lunedì 26 novembre 2018

La carne di Cristò e il suo mondo fermo

Gli zombie hanno smesso di farmi paura da un bel po' di tempo; non che io non legga o guardi nulla che contenga zombie, anzi. Ci sono titoli più che meritevoli, soprattutto se parliamo di audiovisivi – tralasciando il mainstream più mainstream di George A. Romero e Shawn of the Dead, segnalo la mini-serie Dead set, dai creatori di Black Mirror – ma di per sé non è che mi ispirino granché; in una narrazione ben fatta, lo zombie di solito è pura funzione, perché aggiungergli qualcosa più della fame e dell'eterna ricerca di cervelli sarebbe come umanizzarlo, snaturandolo della minaccia che porta con sé. Quella di poter diventare come lui, prima di tutto.
(nonché una delle morti più atroci che si possano immaginare, eh, non lo nego).
Lo zombie è un fattore che riporta la società all'essenziale, cancellando tutto ciò che è superfluo. Guarda la specie umana coi suoi occhi vuoti, da pesce pescato la settimana prima, e sai che vuole tirarti oltre quella linea di demarcazione che vi separa. È una strana guerra, quella contro gli zombie. Un nemico che vuole prenderti con sé dopo averti divorato, un nemico che potrebbe diventare il tuo commilitone. È anche una guerra che da un lato non ha istanze, e da quel punto di vista è impossibile ricamarci sopra. Quando si parla di zombie, il racconto ha il suo fulcro nel modo in cui sceglie di evolversi la società umana, e il suo orrore più grande in quello che dall'umanità si libera, - addio consuetudini, tradizioni, cultura, speranza. Puro istinto. Cosa abbiamo dentro? Cosa ci stiamo nascondendo gli uni con gli altri, cosa stiamo nascondendo sotto il tappeto, anche se poi quello stesso tappeto è sollevato ogni volta che guardiamo il telegiornale?
E dunque, arriviamo a La carne di Cristò – autore di cui avevo letto ed entusiasticamente recensito Restiamo così quando ve ne andate – edito da Intermezzi nel lontano 2015, che per un po' è stato un discreto caso editoriale. Io almeno ricordo che se ne era parlicchiato parecchio per un certo periodo.
Dicevo all'inizio che non subisco il fascino dello zombie, perché per forza di cose lo zombie è privo di fascino narrativo. Dunque una buona storia sugli zombie dev'essere un'ottima storia dell'umanità, no?
Appunto, ecco La carne. Nella copia che mi ha amorevolmente prestato Irene circa due anni fa, insieme a Moby Dick e altri racconti brevi.
Prestarmi libri è pericoloso, – ritornano, ma ci mettono un sacco.

Siamo in Italia, più o meno in questo periodo storico. Solo che sembra che la società sia rimasta a quella che era decenni fa; niente smartphone, niente social network, niente discussioni sulle macchine ibride etc. La tecnologia si è fermata, il mondo ha deciso che non aveva senso cercare di evolversi, andare avanti. La condanna sull'umanità è sicura, perché da settantadue anni le persone hanno iniziato di punto in bianco a trasformarsi in zombie.
Ora, qui lo zombie non è feroce né violento, anzi. Lo zombie è un guscio vuoto, sradicato per intero della persona. Lo zombie è un corpo che non muore, che non corre, che vuole solo mangiare ma manca perfino della motivazione per procacciarsi il cibo. Le città si sono fornite di magazzini che distribuiscono carne a infinite file di disgraziati che non fanno altro che stare in fila, mangiare, rimettersi in fila. Tutti conoscono qualcuno a cui è successo, i più sfortunati hanno perso così tutta la famiglia. Dopo un anno dalla scomparsa di una persona, la si dà automaticamente per morta, e la famiglia può aprire il testamento.
In La carne, le persone attendono pazientemente di morire, ed è tutto grigio, tutto spento. Senza speranza.
Il protagonista e narratore è un ottantenne senza nome, che ci parla delle sue giornate vuote, accuratamente scandite da una serie di gesti privi di significato. Il fumo delle sigarette, il cinema porno, lo studio della “collezione”. Le visite programmate del quasi-nipote Giulio e della badante che lo aiuta a lavarsi, Monica. I rapporti che li legano, le considerazioni del protagonista, il modo in cui osserva il mondo intorno ritirandosi in se stesso come la risacca.
In La carne il protagonista cerca di spiegarsi cosa sia successo, di dare un senso alla sua disgrazia. Ci parla del mondo com'era “quando aveva otto anni” e tutto era normale e nessuno era ridotto a carogna ambulante e le cose cambiavano, del perché il suo tempo si è fermato, del punto esatto dello spazio e del tempo che ha scatenato il suo vivere di chiusura e ossessioni. Lo fa attraverso i ricordi, gli spunti, gli aneddoti, le allusioni. Alla fine ci è tutto chiaro, anche grazie al disperato finale meta-testuale, chiaro e comprensibile. Il protagonista, Giulio, Monica.
Nessuno ci dice nulla su come sia iniziata con gli zombie, da dove vengano, se si tratti di un virus o che altro. Nessuno lo sa, e a nessuno importa. Non al lettore, almeno.
Il punto è un altro.

