domenica 31 marzo 2019

Poesie per chi non ama la poesia #1

Mi chiedo di chi sia il mio passato.

Di chi tra quanti fui? Del ginevrino

che abbozzò qualche esametro latino

dai numerosi lustri cancellato?

Del bimbo che cercava nella vasta

biblioteca del padre le precise

curve del planisfero e le ferali

forme della pantera e della tigre?

O di quell'altro che spinse una porta

oltre la quale un uomo eternamente

si spegneva e baciò nel bianco giorno

il volto che moriva e il volto morto?

Io sono loro, che non sono più. Invano

io sono nella sera quella perduta gente.

All our yesterdays da La rosa profonda, Jorge Luis Borges

(non riesco ad amare la poesia, se non quando me la trovo davanti per caso. e allora facciamo che ogni settimana mi capiterà come per caso di sfogliare una raccolta, di scoprire un autore, di lanciarvi quello che ho tra le mani. è un regalo che faccio a me, fingendo di farlo a voi)

giovedì 28 marzo 2019

Nel cuore della notte di Marco Rossari

Lo so che sono in netta minoranza, ma twitter rimane il mio social preferito; è netto, meno personale, facile alla discussione e al disinnesco del flame. Immediato farsi un'idea di chi seguire e non seguire, pochi minuti di scorrimento per trovare articoli interessanti, proposte letterarie che attirano, citazioni complete di autore e copertina fiammante. Pochi caratteri a disposizione, c'è da sceglierli bene.

Nel cuore della notte di Marco Rossari l'ho scoperto così; neanche con una pistola alla tempia saprei riprodurre financo la vaga impressione della frase che me l'ha presentato, né ipotizzare chi ne abbia deposto la prosa ai miei occhi. Vai a sapere. Però l'input è rimasto, flebile ma guardingo, e quando me lo sono trovato davanti in biblioteca, in bella mostra tra le novità, accaparrarmelo è stato un attimo.




Marco Rossari è nato nel '73, ha tradotto una mole ragguardevole di autori rispettabili – e mi chiedo, la traduzione l'ha guidato nella scoperta del suo stile, nell'innesco e nel disinnesco dei fattori narrativi, oppure si è trovato a dover difendere la propria firma dagli attacchi dell'altrui ispirazione? - tra cui Charles Dickens, Hunter S. Thompson, John Niven, Gertrude Stein; ha pubblicato diversi romanzi per add e e/o, e ad aprile 2018 ha fatto uscire col romanzo di cui mi accingo a chiacchierare.



Sapevo prima di iniziarlo che non mi avrebbe sottratto troppo tempo; una giornata e poche ore e l'avevo bello che finito. Lo sapevo dalla citazione, che era un libro di quelli. Ora però tocca parlarne con un senno di poi un minimo coerente. Lo stesso senno di poi del protagonista, incastonato in una cornice che gli dona rispetto e ne racconta la fine.



Il protagonista è un personaggio misterioso in cui incappano un narratore e la sua ragazza – la quale, a ben vedere, dorme per quasi tutto il tempo del racconto – durante un viaggio in una qualche zona sperduta del cosiddetto “terzo mondo”. Su un autobus che dovrebbe condurli insieme ad altri turisti ad assistere alla meraviglia di un'alba sulle pendici di un vulcano, un giovane borghese sta spendendo il suo regalo di laurea, seduto vicino a un tizio maleodorante, di mezza età, con una voglia troppo evidente sull'occhio e una tintinnante scorta di birre sotto il sedile. L'incorniciatore borghese ha l'impressione di averlo già visto, è un volto conosciuto, ma non riesce a ricollocarlo. Ci riesce, poi, aiutato dallo sconosciuto stesso, che inizia a raccontarsi.





