venerdì 31 gennaio 2020

Poesie per chi non ama la poesia #6


Non dirmi di parlare, dimmi di tacere
dato che devo serbare il mio segreto;
tutto il mio intimo ti vorrei rivelare,
ma il destino lo vieta.

Quando è l'ora, il corso del sole scaccia
la notte oscura, che si riempie di luce;
apre il suo grembo la dura roccia,
non nega alla terra le sorgenti più occulte.

Ognuno cerca nelle braccia dell'amico la pace,
lì il cuore potrà riversarsi in un pianto;
ma un giuramento mi tiene le labbra serrate,
e riesce a dischiuderle un dio soltanto.

Johann Wolfgang Goethe
poesia senza titolo dalla raccolta Cento poesie (a cura di Siegfried Unseld, Einaudi, 1999)

lunedì 27 gennaio 2020

Cenere di Elisa Emiliani - Dopodomani è distopia


Tra tutti i libri di cui potrei parlare stamattina – e non sono pochi, sfioreranno la dozzina – alla fine ho deciso per Cenere di Elisa Emiliani, edito da Zona 42. La ragione principale, non proprio letteraria, è che mi sono svegliata con Ring of fire in testa. Cenere è pieno di musica, soprattutto Johnny Cash. La protagonista, Ash, ha ottimi gusti musicali, e si ispira al suo idolo pure per abitudini alcoliche. Ci sono anche ragioni politiche; Cenere è ambientato in Emilia Romagna, regione che si è appena sottratta come per miracolo agli intenti distopici della Lega, e mi pare dunque che siamo in tema – questa vuole essere una recensione, ma anche un sentito “suca, suca forte” alla politica del citofono. Ash apprezzerebbe – probabilmente condirebbe i festeggiamenti con acidi e bombe carta, a me viene sonno con mezza tachipirina quindi mi tocca ridimensionare il giubilo. Ho il doppio dei tuoi anni, Ash, mi sveglio col mal di schiena, mettiti nei miei panni.



La terza motivazione è quella più importante, quella che merita un po' di rispetto. Oggi è la giornata della memoria, e questo è un romanzo guidato dalla memoria. Sia nell'assenza – ambientato in un'Italia distopica e corporativista, nessuno ci racconta come si sia arrivati a quel punto, il grande interrogativo mai risolto accompagna tutta la narrazione – che nella ricerca di Ash e delle sue amiche. Cercano una biblioteca, cercano la storia. Non è una strumentale ricerca di risposte, e neanche una guida – non si lasciano portare dalla logica, che le vorrebbe piuttosto prone e arrese al presente – ma qualcosa di profondo e importante, un legame personale con quello che è stato e che, si immaginano, dovrebbe legare insieme la massa inconoscibile che è tutti. Ash e le altre si muovono nel campo degli ideali, quello dei “perché” a cui puoi rispondere solo allargando le braccia e soffiando fuori che “è giusto così”. Anche se nella pratica sembra davvero una pessima idea, perché rischia di finire malissimo.

Cenere è, prima di tutto, una distopia. Ambientata in un futuro che ci distanzia di pochi decenni, in cui la tecnologia è più avanzata ma perfettamente immaginabile. Lo scenario è quello della provincia romagnola, campi secchi e disabitati, scuole dai programmi scricchiolanti e prone al potere, delazioni e sparizioni improvvise. Il romanzo inizia con un funerale abusivo, quello della Gramigna, una donna che si è impiccata a un albero nel cortile di Ash. Ash ha sedici anni, orfana di madre, vive col padre a cui vuole un sacco bene e di cui è parecchio gelosa – il padre, Tommaso, è un bell'uomo e ogni tanto ha qualche storiella, niente di importante che possa intralciare il ricordo della famiglia spezzata, ma Ash non è un personaggio dal pensiero coerente e l'emotività stabile. Basterebbe il fatto che è adolescente, ci si mettono gli alcolici – il fortissimo ammazza-bionde – e gli acidi che distilla lei stessa per rivenderli a scuola e di cui è un'entusiasta consumatrice.



