venerdì 10 agosto 2018

Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout

Mettiamola così: questo non è il mio primo incontro con Elizabeth Strout, ma è come se lo fosse. Anni fa leggevo Olive Kitteridge dopo averne sentito parlare benone, con aspettative altissime a fronte di pareri entusiastici che mi giungevano da ogni angolo della blogosfera. Aveva anche vinto il Pulitzer, che volevo di più? Solo che a lettura terminata, la mia reazione è stata un puro “meh”. Olive Kitteridge non mi aveva presa granché, vai a identificare il motivo dopo tanto tempo; non che l’avessi detestato, ma non mi aveva neanche entusiasmata, ed essendo il panorama letterario sterminato e gonfio di capolavori che non avrò mai il tempo di leggere, perché intestardirmi con un’autrice il cui indiscusso capolavoro sembrava non fare per me?
Per fortuna esiste twitter, e su twitter c’è chi posta stralci di libri, citazioni, brevi commenti. E il caso ha voluto che mi capitasse sotto gli occhi una frase presa da Mi chiamo Lucy Barton, ultimo libro uscito in Italia della Strout, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso.
Ho amato così tanto questo libro che l’ho divorato in poche ore, non posso non far sapere a chi ne ha twittato la citazione che è riuscita a ricucire il rapporto scrittore-lettore tra me ed Elizabeth, con un filo spesso e solidissimo, – magari le linko ‘sta recensione e via.
Dunque, di che parla questo libro? Di Lucy Barton, ovviamente. In prima persona, una trafila di ricordi connessi tematicamente e non cronologicamente. Al centro del romanzo piazzerei il lungo soggiorno in ospedale della narratrice dovuto alle complicazioni di una banale appendicite. Lucy ha un marito e due figlie che la aspettano a casa, la famiglia le manca moltissimo, in ospedale si sente sola, – giustamente. E un bel giorno le capita in stanza sua madre, che non vede e non sente da anni, convocata dal marito. È una situazione strana, che vede l’avvicinamento di due donne che si conoscono poco, che in comune hanno pochissimi punti. E Lucy torna coi ricordi alla sua infanzia poverissima nel Maine, alla miseria, agli abusi famigliari che a quel tempo e in quel contesto passavano per educazione, ai rapporti con la sorella, col fratello, col padre, – ma soprattutto con la madre. Lucy parla anche della scuola, di come lo studio sia riuscito a trascinarla via dalla periferia dell’Impero per rilasciarla sana e salva a New York, del suo primo amore, dei suoi primi racconti pubblicati su una rivista, della sua successiva carriera di scrittrice, di qualche rapporto significativo, anche di quelli che sembrerebbero non valerne la pena. Alcuni capitoli sono di una lunghezza “normale”, altri non durano che un capoverso, soprattutto verso il finale. Certi raccontano con chiarezza cronologica un fatto avvenuto nel corso della sua vita, altri sono riflessioni intense e sferzanti, solitamente più brevi.
C’è un aspetto di questo romanzo che lo renderebbe meraviglioso anche se lo stile fosse scadente – e non lo è – se la storia fosse sciapa – e non la è – e se i personaggi fossero figurini tralasciabili, – diamine se non lo sono. Sto parlando della totale onestà di Lucy, della sua nudità di fronte alla pagina bianca. Senza imbarazzo, vergogna, senza nascondere nulla. Lucy si apre completamente al nostro morboso scrutare, ci racconta senza veli chi è, come e perché.
Se ne leggono di rado, di libri così.
Comunque se l’avete amato come l’ho amato io, mi viene da consigliarvi Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey.
Io intanto vedo di recuperarmi la bibliografia della Strout, va’.

domenica 5 agosto 2018

La schiuma dei giorni di Boris Vian


Da quando ne ho sentito parlare la prima volta, ho capito che La schiuma dei giorni di Boris Vian – scritto nel 1947, edito in Italia da marcos y marcos nella traduzione di Gianni Turchetta – era un libro mio. Un libro che sulla carta mi sarebbe dovuto piacere moltissimo, che faceva proprio per me. Per questo l'ho iniziato più e più volte, invece di abbandonarlo definitivamente, anche se i primi tre-quattro tentativi sono stati fallimentari, – vai a sapere perché.
Boris Vian (1920-1959) è stato uno scrittore che balzellava di genere dal surrealismo al pulp, un trombettista jazz adoratore di Duke Ellington, un drammaturgo, un poeta e un traduttore. La schiuma dei giorni è tornato alla savia attenzione dei lettori nel 2013, con l'uscita al cinema dell'omonimo film diretto da Michel Gondry, – non sapevo che il film fosse di Gondry, e leggendo mi chiedevo chi potesse essere il regista, mi spuntavano in mente soltanto Wes Anderson e Terry Gilliam.
La schiuma dei giorni è stato un deciso flop editoriale; Gallimard ne ha venduto poche centinaia di copie. Il successo letterario, a Vian, è arrivato con un pulp noir scritto sotto pseudonimo, Sputerò sulle vostre tombe, – in Italia sempre edito da marcos y marcos, santi subito. Bello, niente da dire, ma nulla a che vedere con La schiuma.
Dovrei smetterla di tergiversare, ed esprimere chiaramente che io questo libro l'ho adorato, ma proprio visceralmente. È stato uno di quei rari casi in cui non mi limito a gradire la lettura, a volerla condividere e consigliare. Vorrei proprio poter ripescare Boris dalla tomba, mettermelo seduto davanti al tavolo di cucina con una tazza di rosolio invecchiato, e iniziare una conversazione che potrebbe portarci chissà dove. Ho adorato la trama, i personaggi, l'ambientazione assurda e crudele, e il fatto che il genio dell'autore non si lascia ammutolire dalla possibile comodità del surrealismo. Laddove tutto può accadere, sarebbe facile scrollare le spalle e deputare ogni spiegazione al “no, ma va bene così, tanto mica deve essere credibile”; ma ogni romanzo ha una sua logica e una sua coerenza interne non esplicitate, ma comunque ricavabili dal testo. Vian continua a seguire la sua logica pazzerella per tutto il libro, nel bene e nel male, nelle nuvole rosa che circondano i personaggi innamorati e nella fabbricazione di armi, più avanti, quando tutto si fa più cupo.
La trama, magari? Veniamo alla trama. C'è Colin, protagonista del romanzo, un ricco e piacente giovanotto di ventun anni, che abita in una bella casa col suo fido cuoco Nicolas e un topo grigio dai baffi neri che gli è molto affezionato. Ha una scatola piena di dobloncioni – moneta ufficiale – che lo trattengono da quell'infamia moderna del lavoro, un cuore d'oro, un pianocktail – un piano che crea cocktail a seconda della musica che viene suonata – e un migliore amico di nome Chick, ingegnere appassionato del filosofo “Jean-Sol Partre”, di cui raccoglie religiosamente feticci e manoscritti, spendendo tutto il suo denaro, pure quello che non ha.
Capita che Chick, all'inizio del libro, vada a trovare Colin e gli parli di una ragazza che ha conosciuto proprio a una conferenza di Partre, Alise, e che Colin la voglia conoscere. All'inizio pare invaghirsene – anzi, ne è proprio invaghito – ma poi, essendo Alise e Chick innamorato persi, ripiega sull'amica di Alise, Chloe, finché Chloe non diventa un non-ripiego.
Sembra abbastanza lineare, finora, forse pure un po' noioso. Solo che il tutto è inframezzato da scene improbabili, levitazioni assurde, conversazioni impossibili. E tutto funziona, e mentre Colin e Chloe passeggiano circondati da una nuvoletta rosa, il mondo intorno dimostra apertamente la sua crudeltà, il suo sprezzo per la vita umana. Mi ha ricordato un po' Brazil (Terry Gilliam, 1985), tra sogno e distopia.
Le cose vanno benone, e poi smettono di andare benone. Non è detto che il surreale debba essere bello perché può essere bello; entrano in scena il tragico, il disturbante. Quello che Boris potrebbe risolvere con una goccia di rugiada e una capriola può anche restare senza soluzione, perché il bene e il male hanno lo stesso potere, nel mondo matto in cui è ambientato La schiuma.
L'ho adorato, l'ho adorato, l'ho adorato.
Non solo lo consiglio violentemente, – certo, se pensate che il surrealismo francese possa fare per voi – ma aggiungo che se lo avete amato e non sapete dove sbattere la testa, potreste provare Martin il romanziere di Marcel Aymé.
Diamine, Boris, già mi manchi, io la tua bibliografia me la divoro.

