sabato 25 aprile 2020

Mio nonno era un figo

Mio nonno era un figo.
Non è una definizione che riesca a racchiuderlo tutto, la persona che era e le esperienze che ha fatto, ma ho sempre pensato che quando – non se, quando – avessi scritto di lui, avrei iniziato così. Con “mio nonno era un figo”. Sono le parole con cui introduco il suo fantasma agli amici che non l'hanno conosciuto – quasi tutti, perché non gli piaceva vedere nessuno al di fuori della famiglia, e soprattutto negli ultimi anni lui e la nonna erano diventati degli eremiti senza la consolazione della filosofia.
Mio nonno era un figo e da ragazzina gli chiedevo sempre di raccontarmi la guerra. Tra la fine delle elementari e lungo tutte le scuole medie, ho provato una certa truce fascinazione per la Resistenza più che per la guerra in sé, e quando potevo leggevo cronache trovate in biblioteca, interpellavo gli altri nonni – e la mia visione era parziale e stupita, dov'erano i fascisti, contro chi combattevano i miei parenti? Da parte di madre e di padre non ho che partigiani, anche l'altro nonno, quello democristiano, faceva da staffetta e aveva un nome in codice, Franco. Solo mia nonna, quella di Nonno Figo, aveva un lontano cugino che si era unito ai fascisti ed era morto in Russia, povero disgraziato – lo so perché ho visto la foto, seppiata, in bianco e nero.


(nonno è quello al centro con la faccia da mascalzoncello; potete ben vedere che era veramente un bel ragazzo, roba da film. ma gli piaceva lo stesso farsi spaccare la faccia sul ring, bello il mi' nonno, da qualcuno avrò preso tutta 'sta violenza)

Quando ancora non capivo cosa fosse la guerra, ho chiesto a mio nonno, pure con un certo entusiasmo, “Hai mai ammazzato qualcuno?” e lui mi ha risposto con una tale vergogna, un tale dolore, che ho capito subito cosa gli avessi chiesto. Non mi ha dato numeri, non ha accennato a situazioni particolari. A distanza di tanti anni ancora non sopportava il sangue che aveva sulle mani. Né lo idealizzava.
Mio nonno ha fatto una cosa bellissima, dopo la guerra. Conosco persone che hanno fatto cose meravigliose, ma questa è di una grandezza tale che non riesco neanche a dirla senza spiegare da dove venga, perché è anche da lì che viene quella grandezza. Ci vuole contesto. Dunque, nonno era l'ultimo di dieci tra fratelli e sorelle, equamente suddivisi tra cattolici, comunisti e anarchici – e non è detto che pure i cattolici non fossero anche comunisti, ma è troppo tardi perché glielo chieda, quanto sono stata scema a lasciare che passasse il tempo senza fargli domande. Quando aveva diciassette anni l'hanno spedito nell'esercito a fingersi fascista, con la promessa che se ne sarebbe fuggito sulle montagne appena possibile. Questa fuga la condivideva con un amico, ne parlavano insieme di nascosto. Va da sé, qualcuno li ha scoperti e ha fatto la spia, e in seguito a una sparatoria sono stati catturati e messi sul treno per un campo di concentramento – quale, sinceramente, non lo so. E mio nonno raccontava di quando era un ragazzino – diciassette anni sono così pochi – e si sporgeva dal treno per urlare alla madre del suo amico che “Non si preoccupi, signora, glielo riporto io suo figlio!”.




Per dire, mio nonno aveva un sacco di ragioni per avercela coi fascisti, erano i suoi nemici naturali, no? Ancora un attimo e arrivo alla cosa più bella che abbia fatto mio nonno – e qualsiasi essere umano abbia conosciuto di persona.
Il treno arriva a Bologna, i binari sono stati divelti da un bombardamento e deve fermarsi. Intanto passa di lì una batteria tedesca a corto di uomini. Fanno scendere gli italiani, offrono una possibilità: combattere sotto il comando tedesco o andare a morire in un campo.
Mio nonno e il suo amico non avevano fretta di morire, e finché erano vivi potevano scappare, quindi optano per la prima opzione. Non che questo c'entri con la cosa bellissima che ha fatto mio nonno, ma forse i germogli vengono anche da lì: tra le mille domande che gli ho fatto – diecimila, avrei dovuto fargliene, accidenti a me – ce n'era una la cui risposta mi ha stupito tantissimo. “Quanti nazisti c'erano nella tua compagnia?”. E lui ha sorriso, una mezza smorfia addolorata. Eravamo seduti sul suo letto, la stanza era buia perché lui e la nonna – che dormiva lì accanto – tenevano sempre tutte le imposte chiuse, il lampadario spento, lo accendevo tutte le volte che entravo nella stanza perché quel buio mi sembrava più patibolare degli altri – e mi ha detto “Nessuno. Non ce n'era uno.” Era la contraerea, non so in cosa fosse diversa da altre compagnie. Erano giovani, il sergente aveva preso mio nonno in simpatia anche se aveva subito dato problemi – mio nonno, signore e signori, che da prigioniero litiga coi tedeschi che gli mancano di rispetto; ho già detto che era pugile e che la guerra gli ha stroncato la carriera? Ha combattuto in piazza Vittorio qui a Torino, è arrivato secondo al campionato nazionale.


