giovedì 31 maggio 2018

I libri cambiano, i lettori pure (forse) #BlogNotes18

Il tema del BlogNotes di oggi è La lingua come strumento di identità; un tema bello ampio e bello spesso, che volendo si potrebbe aggredire da così tanti lati. Questa intanto è l'ultima settimana del Maggio dei Libri. Mi mancheranno questi post, diamine.
Col tempo il linguaggio cambia, e cambia anche il modo che abbiamo di recepirlo, in un continuo e lento rimpallo tra produzione e fruizione. Per questo ogni tanto i classici vengono ritradotti, talvolta in specifiche collane autoriali, - mi viene in mente la vecchia collana Einaudi Scrittori tradotti da scrittori (1983), in cui Levi se la vede con Kafka e Calvino con Queneau. Magari ci sono termini desueti, forme sintattiche acerbe che vanno riviste alla luce di una nuova prassi, e non è nemmeno detto che il testo che ci è arrivato in italiano sia completo. Ricordo di aver letto per la prima volta Shirley di Charlotte Bronte in una vecchissima riduzione, - poco male, l'ha poi ripubblicato Fazi in versione integrale.
Ed è anche di Charlotte Bronte che voglio parlare oggi, in merito ai mutamenti nella ricezione di un libro, specificamente per quanto riguarda i personaggi.
Prendiamo Jane Eyre, indiscusso capolavoro – anche se personalmente il mio preferito rimane Villette. Jane è un'orfana accolta senza affetto dalla famiglia dello zio, che la disprezza profondamente. Mandata in collegio, capisce presto che farà meglio a imparare a cavarsela da sola, che avrebbe dovuto fare affidamento soltanto su sé stessa per tutta la vita e via dicendo. È una donna forte, con un indomabile spirito di indipendenza, e per tutto il romanzo rifiuta di piegarsi a qualsiasi decisione che possa mettere in dubbio la sua libertà di movimento, anche costo di condannarsi all'indigenza, allontanando la prospettiva di una pericolosa felicità.
Come interpreteremmo oggi un personaggio come Jane? Un personaggio che rimane fino all'ultimo ancorato alla propria morale verrebbe forse etichettato come freddo, noioso, paranoico. Eppure, anche per le ovvie motivazioni pratiche dietro la sua scelta, - erano altri tempi e la condizione sociale post-adulterio era alquanto diversa – in Jane Eyre continuiamo a vedere un esempio di forza e indipendenza, perché non c'è una sola scelta che non abbia fatto per sé stessa, sacrificando tutto ciò che non intendeva essere.
Diverso è il caso di Fanny Price, protagonista di Mansfield Park, - che ne penserebbe Charlotte, dell'essere accostata a un'autrice che ha tanto odiato? Mi spezzi un po' il cuore, Charlotte. Fanny Price, dicevo, è forse l'eroina meno amata nella comunità Janeite. È un personaggio calmo, silenzioso, di carattere debole e priva della vivacità di pensiero di una Lizzie o di una Emma. Per il suo comportamento remissivo, pare piegarsi lei per prima alla condizione di vittima, e nel film che ne è stato tratto nel 1999, il personaggio di Fanny è stato arricchito con alcune prerogative di Jane Austen, - la scrittura di racconti e di lettere.
Fanny non evolve lentamente come accade a Anne Elliot di Persuasione; il suo cambiamento è repentino, e avviene nel momento in cui si impunta nel rifiutare una vantaggiosa offerta di matrimonio da parte di Henry Crawford, fratello della sua rivale d'amore, Maria. Da apatica, si fa riottosa soltanto in quell'occasione decisiva, prendendo in mano per la prima volta il suo destino.
Fanny Price, benché si impunti in una strenua difesa di sé stessa in modo analogo a Jane Eyre, non è ugualmente amata dalle lettrici. Al contrario, sembra riscuotere maggiore successo Mary Crawford, l'antagonista. Una donna moderna, che rivendica delle aspettative sul mondo, s'ingegna per passare il proprio tempo in maniera piacevole e non disdegna di chiacchierare della propria visione del mondo, essendo consapevole delle proprie prerogative e rivendicandole. Riveste un ruolo negativo, la rivale della protagonista, eppure la stessa Jane Austen non la raffigura come una vera antagonista. Mary si affeziona a Fanny, e con lei si comporta da amica. Nel 1913 verrà pubblicato in Inghilterra Old friends and new fancies di Sybil G. Brinton, – portato in Italia da Jo March col titolo Vecchi amici e nuovi amori (2013) - “un immaginario seguito ai romanzi di Jane Austen”. Qui Mary Crawford sarà uno dei personaggi principali, pienamente ristabilito, e saranno i due protagonisti di Mansfield Park a subire le antipatie della scrittrice.
Cambia il linguaggio, cambiano i lettori e cambiano anche i libri. Alcuni personaggi rimangono immutati nel cuore del pubblico, altri ascendono e alcuni vengono riscattati. Ho letto Le notti bianche di Dostoevskij, e non ho potuto sopportare la prosopopea del protagonista; ho letto Le relazioni pericolose, e mi sono sbalordita per la storia che intercorre soggiacente nelle lettere tra i due “cattivi”, trovandola chissà come delicata, e chiedendomi come fosse stata percepita a fine '700. Tornando a Charlotte Bronte e al suo Villette, come vedremmo oggi l'eroe del romanzo, così rigido e moralista?
Anno per anno, generazione dopo generazione, ci arricchiamo di nuove culture e nuovi significati, che diventano poco a poco patrimonio comune. Nuove parole, nuovi gesti, nuovi pattern di comportamento e punti di vista che si ribaltano.
Qui i link dei blog aderenti a BlogNotes, - arrivederci, è stato un bel viaggio.