Ash ha due amiche, Reba e Anna. Di Anna è innamorata persa, ma Anna non lo sa e Ash non ha la minima intenzione di dirglielo. Hanno trovato per caso delle epistole politiche, materiale vietato, firmate dalla vecchia bibliotecaria – siamo in una distopia, le biblioteche hanno fatto una brutta fine. Vogliono trovare il resto dei testi, il resto della biblioteca e digitalizzarla, rendere tutto quel sapere disponibile. Stanno creando – con un sacco di fatica e rasentando l'orlo dell'eliminazione – uno spazio virtuale protetto dai poteri corporativisti, aperto a chiunque voglia farne parte e discutere di possibilità eversive. Fanno incontri fortuiti, assistono a orrori di stato, Ash conosce l'orrore in abiti da poliziotto. La storia va avanti, concitata, raccontata da Ash stessa, nelle sue frasi brevi e spezzate, a volte patetiche, con un sapore rancido di diari delle superiori – a riaprire il mio, troverei la stessa disperazione, quel teenage angst che ha fatto la meritata fortuna del grunge. A volte Ash esagera e stomaca, lo ammetto. D'altronde è così sfortunata che potrebbe attirare tre fulmini con un'unica tempesta, quindi non mi sento di giudicarla troppo severamente.

Il governo è un'ombra costante eppure evanescente, in questo romanzo. Non si ha chiaro chi ci sia al potere, se si possa ancora parlare di un potere statale, come stia il mondo fuori dall'Italia. Si parla di corporativismo, quindi sappiamo che a una certa il lobbismo si è trasformato in potere centrale, con controllo sulle forze dell'ordine, sull'educazione, su tutto. La Chiesa è perseguita, in quanto potere alternativo – Padre Giulio, che ha officiato il funerale abusivo della Gramigna, non se l'è passata bene. Ma non abbiamo nomi o facce da riconoscere come nemici. Il nemico è il potere guidato dall'interesse economico. Un nemico vecchio come il mondo – e guardiamoci in faccia, è sempre lì.

Se c'è un aspetto che non ho del tutto gradito di Cenere, sono i flashback immaginati da Ash riguardo alla biblioteca e alla bibliotecaria. È una ragazzina in cerca di verità spesso strafatta, e quello che immagina a volte sfiora la soap opera autoconsolatoria. In certe scene avrei voluto scuoterla e dirle che “Ash, sei meglio di così”. Probabilmente avrebbe avuto una crisi di panico – le crisi, quelle sono descritte bene, soprattutto nella totale incapacità di comunicarle di Ash.
Cara Ash, tu e le tue paturnie, mi tocca volerti bene.

Cenere lascia sulla bocca un sapore di bruciato e legna vecchia, racconta di un'Italia grigia e fredda, gli unici punti di colore sono i momenti felici di Ash e delle amiche. L'unico ambiente che abbia un po' di calore – me lo immagino rischiarato da una luce calda di fuoco – è il garage di Ash, tra distillazioni illegali e programmazione abusiva. Perdite, sacrifici.
Ricordiamo che giorno è oggi, che giorno è stato ieri – che mondo sarà domani.

sabato 25 gennaio 2020

Qualche corbelleria, un po' di spam e un paio di informazioni utili

Scrivo col mouse che non funziona, open office che va a intermittenza, le parole che si interrompono a scatti. Avrei un sacco di libri di cui parlare, che ultimamente sono tornata a leggere parecchio e ho una sfilza di titoli terminati di cui vorrei e dovrei chiacchierare; Morte d'estate di William Trevor, Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua di Yiyun Li, Poison Fairies di Luca Tarenzi, Cenere di Elisa Emiliani. Se lascio passare troppo tempo dal momento di fine lettura, c'è il rischio che non parli mai di quel libro, un po' come la probabilità di ritrovare una persona scomparsa calano drasticamente dopo 48 ore. Parlerò mai di I beati giorni del castigo di Fleur Jaeggy, di Stanare l'animale di Veronique Ovaldé, che mi sono piaciuti così tanto?
Forse. Intanto rimando. Temporeggio. Tanto per cambiare.
E lancio qui un po' di cavoli miei misti a informazioni utili.