giovedì 2 agosto 2018

La famiglia Aubrey di Rebecca West


Da piccola ascoltavo un sacco di musica classica. “Un sacco” si fa per dire, perché la rete come la conosciamo adesso doveva ancora arrivare, così come i cd e il concetto di mp3; diciamo che buona parte di quello che ascoltavo di mia sponte era la poca musica classica che ero riuscita a reperire, – i dischi del nonno, una musicassetta registratami da chissà chi piena di Tchaikovsky e Chopin, che ascoltavo lanciandomi da una parte all'altra della cameretta su una poltrona con le rotelle.
Rimpiango di non aver studiato la storia della musica classica almeno quanto rimpiango di non aver mai imparato a suonare uno strumento musicale, uno qualsiasi. Qualche anno fa mi è venuto lo sghiribizzo di imparare qualcosa di più, e tra i manuali (qui) e la narrativa (qui e qui) qualcosa ne è anche uscito. In quel periodo sarei stata davvero contenta, se fossi riuscita a mettere le mani su La famiglia Aubrey di Rebecca West, uscito per Fazi a inizio mese nella traduzione di Francesca Frigerio. Trattasi del primo volume di una corposa familiare, pubblicato per la prima volta nel 1956.
Ho iniziato parlando di musica, e ci torno subito: la famiglia Aubrey è composta principalmente da musicisti, e la protagonista e narratrice, Rose, suona il piano insieme alla sorella Mary, sotto i dettami della madre, in gioventù una promettente musicista. Il padre però è un personaggio... beh, difficile da definire. Ama i suoi figli, ma sperpera il denaro di famiglia; ama la moglie – credo? – ma vende ciò cui è più affezionata pur di poterselo giocare. È colto, arguto, detentore di alti principi morali, eppure se fosse per lui la sua prole potrebbe pure dormire sotto un ponte. Eppure, ripeto, c'è tutto l'affetto del mondo. È la malattia del gioco, o forse il gioco è soltanto un sintomo.
La famiglia Aubrey comprende anche la primogenita Cordelia, totalmente priva di talento musicale, e Richard Quin, il fratello piccolo e immensamente dotato, – non sappiamo bene come e perché, sta di fatto che il genio gli brilla in volto.
Rose, che all'inizio del romanzo non è che una bambina, ci racconta della sua sgangherata famiglia nell'Inghilterra tra fine '800 e inizio '900, della loro sistematica mancanza di denaro, dei loro abiti sdruciti, delle crisi che arrivano a ondate, dei rapporti con la cugina Rosamund. La musica c'è sempre, è un sottofondo continuo, perché Rose e Mary il piano sanno suonarlo davvero, e la loro madre è un'insegnante severa, perché spera di potere assicurare per loro un futuro almeno da concertiste. Per la famiglia Aubrey la musica è tutto, tranne che per il padre, che è fatto di lettere, politica, socialismo in divenire. Ma c'è anche altro, la musica non divora la narrazione, non si fa ossessione. La voce di Rose è schietta, onesta e si sofferma su tutto ciò che la circonda, su ciò che la interessa di più; il centro del suo mondo è la sua famiglia, sono la madre e il padre, è il bozzolo che si sono creati nel loro misero angolo di Londra.
È un romanzo pieno, scorrevole, gonfio di vicende spicciole e di assurdità incomprensibili, – che adesso non sto a spiegare. Lo sguardo di Rose è acuto, il legame con la madre, che condivide col resto della nidiata, è bizzarro e commovente, – ma ne parlerò più avanti, mi sa.
Va da sé, lo consiglio di brutto. Se poi avete velleità musicali, anche meglio.

venerdì 27 luglio 2018

Il coming out degli insicuri

Nelle scorse settimane mi sono data una corposa svegliata; sono tornata su progetti che avevo messo da parte, mi sono data una spinta di quelle potenti e mi sono decisa, dopo mesi di tentennamenti, ad aprire la pagina dedicata ai servizi editoriali. Scusate lo spam, non è di questo che volevo parlare oggi; mi andava di chiacchierare piuttosto della pagina accanto, Link utili per (aspiranti) scrittori, che ho aperto a un paio di giorni di distanza dalla prima e che sto ancora mettendo in ordine, e si vede – avete siti, blog, forum da consigliare? Sarò ben lieta di vagliare e inserire, ovviamente a titolo gratuito, visto che mi è stato discretamente chiesto da più persone se volessi farmi pagare.
Ora, in questa pagina è mia intenzione elencare tutto ciò che può effettivamente tornare utile a chi voglia scrivere, migliorarsi e pubblicare: riviste letterarie, piattaforme dedicate alla scrittura creativa e soprattutto figure professionali necessarie per buona parte di coloro che vogliano buttarsi sull'auto-pubblicazione con esiti che superino la mera amatorialità. Dunque altri editor e correttori di bozze, esperti di social media, illustratori, impaginatori, traduttori etc.
E ora entriamo nel vivo di questo post un po' alla buona, come non mi capitava da tempo di scriverne, – e diamine, non sia mai che io perda la mia vena stramandona, come dice mia madre – ovvero nell'insicurezza, nel dubbio che ostacola e a volte blocca.
Tanto per cominciare, non ero affatto certa che fosse una buona idea aprire la pagina Link utili blabla; perché mai, visto che si tratta di un po' di consigli a buon mercato che male non possono fare? Ecco, il fatto è che temevo venisse presa come una ruffianata, come il primo passo di un do ut des obbligato che nessuno mi aveva richiesto, che le persone linkate avrebbero storto il naso di fronte al collegamento virtuale, come se fosse un amo che le aveva agganciate mentre nuotavano tranquille facendosi i fattacci propri nel laghetto dell'Internet. Ho chiesto pareri in giro, a un paio di amicizie che trovate nell'elenco, e solo quello mi è costato non poca fatica, perché l'insicurezza è una brutta bestia; le risposte sono state unanimi, “Ma che stai a dire? Fa comodo, fai 'sto elenco e via”.
E l'elenco me lo sono creato prima in testa, poi ho buttato giù una traccia sull'ormai devastato quaderno degli appunti e infine mi sono messa a chiedere ad alcuni dei professionisti che avrei voluto infilarci se avessero effettivamente voglia di comparirci.
E sapete cosa ho trovato? Altra insicurezza. Tanta, tanta insicurezza. Persone di cui ammiro profondamente l'operato, che sia in campo artistico o editoriale, che si felicitavano per la mia decisione di uscire dall'ombra del dilettantismo, che speravano di trovare il coraggio di fare altrettanto e che si chiedevano, nonostante i risultati del loro sudato lavoro siano oggettivamente eccelsi, se fosse il caso di mettersi così in mostra, se fossero abbastanza bravi.
(sì, lo siete. diamine se lo siete).
Il contesto del lavoro free-lance è strano, soprattutto se parliamo dell'ambito creativo; puoi affidarti soltanto a te stesso e al tuo senso critico, non c'è nessuno che ti dica, dall'alto di una competenza superiore, se ciò che stai facendo sia giusto o sbagliato. Vale per l'editing, per la traduzione, per l'illustrazione, per tutto ciò che implica un'interpretazione e una ri-creazione del significato, che sia per lettere o per immagini.
E lavorando da soli si rischia di chiudersi quella bolla illusoria in cui sei l'unico a dubitare di sé, perché il lavoro degli altri lo guardi dall'esterno, vedi competenze mature e compiute realizzarsi in risultati finali ineccepibili, – ma dopotutto che ne sappiamo di quanto c'è voluto a Tizio per ottenere quell'illustrazione così proporzionata, la giusta amalgama di colori, o a Caio per riprodurre in italiano un'arzigogolata frase in russo lasciandone intatto il significato? Che ne sappiamo di quanto ci ha messo Sempronio a scrivere un articolo così svelto, pulito, agevole da leggere e capire?
Non possiamo saperlo; ma così, a sentimento, mi viene da dire che Tizio, Caio, Sempronio e pure i loro vicini di casa quel risultato così perfetto se lo sono sudato macerandosi nel dubbio per notti intere.
Dubitare è sano, utile, umano. Lo facciamo tutti, lo fanno pure i migliori, quelli così bravi che non te l'aspetteresti mai. L'importante è che l'insicurezza non diventi un blocco, che impariamo ad aggirare l'ostacolo e a passare oltre.
Sennò come facciamo a evolvere?