mercoledì 30 maggio 2018

Intervista a CasaSirio


Che dire? Di CasaSirio mi capita di parlare spesso; ho chiacchierato dei loro libri qui, qui, qui, qui e qui. Sono andata a rompere loro le scatole durante il Salone dell'Oca. Ho seguito le pubblicazioni della casa editrice fin dalla sua nascita, e con questa intervista vorrei riuscire a farvi capire com'è che ne parlo sempre. Mi ha risposto Martino Ferrario, direttore editoriale.
Enjoy.


    Come prima cosa narrateci: chi è CasaSirio? E che vuol dire essere una casa editrice POP?

Sai che è la domanda che ci hanno fatto di più in questi anni? Per spiegarla abbiamo fatto un upgrade di motto, “Storie che non puoi smettere di raccontare”, e qual è una storia che non puoi smettere di raccontare? Una storia fighissima, con un plot che non ti fa staccare e un sacco di livelli di lettura, qualcosa che sia così fruibile da doverla raccontare a tutti i costi a qualcun altro.
    Da dove viene il nome CasaSirio”?

Siamo un gruppo di amici, e molti di noi studiavano assieme. A Torino. (Purtroppo) troppi anni fa. Quattro di noi vivevano anche assieme, e visto che i nostri cognomi non stavano sul citofono (che era il tipico citofono piccino e un po’ scassato che hanno le case degli studenti), abbiamo pensato di mettere quello dell’unico abitante full time della casa, Sirio, il nostro gatto. Così, quando qualche anno dopo abbiamo deciso di fondare la casa editrice dei libri che amavamo, beh, siamo stati quasi costretti a darle il nome del luogo che abbiamo più amato.

    Le vostre pubblicazioni spaziano in un'ampia varietà di generi, avreste voglia di raccontarci le vostre collane?

Certo! Innanzitutto bisogna dire che le nostre collane sono nomen-omen.

Abbiamo i RIOTTOSI, che è la nostra collana di genere. Thriller, noir, quel tocco di fantascienza e western che non guasta mai. Sono riottosi, quindi ti prendono a pugni, nei libri che racchiudono la gente muore (spesso male) e non ti permettono di mettere giù il libro nemmeno nei momenti di emergenza.

Poi ci sono gli SCIAMANI, storie di formazione, di quelle che ti porti dietro finché non tiri le cuoia. Spesso i protagonisti sono ragazzi, devono avere un percorso di crescita, sono romanzi tosti e che ti stringono lo stomaco.

La terza è la tua, i MORTI&STRAMORTI. Classici inediti in Italia, pietre miliari di altre culture che noi portiamo qui e godiamo un sacco a farlo. 

(sia messo agli atti che ho adorato libri anche di altre collane. N.d. Leggy) 

La quarta - e ultima ufficiale - sono gli eXtra. Siamo nati come editori di narrativa, ma siamo sempre stati sicuri che pure nella non fiction ci fossero storie che non si potevano smettere di raccontare (quindi POP). Biografie illustrate di presidenti americani, tautogrammi e, molto presto, il mio amatissimo calcio.

Poi ci sono pure i DieciQuindici (i tascabili economici dei nostri libri più venduti), gli eBook in libreria (il primo modo di vendere eBook come libri) e i PendolariQR (racconti gratuiti in formato biglietto da visita). Sì, siamo sempre dietro a combinarne una.

    Come avete scoperto, per dire, quella meraviglia che è Raffles?

Dal titolo di un altro libro. Qui ci sarebbero da raccontare i mille salti che faccio di solito quando cerco un libro straniero, ma non sono interessanti quindi li zompo. Fatto sta che dopo tutti sti salti trovo un libro con un titolo fighissimo DEAD MAN TELL NO TALES. Leggo il libro pensando sia una figata, lo butto via poco dopo perché, beh, per il motivo per cui si mollano i libri, ma penso che uno che scrive titoli così belli non può non aver scritto qualcosa di fighissimo. Lì scopro Raffles. E esulto tipo Grosso dopo il gol contro la Germania.

    Siete ganzi, ma di misura ridotta, molto giovani e molto indipendenti: com'è andata che siete nati?

Visto che sono due metri per novanta chili buoni mi commuovo sempre quando qualcuno mi dice che sono di dimensione ridotta, quindi grazie <3 (profondo astio nanico. N.d. Leggy) Per quanto riguarda CasaSirio, siamo nati perché volevamo pubblicare a tutti i costi storie che amavamo. Se la domanda successiva è: che peso specifico ha l’abuso di birra nei pub nel periodo della scelta, la risposta è: parecchio.