  1. Parliamo tutti di Apocalisse – almeno, io ne parlo spesso, e come ossessione temporanea non è malaccio – e sulla rivista Spore ci interroghiamo su quello che sarà di noi, del nostro mondo, di quello che faremo delle macerie. Abbiamo istituito Diari del Domani e cerchiamo opere che raccontino la catastrofe. Voi pensateci. Noi leggiamo.
  2. Peraltro la prima pubblicazione dei Diari del Domani sarà un mio racconto di fantapolitica che diventa sempre più obsoleto man mano che in Italia e nel mondo ci avviciniamo alla distopia.
  3. Ma consoliamoci, che nel frattempo è in corso il Premio Hypnos – scadenza il 16 febbraio.
  4. Momento di orgoglioso spam: è uscito il mio primo articolo su Il Tascabile, Scrivere l'autismo. Ne vado parecchio orgogliosa – quasi come avessi passato settimane a sputarci sangue e studio.
  5. Notizia triste: chiude Gorilla Sapiens, una casa editrice che aveva ancora un sacco da dire. È davvero un peccato. Avete presente quando un aspirante scrittore salta su con la cantilena “In Italia se non sei amico di nessuno non ti pubblicano, agli editori interessa solo l'ultimo libro della Parodi, manco leggono i manoscritti, non c'è sperimentazione, nessuno investe sulle nuove voci, escono solo le stesse cose, quando c'era Messaggerie i libri arrivavano in orario” e corbellerie varie? Ecco, la risposta perfetta di fronte a tanta malaconoscenza del multiverso editoriale era proprio Gorilla Sapiens. Pubblicavano un sacco di roba assurda e divertente, sperimentavano follemente e senza pesantezza. Linko la pagina facebook, dove potete trovare le istruzioni per accaparrarvi le ultime copie a prezzo stracciatissimo – consiglio molto Lo Sturangoscia, Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi, Moby Dick e altri racconti brevi.
  6. Pare che si trovino in giro circa 20.000 copie contraffatte dell'ultimo romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti. Che dire, “esigete solo volumi originali” etc.

Ho finito le corbellerie, torno a leggere. Al momento La malinconia del mammut di Massimo Sandal, Città sommersa di Marta Barone e Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugatzki.
Diciamocelo, sono in buona compagnia.

sabato 18 gennaio 2020

L'articolo (sessista) di Parente e la cancel culture

Se volessi parlare solo dell'articolo di Massimiliano Parente e di quello che ne penso – cosa se ne può pensare, ragionevolmente? Si intitola Social, sessiste e carine – Ecco le influncer (modaiole) del libro e basta quello – potrei farla brevissima. Ne ha scritto Paolo Armelli su Wired, proponendo un riassunto incredibilmente sobrio di una selva di argomenti usati a caciara, e non ho niente da aggiungere.
Non voglio neanche mettermi a difendere la categoria bookblogger, sia perché si parte da affermazioni così improbabili da non necessitare di un contraddittorio, sia perché la nefanda comunità delle influencer modaiole non ha bisogno che mi erga a difenderla – linko giusto il commento di Carolina Capria, citata nell'articolo di Parente. Mi piacerebbe tornare sul ruolo dei blog, sugli standard e la responsabilità di chi scrive, ma è materia per un altro post – già qui entriamo nel magico mondo del longform.

Quello di cui mi preme discutere non è l'articolo in sé, ma un aspetto specifico della reazione che ha scatenato. Non entrerò nel merito di industria culturale, letteratura e sessismo, né dirò la mia come bookblogger  non adesso, almeno. Niente di così dignitoso, è che tutta la faccenda mi ha toccato proprio laddove sono più sensibile, ovvero nel profondo del fandom. Sono queste le cose che mi tirano alla polemica – non ne vado fiera, beninteso. Oggi cercherei di uscire dall'ambito editoriale e letterario che di norma mi compete – e nel quale sto parecchio comoda – per concentrarmi su un fenomeno culturale, la cancel culture – termine in cui sono incappata di recente. L'unico punto in comune tra questo blog, il cui scopo fondamentale è parlare di libri, e l'argomento che tratterò – male – è che nasce tutto da un articolo che parla – malissimo – di bookblogger. E devo allontanarmene così tanto che, nonostante sia la fonte, è un legame parecchio flebile.
Innanzitutto, cos'è la cancel culture? Su Esquire, Enrico Pitzianti la descrive come

