mercoledì 17 ottobre 2018

Lune di miele di Chuck Kinder


Di questo romanzo avrei dovuto parlare settimane fa, a lettura appena terminata, con le parole ancora tiepide sulle dita e l'entusiasmo a mille, quell'entusiasmo del lettore che ha appena scoperto qualcosa di bello. Se ci ho messo così tanto è per una questione di tempo, impegni e casualità. C'è anche di mezzo il fatto che mi è stato mandato dalla casa editrice, (grazie Fazi, ti voglio bene) e come politica personale preferisco non pubblicare più recensioni di fila di libri ricevuti da terzi. Soffro di quella che viene comunemente chiamata “coda di paglia”, e del timore di diventare un blog-vetrina, di quelli che parlano solo di quello che ricevono, ne scrivono solo bene e ricevono vagonate di libri proprio per questo. Avendo neanche troppo recentemente chiacchierato di altri titoli ricevuti da Fazi – Elmet e Cambio di rotta – vorrei riuscire a piazzare almeno un paio di letture “autonome” di mezzo, ma di quelle che ho fatto non mi va granché di chiacchierare, o ne ho già chiacchierato altrove, e non sono ancora arrivata a metà di Ada o ardore di Nabokov, che mi sta piacendo un sacco ma è pure un discreto mattonazzo. Quindi per questa volta, con buona pace delle mie personali politiche interne, chiacchiero per due volte di fila di romanzi ricevuti a'ggratis.
(Non so perché mi dilunghi su politiche interne, etica personale e quant'altro, non ho mai ricevuto la minima lamentela ma ehi, come dicevo, coda di paglia).
Parliamo dunque di Lune di miele di Chuck Kinder, tradotto da Giovanna Scocchera. Nota particolarmente interessante: a Chuck Kinder si è ispirato Michael Chabon per il protagonista di Wonder Boys, e a sua volta Kinder si è ispirato a Raymond Carver per il personaggio di Ralph Crawford. Le coincidenze.
Lune di miele parla di due scrittori e delle loro famiglie. Entrambi letterati, professori universitari, le schiene chine sui loro romanzi o racconti. Siamo nella California degli anni '70, i nostri due sono sposati, hanno famiglia, tengono corsi di scrittura creativa. E nel frattempo inseguono quell'immagine di scrittore squinternato e maledetto, schiavo di qualsiasi vizio mai inventato dall'uomo, dal sesso agli acidi, dall'alcol alle fughe in auto. Ralph Crawford avrà una quarantina d'anni, è sposato con Alice Ann, la sua bellissima fidanzatina dai tempi delle superiori. Insieme hanno due figli adolescenti che lui detesta platealmente perché gli finiscono la vodka e gli sgraffignano le riserve d'erba, e intanto Alice Ann vorrebbe credere che sia possibile ricostruire la famiglia, lei e le sue improbabili tendenze new age, i suoi scatti d'ira e la sua commovente, inaspettata lucidità. Poi c'è Jim Stark, e qui pare che Chuck si sia ispirato a se stesso nella costruzione di questo personaggio così complesso; Jim è più giovane di Ralph, è un omone grosso di quelli che ti sale il rispetto appena li incroci, e magari ti possono portare via la spalla se per caso li scontri per strada, e non ti aspetteresti di sentirgli declamare versi e racconti e arrovellamenti sulla scrittura. Anche lui gonfio di erba, acidi, alcol e chi più ne ha, più ne metta; con Ralph ha in corso una specie di bizzarro sodalizio, un rimpallamento di “io credo che tu sia quello che dimostri di essere” che pare estremamente importante per l'idea che ognuno dei due ha di se stesso. È un legame strano, fatto un po' di droghe, un sacco di compagnia e di uscite smargiasse, e da una fiducia costantemente tradita, forse abitudinaria. Tutto condito col peso della scrittura vissuta come missione assoluta e stereotipi duri a morire.
Eppure, sapete cosa mi è rimasto, soprattutto? E lo so che suonerà assurdo e un po' si ricollega a Elmet, di cui chiacchieravo qualche giorno fa. Mi ha affascinata moltissimo la famiglia di Ralph, il suo legame con Alice Ann, quella bolla strana, disordinata e disfunzionale che torna a riproporsi come la peperonata la domenica pomeriggio. I tentativi di fuga di Ralph e di Jim da un contesto malato che vengono stroncati sul nascere, perché non si scappa da se stessi, e l'amore non salva, né può salvare la letteratura. E ho voluto bene ad Alice Ann, al suo cercare di dare un senso alla sua vita con Ralph, alla sua ragionevolezza e alla sua assurdità.
È un romanzo dinamico, a tratti allegro, spesso squallido e scanzonato. Scorre, fila, vive proprio. Se Fazi volesse portare in Italia il resto della produzione dell'amico Chuck, ecco, io ne sarei parecchio contenta.

domenica 7 ottobre 2018

Elmet di Fiona Mozley


Sto rimanendo orrendamente indietro con le recensioni. Un po' perché nelle ultime settimane ho letto a ritmo sostenuto, un po' perché ho ricominciato a seguire le lezioni regolarmente in università, un po' perché in un modo o nell'altro c'è sempre quell'imprevisto che ti strappa via quella mezza giornata che volevi dedicare al blog o alla scrittura di articoli. Un po', sicuramente, è perché ultimamente ho accettato un sacco di libri in lettura, e smaltirli non è facile, soprattutto se ci si è dati la regola di non pubblicare mai di seguito le recensioni di due romanzi mandati da autori o editori. Voglio dire, che senso ha tenere un lit-blog, se poi si pubblicano più libri mandati che autonomamente scelti? Si rischia di diventare vetrine, e diamine se non voglio che questo blog diventi una vetrina.
C'è anche da dire che quello che mi arriva, di solito, è bello forte. E che tra i romanzi che ho accettato in lettura ce ne sono alcuni che probabilmente non avrei letto in altro modo, e un paio non esiterei a definirli tra le migliori letture dell'anno. Nello specifico Lune di miele di Chuck Kinder e Elmet di Fiona Mozley, entrambi editi da Fazi editore, cui al momento devo almeno due scaffali di libri. Mi sovviene il fatto che abbiano entrambi al centro famiglie che sarebbe facile definire disfunzionali, e il pensiero si allarga ad abbracciare altri romanzi, altre letterature. Forse la narrativa è composta prevalentemente di famiglie disfunzionali, che come dice l'allegro Toltstoj all'inizio di Anna Karenina “tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, e chi ha voglia di leggere e scrivere di qualcosa che è sempre uguale?
Ma bando alle ciance; Elmet, dicevo, di Fiona Mozley, finalista al Man Booker Prize, al Women's Prize for Fiction e libro dell'anno per un sacco di giornali. Per quanto mi riguarda, più che meritatamente.
Elmet è un paesino sperduto nello Yorkshire, l'ultimo regno celtico indipendente, abituato ai suoi ritmi e alla sua concezione della società; al giorno d'oggi si respira ancora una forte avversione per l'autorità, al potere espresso dallo Stato nelle forme di polizia e burocrazia. Elmet è una terra di nessuno, in cui la forza è ancora quella bruta e i pugni sono gli argomenti più convincenti che si possano sfoggiare.
A Elmet vivono il protagonista e narratore Daniel, la sorella Cathy e il padre di entrambi, John, che però Daniel chiama sempre Papà. Daniel è un quindicenne mingherlino, quieto e silenzioso, Cathy ha un anno più di lui ed è una ragazza alta e slanciata, selvatica e indomita. Papà è un omone gigantesco, un pugile imbattuto negli ambienti delle scommesse clandestine, che supera i due metri e farebbe di tutto per i suoi figli, compreso trascinarli a vivere in mezzo a un bosco, costruendo per loro una casetta per proteggerli da un mondo che di loro non sa che farsene, – sono poveri, lui è poco educato, la loro giustizia in un contesto civilizzato non vale niente. Papà ha creato per Daniel e Cathy un nido, un bozzolo, una casa magica in cui insegna loro quello che conosce meglio, i rudimenti della costruzione, della caccia, della sopravvivenza nella natura. Nei giorni feriali vanno a fare visita a una vicina amica del padre, una donna che è stata amica della loro madre prima che sparisse, e che fa loro lezione su argomenti disparati ma sicuramente più vicini a un'educazione tradizionale rispetto agli insegnamenti di Papà.
Sicuramente sto idealizzando la perfezione della vita nel bosco della famiglia di Daniel. Quando i miei hanno divorziato, mia madre si è messa a cercare una casa per noi tre – io, lei e mia sorella – ed è incappata in una casetta nel bosco, sperduta tra i monti, che ancora oggi rimpiango. Immagino il silenzio, la pace, i rami bianchi di ghiaccio d'inverno, l'ombra e le cicale d'estate. Invece niente, ha preferito – saggiamente – un paesino con una farmacia e un medico di base, un alimentari e una chiesa sul cui campanile potevamo affacciarci dalla finestra del bagno, e che ci svegliava tutte le domeniche alle 7.30 con cinque minuti buoni di stonature preregistrate.
Confesso in anticipo che prima o poi lo manometto, quel finto campanile.
Ad ogni modo, il concetto di una famiglia piccola e solitaria in mezzo al bosco mi ha sempre affascinato parecchio. Una famigliola che potrebbe anche sembrare spezzata, incompleta, in cui però l'amore che ognuno prova per gli altri compensa senza il minimo ammanco la linfa perduta nel ramo spezzato. Quelle famigliole lì, – ciao ma', ciao sorella, che fate?
Elmet è la storia di quest'omone che difende quell'idea di famiglia senza farsi troppe domande. Dalle insidie del proprietario del terreno su cui ha edificato la casa per sé e per i figli, da un sistema educativo che non è fatto per loro, dalla fame, dalla povertà, dal ricordo della madre. È una storia che si fa cruda e crudele, e il contrasto tra il racconto di una vigilia di Natale che sa di legna bruciata e cherosene, e un finale ferroso e sanguigno e fangoso mi ha fatto interrompere la lettura di forza, a un certo punto, costringendomi ad andare avanti poche pagine per volta.
È un romanzo pieno di violenza, di vendetta, sangue, in cui l'illegalità è quotidiana, il lavoro è sfruttamento, la minaccia è una certezza. Eppure in tutto questo mi è rimasta la dolcezza, il calore che intercorre fra tutti loro, la quieta sicurezza di un nucleo che si vuole bene.
Non ho ancora fatto cenno alla scrittura di Fiona Mozley – è il tuo primo romanzo, Fiona? Ma scherziamo? Raccontami la storia del mondo finché non mi addormento, grazie – e al suo uso poetico delle figure retoriche, ai sensi che si attivano e all'odore di foglie umide che rimane in sottofondo durante la lettura, al rumore del fuoco che scoppietta, delle fronde degli alberi che si scuotono. Daniel sente il freddo dell'inverno e tu ti chiudi meglio nella giacca. Quella scrittura lì, ecco.
Va da sé che questa lettura è stata intensa, balsamo e coltello insieme, e la consiglio senza remore né indugi.

