione di un testo, che è un’entità indipendente e separata e non ha bisogno di ulteriori inquadramenti.

 


Credevo anche che fosse un testo duro, di difficile lettura, ingarbugliato come tendono ad essere le opere che rappresentano un futuro tecnologicamente complesso e dalle strutture sociali innovative – Neuromante di William Gibson, per dire, l’avrò iniziato chissà quante volte, prima di tuffarmici appieno. E invece una volta partita con Huxley non mi sono più fermata, anzi, nonostante gli impegni e il tempo che sembra correre per farmi dispetto, l’avrò finito sì e no in tre giorni – la me stessa di qualche anno fa mi riderebbe in faccia, che si leggeva bel bella un libro al giorno, che bella la vita spensierata da giovinastra, sigh.

Aldous Huxley è nato nel Surrey nel 1894 in una famiglia di scienziati ed è morto a Los Angeles nel 1963. Critico letterario e musicale, prolifico sceneggiatore – che sorpresa scoprire che ha sceneggiato la prima versione cinematografica di Pride and Prejudice, quella del 1940 diretta da Robert Z. Leonard – è famoso soprattutto per Il mondo nuovo, anche se ha scritto molto altro, prima e dopo.

 



Dunque, Il mondo nuovo.

Siamo nel futuro, ma non è chiarissimo quanto siamo nel futuro, perché il calendario è stato azzerato e il punto di inizio è Ford. Henry Ford l’industriale, il magnate, l’inventore della catena di montaggio, l’eroe americano. In questo futuro, tutto è ottimizzato secondo le stesse logiche: a ogni essere umano corrisponde una mansione: nessuno è inutile, nessuno è indispensabile, perché tutti sono sostituibili. Poiché sarebbe disumano richiedere a un essere umano che dedichi la propria esistenza a un compito gravoso, monotono e che egli disprezza, gli esseri umani vengono bioingegnerizzati perché possano provare soddisfazione e piacere nello svolgimento delle mansioni cui saranno destinati. Questo è possibile grazie alla conversione del sistema delle nascite in una catena di montaggio vera e propria: nessuno, nel nuovo mondo, concepisce “alla vecchia maniera”, anzi, nessuno concepisce e basta. Laboratori avanzatissimi si occupano della fecondazione, della gestazione e infine della nascita e della crescita degli individui – che chiamare “individui” è un po’ improprio.

Non c’è scampo dal continuo e tartassante condizionamento: parte fin da prima che ci si possa fare davvero qualcosa, nei laboratori in cui i feti vengono sottoposti a determinate condizioni ambientali perché risultino perfetti o gradatamente carenti. La società è suddivisa in classi sociali cui corrispondono mansioni sempre più ingrate: ci sono gli Alfa, i Beta, i Delta, i Gamma, i disprezzati Epsilon. Non esistono genitori o parenti, tutti appartengono a tutti, si cresce e si studia in istituti controllati dallo Stato, si legge la stampa dedicata alla propria categoria, la droga di stato è distribuita gratuitamente perché gli screzi della vita non possano sedimentare in un vero dolore. Nel mondo nuovo, è bandito tutto ciò che possa scatenare passioni violente: l’arte, l’amore, la letteratura. È un mondo comodo, e un mondo arido – consapevolmente arido.

 


 

Un aspetto particolarmente interessante del romanzo è lo sguardo spietato dell’autore sui suoi personaggi, su tutti i suoi personaggi. Ognuno, a modo suo, è umanamente piccolo e meschino, patetico o arrogante, o disperatamente fatuo. Non ho trovato nell’opera un vero e proprio esempio, fatta eccezione per un personaggio secondario, che fa perlopiù da contrappunto ragionevole senza che al testo importi granchè di chi sia, cosa faccia o cosa voglia.

Difficile parlare della trama: non che sia particolarmente complessa o involuta, anzi, e non è nemmeno statica o noiosa, ma neanche adrenalinica. Il mondo nuovo è un ideale tranquillo, intoccato dalle emozioni violente, al riparo dai colpi di testa delle tragedie. Ogni rimando al sentimentalismo è tacciato, ridicolizzato. L’umanità ha dichiarato guerra alle passioni, e ha vinto.

A suo modo – e dico “a suo modo” perché la visione politica di Huxley era, come ogni visione politica, parziale (compresa la mia) – Il mondo nuovo ha dipinto le aberrazioni di due tendenze opposte, quella autoritaria ispiratagli dal regime stalinista e quella liberista; politica la prima ed economica la seconda, nel romanzo hanno finito con l’incontrarsi e fondersi in una bestia che ricorda il nostro tardo capitalismo – più abile nel condizionamento, razionale solo in apparenza.