Racconta brevemente del suo passato di adolescente arrabbiatissimo, intrappolato nella gabbia borghese della ricchezza genitoriale; racconta dell'incontro con Anna – sempre adolescenziale – e della loro crescita insieme – adolescenziale fino a un certo punto. È una storia d'amore, di poesia, che si fa ad un certo punto attuale e pertinente alla nostra realtà con un cambio di marcia improvviso, quasi fastidioso; un attimo prima il poeta ci parla del suo lavoro in libreria, di Anna, delle sue ossessioni, dei passi falsi che si rimpiangono una vita intera, e poi siamo nel mondo vero, il nostro, solo coi nomi cambiati, e sembra quasi che non sia giusto.

Però è giusto, ed è giusto che il mondo della narrativa si confronti con quello che si trova all'infuori di queste parole, all'infuori della finestra che voi non vedete, ma che fa entrare un po' di luce. È giusto anche se è una sensazione strana, anche se si stava bene accoccolati tra le pagine di un libro scritto da qualcuno che reputa le lettere davvero importanti – Rossari, il corniciao-narratore, il poeta-protagonista.
Ecco, un aspetto che avrei dovuto trattare prima è la poesia; Nel cuore della notte ha un merito importantissimo, per me, e penso che per questa cosa sarò sempre un po' grata a Rossari. Il poeta mi ha riavvicinata alla poesia; ho sempre temuto di cadere nel cliché della fanciulla che parla per enigmi e che passa le serate accarezzando un po' il gatto e un po' un volume logoro dei versi di Bukowski, o ancora peggio il fantasma della mia professoressa di lettere del liceo, che spiegava gli stilnovisti con la bava alla bocca, innamorata persa di Cavalcanti che, cito testualmente “era bello, ricco e intelligente: ce le aveva tutte”.





Finito di leggere Nel cuore della notte sono andata in biblioteca, e poi a sbirciare tra gli scaffali della mia fidata coinquilina, che riesce laddove il sistema bibliotecario nazionale fallisce. E le mie ricerche hanno dato dei frutti, e intendono continuare, e farsi spazio pure qui, in quest'angolo di blog. Sapevatelo.

(dio quanto spero di non trasfigurarmi in una fanciulla misteriosa ammantata di versi ed enigmi che scruta la luna in cerca di risposte a domande banalissime di cui saprebbe recitare mille risposte).


Dunque, troviamo una chiusa; Nel cuore della notte è un romanzo che parla d'amore, di coppia, di poesia, di perdite e un po' pure del mondo esterno e attuale. Ne ho adorato l'onestà stilistica, la bellezza della prosa che non teme di manifestarsi. Leggendolo mi è venuto da pensare che un romanzo è bello quando un autore non ha paura di scrivere quello che vuole scrivere. Per me che rifletto su che tono dare a un “ciao”, si tratta di un'invidiabile forma di coraggio.