lunedì 1 ottobre 2018

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway e quello che non mi aspettavo di trovarci


Qualche settimana fa ho letto Il vecchio e il mare di Hemingway, ed è stata una strana lettura. Per almeno metà libro, non riuscivo a capire se mi stesse piacendo o meno. Leggere classici di questa portata è strano, bisogna cercare di vedere attraverso la cortina di aspettative, recensioni e altrui letture, e non sempre ci si riesce. E Il vecchio e il mare è stato il mio primo incontro con Hemingway, dopo un approccio fallitissimo con Fiesta, anni e anni fa. Solo dopo un certo punto, pure avanzato, la cortina è calata quasi spontaneamente e sono riuscita davvero a godermi la lettura. Anche se non si tratta di una lettura “godibile” in senso stretto, ma da lettori sono certa che capiate quello che intendo, no?
Che altro dire di siffatto titolo? Che l'amico Ernest l'ha scritto nel 1951, è stato pubblicato su Life l'anno successivo, che ha vinto il Pulitzer nel 1953 e ha ampiamente contribuito a guadagnarli il Nobel per la letteratura nel 1954.
Per il resto, la trama è davvero semplice. Intanto premetto che, una volta tanto, parlerò esplicitamente del finale, quindi chi non volesse saperne nulla è avvisato. E lo so che stiamo parlando di uno dei più grandi classici della letteratura americana, e perfino io sapevo come sarebbe finito, – e io tendo a evitare il più possibile di sapere alcunché di un romanzo prima di leggerlo – ma quello che ho trovato è stato così diverso da quello che mi aspettavo di trovare. Mi aspettavo una tagliola, ho trovato un cuscino di piume.
La trama: un vecchio pescatore cubano, Santiago, esce in mare. È un pessimo periodo per lui, non prende niente di significativo da settimane, è stanco e acciaccato, il suo aiutante, il giovane Manolin, è stato costretto ad abbandonarlo dai genitori, per unirsi a pescatori più fortunati. Ma il rapporto tra i due è saldo, come se fossero nonno e nipote e condividessero lo stesso sangue, e Manolin si prende cura del vecchio negli atti e nel rispetto con cui li compie, – il che, credo, è ancora più importante. E Santiago dunque esce in mare, da solo, e si spinge al largo, e dopo un'estenuante battaglia contro un marlin, la cui vendita gli avrebbe permesso di vivere decentemente per tutto l'inverno, si vede sottrarre la preda dai pescecani, e alla fine tutto ciò che riesce a riportare a riva è la propria vita. La pesca l'ha sfiancato, la lotta e la fuga dagli squali ha danneggiato lui e la sua imbarcazione. Crolla sul proprio letto duro, nella sua umilissima catapecchia.
Ed è così che Manolin lo trova, per poi correre ad avvisare la comunità, e poi si prende cura del vecchio e gli dice che tornerà a pescare con lui, in barba a quello che vogliono i genitori. E, con mia somma sorpresa, Santiago accetta. Accoglie l'affetto del ragazzo e degli altri pescatori, il loro aiuto, e ricambia con una gratitudine che non ha nulla di modesto, di vergognoso. È questo che rende il finale di Il vecchio e il mare così luminoso, caldo, pieno di speranza. Sì, è un vecchio con l'imbarcazione mezza divelta, che ha combattuto per giorni e giorni per perdere tutto quello che aveva faticosamente guadagnato a colpi di sangue e sudore. Ma tutto andrà bene, perché il suo approdo è sicuro, e lui non si chiude, né rifiuta, né si intestardisce. Se Santiago fosse stato orgoglioso, sarebbe stato un finale tragico. Ma non lo è. È buono, e si aspetta che lo siano anche gli altri. E questa cosa mi ha un po' commossa.
Forse mi aspettavo una visione della vita assai più cinica e negativa da parte di Hemingway per via del suo suicidio, ma quando scriveva Il vecchio e il mare mancavano ancora dieci anni. Certo, non che il romanzo racconti di un mondo perfetto, tutt'altro. Santiago è abile, coscienzioso, conosce a fondo il mare e lo rispetta, eppure la sfortuna lo perseguita, e se non è la sfortuna sono gli squali, coi loro occhi vuoti e inespressivi, la loro cieca avidità. Ma Santiago vive, e nonostante la sofferenza sia enorme, non se ne lascia divorare. Santiago non è la sua sconfitta.
Ecco. È un romanzo breve che ho vissuto come qualcosa di grande.