Mio nonno ha passato mesi dalla parte dei suoi nemici. E quasi nessuno gli era ostile, anche se sapevano che era antifascista. Gli toccò anche una medaglia per aver salvato, durante un bombardamento, un suo compagno di plotone – si disfece della medaglia, disgustato. Prima del 1943 i tedeschi erano ancora alleati, e i bombardieri che mio nonno doveva tirare giù venivano a devastare la sua città, il suo paese. Non vedeva in faccia i morti, ma sono certa che gli abbiano fatto male comunque.
La cosa bellissima di mio nonno; o almeno, quella che mi strazia di più, che è una cosa così bella che potrebbe comprargli le chiavi del paradiso – ma il clero e la religione tutta gli sono sempre stati pesantemente sul cazzo, quindi al massimo gli può aprire le porte dell'iperuranio.
Quando la guerra è finita, c'erano un sacco di conti da regolare. Fascisti e nazisti erano un duo affiatato e inscindibile, le atrocità degli uni si accompagnavano alle atrocità degli altri; ceffoni di storia a chi si illude che il fascismo fosse tanto meglio. Magari è il fatto che discendo da partigiani a rendermi questa realtà semplice da digerire, vai a sapere. I miei nonni stavano dalla parte giusta – che non vuol dire fare sempre cose giuste; mia nonna, quella di Nonno Figo, ha raccontato di aver visitato di nascosto la buca in cui avevano gettato due nazisti morti per sputarci dentro, una notte. Non riusciva a dimenticarselo; lì per lì la guidava la rabbia, nel ricordo li rivede come ragazzini che con ogni probabilità non volevano essere lì né fare quello che facevano.
Ecco, ci sono: dopo la guerra capitava che gli exfascisti venissero assaltati per strada, la notte. Che si regolassero i conti così, e non è che non riesca a capirlo – che quando un partigiano scappava per le montagne, si prendeva ostaggio la sua famiglia. Conosco la storia di un tizio a cui hanno murato vivi i genitori perché si presentasse a farsi fucilare, e la notizia gli è arrivata troppo tardi, che ormai i genitori erano morti. Dopo la guerra ha dato di matto e ha massacrato l'intera famiglia dell'uomo – italiano, fascista – che ha dato l'ordine, bambino compreso; e spero di non provare mai una tale rabbia, e in caso di saperla domare. Sono dolori che non riesco neanche a immaginare.



Dunque, mio nonno. In questo clima di guerra finita e di vendetta incombente, mio nonno faceva le ronde. Ronde notturne per tenere d'occhio la situazione e tenere sicure le strade per i fascisti. Per proteggere i suoi nemici, quelli che l'avevano messo su un treno. A guerra finita, mio nonno voleva la pace e basta. Anche se aveva così tanto da recriminare, mio nonno proteggeva i fascisti.
Non sono cristiana, il massimo di religiosità cui aspiro è l'agnosticismo – anche se mi piacerebbe riuscire a credere a qualcosa, potendo sceglierei una cosmogonia allegra e bislacca, piena di mitologie e personaggi che si combattono tra loro e bevono un sacco – ma poche cose mi commuovono come il perdono. C'è una tale forza, una tale abnegazione nel riuscire a mettere da parte tutta la propria rabbia – che comunque viene dalla sofferenza e non dal nulla – per dire “ok, lasciamocelo alle spalle, vita tua vita mea”, una grandezza che neanche mi bastano le parole. Tra tutte le cose che ha fatto mio nonno, tutte le persone che è stato – altre cose interessanti: da comunista è finito nella lista nera dei comunisti per aver denunciato delle irregolarità, è fuggito in Argentina e ha partecipato all'ammutinamento sulla stessa nave; in Argentina, tra una cosa e l'altra, ha avuto un puma come animale da guardia – questa è quella che mi commuove di più. Ed è strano che la lezione più bella di mio nonno sia questa, visto che odio il fascismo con un odio feroce, e so che combatterlo è dovere civile, e meriterebbe di essere dimenticato non fosse che speriamo che la memoria ci salvi dagli errori – e quanto ci illudiamo, ci sono sempre gli imbecilli che prendono il ventennio come fosse una cura anziché una malattia. Teste disabitate, vorrei avere per voi l'occhio di riguardo e comprensione che ha avuto mio nonno – ma due ceffoni, voglio dire, solo due ceffoni, nonno, dai, se fanno il saluto è come porgessero la guancia, su.
Da ragazzina gli facevo un sacco di domande e mi sognavo sui monti, libera e rivoluzionaria, nelle mie fantasie mi mettevo al suo posto e combattevo la malvagità fatta storia; a combattere i nazisti, non puoi che uscirne da eroe.
Ora non so, sarà l'età, ma la grandezza cui aspiro è quella di nonno che da partigiano, a pace fatta, protegge i fascisti. Mio nonno salvava i fascisti.


