domenica 24 giugno 2018

Colazione da Tiffany di Truman Capote

Quando mi approccio a un autore da cui mi aspetto molto, lo faccio con un mio metodo. Di rado inizio dal capolavoro, preferisco affidarmi alla seconda-terza pubblicazione, a opere ritenute meno significative. Per dire, Bradbury me lo sono presentato con Il popolo dell'autunno e Philip K. Dick con Radio libera Albemuth. In compenso non ho ancora letto né Fahrenheit 451La svastica sul sole.
E quando si è trattato di avere a che fare con Truman Capote, dagli scaffali della biblioteca avevo scelto, neanche troppo tempo fa, Incontro d'estate, che ho adorato e di cui ho fatto quattro chiacchiere qui.
Colazione da Tiffany mi ha fatto compagnia tutta la mattina, passata tra treni e stazioni – grazie per il ritardo, Trenitalia, eh. A buon rendere.
Difficile dire quale dei due romanzi io abbia apprezzato di più. Capote scrive queste meravigliose istantanee sovraesposte, ti cala addosso un misto di malinconia insopportabile e amore per la vita, una roba straziante.
Colazione da Tiffany lo conosciamo tutti, no?, anche grazie al film con Audrey Hepburn. Ci sono Holly, una bellissima ragazza che fa... cosa? L'accompagnatrice? La donna di compagnia? Pratica una forma molto libera e puntigliosa di prostituzione? Ad ogni modo, Holly abita nell'appartamento che sta sotto lo stanzino del narratore, uno scrittore che sta cercando la sua strada nel mondo, diciamo, e spedisce racconti alle riviste; la loro amicizia, i sentimenti di lui sono solo questione di tempo.
Non credevo che mi sarei innamorata un po' di Holly; non ho mai granché sopportato quella figura di flapper girl della letteratura americana di inizio '900 tanto cara a Fizgerald. Daisy per me può annegare nella lava, - nulla da dire su Il grande Gatsby, ho adorato il romanzo e sono certa che Fitzgerald abbia scritto esattamente ciò che voleva scrivere. Tuttavia, le figure simili a Daisy non mi hanno mai detto granché. Molto bamboline, molto comprese nel loro ruolo, molto luccicanti e niente di più. Pensavo che in Holly avrei trovato una figura del genere, e invece eccola lì, una figura piena di fascino perché non è sul fascino che punta, che vive con forzata leggerezza, piena di una benedizione che la sconvolge. Ostinata, forte come un cristallo che si rivela fragilissimo al primo scossone. Caparbia, profonda abbastanza da capire la dignità del mediocre, indipendente, impulsiva.
Il fascino di questo romanzo, credo, è tutto qui. È in Holly, nelle sue parole piene di una saggezza cruda e spietata. Il narratore è secondario, e a pensarci bene fa quasi male, la sua parte nella storia, di cronista privo di una reale influenza sul corso degli eventi.
Va da sé, Colazione da Tiffany è considerato il capolavoro di Capote, e io l'ho adorato profondamente. Un po' meno la coppia seduta accanto a me sul regionale, che potrei aver messo a disagio piangendo apertamente sul finale, - oh, ma Holly ha un'eloquenza, e dice di quelle cose che ahia.

mercoledì 20 giugno 2018

Doppio sogno di Arthur Schnitzler

Doppio sogno di Arthur Schnitzler, edizione Adelphi tradotta da Giuseppe Farese. Una novella celebre, un titolo che prima o poi tutti abbiamo sentito nominare. Quando l'ho pescato da uno scaffale della biblioteca, pochi giorni fa, non ho neanche letto un briciolo di trama, la quarta di copertina mi è rimasta estranea. Ho scoperto solo a lettura iniziata, per dire, che è stato d'ispirazione a Kubrick per Eyes Wide Shut nel 1999. Ultimamente mi sono ripromessa di leggere un po' di tutti quei titoli che “prima o poi sono da leggere”. Classici, cult, letteratura italiana. Non so, negli ultimi tempi ho voglia di capire e scandagliare la letteratura più a fondo, un libro per volta, senza limitarmi a leggere per divertirmi, - certo, se poi un titolo non dovesse piacermi, lo abbandonerei senza troppi rimpianti. Ma mi è venuta voglia di dare un senso al mio percorso di lettrice, di seguire una logica conoscitiva nello stilare le prossime letture.
Dunque, dicevo, Doppio sogno, edito per la prima volta nel 1926.
Siamo a Vienna, e la novella inizia con una scena di intimità domestica, moglie e marito che si parlano la sera, dopo cena. La bambina – sei anni – è a letto e ora hanno finalmente l'opportunità di stare da soli, di riflettere sulla festa in maschera della sera prima, durante la quale sono stati separati per un breve periodo dagli altri invitati, e da lì parte il racconto di fantasie, ricordi e desideri, da una parte e dall'altra. Il protagonista, Fridolin, rimane piuttosto scosso dal racconto tutto sommato blando della moglie, che gli parla di un ufficiale danese incrociato durante la luna di miele.
Viene chiamato d'urgenza al capezzale di un malato – è un medico privato – e deve separarsi dalla moglie Albertine, troncando a metà quel gioco di confidenze e confessioni.
Quella notte, per Fridolin, sarà strana. Ancora turbato dal racconto della moglie, cui riandrà con la mente di tanto in tanto e con stato d'animo altalenante, si troverà a saltare da una situazione improbabile all'altra, tutte scene che vedranno al centro una figura di donna, e un forte desiderio. Quella notte, per lui, sarà davvero un sogno, o forse un incubo. Forti toni onirici e misteriosi, che puntano sull'influenza della psicanalisi freudiana. Sogni, maschere, nudità. Goffe indagini, dubbi.
Una lettura breve, curiosa, inaspettatamente piacevolissima, - non mi aspettavo una scrittura così fluida e insieme raffinata, leggera e semplicemente bella.
Ho quasi l'impressione di aver barato, deputando a Doppio sogno il compito di traghettarmi più in profondità tra le pieghe della letteratura. Lo consiglio spassionatamente, - ne cercherò una copia per la mia coinquilina, sono certa che le piacerà un sacco.