    CasaSirio pare essersi impegnata in una battaglia per integrare librerie, ebook, cartaceo e digitale. Raccontateci il progetto eBook in libreria, orsù.

Più che in una battaglia per far integrare tutto, una battaglia per arrivare ai lettori in tutti i modi che ci vengono in mente. Non è chi legge a dover arrivare al libro, secondo me, è molto di più il contrario. Io ho un lavoro oggi perché quando ero un piccolo testa di cazzo che pigliava denunce e veniva portato in varie questure, avevo sempre un libro in mano. E avevo un libro perché qualcuno mi aveva convinto a leggerlo, non perché “leggere è importante e apre la mente e tutte le blablablate che si dicono”. Noi cerchiamo di fare questo, e eBook in libreria è solo l’ultimo dei progetti.

Sono taccuini iperpersonalizzati all’esterno in forma di libro che si vendono esclusivamente in libreria e contengono un QRcode (e un link). QR e link portano a una pagina di invio diretto dell’eBook a qualsiasi eReader (o Ipad, telefono, etc) in trenta secondi netti. Noi giochiamo dicendo che abbiamo reso cartaceo il digitale, e ne siamo tanto contenti.

    Come sono i vostri rapporti col magico e variegatissimo mondo dell’editoria?

Guarda, sembra una cazzata di posa, ma belli. Sia i rapporti con gli editori più grandi - che spesso ammiravamo prima di diventare editori (e, sia chiaro, ammiriamo e leggiamo ancora) e non si sono mai fatti problemi a darci consigli e pure una spinta quando c’era bisogno - sia con quelli più giovani e piccolini. Con la maggior parte di loro più che colleghi siamo amici, ed è fighissimo. Lavoriamo un sacco assieme, ci aiutiamo quando c’è bisogno, ci sbronziamo, facciamo festa e ci incazziamo come le iene.





    E coi lettori?

Per me questo è un jolly. Io sono sempre in giro e ne ho conosciuti a migliaia, con cui spesso mi sono fermato a bere birra o caffè e chiacchierare. Faccio un lavoro meraviglioso, quindi spesso parliamo assieme di libri (miei, degli altri, chissenefrega, cazzo: quanto è bello poter parlare di libri?) e di un sacco di altre cose. Pure sui social e via mail riusciamo ad avere un gran rapporto. Noi siamo avidi di storie, e ognuno ne ha una da raccontare.

    Momento gossip becero: un'esperienza buffa da editori? Chessò, un aspirante autore stalker, un quasi acquirente pazzo in fiera…

Una volta, mentre ero in uno dei giri pazzi che mi capita di fare, mi ha fermato la Finanza. Avevo la macchina conciata come quella del famigerato scafista, ma quando hanno letto EDITORE sulla carta d’identità mi hanno lasciato andare senza perquisa (una volta è successo pure mentre avevo in macchina Doug Johnstone - che ha documentato tutto con centinaia di foto).

    Com'era il mondo editoriale che vi eravate immaginati, e come l'avete trovato?

Ecco. Non ce l’eravamo immaginati granché. Per lo meno non io. Io agisco prima di pensare, poi metto le pezze alle cazzate. Di sicuro ci sono un sacco di leggende del menga (per esempio che gli editori non si danno una mano a vicenda), ma ci sono anche parecchie cose vere tra le “voci di corridoio” (tipo che si scrive quasi quanto si legge), però, in ogni caso, ci divertiamo. Si gioca anche spessissimo a calcio e si beve un sacco di birra, cose che non guastano mai.

    CasaSirio ha un modo tutto suo per comunicare coi lettori, - durante i giorni del Salone vedevo in home page su facebook più dirette tue che post di mia madre. Vi va di raccontarci perché e per come?

Mi fa piacere tu abbia assisto al mio lento disfacimento fisico durante il Neverending Tour (è che mi sento ancora un ventenne ma, mannaggia, non lo sono più). L’idea di iniziare a comunicare così è nata con quella di “storie che non puoi smettere di raccontare”. Raccontiamo storie. Su carta, in video, dal vivo.

    Se dovessi consigliare un libro del vostro catalogo per dare un corretto sunto della casa editrice, quale sarebbe?

Questa domanda ha un tasso d’infamia molto solido. Chi offenderò e chi renderò felice? Dirò una paraculata tipo “Il prossimo?”. Bisserò dicendo “tutti”? Farò il generalista dicendo che abbiamo scoperto degli italiani incredibili, portato in Italia degli stranieri fantastici o trovato morti di cui siamo orgogliosi?
Scherzi a parte, non saprei consigliare in generale, ma in particolare sì. “Cosa ti piace leggere” è la domanda che faccio a tutti quelli che mi consigliano un libro. Dovessi consigliarlo a te, oltre al già supercitato Raffles (che il correttore automatico continua a correggermi in superdotato, non so perché ma immagino non sia un’offesa), ti dico aspetta febbraio che esce una super Morta&StraMorta. E leggiti Cingo.