So benissimo che c’è bisogno di situazioni assurde e folli come questa; non si può realmente scrivere bene su nessun altro soggetto. Perché questo vecchio [Shakespeare] era un tecnico così portentoso della propaganda? Perché aveva tante cose insensate, crudelmente dolorose, sulle quali poteva sovraeccitarsi. Bisogna essere colpiti, turbati; senza di che non si trovano le espressioni veramente buone, penetranti, le frasi a raggi X”.

sabato 24 aprile 2021

Piccoli scorci di libri #65 - 3 consigli molto sentiti

 Negli ultimi tempi sto leggendo pochissimo – così poco che, giuro, saranno settimane che non finisco un libro. In compenso, nei mesi scorsi ho letto un bel po’ di meraviglie che non ho avuto tempo di recensire. I romanzi cui accenno qui sotto meriterebbero ognuno un proprio spazio, digressioni storiche sulla vita degli autori e delle autrici. Ma non ho abbastanza tempo per impegnarmi in recensioni degne di essere chiamate tali, quindi risolvo con queste tre distinte dichiarazioni d’amore: sono letture splendide ed è facile parlarne, potrebbe perfino bastare un “accattateveli santoddio, me ne sono innamorata”.


La straniera di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019)


Non è facile capire come parlare di questo romanzo. Prima di tutto, qual è la tematica? La voce narrante appartiene alla protagonista, una giovane donna che vive a Londra e racconta il suo passato, il passato dei genitori, le proprie diaspore, e il senso di separazione che la allontana dagli altri. È nata a Brooklyn, per poi crescere in un paesino in Basilicata. I genitori sono scapestrati, problematici, al punto che la narrazione così misurata stona, di tanto in tanto, perché ciò che racconta non ha nulla di misurato o di ragionevole. “A chi potrebbe mai venire in mente di…?” ci si potrebbe chiedere, e la risposta è: “ai suoi genitori”. Entrambi sordi, vivono con rabbia in un mondo che li taglia fuori, con picchi di anti-socialità che personalmente ho trovato parecchio più vividi, realistici e dignitosi, delle classiche narrazioni consolatorie sulla disabilità – “Sono migliori di noi, una benedizione signora mia, così sfortunati eppure sorridono, degli angeli…”. A fronte di questo smarmellamento mediatico, apprezzo molto quando i personaggi disabili sono trattati come persone, quindi fallibili, difettosi, in grado di agire sulle proprie volontà e di ottenere, con le buone o con le cattive, quello che vogliono.

Il tema non è limitato alla famiglia – problematica – o alla diaspora al contrario; la protagonista parla di amore, di società, del mondo del lavoro e del decantato mito della meritocrazia – che sta finalmente crollando, ci tengo a ringraziare i grandi imprenditori che, facendo platealmente schifo, dimostrano che non fosse per i soldi del papi starebbero implorando per uno stage in un magazzino come noialtri disgraziati – e dunque uno sguardo critico sul capitalismo che non mi aspettavo, e che ho quindi particolarmente gradito – come quando ti arriva il cappuccino con una spolverata di cacao: non l’ho chiesto e non ce n’era bisogno, ma ci sta proprio bene.

Lo stile è azzeccato, pesato, scorrevole. Può non piacere per ragioni strutturali – i capitoli seguono una progressione tematica e non una progressione cronologica lineare – ma non trovo nient’altro che possa costituirsi come elemento potenzialmente spiacevole.

Inoltre è piaciuto alla mia Coinquilina, e questo è un attestato validissimo.


Dio, il Tempo, gli Uomini e gli Angeli di Olga Tokarczuk - traduzione di Raffaella Belletti (edizioni e/o, 1999)


Guidail tuo carro sulle ossa dei morti mi aveva stregata. La prospettiva originale, l’assenza di giustificazioni e di una forzata, stucchevole ragionevolezza, l’affermazione che non sente il bisogno di ammorbidirsi. È stata una lettura importantissima per me, al punto che sto ancora riflettendo su quanto sia stata importante.

Questo romanzo, scritto un bel po’ di tempo fa – perché 22 anni sono un bel po’ di tempo fa – l’ho pescato in biblioteca, mentre rimiravo il catalogo online. Avevo bisogno di qualcosa che ispirasse il lato più disordinato e improbabile della mia immaginazione, e ho fatto bene a cercare Olga, anche se il titolo, lettomi al telefono dal bibliotecario, suonava un po’ da manuale di auto-aiuto di quelli particolarmente improbabili.

