lunedì 14 settembre 2020

Rosso Floyd di Michele Mari (che deve continuare a fare il cazzo che gli pare)

Leggendo Rosso Floyd ho capito cosa direi a Michele Mari, se mai mi capitasse di incontrarlo, tipo a una di quelle feste che gli editori danno durante il Salone del Libro, cui mi riprometto sempre di andare arrendendomi immancabilmente al non andare. Non so cosa fare se incontrassi Neil Gaiman, temo che incontrando Elizabeth Strout mi partirebbero impappinamenti sconnessi ed eccessivamente personali che la metterebbero a disagio – Catherine Lacey non parliamone, le chiederei di diventare la mia migliore amica, quella che non vedo mai e che non sento mai. Quando ho incontrato Joe R. Lansdale qualche Salone del Libro fa, gli ho chiesto di fare a braccio di ferro, costringendo la fila dei fan in attesa dell’autografo a bloccarsi per i miei comodi. Con Mari, ecco, credo che gli direi qualcosa come “Ti prego, continua a fare il cazzo che ti pare. Vai così. Il cazzo che ti pare”. Perché è evidente che Mari delle regole di scrittura e della corretta ricezione da parte del lettore se ne frega spassionatamente, e i suoi libri funzionano da dio. Non vorrei mai fargli da editor, essere il tizio che gli deve comunicare che “potrebbe esserci una sovrabbondanza di puntini di sospensione, non sarebbe meglio sostituirne qualcuno con un più pulito punto fermo?” per sentirimi rispondere uno “Stocazzo” che forse Mari esprimerebbe diversamente, ma con la stessa secca fermezza.

 


Insomma, Rosso Floyd, Einaudi 2010, con la sua bella copertina completa di mucca che rimanda alla cover di Atom Heart Mother. Che sarebbe un album dei Pink Floyd, elemento centrale del romanzo che ignoravo bellamente prima di iniziarlo, nonostante l’evidente rimando. Li ascoltavo spesso, da piccola, anche se non mi appassionavano particolarmente li consideravo una splendida esperienza mistica; capitava che restassi sola in casa e spalancassi tutte le finestre e lasciassi andare The Dark Side of the Moon a tutto volume per il circondario – stavamo in campagna, ma sono abbastanza certa che i due palazzi nelle vicinanze non fossero proprio contentissimi.


I Pink Floyd, ma i Pink Floyd secondo Mari, che evidentemente è un appassionato che ha cercato di dare un senso al percorso della band, agli sbandamenti dei singoli membri, alla parabola in picchiata di Barrett. Io non sapevo niente della storia dei Pink Floyd, e posso dire che è stato bello riscoprirli così, seguendo la sconnessa colonna sonora del romanzo, passando da una voce all’altra, da un album all’altro. Mentre scrivo mi fa compagnia Shine on you crazy diamond – non c’entra nulla, ma ho finalmente capito il riferimento di Crazy Diamond, lo Stand di Josuke in Diamond is Unbreakable, ma non divaghiamo e il pensiero va perlopiù a Barrett, il che è un’ulteriore prova della sua maledizione, della sua ombra che rimane in primo piano sulla scena nonostante nel romanzo non sia mai comparso a dire la sua, a monologare come fanno gli altri.


La struttura del romanzo, dunque. E la trama. Non si può parlare di una trama. La trama sono i Pink Floyd e un numero imprecisato di personaggi secondari – amici, parenti, fan, approfittatori, creature mitologiche etc – che dicono la propria. Alcuni tornano, ricorrono a mettere le pezze che preferiscono sulle parole di quelli che li hanno preceduti. Tutti hanno qualcosa da dire su Syd, sul suo distacco dalla formazione dei Pink Floyd dal ‘65 al ‘68, una separazione che è diventata leggenda e terreno di mistificazione, centrale nel culto della band. I capitoli sono brevi, poche pagine in cui chi ha qualcosa da dire prende la parola e dà la sua versione dei fatti su come stessero le cose tra Syd e Roger, tra Syd e David – che lo andrà a sostituire nel ‘68 – e tra Syd e la famiglia; e poi tra i membri superstiti dei Pink Floyd, sulla strana metagenesi di una creatura musicale che continua a perdere pezzi e a trovarne di nuovi. Parlano gli agenti, le coriste, parlano David Bowie ed Eric Clapton, Stanley Kubrik. I Pink Floyd hanno fatto la storia della musica, e la storia gliene chiede il conto impicciandosi fino nel fondo negli affari della band, che sono materia pubblica e del pubblico – come fa Mari, del resto.

Potrei raccontare qui le ragioni per cui Syd viene allontanato dalla band, perché il confezionamento di questo post possa ricordare quella cosa chiamata “recensione” simulandone l’approccio alla trama. Ma io non lo sapevo, e l’ho scoperto durante la lettura ed è stata una bella lettura, quindi perché privare il mio prossimo lettore della medesima esperienza? Si capisce tutto. In questo romanzo che è un insieme di stralci, una continua fuga del punto di vista, un processo e una confessione, la trama è lucida e già conclusa e senza conclusione.

Esattamente come

 

2 commenti:

  1. Escludo che Michele Mari possa come scrittore fare sempre "come cazzo gli pare". Non venderebbe un libro perchè le regole dell'editoria sono ferree e crudeli. Però Mari potrebbe liberarsi in un blog...forse...anche qui esiste un certo codice comportamentale non scritto ma esigente. A me questo tuo non pare esattamente una recensione libresca, piuttosto una serie di ricordi musicali molto personali; mi piacciono di più poichè non ho mai letto un buon libro su una band o una rockstar che potesse definirsi un vero libro ( parlo di letteratura ovviamente). E' una ben strana situazione, il rock tra i 70 e gli 80 furono veramente una rivoluzione non solo musicale, implicarono un cambiamento sociale e culturale evidente ma nessuno scrittore è mai riuscito a trasformare l'assolo di una Fender in dieci righe di buona lettura. Chissà perchè.

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  2. Eh eh eh! E pensa che per un po' di tempo ho fatto la correttrice di bozze all'Einaudi, fra un punto fermo e l'altro. Se ti va, passa a trovarmi sul mio blog: http://aperto-per-lavori-in-corso.blogspot.com/

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