sabato 17 novembre 2018

Strane creature, l'antologia weird di Watson Edizioni


CIAO, SONO UN LUNGO – E VOLENDO EVITABILE – PREAMBOLO

Non è da molto che ho imparato ad apprezzare le antologie; alla forma del racconto mi sono affezionata solo di recente, dopo Martin il romanziere di Marcel Ayme e La biblioteca di Gould di Bernard Quiriny, – come starà l'ex-collega della biblioteca che me l'aveva tanto consigliato?
Negli ultimi tempi poi sono sempre col naso in mezzo a una buona dozzina di raccolte, vuoi per lo studio o per fare ricerca – assatanata ricerca – per articoli più corposi di quelli che compaiono qui sul blog. A forza di piluccare allegramente tra Bestiari, antologie scelte della fantascienza ed Enciclopedie, facile restare affascinati dal magico mondo della brevità.
(Ma il racconto di Cortazar col protagonista che vomita coniglietti? Come si fa a non volergli almeno un po' bene retrospettivo?)
Di antologie ce ne sono di vari tipi; quelle scritte da un singolo autore, quelle che raccolgono i migliori racconti di un certo periodo, o che cercano di spiegare un contesto letterario presentandone i maggiori esponenti; quelle che raccontano un evento, un luogo, un essere vivente parte del nostro universo. L'importante è che sia presente un nesso logico-programmatico a tenere insieme i racconti, sennò pare che stiano accatastati gli uni sugli altri senza che si capisca bene perché.

EFFETTIVO INIZIO DEL POST

Di questa antologia sono venuta a conoscenza perché sono amica di una delle autrici, – ma proprio amiche, che ci siamo conosciute ai tempi in cui Dragon Ball si mescolava a Mila e Shiro – e va da sé che che l'avrei letta a prescindere dal mio recente avvicinamento alla forma breve. Che poi è stato anche un bel modo per leggere finalmente qualcosa di Watson Edizioni, che mi è capitato spesso di incontrare alle fiere o in librerie di genere ma che non avevo ancora “provato”.
L'antologia Strane creature, di cui finora è uscito soltanto il primo di due volumi, curata da Lorenzo Crescentini e illustrata da Marzio Mereggia, si sviluppa interamente sul concetto di animali, reali o fantastici che siano. Animali che vivono la loro vita, o che abitano soltanto nell'immaginazione di un tizio un po' strano, o che di punto in bianco iniziano a minacciare la tranquilla esistenza di altri tizi. Il discorso è stato affrontato da prospettive ben distanti tra loro, con stili che non hanno granché a che fare l'uno con l'altro. È un aspetto che apprezzo molto in un'antologia tematica, trovo che la renda più completa di quello che sarebbe se tutti gli scrittori condividessero per uno stesso argomento una stessa voce.
Gli autori, vediamo. Ne conoscevo diversi, almeno di nome. Di Andrea Viscusi avevo adorato Dimenticami Trovami Sognami, di Emanuela Valentini mi era piaciuto moltissimo La bambina senza cuore, Joe Hill è stata una fantastica sorpresa. Conoscevo di nome Giovanna Repetto e Danilo Arona, e Nicoletta Vallorani è stata la mia professoressa di cultura angloamericana quando studiavo a Milano, – è stato un bel po' di anni fa e dubito che se ne ricordi, ma con lei mi ero portata a casa un soddisfacente 27. Alice Bassi è l'amica che mi ha parlato dell'antologia, – sempre detto che adoro il suo stile, sono condannata a taggarla in tutti i concorsi letterari in cui incorro con la consapevolezza bruciante di essermi guadagnata una temibile rivale.
(Ma tanto non vinco comunque, che mi frega? Almeno lei mi offre il caffè per il disturbo, oh. Come quando era arrivata in finale al Neri Pozza. Mi sa che mi ero guadagnata pure dei biscotti).
Come al solito mi è difficile parlare di racconti; sono diversi, sono brevi, alti e “bassi” – la battuta è orrenda ma spero di strappare almeno un mezzo sorriso imbarazzato. Sono ben lieta, peraltro, di aver finalmente fatto conoscenza con Watson Edizioni, visto che saranno un paio d'anni che ci giro intorno in libreria. Promette bene. Bene davvero.