Ho sempre associato il realismo magico alla letteratura sudamericana. A Gabriel Garcia Màrquez, a Haroldo Conti, a Josè Saramago. Nel mondo reale, capita qualcosa di completamente irreale, e tocca venirci a patti. Olga è polacca e il modo in cui intreccia reale e irreale è magnifico; si parte da un paesino delimitato ai suoi quattro angoli da quattro Angeli; si parla di magia e predestinazione; di esseri umani che impazziscono, si perdono, trasmutano; di storia, di guerra, di tempo che passa e porta cambiamenti. Tutto nel suo stile vivo, giocoso. È come se Olga, scrivendo, incantasse le parole, e gli occhi saltellano allegri da una parola all’altra.


Il bacio della donna ragno di Manuel Puig - traduzione di Angelo Morino (Einaudi, 1978/Sur, 2017)


Questo è un libro che non avrei letto – se non per caso, molto più avanti – se non me ne fosse capitato davanti un breve stralcio di cui non ricordo nulla, adocchiato su twitter. Una citazione che mi era rimasta abbastanza impressa da farmi decidere di recuperarlo – con calma e pazienza, che ho una coda di lettura spaventosa, ma il fatto stesso che mi fosse rimasto così chiaro in mente è una riprova di quanto quella citazione fosse convincente.

Me lo sono regalato per Natale – o per il compleanno? – insieme a un romanzo di Alfred Jarry e a uno di Sylvia Townsend-Warner, e l’ho divorato. Una lettura intensa, che non posso nemmeno chiamare violenta, perché anche lo strazio era addolcito da un sottofondo umano e gentile, originale e scorrevolissima. Non ho ancora letto altro di Manuel Puig, ma lo farò: con Il bacio della donna ragno si è guadagnato la mia imperitura adorazione.

Ci sono due uomini in prigione, a Buenos Aires, negli anni ‘70 – gli anni in cui i miei nonni e le loro figlie, saggiamente, se ne tornavano in Italia. Tra loro si instaura un dialogo continuo, intimo, che parte dal cinema e sprofonda nelle loro vite private. Uno è un dissidente politico, trattenuto perché denunci i suoi compagni. L’altro è un uomo omosessuale accusato di corruzione di minori. Si raccontano vecchi film, si dividono il cibo, stringono tra loro un legame improbabile e commovente.

Non mi va di dirne altro, perché merita davvero di essere scoperto con gli occhi puliti delle altrui interpretazioni. È un capolavoro. Punto. Quando sarà possibile, voglio andare con mia zia a Buenos Aires, e le chiederò di mostrarmi, per quello che può, l’Argentina di Puig e di Conti. Lo so che è cambiata, e non voglio intrufolarmi morbosamente in un orrore storico che non è il mio. Ma vorrei capire. Vorrei almeno capire.

domenica 11 aprile 2021

L'arte della gioia di Goliarda Sapienza #mustread

 Mi sono innamorata di Goliarda Sapienza come mi sono innamorata di Italo Calvino con Le Cosmicomiche, come mi sono innamorata di Elsa Morante con Menzogna e Sortilegio, ovvero con un certo stupore. Si tratta di innamoramenti strani, perché non me li aspettavo; dopo Se una notte d’inverno un viaggiatore e dopo L’isola di Arturo, pensavo che non mi potesse germogliare dentro un’affezione maggiore, che l’incantesimo fosse bello e concluso nel suo apice. E poi PEM!, arriva quella prosa che ti ingarbuglia il pensiero e ti fa tornare a rileggere una frase due, tre volte, per assaporarne la metrica e il senso.



Ecco, Goliarda Sapienza. Se non me l’avesse consigliato Diletta, non so se e quando l’avrei letta. Credevo, nella mia beata ignoranza, basandomi soltanto sul titolo di quel capolavoro che è L’arte della gioia, che fosse un manuale di auto-aiuto spicciolo per intellettuali che se la credono. Non so perché mi desse questa impressione, davvero. Forse era anche il nome a suonarmi fittizio e altisonante. Ora lo leggo e mi viene da sorridere, perché è proprio perfetto: Goliarda, la sua Modesta, così piena del “chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza” di Lorenzo de’ Medici, e rigonfia del “tutto è follia, follia nel mondo, ciò che non è piacer” di Verdi; come se avesse fatto una precisa scelta di campo, quella di vivere dalla parte del sentimento anziché della ragione, non per allontanare l’intelletto, ma perché l’intelletto è secondario, è uno strumento attraverso il quale affinarsi per essere più liberi, e quindi più felici. È una subordinazione volontaria tra ragione ed emozione, che si articola attraverso lo studio del contesto e del presente e in un progressivo smantellamento delle norme che regolano la vita sociale, nel rifiuto opposto senza sforzo al “perché sì”. Il “perché” Modesta lo trova nella gioia.