lunedì 24 settembre 2018

Cambio di rotta di Elizabeth Jane Howard


Questo libro è uscito il 5 settembre e io avrei dovuto leggerlo in anteprima; peccato che abbia passato buona parte dell’estate a fare avanti e indietro tra casa e casa di mia madre, senza riuscire a incrociarmi col pacco fino a pochi giorni fa. Appena l’ho visto sul letto, ho messo da parte qualsiasi altra lettura – scusa, Nabokov, non te la prendere – per iniziarlo senza indugio, che della scrittura di Elizabeth Jane Howard sono infatuata a livelli malsani, – direi “innamorata”, ma lì si tratterebbe di un sentimento sano, mica quest’ossessione da insonne.
Della Howard ho chiacchierato parecchio. C’è stata la saga dei Cazalet, c’è stato Il lungo sguardo, c’è stato All’ombra di Julius. E ora Cambio di rotta, tradotto da Manuela Francescon, e mi chiedo quanto sia ampia la bibliografia dell’autrice, la lista degli inediti che si assottiglia ad ogni pubblicazione, e io senza la prospettiva di un suo libro in uscita che faccio?
Cambio di rotta, ad ogni modo, è un romanzo atipico, per la Howard. È più semplice, i personaggi sono tormentati ma più stabili, – questo probabilmente dipende anche dal fatto che si trovano invischiati ognuno in una propria routine da cui non trovano una via di uscita, al punto che neanche la cercano – e le loro meschinità meno drammatiche. Almeno credo, o così mi è sembrato di leggerlo. Il lungo sguardo e All’ombra di Julius, soprattutto, sono romanzi in cui una stilettata segue l’altra, e l’intensità non scende mai sotto un certo limite. Qui l’intensità è sostituita da una quieta rassegnazione, da una calma compita sotto la quale si annidano le braci.
La trama, vediamo. Ci troviamo nel secondo dopo guerra, a New York. Il celebre autore teatrale Emmanuel Joyce, sessantunenne, sta cercando di scrivere una nuova commedia che proprio non gli riesce, combatte con l’evidenza della propria età, si trova la segretaria-amante esanime nella vasca dopo un tentato suicidio, e vive perlopiù a stretto contatto con la moglie Lillian e l’assistente Jimmy. Lillian è cagionevole da far male, la stanchezza la porta ad attacchi terribili e pericolosi che le affaticano il cuore, non riesce a riprendersi dalla morte della figlia Sarah avvenuta quindici anni prima e convive con la consapevolezza delle continue infedeltà del marito. Jimmy è attento, meticoloso, vuole un gran bene a Emmanuel che l’ha salvato da una vita di stenti in orfanotrofio, le sue ambizioni sono tutte in funzione del benessere di Em. In questo strano menage, Lillian cerca di attrarre a sé Emmanuel, Emmanuel cerca di porle di fronte una strada spianata e serena, – senza riuscirci, ovviamente – e Jimmy lo affianca in siffatta missione, perché dalla tranquillità di Lillian dipende quella di Emmanuel.
Capita che arrivi la nuova segretaria, giovane e graziosa, ricolma di un sacco di qualità. L’amica perfetta, saggia e allegra, dallo sguardo puro, quella purezza che pulisce gli aspetti contaminati del mondo, che invita chi le sta intorno a diventare splendente. Cela il proprio nome, lo stesso della figlia defunta di Emmanuel e Lillian, e si unisce a loro. La vita a stretto contatto con lo strano terzetto finisce per cambiarne le dinamiche, anche se dapprima impercettibilmente. Ognuno cambia, a suo modo, ognuno cresce per quello che può. E la trama si sviluppa, la storia va avanti, eccetera.
Posso essere sincera?, i personaggi come Emmanuel un po’ mi hanno stancata, e credo che Elizabeth Jane Howard sotto sotto fosse d’accordo con me. Artisti tormentati, schiavi dei propri vizi, “oddio sto invecchiando, che ne sarà di me?” i dannati della domenica, quelli che stanno sempre in bilico ma il grande salto non ci pensano neanche a farlo. Emmanuel ha un grande peso nella storia, ma mi sembra così secondario. Non è cattivo, questo no, ma la debolezza lo rende meschino. Ho adorato Lillian, il contrasto tra il modo in cui viene vista e vissuta, quello che pensa di volere e quello che vorrebbe. È a pezzi, e risulta viziata. Le sue esigenze sembrano capricci, eppure sono capricci che intrappolano anche lei. È un personaggio interessante, e ho apprezzato molto lo spazio e lo sviluppo che le ha accordato l’autrice. Di Jimmy non c’è molto da dire, è tutto nero su bianco, non ci sono livelli nascosti. Sarah-Augusta, ecco, anche lei è un gran bel personaggio. Semplice e allegra, adora suo padre, si tiene sempre in contatto con lo zio e la famiglia, cerca di stare vicino a Lillian, dice quello che pensa, legge Middlemarch e poi Villette, fa paragoni tra suo padre e Mr. Woodhouse di Emma. Il fatto che diventi quasi immediatamente un faro di virtù per chiunque le stia intorno dà il via a riflessioni su quello che voglia dire avere un'etica, sul concetto di purezza, sulle altrui aspettative e come riverberano sugli individui. Non che Sarah-Augusta faccia granché caso a tutte queste cose, anzi. Sarah-augusta è e basta, senza filtri né finzioni. E devo ammettere che, più che ispirarmi fiducia e affetto, mi fa rabbrividire un po'.
È un bel romanzo, ma manca dell'intensità tipica della Howard; lo consiglio – ovviamente – ma aggiungo che, volendo conoscere l'autrice, sarebbe meglio iniziare con qualunque altro titolo tra quelli usciti finora.

lunedì 17 settembre 2018

Purity, di Jonathan Franzen


Purity di Jonathan Franzen, edito da Einaudi – ovviamente – nel 2016, tradotto da Silvia Pareschi. Di Franzen avevo letto soltanto Le correzioni diversi anni fa e mi era piaciuto parecchio. È uno di quegli autori di cui sai che prima o poi finirai per leggere tutto, e allora perché affrettarsi? È arrivato giusto dopo la delusione di Cani neri di Ian McEwan, in queste settimane prive di internet e con le pile di libri sugli scaffali che si assottigliano da fare male. Non sapevo che leggere, un paio di giorni fa, e fortunatamente a mio padre andava di accompagnarmi nella biblioteca del paese, aperta nonostante il sito della provincia la annunciasse chiusa. Mi sono riempita le braccia di libri – solo quattro in prestito, gli altri trafugati dagli scatoloni del bookcrossing – e sono tornata a casa sentendomi salva, con le giornate piene di parole che avessi voglia di ascoltare, e solo pochi giorni per leggerle, perché le lezioni cominciano oggi e le mie vacanze volgono al termine.
Dunque, Purity. È un romanzo pieno, che si dirama fino all’eccesso in una rete di relazioni internazionali che… non so, la grandezza della situazione mi è sembrata forzata, eccessiva. C’era davvero bisogno di tirare in mezzo Snowden, WikiLeaks, la Germania dell’Est e fondi fiduciari miliardari, per raccontare una storia fatta soprattutto di instabilità, sfiducia e rapporti disfunzionali con le proprie madri? Perché volendo spolpare tutto fino all’osso, è a questo che si riduce il romanzo. All’incapacità umana di accettare e dare amore, alle magagne che ci si porta dietro fino alla fine, a come le persone si avvelenano a vicenda, volenti o nolenti, ai colpi di reni, a quel briciolo di speranza che ci convince a mettere un piede davanti all’altro. Cose così.
Sia chiaro, io Purity l’ho adorato; l’ho trovato onesto, crudo, sottile nel dire ciò che i personaggi pensano, lasciandoti intendere quanto si sbaglino nella conoscenza di se stessi e degli altri. Sono così sinceramente tarlati che mi hanno ricordato Elizabeth Jane Howard o Elena Ferrante, niente meno. Eppure, per quanto l’abbia trovato un romanzo riuscitissimo, profondo e pure avvincente, continuo a pensare che non ci fosse bisogno di vicende tanto complesse, se tanto il punto era la fallacia dei rapporti umani. Ma tutta la questione internazionale, di giornalismo e spionaggio, quella immagino dipenda dall’antipatia che Franzen porta alla finta liberalità dell’internet, dell’uomo della strada che si sostituisce al reporter etc. Era necessario? Immagino di sì, se era quello che voleva Franzen.
Dunque, la trama, – che non sarebbe una brutta idea accennarla dopo migliaia e migliaia di caratteri. Tutto inizia da Purity, una ragazza instabile, che sparge odore di disperazione; molto carina, povera, con un lavoretto che detesta in una specie di call-center. Ha una madre ossessiva con cui ha un rapporto morboso e che la chiama micetta, non ha idea di chi sia suo padre, l’università le ha lasciato un debito di 130.000 dollari. Vive da squatter, è innamorata di un coinquilino più grande e sposato. È come se avesse scritto “daddy issues” sulla fronte, e le impossibile interpretare le sue relazioni con gli uomini se non dal punto di vista sessuale, proiettando su di loro il desiderio di essere desiderata.
Purity – che d’ora in avanti chiamerò Pip, perché è così che si presenta – vuole scoprire chi è suo padre, e potrebbe giungere a scoprirlo grazie a uno stage al Sunlight Project, una specie di WikiLeaks moralmente ineccepibile. E qui la storia di Pip si incrocia con quella del fondatore, Andreas Wolf, ultra-cinquantenne esule dalla Germania dell’Est. Ma non basta Andreas, la trama si allarga ancora ad annettere altri personaggi con un passato che li riavvicina al nucleo, dei quali sapremo tutto, dai quali sapremo ancora di più.
Se un personaggio risulta importante per Pip, Franzen ce lo racconta nei particolari. Ci parla di lui/lei, riempie pagine e pagine della sua vita, dei suoi momenti più importanti, fa in modo che lo conosciamo a fondo. Sembra vitale, ai fini del romanzo, che comprendiamo ogni singolo punto di vista, anche il più abietto, anche quello che può sembrarci secondario. Purity è un discreto mattone, supera le 600 pagine, ma non è stato snellito di centinaia di cartelle senza le quali sarebbe risultato certamente più fluido e scorrevole. Magari può sembrare una critica, messa così, ma sono contenta che Franzen sia rimasto fedele al romanzo che aveva in mente, anche a scapito di una maggiore leggibilità. Anche se chissà quanto avrà tagliato, prima di lasciare che il romanzo andasse in stampa.
Al centro, come dicevo all’inizio, si trovano temi fondamentali; il rapporto uomo-donna, tra madre e figlio, la concezione della propria verità, la verità e la propria verità. I personaggi sono quelli che sono; deboli, fallati, spesso disfunzionali. Forse, se li studiassi fino in fondo e mi guardassi intorno, troverei analogie che mi sfuggono, archetipi che ho tralasciato.
Resta il fatto, e non so se si è capito, che Purity è un gran romanzo, e che leggerlo per me è stato parecchio importante. Mi è arrivato nel momento più giusto, nel momento in cui ha potuto darmi di più, facendomi più male. Purity scava. Non resta in superficie.