(questo è nonno che fa la faccia da scemo da piccolo; un po' scemo lo è rimasto, ci sono fior di filmini delle comunioni dove sporca la faccia di mio fratello con la panna della torta, foto in cui si concia come una splendida madama. gli piaceva fare scherzi, una volta lui e nonna e altri parenti si sono intrufolati a casa di una sorella e le hanno finito i ravioli preparati per il pranzo di domenica. è un bel modo di ricordarlo. è un bel motivo per restare almeno un po' deficiente man mano che cresco).

E i gatti, se è per quello. Altra cosa interessante: ai tempi non è che ci fosse un grande rispetto per la vita degli animali, e dopotutto mio nonno non è mai stato animalista neanche per scherzo, neanche per niente. Però aveva un senso del sacrificio utile che gli faceva disprezzare la crudeltà fine a se stessa: passeggiava con un amico e quello tira fuori la pistola per puntarla su un gatto. Gli dice pure “Sai che faccio?, ora gli sparo”. Mio nonno, candidamente, ha estratto la sua pistola e gliel'ha puntata alla tempia. “Spara. Poi sparo io.”
Mio nonno.

Queste di seguito sono canzoni di discreto antifascismo, e a mio nonno piacevano un sacco – ovviamente – anche se preferiva l'Opera.



(Maramao sembra così uscita da Fallout che ora me la immaginerò ogni volta che ci gioco)



giovedì 23 aprile 2020

La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante - Sulla menzogna delle buone intenzioni


La vita bugiarda degli adulti è il primo romanzo di Elena Ferrante dopo quel caso editoriale mastodontico che è stato – ed è ancora – L'amica geniale. Immagino sia stato difficile per lei scrivere qualcosa cercando di non pensare continuamente alla tetralogia, o a quello che i lettori si sarebbero aspettati – e avrebbero cercato, e cercandolo avrebbero trovato – nel nuovo libro. Mi viene in mente Il seggio vacante di J.K. Rowling, il suo primo romanzo dopo Harry Potter. Un linguaggio crudo, volgare, spietato. Era evidente che J.K. volesse emanciparsi da Harry e dalla letteratura per ragazzi. Ma quando si scrive qualcosa che diventa cult in così poco tempo, è più facile per l'opera emanciparsi dall'autore che non viceversa. J.K. sarà sempre quella che ha scritto Harry Potter, Elena Ferrante quella che ha scritto L'amica geniale. Non so se riuscirà mai a prescinderne e un po' onestamente mi spiace.



Su La vita bugiarda degli adulti mi era arrivato qualche giudizio spezzettato, che avevo raccolto senza approfondire perché i libri mi piace leggerli senza sovrapporci filtri estranei – l'amica che mi ha passato la sua copia mi ha subissato di pareri e ho dovuto stopparla perché non volevo leggerlo per forza come lei l'aveva letto. Ma se ti dicono di cercare un'interpretazione, finisci per trovarla anche se non c'è, oppure ti sforzi e cerchi di evitarla ma resta comunque una visione in astratto, in assenza, una negazione che implica un'esistenza.

Quello che voglio dire prima di tutto di La vita bugiarda degli adulti è che: sì, mi è piaciuto un sacco; mi sarebbe piaciuto a prescindere dalle aspettative lasciate dalla tetralogia; è molto diverso da L'amica geniale; perché dopotutto la storia è più piccola, è limitata a una famiglia, anzi, alla famiglia vissuta dalla narratrice e protagonista, senza tirare troppo di mezzo l'universo elitario degli intellettuali o la pervasività del potere mafioso. Giovanna non è Lenuccia e non è Lila. È una ragazzina – il romanzo si interrompe che ha appena compiuto sedici anni – acuta, ferita e coriacea che rifiuta qualsiasi influenza prescrittiva sul proprio futuro e sulla propria persona, che non accetta quello che vogliono per lei i genitori e il suo contesto e il cui rifiuto non comprende – in assenza, per contrasto – quelle stesse influenze rovesciate. Giovanna sceglie i propri maestri nei libri, sbanda con disperata ostinazione perché rifiuta i punti di riferimento – eppure quelli restano un po' con lei, perché con indesiderata onestà tiene con sé gli insegnamenti che ritiene giusti – e coltiva per sé una dolorosa indipendenza.

