martedì 22 maggio 2018

Restiamo così quando ve ne andate di Cristò


Questo libro mi era stato offerto in lettura da Giovanni – quello di Vita da editor, uno dei pochi blog che seguo con una certa costanza e ora pure direttore editoriale della giovane casa editrice Terrarossa – che era appena uscito. Mi incuriosiva un sacco, anche perché di Cristò si era parlato abbastanza in seguito alla pubblicazione del suo La carne (Intermezzi). Il caso ha voluto che lo stesso Manuele di Intermezzi, durante il Salone dell'Oca, mi mandasse proprio da Terrarossa, ed è lì che Giovanni, nonostante la discreta figura da cioccolataia, mi ha omaggiata di Restiamo così quando ve ne andate di Cristò. E l'ho iniziato un paio di giorni fa per finirlo stamattina, divorato quasi completamente nel viaggio di ritorno da casa di mia madre. Cose che mi succedono di rado, non so perché ma negli ultimi anni non mi viene granché da leggere in treno. Vai a sapere.
(Quasi una cartella e finora del libro non ho citato che titolo e autore. Professionalissimo).
Quindi prima di continuare per un inusitato numero di caratteri, specifico che a me Restiamo così quando ve ne andate è piaciuto così tanto che ho difficoltà a terminare l'affermazione con un termine di paragone adeguato. Per dire.
Le prime pagine mi hanno lasciata fredda. Il romanzo è – prevalentemente – in prima persona al presente, il narratore è il protagonista Francesco, quarantenne che lavora in un supermercato – e non ce la fa più – e non suona più il piano, nonostante la musica fosse stata il suo motivo. Tira avanti ad hashish e ricerche su google che lo portano lontanissimo, prima e dopo il lavoro si chiude in quella che chiama la stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche e fuma canne su canne, col portatile bollente sulle cosce e lascia passare il tempo. A volte chiama Monica per fargli compagnia – oddio, “compagnia”, le prime comparse di Monica sembrano giusto un'alternativa all'onanismo e fanno una tristezza infinita – e poi ci sono Facebook, c'è l'unico amico Donatello che continua a chiedergli di leggere il suo manoscritto, ci sono i sensi di colpa per quello che non è diventato che lo rincorrono, sua madre che lo chiama una volta alla settimana... la vita di Francesco è di uno squallore lattiginoso e non è facile né ovvio che faccia simpatia. Ma il punto non dev'essere quello per forza, no?
Dicevo che le prime pagine mi avevano lasciata freddina; l'inizio è il sabato mattina di Francesco, il suo rincorrere link su Wikipedia su argomenti poco interessanti, rollamento di canne e via così. Leggendo, ho provato quella punta di timore da “oddio, dovrò mica cassare il romanzo?”, che odio scrivere stroncature, e poi mi piace l'entusiasmo di Terrarossa e l'autore mi è stato consigliato così tanto e con così tanta convinzione che... beh, ad ogni modo le prime pagine sono passate, sono entrata dentro il libro ed è stato un po' come visitare la stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche. Ero seduta sul divano sfondato, coperto da una stoffa ruvida e scura, pregna di fumo stantio e odore di cibo. Vedevo la luce che non sapeva nemmeno se entrare, tanto stonava con l'atmosfera grigia. La prima parte del romanzo è quasi in bianco e nero, prima del colpo di reni di Francesco – una cosa che succede a pagina 80 e mi ha ispirato un bel po' di madonne dedicate a Cristò – ed era in bianco e nero pure il vagone del treno, mentre leggevo.
Ora potrei parlare di come si svolge il già citato colpo di reni di Francesco, dei personaggi che vi ruotano attorno, della luce che cambia nel suo appartamento. Ma il punto non è tanto quello, ecco. La vita di Francesco non è una linea retta ma un elastico che ha perso di forza e si srotola confusamente sul pavimento. Non nel senso che la narrazione sia confusa, tutt'altro. È che Francesco è più persona che personaggio, non ha idea di quale sia il suo ruolo attanziale, la sua motivazione e i suoi sentimenti sono ondivaghi al punto che non riesce a raccontarseli neanche da solo. Francesco si racconta un sacco di palle, è egoista, immaturo in un modo che ti chiama i ceffoni dietro la nuca. È umano, ecco cos'è. È nato per inciampare. E se come persona questo è un problema, in un romanzo trasmette una pungente sensazione di accoglienza.
Francesco fa un po' quello che si è ripromesso di fare e un po' no; cerca il suo equilibrio, si interroga sui suoi rapporti, si fa tutte le domande del caso. Suona, fuma, scopa e via così.
I personaggi sono... come dire, ci sono. Monica all'inizio non la capivo. Era questa immagine evanescente, così priva di coscienza di sé che manco riuscivo a figurarmela e anche a lettura terminata non riesco a non farmi qualche domanda. Non riesco a capire neanche Fatima, in realtà, e Francesco men che meno. Ma va bene così. Persone, non personaggi.
Ci sono un paio di aspetti che ho apprezzato parecchio nel romanzo; lo svelamento improvviso di chi è che resta così quando ce ne andiamo, i piccoli intermezzi meta-narrativi in cui Francesco si immagina un narratore, il potere dell'ambientazione, le ipotesi di finale.
E non so che altro aggiungere, se non che Manuele di Intermezzi aveva ragione. Grazie per avermi mandato da Terrarossa, Manuele. A buon rendere.

Nessun commento:

Posta un commento