sabato 21 luglio 2018

Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler


Arthur Schnitzler l'ho conosciuto giusto un mesetto fa, con Doppio sogno. Neanche sapevo che fosse il libro da cui è tratto Eyes wide shut di Kubrick, ma tant'è, l'ho letto e divorato, e una settimana scarsa fa mi sono letta Il ritorno di Casanova, pubblicato per la prima volta nel 1918 e pubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Giuseppe Farese.
Ammetto di non aver mai letto la sua autobiografia – anche se sono certa di averne una vecchia edizione a casa, che ho sfogliato un paio di volte senza mai immergermici – e che per un lungo periodo ho pensato si trattasse di un personaggio di fantasia. Lascio qui il link alla voce dell'Enciclopedia Treccani per la gioia di chiunque voglia approfondire l'argomento.
Dicevo che per me la figura di Casanova è sempre stata un po' evanescente, mozza, incompleta. Un nobile libertino del '700 che si dilettava in duelli e sotterfugi; tutto qui. Probabilmente non avrei mai approfondito non fosse stato per l'amico Schnitzler, che ormai di lui mi fido. Se è interessante per lui, lo sarà pure per me, no?
E infatti Il ritorno di Casanova mi è piaciuto, e molto. Non so se e quanto sia storicamente accurato, ma poco importa. La narrativa può e deve mangiarsi la realtà, quando la trama lo richiede.
Casanova ha raggiunto la “veneranda” età di cinquantadue anni. Si sente vecchio, si è notevolmente impoverito, spera nel perdono dell'adorata Venezia, dalla quale è dovuto fuggire decenni prima. L'esilio gli è insopportabile, le sue vesti sono logore, non ha prospettive se non la speranza di tornare in patria e la pubblicazione di un libello contro Voltaire. È amaro, insicuro, ma rimane perfido. Diciamocelo, Casanova è un tantinello sociopatico.
Capita che incontri un vecchio amico, qualcuno per cui ha fatto molto, facendogli dono di centocinquanta monete d'oro come regalo di nozze, - dopo aver consumato lui per primo la prima notte, diciamo. Questi insiste per invitarlo nella sua tenuta, a rivedere sua moglie e a incontrare le sue figliolette e la nipote Marcolina. Si è arricchito commerciando in vino grazie al vecchio regalo di Casanova, e per lui non prova che un sommo rispetto e una fortissima gratitudine.
E Casanova accetta, seppure titubante, l'invito. Nella tenuta del lontano amico incontra Marcolina, appena diciottenne, una fanciulla di incontestabile bellezza che lo fa ardere di un desiderio antico e cocente, e che lo disprezza nel profondo. Marcolina non è una giovane sprovveduta; è intelligente, acculturata, arguta. Studia matematica e filosofia, riesce a mondare ogni dibattito dai sofismi di Casanova, lo umilia col proprio intelletto quanto col proprio disinteresse.
E non è che a Casanova la situazione possa andare bene.
E sotto le sue trame, e sotto questa trama, soggiace il terrore della morte e ancora di più della vecchiaia, del tempo che passa, di ciò che non torna. Casanova sembra voler scappare da se stesso e da quello che lo aspetta, pur rimanendo sempre lui.
Una leggenda nel bene (quale?) e nel male (appunto).
(no, davvero, scoprire che si tratta di un personaggio realmente esistito è stato un po' un trauma).

mercoledì 11 luglio 2018

La statua di sale di Gore Vidal

Di Gore Vidal non avevo mai letto nulla, era uno di quegli scrittori che si sentono nominare spesso e che ti riprometti di approcciare prima o poi. Non sapevo che fosse morto, ero convinta fosse ancora attivo – né che avesse pubblicato il suo primo romanzo nel lontano 1946, che fosse omosessuale e americano non so perché, ma il suo cognome mi suggeriva che avesse origini ebraiche.
La statua di sale mi è giunto direttamente dalla Fazi – che ringrazio sentitamente, metà della mia libreria ormai è cosa loro; pubblicato per la prima volta nel 1948, scandalo degli scandali in patria, è giunto infine nella traduzione di Alessandra Osti.
Il romanzo parte dalla fine; il protagonista, Jim Willard, è seduto nel separé di un locale a New York e beve; è già ubriaco, molto ubriaco, ma vuole continuare a bere. Quella sbronza la sta proprio cercando con impegno. Poche pagine di questa scena triste e squallida e poi via, verso il suo passato.
Jim viene dalla Virginia; è un giovane biondo, atletico, aitante. Appena finite le superiori si è trasferito a NY per due ragioni: levarsi da una famiglia per la quale non provava poi questo grande affetto – il padre, soprattutto, è una figura fortemente negativa – e la speranza di ritrovare Bob, il suo migliore amico, il suo grande amore. Si sono separati un anno prima, perché Jim doveva ancora finire la scuola e Bob non vedeva l'ora di fuggire, ma il ricordo del loro ultimo fine settimana insieme, in una casetta sperduta nei boschi, è rimasto piantato nel cuore di Jim come un chiodo che non arrugginisce.
La statua di sale è una storia semplice, curiosamente lineare, se pensiamo a tutte le peregrinazioni di Jim. Passa da un lavoro all'altro, solitamente come istruttore di tennis, da una città all'altra, attraversa un paio di relazioni importanti, conosce poche persone che per lui significheranno qualcosa. È una persona stranamente fredda, capace, solida, che non si fa molti problemi nell'avanzare nel mondo.
Bob rimane il suo faro. In tutti gli anni lontano da casa, c'è questo ricordo di Bob che lo guida, la convinzione che prima o poi si riuniranno e il loro rapporto tornerà strettissimo, diventeranno una coppia, Jim non la pensa mai esattamente in questi termini, per lui il concetto di “coppia” è forse troppo scontato per descrivere il rapporto con Bob, che sembra qualcosa di ancestrale, profondo, incorrotto.
Mi ha ricordato vagamente John Williams, e mi viene un po' da sperare che i due si siano letti a vicenda; si sarebbero piaciuti, credo.
A me sicuramente sono piaciuti un sacco entrambi.