Partiamo dall'inizio; Giovanna è una bambina, frequenta le elementari con risultati mediocri, i genitori – professori rispettabilissimi – ne sono un po' feriti, ma tutto sommato riescono a gestire la situazione senza troppi drammi. Parlano con lei, le assicurano tutto il loro amore. Giovanna li ammira e li adora. Visti da fuori – e visti da dentro coi suoi occhi da bambina – sono i genitori delle favole, bellissimi e innamorati l'uno dell'altra quanto lo sono di lei. Capita che Giovanna colga una frase del padre che la destabilizza profondamente: Giovanna inizia a somigliare a Vittoria, la sorella detestata del padre, la zia che non ha mai visto e di cui sa soltanto che è brutta e maligna. Giovanna non si dà pace: cerca la faccia della zia nella propria, crede di trovarla, fruga tra le fotografie del padre. Vuole delle risposte, e alla fine, più per caso che per ostinazione, le ottiene.



Come essere umano – come ragazza, come studiosa – Giovanna è stranamente coerente per il fatto di essere fedele sempre e soltanto a se stessa. È spesso meschina, crudele, soprattutto quando si trova nel mezzo di una tempesta emotiva e non ha idea di dove dirigere lo sguardo. Sa che non vuole guardare verso i genitori, né verso la zia; accetta un unico punto di riferimento intorno a metà libro – spoiler non ne faccio, scialli – che visto dall'esterno sembra una guida verso la persona che vorrebbe diventare, una riconferma delle scelte che ancora non ha fatto.
Giovanna cambia idea. Quello che le appare importantissimo un giorno, potrebbe non significare niente la settimana dopo. Nel corso di uno stesso pomeriggio può provare una selva di emozioni potentissime e contrarie tra loro. Non si illude su se stessa, si vede per quello che è e anche un po' peggio. Ma sa fin da bambina che diventare cattiva è un'alternativa praticabile; che non smetterebbe di esistere solo perché si è dedicata a una vita priva di buone intenzioni. E questo la rende disperata ma libera.

La vita bugiarda degli adulti implica una mezza bugia nel titolo; contrassegna la menzogna come prerogativa degli adulti, quando fa parte dell'essere umano fin da quando impara a parlare. Da adulti si impara soltanto a perfezionare le proprie bugie, o forse a crederci – è questo che intende la Ferrante? L'adulto è quello che riesce a vivere nella propria menzogna?
È un romanzo che apre un po' di questioni; la profezia che si autoavvera, la pervasività dei rapporti famigliari e i circoli viziosi che sembrano passare di padre in figlio come patrimonio genetico; la negazione degli assoluti, degli infiniti; la vita come cambiamento costante: chi non cresce e resta fermo, ostinatamente, diventa un fantasma. C'è un sottofondo di malanimo nei confronti della classe intellettuale, dei professori borghesi che si riempiono la bocca di Marx e lotta di classe e intanto rinforzano le mura della torre d'avorio parlando difficile, brandendo la correttezza del proprio italiano contro il dialetto parlato dagli incolti.
(che schifo la borghesia intellettuale, temo di caderci ogni volta che dico a mia madre che è uscito un mio articolo su una rivista; mi va di lusso che sono troppo povera per dirmi borghese).

Giovanna è brillante e assolutamente imperfetta: non è un personaggio in cui ci si vorrebbe riconoscere, ma ci sono personaggi in cui sarebbe ancora più spaventoso entrare. Non credevo che ne avrei fatto un ritratto positivo, spesso si comporta da stronza, è guidata un opportunismo istintivo che dipende anche dalla sua solitudine – è facile provare pena per i suoi smarrimenti, a leggerla da adulta. Se la conoscessi, da un lato mi fiderei di lei e del suo punto di vista crudo, dall'altro la troverei insopportabile (“Oh ma la pianti di imporre il tuo stato d'animo a tutti i presenti? Che c'hai, l'esclusiva del pensiero lucido sofferente?”). Giovanna è tutta una contraddizione; ed è bello, perché vuol dire che è viva.