lunedì 25 marzo 2019

Proletkult - I Wu Ming tra alieni, storia e comunismo

Quando leggo qualcosa dei Wu Ming – o un romanzo storico in generale – evito sempre di andare a controllare nomi, date e accadimenti salienti. Sayonara, Wikipedia, ci rivediamo a lettura finita per dare un'occhiata alle ultime incertezze, com'è finita davvero e per chi, – anche se non è sempre la strada indolore, a volte la narrazione ti regala un lieto fine, un sopravvissuto fortunato e tu con infame pignoleria devi andare per forza a gettare nelle fiamme tanta gentilezza, a scoprire sotto la pagina morti e massacri.
Ma dunque, andiamo con ordine, – sì, come no.
Ho appena terminato la lettura di Proletkult, ultima fatica dei Wu Ming. Avevo adorato Q, Altai, L'armata dei sonnambuli, 54, L'invisibile ovunque. Non sono un collettivo particolarmente prolifico, ma qualcosa ogni pochi anni esce, e io di rado mi lascio attendere da quel qualcosa.
Proletkult sta per Proletarskaya Kultura, un'organizzazione fondata in Russia nel 1917 per promuovere la nascita di una cultura veramente operaia, fatta e pensata dai lavoratori, e non inculcata loro da una borghesia intellettuale illuminata. Tra i fondatori abbiamo Alexandr Malinovskij, meglio noto come Bogdanov, filosofo marxista e scrittore di fantascienza. Le sue teorie sul monismo empirista lo portano alla rottura con Lenin, che un tempo poteva davvero chiamare compagno, e a una complicazione nei rapporti col Partito. Nel 1906 pubblica Stella rossa, un'opera visionaria in cui un uomo visita Marte, e ne racconta le meraviglie tecnologiche e sociali. Marte è un pianeta veramente rosso, la sua società è evoluta in un tutto armonico e anti-classista. Nel romanzo di Bogdanov Marte è illuminato, operaio, comunista.
E fin qui è tutto vero, i Wu Ming non si sono inventati nulla.
Nel 1927 Bogdanov e la moglie Natal'ja gestiscono una clinica in cui vengono praticati cicli di trasfusioni sanguigne tra pazienti, in modo che ognuno possa beneficiare delle caratteristiche plasmatiche dell'altro. C'è un sottofondo di comunitarismo nella filosofia di tanta pratica, ma soprassediamo.
Denni intanto arriva alla clinica di Bogdanov. È un'orfana, a suo dire mezza aliena – non di Marte, ma di Nacuun – e sta cercando il padre, Leonid Voloch, anche lui ex-rivoluzionario. Non ha più di vent'anni, ha perso la madre che era ancora una bambina, ha la pelle diafana e troppo bianca per quella di un umano. Bogdanov la sottopone a qualche test e scopre quella che potrebbe essere una malattia del sangue latente, ma non ha mai visto prima niente del genere e, da medico, vuole studiarla. Le promette di aiutarla a cercare Leo, il padre, che pare essersi volatilizzato.
E così via.
Tra storia, sangue, alieni e comunismo.
Come sempre i Wu Ming prendono l'uomo e ce ne mostrano le falle; e sappiamo che non sono falle di tutti, ma falle di molti. O forse sono falle di tutti, solo che alcuni riescono a non cascarci dentro – ma questo cosa dice di loro? Che sono migliori o che sono troppo gonfi d'orgoglio per lasciarsi andare all'ambizione, e a quel punto cos'è meglio?
Ognuno ha la sua risposta, immagino. Io la mia me la tengo.

