giovedì 29 dicembre 2011

Ho più fretta del Coniglio Bianco, ma buone feste!

Allora, facciamo due conti. In questo momento sono le 9.33, alle 14.36 ho il treno e l'autobus per la stazione è alle 13.18. Considerando che sono ancora in pigiama, devo ancora preparare lo zaino, impacchettare i regali, lavare i piatti, fare i letti, stendere i panni e farmi un bagno, direi che è meglio se mi muovo. I gatti! Meno male che mi sono ricordata dei gatti, sennò mi rimanevano digiuni e con la lettiera sporca. Uff.
Oggi parto verso casa di un'amica, dove festeggeremo gioiosamente il Capodanno e Natale insieme. Capodannatale, più o meno. La sera del 31 ci travestiremo tutti a tema libero e io farò l'albero di Natale. Ora che ci penso, devo anche radunare un paio di festoni e palle. Ce la farò?
Ho una fretta disumana, ma volevo scrivere un ultimo post prima di partire, visto che sarò di ritorno solo il 2 e che sarò probabilmente abbastanza distrutta da non avere la forza di scrivere niente per un po'.
I libri per l'esame! Devo ricordarmi anche quelli. Perfetto, facendo lo zaino dovrò solo rileggere questo post, tipo lista della spesa.
E volevo fare gli auguri a chi segue questo blog un po' raffazzonato. Il primo proposito per l'anno nuovo sarà riuscire a cambiare la grafica. Devo riuscirci. Voglio credere in me. Anche se alle superiori, all'indirizzo grafico, ero l'unica che anziché lavorare su photoshop faceva tutto a mano.
Beh, collegandomi all'ultimo post – avete risposto in tanti e ne sono felicissima, ma non credo che farò in tempo a rispondere T_T – volevo comunicare che a me con i libri ricevuti è andata decentemente, finora. Spero di ricevere un libro anche dagli amici, ma per il momento gli unici titoli ricevuti sono Emma della Austen (Yeah!) e... beh, caro padre e cara libraia, non so come avete fatto a commettere un errore così grossolano, ma cercherò di non farvelo mai notare per non offendervi, L'Anello di Re Salomone di Lorenz, un saggio sul comportamento degli animali. Avevo sentito parlare di Lorenz come il primo a studiare l'imprinting di mamma oca. Ecco, la richiesta nella letterina era 'L'Anello di Salomone' di Jonathan Stroud, che sarebbe un fantastico per ragazzi. Ma vabé. Sarà interessante anche il Lorenz. Almeno non è Fabio Volo, quello è toccato a mia sorella (in realtà non ho niente contro Volo, ma mia sorella dice che l'ultimo è orribile e boh, io le credo. Pur non essendo il mio genere non capisco tutto quest'odio verso Volo. Non sarà Benni, ma non è neanche Moccia. Vabé.)
Ieri poi sono stata in biblioteca! Avevo una voglia matta di leggere Pastorale Americana di Roth. L'avevo sentito che mi chiamava a una Feltrinelli di Milano, l'ultima volta che ci sono stata. Poi ho quasi perso il treno e non sono riuscita a prenderlo, ma speravo di trovarlo qui. Invece, ovviamente, il nulla. È davvero triste la pochezza di librerie e biblioteche nella mia provincia. Come fa uno a essere spronato a leggere con una scelta così misera? Alla fine ho preso The Black Album di Kureishi e Almeno il cappello di Vitali. Vedremo, sono due autori che mi mancano proprio.
In sostanza, auguri, buone feste, buoni regali, buon panettone/pandoro, buon ultimo dell'anno, buon vischio, buon alcol, buone letture di ciò che vi hanno regalato e di ciò che vi siete arresi a comprarvi da soli, buon... buon tutto. E grazie :)

sabato 17 dicembre 2011

Delusioni di Natale, ovvero 'Ode ai regali malnati'

Si avvicina il Natale e io, se mi si permette, mi ci fiondo con gioia. Pensate quello che volete, datemi della consumista, della facilona, della spendacciona, della superficiale... ma io adoro il Natale. Tanto per cominciare, le luci. Lucine colorate e decorazioni ovunque. Si cammina sotto fasci di stelle intermittenti. Musichette allegre che ti seguono per i negozi e per le strade. Per non parlare dei dolci! La cannella, la cioccolata calda, il panettone, il pandoro... zucchero a velo come piovesse. E, non ultimi, i regali. Io adoro i regali. Adoro FARE i regali. Cercarli, rifletterci, arrovellarmici. Certo, poi bisogna anche spenderci. E di norma, i soldi che ricevo ogni anno dai parenti vanno a coprire le spese dei regali. Ma mi piace farli! Sei lì che cerchi, scruti, vaghi, ti arrovelli, ti chiedi se il regalo piacerà e ti immagini che faccia farà chi lo riceve mentre lo scarta. Il crepitio della carta da regalo che viene stracciata, gettata sul pavimento e poi calpestata distrattamente, come un manto di foglie secche d'autunno.
Amo il Natale.
Ma non volevo parlare solo del Natale. Più che altro tutta questa manfrina è una vaga introduzione per presentare il tema che mi è venuto in mente quest'oggi, mentre facevo il bagno – tanto per rimanere in tema natalizio, con lo shampoo alla cannella.
I libri regalati. Ci sono quelli riuscitissimi, che quando li scarti sospiri di sollievo e non devi sforzarti per ringraziare. L'anno scorso, a Natale, mio padre mi ha regalato Pane e Tempesta di Stefano Benni. Qualche anno fa, per il mio compleanno, un'amica mi ha spalancato le porte del bizzarro universo di Walter Moers regalandomi 'L'Accalappiastreghe'. Quando ero in prima media mi è stato regalato, per il mio compleanno, 'Harry Potter e la Pietra Filosofale' ed è stata, forse, la prima volta che mi sono assentata da scuola solo ed esclusivamente per poter finire di leggere un libro. E ancora, non ricordo chi mi abbia regalato 'Vevi' di Erica Lillegg quando ero piccola, ma a questa persona va tutta la mia gratitudine, perché mi ha regalato un coloratissimo sogno su carta.
Poi, però, ci sono gli altri libri. Quelli che, quando li scartiamo, ci fanno afflosciare le spalle e cascare la mascella, intorbidire lo sguardo e raggrinzire l'anima. Dura solo un attimo, poi ci mettiamo la maschera sorridente che è buona educazione indossare quando ci vengono fatti dei regali di cui avremmo potuto – voluto – fare a meno e ringraziamo, con le lacrime che ci riempiono il cuore al pensiero dello spreco di danaro che sono stati quei libri malnati e tutti gli altri modi in cui avresti preferito fossero impiegati quei soldi. Produzione di supposte per manichini, ad esempio. Rivestimento interni dei bossoli. Fondo tinta per stampanti. E via enumerando cavolate.
Ecco, nel mio caso sono stati sicuramente:
  1. Al primo posto, Tre metri sopra il cielo. Quinta superiore. All'epoca mi trovavo in un periodo insonne e paranoide in cui non leggevo che noir e thriller. Ora, la colpa sarà stata anche della commessa che ha malconsigliato mia madre, ma se nella lista – per ogni ricorrenza che prevede lo scambio di regali compongo delle accurate liste per evitare appunto regali indesiderati – si trovano Ellroy, Rendell e 'Il Dizionario dei serial-killer', non mi si prenda quello che al massimo, a giudicare da titolo e copertina potrebbe essere un romanzetto sentimentale. A mia madre lo rinfaccio ancora oggi, povera cara.
  2. Secondo posto, 'Cinquanta domande da fare a Dio', dal nonno ultra-cattolico. Non ricordo quanto avessi all'epoca, se fossi alle elementari o già alle medie, ma ero già abbastanza cresciuta da considerare quel libro una grande delusione.
  3. Il terzo mi è stato regalato quando ero alle medie, immagino l'età giusta per letture di questo genere. Il fatto è che io, all'epoca, divoravo quel 'un po' di tutto' che trovavo in casa – e tra mio padre, mia madre e mia sorella, avevo davvero tanto tra cui scegliere e sguazzare – e mi ero già abituata ad argomenti un poco meno, ecco, superficiali? Tralasciando il fatto che un libro del genere, che vorrebbe insegnare a giovanissime donne ad accettare i difetti del maschio come biologicamente determinati e quindi a subire col sorriso sulle labbra, mi avrebbe fatto rabbrividire anche alle elementari. Il libro in questione, regalatomi per il mio compleanno da un'amica a 11-12 anni, è 'Ragazze, non facciamoci illusioni: i maschi vengono da un altro pianeta'. Anche allora, ovviamente, sorriso, 'tante grazie' e un brontolio di cuore.
Devo dire che la mia non è una lista lunga. Ci sono un paio di ripetizioni e qualche volume di cui avrei potuto fare a meno, ma che tutto sommato non mi è dispiaciuto leggere. Finora mi è andata ancora bene. Spero di non avere infastidito il karma con questo post, non vorrei trovarmi l'ultima opera di Vespa sotto l'albero, questa Vigilia.
E voi? Sono curiosa di leggere delle altrui delusioni e farmi due – sadiche – risate.
... Dio, sono così piena di Natale che potrei esplodere in un'apoteosi di campanelle e festoni dorati xD