l'insieme di comportamenti collettivi tesi a eliminare dal loro ambiente lavorativo quei personaggi accusati di comportamenti immorali, soprattutto molestie sessuali e quelli che in inglese ricadono nella categoria di “sexual misconduct”. La cancel culture si differenzia dalla “call-out culture” proprio perché l'obiettivo non è limitato all'accusare pubblicamente di immoralità, o di reati veri e propri, una persona (quasi sempre un personaggio pubblico) ma oltre all'accusa pubblica c'è la volontà di fargli perdere la posizione professionale.

Trattandosi di uno strumento rapportato a un fine, la bontà del canceling dipende da quel fine, e quindi dal caso singolo. Torniamo a Parente; per la posizione privilegiata – almeno comunicativamente – che ricopre scrivendo su una testata nazionale, e il calibro delle affermazioni di cui è pienamente responsabile, trovo plausibile che si possa scatenare un'azione di canceling. Personalmente mi pare un po' una misura un pelo estrema, ma a me viene da empatizzare coi peggio umani e non faccio testo. Anche qui verrebbe da aprire una parentesi per discutere sui concetti di libertà di espressione e di opinione, che sono sacrosanti ma non vanno confusi con la libertà di sparare qualsivoglia boiata impunemente. Parente da scrittore e giornalista ha fatto l'uso che riteneva opportuno del suo diritto di parola; se gli va di provocare – e ci si è gettato a pesce che manco su 4chan – sdegno, si diverta con le conseguenze – contento lui. Posto che le modalità del canceling non dovrebbero sfociare nella molestia o nel bullismo indiscriminato.

Ancora un passo indietro; come sono venuta recentemente a conoscenza della cancel culture, e perché mi interessa così tanto?
Qualche mese fa sull'Indiscreto usciva un mio articolo incentrato su Natalie Wynn e il suo canale Contrapoints, che consiglio moltissimo a chiunque si interessi di temi politici, sociali ed economici, cultura queer, teoria di genere e quant'altro*. Natalie affronta una lunga serie di argomenti scomodi che la toccano più o meno da vicino, con un approccio accademico e filosofico, riuscendo ad analizzare razionalmente e perfino con empatia prospettive discutibili quanto quelle di Parente.
Natalie è una donna transgender che per anni si è identificata come non binary. Nei suoi video ha raccontato diffusamente della sua transizione, di disforia di genere, e ha preso spesso le parti delle minoranze interne alla stessa comunità trans – perché pure all'interno della comunità trans, c'è qualcuno che si sente più trans degli altri e ci tiene proprio che gli venga riconosciuto.



Ciò nonostante, al momento Natalie è disconosciuta da una larga fetta di comunità transgender. Le accuse, piuttosto deboli, riguardano il mancato riconoscimento dei non binary transgender, nonostante Natalie si sia identificata a lungo come tale e abbia dedicato un intero video a smontare l'impalcatura ideologica dietro i pregiudizi sulla categoria dei cosiddetti transtrenders. Il suo nome è così velenoso che ha lavorato da sola a tutto il video sulla cancel culture, un'ora e quaranta minuti di attenta analisi del fenomeno vissuto direttamente sulla sua pelle, perché voleva evitare che eventuali collaboratori finissero nel baratro con lei. È un video crudo e personale, in cui Natalie non nasconde il proprio dolore e la propria frustrazione. Dopo aver visto il video, ho deciso di guardarmi intorno su twitter per farmi un'idea della portata del fenomeno, e sono rimasta abbacinata dal numero sproporzionato di utenti pronti a colpire Natalie ancora più forte senza la minima intenzione di ascoltare la sua versione dei fatti, con la spietata convinzione di essere nel giusto. Contrapoints è un canale youtube con più di 800.000 iscritti, il che rende il ruolo di Natalie privilegiato rispetto al pubblico. Ma il privilegio non è una condizione soddisfacente per dare il via a una gogna mediatica  intendiamoci, oltre una certa soglia di ingiustizia cambiano pure le regole, ma diamine se non è questo il caso.