giovedì 6 settembre 2018

Di bestia in bestia, di Michele Mari

Michele Mari è nato a Milano nel 1955, così recita Wikipedia, ed essendo
sbocciato come autore di successo pochi anni fa, quando è uscito Roderick Duddle, pensavo fosse ancora un mezzo giovanotto, che superasse appena i trenta e non arrivasse ai quaranta. Il suo primo romanzo l’ha pubblicato con Longanesi nel 1989, l’ultimo è uscito per Einaudi nel 2017. Io l’ho scoperto nel 2016, con Roderick Duddle, di cui ho chiacchierato entusiasticamente qui. Nelle ultime settimane ho abbrancato quello che era il primo, Di bestia in bestia, ma rivisto e rimaneggiato nel 2013 per Einaudi, e questo mi fa domandare come fosse la prima versione, quella pubblicata da Longanesi, a quali livelli di sperimentazione potesse arrivare, anche se la struttura, scrive l’autore, è rimasta la stessa, si è limitato a limare via gli eccessi.
Di bestia in bestia è un’opera strana, così strana che sono contenta che non sia l’opera con cui Mari mi si è presentato, altrimenti forse avrei lasciato perdere, mi sarei un po’ arresa. Con la prospettiva di Roderick Duddle, liscio e scorrevole come una passerella intrisa d’olio, ero molto più ben disposta, incuriosita, aperta alla bizzarria di uno stile narrativo che va davvero poco incontro al lettore. È un romanzo in cui il messaggio, - più che messaggio, le tematiche soggiacenti – divorano la trama, semplice e archetipica, di cui non rimane che un bel pretesto. Un racconto che è pure meta-racconto, perché parla e si dilunga sul raccontare.
Dunque, la trama; facciamola semplice: il narratore è uno studioso il cui nome non viene mai svelato, che soggiorna insieme al collega Pesumai e alla propria segretaria Ebebléchei in uno sperduto castello in quel dell’est Europa – almeno così mi pare di ricordare, il calco alla Transilvania di Stoker è parecchio evidente. Il castello appartiene a un uomo misterioso, abbiente e solitario, che sommerge delle proprie tesi sul sapere gli altri personaggi in deliri logorroici che possono durare anche diverse pagine, con tanto di riferimenti bibliografici. Ora, questo tizio, Osmoc, afferma dapprima di vivere da solo, col solo ricordo della splendida moglie defunta – incredibilmente somigliante a Ebebléchei – e di un maggiordomo le cui forme e la cui favella ricordano il mostro di Frankenstein, non quello del libro che riesce da solo a imbracare lingua e filosofia, ma lo stereotipo cinematografico dell’orrendo gigante incolto. Dunque, si scopre ben presto che Osmoc non abita affatto solo col maggiordomo, ma che il castello è invero infestato da una figura minacciosa, un gigante pari al maggiordomo, eppure uguale al ricco possidente: il gemello di Osmoc, Osac.
Ora, perché svelo il mistero? Perché il punto del romanzo non sono il mistero, la sorpresa, la suspense. Il punto focale sono le tematiche nascoste, e in questo caso ce ne sono diverse, tutte affrontate in modo così diretto che pare uno scontro pugilistico. Il tema del doppio, con Osac e Osmoc; la problematica di una cultura che può fare da rifugio ma che rischia anche di diventare una prigione, perché è facile evitare la vita, quando l’alternativa è starsene chiusi in casa a leggere leggere leggere e la compagnia non può essere migliore; la contrapposizione tra il gigante buono, il maggiordomo, e Osac, ‘na bestia; soprattutto, la nettissima linea che intercorre tra la Cultura e l’Istinto, tra Mente e Corpo, Spirito e Materia, nelle ovvie declinazioni narrative dei due gemelli.
Dunque, che dire? Di bestia in bestia ha una trama pretestuosa, che pesca senza ritegno – volutamente e palesemente, mica si plagia – dalla letteratura gotica, riproponendone sicuramente con successo l’atmosfera. È una lettura piacevole, entusiasmante, si tratta forse di un romanzo che ti fa voltare forsennatamente una pagina dopo l’altra? Diavolo, no. È una lettura interessante che merita l’attenzione di un appassionato lettore? Cristo, sì.
(peraltro, onde evitare fraintendimenti, credo che Di bestia in bestia sia esattamente quello che Michele Mari voleva che fosse. Quindi, di base, un parto perfetto).

mercoledì 29 agosto 2018

Il fiume della colpa di Wilkie Collins

Non so se un prolungato soggiorno a casa di mia madre possa considerarsi una vacanza, ma è così che lo sto prendendo, e direi che le tempistiche con cui aggiorno il blog confermano tanta disposizione mentale. E dire che sono andata al mare soltanto due volte, quest'anno, accidenti.
Ma veniamo subito al libro di cui mi sono ripromessa di chiacchierare stamattina, anche se forse avrò bisogno di un secondo caffè, – e dire che ho dormito la bellezza di nove ore, è stato bellissimo.
Il fiume della colpa di Wilkie Collins, speditomi da Fazi cui ormai mi tocca dedicare un intero scaffale della libreria e tradotto da Patrizia Parnisari.
Dopo la riscoperta ad opera della stessa Fazi, è probabile che già sappiate qualcosa sull'autore in questione, ma ve lo presento lo stesso. Nato a Londra nel 1824, conosce Charles Dickens nel 1852, quando inizia a scrivere per la sua rivista Household Worlds, e tra i due sboccia una bellissima amicizia che durerà per la bellezza di dieci anni. Le sue opere più celebri sono senza dubbio La donna in bianco e La pietra di Luna, scritti rispettivamente nel 1859 e nel 1868.
Ma veniamo a quello che ho letto, e non a quanto mi riprometto di leggere.
Il fiume della colpa (The guilty river) fa parte della sua produzione più tardiva, il che mi stupisce non poco. Un po' per la brevità, un po' per la semplicità nella costruzione e nei caratteri dei personaggi, avevo pensato fosse una delle sue prime opere, quelle un po' acerbe con cui un autore inizia a mettersi alla prova prima di cimentarsi con quelli che saranno i suoi capolavori. Con questo non voglio dire che non si sia trattato di una lettura piacevole, tutt'altro. Di per sé il libro scorre, gli accadimenti si susseguono a una velocità sostenuta, non ci sono blocchi di dieci pagine infarcite di riflessioni evitabili. Si legge in fretta, e forse lo consiglierei come biglietto da visita dell'autore, essendo assai meno impegnativo rispetto alle sue opere più famose, che si presentano come ottimi mattoni di pagine.
La storia è semplice; c'è il protagonista e narratore, Gerard Roylake, che ritorna in Inghilterra per fare buon uso dell'eredità del padre, un uomo freddo e crudele che l'ha presto spedito a farsi una cultura in Germania, il più possibile lontano da sé. Gerard si trova a dividere la casa con la moglie del defunto padre, una donna giovane e bellissima astuta come una serpe, e non è che sia poi così entusiasta della situazione. Presto si ricorda però di quanto gli piacesse vagare per i suoi terreni, nella foresta adiacente alla proprietà, lungo il fiume. E mentre vaga a caccia di falene come faceva da bambino, si imbatte nel vecchio mulino e in una vecchia conoscenza, la bellissima Cristel, figlia dell'affittuario del mulino, l'avaro Giles Toller. La sera stessa fa la conoscenza anche di un altro personaggio, ben più enigmatico e bizzarro. Si tratta di un uomo bellissimo e misterioso, completamente sordo e costretto a comunicare per iscritto. Ha subaffittato una stanza da Mr. Toller, ed è ossessionato da Cristel, che di rimando lo odia, e ne è parecchio spaventata.
Gli ingredienti sono tutti qui: un protagonista giovane e piacente, una fanciulla forte e d'aspetto amabile, uno sconosciuto misterioso. Si aggiunge altro, con lo scorrere delle pagine, ma l'essenziale è già sulla carta, e dirne di più sarebbe allungare il brodo.
Un po' mi chiedo se il romanzo non ne avrebbe guadagnato, se Collins avesse deciso di aggiungere qualche decina di pagine. Ci sono situazioni e personaggi che avrebbero potuto dare di più, sia per arricchire il contesto che per ostacolare i meccanismi di una trama che forse fila troppo liscia. Il fiume della colpa mi è piaciuto, e molto, ma come mi è stato riferito da altri, sento che non è questo il capolavoro di Collins, che troverò la massima espressione dell'autore in romanzi in cui si sia preso la libertà di dilungarsi per un buon mezzo migliaio di pagine – almeno. Ma immagino che qui dipenda un po' dai propri gusti, e da quanto tempo si voglia investire nel conoscere un nuovo autore.