lunedì 5 dicembre 2011

Papà Goriot - Honoré de Balzac

Lo ammetto, è solo da pochi anni che ho cominciato a leggere e apprezzare i classici. In realtà finora ne ho letti davvero pochi e di questo un po' mi vergogno. Fino a qualche tempo ero convinta che li avrei trovati pesanti, lunghi, tediosi. Pieni di giri di parole arzigogolati e arcaismi, anche se all'epoca certo non erano tali. Poi mi sono ritrovata in casa senza nulla da leggere e sono andata a curiosare nella libreria di mia madre. Ho preso Cime Tempestose e... beh, mi ha spalancato gli occhi. Emily e Charlotte Bronte, Jane Austen, Arthur Conan Doyle, Oscar Wilde... sentivo – e sento ancora - di dovermi rifare di tutto ciò di cui per anni e anni mi sono stupidamente privata.
È ad un classico che mi ha colpita come poche opere hanno saputo fare – mi ha avvinta, commossa, mi mordevo le labbra e mi struggevo, percorrendo le righe con l'indice, come se dovessi seguire le parole con le dita per non perdermene nessuna – che dedico questa recensione, la prima dopo tanto tempo. Forse per la complessità dell'opera, forse per la mia impossibilità nel renderle degnamente giustizia, è stata una recensione davvero lunga e faticosa.
Papà Goriot, di Honoré de Balzac. Scritto agli inizi degli anni '30 dell'800 e pubblicato in Italia da diverse case editrici, tra cui Garzanti, BUR e De Agostini. Forse il romanzo più famoso e apprezzato di Balzac, parte della Commedia Umana che conta ben 137 opere di vario genere. È inoltre proprio con Papà Goriot che Balzac decide di collegare i propri racconti inserendo uno stesso personaggio in diversi romanzi, raccontandoli ad un diverso stadio della loro vita. Il protagonista Rastignac, infatti, era già comparso in 'Peau de Chagrin', 1831, ambientato dopo rispetto a Papà Goriot.
L'opera si apre con una dettagliata descrizione dell'ambientazione principale delle vicende, che ci porta immediatamente e con chiarezza tra le mura di Casa Vaquer, un'umilissima pensione borghese, che ospita sotto il suo tetto persone estremamente diverse tra loro. Il protagonista, Eugéne de Rastignac, giovane universitario ambizioso ma dall'animo ancora candido; Vautrin, un omone dai modi melliflui, dalla lingua tagliente come il filo di una spada e una mente aguzza e cinica che affascina e allo stesso tempo ripugna il giovane protagonista. E ovviamente Papà Goriot, un ometto umile e silenzioso con la vitalità di un fantasma, che però rinasce come una fenice non appena si nominano le adorate figlie, per i capricci e le debolezze delle quali, col tempo, ha dilapidato tutti i propri averi, riducendosi a vivere miseramente. Nessuno sa nulla, però, del fatto che sia un amore paterno – e ossessivo – quello che lo porta alla rovina. Gli inquilini della pensione spesso fanno allusioni sarcastiche e pungenti sulle due figlie, attraenti e ben vestite, che vanno a trovarlo, anche perché queste fanno in modo di sgattaiolare nelle stanze del padre di nascosto, perché, essendo entrambe maritate con uomini appartenenti alla nobiltà che disprezzano il suocero per i suoi modi rozzi; Goriot doveva infatti la sua fortuna al commercio di granaglie, mestiere umile per quanto redditizio ed è stato, in seguito ai matrimoni, costretto all'inattività dalle pressioni dei generi, che non intendevano avere un lavoratore come parente. Goriot aveva nella vita solo la passione per il proprio lavoro e un amore smodato e incontenibile per le figlie: non potendo più lavorare né vedere le proprie adorate e viziate figlie, di lui non rimane che un guscio deperito, che continua a svuotarsi e a dissanguarsi per i debiti e i capricci delle due donne.
Quando Eugéne, il giovane protagonista, viene a conoscenza della reale ragione della povertà dell'uomo – non viziosità e sperpero, ma continui sacrifici – comincia a rispettarlo e a difenderlo dalle punzecchiature degli altri inquilini e diventa suo amico e confidente, nonostante Goriot, consumato nel corpo e nell'anima, non abbia argomento di conversazione al di fuori delle amate figlie, per le quali non ha che parole buone.
Eugéne intende inoltre cercare fortuna e agganci in società e chiede udienza ad una lontana parente parigina indicatale da una zia, la viscontessa de Beauséant, che lo invita ad una festa e, presasi a cuore la sua condizione – grazie non solo ad una lettera di presentazione, ma soprattutto ai modi e alla bellezza del giovane – cercherà di consigliarlo nel farsi strada nei meandri dell'alta società parigina. Sarà inoltre a questa stessa festa che Eugéne avrà modo di conoscere una delle figlie di Goriot, Anastasie de Restaud, dalla quale rimarrà estremamente affascinato. Tuttavia, nel tentativo di avvicinarsi a lei, pone domande inopportune su Goriot, che lo rendono odioso agli occhi di Anastasie, che lo allontanerà nel modo più brusco possibile per l'etichetta dell'epoca. In seguito, domandando alla viscontessa, scoprirà finalmente la verità sul legame tra Goriot e le figlie, rimanendo estremamente colpito dall'altruismo dell'uomo.
Eugéne è divorato dall'ambizione e dilaniato tra la sua morale e i suoi desideri. Vautrin vorrebbe portarlo ad accettare la parte di eroe nell'atto che sta costruendo – nella pensione, una figlia illegittima non riconosciuta dal padre ricchissimo ha occhi solo per Eugéne e Vautrin vorrebbe far fruttare la situazione a favore del protagonista, in un modo che non rivelerò – mentre lui, avvicinatosi grazie alla viscontessa e con la benedizione di Papà Goriot all'altra figlia, Delphine, se ne innamora e inizia con lei una relazione extraconiugale.
Le vicende di vari personaggi secondari si intrecciano e muovono la storia, a volte in modo un po' confusionario, ma sempre in modo intenso. Balzac utilizza ad un certo punto il vecchio spauracchio della società criminale segreta e potente, non molto originale, tuttavia non ne abusa.
Eugéne dà l'impressione di essere trasportato dal caso, dal destino, dalle decisioni degli altri. È solo alla fine che sembra nascere come creatura senziente e diventare l'uomo che sarà in seguito.
I dialoghi sono intensi, soprattutto i monologhi di Goriot e di Vautrin, che spesso s'imperniano su amore e morale. Ho amato intensamente lo stile di questo romanzo, scorrevole eppure quasi 'prezioso'. Un linguaggio chiaro e d'impatto eppure, non mi vengono altre parole per descriverlo, 'bello'.
Estremamente ben descritti gli ambienti, la società nel suo insieme, nel suo splendore e nella sua turpitudine. Mi ha stupito scoprire quanto la società parigina fosse tanto libertina da un lato e quanto ristretta dall'altro, come una relazione extraconiugale potesse risultare un piacevole passatempo mentre la mobilità sociale costituiva ancora una spiacevole macchia.
Eugéne e le due figlie di Goriot sono sfaccettati e molto umani, nei loro conflitti e nelle loro pecche. Altri personaggi invece sono meno variegati, forse troppo statici, come Goriot, irremovibile fino all'ultimo nell'amore per le figlie e soprattutto la signorina Taillefer resta, in modo a mio avviso molto poco credibile, angelica e adorabile fino alla fine.
Non mi è possibile rivelare molto della trama, senza incorrere a spiacevoli e abominevoli spoiler. Intanto, mi limito a consigliare questo gioiello della letteratura. Non ha nulla di pesante né di pomposo, la lettura è appassionante e la scrittura brillante. Ultimamente mi capita raramente di essere così presa da un romanzo e dai suoi personaggi. In effetti, credo di essermi un po' innamorata di Balzac, o almeno del suo genio. Se avessi una macchina del tempo correrei a fargli visita. È entrato di prepotenza nella lista di coloro che mi duole dannatamente di non aver conosciuto in vita. Non è una lista molto lunga, ma è molto varia. Entrarci è un onore riservato a pochissime menti brillanti.   