martedì 19 marzo 2019

Noi marziani di Philip K. Dick

Philip K. Dick è stato uno scrittore estremamente prolifico; ha scritto più di quaranta romanzi, i racconti non li conto nemmeno, la saggistica non la approccio neanche. Nato nel 1928 a Chicago, esordisce nel 1955 con Solar Lottery (Lotteria dello spazio), dichiara in un'intervista a Rolling Stone che l'intera produzione precedente al 1970 è stata scritta sotto gli effetti di anfetamine debitamente prescritte dal medico, nel '74 vive un'esperienza psicotica – la ragazza col ciondolo dorato – e da lì in poi ha inizio una lunga crisi mistica. Muore a Santa Ana nel 1982 per un attacco cardiaco, ed è difficile immaginare una perdita più grande nel panorama della fantascienza, o della letteratura in generale.
Era un personaggio complesso, questo è fuor di dubbio. Aveva un bizzarro rapporto con la figura femminile – ce lo raccontano i suoi divorzi come la sua opera – e una relazione burrascosa con anfetamine e allucinogeni. Con la realtà aveva una relazione ancora più strana, sezionata e sviscerata attraverso la sua bibliografia, e i suoi protagonisti condannati a sentirsi la terra mancare da sotto i piedi e la visione sfaldarsi in un un caleidoscopio di paure e domande, prima fra tutte “Quello che sto vivendo è reale?”.
Difficilmente si può abitare l'attuale contesto letterario senza conoscere le opere più celebri di Dick, Il cacciatore di androidi o Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è stato tratto il cult cinematografico Blade Runner (Ridley Scott, 1982), La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello.
Poi ci sono le altre opere, quelle non troppo conosciute, lette da una minima frazione dei lettori che si sono approcciati ai capolavori sopracitati. La produzione post-crisi mistica, che oggettivamente può risultare un po' ostica per via dei continui riferimenti teologici e filosofici. E poi quelli che personalmente definisco “capolavori secondari”, perché sono delle dannatissime meraviglie e trovo inconcepibile che non si siano ritagliate uno spazio più rumoroso, come Svegliatevi, dormienti e In senso inverso, nonché il romanzo di cui, dopo tutta 'sta pappardella, mi accingo a parlare.
Noi marziani, scritto nel 1962 e pubblicato nel 1964, è interamente ambientato su Marte e racconta la brutale colonizzazione del pianeta rosso, il cinismo dietro la speculazione edilizia, la freddezza dei rapporti umani in un ambiente desolato. Ma soprattutto, il nucleo del romanzo è la tensione tra uomo e realtà, tra individuo e interpretazione della realtà, tra il mondo sano e il mondo folle, che Dick si rifiuta di presentarci meno orribile di quello che è. Interessato alla psicopatologia e alle teorie Junghiane, è palese che Dick sappia di cosa sta parlando, che quella che sta maneggiando – la malattia mentale – è una materia che conosce a fondo e della quale, oltre ad avere esperienza diretta, si è fatto un bel po' di idee. Idee strane, bizzarre e debitamente narrativizzate, originate da una frazione di realtà che per Dick dev'essere puro terrore. È per lui che la realtà si fa incerta e incoerente, è lui che non riesce a distinguere ciò che è vero dai parti della sua mente. È stato strano e spaventevole leggere delle psicosi dei suoi personaggi in Noi marziani e sapere che a tormentarli erano gli stessi orrori che hanno trascinato Dick sull'orlo del suicidio più volte nel corso della sua vita.
Ma dunque, cerchiamo di scindere opera e autore, anche se in questo frangente è un po' difficile. Jack Bohlen è un riparatore meccanico e vive su Marte da anni con la moglie Silvia e il figlioletto David. Fin qui tutto normale, almeno in apparenza. Jack è uno schizofrenico, o almeno, ha avuto un episodio di schizofrenia parecchio violento quando era un giovane terrestre. La peggiore esperienza della sua vita, e non ha alcuna intenzione di riprovarne di simili. Mentre si sta recando a riparare un automa nella scuola del figlio, incontra nel deserto un gruppo di Bleekmen (i marziani nativi, quasi degli aborigeni) che stanno morendo di sete. Si ferma a soccorrerli, e con lui Arnie Kott, Membro Supremo del Sindacato degli Idraulici, freddo e spietato affarista. Fosse per lui, lascerebbe pure i Bleekmen a morire, ma la legge e Jack lo costringono a fornire loro assistenza. Arnie non se lo dimenticherà, il suo misero rancore per il riparatore glielo farà assumere, per tenerlo vicino e per poterlo rovinare come meglio crede.
Su Marte, a Nuova Israele, c'è un centro per i bambini con problemi mentali, ed è lì che risiede Manfred, il figlio autistico dei vicini di Jack. Uno psichiatra, il dottor Glaub, è venuto a conoscenza di una teoria secondo la quale l'autismo sarebbe un problema di gestione del tempo; gli autistici vivrebbero a velocità spaventevole rispetto a quella normale, potrebbero perfino vedere il futuro. E va da sé che la cosa ad Arnie Kott possa interessare parecchio. Ed è con la scusa di fargli costruire una macchina in grado di comunicare con Manfred, che Arnie intrappolerà Jack e il suo tempo, che inizierà a risuonare del disturbo di Manfred e...
E così via. La trama si mette in moto – o forse in moto lo era già – e la storia si fa viva, le chiavi di lettura si sprecano, la definizione di realtà si sfalda tra le pagine. Eccetera. È un romanzo a tratti straziante, a tratti dolorosamente consolatorio. A leggere come Dick conosceva la malattia mentale nel '62, mi verrebbe pure da credere che abbia fatto lui stesso un salto nel tempo, a dare un'occhiata alla storia della psicopatologia clinica in un futuro che non era solo il suo, ma sarà pure il nostro.
Potrei intitolare questa recensione “Com'è che Philip K. Dick è diventato uno dei miei scrittori preferiti”, non fosse che c'era già arrivato con In senso inverso.