venerdì 10 agosto 2018

Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout

Mettiamola così: questo non è il mio primo incontro con Elizabeth Strout, ma è come se lo fosse. Anni fa leggevo Olive Kitteridge dopo averne sentito parlare benone, con aspettative altissime a fronte di pareri entusiastici che mi giungevano da ogni angolo della blogosfera. Aveva anche vinto il Pulitzer, che volevo di più? Solo che a lettura terminata, la mia reazione è stata un puro “meh”. Olive Kitteridge non mi aveva presa granché, vai a identificare il motivo dopo tanto tempo; non che l’avessi detestato, ma non mi aveva neanche entusiasmata, ed essendo il panorama letterario sterminato e gonfio di capolavori che non avrò mai il tempo di leggere, perché intestardirmi con un’autrice il cui indiscusso capolavoro sembrava non fare per me?
Per fortuna esiste twitter, e su twitter c’è chi posta stralci di libri, citazioni, brevi commenti. E il caso ha voluto che mi capitasse sotto gli occhi una frase presa da Mi chiamo Lucy Barton, ultimo libro uscito in Italia della Strout, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso.
Ho amato così tanto questo libro che l’ho divorato in poche ore, non posso non far sapere a chi ne ha twittato la citazione che è riuscita a ricucire il rapporto scrittore-lettore tra me ed Elizabeth, con un filo spesso e solidissimo, – magari le linko ‘sta recensione e via.
Dunque, di che parla questo libro? Di Lucy Barton, ovviamente. In prima persona, una trafila di ricordi connessi tematicamente e non cronologicamente. Al centro del romanzo piazzerei il lungo soggiorno in ospedale della narratrice dovuto alle complicazioni di una banale appendicite. Lucy ha un marito e due figlie che la aspettano a casa, la famiglia le manca moltissimo, in ospedale si sente sola, – giustamente. E un bel giorno le capita in stanza sua madre, che non vede e non sente da anni, convocata dal marito. È una situazione strana, che vede l’avvicinamento di due donne che si conoscono poco, che in comune hanno pochissimi punti. E Lucy torna coi ricordi alla sua infanzia poverissima nel Maine, alla miseria, agli abusi famigliari che a quel tempo e in quel contesto passavano per educazione, ai rapporti con la sorella, col fratello, col padre, – ma soprattutto con la madre. Lucy parla anche della scuola, di come lo studio sia riuscito a trascinarla via dalla periferia dell’Impero per rilasciarla sana e salva a New York, del suo primo amore, dei suoi primi racconti pubblicati su una rivista, della sua successiva carriera di scrittrice, di qualche rapporto significativo, anche di quelli che sembrerebbero non valerne la pena. Alcuni capitoli sono di una lunghezza “normale”, altri non durano che un capoverso, soprattutto verso il finale. Certi raccontano con chiarezza cronologica un fatto avvenuto nel corso della sua vita, altri sono riflessioni intense e sferzanti, solitamente più brevi.
C’è un aspetto di questo romanzo che lo renderebbe meraviglioso anche se lo stile fosse scadente – e non lo è – se la storia fosse sciapa – e non la è – e se i personaggi fossero figurini tralasciabili, – diamine se non lo sono. Sto parlando della totale onestà di Lucy, della sua nudità di fronte alla pagina bianca. Senza imbarazzo, vergogna, senza nascondere nulla. Lucy si apre completamente al nostro morboso scrutare, ci racconta senza veli chi è, come e perché.
Se ne leggono di rado, di libri così.
Comunque se l’avete amato come l’ho amato io, mi viene da consigliarvi Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey.
Io intanto vedo di recuperarmi la bibliografia della Strout, va’.

domenica 5 agosto 2018

La schiuma dei giorni di Boris Vian


Da quando ne ho sentito parlare la prima volta, ho capito che La schiuma dei giorni di Boris Vian – scritto nel 1947, edito in Italia da marcos y marcos nella traduzione di Gianni Turchetta – era un libro mio. Un libro che sulla carta mi sarebbe dovuto piacere moltissimo, che faceva proprio per me. Per questo l'ho iniziato più e più volte, invece di abbandonarlo definitivamente, anche se i primi tre-quattro tentativi sono stati fallimentari, – vai a sapere perché.
Boris Vian (1920-1959) è stato uno scrittore che balzellava di genere dal surrealismo al pulp, un trombettista jazz adoratore di Duke Ellington, un drammaturgo, un poeta e un traduttore. La schiuma dei giorni è tornato alla savia attenzione dei lettori nel 2013, con l'uscita al cinema dell'omonimo film diretto da Michel Gondry, – non sapevo che il film fosse di Gondry, e leggendo mi chiedevo chi potesse essere il regista, mi spuntavano in mente soltanto Wes Anderson e Terry Gilliam.
La schiuma dei giorni è stato un deciso flop editoriale; Gallimard ne ha venduto poche centinaia di copie. Il successo letterario, a Vian, è arrivato con un pulp noir scritto sotto pseudonimo, Sputerò sulle vostre tombe, – in Italia sempre edito da marcos y marcos, santi subito. Bello, niente da dire, ma nulla a che vedere con La schiuma.
Dovrei smetterla di tergiversare, ed esprimere chiaramente che io questo libro l'ho adorato, ma proprio visceralmente. È stato uno di quei rari casi in cui non mi limito a gradire la lettura, a volerla condividere e consigliare. Vorrei proprio poter ripescare Boris dalla tomba, mettermelo seduto davanti al tavolo di cucina con una tazza di rosolio invecchiato, e iniziare una conversazione che potrebbe portarci chissà dove. Ho adorato la trama, i personaggi, l'ambientazione assurda e crudele, e il fatto che il genio dell'autore non si lascia ammutolire dalla possibile comodità del surrealismo. Laddove tutto può accadere, sarebbe facile scrollare le spalle e deputare ogni spiegazione al “no, ma va bene così, tanto mica deve essere credibile”; ma ogni romanzo ha una sua logica e una sua coerenza interne non esplicitate, ma comunque ricavabili dal testo. Vian continua a seguire la sua logica pazzerella per tutto il libro, nel bene e nel male, nelle nuvole rosa che circondano i personaggi innamorati e nella fabbricazione di armi, più avanti, quando tutto si fa più cupo.
La trama, magari? Veniamo alla trama. C'è Colin, protagonista del romanzo, un ricco e piacente giovanotto di ventun anni, che abita in una bella casa col suo fido cuoco Nicolas e un topo grigio dai baffi neri che gli è molto affezionato. Ha una scatola piena di dobloncioni – moneta ufficiale – che lo trattengono da quell'infamia moderna del lavoro, un cuore d'oro, un pianocktail – un piano che crea cocktail a seconda della musica che viene suonata – e un migliore amico di nome Chick, ingegnere appassionato del filosofo “Jean-Sol Partre”, di cui raccoglie religiosamente feticci e manoscritti, spendendo tutto il suo denaro, pure quello che non ha.
Capita che Chick, all'inizio del libro, vada a trovare Colin e gli parli di una ragazza che ha conosciuto proprio a una conferenza di Partre, Alise, e che Colin la voglia conoscere. All'inizio pare invaghirsene – anzi, ne è proprio invaghito – ma poi, essendo Alise e Chick innamorato persi, ripiega sull'amica di Alise, Chloe, finché Chloe non diventa un non-ripiego.
Sembra abbastanza lineare, finora, forse pure un po' noioso. Solo che il tutto è inframezzato da scene improbabili, levitazioni assurde, conversazioni impossibili. E tutto funziona, e mentre Colin e Chloe passeggiano circondati da una nuvoletta rosa, il mondo intorno dimostra apertamente la sua crudeltà, il suo sprezzo per la vita umana. Mi ha ricordato un po' Brazil (Terry Gilliam, 1985), tra sogno e distopia.
Le cose vanno benone, e poi smettono di andare benone. Non è detto che il surreale debba essere bello perché può essere bello; entrano in scena il tragico, il disturbante. Quello che Boris potrebbe risolvere con una goccia di rugiada e una capriola può anche restare senza soluzione, perché il bene e il male hanno lo stesso potere, nel mondo matto in cui è ambientato La schiuma.
L'ho adorato, l'ho adorato, l'ho adorato.
Non solo lo consiglio violentemente, – certo, se pensate che il surrealismo francese possa fare per voi – ma aggiungo che se lo avete amato e non sapete dove sbattere la testa, potreste provare Martin il romanziere di Marcel Aymé.
Diamine, Boris, già mi manchi, io la tua bibliografia me la divoro.

