martedì 29 settembre 2020

Chiedi scusa! Chiedi scusa! di Elizabeth Kelly - La biografia di una famiglia disfunzionale

Non ho mai letto Anna Karenina – ma mi sono ripromessa di farmi trovare pronta al prossimo lockdown con quello o con Guerra e Pace – ma ho ben presente l’incipit, “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”. Aggiungo alla tipica allegrezza di Lev che in percentuale le famiglie felici non mi sembrano affatto la maggioranza; a me, almeno, pur cercando di scandagliare le relazioni tra i miei amici e i loro famigliari, ne vengono in mente pochissime – che diano davvero felici, intendo. C’è chi lamenta la distanza emotiva, chi l’eccessivo controllo, chi si sente sfidato o giudicato, chi non riesce a rivedere nel genitore che la mappa delle proprie storture. La famiglia è una questione complessa, un insieme di ferite impossibili da spiegare a chi non è stato testimone. Possiamo scherzare su Freud e sulle sue fissazioni – che sì, sono eccessive quando traducono ogni tensione in tensione sessuale – ma sull’impatto genitoriale ha ragione lui: qualcosa non va nel rapporto tra il sé e il mondo? Andiamo a rivivere l’infanzia con tutti i suoi traumi e il suo rimosso. Probabilmente il bug è lì.

 

Chiedi scusa! Chiedi scusa! è l’esordio di Elizabeth Kelly, un esordio che risale al 2009, tradotto per Adelphi da Ombretta Giumelli, ed è il racconto in prima persona di una famiglia davvero disgraziata, di quelle che un tempo avrei trovato poco credibili, “Come se esistessero famiglie del genere, come se dei genitori potessero trattare così i loro figli”. Ebbene, a forza di vivere nel mondo e di farne esperienza, ho accettato che tanta crudeltà è possibile in famiglia proprio perché è nell’ambito famigliare che l’essere umano tende a comportarsi con più naturalezza. L’esempio classico è il padre di famiglia violento che fuori fa lo splendido e a casa fa paura. La famiglia è dove i nostri difetti vengono a galla, diventano espliciti, evidenti. Le risposte scocciate che mi viene da dare a mia madre non riuscirei a indirizzarle a nessun altro – risposte che poi mi rimangono piantate dentro a mo’ di rimorso, sia chiaro.

In Chiedi scusa! Chiedi scusa! la famiglia incriminata è quella di Collie Flanagan, che ripercorre partendo dall’infanzia – e dunque dalla genesi del suo nucleo famigliare – la propria storia. Racconta prima di tutto del nonno – il padre della madre –, un uomo freddo, scostante e orgoglioso che pure si ritrova curiosamente ad ammirare, nonostante in famiglia gli siano tipicamente ostili – tutti, dal fratellino di Collie, Bingo, ai genitori fino allo zio Tom, fratello del padre. È forse questa malcelata simpatia per il nonno che rende Collie un facile bersaglio agli occhi dei famigliari, qualsiasi cosa faccia. La sua serietà e la sua accortezza sono caratteristiche malviste dai Flanagan, che sono tutti un po’ spostati, bohémien, artistoidi senz’arte. La casa di Collie ha l’atmosfera sgangherata di una comune hippie i cui membri festeggiano il ritrovamento di un tesoro in denaro – denaro che viene perlopiù dalle tasche dell’odiato nonno-patriarca.


Non è strano che Collie non riesca a sopportare Bingo. Bingo è il suo esatto contrario, ma non per difetto. È ribelle, sfrontato, vivace. Sembra libero da ogni convenzione, pronto a rigettare qualsiasi regolamento per amore della propria autodeterminazione. È una qualità che i Flanagan apprezzano e appoggiano a prescindere dalle lamentele degli insegnanti di Bingo. Bingo è intoccabile, perché nessuno in famiglia si azzarda a mettergli un freno. Collie, che fuori casa viene apprezzato per i suoi successi accademici e per il suo buon carattere, si vede usare come metro di paragone negativo perché si mettano in mostra le perfette qualità di Bingo. Quella dei Flanagan è una famiglia nata per non funzionare.

Il romanzo ci porta dall’infanzia di Collie fino all’età adulta, soffermandosi sulla dolorosa bizzarria dei suoi compagni di viaggio – i suoi famigliari – e le sue disgrazie. Tralasciamo lo stile – che è leggero ed elegante e scorre perfettamente –, è lo struggimento che voglio sottolineare. Che non è uno struggimento melodrammatico, tutt’altro, quanto quella rassegnazione che viene dall’aver accettato pienamente tutto il peso che la vita ci ha scaricato addosso, tutto il dolore subìto, tutto il male che abbiamo fatto; quel groviglio di prove che non abbiamo superato, gli errori e le loro conseguenze risolti nella somma negativa del presente. Collie lo accetta senza ingannarsi, né su se stesso né su coloro che lo circondano. E riesce a capire e ad amare comunque, ed è questo che trovo meraviglioso.


Tornando all’amico Lev, ogni famiglia disgraziata è tale a modo suo, in ogni romanzo offre un tormento inedito. Quello delle famiglie disfunzionali è un tema che non finiremo mai di sviscerare.