venerdì 2 dicembre 2011

Triste lamento del Cimitero dei Libri

È veramente da tanto che non aggiorno il blog. Da un lato mi viene da pensare che, dopotutto, è un blog piccolo e umile che non ha molto da offrire e che il suo prolungato silenzio sarà passato inosservato. D'altro canto, vedo il numero di 'follower' cresciuto oltre ogni previsione e leggo commenti davvero carini sotto i vecchi post, il che mi fa pensare che, forse, siano d'uopo un 'Chiedo venia per la lunga assenza' e un piccolo 'Grazie'.
Il fatto è che sono tornata a vivere a casa con mia madre, dopo tre anni da fuori sede alla Statale di Milano. Non che io mi sia laureata, quello è un miraggio ancora lontano, ma è il mio primo anno fuori corso e ho abbandonato la casa a Milano – compresa, con immensa gioia, la coinquilina pazza – e son tornata qui, a bearmi di lunghi sonni, morbidi gatti e della rassicurante presenza di mamma. E la sensazione è strana, è come se il tempo si fosse deformato e non lo sento più scorrere. Mi alzo, faccio colazione e... hop, è tardi! Mi vesto e di colpo è già mezzogiorno e basta che io guardi l'orologio e mi volti per un secondo e puff, ecco che è già pomeriggio inoltrato. Non mi sembra vero che sia già dicembre, io sono rimasta ferma a ottobre. Dicono che dopo i vent'anni la percezione del tempo cambi e le giornate si accorcino. Non so se è vero, ma avrei dovuto accorgermene già da un po', no?
Beh, bando alle ciance.
Oggi, niente recensione. In realtà ne ho un paio già cominciate, ma adesso non ho voglia di finirle. Piuttosto, un urlo di dolore. Un grido di denuncia. L'annuncio di un lutto terribile.
I libri. Non quelli rovinati, con le pagine staccate, macchiate o la cui sovra-copertina è ormai dispersa per sempre. I libri che non tornano. Quelli che li presti e non tornano più. E quelli che, non tuoi, continuano a languire su uno scaffale in attesa del loro legittimo proprietario.
Sullo scaffale più alto della libreria che ho accanto al letto, a destra, ho un piccolo cimitero, quello dei libri che non mi appartengono ma che non posso restituire. Sono finiti lì perché quello che mi legava ai loro legittimi proprietari è sepolto in un altro tipo di cimitero. Libri degli amici che non vedi più o con cui hai litigato. Voi non ne avete? La cosa curiosa è che quei libri non li ho mai letti. Quando ancora ero amica dei loro proprietari mi sarà capitato, qualche volta, di prenderli in mano e sfogliarli, per trovarli del tutto insipidi e inadatti. Non mi facevano voglia, nessuno stimolo per sfogliare oltre la prima pagina. Forse questo doveva farmi riflettere sull'amicizia che mi legava ai loro proprietari. O forse il libro, con largo anticipo, aveva già iniziato a detestarmi e faceva in modo di spingermi via.
Molto più numerosi sono i vari corpi cartacei che ho sparso in decine di librerie lontane. Mi mancano all'appello così tanti libri che potrei riempirne almeno due scaffali. Certi mancano da così tanto che ormai ho perso la speranza di vederli. Altri sono finiti in mani tali che preferisco lasciarli dove sono.
Ma il vero motivo per questo post è l'indignazione e il nervoso che mi hanno colpito quando ho realizzato che alcuni dei miei pargoli dispersi mi attendono, senza speranza alcuna, in uno stesso luogo, nelle mani di una stessa persona.
I ladri di libri. Quelli che prendono in prestito e poi nascondono, negano e mentono. Con tutta me stessa, aborro queste persone. Prestare un libro che ami è un atto di fiducia, sputare su questa fiducia è un atto ignobile. La cosa più vile è poi la menzogna di cui sono intrise le loro parole. Capita che uno si scordi di avere un libro prestato da tanto tempo. Capita anche a me, io attendo solo che qualcuno si palesi per chiedermeli indietro e a quel punto li restituirò senza attendere un attimo. Ma questa gentaglia, dall'animo putrido e viscido, mente. Con semplicità, senza alcun imbarazzo. Il libro non ce l'hanno loro, l'hanno certamente dato a un amico comune. Il quale, tristemente, lamenta la stessa disavventura. Queste gazze ladre devono avere nelle loro stanze cumuli e cumuli di libri, vestiti, oggetti di ogni genere che hanno strappato via dai loro proprietari. Mi chiedo che cosa pensino del loro comportamento e cosa si raccontino per mettere a tacere un'eventuale coscienza.
Ovviamente, continuerò a prestare a destra e a manca.
Però, davvero, che nervoso.
Spero che il prossimo post avrà un po' più di senso. Credo mi stia venendo voglia di finire le recensioni :) a presto.

sabato 8 ottobre 2011

Il Vangelo secondo Biff - Christopher Moore

Questa recensione la scrivo con delle occhiaie così pesanti che non me le farebbero neanche portare come bagaglio a mano su un aereo. Ho sonno. Ho davvero sonno da tre giorni. Certo, la ragione della mancanza di sonno mi ripaga ampiamente della veglia forzata – un gattino così piccolo che mi riferisco a lui come mini-micio e che ho chiamato, in nome delle bolle che mi sono spuntate sulle braccia subito dopo averlo raccolto, Pulce – ma se potessi dormire una notte intera senza essere svegliata da insistenti miagolii del mini-micio che mi perforano il timpano dall'altro lato della casa o dall'altro gatto che, sfrattato dal bagno per far posto a Pulce, decide che il mio viso è il luogo ottimale in cui stendersi, certo, sarei anche un po' più contenta.
Il libro che intendo recensire è 'Il Vangelo secondo Biff' di Christopher Moore, edito da Elliot Edizioni nel 2008. Prima di tutto, c'è da dire che è un'opera satirica, comica e dissacrante. In secondo luogo, nonostante si narri della vita di Gesù e quindi tutti abbiamo ben presente come vada a finire, il punto di vista è così originale da farcelo dimenticare. Mi sono ritrovata seriamente a sperare che in qualche modo quel povero Cristo riuscisse a commuovere Pilato fino a fargli gettare via acqua e asciugamani, o che riuscisse a scendere dalla croce o a farci finire un sosia o un clone... ma dopotutto, cambia solo il punto di vista, non la storia. Anche se vi sono state fatte numerose e geniali aggiunte. In particolare, l'adolescenza di Gesù e la sua crescita. Perché Levi, detto Biff, il narratore, è l'amico d'infanzia di Gesù, il suo fedele e sarcastico compagno d'avventure da quando Gesù faceva resuscitare le lucertole infilandosele in bocca fino alla fine. E, devo dire, la fantasia di Moore nelle vicende di Gesù e Biff è davvero incredibile e dà vita a situazioni assurde ed esilaranti. È una comicità che mi ricorda un po' il Mondo Disco di Pratchett. E, da parte mia, è un Signor Complimento.
Il prologo mostra l'angelo Raziel ancora intento a disfare le valigie, quando viene interrotto all'Arcangelo Stephan che gli ordina di ridiscendere sulla Terra per risvegliare dalla morte Levi e fargli scrivere il proprio Vangelo, la sua personale versione del fatti. Raziel non ne avrebbe voglia – e, soprattutto, detesta Biff – ma visto che l'ordine gli viene impartito dall'Alto che più in Alto non si può, parte, arriva a Gerusalemme, lo fa tornare in vita e quindi gli fa dono delle lingue. Biff gli chiede quindi se il Regno è giunto e quanto tempo sia passato. Ricevuta risposta, colpisce l'angelo e lo apostrofa come 'inutile sacco di merda di cane'. In seguito, passando alla prima persona, sarà Biff a intervallare capitoli in cui racconta della sua vita insieme a Gesù, del loro imperituro e doloroso amore per Maddi, della ricerca per il modo corretto di diventare il Messia con brevi parentesi sul presente con l'angelo Raziel, nella camera di albergo che hanno affittato. Raziel, poi, è esilarante, prima fissato coi supereroi e poi con le soap-opera, un perfetto teledipendente con le ali.
'Il Vangelo secondo Biff' ha il pregio di mostrare un lato di Gesù poco conosciuto e raramente ricordato. Dopotutto, pare che Gesù non avesse ricevuto molte istruzioni dall'Alto, quindi che cos'era prima di diventare il Salvatore, se non un ragazzo incerto sul proprio destino e terrorizzato all'idea di sbagliare e deludere le aspettative della madre? Nessuno degli altri Vangeli può dircelo, perché dall'infanzia ai trent'anni al suo fianco c'era solo Biff, tanto fedele da seguirlo in capo al mondo affidandosi ciecamente alla sua parola. L'amicizia che lega Gesù e Biff è commovente, soprattutto se consideriamo che Biff non è esattamente uno stinco di Santo... eppure è lì, sempre al fianco del Salvatore e pronto a difendere e perorare la sua mistica causa.
I personaggi. Perlopiù sono dipinti in modo credibile, anche se a volte un po' superficiale. Sicuramente sono tutti molto umani, con le loro imperfezioni e le loro brutture, le loro incertezze. Fatta eccezione per i personaggi principali, non c'è un'analisi psicologica molto approfondita, ma dopotutto è un libro scritto in prima persona e noi sappiamo solo quello che Biff sa o quello che gli basta sapere.
Lo stile è scorrevolissimo, divertente e leggero, fluido. Scritto molto bene e, secondo me, tradotto benissimo. Biff è un personaggio magistralmente sarcastico e cinico, il perfetto contrario di Gesù ed è esilarante il modo in cui vengono reinterpretate alcune situazioni.
La copertina... beh, devo dire che mi piace ma non è proprio comprensibilissima. C'è quello che suppongo sia un agnello su quello che immagino possa essere... beh, un albero? Un bastone con delle nuvole attorno?, il tutto contornato da disegni astrattiformi e in cui io vedo viscere, pioggia, arcobaleni... ecco, secondo me funziona, ma non chiedetemi che cosa rappresenti esattamente.
Comunque, Moore ha trovato in me una nuova, soddisfattissima fan. E ora vado dalla Pulce, che sta ricominciando a miagolare.