venerdì 6 luglio 2018

La grazia del demolitore di Fabio Bartolomei


Fabio Bartolomei è uno dei miei scrittori italiani di riferimento, forse uno dei nomi da cui sono partita quando ho deciso di riscoprire la narrativa patria contemporanea. Ho letto tutto ciò che ha scritto, stranamente in ordine cronologico. Ho adorato Giulia 1300 e altri miracoli, La banda degli invisibili, ho pianto come una disperata con We are family – il mio preferito finora – e ho provato un po' di delusione con Lezioni in paradiso, ben al di sotto del livello cui il buon Fabio mi ha abituata.
L'ho passato al parentado come un virus efficace, è diventato presto uno degli scrittori preferiti di mia madre, graditissimo da mio padre e da mia sorella. Credo di aver regalato La banda degli invisibili pure a mia zia, e non è detto che Nonno1 non sia riuscito a leggerlo, prima di.
Ad ogni modo, voglio chiacchierare di La grazia del demolitore, pubblicato da e/o nel 2016, un bel tomo che mi ha tenuto compagnia per troppo poco tempo – Bartolomei lo leggi in un attimo, scorre semplice e cristallino, con la sua scrittura schietta, onesta.
Il protagonista è Davide, un trenta-qualcosa-enne figlio di papà, un eterno adolescente che si barcamena tra locali esclusivissimissimi, un paio di amici – di cui uno, Massimiliano, sotto con le droghe mica da ridere, anche se poi se ne ride a pacchi – strettissimi e i compiti elargitigli dal padre, costruttore di successo che sentirebbe la coscienza scricchiolare, se non avesse deciso decenni prima di sedarla. Davide ha anche una madre con cui ha un rapporto bellissimo, con cui balla di nascosto dal padre, e forse è grazie a lei se non si è del tutto perso.
Il romanzo inizia col compleanno di Glauco, padre di Davide. Ha affidato al figlio un progetto importante, la demolizione e la ricostruzione di alcune palazzine in un quartiere povero, da invadere con appartamenti di lusso a prezzi altissimi. Davide è entusiasta, non vede l'ora di dimostrare al padre quello che vale. Si trasferisce in uno degli appartamenti della palazzina, quello che gli ha lasciato la nonna in eredità.
Ed è lì che incontra Ursula, l'ultima inquilina del palazzo. È una ragazza cieca, sui trent'anni, con un cane problematico. Per puro errore Davide rimane intrappolato nel suo appartamento, e si trova invischiato in una di quelle situazioni imbarazzanti che più vanno avanti e più peggiorano, e diventa sempre più difficile auto-denunciarsi. Dunque resta lì e osserva Ursula, la segue. Poco a poco inizia a ballare con lei, all'insaputa della ragazza.
Capita che Davide si innamori di Ursula, e che comprenda quello che la demolizione della palazzina farebbe alla sua vita fatta di pochi punti fermi, alla sua routine accuratamente costruita in modo che sia in grado di percorrerla senza chiedere l'aiuto di nessuno. E allora cambia idea, e allora...
La grazia del demolitore si legge così velocemente che pare duecento pagine più corto di quello che è. Ti affezioni a Davide, ti diverti con Massimiliano e con Geronimo, il capo-cantiere di Davide. Si ride, si ride un sacco con Bartolomei, non si risparmia mai uno scambio di battute dai risvolti stupidi, non c'è scena troppo rocambolesca.
Adesso però arriva il momento delle critiche – sono critiche? Onestamente non saprei, più appunti che critiche, che nemmeno io so bene come la penso in materia.
La grazia del demolitore, secondo me, scivola un po' troppo sui facili stereotipi. Nel senso che non c'è una via di mezzo tra la vita scintillante e glitterata di Davide-e-Ricchi e i tizi del cantiere, ognuno sintomo di disagio occupazionale. Mondi troppo distanti, mondi che neanche si sfiorano, - davvero Davide ha vissuto così poco da non concepire qualcosa di diverso dalla propria esperienza? C'è poi come una patina di ottimismo che un po' mi stona; Massimiliano mi preoccupa non poco, lo vedo in overdose nel giro di venti pagine, ci sono personaggi secondari troppo entusiasti all'idea di aiutare Davide, nonostante questo possa costare loro caro, un eccesso di fortuna e speranza.
C'è da dire, come dicevo poc'anzi, che non so se la mia sia davvero una critica. C'è questa cosa nei libri di Bartolomei, come se vivesse in un mondo sporco che però riesce a vedere più pulito. Una salvezza potenziale che io non riesco a intercettare con lo sguardo, un approccio allegro e propositivo che al momento mi pare aspiri al surrealismo.
Va da sé, si sarà capito, a me La grazia del demolitore è piaciuto moltissimo.

domenica 1 luglio 2018

Piccoli scorci di libri #64, Guasti di Giorgia Tribuiani e Il Signor Bovary di Paolo Zardi


Guasti di Giorgia Tribuiani – Voland, 2018

Ho capito subito che sarebbe stato difficile parlare di questo libro, a lettura appena iniziata. Immediatamente colpisce la schiettezza delle emozioni della protagonista, i dialoghi che non vengono contrassegnati da nessuna punteggiatura particolare, così come i flussi di pensiero improvvisi in un romanzo che resta narrato in terza persona. Il mondo ondeggia sotto i piedi di Giada, così la storia procede incerta, a balzi, scossone emotivo dopo scossone emotivo. Non che si tratti di una drammaticità forzata e incomprenibile: Giada, la protagonista, ha perso il compagno di una vita, l'uomo con cui ha passato un sacco di tempo. Un giorno ha avuto un incidente e, puff, da un momento all'altro si è ritrovata sola.
Il suo sconvolgimento pare anche più comprensibile se pensiamo a due fattori: il primo è il fatto che, prima di morire, il suo compagno avesse donato il suo corpo a un artista che forma sculture partendo da corpi umani, dunque Giada sa che il corpo del compagno è stato plastinato ed esposto, e questo le rende difficile lasciarlo andare, - anche per le mancanze di rispetto dell'artista verso la “tela” che è il suo compagno. In secondo luogo, il compagno di Giada era un fotografo famoso, di indubbio e celebratissimo successo. Giada è rimasta impigliata nella sua ombra e non sa come uscirne, né come definirsi. È perduta, completamente perduta, e mi è apparsa spietata e patetica insieme nei suoi tentativi di ritrovare un appiglio al di fuori del defunto.
Guasti è un romanzo breve, in cui una donna resa folle dal dolore torna a far visita al morto per tutta la durata della mostra – durerà un mese – e nel frattempo farà un paio di incontri significativi, perché la sua vicenda non può lasciare indifferenti. È scritto con voce vibrante, con toni incoerenti, a volte senti gli ansiti di Giada, la sua voce farsi concitata. È un libro profondamente emotivo, di un'onestà cruda; Giorgia Tribuiani ha scoperchiato l'involucro protettivo della pelle del romanzo per mostrare quello che c'è dentro, al livello più profondo della narrazione. I bisogni, le paure, le vergogne, gli istinti.
La logica viene dopo.

Il Signor Bovary di Paolo Zardi - Intermezzi Editore, 2014

Questo libriccino e io ci siamo incontrati al Salone del Libro, durante il Salone dell'Oca; quando sono arrivata da Intermezzi, gioiosamente traghettata dai consigli di Neo., Manuele di Intermezzi ha iniziato a chiacchierare di Zardi e di Cristò con un entusiasmo potentissimo, contagioso. Mi ha spedito da Terra rossa, ma prima ancora mi ha omaggiata del Signor Bovary, con la lettura del quale ho incontrato un unico problema: io non ho mai letto Madame Bovary.
(fine delle critiche, il suddetto volume mi ha tenuto compagnia per un'intensa mezzora mentre scendevo in treno verso casa di mia madre).
Il Signor Bovary racconta di una vicenda così squallida che fa strano riconoscerla come banale, stereotipica. Il Signor Bovary è un uomo sulle soglie della mezza età, un borghese che più borghese non si può; un ottimo lavoro con un ottimo stipendio, una bellissima moglie, una figlia piccola. C'è quel cortocircuito che gli fa decidere di iniziare una relazione con Orietta, una donna delle pulizie più giovane, un po' sovrappeso, non particolarmente affascinante. È una relazione che si basa sul rapporto stesso, punta sul bisogno della via di fuga da una vita già incasellata. Una relazione che si interrompe in maniera brusca, lasciando il protagonista in condizioni a dir poco fecali, - ma non sto a dire oltre, che già è più un racconto lungo che un romanzo breve, manca solo che mi metta a descrivere il finale.
Il Signor Bovary è crudo, cinico e commovente. Il protagonista ce la mette tutta per cercarsela, è malato di quell'insoddisfazione che ti fa fare cose stupide e verrebbe un po' da rifargli la pettinatura a forza di coppini. Ma non è malvagio, i suoi sentimenti vengono dispiegati di fronte al lettore in modo che possa accogliere la sua debolezza e perdonarlo per le stronzate.
Come dire? La tragedia umana.

