domenica 17 giugno 2018

Grande madre acqua di Zivko Cingo


Questo libro sono andata a ritirarlo direttamente dalle mani dell'ufficio stampa di CasaSirio, una donzella assai cortese che non lavora poi lontano da casa mia. L'ho iniziato quasi subito e l'ho abbandonato altrettanto presto. Non che avessi problemi col libro in sé, anzi. Nello stesso periodo ho messo in pausa quasi tutte le mie letture, che mi aveva colpito un leggero blocco del lettore, sconfitto giusto ieri con un colpo di reni, - ovvero una gitarella in biblioteca. Ho preso così tanta roba che difficilmente riuscirò a smaltirla prima che finisca l'estate, e la mia schiena ancora ne risente.
Dunque, Grande madre acqua di Zivko Cingo, edito da CasaSirio – entusiasticamente intervistata qui – nella traduzione di Carolina Crespi e Jessica Puliero.
Zivko Cingo è nato in Macedonia nel 1935 ed è morto nel 1987; io della Macedonia non sapevo granché, lo ammetto. Non avrei neanche saputo come indirizzarmi su una cartina geografica oltre un generico “est”. E invece la Macedonia ha una sua storia infame e particolare, fatta di dittature e orfani rinchiusi in edifici pericolanti, tenuti in riga da un personale da far venire i brividi. Grande madre acqua risale al 1971, e racconta della situazione non proprio rosea della Macedonia post-guerra, quando si chiamava Repubblica Socialista della Macedonia e stava stretta nella morsa jugoslava sotto Tito.
Il narratore è Lem, un ragazzino che decide di lasciare la famiglia dello zio, troppo povera per poter mantenere anche lui, e si reca di sua sponte all'orfanotrofio della zona, chiamato Chiarezza. È un luogo lugubre, orribile, ricavato da un manicomio. È abitato da bambini che sembrano fantasmi, che non sanno cosa fare delle proprie giornate e da pochissimi adulti a dirigere le loro vite. Il Piccolo Padre, la Compagna Olivera, il Campanaro, - un folle, ultimo rimasuglio dell'ex-manicomio. Adulti abbruttiti dal proprio fallimento e dal fallimento del socialismo, una sfilza di incarichi improbabili e punizioni che si tuffano nella tortura.
Il narratore, come dicevo, è Lem, e qui si vede lo sforzo di Cingo; Lem parla con l'ingenua intensità dell'infanzia, si ripete, salta di palo in frasca, è l'anti-sistema narrativo. La sua vita nell'orfanotrofio scorre in funzione di Keiten, un ragazzino più o meno della sua stessa età, un caso problematico che gli hanno affibbiato e che lui all'inizio non vede che come una gatta da pelare. Ma presto si ricrede, perché Keiten, brutto e strano com'è, ha quella luce negli occhi che lo cattura, e cattura chiunque sia alla ricerca di una via di fuga.
La Grande madre acqua è la promessa di Keiten; è la libertà, è un panorama che si stende oltre l'altissimo muro che circonda l'orfanotrofio, una distesa limpida e accogliente di cui Lem riesce a sentire il richiamo. E ci crede lui, ci crede Keiten, ci crediamo anche noi, ma solo in parte, perché sappiamo che per Lem la Grande madre era vera, ma era anche una favola che si raccontava per non soccombere.
La scrittura di Cingo è pregna, piena. Bella anche quando si fa complessa, - giusto ieri leggevo una frase di Nabokov, sul fatto che al lettore non fa poi male rileggere una frase complicata. Ecco, sono d'accordo.
(anche se Nabokov non l'ho ancora letto, avevo iniziato Lolita ma l'ho piantato a meno di un terzo perché non mi faceva dormire; io nella testa di Humbert non ci entro manco con le pattine).
Sono arrivata alla fine di Grande madre acqua senza accorgermene, ho girato l'ultima pagina aspettandomi ancora qualche riga.
Mi ha lasciato con una voglia inesprimibile di andare al mare.

Lo vedi da te che tutto questo è terribile, orrendo! Lem, non devi pensarci, sono solo fantasie. Inutili, avvelenate, mortali. Senza senso né fine.

Nessun commento:

Posta un commento