Dunque torniamo al caso di Parente, a quello che può c'entrare con la cancel culture – che pure è stata tirata fuori in mezzo al marasma su twitter.
All'articolo è seguita una reazione, a cui è seguita una controreazione che in certi casi è stata di una pochezza imbarazzante – Burioni, domineddio. In altri casi gente che non c'entrava granché si è trovata a doverne affrontare le conseguenze come se la responsabilità personale di Parente li avesse contagiati.
Gipi è stato tirato in mezzo da Parente, che nell'articolo ha accennato in modo piuttosto raffazzonato al fatto che giocano insieme a Call of Duty. Fossi in Gipi ce lo manderei fortissimo, ma non sono Gipi e la cosa non mi compete. C'è finito in mezzo anche Nicola Lagioia che è stato taggato da Parente in un tweet in cui citava Bret Easton Ellis – dickmove dopo dickmove – e ha commentato frettolosamente in difesa di Ellis – è stato cazziato, ha riconosciuto di essere stato poco attento nel rispondere, si è pronunciato sul pezzo e spero che per lui la faccenda sia chiusa.

In qualità di intellettuali, Gipi e Lagioia sono stati chiamati a prendere le distanze dall'articolo e soprattutto dal giornalista, richiesta che mi pare un filino impropria. Ed è questo il punto in cui qualcosa si inceppa. Pretendere che qualcuno si pronunci nei nostri tempi su una determinata questione perché abbiamo deciso che quello è il ruolo dell'intellettuale, e quello deve fare "altrimenti", è – non riesco a metterla diversamente – sbagliato. Sia perché è ingiusto gettare qualcuno in una fossa scavata da un altro, sia perché non possiamo dettare agli intellettuali la posizione che devono ricoprire all'interno del discorso culturale. Un altro problema è che si finisce per accomunare a tutti la stessa colpa, si promuove la visione di un nemico unico, e si crea un contesto in cui ogni crimine è assimilabile all'altro senza gradazioni di gravità. Ma le cose vanno messe in prospettiva; Gipi non gioca a Call of Duty con Kim Jong Un condonando la dittatura in Corea del Nord. Si possono ascoltare i Burzum senza essere nazisti – a me Varg starà sempre intrinsecamente on the rocks, ma se mi piace il mondo vario, me lo faccio andare bene. 

Finisce che l'indignazione – giusta – si disperde in tanti rivoli, ed è un peccato. Perché si potrebbe aprire una seria discussione sul fatto che le pagine culturali di diverse testate nazionali pubblichino contenuti di un'incompetenza imbarazzante che manco sul blog personale di una quindicenne. Si potrebbe questionare la linea editoriale del Giornale, che ha molte più responsabilità su quello che pubblica rispetto a un fumettista che è stato citato tra una virgola e l'altra, o chiedere a chi scrive su altre testate di approfondire con cognizione di causa il tema del sessismo in letteratura e del ruolo dei nuovi media nella diffusione della lettura**  che già definire i blog nuovi media fa strano. Le azioni di protesta e boicottaggio sono spesso nobili e talvolta perfino utili*** – come nel caso della partecipazione di Altaforte al Salone del Libro – ma quando vengono messe in atto è importante non perdere di vista chi è il nemico e cosa si vuole ottenere. Il mondo è un posto feroce e a volte bisogna smussargli le unghie****. Ma non sta a noi decidere chi debba addossarsi questo compito, stabilire chi debba occuparsi di cosa.

