giovedì 31 maggio 2018

I libri cambiano, i lettori pure (forse) #BlogNotes18

Il tema del BlogNotes di oggi è La lingua come strumento di identità; un tema bello ampio e bello spesso, che volendo si potrebbe aggredire da così tanti lati. Questa intanto è l'ultima settimana del Maggio dei Libri. Mi mancheranno questi post, diamine.
Col tempo il linguaggio cambia, e cambia anche il modo che abbiamo di recepirlo, in un continuo e lento rimpallo tra produzione e fruizione. Per questo ogni tanto i classici vengono ritradotti, talvolta in specifiche collane autoriali, - mi viene in mente la vecchia collana Einaudi Scrittori tradotti da scrittori (1983), in cui Levi se la vede con Kafka e Calvino con Queneau. Magari ci sono termini desueti, forme sintattiche acerbe che vanno riviste alla luce di una nuova prassi, e non è nemmeno detto che il testo che ci è arrivato in italiano sia completo. Ricordo di aver letto per la prima volta Shirley di Charlotte Bronte in una vecchissima riduzione, - poco male, l'ha poi ripubblicato Fazi in versione integrale.
Ed è anche di Charlotte Bronte che voglio parlare oggi, in merito ai mutamenti nella ricezione di un libro, specificamente per quanto riguarda i personaggi.
Prendiamo Jane Eyre, indiscusso capolavoro – anche se personalmente il mio preferito rimane Villette. Jane è un'orfana accolta senza affetto dalla famiglia dello zio, che la disprezza profondamente. Mandata in collegio, capisce presto che farà meglio a imparare a cavarsela da sola, che avrebbe dovuto fare affidamento soltanto su sé stessa per tutta la vita e via dicendo. È una donna forte, con un indomabile spirito di indipendenza, e per tutto il romanzo rifiuta di piegarsi a qualsiasi decisione che possa mettere in dubbio la sua libertà di movimento, anche costo di condannarsi all'indigenza, allontanando la prospettiva di una pericolosa felicità.
Come interpreteremmo oggi un personaggio come Jane? Un personaggio che rimane fino all'ultimo ancorato alla propria morale verrebbe forse etichettato come freddo, noioso, paranoico. Eppure, anche per le ovvie motivazioni pratiche dietro la sua scelta, - erano altri tempi e la condizione sociale post-adulterio era alquanto diversa – in Jane Eyre continuiamo a vedere un esempio di forza e indipendenza, perché non c'è una sola scelta che non abbia fatto per sé stessa, sacrificando tutto ciò che non intendeva essere.
Diverso è il caso di Fanny Price, protagonista di Mansfield Park, - che ne penserebbe Charlotte, dell'essere accostata a un'autrice che ha tanto odiato? Mi spezzi un po' il cuore, Charlotte. Fanny Price, dicevo, è forse l'eroina meno amata nella comunità Janeite. È un personaggio calmo, silenzioso, di carattere debole e priva della vivacità di pensiero di una Lizzie o di una Emma. Per il suo comportamento remissivo, pare piegarsi lei per prima alla condizione di vittima, e nel film che ne è stato tratto nel 1999, il personaggio di Fanny è stato arricchito con alcune prerogative di Jane Austen, - la scrittura di racconti e di lettere.
Fanny non evolve lentamente come accade a Anne Elliot di Persuasione; il suo cambiamento è repentino, e avviene nel momento in cui si impunta nel rifiutare una vantaggiosa offerta di matrimonio da parte di Henry Crawford, fratello della sua rivale d'amore, Maria. Da apatica, si fa riottosa soltanto in quell'occasione decisiva, prendendo in mano per la prima volta il suo destino.
Fanny Price, benché si impunti in una strenua difesa di sé stessa in modo analogo a Jane Eyre, non è ugualmente amata dalle lettrici. Al contrario, sembra riscuotere maggiore successo Mary Crawford, l'antagonista. Una donna moderna, che rivendica delle aspettative sul mondo, s'ingegna per passare il proprio tempo in maniera piacevole e non disdegna di chiacchierare della propria visione del mondo, essendo consapevole delle proprie prerogative e rivendicandole. Riveste un ruolo negativo, la rivale della protagonista, eppure la stessa Jane Austen non la raffigura come una vera antagonista. Mary si affeziona a Fanny, e con lei si comporta da amica. Nel 1913 verrà pubblicato in Inghilterra Old friends and new fancies di Sybil G. Brinton, – portato in Italia da Jo March col titolo Vecchi amici e nuovi amori (2013) - “un immaginario seguito ai romanzi di Jane Austen”. Qui Mary Crawford sarà uno dei personaggi principali, pienamente ristabilito, e saranno i due protagonisti di Mansfield Park a subire le antipatie della scrittrice.
Cambia il linguaggio, cambiano i lettori e cambiano anche i libri. Alcuni personaggi rimangono immutati nel cuore del pubblico, altri ascendono e alcuni vengono riscattati. Ho letto Le notti bianche di Dostoevskij, e non ho potuto sopportare la prosopopea del protagonista; ho letto Le relazioni pericolose, e mi sono sbalordita per la storia che intercorre soggiacente nelle lettere tra i due “cattivi”, trovandola chissà come delicata, e chiedendomi come fosse stata percepita a fine '700. Tornando a Charlotte Bronte e al suo Villette, come vedremmo oggi l'eroe del romanzo, così rigido e moralista?
Anno per anno, generazione dopo generazione, ci arricchiamo di nuove culture e nuovi significati, che diventano poco a poco patrimonio comune. Nuove parole, nuovi gesti, nuovi pattern di comportamento e punti di vista che si ribaltano.
Qui i link dei blog aderenti a BlogNotes, - arrivederci, è stato un bel viaggio.

