AI e lavoro creativo: abbiamo un problema?

La faccio breve, per chi non ha voglia di leggere oltre: sì. Sì, ma con riserve più o meno significative a seconda dell'ambito di interesse.

Mettiamola così: l'AI non nasce per risolvere i problemi dell'umanità, o sarebbe strutturata in modo molto diverso. Il suo fine ultimo, così come viene costruita, è risparmiare alle aziende più stipendi possibili e indebolire il potere contrattuale della forza lavoro, diminuendo drasticamente il numero di posizioni disponibili.

Peccato che l'AI non si sia ancora avvicinata al punto in cui potrà prendere il posto di un lavoratore senza supervisione. Forse non ci arriverà mai. Non puoi insegnare l'empatia a una macchina, puoi tuttalpiù darle dei parametri per stabilire quale reazione dovrebbe seguire a un'azione. L'addestramento dei modelli parte da una prospettiva umana univoca, e niente di univoco può mimare la complessità del mondo che abitiamo.

La minaccia più grande, dal punto di vista creativo, sta nella produzione di immagini, più immediate da rifinire e correggere dando un'aggiustatina al prompt. Qui la questione etica è evidente: le big tech addestrano i loro modelli su immagini rubate agli artisti con l'intento di sostituirli. Il danno, la beffa, lo schifo. Tutto quanto. Anche qui, però, la situazione non è del tutto disperata, dipende molto da come reagiremo come pubblico. Evitare di comprare romanzi che abbiano una cover creata da AI è un buon inizio. Senza contare il fatto che l'uso commerciale di immagini AI generated non offre certo una bella immagine delle aziende che ne fanno uso. Le rende tirchie e incompetenti agli occhi del pubblico. Vogliamo parlare dell'apprezzamento con cui sono accolte le playlist AI generated su Youtube o Spotify? Gli utenti le odiano al punto che Youtube sta pensando di vietarle, o almeno di regolarle, magari anche perché tutto quello schifo ha un suo peso in termini di spazio e i data center non crescono sugli alberi.

C'è anche da dire che se anche il pubblico sa quello che vuole, non è detto che i mercati gli vadano dietro. Potrebbero anche essere pronti a soffrire perdite immediate a fronte di risparmi futuri. Quanto ingenti, poi, dipende dalla singola industria. Risparmiare su una cinquantina di illustrazioni all'anno – qui mi immagino un editore medio-grande – non offre lo stesso risparmio di un taglio del 20% sulla forza lavoro. Vedremo cosa succederà se e quando i finanziamenti si ridimensioneranno, visto che finalmente se ne sono accorti perfino i mercati che forse non ne vale la pena, che è stata una bolla annunciata, un costosissimo capriccio.

E questo ci dimostra che le leggi di mercato sono uno spauracchio.

Allo stesso tempo, non posso tacere di essere una persona che fa uso quotidianamente dell'AI conversazionale. Se usata con una certa consapevolezza – a volte basta chiedere nel prompt di fornire delle fonti ed essere in grado di discernere quali siano effettivamente affidabili – riesce a condensare ore, anche giorni di ricerche, in un unico testo di informazioni organizzate, il che è una manna per qualcuno che ogni tanto decide di avere una gran voglia di sapere se il punto al centro della rosa dei venti ha un nome – no, non ce l'ha, e questa è una grave mancanza metafisica e linguistica –, quanto costi costruire un'isola artificiale e quali materiali siano più indicati, o quali divinità proto-romane infestassero la zona delle Apuane.

Quando a lavoro non so come risolvere un problema con l'applicativo o devo interpretare un codice di errore, mi rivolgo a ChatGPT. E ammetto senza vergogna che considero i due siti che ho costruito – ancora in attesa di deploy, che si sta rivelando la parte più ostica – il frutto di una stretta collaborazione con una pletora di LLM.

Anche quando mi trovo a tradurre, ed è una cosa che ho ricominciato a fare di recente, mi capita di cercare conferme dall'AI, quando mi trovo davanti a costruzioni sintattiche complesse o terminologie antiquate che non si trovano né su Reverso né su Wordreference.

Con l'uso durante la traduzione, lo ammetto, a volte mi faccio domande sull'etica della procedura. Va da sé che non contemplo nemmeno un copia e incolla. Deepseek – nettamente superiore agli altri modelli per quanto mi riguarda – si limita a darmi una seconda opinione quando la mia me la sono già formata. E anche in questo caso, gli errori non mancano. Forse ci sono già editori che affidano a un'intelligenza artificiale le loro traduzioni, per poi risolvere le brutture e le incoerenze con un'attenta revisione, e il pensiero non mi piace per niente, anche se colgo una punta di ipocrisia. Mi piace leggere libri in traduzione e apprezzare le scelte di chi ha deciso che questa o quella forma verbale dovesse essere più adatta, indovinare la figura retorica originale dietro l'italiano. Spesso interrompo la lettura per complimentarmi mentalmente con chi me l'ha facilitata, quando incontro punti ostici o di difficile resa. L'idea della perdita della figura del traduttore mi mette i brividi. E forse i brividi sono amplificati dal fatto che forse non noterei la differenza, perché per ragioni che non mi so spiegare, gli LLM sanno imitare perfettamente i toni di una prosa, più di quanto non siano abili nella scelta dei singoli termini. A leggere un testo in traduzione AI generated, mi sentirei di avere davanti un abominio, una creatura mostruosa e senz'anima. L'Uncanny Valley senza un'entità antropomorfa a fonte dell'inquietudine, solo una serie di parole accuratamente messe in fila. Eppure non è che uno strumento.