Chiamo in causa la Treccani a dare una definizione di intellettuale all'interno della sfera pubblica,

un gruppo o èlite formato da individui di diversa classe sociale, accomunati da una cultura o un'istruzione superiori [] i quali godono della pubblica stima e sono considerati depositari di valori culturali universali che trascendono gli interessi personali e i pregiudizi partigiani,


e chiudo con un'ultima postilla che rimanda a una lettura che mi attende da settimane nella libreria della mia coinquilina – soon – ovvero La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski, edizioni Alegre – in cui spero di trovare una razionalizzazione che vada oltre il mio rigurgito di bestemmie all'imperativo della cortesia associata a qualsivoglia protesta, purché venga da sinistra (come sottotitolo ci starebbe bene anche La maledizione di D'Alema). Trovo sia molto facile, quando non si è toccati personalmente da una condizione iniqua, dettare le modalità di discussione – calma, imperturbabile e distante. Siamo tutti bravi a discutere pacatamente con persone le cui convinzioni non ci minacciano e non ci sminuiscono per poi stupirci se guarda caso, i bersagli giustamente si incazzano. Il sessismo discreto – e forse inconsapevole – di Parente non tocca di sbieco molti di quelli che si sono affrettati a difenderlo e a condannare i toni accesi delle omg femministe. Ma non stupiamoci se qualcuno dall'altro lato del privilegio si incazza.


(nel frattempo  me la sono presa comodissima prima di postare  ha chiacchierato della faccenda anche Susanna Raule su Esquire).

*sono una fangirl, lo so e non posso farci niente.
**ho scritto questo pezzo nelle 48 ore successive all'articolo di Parente, nel frattempo la questione è stata affrontata da varie testate e in certi casi con pregevole cognizione di causa.
***di rado, purtroppo.
****sono stata fiera di questa frase per cinque minuti e ne faccio ammenda lasciandola lì. Suona terribilmente come “la vita è un biscotto, ma se piove si scioglie”.

sabato 11 gennaio 2020

La dimensione memetica della lettura (ovvero Memini Letterari e dove trovarli)


Ogni lettore si rapporta alla letteratura – o meglio, alla lettura, che già il termine letteratura porta con sé connotazioni altre, vagamente accademiche – a modo suo, con pervasività e impegno variabili. Il mio rapporto coi libri è fondato prima di tutto sul divertimento nella sua accezione più ampia, il che diversifica gli orizzonti ma pone grossi limiti quando si tratta di approfondire; prima di tutto viene il sollazzo, mi tocca venire a patti con le mie lacune – potrò sempre appellarmi a Pennac e al suo decalogo.

Il rapporto che uno ha coi libri è vario e sfaccettato, a seconda del momento e dell'approccio. C'è un lato sociale e comunitario che a volte vira verso l'autocelebrazione elitaria,  – “Io non sono come le altre ragazze colpevoli di tacchi alti e capelli a posto, io LEGGO, guardate che stacco di coscia il mio cervello”.

C'è un lato mistico della lettura, la percezione delle storie come soglia di un mondo senziente regolato dal teorema del “tutto è possibile, basta che funzioni – o anche no” e quindi intrinsecamente magico – dico a lei, signor Mari, la smetta di fare piedino a Landolfi, su*.

Poi c'è il mio approccio preferito, quello eminentemente stupido; fior di scrittori si sono tuffati nell'umoristico e nell'assurdo per raccontare quanto è strano e meraviglioso il mondo delle storie, e le loro sessioni di scrittura – Bernard Quiriny o Boris Vian, per dire – me le figuro non dissimili dai Beatles che discutono di I am the walrus, parole e immaginazione che saltano come scimmie.

Coi libri si ride, coi libri si dialoga. Si pescano gli autori, le correnti, le filosofie soggiacenti, le incongruenze della vita privata, le bagarre coi colleghi. Forse sono io che sono arrivata tardi, ma ho l'impressione che la dimensione memetica della letteratura sia giovane anche se ci regoliamo sulla percezione online del tempo. Un mondo appena nato con infinite promesse di imbecillità. Tutta questa – evitabilissima – introduzione di quasi 2500 caratteri perché i memini letterari non sono tantissimi, ma sono freschi, (talvolta) fritti e di un'idiozia abissale – in senso buono, cioè nel senso del sollazzo assoluto e inverecondo. Di seguito consiglio qualche pagina/gruppo di memini letterari fatti bene – certe hanno più profili social, per comodità mi limito a facebook.