giovedì 29 settembre 2011

Il ragazzo dei mondi infiniti - Neil Gaiman e Michael Reaves

Il 27 settembre è uscito, edito da Mondadori, il nuovo libro di Neil Gaiman. La mattina stessa sono corsa alla Feltrinelli, mi sono compiaciuta della sua copertina e mi sono domandata chi fosse Michael Reaves, co-autore dell'opera. La mattina del 28 ho iniziato a leggerlo e la sera l'avevo già finito. È un libro corto, leggero, scorrevole. Carino. Sfortunatamente, non era affatto 'Gaiman'. Si capisce subito che è scritto a quattro mani, dell'atmosfera Gaimaniana neanche l'ombra. Se devo essere barbaramente sincera, 'Il ragazzo dei mondi infiniti' mi ha un pò delusa.
Io adoro Gaiman. Le sue storie, i suoi personaggi, il modo sottile in cui li descrive. In due parole, di loro sai tutto. Li capisci, li comprendi, te li figuri con estrema chiarezza. Eppure lui non fa che darti qualche spunto, dal quale poi sarai tu a trarre le conclusioni. Amo il suo essere obliquo, per nulla esplicito eppure chiaro.
Ecco, io mi figuro gli autori che amo come abitanti di un bizzarra città fatta di mille mondi diversi. Gaiman abita un appartamento buio, con mobili antichi e polvere sul pavimento, tende che sventolano e sorrisi appena accennati. Diana Wynne Jones vive sopra di lui e danza sulle note di un'arpa, in una stanza piena di luci e colori. Terry Pratchett abita a qualche isolato di distanza, fatto di stradine strette di fanghiglia e pozzanghere in cui risuonano poderose risate e rumori di lotte impacciate. Walter Moers, invece, sta proprio sullo stesso piano di Gaiman e me lo figuro mentre gli va a chiedere una tazza di zucchero. Potrei andare avanti per ore a descrivere che immagine ho degli scrittori che amo. Questo libro mi ha delusa perché non ha molto a che fare col 'solito' Gaiman, come se dalle sue stanze fiocamente illuminate fosse stato improvvisamente spostato in mezzo ad un universo sconosciuto che di suo non ha nulla, pieno di colori troppo accesi e di suoni confusi. È anche vero che un autore può crescere, evolversi e così cambiare. È successo a tanti, perché non a lui? Il fatto è che questa storia ha una certa età: Neil e Michael ne discutono, recita la postfazione, già dal 1995. Niente mutamento dovuto al passaggio del tempo, quindi. Solo un Gaiman che, immagino un po' per i limiti posti da una collaborazione, un po' perché il tema era stato inizialmente pensato come produzione televisiva, non dà affatto il meglio di sé.
Scritto in prima persona, narrato dal protagonista Joey, un comune quindicenne totalmente privo di senso dell'orientamento, 'Il ragazzo dei mille mondi' è un romanzo per ragazzi che vira con decisione verso la fantascienza e strizza l'occhio al fantastico. Joey è ragazzo come tanti, che un giorno, durante un compito di educazione civica assegnato alla sua classe dall'eccentrico professor Dimas – personaggio che avrebbe meritato più considerazione e magari una parte più importante all'interno delle varie vicende – si ritrova sperduto in un mondo che sembra proprio il suo, ma non lo è affatto e dove presto si ritroverà preda di due diverse fazioni, i 'binari' e gli 'ESA', che sfruttano quelli che, come Joey, sono in grado di 'camminare' tra i mondi per ottenerne energia. I 'Camminatori' sono però organizzati e... beh, ripeto ancora, odio gli spoiler. Perciò mi vieto tassativamente di dire altro sulla trama.
Ovviamente, è scritto bene. Non in modo eccelso, ma bene. L'impressione complessiva è che la storia sia stata un po' tirata via e che sarebbe stato molto meglio se Gaiman vi avesse lavorato di più. D'altronde, si tratta di una storia che aveva concluso a fine anni '90, quindi non posso certo pretendere che dopo tutto questo tempo abbia ancora voglia di metterci mano. D'altro canto, ho notato tante piccole cose che avrebbero potuto migliorare il romanzo se fosse stato dato loro un po' di spazio, personaggi da ampliare, situazioni da spiegare meglio, ambientazioni da riempire di sprizzi di Gaimanite... sinceramente, se guardo ai mondi che ha saputo costruire con Nessun Dove o con Coraline e poi a questo nuovo libro, viene da domandarsi se siano stati creati dallo stesso autore... d'altronde, si tratta di una collaborazione. Ma è anche vero che la collaborazione di Gaiman con Terry Pratchett in 'Buona Apocalisse a tutti' – che a tanti non è piaciuto, ma che io ho adorato – è riuscitissima e ben equilibrata ed entrambi gli autori hanno saputo dare del loro al romanzo. Inoltre, un paio di strappi rovinano quasi impercettibilmente la storia. Anzi, più che strappi veri e propri si tratta di piccoli interrogativi che restano fastidiosamente aperti, che potrei accettare e sopportare molto meglio se comparissero in opere di scrittori con meno esperienza. Perciò, ribadisco, delusione.
Tuttavia, resta un libro carino, che probabilmente avrei apprezzato di più se non fosse stato per le mie altissime aspettative, senza contare il fatto che la fantascienza è un genere che proprio non mi appassiona. Tutto sommato la storia è carina e funziona, nonostante resti un po' l'amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere e che purtroppo non è stato. Sarebbe bastato poco per migliorare il tutto, per dargli quel tipico tocco Gaiman... e invece niente. O quasi. Peccato.
Aggiungo velocemente che la copertina mi piace molto, specie il font usato, molto particolare. Tuttavia, avrei preferito se fosse stato dato più spazio all'illustrazione e meno al testo, come è stato fatto per 'Il Figlio del Cimitero'. A giudicare dalla copertina, può sembrare un romanzo su un ragazzo che inciampa e cade all'indietro.

venerdì 23 settembre 2011

Splatter, vampiri e tanta piacevole acidità

Sono stata molto assente, in questi ultimi giorni. Sono stata assente sia dallo studio che dal computer – non solo dal blog, facebook e posta li ho appena controllati – che dagli amici che da... beh, un po' da tutto. Se avessi molti e più intensi 'follower' probabilmente chiederei perdono, ma secondo me al momento basta un semplice 'Ehi, ho di nuovo una tastiera sotto mano :)'
Comincerò subito a sottolineare l'ovvio, come al solito. In questo caso vorrei parlare un po' di una serie notissima, famosissima, osannata, odiata, disprezzata e da molti prima adorata e poi detestata. Io non so bene come pormi. Ho amato questa serie – soprattutto la protagonista – con tutte le mie forze di lettrice esasperante per molto tempo, prima di accettare, alla fine, che l'autrice non riesce più a darmi nulla.
Si tratta della serie di Anita Blake, la Sterminatrice, creata da Laurell K. Hamilton, edita da Nord, cominciata con 'Nodo di sangue', seguita da 'Resti mortali', quindi da 'Il circo dei Dannati', e da... beh, da molti altri volumi. Innanzitutto, che c'è da dire? I volumi sono autoconclusivi, le trame molto semplici e schematiche, i personaggi discretamente delineati – alcuni molto bene, certi appena abbozzati – e la serie in sé è molto ripetitiva: Anita si trova ad affrontare un caso, rischia di farsi ammazzare, litiga con amici e nemici e poi uccide il mostro/vampiro/demone/licantropo/banda criminale di turno con piacevoli spargimenti di sangue. Fine. Almeno, vorrei poter dire così. Perché, siamo sinceri, l'uomo non può vivere di solo Eco. Ci vuole, magari nei momenti di stress o di stanchezza, qualcosa di molto leggero, poco impegnativo e coinvolgente. E la serie di Anita Blake risponde a tutti i requisiti, pur essendo scritto decentemente – niente di aulico né di poetico, ma grammatica e coerenza logica ci sono e, in certi casi, tanto mi basta. L'ambientazione è molto semplice: St. Louis, Missouri, così come lo conosciamo. Unica differenza, benché molto significativa, è stata accertata e accettata l'esistenza di creature precedentemente credute di fantasia. Vampiri, mannari, fate, streghe, naga... devo dire che la Hamilton si è ben documentata e che il sorgere di gruppi simil-KuKluxKlan che mirano ad eliminare tutto ciò che non è umano e ad annientarne i diritti politici è sociologicamente molto realistico. Anita stessa, la cinica protagonista, all'inizio è molto più vicina alle idee di questi gruppi piuttosto che al tipico sdilinquimento di molte eroine di questo genere di saghe.
La Hamilton ha, inoltre, un altro merito – o demerito, dipende da come si guarda alla cosa. Direi che è forse tra le autrici che vantano il maggior numero di imitazioni. Al momento, schematizzando molto, direi che ci sono tre filoni principali nella letteratura 'vampiresca': il filone Twilight, il filone gotico e il filone Blake. Nel primo mettiamo storie d'amore adolescenziali, figaccioni tenebrosi che sputano miele ad ogni frase e... beh, tante altre cose di cui ammetto di non essere fan. Questo particolare sottogenere ha avuto il via con Twilight ed è proseguito con diverse altre serie che non posso non definire scadenti. Prevedo che presto farò un post unicamente dedicato a questi tre filoni, ma prima è meglio se mi documento un po' meglio. E dolorosamente. Il secondo filone, quello gotico, comprende Anne Rice, i Diari della famiglia Dracula della Kalogridis e tante altre meraviglie. Ovviamente ci sono anche libri che trattano di vampiri ma che non rientrano in nessuno di questi filoni che ho appena inventato, come Le notti di Salem di Stephen King o Lasciami entrare di Lindqvist, ma tanti altri hanno in comune caratteristiche peculiari che permettono di metterli nello stesso insieme.
Infine, il terzo filone è quello Blake, originatosi dalla saga della Hamilton. Certo, l'idea di una cacciatrice di creature fantastiche non è certo nuova e originale – non siamo forse cresciuti con Buffy? - ma in libreria non si era ancora trovato niente di così forte e di successo. E quando un'opera ha successo, in un certo senso 'legittima' le sue simili, che cominceranno a godere di un successo quasi riflesso. Credo che i romanzi della Hamilton abbiano funzionato in questo modo, così come hanno fatto Twilight e seguiti.
Ad ogni modo. Sfortunatamente, i volumi della Hamilton non sono fatti solo di risposte argute, sangue e violenza gratuita. Anita uccide i vampiri cattivi, 'anima' i morti e collabora con la polizia nelle indagini. E questo è bene. Purtroppo, entrano in scena un vampiro bello e tenebroso e un licantropo... beh, anche lui bello e tenebroso. E questo è male. Molto, molto male. Perché essenzialmente sappiamo bene come andrà a finire. Anzi, no. Non lo sappiamo. La scelta tra i due diventerà ad un certo punto il fulcro della trama. E questo non è solo 'male', è qualcosa di peggio. È il male supremo.
Ora, a me non interessa chi va con chi. Sono lieta che Anita abbia una vita sessuale attiva e che si diverta nel suo tempo libero. Ma quando la trama diventa una breve parentesi tra un atto sessuale e un altro, allora no, per me si è andati troppo oltre. O si è tornati troppo indietro, non saprei dire. Perchè questo è il punto cui arriva Narcissus, l'ultimo libro della Hamilton che ho preso tra le mani e di cui non sono arrivata neanche a metà. Quello che lo precedeva, Butterfly, è stato il mio preferito in assoluto. Fantastico. Ne ho adorato la storia, i personaggi, il modo in cui erano raccontati e il modo in cui interagivano tra loro. Perchè è riuscito così bene? Perchè Belloccio1 e Belloccio2 non c'erano, visto che Butterfly è ambientato lontano da St. Louis.
Ovviamente, consiglio la serie a tutti coloro che hanno voglia di letture leggere e disimpegnate e violente. Soprattutto, a coloro che apprezzerebbero una protagonista femminile forte e indipendente e non la solita sciacquetta che se non la sorreggono in venti non riesce a fare un passo. Fino a Blue Moon (volume prima di Butterfly), l'interferenza della sfera sessuale di Anita è stata, con alti e bassi, abbastanza sopportabile. I primi volumi sono godibilissimi e si leggono d'un fiato. Solo due non mi sono piaciuti molto, mi pare siano 'Dono di cenere' e 'Blue Moon'. Per il resto li ho letteralmente adorati.
Uno scorcio di analisi più seria: commercialmente, possiamo tutti renderci conto di quanto abbia funzionato e di come continui a funzionare. È arrivato nel posto giusto al momento giusto, è una lettura abbordabile e il suo proseguimento – salvo l'iper-sessualità della protagonista e dei comprimari – non disturba né annoia. L'insieme vampiri-splatter-detective rende la storia aperta a più target. Copertine azzeccatissime, titoli perfetti.
Prese singolarmente, le trame di ogni libro funzionano molto bene. Gli scopi dei 'cattivi' sono ben spiegati e tutto sommato tutti i personaggi si comportano bene. Certo, non ci si aspetti estrema precisione o puntigliosità nella psicologia, ma la caratterizzazione funziona. Forse la trama conta un po' più dei personaggi, ma non ci sono squarci nella storia, al massimo qualche pezza ben rattoppata.
Lo stile è molto semplice, è Anita a raccontare in prima persona al passato. Abbiamo accesso a tutti i suoi dubbi, alle sue paure, alle sue isterie e alle sue spacconate. Io adoro le sue spacconate.
Ribadisco: se è il vostro genere, ve lo consiglio. Altrimenti non fareste che odiare Anita, l'autrice e me che ve l'ho consigliata.