sabato 3 novembre 2018

Dal profondo dell'esperienza umana, Le risposte di Catherine Lacey


Inizio con un'affermazione netta e convinta: io a Catherine Lacey voglio bene. Mi ero già affezionata con Nessuno scompare davvero, che comunque mi è piaciuto pure più di Le risposte, ora la considero proprio una certezza. So che non lascerò passare che pochi mesi tra il momento in cui uscirà un suo nuovo romanzo e quello in cui deciderò di recuperarlo. So che sarà una delle mie autrici di rifermento nei periodi in cui avrò voglia di leggere ma non saprò cosa leggere, e soprattutto quando avrò voglia di un libro che mi costringa a riflettere e a fare i conti con tutte le mie falle umane con la confortante empatia di chi ci è passato e ci sta passando, senza pregiudizio né presunzione.
Dopo questa manfrina piena di cuoricini e lodi sperticate, aggiungo che Le risposte (edito da Sur nella traduzione di Teresa Ciuffoletti) ha il merito di dimostrare una cosa: che in un romanzo non conta tanto il cosa ma il come. Prendiamo l'argomento centrale: un attore/regista parecchio famoso dà inizio a un esperimento volto a spiegare lo stato di innamoramento. È un esperimento serio, studiato con tutti i crismi, con una squadra di quotati ricercatori che analizzano dati raccolti empiricamente. L'attore/regista dovrà passare il suo tempo con un buon tot di finte fidanzate che seguiranno un copione mentre le loro emozioni vengono registrate tramite sofisticati strumenti di misurazione.
A leggerlo così, senza conoscere l'autrice, si potrebbe perfino ipotizzare un chick-lit leggero, un What women want della letteratura, un “sembrano non avere nulla in comune, ma la scintilla dell'amore blabla”. E invece.
Protagonista del romanzo non è l'attore/regista, che comunque è molto presente. La protagonista è Mary, che ha trent'anni, lavora come contabile per un'azienda di cui non le frega molto, è sommersa dai debiti universitari e dalle parcelle mediche – siamo negli Stati Uniti, ricordiamocelo – dovute agli strazianti dolori di origine psicosomatica che l'hanno presa negli ultimi anni. Ha un'unica amica, Chandra, la sua compagna di stanza dai tempi dell'università, che le vuole bene e si prende pienamente cura di lei come nessun altro. Le consiglia di farsi visitare da una specie di... lo chiamerò “chiropratico dell'anima” perché non mi sovvengono terminologie migliori, Ed, che aiuterà Mary a liberarsi delle sue sofferenze in modi non meglio specificati che hanno a che fare con lo spirito e i blocchi e altre cose non troppo chiare, – c'è da dire che il metodo funziona, e bravo Ed.
Mary è una persona molto sola; sopra ogni cosa, è una persona che arranca avanti nella vita, costantemente incerta, indefinita, come se non riuscisse a decodificare pienamente l'esperienza umana. Ha avuto un'infanzia a metà, trascorsa fino ai nove anni in una casetta nel bosco lontana dal mondo insieme ai genitori ultra-cristiani – curiosamente in questo caso l'idea della famigliola nascosta nella foresta non mi intenerisce affatto – e poi con una zia che non ha il coraggio di chiamare. Ha solo Chandra e il suo lavoro, e il resto è silenzio. Non ha mai visto un film, non si interessa di attualità e cultura generale. Vive in una strana bolla emozionale che l'esperimento scalfisce e poi distrugge.
Ecco, l'esperimento. Mary risponde a un annuncio per un lavoro serale “ben retribuito”, e dopo qualche colloquio si trova immersa nel ruolo di fidanzata emotiva di Kurt, l'attore insostenibilmente bello e famoso. Eccetera.
Ora, i temi profondi del romanzo. Non si tratta di una storia d'amore, ma di un romanzo sulle emozioni umane, sull'illusione di uno studio scientifico, sull'impossibilità di capirle fino in fondo, di dare loro un senso. È anche un romanzo sul sogno di far coincidere una stessa esperienza umana in modo che sia la stessa per due persone distinte, miraggio che pare impossibile; una stessa scena viene raccontata così come viene vissuta dai vari partecipanti, quello che ne pensa uno, quello che ne pensa l'altra, gli strati di significato che si ammucchiano, tutti diversi, nessuno uguale. Eppure, e questo forse è un punto di calore struggente, Catherine Lacey sottolinea la consapevolezza del sentire umano come universale. I suoi personaggi condividono bisogni, speranze paure; l'essere umano si rivela sotto sotto come una creatura semplice, con le stesse necessità basilari – farsi capire, farsi amare – eppure la parziale incomunicabilità del sentire tiene tutti distanti. Chi più, chi meno.
Un aspetto marginale del romanzo, che comunque ho apprezzato parecchio, è l'astensione dell'autrice dal giudicare le bizzarrie new-age di Chandra e le stesse cure cui si sottopone Mary per liberarsi dei suoi dolori psicosomatici. Forse è un altro modo per sottolineare quanto il dentro influenzi il fuori e quanto sia malato evitare di ascoltare il dentro, non lo so. Il fatto che Catherine non si sia sentita di innalzarsi su un palchetto di ovvietà per dirci “no, ma guardate che questa cosa è stupida, sprovveduti lettori” è un ulteriore punto a suo favore. Anche perché tutti noi abbiamo chiusa nel fondo dell'anima una qualche credenza stupida da cui accettiamo di farci guidare, cui permettiamo di influenzarci. C'è chi attende con trepidazione l'oroscopo di Brezsny, chi cammina solo su mattonelle dispari. Io credo che l'universo mi mandi un segnale di affetto quando trovo delle monetine per strada. L'umano tocca vette altissime, ma è progettato per essere stupido. Fragile, emotivo e incoerente.
Catherine Lacey lo sa. Lo sa e fa spallucce.
E io le voglio bene così.