(quella, la pagina ufficiale, non memano spesso ma memano durissimo

Non sono molte, ce ne saranno centinaia che ancora non ho trovato o che non mi vengono in mente, man mano che le scovo vedrò di ampliare la lista. Certo, qualcuno deve pure crearle. Qualcuno che sappia usare programmi di grafica oltre il caro vecchio paint – e qui mi sfilo garbatamente dalla candidatura.
Daje, lettori, facciamo finta di saper fare gioco di squadra.

*si fa per dire, continui pure, Landolfi approverebbe.

martedì 7 gennaio 2020

La libertà possibile di Margaret Wilkerson Sexton


Raccontare gli Stati Uniti è, ora più che mai, un vero casino. Lo scrittore di fantapolitica più audace deve alzare le mani e ammettere la propria impotenza immaginativa, che non potrà mai eguagliare l'assurda realtà – Idiocracy forse è riuscito a raccontarne una parte. Non si possono capire gli americani senza conoscerne la storia, un continuo subbuglio di valori e incoerenze, che pure non sono appannaggio esclusivo degli Stati Uniti, ma connaturate alla natura di ogni nazione. Il comportamento politico dell'uomo è distaccato dalla realtà, facilmente manipolabile perché intrinsecamente legato alla percezione del mondo come di un oggetto narrativizzato, e dunque narrativizzabile. L'essere umano è una creatura fatta di storie, la cui pervasività nell'interpretazione del reale è destabilizzante. Cerchiamo un senso, congetturiamo motivi, ipotizziamo influenze dove il caos minaccia l'illusione di un presente caotico, in cui i punti salienti sono frutto di errori, fallacie logiche, pure e semplici coincidenze. La storia è fatta in piccola parte da forti istanze di interesse che galleggiano su una placida marea di “figuriamoci se”.



Margaret Wilkerson Sexton scrive oggi, negli Stati Uniti. È nata e cresciuta a New Orleans, ha studiato legge e scrittura creativa, e nel 2017 ha esordito con La libertà possibile, finalista al National Book Award e arrivato in Italia con Fazi nella traduzione di Arianna Pelagalli. Nel suo primo romanzo, Margaret Wilkerson Sexton racconta una parte significativa dell'America, quella che è stata vissuta dalla comunità afroamericana, raccontata da un'autrice afroamericana – e possiamo ragionevolmente pensare che ne sappia più di molti wasp. Le storie di una stessa linea famigliare che si susseguono in un dispiegamento di cause e effetti a capitoli disordinatamente allineati. Si inizia a New Orleans, nel 1944. Evelyn e sua sorella Ruby incrociano due ragazzi coi quali si innesca nell'immediato un antiquato processo di corteggiamento. Sono afroamericani, e questo Margaret Wilkerson Sexton lo ripeterà ossessivamente, almeno all'inizio, al punto che alle prime pagine temevo che avrebbe continuato a ribadirlo fino alla fine del libro. È una strana scelta, perché implica la sensazione – e la consapevolezza – di un canone letterario in cui essere bianchi è la norma, una prassi sottintesa in cui la differenza necessita di essere non solo espressa chiaramente, ma ribadita.

La ripetizione esplicita si è interrotta presto, e si è assottigliata in un universo di aspettative e sottintesi. Una famiglia nera nella New Orleans del 1944, e qui si accendono tutte le altre significazioni. Il razzismo, la segregazione, il richiamo alle armi della guerra già in atto. La libertà possibile è la storia di Evelyn e Renard e dei loro discendenti, la figlia Jackie e il figlio di Jackie e del marito Terry, T.C., saltando dal 1944 al 1986 fino al 2010 – e poi tornando indietro e via ancora avanti etc.