giovedì 2 agosto 2018

La famiglia Aubrey di Rebecca West


Da piccola ascoltavo un sacco di musica classica. “Un sacco” si fa per dire, perché la rete come la conosciamo adesso doveva ancora arrivare, così come i cd e il concetto di mp3; diciamo che buona parte di quello che ascoltavo di mia sponte era la poca musica classica che ero riuscita a reperire, – i dischi del nonno, una musicassetta registratami da chissà chi piena di Tchaikovsky e Chopin, che ascoltavo lanciandomi da una parte all'altra della cameretta su una poltrona con le rotelle.
Rimpiango di non aver studiato la storia della musica classica almeno quanto rimpiango di non aver mai imparato a suonare uno strumento musicale, uno qualsiasi. Qualche anno fa mi è venuto lo sghiribizzo di imparare qualcosa di più, e tra i manuali (qui) e la narrativa (qui e qui) qualcosa ne è anche uscito. In quel periodo sarei stata davvero contenta, se fossi riuscita a mettere le mani su La famiglia Aubrey di Rebecca West, uscito per Fazi a inizio mese nella traduzione di Francesca Frigerio. Trattasi del primo volume di una corposa familiare, pubblicato per la prima volta nel 1956.
Ho iniziato parlando di musica, e ci torno subito: la famiglia Aubrey è composta principalmente da musicisti, e la protagonista e narratrice, Rose, suona il piano insieme alla sorella Mary, sotto i dettami della madre, in gioventù una promettente musicista. Il padre però è un personaggio... beh, difficile da definire. Ama i suoi figli, ma sperpera il denaro di famiglia; ama la moglie – credo? – ma vende ciò cui è più affezionata pur di poterselo giocare. È colto, arguto, detentore di alti principi morali, eppure se fosse per lui la sua prole potrebbe pure dormire sotto un ponte. Eppure, ripeto, c'è tutto l'affetto del mondo. È la malattia del gioco, o forse il gioco è soltanto un sintomo.
La famiglia Aubrey comprende anche la primogenita Cordelia, totalmente priva di talento musicale, e Richard Quin, il fratello piccolo e immensamente dotato, – non sappiamo bene come e perché, sta di fatto che il genio gli brilla in volto.
Rose, che all'inizio del romanzo non è che una bambina, ci racconta della sua sgangherata famiglia nell'Inghilterra tra fine '800 e inizio '900, della loro sistematica mancanza di denaro, dei loro abiti sdruciti, delle crisi che arrivano a ondate, dei rapporti con la cugina Rosamund. La musica c'è sempre, è un sottofondo continuo, perché Rose e Mary il piano sanno suonarlo davvero, e la loro madre è un'insegnante severa, perché spera di potere assicurare per loro un futuro almeno da concertiste. Per la famiglia Aubrey la musica è tutto, tranne che per il padre, che è fatto di lettere, politica, socialismo in divenire. Ma c'è anche altro, la musica non divora la narrazione, non si fa ossessione. La voce di Rose è schietta, onesta e si sofferma su tutto ciò che la circonda, su ciò che la interessa di più; il centro del suo mondo è la sua famiglia, sono la madre e il padre, è il bozzolo che si sono creati nel loro misero angolo di Londra.
È un romanzo pieno, scorrevole, gonfio di vicende spicciole e di assurdità incomprensibili, – che adesso non sto a spiegare. Lo sguardo di Rose è acuto, il legame con la madre, che condivide col resto della nidiata, è bizzarro e commovente, – ma ne parlerò più avanti, mi sa.
Va da sé, lo consiglio di brutto. Se poi avete velleità musicali, anche meglio.

venerdì 27 luglio 2018

Il coming out degli insicuri

Nelle scorse settimane mi sono data una corposa svegliata; sono tornata su progetti che avevo messo da parte, mi sono data una spinta di quelle potenti e mi sono decisa, dopo mesi di tentennamenti, ad aprire la pagina dedicata ai servizi editoriali. Scusate lo spam, non è di questo che volevo parlare oggi; mi andava di chiacchierare piuttosto della pagina accanto, Link utili per (aspiranti) scrittori, che ho aperto a un paio di giorni di distanza dalla prima e che sto ancora mettendo in ordine, e si vede – avete siti, blog, forum da consigliare? Sarò ben lieta di vagliare e inserire, ovviamente a titolo gratuito, visto che mi è stato discretamente chiesto da più persone se volessi farmi pagare.
Ora, in questa pagina è mia intenzione elencare tutto ciò che può effettivamente tornare utile a chi voglia scrivere, migliorarsi e pubblicare: riviste letterarie, piattaforme dedicate alla scrittura creativa e soprattutto figure professionali necessarie per buona parte di coloro che vogliano buttarsi sull'auto-pubblicazione con esiti che superino la mera amatorialità. Dunque altri editor e correttori di bozze, esperti di social media, illustratori, impaginatori, traduttori etc.
E ora entriamo nel vivo di questo post un po' alla buona, come non mi capitava da tempo di scriverne, – e diamine, non sia mai che io perda la mia vena stramandona, come dice mia madre – ovvero nell'insicurezza, nel dubbio che ostacola e a volte blocca.
Tanto per cominciare, non ero affatto certa che fosse una buona idea aprire la pagina Link utili blabla; perché mai, visto che si tratta di un po' di consigli a buon mercato che male non possono fare? Ecco, il fatto è che temevo venisse presa come una ruffianata, come il primo passo di un do ut des obbligato che nessuno mi aveva richiesto, che le persone linkate avrebbero storto il naso di fronte al collegamento virtuale, come se fosse un amo che le aveva agganciate mentre nuotavano tranquille facendosi i fattacci propri nel laghetto dell'Internet. Ho chiesto pareri in giro, a un paio di amicizie che trovate nell'elenco, e solo quello mi è costato non poca fatica, perché l'insicurezza è una brutta bestia; le risposte sono state unanimi, “Ma che stai a dire? Fa comodo, fai 'sto elenco e via”.
E l'elenco me lo sono creato prima in testa, poi ho buttato giù una traccia sull'ormai devastato quaderno degli appunti e infine mi sono messa a chiedere ad alcuni dei professionisti che avrei voluto infilarci se avessero effettivamente voglia di comparirci.
E sapete cosa ho trovato? Altra insicurezza. Tanta, tanta insicurezza. Persone di cui ammiro profondamente l'operato, che sia in campo artistico o editoriale, che si felicitavano per la mia decisione di uscire dall'ombra del dilettantismo, che speravano di trovare il coraggio di fare altrettanto e che si chiedevano, nonostante i risultati del loro sudato lavoro siano oggettivamente eccelsi, se fosse il caso di mettersi così in mostra, se fossero abbastanza bravi.
(sì, lo siete. diamine se lo siete).
Il contesto del lavoro free-lance è strano, soprattutto se parliamo dell'ambito creativo; puoi affidarti soltanto a te stesso e al tuo senso critico, non c'è nessuno che ti dica, dall'alto di una competenza superiore, se ciò che stai facendo sia giusto o sbagliato. Vale per l'editing, per la traduzione, per l'illustrazione, per tutto ciò che implica un'interpretazione e una ri-creazione del significato, che sia per lettere o per immagini.
E lavorando da soli si rischia di chiudersi quella bolla illusoria in cui sei l'unico a dubitare di sé, perché il lavoro degli altri lo guardi dall'esterno, vedi competenze mature e compiute realizzarsi in risultati finali ineccepibili, – ma dopotutto che ne sappiamo di quanto c'è voluto a Tizio per ottenere quell'illustrazione così proporzionata, la giusta amalgama di colori, o a Caio per riprodurre in italiano un'arzigogolata frase in russo lasciandone intatto il significato? Che ne sappiamo di quanto ci ha messo Sempronio a scrivere un articolo così svelto, pulito, agevole da leggere e capire?
Non possiamo saperlo; ma così, a sentimento, mi viene da dire che Tizio, Caio, Sempronio e pure i loro vicini di casa quel risultato così perfetto se lo sono sudato macerandosi nel dubbio per notti intere.
Dubitare è sano, utile, umano. Lo facciamo tutti, lo fanno pure i migliori, quelli così bravi che non te l'aspetteresti mai. L'importante è che l'insicurezza non diventi un blocco, che impariamo ad aggirare l'ostacolo e a passare oltre.
Sennò come facciamo a evolvere?