    C'è qualcosa che non vi ho chiesto ma di cui vorreste chiacchierare?

Sinceramente sono un po’ offeso che tu non mi abbia chiesto come faccio ad essere così bellobelloinmodoassurdo e, nonostante lo stereotipo, fare anche il direttore editoriale. (devono aver cancellato la domanda, il file è corrotto! N. d. Leggy)

    Quando esce la nuova raccolta di racconti di Raffles?

Tra non molto. Promesso.

    (Sono dipendente. Ho un problema. Lo so.)

Anche noi ;) È per questo che stiamo scegliendo il momento adatto :)

    Grazie mille per esservi prestati all'interrogatorio :D

Grazie a te!



giovedì 24 maggio 2018

Vogliamo leggere (qualcosa di nuovo) #BlogNotesMaggio


Il Maggio dei Libri sta volgendo al termine, e così l'iniziativa BlogNotes – recapiti a fine post. Un po' mi mancherà, mi piaceva cadenzare le pubblicazioni del blog di settimana in settimana, anche se magari ci sono state volte in cui trovare il tempo per scrivere qualcosa oltre le normali recensioni è stato un po' un calvario. È stato divertente, però.
Ma che sto a fare la nostalgica, manca ancora una settimana alla fine di BlogNotes. E diamine. Oggi il tema è Vogliamo leggere.
Così vago che potrebbe dare il via a qualsiasi tipo di post; potrebbe svilupparsi in una lista delle letture dilette o di quelle in attesa sul comodino, nella descrizione del libro perfetto o dell'angolo della lettura preferito. Vogliamo leggere, ma vogliamo leggere cosa? Potrebbe essere un genere, un tema, un tipo di personaggio, l'aspirazione a un finale con determinate caratteristiche, la speranza di scoprire prima o poi cosa succederà a Westeros.
E invece alla fine propendo per la ricerca di qualcosa di diverso.
Voglio leggere, certo, ma qualcosa di nuovo.
Qualcosa di nuovo per me, non nel senso di novità universale.
Fino a qualche anno fa non leggevo classici. Hai voglia di farmi consigliare Cronin e Llewellyn da mia madre, io non riuscivo proprio ad approcciarmici. Frequentavo più o meno il secondo anno di università, quando mi sono trovata a casa senza nulla da leggere se non un volume mezzo stracciato dal tempo di Cime tempestose. Non è stato subito amore, ma quasi, anche se in seguito a Emily ho preferito Charlotte. La porta ai classici, però, è stata Emily ad aprirla, e di questo le sarò sempre immensamente grata.


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Un paio di anni dopo ho scoperto che esisteva una fantascienza anche per me. È stato quando Giorgio di Zona 42 mi ha proposto in lettura Desolation Road di Ian MacDonald, una fantascienza letteraria, dai toni talvolta un po' onirici, poetici, un pianeta lontano che diventa subito vicino, perché abitato da umani, - e gli umani sono gli stessi ovunque.


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Al Salone del Libro dell'anno scorso ho fatto un meraviglioso errore, portandomi a casa una raccolta di racconti che pensavo essere un romanzo. Martin il romanziere di Marcel Aimé, edito da L'Orma Edizioni. Credevo che la forma breve non facesse per me, eppure ho adorato ogni singolo racconto. Istintivamente mi dirigo ancora verso il romanzo, che più pagine ci sono, meglio mi aspetto che siano resi i personaggi, ma non sbatto più la porta in faccia al racconto. Di solito, almeno.


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E la letteratura latino-americana che avevo evitato tutta la vita e mi si è spalancata davanti da quando ho letto Umami di Laia Jufresa, cui sono seguiti Gabriel Garcia Marquéz, Mario Vargas Llosa, Nona Fernandez, César Aira, Roberto Arlt. Anche ciò che non ho amato, sono contenta di averlo conosciuto, e la mia lista di lettura prevede vagonate di Borges e Saramago.


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A pensarci bene, tornando assai più indietro nel tempo, ricordo che non ho sempre letto scrittori italiani. Giusto Stefano Benni, Giuseppe Culicchia, Enrico Brizzi, fulgide eccezioni. Non so perché, non avevo fiducia letteraria nei miei conterranei, ed è un atteggiamento che vedo spesso in altri lettori. Non so dire da cosa derivi. Bastano poche ricerche e pagine sfogliate per rendersi conto che la varietà interna alla narrativa italiana è ineffabile. Vai a sapere.


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Dunque, Vogliamo leggere e voglio leggere, - ho qualche ora libera, oggi, e credo che la dedicherò con tutto il cuore a Jane di Lantern Hill di Lucy Maud Montgomery. Sarà bellissimo.