domenica 24 giugno 2018

Colazione da Tiffany di Truman Capote

Quando mi approccio a un autore da cui mi aspetto molto, lo faccio con un mio metodo. Di rado inizio dal capolavoro, preferisco affidarmi alla seconda-terza pubblicazione, a opere ritenute meno significative. Per dire, Bradbury me lo sono presentato con Il popolo dell'autunno e Philip K. Dick con Radio libera Albemuth. In compenso non ho ancora letto né Fahrenheit 451La svastica sul sole.
E quando si è trattato di avere a che fare con Truman Capote, dagli scaffali della biblioteca avevo scelto, neanche troppo tempo fa, Incontro d'estate, che ho adorato e di cui ho fatto quattro chiacchiere qui.
Colazione da Tiffany mi ha fatto compagnia tutta la mattina, passata tra treni e stazioni – grazie per il ritardo, Trenitalia, eh. A buon rendere.
Difficile dire quale dei due romanzi io abbia apprezzato di più. Capote scrive queste meravigliose istantanee sovraesposte, ti cala addosso un misto di malinconia insopportabile e amore per la vita, una roba straziante.
Colazione da Tiffany lo conosciamo tutti, no?, anche grazie al film con Audrey Hepburn. Ci sono Holly, una bellissima ragazza che fa... cosa? L'accompagnatrice? La donna di compagnia? Pratica una forma molto libera e puntigliosa di prostituzione? Ad ogni modo, Holly abita nell'appartamento che sta sotto lo stanzino del narratore, uno scrittore che sta cercando la sua strada nel mondo, diciamo, e spedisce racconti alle riviste; la loro amicizia, i sentimenti di lui sono solo questione di tempo.
Non credevo che mi sarei innamorata un po' di Holly; non ho mai granché sopportato quella figura di flapper girl della letteratura americana di inizio '900 tanto cara a Fizgerald. Daisy per me può annegare nella lava, - nulla da dire su Il grande Gatsby, ho adorato il romanzo e sono certa che Fitzgerald abbia scritto esattamente ciò che voleva scrivere. Tuttavia, le figure simili a Daisy non mi hanno mai detto granché. Molto bamboline, molto comprese nel loro ruolo, molto luccicanti e niente di più. Pensavo che in Holly avrei trovato una figura del genere, e invece eccola lì, una figura piena di fascino perché non è sul fascino che punta, che vive con forzata leggerezza, piena di una benedizione che la sconvolge. Ostinata, forte come un cristallo che si rivela fragilissimo al primo scossone. Caparbia, profonda abbastanza da capire la dignità del mediocre, indipendente, impulsiva.
Il fascino di questo romanzo, credo, è tutto qui. È in Holly, nelle sue parole piene di una saggezza cruda e spietata. Il narratore è secondario, e a pensarci bene fa quasi male, la sua parte nella storia, di cronista privo di una reale influenza sul corso degli eventi.
Va da sé, Colazione da Tiffany è considerato il capolavoro di Capote, e io l'ho adorato profondamente. Un po' meno la coppia seduta accanto a me sul regionale, che potrei aver messo a disagio piangendo apertamente sul finale, - oh, ma Holly ha un'eloquenza, e dice di quelle cose che ahia.

mercoledì 20 giugno 2018

Doppio sogno di Arthur Schnitzler

Doppio sogno di Arthur Schnitzler, edizione Adelphi tradotta da Giuseppe Farese. Una novella celebre, un titolo che prima o poi tutti abbiamo sentito nominare. Quando l'ho pescato da uno scaffale della biblioteca, pochi giorni fa, non ho neanche letto un briciolo di trama, la quarta di copertina mi è rimasta estranea. Ho scoperto solo a lettura iniziata, per dire, che è stato d'ispirazione a Kubrick per Eyes Wide Shut nel 1999. Ultimamente mi sono ripromessa di leggere un po' di tutti quei titoli che “prima o poi sono da leggere”. Classici, cult, letteratura italiana. Non so, negli ultimi tempi ho voglia di capire e scandagliare la letteratura più a fondo, un libro per volta, senza limitarmi a leggere per divertirmi, - certo, se poi un titolo non dovesse piacermi, lo abbandonerei senza troppi rimpianti. Ma mi è venuta voglia di dare un senso al mio percorso di lettrice, di seguire una logica conoscitiva nello stilare le prossime letture.
Dunque, dicevo, Doppio sogno, edito per la prima volta nel 1926.
Siamo a Vienna, e la novella inizia con una scena di intimità domestica, moglie e marito che si parlano la sera, dopo cena. La bambina – sei anni – è a letto e ora hanno finalmente l'opportunità di stare da soli, di riflettere sulla festa in maschera della sera prima, durante la quale sono stati separati per un breve periodo dagli altri invitati, e da lì parte il racconto di fantasie, ricordi e desideri, da una parte e dall'altra. Il protagonista, Fridolin, rimane piuttosto scosso dal racconto tutto sommato blando della moglie, che gli parla di un ufficiale danese incrociato durante la luna di miele.
Viene chiamato d'urgenza al capezzale di un malato – è un medico privato – e deve separarsi dalla moglie Albertine, troncando a metà quel gioco di confidenze e confessioni.
Quella notte, per Fridolin, sarà strana. Ancora turbato dal racconto della moglie, cui riandrà con la mente di tanto in tanto e con stato d'animo altalenante, si troverà a saltare da una situazione improbabile all'altra, tutte scene che vedranno al centro una figura di donna, e un forte desiderio. Quella notte, per lui, sarà davvero un sogno, o forse un incubo. Forti toni onirici e misteriosi, che puntano sull'influenza della psicanalisi freudiana. Sogni, maschere, nudità. Goffe indagini, dubbi.
Una lettura breve, curiosa, inaspettatamente piacevolissima, - non mi aspettavo una scrittura così fluida e insieme raffinata, leggera e semplicemente bella.
Ho quasi l'impressione di aver barato, deputando a Doppio sogno il compito di traghettarmi più in profondità tra le pieghe della letteratura. Lo consiglio spassionatamente, - ne cercherò una copia per la mia coinquilina, sono certa che le piacerà un sacco.