lunedì 12 settembre 2011

Ciò che non dovrebbe mai mancare dalla libreria di una bambina - La figlia della Luna

Un paio di ore fa ho scoperto di non aver passato l'esame per cui tanto avevo studiato, separandomi dolorosamente dal computer e da questo neonato blog. Dopo aver passeggiato per casa ingiuriando a caso mobilia e oggetti vari, dopo aver chiamato mia sorella per insultare il professore alias Voldemort, dopo aver mandato centinaia di sms per lamentarmi per il fato beffardo e dopo aver spaventato l'inquilino del secondo piano col mio sguardo pieno d'odio, sono pronta per un nuovo post.
Un po' per consolarmi e un po' perché ultimamente non ho potuto leggere granché, ho deciso di approfittarne per mettere in atto un'idea che mi frullava in testa già da qualche tempo, una 'più o meno' rubrica chiamata 'Ciò che non dovrebbe mai mancare dalla libreria di una bambina', in cui elencherò con estremo affetto quei libri che hanno segnato la mia infanzia e quelli che vorrei tanto l'avessero segnata, in quanto, ahimè, li ho scoperti troppo tardi. Quelli che quando hai dei problemi ti chiedi come li risolverebbero i protagonisti, quelli che anche dopo che hai finito di leggerli rimani immersa nella loro atmosfera, come se stessi fluttuando tra le pagine, cullata dalle parole. Libri che ti restano accanto, ti guidano, ti cantano canzoni di frusciare di pagine e ti si tatuano nel cuore. Non ce ne sono tanti di libri così, ma li ricordo tutti con un affetto che è difficile esprimere a parole. Ci proverò ugualmente.
Uno dei libri che ho più amato in assoluto in tutta la mia vita è stato 'La figlia della Luna', di Margareth Mahy. Avevo circa undici anni quando l'ho letto, era una domenica mattina e avevo da poco smesso di andare in chiesa coi nonni. Tuttavia mi ero alzata presto, intorno alle sei e mi ero ritrovata ad essere l'unica sveglia in tutta la casa, perciò sono andata a curiosare nella libreria di mia sorella, ho preso con me il libro che mi sembrava più congeniale, sono andata ad accoccolarmi sul divano e ho cominciato a leggere. Senza mai, mai, mai fermarmi. Una lettura serratissima, familiari che si svegliavano, nonni che arrivavano per il pranzo domenicale, io che mi staccavo solo per il tempo necessario per mangiare e poi correvo via, col libro sottobraccio. Prima del dolce finsi di dover andare in bagno, mi chiusi nella stanza dei miei genitori e lì finii di leggerlo. Quel libro si è infilato prepotentemente nel mio cuore, si è appiccicato alle mie ossa e alla mia pelle e non se ne va. Non se ne andrà mai. Ogni tanto sento il bisogno di rileggerlo e, visto che da casa è scomparso – prestato o perduto? - lo prendo in prestito in biblioteca, anche se sono passati quasi dodici anni. Non posso dire che ogni volta che lo leggo sia come la prima, un po' perché so già come andrà a finire e un po' perché sono io quella che cresce e cambia. Ma non sto dicendo niente del libro in sé...
Allora, tanto per cominciare, la protagonista è Laura Chant, una ragazza normalissima di quattordici anni, che vive col fratellino Jacko e una madre lavoratrice stra-impegnata ma piena d'affetto. Laura è una ragazza con cui si lega subito: è proprio lì, sulla soglia dell'adolescenza, piena d'inquietudine, domande, aspettative. È un punto interrogativo, è già in preda alla grande metamorfosi ma ancora aggrappata all'infanzia. È un periodo strano, per ogni ragazza. È per questo che chiamo quest'angolo 'Ciò che non dovrebbe mai mancare dalla libreria di una bambina'. 'Bambina' e non 'bambino'. Non credo ci siano differenze biologiche tra maschi e femmine, ma è innegabile che il modo in cui veniamo cresciuti è diverso. A prescindere da quello che vogliono i nostri genitori, veniamo lanciati in una società che ci differenzia per 'maschietti' e 'femminucce' e questo, volenti o nolenti, influisce pesantemente su di noi, su ciò che ci piacerà, su come ci vedranno gli altri e via così. Chiudo questa piccola parentesi sociologica, torniamo al libro :)
Laura è stata in tutte noi, in quel momento in cui stavamo cambiando. È incerta, insicura, ma è anche forte e determinata. Dubbi e paure e tanta, tanta forza. Voglio bene a Laura e alla sua normalità, al suo essere una vera ragazzina di quattordici anni, non una specie di geniale eroina, di mitizzata creatura spacciata per adolescente e schiaffata in un libro. Lei è davvero una ragazzina. Ha una piccola particolarità, però: le premonizioni. Quando sta per succedere qualcosa di veramente brutto, lei lo sente. Non sa che cosa sarà, né come evitarlo, ne quando o a chi capiterà. Sa solo che sta arrivando. E il libro comincia così, con la premonizione di Laura nel bagno di casa. Lei prova ad avvertire la madre, che ovviamente non le crede. Quella sera stessa suo fratello verrà colpito da una sorta di maleficio: uno spirito maligno incarnato in un untuoso antiquario dai modi affettati imporrà sulla manina di Jacko il suo marchio e da lì gli succhierà via la vita. Laura sa che è stato lui e sa che il fratellino morirà se non riesce a togliergli di dosso quel maleficio, ma non sa come agire. E allora decide di chiedere aiuto a Sorensen Carlisle, un ragazzo della sua scuola che è certa di aver riconosciuto come strega. Anche Sorensen è un personaggio che rimane ben impiantato nel cuore del lettore. Non riesco a non pensare a lui quando sento un balbuziente. È un personaggio strano, un po' storto eppure dolorosamente tenero, a modo suo.
Ovviamente, non posso certo dire come si evolvono le cose, come ho già detto odio gli spoiler ed è davvero difficile evitare di farne. Voglio dire, fare 'spoiler' non è solo rivelare il finale, è anche rivelare mezza trama. E io queste cose non le faccio. Posso solo dire che la trama è strutturata in modo perfetto, che i personaggi sono realistici e credibili, che l'atmosfera di cui è pervaso il romanzo è magica e avvolgente come una nebbia luminescente e che... beh, che dovrebbe essere letto. Assolutamente.
Questo è il primo libro che mi viene in mente quando penso a quelli che mi hanno guidata amorevolmente finora. Ce ne sono altri, ma questo è quello piantato più a fondo.