martedì 14 aprile 2020

Il pantarèi di Ezio Sinigaglia - Una recensione sconnessa

Il pantarèi di Ezio Sinigaglia è uscito in origine nel lontano 1985 per l'editore SPS, e per decenni non se ne è più saputo nulla – come accade al 95% delle opere letterarie dopo la pubblicazione, che il tempo ferisce spesso senza riguardo. Nel 2016 l'autore pubblica un secondo romanzo con Nutrimenti, Eclissi, e nel 2019, dopo trent'anni e passa di silenzio, Terrarossa ha riacquistato i diritti dell'esordio, riportandolo in libreria nella collana Fondanti.
Per qualche mese se ne è parlato parecchio, difatti era uno degli acquisti che mi ero preposta di concedermi al Salone del Libro dell'anno scorso. L'ho abbrancato forse il penultimo giorno di Salone, arrivando allo stand Terrarossa con il disperato bisogno di un libro con cui potermi prendere una pausa dalla furia affollata del Lingotto – scema com'ero, avevo deciso di non portarmi dietro niente da leggere, tanto mi aspettava una fiera dell'editoria; mi ricordo stralunata e incoerente a vagare in cerca di un posticino isolato, trovato all'ombra di una sala incontri – unico testimone del mio breve eremitaggio, un addetto alla pulizia che mi ha chiesto se andava tutto bene.



Tutto bene, sì, ma Il pantarèi iniziava linguisticamente complesso, sintassi e semiotica si prendevano una certa libertà che lì per lì non riuscivo a capire, mi ha lasciata con la testa ancora sbandata – avevo bisogno di frase chiare e semplici, cui affibbiare un senso compiuto – ed è finita che l'ho ignorato per la bellezza di undici mesi, perché aspettavo un buon momento per iniziarlo e il buon momento sembrava non arrivare mai. La chiusura delle biblioteche mi ha obbligata a fare una cernita dei libri a mia disposizione – a ben vedere una dispensa che mi basterebbe per venti quarantene, visto che gli scaffali della mia coinquilina traboccano di Adelphi, Michele Mari, per non parlare della saggistica – ed è capitato che un giorno, finalmente, riprendessi in mano l'opera prima di Sinigaglia, superando le prime pagine di pensiero sconnesso e lasciandomi infiltrare in mezzo alle righe lievi e metaletterarie di un editor e ghostwriter che si trova per lavoro a dare un senso alla letteratura del '900.

Daniele Stern ha trent'anni, lavora coi libri con l'instabilità che oggi diamo per scontata per gli operatori del settore culturale. Sei mesi prima la moglie Anna l'ha lasciato, e lui è ancora perso nei ricordi e nella furia sentimentale che comportano. Una grande casa editrice gli affida la rimessa in sesto strutturale di un volume di un'enciclopedia indirizzata alle donne moderne, quello dedicato appunto, alla letteratura del '900. Una lista di autori e una certa discrezionalità, Stern inizia a lavorare sul concetto di romanzo, la cronaca della sua morte annunciata e disattesa, l'attacco kamikaze dei narratori più influenti degli scorsi decenni. C'è Proust, ci mancherebbe, ci sono Joyce e Kafka, Cèline e Musil. Stern si siede davanti alla sua Olivetti – mio nonno ne aveva una uguale, nostalgia canaglia – e teorizza sulle strutture narrative, i contesti storici e culturali, le ideologie e quello che ne fanno gli uomini – gli scrittori. Poi si alza dalla scrivania, vaga per la stanza, vive a tratti la sua vita rabbecciata e la narrativizza. In un primo senso Il pantarèi è un metaromanzo perché discute della natura del romanzo; in seconda battuta è metaromanzo perché lo stile di scrittura viene costantemente rimaneggiato perché sia l'espressione diretta dello stato emotivo del protagonista, e l'autore compare sulla pagina come istanza narrativa, si fa notare deciso invece di lasciarsi cancellare da bravo costrutto semantico. La terza battuta, ora ci arrivo, è forse quella più interessante – ma lo dico apertamente, è questione di gusti.




Il pantarèi riflette sulla scrittura con l'efficacia e la puntigliosità di un saggio, non tanto perché Stern cogita e postula su quello che è la scrittura per lui, ma perché leggendo è inevitabile interrogarsi su come si scriva, sul perché si scriva come si scriva. Per quale ragione determinate forme sintattiche sono più indicate di altre, perché un certo lessico si adatta meglio al racconto di una situazione? Il romanzo è stato codificato come prassi ineludibile da fior di studiosi, la narrazione intesa come storia deve spiegarsi definitamente in un continuum temporale al di fuori del quale non possiamo concepirlo.
Cos'è la letteratura? Chi decide che un Joyce che attacca gli schemi lo fa a ragion veduta rispetto al diciassettenne infiammato dalla visione bohèmien di Baudelaire che sbrodola sulla pagina senza un filo logico affidandosi all'istinto, pensandosi degno di pubblicazione – che politicamente parlando è certo più rispettabile dei futuristi coi loro allegri zuuuuum turm bang?