Della trama non ho ancora detto nulla, e cercherò di farla breve. Siamo all’inizio del ‘900, forse alla fine dell’800, in Sicilia, e Modesta vive con la madre e una sorellina affetta da una forma di ritardo piuttosto grave. Modesta le odia; per lei sono fastidi, catene, brutture che non le offrono nulla di bello o interessante, solo lamenti e rumori molesti. Modesta è ancora una bambina quando la sua piccola vita astiosa e insoddisfacente viene stravolta, più o meno per mano sua; si ritrova in un convento, a studiare con le suore, a legarsi con una comunità religiosa fatta di obblighi e divieti, un contesto che le fa rifiutare ancora più profondamente l’opposizione dogmatica tra morale e piacere, ma che almeno la rimpinza di nozioni e conoscenze. Modesta è solo una bambina, ma ha già iniziato a capire chi è e chi non vuole diventare; sa che le suore sono diverse da lei, e che se non vuole essere cacciata, deve nascondere quella diversità – quell’approccio alla vita allegro e affamato – e simulare devozione. Va tutto bene, finché non le scivola fuori un commento che pare un’accusa, diretto proprio a Madre Leonora, colei che l’ha accolta e cresciuta per anni, cercando di plasmarla in una versione ancora più pura di sé. E a quel punto, Modesta deve agire. E lo fa. Modesta non ha freni morali; chiunque decida di frapporsi tra lei e la felicità, chiunque minacci il suo spensierato stare al mondo, verrà spazzato via con una manata dal suo destino. Non si fa problemi. Non vuole essere un’eroina romantica, non le interessa il bene inteso come valore morale. Dei modelli imposti o suggeriti dalla società, ne fa carta igienica.

E voglio dire, messa così, come si fa a non innamorarsene un po’, a non volere un po’ della sua influenza nella propria vita?



Un aspetto che ho trovato meraviglioso del romanzo è quanto fosse pregno e cangiante; leggevo, all’inizio, e pensavo che ci fosse un che di De Sade, ma mescolato sapientemente col Candide di Voltaire; vado avanti, mi guardo negli occhi col terribile Grenouille di Suskind, protagonista de Il profumo. Proseguo ed ecco che spunta Marx; poco più avanti e arriva Gramsci. E non è solo una questione di contenuti – Modesta studia, studia ed evolve, studia e digerisce ciò che è nuovo e le sembra vero, e lo disossa per capirlo e criticarlo con la calma sicurezza di chi ha disprezzo per i dogmi – ma pure di stile, di aspettative; Modesta, col tempo, cambia. Tutto ciò che le accade le lascia dentro qualcosa. È spietata, ma quando ama, ama profondamente. Rifiuta le catene, ma nutre i legami. È un’evoluzione strana; Modesta da bambina che detesta la sorella, Modesta a cinquant’anni che-

Non dico altro, non voglio dire dove va il romanzo. Copre un buon mezzo secolo, e qualcosa di più. Copre un’epoca lunga e travagliata, un progresso a singhiozzo e poi una stasi colpevole. Copre i primi passi dei movimenti operai e del partito comunista, l’avvento del fascismo, il dopoguerra. Copre generazioni e generazioni, ognuna con la sua voce e i suoi tradimenti.



L’arte della gioia è un romanzo che avrei voluto incontrare prima. Diciamo intorno ai vent’anni, anche qualcosa di meno. Goliarda è spietata, lucida, onesta: mette in guardia le sue lettrici dai compagni che hanno sempre in bocca l’uguaglianza e neanche ammettono di non rispettare le compagne; dice ai lettori dove guardare, per trovare ed estirpare da sé i rimasugli marci di un sessismo culturale, che non si è scelto, ci si è cresciuti. Goliarda ti guarda in faccia, e leggendo ti ritrovi a fare lo stesso. Goliarda parla a tutt* e a tutt* offre conforto, comprensione, una liberazione che puoi accettare se è la tua, e altrimenti pace fatta.