domenica 17 giugno 2018

Grande madre acqua di Zivko Cingo


Questo libro sono andata a ritirarlo direttamente dalle mani dell'ufficio stampa di CasaSirio, una donzella assai cortese che non lavora poi lontano da casa mia. L'ho iniziato quasi subito e l'ho abbandonato altrettanto presto. Non che avessi problemi col libro in sé, anzi. Nello stesso periodo ho messo in pausa quasi tutte le mie letture, che mi aveva colpito un leggero blocco del lettore, sconfitto giusto ieri con un colpo di reni, - ovvero una gitarella in biblioteca. Ho preso così tanta roba che difficilmente riuscirò a smaltirla prima che finisca l'estate, e la mia schiena ancora ne risente.
Dunque, Grande madre acqua di Zivko Cingo, edito da CasaSirio – entusiasticamente intervistata qui – nella traduzione di Carolina Crespi e Jessica Puliero.
Zivko Cingo è nato in Macedonia nel 1935 ed è morto nel 1987; io della Macedonia non sapevo granché, lo ammetto. Non avrei neanche saputo come indirizzarmi su una cartina geografica oltre un generico “est”. E invece la Macedonia ha una sua storia infame e particolare, fatta di dittature e orfani rinchiusi in edifici pericolanti, tenuti in riga da un personale da far venire i brividi. Grande madre acqua risale al 1971, e racconta della situazione non proprio rosea della Macedonia post-guerra, quando si chiamava Repubblica Socialista della Macedonia e stava stretta nella morsa jugoslava sotto Tito.
Il narratore è Lem, un ragazzino che decide di lasciare la famiglia dello zio, troppo povera per poter mantenere anche lui, e si reca di sua sponte all'orfanotrofio della zona, chiamato Chiarezza. È un luogo lugubre, orribile, ricavato da un manicomio. È abitato da bambini che sembrano fantasmi, che non sanno cosa fare delle proprie giornate e da pochissimi adulti a dirigere le loro vite. Il Piccolo Padre, la Compagna Olivera, il Campanaro, - un folle, ultimo rimasuglio dell'ex-manicomio. Adulti abbruttiti dal proprio fallimento e dal fallimento del socialismo, una sfilza di incarichi improbabili e punizioni che si tuffano nella tortura.
Il narratore, come dicevo, è Lem, e qui si vede lo sforzo di Cingo; Lem parla con l'ingenua intensità dell'infanzia, si ripete, salta di palo in frasca, è l'anti-sistema narrativo. La sua vita nell'orfanotrofio scorre in funzione di Keiten, un ragazzino più o meno della sua stessa età, un caso problematico che gli hanno affibbiato e che lui all'inizio non vede che come una gatta da pelare. Ma presto si ricrede, perché Keiten, brutto e strano com'è, ha quella luce negli occhi che lo cattura, e cattura chiunque sia alla ricerca di una via di fuga.
La Grande madre acqua è la promessa di Keiten; è la libertà, è un panorama che si stende oltre l'altissimo muro che circonda l'orfanotrofio, una distesa limpida e accogliente di cui Lem riesce a sentire il richiamo. E ci crede lui, ci crede Keiten, ci crediamo anche noi, ma solo in parte, perché sappiamo che per Lem la Grande madre era vera, ma era anche una favola che si raccontava per non soccombere.
La scrittura di Cingo è pregna, piena. Bella anche quando si fa complessa, - giusto ieri leggevo una frase di Nabokov, sul fatto che al lettore non fa poi male rileggere una frase complicata. Ecco, sono d'accordo.
(anche se Nabokov non l'ho ancora letto, avevo iniziato Lolita ma l'ho piantato a meno di un terzo perché non mi faceva dormire; io nella testa di Humbert non ci entro manco con le pattine).
Sono arrivata alla fine di Grande madre acqua senza accorgermene, ho girato l'ultima pagina aspettandomi ancora qualche riga.
Mi ha lasciato con una voglia inesprimibile di andare al mare.

Lo vedi da te che tutto questo è terribile, orrendo! Lem, non devi pensarci, sono solo fantasie. Inutili, avvelenate, mortali. Senza senso né fine.

mercoledì 6 giugno 2018

Jane di Lantern Hill di Lucy Maud Montgomery


Lucy Maud Montgomery è stata una scrittrice assai prolifica. Nata in Canada nel 1874, ha pubblicato più di venti romanzi per ragazzi, nove dei quali dedicati al suo personaggio più famoso Anna dai capelli rossi, e infinite raccolte di racconti.
Jo March ha inaugurato la nuova collana per ragazzi Plumfield al Salone del Libro con Jane di Lantern Hill, scritto nel 1937, nella traduzione di Elisabetta Parri. Ovviamente me lo sono accaparrato con avida furia, e mi ha tenuto compagnia mentre cercavo di far riprendere fiato ai neuroni tra una conferenza del Salone e l'altra, - tra l'altro non ho ancora parlato di mezza conferenza, 'cidenti. Ma che aspetto?
Dunque, vediamo. La storia è raccontata in terza persona, e la protagonista è Jane Victoria Stuart, una ragazzina di dodici anni gravata da una situazione troppo pesante per le sue spalle. Vive con la tirannica nonna Kennedy, con la noiosa zia Gertrude e con la meravigliosa madre, Robin. Il padre, chissà. La madre è la sua principale fonte di gioia, una creatura fragile e bellissima che Jane sente la responsabilità di proteggere dal mondo, anche dalla propria sofferenza, se necessario. Il che, ammetto, mi ha irritata non poco, e credo che sia un sentimento comune a chiunque legga il romanzo; Robin non riesce mai a prendere una posizione, a difendere la figlia dalle continue vessazioni di Nonna Kennedy. Quest'ultima è un personaggio da far venire i brividi, una di quelle persone la cui soddisfazione dipende dall'impedire agli altri di ottenere una qualsivoglia forma di felicità. Non è mai violenta, nemmeno verbalmente. È fredda e acuta, e colpisce con precisione. Il suo amore per il mondo inizia e finisce con la figlia Robin, per la quale nutre un affetto morboso, - cosa che ho trovato davvero interessante, soprattutto considerato il pubblico di riferimento.
Jane è dunque infelice. Vive nell'ansia costante di fare arrabbiare la nonna, ha un'unica amica, – un'orfana che vive lì accanto – e nello studio è una frana. Non che non si impegni, ma la paura di sbagliare le impedisce di ottenere risultati accettabili. È una ragazzina, che diamine.
E un giorno a casa arriva una lettera che fa infuriare la nonna; il padre di Jane insiste per volerla conoscere, dopo tanti anni di silenzio, e pretende che la ragazzina gli venga mandata quell'estate, all'Isola del Principe Edoardo, dove peraltro è nata l'autrice.
È presto detto, Jane verrà spedita a trascorrere qualche mese dal padre. E qui rinasce, si scopre, si conosce. Il rapporto che sviluppa col padre è commovente, luminoso, e il modo in cui inizia a muoversi per l'isola, conoscendone gli abitanti uno per uno, il modo in cui viene accolta, lo stupore con cui scopre di potersi muovere liberamente... ecco, non so che dire, se non “bello”. E, ribadisco, commovente. Potrei cercare altri termini, “commovente” l'ho già usato e la ripetizione in poche righe fa brutto, ma non trovo descrizioni più adatte, e a un certo punto meglio essere stilisticamente rozzi ma chiari, no?
La storia procede, le cose vanno nel modo in cui devono andare e io non dico più nulla. I nodi vengono al pettine, Jane cresce e cambia etc.
Ci tengo a sottolineare la precisione con cui Lucy Maud Montgomery ha dipinto i suoi personaggi e i rapporti che intercorrono tra loro, soprattutto quelli tra la nonna e la madre di Jane, e il loro susseguente rapporto col mondo. Sarebbe bastata una figura autoritaria e noiosa perché questo romanzo acquisisse comunque una sua dignità letteraria da buon libro per l'infanzia, ma l'autrice non si è fermata lì. Tutt'altro. Nonna Kennedy fa venire i brividi perché riesci a cogliere il bruciare del suo sentire dietro la facciata severa, Robin è fatta di una debolezza tale che le vedi le ossa tremare sotto la carne, scena per scena, - e io personalmente un po' l'ho odiata. La Montgomery non è stata indulgente, con lei. E vorrei vedere. Tutta la questione della responsabilità dei genitori verso i figli, e dei figli verso i genitori, delle impalcature sociali, questa perfetta rappresentazione di un nucleo famigliare disfunzionale... io Jane di Lantern Hill l'ho adorato. Punto.
Punto.