sabato 21 luglio 2018

Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler


Arthur Schnitzler l'ho conosciuto giusto un mesetto fa, con Doppio sogno. Neanche sapevo che fosse il libro da cui è tratto Eyes wide shut di Kubrick, ma tant'è, l'ho letto e divorato, e una settimana scarsa fa mi sono letta Il ritorno di Casanova, pubblicato per la prima volta nel 1918 e pubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Giuseppe Farese.
Ammetto di non aver mai letto la sua autobiografia – anche se sono certa di averne una vecchia edizione a casa, che ho sfogliato un paio di volte senza mai immergermici – e che per un lungo periodo ho pensato si trattasse di un personaggio di fantasia. Lascio qui il link alla voce dell'Enciclopedia Treccani per la gioia di chiunque voglia approfondire l'argomento.
Dicevo che per me la figura di Casanova è sempre stata un po' evanescente, mozza, incompleta. Un nobile libertino del '700 che si dilettava in duelli e sotterfugi; tutto qui. Probabilmente non avrei mai approfondito non fosse stato per l'amico Schnitzler, che ormai di lui mi fido. Se è interessante per lui, lo sarà pure per me, no?
E infatti Il ritorno di Casanova mi è piaciuto, e molto. Non so se e quanto sia storicamente accurato, ma poco importa. La narrativa può e deve mangiarsi la realtà, quando la trama lo richiede.
Casanova ha raggiunto la “veneranda” età di cinquantadue anni. Si sente vecchio, si è notevolmente impoverito, spera nel perdono dell'adorata Venezia, dalla quale è dovuto fuggire decenni prima. L'esilio gli è insopportabile, le sue vesti sono logore, non ha prospettive se non la speranza di tornare in patria e la pubblicazione di un libello contro Voltaire. È amaro, insicuro, ma rimane perfido. Diciamocelo, Casanova è un tantinello sociopatico.
Capita che incontri un vecchio amico, qualcuno per cui ha fatto molto, facendogli dono di centocinquanta monete d'oro come regalo di nozze, - dopo aver consumato lui per primo la prima notte, diciamo. Questi insiste per invitarlo nella sua tenuta, a rivedere sua moglie e a incontrare le sue figliolette e la nipote Marcolina. Si è arricchito commerciando in vino grazie al vecchio regalo di Casanova, e per lui non prova che un sommo rispetto e una fortissima gratitudine.
E Casanova accetta, seppure titubante, l'invito. Nella tenuta del lontano amico incontra Marcolina, appena diciottenne, una fanciulla di incontestabile bellezza che lo fa ardere di un desiderio antico e cocente, e che lo disprezza nel profondo. Marcolina non è una giovane sprovveduta; è intelligente, acculturata, arguta. Studia matematica e filosofia, riesce a mondare ogni dibattito dai sofismi di Casanova, lo umilia col proprio intelletto quanto col proprio disinteresse.
E non è che a Casanova la situazione possa andare bene.
E sotto le sue trame, e sotto questa trama, soggiace il terrore della morte e ancora di più della vecchiaia, del tempo che passa, di ciò che non torna. Casanova sembra voler scappare da se stesso e da quello che lo aspetta, pur rimanendo sempre lui.
Una leggenda nel bene (quale?) e nel male (appunto).
(no, davvero, scoprire che si tratta di un personaggio realmente esistito è stato un po' un trauma).

mercoledì 11 luglio 2018

La statua di sale di Gore Vidal

Di Gore Vidal non avevo mai letto nulla, era uno di quegli scrittori che si sentono nominare spesso e che ti riprometti di approcciare prima o poi. Non sapevo che fosse morto, ero convinta fosse ancora attivo – né che avesse pubblicato il suo primo romanzo nel lontano 1946, che fosse omosessuale e americano non so perché, ma il suo cognome mi suggeriva che avesse origini ebraiche.
La statua di sale mi è giunto direttamente dalla Fazi – che ringrazio sentitamente, metà della mia libreria ormai è cosa loro; pubblicato per la prima volta nel 1948, scandalo degli scandali in patria, è giunto infine nella traduzione di Alessandra Osti.
Il romanzo parte dalla fine; il protagonista, Jim Willard, è seduto nel separé di un locale a New York e beve; è già ubriaco, molto ubriaco, ma vuole continuare a bere. Quella sbronza la sta proprio cercando con impegno. Poche pagine di questa scena triste e squallida e poi via, verso il suo passato.
Jim viene dalla Virginia; è un giovane biondo, atletico, aitante. Appena finite le superiori si è trasferito a NY per due ragioni: levarsi da una famiglia per la quale non provava poi questo grande affetto – il padre, soprattutto, è una figura fortemente negativa – e la speranza di ritrovare Bob, il suo migliore amico, il suo grande amore. Si sono separati un anno prima, perché Jim doveva ancora finire la scuola e Bob non vedeva l'ora di fuggire, ma il ricordo del loro ultimo fine settimana insieme, in una casetta sperduta nei boschi, è rimasto piantato nel cuore di Jim come un chiodo che non arrugginisce.
La statua di sale è una storia semplice, curiosamente lineare, se pensiamo a tutte le peregrinazioni di Jim. Passa da un lavoro all'altro, solitamente come istruttore di tennis, da una città all'altra, attraversa un paio di relazioni importanti, conosce poche persone che per lui significheranno qualcosa. È una persona stranamente fredda, capace, solida, che non si fa molti problemi nell'avanzare nel mondo.
Bob rimane il suo faro. In tutti gli anni lontano da casa, c'è questo ricordo di Bob che lo guida, la convinzione che prima o poi si riuniranno e il loro rapporto tornerà strettissimo, diventeranno una coppia, Jim non la pensa mai esattamente in questi termini, per lui il concetto di “coppia” è forse troppo scontato per descrivere il rapporto con Bob, che sembra qualcosa di ancestrale, profondo, incorrotto.
Mi ha ricordato vagamente John Williams, e mi viene un po' da sperare che i due si siano letti a vicenda; si sarebbero piaciuti, credo.
A me sicuramente sono piaciuti un sacco entrambi.