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Questo post forse risulterà troppo svelto, raffazzonato, ma vuole essere una lieve spinta, una piccola esortazione a uscire dai binari di ciò che sappiamo di apprezzare, per scoprire qualcosa che potremmo adorare. Ci sono generi e letterature che non avrei mai considerato e che ora riempiono i miei scaffali e la mia lista desideri. Leggerò più Philip K. Dick, lo alternerò alla terza Brontë Anne, che non si fila nessuno – e poi tornerò a immergermi nel realismo magico della letteratura latino-americana.
Cerco consigli, se voleste lanciarmene. Non li seguo quasi mai, ma li accetto sempre volentieri. Fatemi scoprire roba, gente.
(c'è da dire che le foto prese dal mio profilo Instagram sono in buona parte tremende, su questo siamo d'accordo. penso sia pacifico affermare che non sarò mai una grande fotografa, ah-ehm).
Qui la lista dei blog aderenti a Blog Notes.

martedì 22 maggio 2018

Restiamo così quando ve ne andate di Cristò


Questo libro mi era stato offerto in lettura da Giovanni – quello di Vita da editor, uno dei pochi blog che seguo con una certa costanza e ora pure direttore editoriale della giovane casa editrice Terrarossa – che era appena uscito. Mi incuriosiva un sacco, anche perché di Cristò si era parlato abbastanza in seguito alla pubblicazione del suo La carne (Intermezzi). Solo che tra una cosa e l'altra mi sono dimenticata di rispondere, - non ne vado affatto fiera, sia chiaro - e niente, mi è rimasto sul gozzo per mesi. Il caso ha voluto che lo stesso Manuele di Intermezzi, durante il Salone dell'Oca, mi mandasse proprio da Terrarossa, ed è lì che Giovanni, nonostante la discreta figura da cioccolataia, mi ha omaggiata di Restiamo così quando ve ne andate di Cristò. E l'ho iniziato un paio di giorni fa per finirlo stamattina, divorato quasi completamente nel viaggio di ritorno da casa di mia madre. Cose che mi succedono di rado, non so perché ma negli ultimi anni non mi viene granché da leggere in treno. Vai a sapere.
(Quasi una cartella e finora del libro non ho citato che titolo e autore. Professionalissimo).
Quindi prima di continuare per un inusitato numero di caratteri, specifico che a me Restiamo così quando ve ne andate è piaciuto così tanto che ho difficoltà a terminare l'affermazione con un termine di paragone adeguato. Per dire.
Le prime pagine mi hanno lasciata fredda. Il romanzo è – prevalentemente – in prima persona al presente, il narratore è il protagonista Francesco, quarantenne che lavora in un supermercato – e non ce la fa più – e non suona più il piano, nonostante la musica fosse stata il suo motivo. Tira avanti ad hashish e ricerche su google che lo portano lontanissimo, prima e dopo il lavoro si chiude in quella che chiama la stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche e fuma canne su canne, col portatile bollente sulle cosce e lascia passare il tempo. A volte chiama Monica per fargli compagnia – oddio, “compagnia”, le prime comparse di Monica sembrano giusto un'alternativa all'onanismo e fanno una tristezza infinita – e poi ci sono Facebook, c'è l'unico amico Donatello che continua a chiedergli di leggere il suo manoscritto, ci sono i sensi di colpa per quello che non è diventato che lo rincorrono, sua madre che lo chiama una volta alla settimana... la vita di Francesco è di uno squallore lattiginoso e non è facile né ovvio che faccia simpatia. Ma il punto non dev'essere quello per forza, no?
Dicevo che le prime pagine mi avevano lasciata freddina; l'inizio è il sabato mattina di Francesco, il suo rincorrere link su Wikipedia su argomenti poco interessanti, rollamento di canne e via così. Leggendo, ho provato quella punta di timore da “oddio, dovrò mica cassare il romanzo?”, che odio scrivere stroncature, e poi mi piace l'entusiasmo di Terrarossa e l'autore mi è stato consigliato così tanto e con così tanta convinzione che... beh, ad ogni modo le prime pagine sono passate, sono entrata dentro il libro ed è stato un po' come visitare la stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche. Ero seduta sul divano sfondato, coperto da una stoffa ruvida e scura, pregna di fumo stantio e odore di cibo. Vedevo la luce che non sapeva nemmeno se entrare, tanto stonava con l'atmosfera grigia. La prima parte del romanzo è quasi in bianco e nero, prima del colpo di reni di Francesco – una cosa che succede a pagina 80 e mi ha ispirato un bel po' di madonne dedicate a Cristò – ed era in bianco e nero pure il vagone del treno, mentre leggevo.
Ora potrei parlare di come si svolge il già citato colpo di reni di Francesco, dei personaggi che vi ruotano attorno, della luce che cambia nel suo appartamento. Ma il punto non è tanto quello, ecco. La vita di Francesco non è una linea retta ma un elastico che ha perso di forza e si srotola confusamente sul pavimento. Non nel senso che la narrazione sia confusa, tutt'altro. È che Francesco è più persona che personaggio, non ha idea di quale sia il suo ruolo attanziale, la sua motivazione e i suoi sentimenti sono ondivaghi al punto che non riesce a raccontarseli neanche da solo. Francesco si racconta un sacco di palle, è egoista, immaturo in un modo che ti chiama i ceffoni dietro la nuca. È umano, ecco cos'è. È nato per inciampare. E se come persona questo è un problema, in un romanzo trasmette una pungente sensazione di accoglienza.
Francesco fa un po' quello che si è ripromesso di fare e un po' no; cerca il suo equilibrio, si interroga sui suoi rapporti, si fa tutte le domande del caso. Suona, fuma, scopa e via così.
I personaggi sono... come dire, ci sono. Monica all'inizio non la capivo. Era questa immagine evanescente, così priva di coscienza di sé che manco riuscivo a figurarmela e anche a lettura terminata non riesco a non farmi qualche domanda. Non riesco a capire neanche Fatima, in realtà, e Francesco men che meno. Ma va bene così. Persone, non personaggi.
Ci sono un paio di aspetti che ho apprezzato parecchio nel romanzo; lo svelamento improvviso di chi è che resta così quando ce ne andiamo, i piccoli intermezzi meta-narrativi in cui Francesco si immagina un narratore, il potere dell'ambientazione, le ipotesi di finale.
E non so che altro aggiungere, se non che Manuele di Intermezzi aveva ragione. Grazie per avermi mandato da Terrarossa, Manuele. A buon rendere.