giovedì 31 maggio 2018

I libri cambiano, i lettori pure (forse) #BlogNotes18

Il tema del BlogNotes di oggi è La lingua come strumento di identità; un tema bello ampio e bello spesso, che volendo si potrebbe aggredire da così tanti lati. Questa intanto è l'ultima settimana del Maggio dei Libri. Mi mancheranno questi post, diamine.
Col tempo il linguaggio cambia, e cambia anche il modo che abbiamo di recepirlo, in un continuo e lento rimpallo tra produzione e fruizione. Per questo ogni tanto i classici vengono ritradotti, talvolta in specifiche collane autoriali, - mi viene in mente la vecchia collana Einaudi Scrittori tradotti da scrittori (1983), in cui Levi se la vede con Kafka e Calvino con Queneau. Magari ci sono termini desueti, forme sintattiche acerbe che vanno riviste alla luce di una nuova prassi, e non è nemmeno detto che il testo che ci è arrivato in italiano sia completo. Ricordo di aver letto per la prima volta Shirley di Charlotte Bronte in una vecchissima riduzione, - poco male, l'ha poi ripubblicato Fazi in versione integrale.
Ed è anche di Charlotte Bronte che voglio parlare oggi, in merito ai mutamenti nella ricezione di un libro, specificamente per quanto riguarda i personaggi.
Prendiamo Jane Eyre, indiscusso capolavoro – anche se personalmente il mio preferito rimane Villette. Jane è un'orfana accolta senza affetto dalla famiglia dello zio, che la disprezza profondamente. Mandata in collegio, capisce presto che farà meglio a imparare a cavarsela da sola, che avrebbe dovuto fare affidamento soltanto su sé stessa per tutta la vita e via dicendo. È una donna forte, con un indomabile spirito di indipendenza, e per tutto il romanzo rifiuta di piegarsi a qualsiasi decisione che possa mettere in dubbio la sua libertà di movimento, anche costo di condannarsi all'indigenza, allontanando la prospettiva di una pericolosa felicità.
Come interpreteremmo oggi un personaggio come Jane? Un personaggio che rimane fino all'ultimo ancorato alla propria morale verrebbe forse etichettato come freddo, noioso, paranoico. Eppure, anche per le ovvie motivazioni pratiche dietro la sua scelta, - erano altri tempi e la condizione sociale post-adulterio era alquanto diversa – in Jane Eyre continuiamo a vedere un esempio di forza e indipendenza, perché non c'è una sola scelta che non abbia fatto per sé stessa, sacrificando tutto ciò che non intendeva essere.
Diverso è il caso di Fanny Price, protagonista di Mansfield Park, - che ne penserebbe Charlotte, dell'essere accostata a un'autrice che ha tanto odiato? Mi spezzi un po' il cuore, Charlotte. Fanny Price, dicevo, è forse l'eroina meno amata nella comunità Janeite. È un personaggio calmo, silenzioso, di carattere debole e priva della vivacità di pensiero di una Lizzie o di una Emma. Per il suo comportamento remissivo, pare piegarsi lei per prima alla condizione di vittima, e nel film che ne è stato tratto nel 1999, il personaggio di Fanny è stato arricchito con alcune prerogative di Jane Austen, - la scrittura di racconti e di lettere.
Fanny non evolve lentamente come accade a Anne Elliot di Persuasione; il suo cambiamento è repentino, e avviene nel momento in cui si impunta nel rifiutare una vantaggiosa offerta di matrimonio da parte di Henry Crawford, fratello della sua rivale d'amore, Maria. Da apatica, si fa riottosa soltanto in quell'occasione decisiva, prendendo in mano per la prima volta il suo destino.
Fanny Price, benché si impunti in una strenua difesa di sé stessa in modo analogo a Jane Eyre, non è ugualmente amata dalle lettrici. Al contrario, sembra riscuotere maggiore successo Mary Crawford, l'antagonista. Una donna moderna, che rivendica delle aspettative sul mondo, s'ingegna per passare il proprio tempo in maniera piacevole e non disdegna di chiacchierare della propria visione del mondo, essendo consapevole delle proprie prerogative e rivendicandole. Riveste un ruolo negativo, la rivale della protagonista, eppure la stessa Jane Austen non la raffigura come una vera antagonista. Mary si affeziona a Fanny, e con lei si comporta da amica. Nel 1913 verrà pubblicato in Inghilterra Old friends and new fancies di Sybil G. Brinton, – portato in Italia da Jo March col titolo Vecchi amici e nuovi amori (2013) - “un immaginario seguito ai romanzi di Jane Austen”. Qui Mary Crawford sarà uno dei personaggi principali, pienamente ristabilito, e saranno i due protagonisti di Mansfield Park a subire le antipatie della scrittrice.
Cambia il linguaggio, cambiano i lettori e cambiano anche i libri. Alcuni personaggi rimangono immutati nel cuore del pubblico, altri ascendono e alcuni vengono riscattati. Ho letto Le notti bianche di Dostoevskij, e non ho potuto sopportare la prosopopea del protagonista; ho letto Le relazioni pericolose, e mi sono sbalordita per la storia che intercorre soggiacente nelle lettere tra i due “cattivi”, trovandola chissà come delicata, e chiedendomi come fosse stata percepita a fine '700. Tornando a Charlotte Bronte e al suo Villette, come vedremmo oggi l'eroe del romanzo, così rigido e moralista?
Anno per anno, generazione dopo generazione, ci arricchiamo di nuove culture e nuovi significati, che diventano poco a poco patrimonio comune. Nuove parole, nuovi gesti, nuovi pattern di comportamento e punti di vista che si ribaltano.
Qui i link dei blog aderenti a BlogNotes, - arrivederci, è stato un bel viaggio.

mercoledì 30 maggio 2018

Intervista a CasaSirio


Che dire? Di CasaSirio mi capita di parlare spesso; ho chiacchierato dei loro libri qui, qui, qui, qui e qui. Sono andata a rompere loro le scatole durante il Salone dell'Oca. Ho seguito le pubblicazioni della casa editrice fin dalla sua nascita, e con questa intervista vorrei riuscire a farvi capire com'è che ne parlo sempre. Mi ha risposto Martino Ferrario, direttore editoriale.
Enjoy.


    Come prima cosa narrateci: chi è CasaSirio? E che vuol dire essere una casa editrice POP?

Sai che è la domanda che ci hanno fatto di più in questi anni? Per spiegarla abbiamo fatto un upgrade di motto, “Storie che non puoi smettere di raccontare”, e qual è una storia che non puoi smettere di raccontare? Una storia fighissima, con un plot che non ti fa staccare e un sacco di livelli di lettura, qualcosa che sia così fruibile da doverla raccontare a tutti i costi a qualcun altro.
    Da dove viene il nome CasaSirio”?

Siamo un gruppo di amici, e molti di noi studiavano assieme. A Torino. (Purtroppo) troppi anni fa. Quattro di noi vivevano anche assieme, e visto che i nostri cognomi non stavano sul citofono (che era il tipico citofono piccino e un po’ scassato che hanno le case degli studenti), abbiamo pensato di mettere quello dell’unico abitante full time della casa, Sirio, il nostro gatto. Così, quando qualche anno dopo abbiamo deciso di fondare la casa editrice dei libri che amavamo, beh, siamo stati quasi costretti a darle il nome del luogo che abbiamo più amato.

    Le vostre pubblicazioni spaziano in un'ampia varietà di generi, avreste voglia di raccontarci le vostre collane?

Certo! Innanzitutto bisogna dire che le nostre collane sono nomen-omen.

Abbiamo i RIOTTOSI, che è la nostra collana di genere. Thriller, noir, quel tocco di fantascienza e western che non guasta mai. Sono riottosi, quindi ti prendono a pugni, nei libri che racchiudono la gente muore (spesso male) e non ti permettono di mettere giù il libro nemmeno nei momenti di emergenza.