A presto :)

martedì 6 settembre 2011

Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco - dicesi anche 'Giammai si vide un autore più sadico nei confronti dei suoi stessi personaggi'


Sarò sincera, non ero del tutto sicura di voler affrontare questo argomento finché non mi sono seduta davanti al monitor e mi sono detta 'Massì, male non può fare'. La mia esitazione non dipende dal poco amore, anzi, amo questa serie con tutta la mia ossessiva forza, al punto che quest'anno, al Lucca Comics, mi travestirò come uno dei suoi personaggi – il mio preferito, Tyrion. Il fatto è che ultimamente vedo fioccare da ogni parte recensioni che ne parlano in toni entusiastici e nell'ultimo mese una percentuale sempre più alta di amici e conoscenti sta cominciando a leggerla e a tesserne le lodi, un po' per passaparola e un po' per la serie televisiva appena uscita in America. Perciò, forse come argomento è un po' 'ruffiano', è un po' parlare di quello che tutti amano. Un po' come recensire Harry Potter. Ecco, il fatto è che non vorrei semplicemente dire 'questa saga è una figata', vorrei puntare il dito su quello che questa serie – questa ECCELSA saga – ha in comune con altre serie, in particolare con Harry Potter. E con Lost. E, checché se ne dica, in una certa misura anche con Twilight.
Vorrei parlare di A Song of Ice and Fire, in Italia 'Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco', il capolavoro di George R. R. Martin, edito da Mondadori
Uno degli aspetti più emblematici di questo prodotto e degli altri che ho elencato sopra non sta solamente nella loro lunghezza, nella loro continuità, nei loro colpi di scena o nella volontà degli autori di stupire il consumatore culturale (anche perché, se così fosse, decisamente Twilight non sarebbe nella lista). Il fatto è che tutti questi titoli non sono 'solo' prodotti culturali e mediatici ben riusciti, un miscuglio piacevole di trama e personaggi, non sono soltanto una bella storia in mezzo alle belle storie. Tutti questi titoli sono anche delle 'esperienze' abbastanza intense da essere in grado di formare delle vere e proprie comunità, virtuali e non. Forum tematici, discussioni infinite su una miriade di siti, merchandising di ogni genere, gruppi di amici e conoscenti che ne parlano approfonditamente, che si chiedono cosa intenderà fare questo o quell'altro personaggio, che si domandano incessantemente di chi sia figlio Jon e cosa ci sia davvero dietro l'affermazione 'Il drago ha tre teste'.
Ultimamente sono rimasta sconcertata vedendo quanti tra i miei amici e conoscenti avessero cominciato a leggere A Song of Ice and Fire. Davvero, quasi tutti. E non lo dico tanto per dire, sono dannatamente seria. Quasi tutti. Tolta mia sorella a cui non piace il fantasy, tolta un'altra amica che lavora – sfruttata – tutti i giorni e per il tempo rimanente disegna fanzine, tolta un'altra che non riesce ad iniziarla perché le stiamo tutti addosso e le passa la voglia, direi tutti. La mia compagna di stanza, il suo ragazzo, i miei amici dell'università, diversi altri amici che vanno da gente conosciuta su internet a conoscenze di vecchissima data. Addirittura, uno di loro l'ho conosciuto proprio grazie a questa serie, perché su Anobii, un bel giorno, mi sono ritrovata con un messaggio di uno sconosciuto che aveva voglia di discutere di A Song of Ice and Fire. È praticamente virale.
Sicuramente, il merito di tutto questo successo va alla qualità indiscussa della storia. Può non piacere lo stile, si può storcere il naso al genere, ma questa saga io la trovo, personalmente, perfetta. È difficile da attaccare e da schernire, non ci sono molti appigli per dare addosso a Martin e pretendere che il suo sia un successo immeritato, cosa che accade puntualmente quando uno scrittore raggiunge la vetta delle vendite. La cosa che più mi ha colpito della serie è l'assoluta libertà che l'autore reclama sulla trama e sui personaggi. Non ha importanza quanto un certo personaggio sia gradito ai lettori né quale scelta li farebbe più contenti. No, Martin ha davvero a cuore la sua storia e vuole che riesca bene, che tutto vada così come deve andare. Non ha pietà per i personaggi che crea, se viene il momento di farne fuori uno, fa della sua penna una spada e lo elimina senza pietà e senza infiocchettamenti. È questo che amo e che ammiro di Martin, ci vuole coraggio a rinunciare a delle creature così perfette come i personaggi che crea, così credibili, umani e per questo deboli e colpevoli. È sconcertante quanto non si possa fare a meno di capirli. Ad un certo punto, prima o poi, si arriva a comprenderli tutti e, talvolta, a voler bene a dei personaggi che all'inizio si odiavano. Non dirò quali, lo considererei uno spoiler e io odio gli spoiler. Ma sono veramente pochi quelli che rimangono detestabili e disprezzati fino alla fine e non perché Martin non ci fa vedere come sono dentro, ma perché dentro sono persone vuote, verso le quali è impossibile provare buoni sentimenti e noi possiamo riconoscerle in tutto il loro squallore.
Bene, spenderò due parole sulla trama, giusto perché altrimenti non avrebbe senso chiamarla 'recensione'. Essenzialmente, A Song of Ice and Fire è un fitto intrigo che narra le vicende di chi 'gioca' al gioco del potere, delle vittime che inevitabilmente produce e della loro vendetta, in un circolo vizioso di ferite subite e inferte. Ci sono villaggi bruciati, innocenti massacrati, sesso e battaglie, riflessioni, sensi di colpa, istinti e chi più ne ha, più ne metta. Ah, e creature fantastiche. Devo dire però che la loro presenza quasi non si nota, fino ad un certo punto abbastanza avanti nella storia. Più che un fantasy, sembra più un romanzo storico incentrato sugli intrighi di corte. L'inizio è abbastanza semplice: Re Robert Baratheon che si reca da Eddard Stark, un vecchio amico e compagno d'armi, per chiedergli di diventare la nuova 'Mano del Re', una specie di reggente e consigliere cui è delegato il potere del sovrano. È difficile andare avanti nella spiegazione senza anticipare troppo, perciò mi limiterò a consigliare a chiunque di leggerlo. Se non vi fidate e non volete spendere soldi, in biblioteca si trova e sicuramente qualche amico potrà prestarvelo. Non fatevi ingannare dal genere o dalla portata del suo successo: non è una saga di ruffianerie e dai tratti Harmony. È un vero capolavoro. Mi spiace solo di non potergli rendere giustizia adeguatamente.