giovedì 17 maggio 2018

Patrimonio europeo e risorse collettive #BlogNotes


Nuovo post dedicato all'iniziativa #BlogNotes. Il 2018 è l'anno europeo del patrimonio culturale. Citando direttamente dal sito, lo scopo “è quello di incoraggiare il maggior numero di persone a scoprire e lasciarsi coinvolgere dal patrimonio culturale dell'Europa e rafforzare il senso di appartenenza a un comune spazio europeo”.
L'Italia è ricca, l'Europa è ricca, la minuscola cittadina distribuita in villaggi sparsi sui monti è, a modo suo, ricchissima. Parlo di una ricchezza latente, ipotetica, che potrebbe essere la stessa in tutte le parti del mondo se solo ci fossero progettualità, impegno e investimenti. Sono nata in una località di mare fortemente turistica, eppure l'ho sempre vista sprecata. Masse di turisti sudati che invadono Portovenere, le Cinque Terre. Ma poi ci sono le zone nascoste, con le scogliere che si lanciano nel mare, ci sono gli antichi villaggi di pescatori ancora abitati, con le loro strade vuote e infuocate d'estate, ed è un attimo pensare a come valorizzarli, a come implementare informazioni e trasporto, per fare un modo che cotanto patrimonio venga conosciuto e goduto dai turisti.
(sì che magari gli abitanti dei paesini non sarebbero neanche troppo d'accordo, che ognuno è geloso delle sue strade e a vedere troppi sandali calpestare le viuzze di pietra un po' rischia di venire male).
Il patrimonio non è soltanto una questione palpabile e architettonica. Il patrimonio è una questione artistica, linguistica, letteraria. Può essere in formato plastico, scritto, digitale. Anche una filastrocca tramandata oralmente può considerarsi patrimonio, non meno di un monile preistorico.
Copyright e diritto d'autore sono concetti che si legano presto a quello di “patrimonio”. I primi vanno a difendere la paternità di un'opera e a limitare l'utilizzo della stessa come risorsa di carattere economico e creativo. Decadono dopo un certo periodo di tempo – 70 anni dalla morte dell'autore/artista – e da quel momento l'opera può davvero dirsi di tutti, un patrimonio collettivo.
Dicevo che il patrimonio può presentarsi anche in forma digitale, e non sono poche le banche dati che raggruppano quante più opere possibili – audio, visive, letterarie o una commistione delle precedenti – secondo parametri che possano facilitare al pubblico la ricerca delle stesse.
Opera di Edmond Dulac, artista e illustratore i cui diritti di utilizzo
sono scaduti. Enjoy.
Partiamo dall'ovvio, da Wikimedia, una collezione di file utilizzabili da chiunque e alla cui raccolta può contribuire chiunque.
Ma ci sono anche il sito Public Domain Review, Public Domain Archive, l'archivio della British Library su Flickr, l'Open Content Program.
Da un punto di vista prettamente letterario, abbiamo le biblioteche online LiberLiber e il Progetto Gutenberg, cui è collegata la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura. Cercare titoli per poterli scaricare nella loro interezza è questione di pochi minuti.
Il patrimonio c'è, il patrimonio è tanto e bisogna imparare a sfruttarlo come si conviene. C'è da dire che non mancano le istituzioni che ce la mettono tutta per metterlo a nostra disposizione, - vorrei sapere chi è quel pazzo a cui è venuta l'idea di digitalizzare tutto 'sto mare di roba per permettere a qualsiasi persona dotata di una connessione di avvalersene e farla propria.
Qui i link agli altri blogger partecipanti a Blog Notes, - andate a dare un'occhiata, su.

lunedì 14 maggio 2018

Il Salone dell'Oca, un gioco importuno a #SalTo18

Ieri mi sono svegliata con un'idea scema; un'idea che non è bastato il caffè a togliere di mezzo, ho continuato a rigirarmela in testa e ho finito per portarmela dietro al Salone del Libro, ove ho potuto metterla in atto.
L'idea, come da titolo, è Il Salone dell'Oca, o come l'ho presentata agli editori che ho invitato a partecipare,– o che ho biecamente importunato, a seconda dei punti di vista – Il Gioco dell'Oca Versione Editoria Indipendente. In cosa consiste cotanto gioco? Semplice. Si parte da un editore, gli si chiede di consigliare:

  1. Un proprio libro;
  2. Un libro di un altro editore indipendente;

L'altro editore sarà la seconda tappa e così via, si ripete fino a che se ne ha voglia o, nel mio caso, fino alla chiusura della fiera.
Qual è lo scopo del gioco?
Conoscere nuovi editori, farsi consigliare qualcosa in cui credono, creare una mappa di rimandi correlati tra loro soltanto dall'amore per la lettura. Certo, a un certo punto ho barato. Proprio apertamente e senza scusanti. Ho barato. Vi spiegherò perché quando arriverò a quel punto, – e dire che non ho mai barato manco a Monopoli.
Iniziamo!

La prima tappa è stata Exorma Edizioni, per il semplice fatto che ne ho sempre sentito parlare benone, Simona di Letture Sconclusionate mi ha consigliato immensamente Le pietre di Claudio Morandini e la stessa Francesca di Exorma mi aveva invitata a fare un salto allo stand.
Francesca non c'era, ma c'erano due simpatiche standiste e quella che credo fosse la fondatrice. Si sono lungamente consultate per arrivare a consigliarmi Sudeste di Haroldo Conti, tradotto da Marino Magliani.



Da Exorma mi hanno consigliato Memorie di un porcospino di Alain Mabanckou – di cui ho letto, adorato e recensito Domani avrò vent'anni – edito da 66thand2nd, ed è lì che mi sono recata, col mio quaderno sgualcito e la mia parlantina balbettante.




Ho importunato brevemente una redattrice di 66thand2nd, che mi ha consigliato La signora della porta accanto di Yewande Omotoso, insieme abbiamo disturbato un ragazzo della casa editrice perché si lasciasse scattare una foto scenica col libro in mano e poi mi ha indirizzata da Voland, con Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov.





Da Voland mi hanno indicato senza troppi indugi Mesopotamia di Serhij Zadan, per poi spedirmi da NNEditore, con A misura d'uomo di Roberto Camurri.
Da NNEditore ho piacevolmente importunato Luca, ed è stato un po' più agevole, avendo pure lui la sua esperienza di blogger letterario. Gli ho presentato il gioco come “una di quelle cose da blogger imbarazzanti da cui però può uscire un post carino”. Luca mi ha consigliato prima di tutto e con cocente entusiasmo 7 di Tristan Garcia, e me ne ha parlato abbastanza perché capissi che lo volevo moltissimo. Un distopico di bizzarra costruzione, una droga che porta in luoghi strani della mente di chi la prende, sette racconti lunghi... io lo attendo.



Luca mi ha poi spedita da Minimum Fax con Accanto alla macchina di Ellen Ullman.
Da MinimumFax credo temessero che tirassi fuori da un momento all'altro un manoscritto, e non posso dire di non capire il timore; narrano le leggende che al Salone arrivano fior di aspiranti scrittori con le sacche gonfie di faldoni da rilasciare in più stand possibili.



Ad ogni modo mi hanno presto consigliato I vivi e i morti di Andrea Gentile, per poi mandarmi da Il Saggiatore con Città sola di Olivia Laing.




E ora, STOP.

Questo è stato il punto in cui ho deciso di barare e ricominciare il giro.
Lo scopo primigenio del gioco era saltellare da un editore indipendente all'altro, e fin qui ci siamo, tutti quelli che avevo visitato fino a quel punto sono effettivamente indipendenti. Però erano anche abbastanza grandi e sicuramente conosciuti; finché non sono arrivata a Il Saggiatore, ho visitato soltanto stand praticamente abitabili.
Quindi che ho fatto? Ho sguardicchiato lo stand, e mi premuro io personalmente di consigliare un titolo che mi ha ispirata parecchio, La carne di Emma Glass.

Ho sfruttato quindi la Carta Imprevisto (che a ben vedere non credo esista nel gioco dell'oca) e sono andata a importunare Gorilla Sapiens, nel Padiglione 1.



La gorillina si è allegramente prestata; ha consigliato per intero la bellissima collana in cui hanno raccolto tutto Gargantua e Pantagruele di François Rebelais, – che non so pronunciare, e un amico francese continua a prendermi in giro per la volta che ho tentato – mi ha fatto un sacco di sconto su La sera che ho deciso di bloccare la strada di Walter Comoglio – avevo deciso di limitare gli acquisti all'ultimo giorno di Salone ma, ah-ehm – e mi ha spedita da Cliquot, con Gli esploratori dell'infinito di Yambo.



Sono stata contentissima della scelta della Gorillina; intanto ho raggiunto Cliquot nel bistrattato Padiglione 4 insieme a Carla di Una banda di cefali, e poi si tratta di un progetto editoriale particolarmente interessante, con un accurato recupero di meraviglie perdute. Cose belle forte.