2 commenti:

  1. Onestamente io - immagino per questioni di vecchiezza ed anima "Vintage" - non ho un brutto rapporto con le traduzioni "datate" dei classici. Fermo restando che, se poi mi capita tra le mani una versione tradotta più di recente, alla fin fine non posso che apprezzarla. Se la traduzione è fatta bene, certo non impoverisce l'opera originale dell'autore, anzi.
    Però per questioni mie affettive - forse perchè molti dei miei passi iniziali da lettrice sono stati compiuti saccheggiando la libreria dei miei e spulciando anche il vecchio libro di antologia di mio padre (nato negli anni 50), che nonna custodiva come qualcosa di prezioso, un certo linguaggio un tantino desueto ed arrugginito mi dà sempre quel tuffo al cuore.
    Probabilmente in questo come in tutti gli altri aspetti della lettura influisce tanto l'emotività, lo stato personale, il nostro modo d'essere.

    A volte mi chiedo anche, però: ha senso "rinnovare" la lingua in una traduzione? Se da un lato un classico in lingua italiana continuiamo a leggerlo negli anni mantenendo intatta ed immutata la sua lingua originaria - anche se può finire per renderlo indigesto - è corretto invece riproporre un classico straniero dando una patina più moderna alla sua lingua, avvalendosi di una nuova traduzione?

    Io, onestamente, una risposta non so darmela. Ho una formazione più scientifica che umanistica, ed ai libri finisco sempre con l'accostarmi in maniera molto naive, semplicemente cercando una piccola evasione.
    Ma il tema che tocchi è davvero interessante, sono curiosa di leggere le opinioni anche negli altri blog partecipanti..

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  2. Buongiorno.

    Il tuo discorso ha senso. Anch'io, personalmente, non ho problemi con le traduzioni "desuete".

    Il problema sorge quando una traduzione, non necessariamente pessima ma, magari, semplicemente non accurata, anche a causa della poca conoscenza di una lingua straniera in passato, diventa un ostacolo alla comprensione del testo; alcuni giochi di parole, spesso intraducibili, non sortiranno mai lo stesso effetto dell'originale. In ogni traduzione si perde o, più raramente, si acquista qualcosa.

    Prendi l'ulisse di joice, ora esiste una versione "aggiornata", fatica di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi che, rispetto alla"classica" traduzione del De Angelis, cambia parecchio. In diverse parti, sembra un altro libro.

    Questo senza ovviamente contare eventuali traduzioni di parte o con censure.


    Interessante anche la questione del come doveva essere percepito un libro nel periodo storico in cui veniva concepito. In ogni caso, attualizzare una prosa perdendo certi arcaismi è un errore. Leggere Casa di Bambole oggi sembra quasi noioso, non solo perché, essendo un'opera teatrale ha un ritmo sì più serrato ma anche meno fluido, ma anche perché il linguaggio utilizzato, "normale" nel periodo e contesto storico propri del libro, ora è, di fatto, meno accattivante. Ciò è un errore, dovuto al fatto che non si consente, spesso, al libro di dirci tutto, di aiutarci a comprendere meglio. La rilettura è fondamentale.

    Anche lo stile di un qualunque prosatore, anche se non raggiunge vette d'eccellenza divina come Axel Munthe, non importa più di tanto, purché non intralci la comprensione. Idem con le traduzioni che, anche se fatte in buona fede, bisognerebbe valutare caso per caso se e quanto si potrebbe modificare per raggiungere maggiormente il pensiero dello scrittore/scrittrice tradotti. :)

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