sabato 16 marzo 2019

Resta con me di Elizabeth Strout

Nell'ultimo periodo ho ricominciato a leggere parecchio, anche se non ai livelli dei tempi che furono, quando i social network erano ancora in bozzo e pure la mia vita sociale non è che fosse 'sto granché. Mi ci vogliono comunque millenni per finire un libro, perché ne ho sempre diversi in lettura, e continuo a passare dall'uno all'altro come se non avessi proprio intenzione di arrivarne alla fine. Per dire, bello L'isola di Arturo di Elsa Morante, ma mettiamolo da parte un attimo per iniziare Noi marziani di Philip K. Dick, e poi iniziamo pure L'annusatrice di libri di Desi Icardi che alla Fazi ci tengono, e poi passiamo ancora in biblioteca che non si sa mai quello che ci si può trovare – un sacco di meraviglie, accidenti – e magari andiamo avanti con... beh, mi sono spiegata, credo. Inizio troppi libri per volta. Una condanna.
E ieri mi è girato, visto che quanto stavo leggendo ancora non mi bastava, di iniziare Resta con me di Elizabeth Strout, appena uscito per Fazi (belli loro) nella traduzione di Silvia Castoldi. C'è da dire che è già un miracolo che io abbia resistito così a lungo in presenza di un romanzo della Strout senza leggerlo, dopo l'esperienza emotivamente devastante di Mi chiamo Lucy Barton, - Olive Kitteridge, per quanto sia il magico esordio che ha portato l'autrice a vincere il Pulitzer, proprio non mi aveva presa.
Resta con me l'ho divorato. Quella lettura forsennata che a tratti ti fa saltare delle righe solo per tornare indietro a recuperarle, anche se non c'è il minimo intento di creare suspense, anzi; pare quasi che Elizabeth Strout abbia voluto ripulire la trama da tutti i mezzi con cui un abile narratore aizza dubbi e aspettative nel lettore, come se il suo intento fosse un racconto calmo e pacato. Resta con me dà voce a quello strano dualismo di pace e intensità proprio delle emozioni contrastanti che si avviano verso l'esplosione.
Si è capito qualcosa del libro, finora? Temo di no.
Dunque, siamo in un paesino inculcato nel Maine, 1959. Il reverendo Tyler Caskey è rimasto vedovo l'anno precedente, con due figlie piccolissime di cui non sa bene che fare, - non che il suo amore sia in dubbio, ma non è che basti quello a sapere come muoversi. Katherine ha cinque anni ed è una bambina difficile; la più piccola, Jeannie, vive con la nonna, una figura che mette un po' i brividi, una presenza costante e castrante nella vita di Tyler.
Tyler non avrebbe di per sé problemi con Katherine; è la comunità ad averne. Sono problemi piccoli e vuoti, dietro ai quali si nascondono malintesi spiccioli, eppure vai ad ammucchiare tutto e viene fuori una crisi. La comunità – la scuola, il catechismo, la cittadina tutta – pensano che Tyler non stia facendo un buon lavoro con la piccola, e sarà quindi in grado di portare avanti nel migliore dei modi la sua missione di pastore delle anime? E che cosa diceva di lui la moglie che si era scelto – una parte del romanzo è dedicata alla coppia formata da Lauren e Tyler, al loro breve idillio – e come interpretare quel tono così distante, come si distinguono spocchia e compassione?
Resta con me riunisce le diverse storie di una piccola comunità, le intreccia con le vite di una famiglia un po' alla deriva, mostra le connessioni che in un modo o nell'altro legano tante persone così diverse tra loro. Ci sono anche un sacco di filosofia, teologia, questioni morali. Colpe e colpevolezze, perdono e quant'altro.
Comprensione, forse, alla fine.
Ci sono scrittori sotto il cui sguardo non vorrei mai stare; che vedrebbero troppo a fondo, trascinerebbero allo scoperto pezzi di me che nemmeno io vorrei vedere mai – ne abbiamo tutti, di pezzi così. Lo sguardo della Strout mi è sembrato così compassionevole, pieno di accettazione per la natura umana. Non rassegnazione, beninteso, che lì non c'è luce; Resta con me è un libro pieno della luce piena del mattino.
(credo che questo sia uno di quei casi in cui il mio apprezzamento per una data lettura si fa evidente in virtù della mia incapacità di parlarne in termini comprensibili).