I personaggi sono vividi, sentono profondamente, agiscono in base alle loro emozioni e non per qualche machiavellico gioco di trama. Sono ben scritti, la storia non li cannibalizza. Lo specifico perché i protagonisti, in un certo senso, non sono loro, ma il rapporto tra gli Stati Uniti e gli afroamericani, – un rapporto che sarebbe riduttivo definire abusivo. Il passato e le sue logiche conseguenze. Il ghetto, la marginalizzazione, i pregiudizi. Lo stereotipo avvelenato del nero interiorizzato dalla stessa comunità nera in una crudele profezia che si autoavvera, per T.C, nello spaccio e nel carcere.

Non sapevo granché di come se la passassero davvero gli afroamericani prima di leggere In fondo alla palude di Joe R. Lansdale; alle superiori degli USA non avevamo studiato nulla, i sei crediti di storia americana all'università dovevo ancora darli. È stata una scoperta agghiacciante e tardiva. Non è che non sapessi del razzismo, ma non sapevo fino a che punto arrivassero gli orrori – quanto fosse diffusa la violenza e capillare il KKK. Non avevo mai letto Il buio oltre la siepe, The help doveva ancora uscire. La mia ignoranza era abissale – la è ancora – e scusabile solo dal caso.
Lansdale racconta spesso, nei suoi romanzi, della condizione dei neri negli Stati Uniti, prima e dopo le battaglie per i diritti civili. È un uomo bianco, perfino texano, e dimostra che non c'è bisogno di far parte di un'infografica per poterne parlare dignitosamente e con concezione di causa – e dovrebbe essere una questione risolta, ma c'è ancora gente che chiede con stupore agli scrittori perché abbiano scelto un protagonista del sesso opposto, una brevità di vedute che mi pare sconvolgente.
Va da sé che Lansdale non è l'unico bianco che ha raccontato il razzismo e la comunità nera. Il creatore del detective Shaft – padre e figlio della blackspoitation – è un veterano bianchissimo.

Quello che mi preme sottolineare è quanto sia importante che una comunità non sia solo riconosciuta e raccontata con rispetto, ma che sia raccontata da e attraverso i propri membri. Il fattore razza è forte nelle opere di Victor LaValle, diventa preminente in Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie quando la protagonista arriva dalla Nigeria agli USA. A ben vedere, è centrale in buona parte delle narrazioni ad opera di scrittori neri – Colson Whitehead, Richard Wright, Toni Morrison. L'autonarrazione di un gruppo sociale è vitale. È il racconto più autentico e affidabile. Di norma è anche quello più spiazzante – da donna bianca alta un metro e uno sputo, difficilmente posso immaginare cosa si provi ad essere temuti e guardati con sospetto per una questione puramente cromatica. Se sei nero, negli USA, devi pensare pure a dove passeggi, perché in un quartiere residenziale rischi di attirare l'attenzione, i vicini potrebbero chiamare la polizia, e la polizia negli USA non è proprio famosa per sangue freddo e vastità di vedute.



Quindi Margaret Wilkerson Sexton ha preso la storia degli afroamericani negli Stati Uniti, ha scelto (creato) i suoi personaggi e ha spianato per loro una strada fatta di tutte le difficoltà che si trova ad affrontare un afroamericano. Ci sono un paio di momenti in cui al sentimento soffocante di predestinazione del disastro viene da anteporre la responsabilità individuale – ciccio, se potessi evitare di infilarti nella merda, cortesemente – ma l'individuo fa parte di un contesto sociale dal quale non può prescindere. L'indipendenza è un'illusione – le nostre storie personali sono fatte di caos e fortuna più di quanto non ci venga naturale ammettere. Siamo dove siamo più per le ripercussioni di atti altrui che per merito nostro. Ogni “perché” sottintende un'altra domanda, e quella ne racchiude un'altra ancora. Parti dal 2010 a New Orleans, dai quartieri distrutti, le case divelte dall'uragano Katrina. Ti chiedi perché un ragazzo così giovane faccia scelte così sbagliate, e c'è la storia difficile dei suoi genitori a spiegarlo. E ancora indietro, e indietro ancora.
Il mondo sarebbe così più semplice da decodificare, se a un'unica domanda non corrispondessero migliaia di risposte.