domenica 17 giugno 2018

Grande madre acqua di Zivko Cingo


Questo libro sono andata a ritirarlo direttamente dalle mani dell'ufficio stampa di CasaSirio, una donzella assai cortese che non lavora poi lontano da casa mia. L'ho iniziato quasi subito e l'ho abbandonato altrettanto presto. Non che avessi problemi col libro in sé, anzi. Nello stesso periodo ho messo in pausa quasi tutte le mie letture, che mi aveva colpito un leggero blocco del lettore, sconfitto giusto ieri con un colpo di reni, - ovvero una gitarella in biblioteca. Ho preso così tanta roba che difficilmente riuscirò a smaltirla prima che finisca l'estate, e la mia schiena ancora ne risente.
Dunque, Grande madre acqua di Zivko Cingo, edito da CasaSirio – entusiasticamente intervistata qui – nella traduzione di Carolina Crespi e Jessica Puliero.
Zivko Cingo è nato in Macedonia nel 1935 ed è morto nel 1987; io della Macedonia non sapevo granché, lo ammetto. Non avrei neanche saputo come indirizzarmi su una cartina geografica oltre un generico “est”. E invece la Macedonia ha una sua storia infame e particolare, fatta di dittature e orfani rinchiusi in edifici pericolanti, tenuti in riga da un personale da far venire i brividi. Grande madre acqua risale al 1971, e racconta della situazione non proprio rosea della Macedonia post-guerra, quando si chiamava Repubblica Socialista della Macedonia e stava stretta nella morsa jugoslava sotto Tito.
Il narratore è Lem, un ragazzino che decide di lasciare la famiglia dello zio, troppo povera per poter mantenere anche lui, e si reca di sua sponte all'orfanotrofio della zona, chiamato Chiarezza. È un luogo lugubre, orribile, ricavato da un manicomio. È abitato da bambini che sembrano fantasmi, che non sanno cosa fare delle proprie giornate e da pochissimi adulti a dirigere le loro vite. Il Piccolo Padre, la Compagna Olivera, il Campanaro, - un folle, ultimo rimasuglio dell'ex-manicomio. Adulti abbruttiti dal proprio fallimento e dal fallimento del socialismo, una sfilza di incarichi improbabili e punizioni che si tuffano nella tortura.
Il narratore, come dicevo, è Lem, e qui si vede lo sforzo di Cingo; Lem parla con l'ingenua intensità dell'infanzia, si ripete, salta di palo in frasca, è l'anti-sistema narrativo. La sua vita nell'orfanotrofio scorre in funzione di Keiten, un ragazzino più o meno della sua stessa età, un caso problematico che gli hanno affibbiato e che lui all'inizio non vede che come una gatta da pelare. Ma presto si ricrede, perché Keiten, brutto e strano com'è, ha quella luce negli occhi che lo cattura, e cattura chiunque sia alla ricerca di una via di fuga.
La Grande madre acqua è la promessa di Keiten; è la libertà, è un panorama che si stende oltre l'altissimo muro che circonda l'orfanotrofio, una distesa limpida e accogliente di cui Lem riesce a sentire il richiamo. E ci crede lui, ci crede Keiten, ci crediamo anche noi, ma solo in parte, perché sappiamo che per Lem la Grande madre era vera, ma era anche una favola che si raccontava per non soccombere.
La scrittura di Cingo è pregna, piena. Bella anche quando si fa complessa, - giusto ieri leggevo una frase di Nabokov, sul fatto che al lettore non fa poi male rileggere una frase complicata. Ecco, sono d'accordo.
(anche se Nabokov non l'ho ancora letto, avevo iniziato Lolita ma l'ho piantato a meno di un terzo perché non mi faceva dormire; io nella testa di Humbert non ci entro manco con le pattine).
Sono arrivata alla fine di Grande madre acqua senza accorgermene, ho girato l'ultima pagina aspettandomi ancora qualche riga.
Mi ha lasciato con una voglia inesprimibile di andare al mare.