lunedì 11 marzo 2019

Cronache marziane di Ray Bradbury

Difficilmente inizio a leggere un autore partendo dal suo capolavoro – o dai suoi capolavori. Ci sono delle eccezioni, naturalmente – Philip Roth l'ho attaccato subito con Pastorale americana, e Ian McEwan con Espiazione – ma perlopiù cerco di farmi un'idea di quello che uno scrittore ha da offrirmi pescando intorno alla metà della sua produzione.
Ray Bradbury, per dire, l'ho conosciuto con Il popolo dell'autunno, - ho difficoltà ad approcciarmi a Fahreneit 451, e se mi deludesse? - e solo pochi giorni fa ho terminato la lettura di Cronache marziane. Sapevo cosa aspettarmi? Assolutamente no. Tutto ciò che mi figuravo era “gente che vive su Marte”. Ignoravo che si trattasse di una lunga serie di racconti che si gettano nella fantascienza e poi nel realismo magico e nella filosofia e nella teologia e poi tornano alle piccole cose di tutti giorni e alle grandi tragedie che l'uomo si porta dietro.
Cronache marziane è uscito nel 1950 e raccoglie 28 racconti più o meno brevi, che attraverso i più disparati personaggi riescono a dare un'idea di come sia andata la colonizzazione di Marte dal 1999 al 2026. I racconti si tuffano in tematiche disparate e spesso pungenti; la perdita, la fuga, la ricerca di una condizione migliore, l'auto-inganno, la morte, il ritorno. La bellissima lingua di Bradbury, il suo occhio dolente, il suo inchiostro infame.
È uno dei titoli più emblematici della fantascienza, e lo è proprio perché ne allarga gli orizzonti. A Bradbury importa poco della scienza; i suoi personaggi entrano ed escono dalle astronavi senza raccontarci dei comandi né delle conquiste tecnologiche che hanno permesso un viaggio tanto periglioso. Quello che conta sono le persone, e la bellezza di uno scenario incomprensibile che in qualche modo prende vita, e diventa attore.
Che si può dire di Cronache marziane? Davvero, cosa posso aggiungere alla discussione?
Niente. E infatti mi zittisco.
Va letto.