Quindi c'è tutta questa questione interna al romanzo e che esula dal romanzo. C'è anche l'arco narrativo di Stern, che in un certo senso svicola dall'incompiutezza del caro Musil, emancipandosi da una certa parte di sé pur restando fermo in se stesso. La sua storia personale è certo importante, ma non è la più importante, o quella che designerei come fulcro dell'opera in sé. Il pantarèi racconta delle giornate di Stern durante la stesura della sua parte enciclopedica e del suo rapporto con la scrittura che cambia, parte da un netto rifiuto e si evolve poco a poco, una voce enciclopedica dopo l'altra. E diventa a un certo punto vivace, estatico, meravigliosamente fine a se stesso – che è la versione più pura di letteratura.

E c'è tutta la questione del tempo, il tempo narrativo e quello personale, e io mi ci sto arrovellando da giorni; il tempo come dimensione e illusione, il tempo relativo e incostante dal quale non possiamo scappare – con lo spazio, dopotutto, abbiamo la possibilità di regolarci. È strano trovarsi col presente in mano e non sapere che farci; accettarlo è il funerale di tutte le persone che siamo stati fino a quel momento. Rende liberi e agenti, riapre le incognite – scegliendone una uccidiamo le altre, falcidiamo tutte le persone parallele che siamo nella moltitudine degli universi alternativi che finiscono per darci la caccia come il passato, quell'infame reazionario.




Si sarà capito che mi è difficile parlare del pantarèi senza accusare qua e là un'interruzione del senso. Ultime considerazioni: è un romanzo malinconico, e in un paio di punti Stern mi ha tenuto la mano e mi ha fatto bene.
(traduzione in soldoni: mi è piaciuto un sacco).

lunedì 6 aprile 2020

La città dell'orca di Sam J. Miller - Capitalismo, Distopia (e speranza)


Nel parlare di questo libro divagherò. Divagherò tantissimo e non c'è nulla che possiate – e che possa – fare per impedirlo. Che poi la prolissità è un po' il mio sfortunato trademark insieme alle congiunzioni piazzate disordinatamente all'inizio e alla fine delle frasi. Ad ogni modo.
La città dell'orca di Sam J. Miller, uscito l'anno scorso per Zona 42 nella traduzione di Chiara Reali, finalista al premio Nebula e al premio Locus. L'autore vive a New York, e gli USA si sentono tutti. Sam è stato così gentile da dire a Giorgio – editore della Zona – di passarmi la sua email per permettermi di intervistarlo, peccato che durante la quarantena la concentrazione faccia un po' quello che voglia e non sia ancora riuscita a mettere insieme, nel giusto ordine, le domande che voglio fargli.
L'avevo detto che avrei divagato. Veniamo al libro. E poi al genere. E poi a tutto il resto.



La città dell'orca inizia in un futuro che ormai suona tendenzioso definire distopico. Potremmo anche limitarci a “inizia in uno dei futuri possibili”, fatta eccezione per un paio di attuazioni medico-sperimentali dagli esiti che sanno più di sciamanesimo che di farmacologia. Tolte quelle, possiamo immaginarci tutti gli Stati Uniti che crollano sotto il peso di un capitalismo che divora se stesso, il governo che cede, la popolazione che scappa, si riunisce in comunità che imparano a difendersi oppure soccombono. Se c'è una cosa che di cui gli americani non mancano, sono le risorse belliche. Mentre noi svuotavamo i supermercati di lievito e farina, in Olanda si facevano le code fuori dai coffee-shop – e diciamocelo, entrati in quarantena vorremmo aver lottato di più per la legalizzazione delle droghe leggere, 'cidenti 'cidenti 'cidenti – negli USA le code si allungavano anche fuori dalle armerie. Se immaginiamo un'America priva di potere centrale, possiamo pensare alla Libia che ci siamo lasciati dietro, arsenali pubblici e privati che basterebbero da soli a conquistare il Canada.

Sto parlando delle premesse, non del romanzo. Le premesse sono che il mondo è in fiamme o in miseria, e nell'Artico è sorta una città artificiale chiamata Qaanaaq, composta da otto settori tenuti insieme dall'ingegneria, regolati da un complesso sistema di algoritmi. Non c'è un governo, c'è solo il programma – e infatti è tutto immobile.
Qaanaaq può essere vista come un ulteriore angolo di inferno sulla terra o come la terra promessa, a seconda della prospettiva. La capillarità del programma permette una libertà di movimento inedita che scaturisce direttamente dall'inceppo della burocrazia. È affollata, povera, piena di gente che è fortunata a occupare spogli container. È anche viva e veloce e sferzante. C'è un programma radio che la racconta quotidianamente, che mette in fila l'idea che sta alla base di Qaanaaq raccontandone qualche stralcio. Non si sa chi scriva i testi, e i lettori cambiano sempre.