Approfondirò una volta o l’altra, perché c’è davvero tanto da dirne.

Ed Elizabeth Kelly l’ha fatto benissimo.

lunedì 14 settembre 2020

Rosso Floyd di Michele Mari (che deve continuare a fare il cazzo che gli pare)

Leggendo Rosso Floyd ho capito cosa direi a Michele Mari, se mai mi capitasse di incontrarlo, tipo a una di quelle feste che gli editori danno durante il Salone del Libro, cui mi riprometto sempre di andare arrendendomi immancabilmente al non andare. Non so cosa fare se incontrassi Neil Gaiman, temo che incontrando Elizabeth Strout mi partirebbero impappinamenti sconnessi ed eccessivamente personali che la metterebbero a disagio – Catherine Lacey non parliamone, le chiederei di diventare la mia migliore amica, quella che non vedo mai e che non sento mai. Quando ho incontrato Joe R. Lansdale qualche Salone del Libro fa, gli ho chiesto di fare a braccio di ferro, costringendo la fila dei fan in attesa dell’autografo a bloccarsi per i miei comodi. Con Mari, ecco, credo che gli direi qualcosa come “Ti prego, continua a fare il cazzo che ti pare. Vai così. Il cazzo che ti pare”. Perché è evidente che Mari delle regole di scrittura e della corretta ricezione da parte del lettore se ne frega spassionatamente, e i suoi libri funzionano da dio. Non vorrei mai fargli da editor, essere il tizio che gli deve comunicare che “potrebbe esserci una sovrabbondanza di puntini di sospensione, non sarebbe meglio sostituirne qualcuno con un più pulito punto fermo?” per sentirimi rispondere uno “Stocazzo” che forse Mari esprimerebbe diversamente, ma con la stessa secca fermezza.

 


Insomma, Rosso Floyd, Einaudi 2010, con la sua bella copertina completa di mucca che rimanda alla cover di Atom Heart Mother. Che sarebbe un album dei Pink Floyd, elemento centrale del romanzo che ignoravo bellamente prima di iniziarlo, nonostante l’evidente rimando. Li ascoltavo spesso, da piccola, anche se non mi appassionavano particolarmente li consideravo una splendida esperienza mistica; capitava che restassi sola in casa e spalancassi tutte le finestre e lasciassi andare The Dark Side of the Moon a tutto volume per il circondario – stavamo in campagna, ma sono abbastanza certa che i due palazzi nelle vicinanze non fossero proprio contentissimi.


I Pink Floyd, ma i Pink Floyd secondo Mari, che evidentemente è un appassionato che ha cercato di dare un senso al percorso della band, agli sbandamenti dei singoli membri, alla parabola in picchiata di Barrett. Io non sapevo niente della storia dei Pink Floyd, e posso dire che è stato bello riscoprirli così, seguendo la sconnessa colonna sonora del romanzo, passando da una voce all’altra, da un album all’altro. Mentre scrivo mi fa compagnia Shine on you crazy diamond – non c’entra nulla, ma ho finalmente capito il riferimento di Crazy Diamond, lo Stand di Josuke in Diamond is Unbreakable, ma non divaghiamo e il pensiero va perlopiù a Barrett, il che è un’ulteriore prova della sua maledizione, della sua ombra che rimane in primo piano sulla scena nonostante nel romanzo non sia mai comparso a dire la sua, a monologare come fanno gli altri.


La struttura del romanzo, dunque. E la trama. Non si può parlare di una trama. La trama sono i Pink Floyd e un numero imprecisato di personaggi secondari – amici, parenti, fan, approfittatori, creature mitologiche etc – che dicono la propria. Alcuni tornano, ricorrono a mettere le pezze che preferiscono sulle parole di quelli che li hanno preceduti. Tutti hanno qualcosa da dire su Syd, sul suo distacco dalla formazione dei Pink Floyd dal ‘65 al ‘68, una separazione che è diventata leggenda e terreno di mistificazione, centrale nel culto della band. I capitoli sono brevi, poche pagine in cui chi ha qualcosa da dire prende la parola e dà la sua versione dei fatti su come stessero le cose tra Syd e Roger, tra Syd e David – che lo andrà a sostituire nel ‘68 – e tra Syd e la famiglia; e poi tra i membri superstiti dei Pink Floyd, sulla strana metagenesi di una creatura musicale che continua a perdere pezzi e a trovarne di nuovi. Parlano gli agenti, le coriste, parlano David Bowie ed Eric Clapton, Stanley Kubrik. I Pink Floyd hanno fatto la storia della musica, e la storia gliene chiede il conto impicciandosi fino nel fondo negli affari della band, che sono materia pubblica e del pubblico – come fa Mari, del resto.

Potrei raccontare qui le ragioni per cui Syd viene allontanato dalla band, perché il confezionamento di questo post possa ricordare quella cosa chiamata “recensione” simulandone l’approccio alla trama. Ma io non lo sapevo, e l’ho scoperto durante la lettura ed è stata una bella lettura, quindi perché privare il mio prossimo lettore della medesima esperienza? Si capisce tutto. In questo romanzo che è un insieme di stralci, una continua fuga del punto di vista, un processo e una confessione, la trama è lucida e già conclusa e senza conclusione.

Esattamente come