venerdì 6 luglio 2018

La grazia del demolitore di Fabio Bartolomei


Fabio Bartolomei è uno dei miei scrittori italiani di riferimento, forse uno dei nomi da cui sono partita quando ho deciso di riscoprire la narrativa patria contemporanea. Ho letto tutto ciò che ha scritto, stranamente in ordine cronologico. Ho adorato Giulia 1300 e altri miracoli, La banda degli invisibili, ho pianto come una disperata con We are family – il mio preferito finora – e ho provato un po' di delusione con Lezioni in paradiso, ben al di sotto del livello cui il buon Fabio mi ha abituata.
L'ho passato al parentado come un virus efficace, è diventato presto uno degli scrittori preferiti di mia madre, graditissimo da mio padre e da mia sorella. Credo di aver regalato La banda degli invisibili pure a mia zia, e non è detto che Nonno1 non sia riuscito a leggerlo, prima di.
Ad ogni modo, voglio chiacchierare di La grazia del demolitore, pubblicato da e/o nel 2016, un bel tomo che mi ha tenuto compagnia per troppo poco tempo – Bartolomei lo leggi in un attimo, scorre semplice e cristallino, con la sua scrittura schietta, onesta.
Il protagonista è Davide, un trenta-qualcosa-enne figlio di papà, un eterno adolescente che si barcamena tra locali esclusivissimissimi, un paio di amici – di cui uno, Massimiliano, sotto con le droghe mica da ridere, anche se poi se ne ride a pacchi – strettissimi e i compiti elargitigli dal padre, costruttore di successo che sentirebbe la coscienza scricchiolare, se non avesse deciso decenni prima di sedarla. Davide ha anche una madre con cui ha un rapporto bellissimo, con cui balla di nascosto dal padre, e forse è grazie a lei se non si è del tutto perso.
Il romanzo inizia col compleanno di Glauco, padre di Davide. Ha affidato al figlio un progetto importante, la demolizione e la ricostruzione di alcune palazzine in un quartiere povero, da invadere con appartamenti di lusso a prezzi altissimi. Davide è entusiasta, non vede l'ora di dimostrare al padre quello che vale. Si trasferisce in uno degli appartamenti della palazzina, quello che gli ha lasciato la nonna in eredità.
Ed è lì che incontra Ursula, l'ultima inquilina del palazzo. È una ragazza cieca, sui trent'anni, con un cane problematico. Per puro errore Davide rimane intrappolato nel suo appartamento, e si trova invischiato in una di quelle situazioni imbarazzanti che più vanno avanti e più peggiorano, e diventa sempre più difficile auto-denunciarsi. Dunque resta lì e osserva Ursula, la segue. Poco a poco inizia a ballare con lei, all'insaputa della ragazza.
Capita che Davide si innamori di Ursula, e che comprenda quello che la demolizione della palazzina farebbe alla sua vita fatta di pochi punti fermi, alla sua routine accuratamente costruita in modo che sia in grado di percorrerla senza chiedere l'aiuto di nessuno. E allora cambia idea, e allora...
La grazia del demolitore si legge così velocemente che pare duecento pagine più corto di quello che è. Ti affezioni a Davide, ti diverti con Massimiliano e con Geronimo, il capo-cantiere di Davide. Si ride, si ride un sacco con Bartolomei, non si risparmia mai uno scambio di battute dai risvolti stupidi, non c'è scena troppo rocambolesca.
Adesso però arriva il momento delle critiche – sono critiche? Onestamente non saprei, più appunti che critiche, che nemmeno io so bene come la penso in materia.
La grazia del demolitore, secondo me, scivola un po' troppo sui facili stereotipi. Nel senso che non c'è una via di mezzo tra la vita scintillante e glitterata di Davide-e-Ricchi e i tizi del cantiere, ognuno sintomo di disagio occupazionale. Mondi troppo distanti, mondi che neanche si sfiorano, - davvero Davide ha vissuto così poco da non concepire qualcosa di diverso dalla propria esperienza? C'è poi come una patina di ottimismo che un po' mi stona; Massimiliano mi preoccupa non poco, lo vedo in overdose nel giro di venti pagine, ci sono personaggi secondari troppo entusiasti all'idea di aiutare Davide, nonostante questo possa costare loro caro, un eccesso di fortuna e speranza.
C'è da dire, come dicevo poc'anzi, che non so se la mia sia davvero una critica. C'è questa cosa nei libri di Bartolomei, come se vivesse in un mondo sporco che però riesce a vedere più pulito. Una salvezza potenziale che io non riesco a intercettare con lo sguardo, un approccio allegro e propositivo che al momento mi pare aspiri al surrealismo.
Va da sé, si sarà capito, a me La grazia del demolitore è piaciuto moltissimo.

domenica 1 luglio 2018

Piccoli scorci di libri #64, Guasti di Giorgia Tribuiani e Il Signor Bovary di Paolo Zardi


Guasti di Giorgia Tribuiani – Voland, 2018

Ho capito subito che sarebbe stato difficile parlare di questo libro, a lettura appena iniziata. Immediatamente colpisce la schiettezza delle emozioni della protagonista, i dialoghi che non vengono contrassegnati da nessuna punteggiatura particolare, così come i flussi di pensiero improvvisi in un romanzo che resta narrato in terza persona. Il mondo ondeggia sotto i piedi di Giada, così la storia procede incerta, a balzi, scossone emotivo dopo scossone emotivo. Non che si tratti di una drammaticità forzata e incomprenibile: Giada, la protagonista, ha perso il compagno di una vita, l'uomo con cui ha passato un sacco di tempo. Un giorno ha avuto un incidente e, puff, da un momento all'altro si è ritrovata sola.
Il suo sconvolgimento pare anche più comprensibile se pensiamo a due fattori: il primo è il fatto che, prima di morire, il suo compagno avesse donato il suo corpo a un artista che forma sculture partendo da corpi umani, dunque Giada sa che il corpo del compagno è stato plastinato ed esposto, e questo le rende difficile lasciarlo andare, - anche per le mancanze di rispetto dell'artista verso la “tela” che è il suo compagno. In secondo luogo, il compagno di Giada era un fotografo famoso, di indubbio e celebratissimo successo. Giada è rimasta impigliata nella sua ombra e non sa come uscirne, né come definirsi. È perduta, completamente perduta, e mi è apparsa spietata e patetica insieme nei suoi tentativi di ritrovare un appiglio al di fuori del defunto.
Guasti è un romanzo breve, in cui una donna resa folle dal dolore torna a far visita al morto per tutta la durata della mostra – durerà un mese – e nel frattempo farà un paio di incontri significativi, perché la sua vicenda non può lasciare indifferenti. È scritto con voce vibrante, con toni incoerenti, a volte senti gli ansiti di Giada, la sua voce farsi concitata. È un libro profondamente emotivo, di un'onestà cruda; Giorgia Tribuiani ha scoperchiato l'involucro protettivo della pelle del romanzo per mostrare quello che c'è dentro, al livello più profondo della narrazione. I bisogni, le paure, le vergogne, gli istinti.
La logica viene dopo.

Il Signor Bovary di Paolo Zardi - Intermezzi Editore, 2014

Questo libriccino e io ci siamo incontrati al Salone del Libro, durante il Salone dell'Oca; quando sono arrivata da Intermezzi, gioiosamente traghettata dai consigli di Neo., Manuele di Intermezzi ha iniziato a chiacchierare di Zardi e di Cristò con un entusiasmo potentissimo, contagioso. Mi ha spedito da Terra rossa, ma prima ancora mi ha omaggiata del Signor Bovary, con la lettura del quale ho incontrato un unico problema: io non ho mai letto Madame Bovary.
(fine delle critiche, il suddetto volume mi ha tenuto compagnia per un'intensa mezzora mentre scendevo in treno verso casa di mia madre).
Il Signor Bovary racconta di una vicenda così squallida che fa strano riconoscerla come banale, stereotipica. Il Signor Bovary è un uomo sulle soglie della mezza età, un borghese che più borghese non si può; un ottimo lavoro con un ottimo stipendio, una bellissima moglie, una figlia piccola. C'è quel cortocircuito che gli fa decidere di iniziare una relazione con Orietta, una donna delle pulizie più giovane, un po' sovrappeso, non particolarmente affascinante. È una relazione che si basa sul rapporto stesso, punta sul bisogno della via di fuga da una vita già incasellata. Una relazione che si interrompe in maniera brusca, lasciando il protagonista in condizioni a dir poco fecali, - ma non sto a dire oltre, che già è più un racconto lungo che un romanzo breve, manca solo che mi metta a descrivere il finale.
Il Signor Bovary è crudo, cinico e commovente. Il protagonista ce la mette tutta per cercarsela, è malato di quell'insoddisfazione che ti fa fare cose stupide e verrebbe un po' da rifargli la pettinatura a forza di coppini. Ma non è malvagio, i suoi sentimenti vengono dispiegati di fronte al lettore in modo che possa accogliere la sua debolezza e perdonarlo per le stronzate.
Come dire? La tragedia umana.