lunedì 5 settembre 2011

Dio odia questo autore

Ho da poco finito di leggere 'Il lamento del prepuzio', il libro che ho comprato giusto l'altro giorno un po' a scatola chiusa e che tanto mi aveva affascinato con la sua prima pagina. Forse non l'ho ancora digerito del tutto, forse dovrei aspettare ancora un po' prima di scriverci sopra due righe. Però non ne ho voglia.
Edito da Guanda, pubblicato in America nel 2007 e arrivato da noi nel 2009.
Il protagonista è l'autore stesso, Shalom Auslander, che racconta in prima persona di sé stesso, delle sue ossessioni, della maledizione di una religione che è penetrata dentro di lui suo malgrado e lo condanna a chiedersi costantemente quando e come verrà punito per aver infranto lo Shabbot e dei continui sensi di colpa perché continua ad infrangerlo. È uno stile molto schietto, senza troppi fronzoli, descrittivo fino ad un certo punto, ma non crudo e brutale come ci si potrebbe aspettare. Considerando la portata dello squallore di cui ci rende partecipi, tutto sommato poteva essere molto più rozzo. Non che infiocchetti il tutto o che lo spruzzi di Chanel prima di farcene dono, ma neanche fa grondare le pagine di scorie e liquame in stile Bukowski. Il fulcro del romanzo è sostanzialmente il suo non troppo cordiale e personalissimo rapporto con Dio, che lo accompagna, volente o nolente, per tutta la vita, puntando una pistola alla testa dei suoi cari e, più raramente, fornendogli un breve momento di sollievo.
Mi sono spesso chiesta come dev'essere nascere in un contesto così fortemente religioso, in cui i precetti regolano la giornata in modo così ferreo e preciso. I miei genitori sono atei, mia sorella è atea, mia zia è atea, i nonni da parte di madre sono atei. Tra i vari parenti che frequento, solo mio nonno paterno è cristiano e credo di poter affermare senza fargli torto che lui stesso è una delle ragioni per cui il cattolicesimo ha smesso di convincermi molto presto. Un enorme crocefisso che incombe sul letto, un gigantesco rosario appeso alla parete, una Bibbia sul comodino, un pacchianissimo quadro 3D della Madonna contornata da fiorellini rosa. Sì, giuro. C'è anche quello. Uno di quei dipinti che quando ti sposti la figura si muove, mio nonno ne ha uno con la Madonna col bambino. Ne convengo, agghiacciante. Eppure, ogni volta che qualcosa non andava bene, mio nonno tirava certe bestemmie da far tremare le mura del Paradiso. Madonne, angeli, Padre, Spirito Santo, bambinello Gesù, asini e buoi nella stalla, tutti a tapparsi le orecchie, che quel vecchio con la Bibbia in bella mostra aveva sbattuto un mignolo o si era martellato un pollice o si era fatto male a un piede o chissà che altro. In soldoni, direi che non mi sono mai sentita addosso la pressione della religione cattolica. Spesso mi sono chiesta che cosa si possa provare nel sentirsi costantemente giudicati dall'alto, nella consapevolezza di occhi divini che non si chiudono mai e che scrutano ogni tuo movimento, in attesa del momento in cui fallirai nella prova e dovrai fare penitenza. Shalom è riuscito a darmi una spiegazione chiara ed esaustiva di che cosa si prova a vivere immersi in questo tipo di contesto religioso, nella fattispecie una famiglia ebrea ortodossa. Conversazioni brevi, immaginare e piuttosto volgari con Dio, un rapporto coi genitori tagliente, distruttivo, disastrato, un'oasi di ortodossia in una comunità ebraica di Monsey, New York. Le mille tentazioni, le mille colpe, i mille peccati, i mille pentimenti. Shalom, nonostante tutto, non riesce a smettere di credere nell'esistenza del suo Dio personale, causa di tutte le sue sciagure. Quando qualcosa va male, è Dio che vuole prendersi gioco di lui, così come quando qualcosa va bene, è Dio che vuole illuderlo, dargli un contentino per poi sparargli nella schiena.
Per quanto mi sia piaciuto, non mi sento di definirlo un vero e proprio capolavoro. Non è uno di quei libri che ti prendono e ti trascinano via, che quando li finisci rimani in trance per ore, ma sicuramente è un libro che piace, che prende, diverte, fa riflettere e fornisce inoltre un bel po' d'interessanti informazioni sull'Ebraismo – tema che ha cominciato ad appassionarmi dopo aver letto Chaim Potok. È difficile dare un giudizio oggettivo su un libro del genere: è un racconto autobiografico, cosa si può dire sulla caratterizzazione di personaggi che sono anche persone in carne e ossa? O su una trama che dopotutto consiste nella vita reale dello scrittore? Come posso chiedermi se la caratterizzazione e il comportamento dei personaggi sia stato o meno subordinato alla trama o viceversa? Non posso. Posso dire, però, che è stato un ottimo acquisto e che ho molto apprezzato la totale mancanza di ruffianerie e sdolcinatezze, di occhiolini compiacenti al lettore. Qui non c'è uno scrittore che scrive perché vuole piacere, ma uno scrittore che vuole scrivere e che lo fa bene. C'è anche un uomo traumatizzato dalla religione, dalla fantasia malata e un Dio immaginario che lo deride costantemente. Perciò, sì, lo consiglio con estrema convinzione.  

sabato 3 settembre 2011

Epica cronaca dell'ultimo acquisto


Quest'oggi non ho molto da dire, fatta eccezione per una sgridata a me stessa per la mancanza di forza di volontà di cui faccio mostra quando si tratta di libri. Un paio di ore fa veleggiavo per blog e incontro una recensione assai interessante su un libro che pareva essere ancora più interessante. Con un titolo che mi avrebbe lasciata indifferente e una copertina che mi avrebbe fatto storcere il naso e una trama non originalissima, ma con alcuni elementi – a quanto diceva la recensione – che avrebbero sicuramente fatto di me una lettrice felice e divertita. Ambientazione post-apocalittica, violenza e humor, spacciato per porno-vampirico per accalappiare cultori e cultrici. Ora, non vorrei apparire pignola, ma i lettori che guadagni con questo trucchetto superano quelli che perdi? Perché la trama di per sé mi avrebbe fatto arraffare il volume immediatamente, copertina e titolo mi avrebbero fatta fuggire. Non che io abbia nulla contro i libri sui vampiri, anzi, sono una fedele appassionata. O almeno, lo sono stata. Lo sono ancora, in parte, ma bisogna tristemente prendere atto del fatto che, sfruttando la moda del momento e cercando di fare più soldi possibile prima che la bolla Twilight scoppi – termine che ho coniato in questo momento e di cui sono abbastanza soddisfatta – gli editori tendono a tradurre e pubblicare qualsiasi schifezza che contenga vampiri, non morti, licantropi ed errori di battitura. Ultimamente quando mi avvicino alla sezione urban-fantasy/horror mi sento imbarazzata come se stessi sbirciando la sezione porno di una videoteca. Credo che un giorno di questi farò un post per lamentarmene, ma tant'è, per stasera niente.
Comunque, il libro che intendevo comprare costava, secondo il recensore, poco più di sei euro: occasione ghiotta e, nonostante la pioggia torrenziale, avevo voglia di fare una passeggiata. Inzuppandomi fino alle ossa, arrivo alla Feltrinelli e cerco il decantato volume. Sfortunatamente, la pioggia pare avermi sciacquato via tutto ciò che del libro ricordo, titolo, casa editrice, autore etc. ovviamente, non mi sono portata dietro neanche un foglietto per ricordarmene qualcosa. Adorando la Feltrinelli che mette sempre in filodiffusione musiche fantastiche, girello alla ricerca di qualcosa d'interessante. Dannazione a me, lo trovo.
Come ho già detto nel primo post, sono ligure. Ogni euro è per me prezioso quanto un raggio di sole intrappolato in un'anfora di cristallo fatato lavorato da un cervo magico dalle corna d'oro e il naso di parmigiano. Oltretutto, sono una studentessa disoccupata, povera di default e se voglio andare a studiare per un mese in Giappone l'anno prossimo so che dovrò mettere via tutti i centesimi che posso.
Ma come si fa a resistere ad un libro che alla prima pagina recita:

  1. E Dio disse a Mosè: ''Ecco il paese che ti ho promesso,
    ma tu non vi entrerai. Tiè.''
  2. E Mosè morì.'

Cioè, non si può resistere. Ho dato un'occhiata alla pagina seguente e alla fine mi sono decisa. Ho comprato, per la bellezza di – il mio cuore trema nel pensare ad una simile cifra spropositata – 11.50 euro 'Il lamento del prepuzio' di Shalom Auslander, edito da Guanda. Dopotutto, era un po' che non compravo un libro così, senza conoscere l'autore, senza essermelo fatto consigliare, senza mille ricerche su Anobii. Mi era capitato di sentirlo nominare, ma non mi era ancora venuto in mente di leggerlo, né di comprarlo. Mi ha letteralmente chiamata, dovevo pur rispondere.
Tornando a casa, gioiosa per l'acquisto e con l'acquolina in bocca per la lettura, ho pestato una cacca di cane enorme – non il cane, la cacca, ma considerando le dimensioni dell'organico rifiuto anche il cane non doveva essere mignon – e infilato bellamente il piede in una pozzanghera con l'altro piede. Spero vivamente che 'Il lamento del prepuzio' valga tali peripezie. Ad ogni modo, vi farò sapere :)