A Qaanaaq si muovono diversi personaggi. Soq, il mio preferito, è un ragazzo genderfluid invischiato con la malavita locale, una specie di corriere. Con Qaanaaq ha un rapporto di amore e odio. C'è Fil, che mi viene da definire, in sostanza, un povero stronzo; perché è giovane e bello e ricco, ma non riesce a trovarsi. È uno degli eterni perduti, senza bussola. E ha contratto quello che chiamano Frantumo, una particolare malattia sessualmente trasmissibile che fa impazzire poco a poco, e per cui non esiste una cura. C'è Kaev, che lotta sulle travi contro avversari sempre più giovani di lui – già piagato dal Frantumo – e perde per denaro. E la sorella Ankit, inquadrata nei meccanismi ufficiali di Qaanaaq, segretaria di un'amministratrice. Sono i personaggi cui le cose, almeno all'inizio, ruotano attorno.

Succede che a Qaanaaq arrivi una donna a cavallo di un'orca, con un orso polare al suo fianco. Vuole qualcosa, cerca qualcuno. È una terrorista famosa, ha fatto esplodere delle navi da guerra con l'aiuto dell'orca, con la quale ha un legame profondo – che verrà spiegato poco a poco. Sono in gioco diversi poteri, diverse volontà e diverse capacità di movimento. Tutto scorre. A secchiate.

Il genere. Di hopepunk ho già chiacchierato, e con toni vagamente profetici ed entusiastici. L'hopepunk è un genere di cui abbiamo schifosamente bisogno. Hopepunk vuol dire ammettere che ok, le cose fanno schifo. Fanno veramente schifo. Ma significa anche e soprattutto accettare di potere e volere fare qualcosa per cambiarle. Ho dovuto superare più di metà romanzo per trovare un briciolo di speranza; prima era tutto miseria e ricordi avvelenati, gente morta o morente. Nell'hopepunk la speranza non sta nella mistificazione, ma nell'azione una volta preso coscienza del contesto. Come canta la sigla di Kenshiro, “Keep you burning”.
(che è un po' la colonna sonora ufficiale della mia quarantena, con la silenziosa accettazione della coinquilina che si becca tutte le mie playlist sparatissime).



Ci sono aspetti particolarmente interessanti del romanzo che ancora non ho nominato; la visione di Miller è usa-centrica, perché racconta soprattutto lo sfacelo degli USA, mentre quello del resto del mondo è dato per scontato. C'è un'attenzione particolare sul corporativismo selvaggio e indiscriminato, sulla preminenza degli interessi finanziari ed economici sui diritti basilari delle persone – e cristo se ce ne stiamo accorgendo; fa strano sentirsi privilegiati solo per il fatto di abitare in un paese in cui la vita umana ha un valore riconosciuto e inoppugnabile all'interno del codice civile. Da un lato si punta il dito alla completa liberalizzazione delle pratiche di mercato, dall'altro si parla delle guerre degli affitti – che negli USA sono altissimi, il landlord è una figura tossica come potrebbe essere un signore feudale; girano lettere orribili mandate dai padroni di casa agli americani quarantenati, che sottolineano come alla fine freghi sega della situazione eccezionale, l'affitto va pagato il primo del mese, piuttosto morite di fame – manca solo l'intestazione “poveri pezzi di merda, così imparate a non essere ricchi”. In risposta c'è una forte mobilitazione di affittuari che si organizzano tra loro e mandano lettere collettive, un fenomeno che seguo da lontano e con interesse.
Il lato positivo delle crisi è che smascherano le priorità e i rapporti di potere. Scoprono le carte. Gli ultimi e i penultimi non possono distogliere lo sguardo da un sistema di leggi che li vede al meglio come vittime sacrificabili, al peggio come nemici interni a cui imputare uno stato di cose disastroso – qui ci sarebbe tutto un discorso da fare sulla politica del decoro, sulla gentrificazione etc ma rimando a un prossimo post, che sto leggendo La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski e, come dire.



La città dell'orca racconta il futuro e parla di noi. L'ambientazione è complessa, scienza e tecnologia si incastrano in un contesto povero ma non umile. Il ritmo è frenetico, le svolte rapide. Capita che i personaggi si muovano più come agenti che come persone, all'interno di una trama dinamica che non smette mai di correre – è la danza frenetica di Qaanaaq, non si ferma. Mette il mondo in prospettiva, disegna una lotta, una possibilità. La presa di posizione è evidente ed esplicita; e magari a certi potrebbe non piacere, c'è una tendenza a pensare che la verità stia nel mezzo, che le zone grigie siano più di quelle nette – non è neanche falso, come assunto, ma dare per scontato che nessuno abbia torto e nessuno abbia ragione rende il dibattito sterile, avvilisce l'etica, disarma. È il riserbo a prendere una posizione e assumersene la responsabilità intellettuale ad aver creato un contesto in cui pure l'affermazione “LASCIARE MORIRE LA GENTE È CRIMINALE” è fonte di dibattito, quindi concluderei con un sentito “stocazzo” e inviterei alla lettura, alla messa in dubbio dello status quo e quant'altro.
(tipo, il capitalismo fa schifo).

