martedì 14 aprile 2020

Il pantarèi di Ezio Sinigaglia - Una recensione sconnessa

Il pantarèi di Ezio Sinigaglia è uscito in origine nel lontano 1985 per l'editore SPS, e per decenni non se ne è più saputo nulla – come accade al 95% delle opere letterarie dopo la pubblicazione, che il tempo ferisce spesso senza riguardo. Nel 2016 l'autore pubblica un secondo romanzo con Nutrimenti, Eclissi, e nel 2019, dopo trent'anni e passa di silenzio, Terrarossa ha riacquistato i diritti dell'esordio, riportandolo in libreria nella collana Fondanti.
Per qualche mese se ne è parlato parecchio, difatti era uno degli acquisti che mi ero preposta di concedermi al Salone del Libro dell'anno scorso. L'ho abbrancato forse il penultimo giorno di Salone, arrivando allo stand Terrarossa con il disperato bisogno di un libro con cui potermi prendere una pausa dalla furia affollata del Lingotto – scema com'ero, avevo deciso di non portarmi dietro niente da leggere, tanto mi aspettava una fiera dell'editoria; mi ricordo stralunata e incoerente a vagare in cerca di un posticino isolato, trovato all'ombra di una sala incontri – unico testimone del mio breve eremitaggio, un addetto alla pulizia che mi ha chiesto se andava tutto bene.



Tutto bene, sì, ma Il pantarèi iniziava linguisticamente complesso, sintassi e semiotica si prendevano una certa libertà che lì per lì non riuscivo a capire, mi ha lasciata con la testa ancora sbandata – avevo bisogno di frase chiare e semplici, cui affibbiare un senso compiuto – ed è finita che l'ho ignorato per la bellezza di undici mesi, perché aspettavo un buon momento per iniziarlo e il buon momento sembrava non arrivare mai. La chiusura delle biblioteche mi ha obbligata a fare una cernita dei libri a mia disposizione – a ben vedere una dispensa che mi basterebbe per venti quarantene, visto che gli scaffali della mia coinquilina traboccano di Adelphi, Michele Mari, per non parlare della saggistica – ed è capitato che un giorno, finalmente, riprendessi in mano l'opera prima di Sinigaglia, superando le prime pagine di pensiero sconnesso e lasciandomi infiltrare in mezzo alle righe lievi e metaletterarie di un editor e ghostwriter che si trova per lavoro a dare un senso alla letteratura del '900.

Daniele Stern ha trent'anni, lavora coi libri con l'instabilità che oggi diamo per scontata per gli operatori del settore culturale. Sei mesi prima la moglie Anna l'ha lasciato, e lui è ancora perso nei ricordi e nella furia sentimentale che comportano. Una grande casa editrice gli affida la rimessa in sesto strutturale di un volume di un'enciclopedia indirizzata alle donne moderne, quello dedicato appunto, alla letteratura del '900. Una lista di autori e una certa discrezionalità, Stern inizia a lavorare sul concetto di romanzo, la cronaca della sua morte annunciata e disattesa, l'attacco kamikaze dei narratori più influenti degli scorsi decenni. C'è Proust, ci mancherebbe, ci sono Joyce e Kafka, Cèline e Musil. Stern si siede davanti alla sua Olivetti – mio nonno ne aveva una uguale, nostalgia canaglia – e teorizza sulle strutture narrative, i contesti storici e culturali, le ideologie e quello che ne fanno gli uomini – gli scrittori. Poi si alza dalla scrivania, vaga per la stanza, vive a tratti la sua vita rabbecciata e la narrativizza. In un primo senso Il pantarèi è un metaromanzo perché discute della natura del romanzo; in seconda battuta è metaromanzo perché lo stile di scrittura viene costantemente rimaneggiato perché sia l'espressione diretta dello stato emotivo del protagonista, e l'autore compare sulla pagina come istanza narrativa, si fa notare deciso invece di lasciarsi cancellare da bravo costrutto semantico. La terza battuta, ora ci arrivo, è forse quella più interessante – ma lo dico apertamente, è questione di gusti.




Il pantarèi riflette sulla scrittura con l'efficacia e la puntigliosità di un saggio, non tanto perché Stern cogita e postula su quello che è la scrittura per lui, ma perché leggendo è inevitabile interrogarsi su come si scriva, sul perché si scriva come si scriva. Per quale ragione determinate forme sintattiche sono più indicate di altre, perché un certo lessico si adatta meglio al racconto di una situazione? Il romanzo è stato codificato come prassi ineludibile da fior di studiosi, la narrazione intesa come storia deve spiegarsi definitamente in un continuum temporale al di fuori del quale non possiamo concepirlo.
Cos'è la letteratura? Chi decide che un Joyce che attacca gli schemi lo fa a ragion veduta rispetto al diciassettenne infiammato dalla visione bohèmien di Baudelaire che sbrodola sulla pagina senza un filo logico affidandosi all'istinto, pensandosi degno di pubblicazione – che politicamente parlando è certo più rispettabile dei futuristi coi loro allegri zuuuuum turm bang?




Quindi c'è tutta questa questione interna al romanzo e che esula dal romanzo. C'è anche l'arco narrativo di Stern, che in un certo senso svicola dall'incompiutezza del caro Musil, emancipandosi da una certa parte di sé pur restando fermo in se stesso. La sua storia personale è certo importante, ma non è la più importante, o quella che designerei come fulcro dell'opera in sé. Il pantarèi racconta delle giornate di Stern durante la stesura della sua parte enciclopedica e del suo rapporto con la scrittura che cambia, parte da un netto rifiuto e si evolve poco a poco, una voce enciclopedica dopo l'altra. E diventa a un certo punto vivace, estatico, meravigliosamente fine a se stesso – che è la versione più pura di letteratura.

E c'è tutta la questione del tempo, il tempo narrativo e quello personale, e io mi ci sto arrovellando da giorni; il tempo come dimensione e illusione, il tempo relativo e incostante dal quale non possiamo scappare – con lo spazio, dopotutto, abbiamo la possibilità di regolarci. È strano trovarsi col presente in mano e non sapere che farci; accettarlo è il funerale di tutte le persone che siamo stati fino a quel momento. Rende liberi e agenti, riapre le incognite – scegliendone una uccidiamo le altre, falcidiamo tutte le persone parallele che siamo nella moltitudine degli universi alternativi che finiscono per darci la caccia come il passato, quell'infame reazionario.




Si sarà capito che mi è difficile parlare del pantarèi senza accusare qua e là un'interruzione del senso. Ultime considerazioni: è un romanzo malinconico, e in un paio di punti Stern mi ha tenuto la mano e mi ha fatto bene.
(traduzione in soldoni: mi è piaciuto un sacco).

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