Un ottimo strumento, perfino rivoluzionario visto il tempo che permette di risparmiare alla cruda ricerca. Niente di più, però. L'AI non è un miracolo, né si potrà mai dire senziente. Qualsiasi intelligenza artificiale non è che il risultato delle competenze e delle scelte di chi l'ha disegnata. Se la usassi per scrivere codice in linguaggi che non conosco o per framework di cui ignoro la struttura, non ne uscirebbe niente di utilizzabile né di sicuro, il che sarebbe ancora più grave. Fare ricorso a ChatGPT & Friends per ottimizzare linee già scritte o automatizzare le parti più noiose di un lavoro già noto invece può significare anche allenarsi a riconoscere i bug, perché i bug ci saranno eccome, tanto più che la memoria dei modelli gratuiti ha più falle della mia.

C'è chi teme che l'AI verrà utilizzata per sostituire la produzione letteraria, e onestamente questa è la possibilità che trovo meno plausibile, per un motivo molto semplice: chi decide di delegare la scrittura della propria storia a una macchina non andrà certo a rivederla con cura, a scandagliare in cerca di incoerenze narrative, né si sbatterà per dare consistenza ai personaggi. Non è risparmio di tempo, è pigrizia. Chi si perde la parte migliore, di certo non avrà voglia di cimentarsi nel resto. Cosa andrebbe a sostituire? Probabilmente le letture che già oggi identifichiamo come urfide – stavo per scrivere orrende, ma non rendeva abbastanza. Quelle che compaiono tra Libri di Melma e #LibriWTF, per intenderci. Essenzialmente porno-romance un pelo più elaborati – non che ci sia nulla di male, non sono neanche critica rispetto all'esistenza del filone, né lo vedo come una minaccia alla cosiddetta Vera Letteratura ™. Persone diverse hanno gusti ed età diverse e leggeranno cose diverse. Va bene così direi.



È improbabile che l'AI vada a minacciare oltre il mercato editoriale così come lo conosciamo. Tanto per cominciare non c'è penuria di autori scarsi, la revisione ha un costo e il pubblico un pelo più scafato sa riconoscere e schivare la merda. Quel 12% di lettori forti, che pure sono il traino del mercato editoriale italiano, non li freghi facilmente quanto puoi fregare un adolescente che magari sta facendo i primi passi volontari nel mondo della narrativa. Chi vuole fare uso dell'AI per scrivere – e non per aiutarsi a scrivere, beninteso, perché per quanto non ne faccia uso in quest'ambito, immagino che abbia delle sue legittime applicazioni – proietta il proprio entusiasmo su un pubblico che non esiste. Dell'AI attira la facilità all'utilizzo, ma chi ha voglia di fruire di un prodotto che non è costato alcuna fatica? Dal punto di vista fisico, le macchine ci hanno surclassato secoli fa. Sono più veloci, più forti, più resistenti. Non mi sembra che questo abbia indebolito l'entusiasmo verso le Olimpiadi. Basta una catapulta per surclassare un umano nel lancio del giavellotto, e una sparapalle per centrare una rete con precisione chirurgica, eppure le discipline sportive sono ancora lì. Alle persone piace assistere ai risultati portati dagli sforzi di altre persone.

Il problema, per quanto mi riguarda, non è l'AI in quanto tale, quanto l'uso che vorrebbero farne le big tech e le modalità con cui vengono addestrati i modelli. La seconda parte è quella che verrà regolata prima: la Disney ha già fatto causa a OpenAI e il possibile accordo potrebbe fornire un precedente importante a tutti gli artisti che vorranno vedere riconosciuti i propri diritti. Vedremo come andrà. Io tiro fuori i popcorn.


(Per quanto riguarda i lavori più meccanici e meno specializzati, ecco, la situazione è un po' diversa e non mi illudo che i nostri governi riescano a evitare il disastro occupazionale. E ci faremo quest'altra crisi finanziaria, causata dalla stessa classe che ci ha regalato quelle precedenti. Grazie, capitalismo, senza di te la mia vita sarebbe priva di sfide).

(Sul consumo energetico non ho molto da dire, anche perché non ne so abbastanza. So però che è vero che i prompt consumano un sacco di energia in un mondo che ne è già affamato, ma come dice Francesco d'Isa non è che le nostre ricerche sui motori di ricerca siano innocenti, né lo sono l'invio di email o la condivisione di immagini. Vogliamo parlare dei video musicali o dell'uso delle app? Certo, l'AI pesa, ma su una bilancia che affondava già da sola e su cui tutti noi continuiamo ad aggiungere).