venerdì 3 aprile 2020

Lolly Willowes o l'amoroso cacciatore di Sylvia Townsend Warner - Un manifesto femminista in agguato


C'è da dire che quando mi piglia di leggere un libro, evito accuratamente di informarmi delle sue generalità, così da non rovinarmi la minima sorpresa. Avevo letto su twitter uno stralcio di Lolly Willowes o l'amoroso cacciatore (opera prima di Sylvia Townsend Warner, edito in Italia da Adelphi nella traduzione di Grazia Gatti) e avevo deciso subito di volerlo leggere. Non ho indagato oltre, e credo di aver fatto bene; non so quali fossero le intenzioni di Sylvia, ma questo è stato davvero un agguato. Il modo migliore di spiegarlo è ipotizzare che un tipografo ubriaco abbia messo insieme mezzo romanzo di Jane Austen e mezzo di Shirley Jackson – forse detto così non è chiarissimo, ma plaudo mille e mille volte al risultato.



Abbiamo Laura – o zia Lolly, per i nipoti e tutti gli altri membri della famiglia – che ha sempre vissuto nella tenuta di famiglia di Lady Place, nelle campagne inglesi, fino alla morte del padre; dopodiché della proprietà prendono possesso un fratello e la moglie, e Laura viene accolta dalla famiglia dell'altro fratello, a Londra. Il fratello e la cognata vorrebbero maritarla – al suo arrivo a Londra ha ventinove anni, il tempo sta scadendo in fretta – e le propongono di settimana in settimana scapolotti da vagliare, che Laura non manca di scartare. Ha due nipotine e un nipotino, Titus. Sono loro che iniziano a chiamarla zia Lolly, e quel nome non le si toglie più di dosso.

Passano gli anni – troppi – e capita che un giorno – perché va da sé che qualcosa deve cambiare, una crisi deve innescarsi perché il romanzo vada a parare da qualche parte – si trovi in una bottega e rimanga ipnotizzata dalla merce esposta. Dai fiori, dai frutti fragranti; prende forma dietro i suoi occhi l'immagine vivida di una vecchia che raccoglie le pere una ad una, da un prato che le sembra incantato. Le manca la campagna, Laura ha sempre adorato i boschi, i campi incolti, la natura nella sua versione più selvaggia e meno addomesticata. Di colpo, decide di trasferirsi nel paesino sperduto da cui provengono quei frutti. Incontra qualche resistenza in famiglia – ovviamente – ma cosa possono dirle? Ormai ha quasi cinquant'anni, è una donna fatta e finita.

Ora, fino a questo punto e ancora per qualche pagina, il romanzo trascorre in tutta calma e dolcezza. È placido, non noioso, ma poco ci manca. L'avrei visto benissimo nei panni di un'altra casa editrice – nelle vesti fiammanti di Astoria, un classico riproposto da Fazi nella sua collana dedicata alla letteratura femminile, o recuperato dalle ragazze della Jo March. Poi c'è un colpo di reni. Un momento così piccolo che lì per lì lo si scambia per una fantasia un po' sciocca. E la vita di Laura, pur rimanendo la stessa, cambia radicalmente. Radicalmente è un termine chiave.



Io non voglio dirvi come. Perché è una bellissima sorpresa che Sylvia ha impacchettato in mezzo alla vita tranquillissima di una donna che dall'esterno appare più che tralasciabile. Laura non cambia, piuttosto si riconosce. Va oltre l'accettazione. Decide di dimenticarsi delle pretese del mondo, e questo è meraviglioso.
Ci sono tanti elementi che Sylvia affronta e riprende attraverso gli occhi entusiasti di Laura; la natura, i boschi, la loro essenza senziente. Le consuetudini, i valori, il costo largamente taciuto delle catene che la società piazza alle caviglie e ai polsi delle donne – maritate e zitelle. La questione femminista è fortemente personale. La rabbia appassionata è una risposta tutto sommato tiepida a una vita aggredita in modo così subdolo e culturalmente accettato che neanche gli aguzzini si riconoscono come tali.
Questo libro, questo libro è quello da far leggere alle vostre zie attempate, alle vostre nonne. Se non cambierà niente, qualcosa era già cambiato. In caso contrario, non cambierà niente, ma solo all'esterno.
(nel caso delle mie zie, non cambierebbe proprio niente; mi hanno insegnato la lezione di Laura che ancora facevo le elementari, siamo una famiglia un po' così).
(meno male).