Poi ci sono gli SCIAMANI, storie di formazione, di quelle che ti porti dietro finché non tiri le cuoia. Spesso i protagonisti sono ragazzi, devono avere un percorso di crescita, sono romanzi tosti e che ti stringono lo stomaco.

La terza è la tua, i MORTI&STRAMORTI. Classici inediti in Italia, pietre miliari di altre culture che noi portiamo qui e godiamo un sacco a farlo. 

(sia messo agli atti che ho adorato libri anche di altre collane. N.d. Leggy) 

La quarta - e ultima ufficiale - sono gli eXtra. Siamo nati come editori di narrativa, ma siamo sempre stati sicuri che pure nella non fiction ci fossero storie che non si potevano smettere di raccontare (quindi POP). Biografie illustrate di presidenti americani, tautogrammi e, molto presto, il mio amatissimo calcio.

Poi ci sono pure i DieciQuindici (i tascabili economici dei nostri libri più venduti), gli eBook in libreria (il primo modo di vendere eBook come libri) e i PendolariQR (racconti gratuiti in formato biglietto da visita). Sì, siamo sempre dietro a combinarne una.

    Come avete scoperto, per dire, quella meraviglia che è Raffles?

Dal titolo di un altro libro. Qui ci sarebbero da raccontare i mille salti che faccio di solito quando cerco un libro straniero, ma non sono interessanti quindi li zompo. Fatto sta che dopo tutti sti salti trovo un libro con un titolo fighissimo DEAD MAN TELL NO TALES. Leggo il libro pensando sia una figata, lo butto via poco dopo perché, beh, per il motivo per cui si mollano i libri, ma penso che uno che scrive titoli così belli non può non aver scritto qualcosa di fighissimo. Lì scopro Raffles. E esulto tipo Grosso dopo il gol contro la Germania.

    Siete ganzi, ma di misura ridotta, molto giovani e molto indipendenti: com'è andata che siete nati?

Visto che sono due metri per novanta chili buoni mi commuovo sempre quando qualcuno mi dice che sono di dimensione ridotta, quindi grazie <3 (profondo astio nanico. N.d. Leggy) Per quanto riguarda CasaSirio, siamo nati perché volevamo pubblicare a tutti i costi storie che amavamo. Se la domanda successiva è: che peso specifico ha l’abuso di birra nei pub nel periodo della scelta, la risposta è: parecchio.

    CasaSirio pare essersi impegnata in una battaglia per integrare librerie, ebook, cartaceo e digitale. Raccontateci il progetto eBook in libreria, orsù.

Più che in una battaglia per far integrare tutto, una battaglia per arrivare ai lettori in tutti i modi che ci vengono in mente. Non è chi legge a dover arrivare al libro, secondo me, è molto di più il contrario. Io ho un lavoro oggi perché quando ero un piccolo testa di cazzo che pigliava denunce e veniva portato in varie questure, avevo sempre un libro in mano. E avevo un libro perché qualcuno mi aveva convinto a leggerlo, non perché “leggere è importante e apre la mente e tutte le blablablate che si dicono”. Noi cerchiamo di fare questo, e eBook in libreria è solo l’ultimo dei progetti.

Sono taccuini iperpersonalizzati all’esterno in forma di libro che si vendono esclusivamente in libreria e contengono un QRcode (e un link). QR e link portano a una pagina di invio diretto dell’eBook a qualsiasi eReader (o Ipad, telefono, etc) in trenta secondi netti. Noi giochiamo dicendo che abbiamo reso cartaceo il digitale, e ne siamo tanto contenti.

    Come sono i vostri rapporti col magico e variegatissimo mondo dell’editoria?

Guarda, sembra una cazzata di posa, ma belli. Sia i rapporti con gli editori più grandi - che spesso ammiravamo prima di diventare editori (e, sia chiaro, ammiriamo e leggiamo ancora) e non si sono mai fatti problemi a darci consigli e pure una spinta quando c’era bisogno - sia con quelli più giovani e piccolini. Con la maggior parte di loro più che colleghi siamo amici, ed è fighissimo. Lavoriamo un sacco assieme, ci aiutiamo quando c’è bisogno, ci sbronziamo, facciamo festa e ci incazziamo come le iene.





    E coi lettori?

Per me questo è un jolly. Io sono sempre in giro e ne ho conosciuti a migliaia, con cui spesso mi sono fermato a bere birra o caffè e chiacchierare. Faccio un lavoro meraviglioso, quindi spesso parliamo assieme di libri (miei, degli altri, chissenefrega, cazzo: quanto è bello poter parlare di libri?) e di un sacco di altre cose. Pure sui social e via mail riusciamo ad avere un gran rapporto. Noi siamo avidi di storie, e ognuno ne ha una da raccontare.

    Momento gossip becero: un'esperienza buffa da editori? Chessò, un aspirante autore stalker, un quasi acquirente pazzo in fiera…

Una volta, mentre ero in uno dei giri pazzi che mi capita di fare, mi ha fermato la Finanza. Avevo la macchina conciata come quella del famigerato scafista, ma quando hanno letto EDITORE sulla carta d’identità mi hanno lasciato andare senza perquisa (una volta è successo pure mentre avevo in macchina Doug Johnstone - che ha documentato tutto con centinaia di foto).

    Com'era il mondo editoriale che vi eravate immaginati, e come l'avete trovato?

Ecco. Non ce l’eravamo immaginati granché. Per lo meno non io. Io agisco prima di pensare, poi metto le pezze alle cazzate. Di sicuro ci sono un sacco di leggende del menga (per esempio che gli editori non si danno una mano a vicenda), ma ci sono anche parecchie cose vere tra le “voci di corridoio” (tipo che si scrive quasi quanto si legge), però, in ogni caso, ci divertiamo. Si gioca anche spessissimo a calcio e si beve un sacco di birra, cose che non guastano mai.

    CasaSirio ha un modo tutto suo per comunicare coi lettori, - durante i giorni del Salone vedevo in home page su facebook più dirette tue che post di mia madre. Vi va di raccontarci perché e per come?

Mi fa piacere tu abbia assisto al mio lento disfacimento fisico durante il Neverending Tour (è che mi sento ancora un ventenne ma, mannaggia, non lo sono più). L’idea di iniziare a comunicare così è nata con quella di “storie che non puoi smettere di raccontare”. Raccontiamo storie. Su carta, in video, dal vivo.

    Se dovessi consigliare un libro del vostro catalogo per dare un corretto sunto della casa editrice, quale sarebbe?

Questa domanda ha un tasso d’infamia molto solido. Chi offenderò e chi renderò felice? Dirò una paraculata tipo “Il prossimo?”. Bisserò dicendo “tutti”? Farò il generalista dicendo che abbiamo scoperto degli italiani incredibili, portato in Italia degli stranieri fantastici o trovato morti di cui siamo orgogliosi?
Scherzi a parte, non saprei consigliare in generale, ma in particolare sì. “Cosa ti piace leggere” è la domanda che faccio a tutti quelli che mi consigliano un libro. Dovessi consigliarlo a te, oltre al già supercitato Raffles (che il correttore automatico continua a correggermi in superdotato, non so perché ma immagino non sia un’offesa), ti dico aspetta febbraio che esce una super Morta&StraMorta. E leggiti Cingo.

    C'è qualcosa che non vi ho chiesto ma di cui vorreste chiacchierare?

Sinceramente sono un po’ offeso che tu non mi abbia chiesto come faccio ad essere così bellobelloinmodoassurdo e, nonostante lo stereotipo, fare anche il direttore editoriale. (devono aver cancellato la domanda, il file è corrotto! N. d. Leggy)

    Quando esce la nuova raccolta di racconti di Raffles?

Tra non molto. Promesso.

    (Sono dipendente. Ho un problema. Lo so.)

Anche noi ;) È per questo che stiamo scegliendo il momento adatto :)

    Grazie mille per esservi prestati all'interrogatorio :D

Grazie a te!