Lo vedi da te che tutto questo è terribile, orrendo! Lem, non devi pensarci, sono solo fantasie. Inutili, avvelenate, mortali. Senza senso né fine.

mercoledì 6 giugno 2018

Jane di Lantern Hill di Lucy Maud Montgomery


Lucy Maud Montgomery è stata una scrittrice assai prolifica. Nata in Canada nel 1874, ha pubblicato più di venti romanzi per ragazzi, nove dei quali dedicati al suo personaggio più famoso Anna dai capelli rossi, e infinite raccolte di racconti.
Jo March ha inaugurato la nuova collana per ragazzi Plumfield al Salone del Libro con Jane di Lantern Hill, scritto nel 1937, nella traduzione di Elisabetta Parri. Ovviamente me lo sono accaparrato con avida furia, e mi ha tenuto compagnia mentre cercavo di far riprendere fiato ai neuroni tra una conferenza del Salone e l'altra, - tra l'altro non ho ancora parlato di mezza conferenza, 'cidenti. Ma che aspetto?
Dunque, vediamo. La storia è raccontata in terza persona, e la protagonista è Jane Victoria Stuart, una ragazzina di dodici anni gravata da una situazione troppo pesante per le sue spalle. Vive con la tirannica nonna Kennedy, con la noiosa zia Gertrude e con la meravigliosa madre, Robin. Il padre, chissà. La madre è la sua principale fonte di gioia, una creatura fragile e bellissima che Jane sente la responsabilità di proteggere dal mondo, anche dalla propria sofferenza, se necessario. Il che, ammetto, mi ha irritata non poco, e credo che sia un sentimento comune a chiunque legga il romanzo; Robin non riesce mai a prendere una posizione, a difendere la figlia dalle continue vessazioni di Nonna Kennedy. Quest'ultima è un personaggio da far venire i brividi, una di quelle persone la cui soddisfazione dipende dall'impedire agli altri di ottenere una qualsivoglia forma di felicità. Non è mai violenta, nemmeno verbalmente. È fredda e acuta, e colpisce con precisione. Il suo amore per il mondo inizia e finisce con la figlia Robin, per la quale nutre un affetto morboso, - cosa che ho trovato davvero interessante, soprattutto considerato il pubblico di riferimento.
Jane è dunque infelice. Vive nell'ansia costante di fare arrabbiare la nonna, ha un'unica amica, – un'orfana che vive lì accanto – e nello studio è una frana. Non che non si impegni, ma la paura di sbagliare le impedisce di ottenere risultati accettabili. È una ragazzina, che diamine.
E un giorno a casa arriva una lettera che fa infuriare la nonna; il padre di Jane insiste per volerla conoscere, dopo tanti anni di silenzio, e pretende che la ragazzina gli venga mandata quell'estate, all'Isola del Principe Edoardo, dove peraltro è nata l'autrice.
È presto detto, Jane verrà spedita a trascorrere qualche mese dal padre. E qui rinasce, si scopre, si conosce. Il rapporto che sviluppa col padre è commovente, luminoso, e il modo in cui inizia a muoversi per l'isola, conoscendone gli abitanti uno per uno, il modo in cui viene accolta, lo stupore con cui scopre di potersi muovere liberamente... ecco, non so che dire, se non “bello”. E, ribadisco, commovente. Potrei cercare altri termini, “commovente” l'ho già usato e la ripetizione in poche righe fa brutto, ma non trovo descrizioni più adatte, e a un certo punto meglio essere stilisticamente rozzi ma chiari, no?
La storia procede, le cose vanno nel modo in cui devono andare e io non dico più nulla. I nodi vengono al pettine, Jane cresce e cambia etc.
Ci tengo a sottolineare la precisione con cui Lucy Maud Montgomery ha dipinto i suoi personaggi e i rapporti che intercorrono tra loro, soprattutto quelli tra la nonna e la madre di Jane, e il loro susseguente rapporto col mondo. Sarebbe bastata una figura autoritaria e noiosa perché questo romanzo acquisisse comunque una sua dignità letteraria da buon libro per l'infanzia, ma l'autrice non si è fermata lì. Tutt'altro. Nonna Kennedy fa venire i brividi perché riesci a cogliere il bruciare del suo sentire dietro la facciata severa, Robin è fatta di una debolezza tale che le vedi le ossa tremare sotto la carne, scena per scena, - e io personalmente un po' l'ho odiata. La Montgomery non è stata indulgente, con lei. E vorrei vedere. Tutta la questione della responsabilità dei genitori verso i figli, e dei figli verso i genitori, delle impalcature sociali, questa perfetta rappresentazione di un nucleo famigliare disfunzionale... io Jane di Lantern Hill l'ho adorato. Punto.
Punto.