Da Cliquot mi hanno straconsigliato Viaggio di una sconosciuta di Livia de Stefani, che sto lumando già da un po', e poi mi hanno spedita verso Neo, con Cometa di Gregorio Magini; l'editore allo stand mi ha indicato Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, e poi mi ha invitata a fare il giro per andare a importunare Intermezzi Editore con La carne di Cristò.





Da Intermezzi mi sono fermata un po' di più; mi hanno pure invitata a raggiungerli dentro lo stand che ancora non li avevo rassicurati sul fatto di non avere con me manoscritti da lanciare in giro. Hanno dimostrato un'indecisione così forte sul libro da consigliarmi – perché era evidente che credevano in tutto ciò che pubblicavano, e diamine la sferzata di entusiasmo che mi ha dato 'sta cosa – e alla fine si sono assestati su Storia di un torbido amore di Horacio Quiroga, “padre del racconto sudamericano, finora inedito in Italia”.




È stata una decisione dura, e c'è stato un fortissimo tentennamento su That's (im)possible di Cristò, che hanno definito una delle voci italiane più interessanti del panorama contemporaneo, e poi mi hanno parlato con evidente entusiasmo di Paolo Zardi, fino a regalarmi (ancora grazie, non dovevate, ma figuriamoci se rifiuto) Il signor Bovary. Alla fine si sono comunque decisi a mandarmi da Terrarossa, con Restiamo così quando ve ne andate di Cristò.



Ero curiosissima di visitare Terrarossa, casa editrice giovanissima fondata dal Giovanni Turi di Vita da editor, blog che seguo da anni con una costanza inaudita. Tralasciamo le figure da cioccolataia che ho fatto con Giovanni – non volete sapere – che mi ha comunque gentilissimamente omaggiata del volume già consigliato da Intermezzi – peraltro già presente nella mia Lista della spesa, quindi doppia gioia.
Giovanni mi ha indicato una delle ultime pubblicazioni, La gente per bene di Francesco Dezio, e poi mi ha spedita sempre da Neo con Il sale di Jean-Baptiste Del Amo.




E qui, sfruttando la regola della seconda nomination che ho pensato unicamente per potermi dare la rozza ed evidente possibilità di fare un po' quel cavolo che mi andava all'interno dello scoppiettante Salone dell'Oca,

CAMBIO GIRO!

Invece di tornare da Neo, sono andata da CasaSirio.
Di CasaSirio parlo spesso, sarà che l'ho vista nascere e ne ho assistito alla progressiva crescita con le nuove collane – i classici dimenticati, le voci straniere... - e ho finito per affezionarmici come ci si affeziona alle persone. Martino e Marta, la nuova ufficio stampa, mi hanno consigliato Grande madre acqua di Zivko Cingo, un romanzo scritto negli anni '60 sull'amicizia tra due ragazzini in un orfanotrofio-prigione nella Jugoslavia di Tito.
(ahia).




Martino mi ha poi consigliato L'alfabeto di fuoco di Ben Marcus, titolo targato Black Coffee. Il caso vuole che l'ufficio stampa fosse lì accanto, e mi è stato oppurtunamente presentato, cosa che mi ha permesso di fare una figura pessima confondendo Black Coffee e Racconti Edizioni – e di accusare la vicinanza degli stand per la mia svista, perché accettare i propri errori è per i deboli. Suddetto ufficio stampa, di cui non ricordo il nome perché aggiungere figuracce ad altre figuracce è un po' il mio mestiere – ma di cui Martino mi ha detto tutto il male possibile – mi ha scortata fino a Black Coffee, ove mi è stato consigliato L'ospite d'onore di Joy Williams.





Da lì mi è bastato fare due passi per raggiungere LiberAria Edizioni, di cui mi avevano consigliato La vita lontana di Paolo Pecere.



E poi erano quasi le 20.00 e il Salone stava per chiudere.
Potrei dire un sacco di cose su questo "esperimento"; che avrei dovuto progettarlo meglio, e magari tirarne fuori un post meglio strutturato, ma è stato comunque un sacco divertente e decisamente interessante; che molti editori hanno una pazienza infinita, e certi riescono a sprizzare un entusiasmo per quello che fanno da far drizzare i peli sulle braccia; che a volte vale la pena di disturbare la gente che lavora per fare qualche domanda, che l'editoria indipendente ha un sacco da offrire nel medio-grande (prima che barassi interrompendo il giro, diciamo) al piccolo-medio (da Gorilla Sapiens in poi).
È stato divertente, e vi indirizzo una volta di più verso quegli editori che si sono così gentilmente prestati alle importune domande di una sconosciuta.
Grazie a tutti coloro che hanno partecipato, soprattutto a quelli che non ne avevano voglia e a cui magari non ero neanche riuscita a spiegare bene il funzionamento del gioco. So che è difficile da credere, ma in tutta la giornata non mi ha sfiorato mezzo turpiloquio.
In compenso, uscendo dal Salone ho chiamato mia madre per farle gli auguri, e quando ho iniziato a spiegarle il gioco mi ha detto che secondo lei l'oca ero io. Beh. Forse.