venerdì 1 marzo 2019

Nel cuore della notte di Rebecca West

L'estate scorsa è uscito il primo volume della trilogia dedicata alla famiglia Aubrey di Rebecca West, e vi consiglierei di recuperare quella recensione prima di leggere oltre se ancora non l'avete letto, perché qui si chiacchiera del seguito, anche se non è che si tratti di un'opera dai risvolti inaspettati, che tenda favolosi agguati all'aspettativa del lettore. Ma le saghe si leggono in ordine – o si dovrebbero leggere in ordine, mia sorella ha iniziato Harry Potter dal quarto volume e l'ha adorato ugualmente.
Rebecca West (1892-1983) è nata a Londra col nome di Cicely Isobel Fairfield, ha scelto il suo pseudonimo letterario di un'eroina femminista di Henrik Ibsen, è stata ua suffragetta, come giornalista ha raccontato i processi di Norimberga e, in un acclamato diario di viaggio intitolato Black lamb and gray falcon (1941), la Jugoslavia.
La trilogia sulla famiglia Aubrey è dichiaratamente autobiografica, almeno in parte. Mi chiedo quanto ci sia di vero e quanto sia enfatizzato nei genitori della protagonista Rose, nel suo rapporto con la musica e con le sorelle – Mary e Cordelia, la prima una gemella vissuta troppo da vicino per sentirla distinta, la seconda una sorella maggiore scomoda e irritante – e il fratello Richard Quinn, la cugina Rosamund, il mondo tutto e poi la guerra.
Nel cuore della notte, uscito postumo nel 1984 e arrivato in Italia poche settimane fa per Fazi nella traduzione di Francesca Frigerio, mi è piaciuto tanto, troppo, in quel modo che non riesci neanche a capire del tutto. Ha qualcosa che non avevo trovato nel primo volume, che era stato davvero una bella lettura, ben più che gradevole, ma senza trasformarsi nella frenetica mezza maledizione che impedisce di staccarsi dalle pagine. Un bel libro, La famiglia Aubrey, seguito da questo secondo volume che è uno sparo fiorito, e mi fa capire pienamente come mai Rebecca West venga accostata a Elizabeth Jane Howard, – autrice della saga dei Cazalet e di altre opere meravigliose che non vorrei dire, ma quando non ci sarà più nulla della Howard da tradurre una parte di me morirà un po'.
Rose e Mary stanno diventando adulte, hanno terminato i loro studi superiori e si dedicano interamente al piano. Richard Quinn è un adolescente, ed è diventato esattamente quel fenomeno che la sua infanzia luminosa preannunciava. Basta che entri in una stanza perché i presenti si rianimino, ma quella sua freddezza di fondo ogni tanto arriva in superficie, ed è un po' struggente come diventi pienamente umano soltanto con Rosamund – ma è struggente con reciprocità, quindi credo vada bene così, o forse è anche peggio. Rosamund studia da infermiera, Kate prepara torte, la madre delle ragazze, Clare, segue tutti quelli che le stanno intorno come fossero figli suoi e si lascia essere pienamente se stessa, ora che il marito li ha abbandonati – o si è abbandonato da solo per non affondare tutti.
Adoro il personaggio di Rosamund – la cugina bellissima e apparentemente un po' tonta, genio degli scacchi e forse salvatrice dell'umanità – quanto adoro Clare. Hanno qualcosa in comune, quella consapevolezza del mondo per com'è fatto in tutto il suo orrore e le sue magagne che si accompagna alla volontà di non arrendersi allo scatafascio. È come se sapessero che la notte è buia e il domani incerto, e scegliessero comunque di lasciare una luce accesa fuori dalla porta, e un cestino per il pranzo sul portico, perché non si sa mai, qualcuno potrebbe averne bisogno e anche l'ultimo dei demoni potrebbe avere avuto una brutta giornata. Non è idiozia, non è ingenuità. Io la chiamo forza.
Nel cuore della notte è più breve del romanzo che lo precede, ma è comunque pieno dell'Inghilterra di inizio '900, di remore e cambiamenti e di quotidianità, - almeno fino all'arrivo della guerra, ma anche a quel punto il dramma non viene drammatizzato, anche gli orrori diventano questioni di tutti i giorni da affrontare senza ricamarci sopra.
Personalmente, credo che leggerò quanto prima il racconto di Ibsen da cui è sorta Rebecca; ho voglia di capirla ancora più a fondo.