venerdì 2 settembre 2011

L'America contro Winkie

Beh, con la prima recensione si è scherzato. Più o meno. Adesso, con la maledizione di una coinquilina urlante a pochi metri di distanza e la consapevolezza dello studio che sto evitando – e a cui mi darò dolorosamente appena scritta questa umile recensione – mi accingo a parlare di cose più serie.
La domanda che mi ha perseguitato per ore è: di che libro parlo adesso? Perché dopo 3msc, deve proprio essere qualcosa che merita e allo stesso tempo deve essere qualcosa di non molto famoso, così posso fingere di essere una che ne sa a pacchi. Qualcosa di originale, non inflazionato, bizzarro.
La scelta è alla fine ricaduta su Winkie, opera d'esordio di Clifford Chase, edito da Einaudi.
Ho deciso che d'ora in poi ad ogni recensione cercherò di rispondere ad alcune domande, per poterlo analizzare in modo più preciso, sotto i vari aspetti che giudico più importanti.
Com'è la trama? Ha una sua logica che funziona? Come sono i personaggi? Agiscono in modo coerente rispetto alla loro caratterizzazione o solo in modo funzionale alla trama, perché venga portata avanti come vuole l'autore?
Iniziamo dalla trama.
Il libro inizia con il protagonista, Winkie, un orsetto di pelouche dall'identità sessuale ambigua (essendo un orsetto di pelouche, è assai difficile distinguere) che viene arrestato. Al momento dell'arresto si trovava nel capannone sperduto in un bosco di un criminale, un bombarolo psicopatico. Trovandosi in un luogo del genere, viene accusato di essere lui stesso il delinquente. C'è un punto molto importante, in queste prime pagine, in cui un poliziotto esita, si chiede come sia il caso comportarsi con un orsetto di pelouche che si muove e parla e dopo attimi di smarrimento e mille indugi, decide che è un sospettato come tutti gli altri e così deve essere trattato. Essendo stato colpito da un proiettile, Winkie viene poi sottoposto ad una serie di esami assurdi dagli esiti sconcertante ai quali si deciderà di comune accordo di non dare peso (battito cardiaco inesistente, pressione sanguigna nulla) e portato in ospedale, dove incontrerà un'infermiera che diventerà anche sua amica, Françoise. In seguito vengono alternati i ricordi di Winkie – quando il suo nome era ancora Marie e non poteva muoversi né parlare – e dello stato di impotente contemplazione in cui è rimasto per decenni - con il processo che segue al suo arresto e all'incubo della sua vita in carcere. Winkie è un orso di pezza vivo, per questo un mostro, per questo un aborto inspiegabile della natura e per questo verrà caricato di centinaia di reati improbabili (stregoneria, atti osceni, terrorismo...) che risalgono anche a secoli prima.
Per me, la trama è assolutamente originale, bizzarra, assurda e incredibilmente ben supportata. Il mondo continua a muoversi per una sua strana logica che porta al paradosso, ma è a suo modo del tutto credibile. Non è un caso che lo scrittore viva in America, né che questo libro sia stato scritto dopo l'11 settembre, durante il governo di Bush, una breve epoca di psicopatia sociale in cui tutti erano sospettabili e i siti di protesta venivano oscurati con messaggi cupi e minacciosi da parte di chissà quale organo del governo stesso. Credo che sia proprio questo contesto sociale ad aver non solo ispirato Chase, ma anche ad aver decretato il suo successo. La protesta implicita alla follia americana è stata sicuramente un'ottima spinta promozionale.
I personaggi. Io credo che funzionino. Quelli importanti sono pochi e ottimamente delineati, sempre fedeli a loro stessi nelle loro reazioni e nelle loro riflessioni, dall'impacciato avvocato Disfavittorie, alla coraggiosa infermiera Françoise. Da questo punto di vista è un libro privo di forzature, i personaggi si comportano in modo coerente rispetto al loro carattere e alla loro storia e la trama va avanti fluidamente senza che il comportamento di qualcuno debba venire costretto ai fini della storia. Il che, per me, è il punto più importante. Sono molto credibili e ben strutturati anche i personaggi di sfondo, come i testimoni e gli accusatori di Winkie, che compaiono unicamente per incriminarlo per un qualche assurdo resto, per poi scomparire. Apprezzo molto la cura con cui sono stati disegnati, nonostante non fossero singolarmente importanti.
Lo stile. L'ho trovato scritto molto bene, lo stile giusto per la storia che va a raccontare. Sferzante in alcuni punti, asciutto in altri, a volte poetico. In sintesi, mi è piaciuto molto.
In definitiva, un libro che merita. Non rivelo la fine, né spiegherò che cosa ci faceva Winkie nel capanno del bombarolo. Dico solo che Chase ha una fantasia fervida e un po' malata. E aggiungo che Winkie è proprio il suo orsacchiotto. L'autore stesso compare come testimone al processo. Ma non rivelerò altro.
Buona lettura :)

giovedì 1 settembre 2011

Dieci cose (che mi sono state realmente dette) da non dire ad un lettore accanito

  1. Ancora libri? Ma ne hai già tanti! (un classico intramontabile)
  2. Non mi piace leggere. (Dopo questa frase, il lettore ossessivo cercherà con disperazione un libro che possa piacervi, scandagliando i vostri gusti e interessi con tremebonda abilità investigativa.)
  3. Ah, lo conosco questo libro! È quello che alla fine lei muore? (incommentabile.)
  4. Non leggo perché non ho tempo. (detto ad una che non esce di casa se non ha finito un libro che la prende davvero...)
  5. Secondo me leggi così tanto perché hai pochi amici. (incommentabile2)
  6. Secondo me non leggi così tanto, fai solo finta. (questa è vecchiotta, mi è stata detta alle elementari, però non me la sono mai dimenticata. Più che altro sono ancora qua a chiedermi 'A che scopo?')
  7. Non ho mai letto un libro in vita mia, ma mi piacerebbe fare lo scrittore. (incommentabile suprema)
  8. 'Nome del libro che state leggendo con estremo interesse ed entusiasmo' fa schifo. (e tutte le sue varie declinazioni)
  9. Hai così tanti libri, perché non ne vendi un po'? (l'eresia)
  10. Ah, questi libri? No, non li leggo, ma mi piace avere una libreria piena. (la cascata delle palle)

mercoledì 31 agosto 2011

Ovvietà estese su come Moccia sia diventato Satana.


Questo è il mio primo post. Il mio primo post nel mio primo blog. Cercherò di metterci cura, di evitare errori grossolani ed incoerenze e, magari, eviterò anche di dilungarmi ulteriormente in questa pseudo-introduzione.
Oggi mi sono trovata in biblioteca a studiare con delle amiche. Una biblioteca grande e fornita come se ne vedono poche – dalle mie parti, tristemente nessuna – e con numerosi tavoli dove potersi accomodare per dannarsi l'anima nel feroce studio degli ideogrammi. Tralascerò anche questa parte, immagino che la mia disperazione nel memorizzare i kanji non sia di particolare interesse. Ad ogni modo, poco dopo abbiamo cominciato a chiacchierare (eravamo in una sala studio in cui è permesso parlare, giammai ci saremmo permesse altrimenti) e non si sa come, probabilmente con un ampio volo pindarico partito dalle ultime letture, siamo arrivati a Moccia.
Moccia è il male. Moccia è il non-scrittore che prende a calci tra le gambe la professione degli scrittori veri. Moccia è sporco, puzza, non si lava e riga le macchine apposta. Moccia è il fratello cattivo di Pisapia.
No, non è vero. E lo dico perché non vorrei essere denunciata per essermi beata di stupide metafore. Tutti sappiamo che Moccia è quanto di più sbagliato si possa trovare in una biblioteca, si dice che abbia rovinato una generazione (e diversi ponti), che non sappia scrivere, che sia un raccomandato e chi più ne ha, più ne metta. Scrivo questo post perché vorrei analizzare il motivo della sua fama, senza cadere magari nelle solite affermazioni di odio assoluto prive di logica e sostanza ma pregne di disprezzo.
Prima di tutto, ho letto 3msc. Tre metri sopra il cielo. Sì, l'ho letto. Era la Vigilia di Natale e ho scartato il regalo di mia madre. Le mie aspettative erano piuttosto alte: le avevo scritto appositamente e con cura una lunga lista di titoli, principalmente thriller e noir. Tre metri sopra il cielo. Grazie, mamma.
L'ho letto. Era lì, era stato comprato. Pagato. Sono ligure e l'ho letto.
Credo di poter affermare che il motivo numero 1 per cui 3msc è così odiato stia principalmente nel suo successo. Un successo che, a mio avviso, non merita. I motivi sono visibili a tutti, ma perché non enumerarli?
I personaggi. Babi. Step. Pollo. L'amica, neanche me la ricordo. Solo questo dovrebbe far presagire qualcosa. Piccoli, vuoti stereotipi che si muovono su una trama banale e spoglia di contenuti. E in questo non c'è niente di strano, niente di nuovo. Ci sono intere collane basate su questo format. Il banale, l'atteso, la mancanza di sorprese e trame complicate, personaggi cliché in situazioni cliché. Sono cose che rassicurano, rilassano, fanno sorridere il target, lo fanno sospirare. C'è chi cerca altro, ma c'è anche chi cerca questo. Non mi sorprendo del fatto che sia stato preso in considerazione e quindi pubblicato. Non mi stupisco del fatto che sia piaciuto a una miriade di ragazzine. È inutile nasconderlo, quasi tutte noi donzelle abbiamo letto nella nostra vita almeno un libro della collana Le Ragazzine. E anche lì personaggi, situazioni e trama erano spesso un ammasso di stereotipi, cliché e dialoghi altamente improbabili. Ma nessuno attacca Le Ragazzine o chi li legge. 3Msc, invece, è un bersaglio raccomandato, facile, difficilmente sostituibile. Il fatto che un volume tanto scadente venga trattato come Il Giovane Holden fa storcere il naso.
Secondo me, si aggiunge un altro motivo all'odio per 3msc, ovvero la distorsione. Più si va avanti nella lettura e più si percepisce che c'è qualcosa di sbagliato nella prospettiva del libro. È una sensazione fastidiosa e disturbante, come quando sai che c'è uno scarafaggio nella stanza perché l'hai intravisto ma non sai dov'è. Non so voi, ma io odio gli scarafaggi.
Io ho letto molti libri scritti da un punto di vista 'malato'. 'Eddy-Baby ti amo' di Eduard Limonov. 'L'angelo del silenzio' di James Ellroy. 'Taccuino di un vecchio sporcaccione' di Bukowski. Adoro Palahniuk, al punto d'imparare a scrivere il suo cognome correttamente. Neanche il suo 'Cavie' mi ha disturbato così tanto. O forse sì, ma in maniera diversa. Palahniuk (ebbene sì, scritto correttamente per ben due volte!) prende le parti più sporche e contorte e umane dei suoi personaggi, li crea impastando sangue e sputo e sudore e li plasma per poterti entrare dentro. E tu veneri quel cratere, che ti fa sentire più sporco e meno solo. Moccia prende una gallinella debole e priva di carattere, così vuota che dentro le si forma l'eco, un paio di ragazzetti pompati, muscolosi, pieni di soldi e privi di tutto il resto e te li mostra come esempi, come forme di vita giustamente esistenti. Come se dicesse, con voce rassicurante 'Va bene così. Vedi? Non c'è bisogno di raggiungere altro, di volere altro, di essere altro. Puoi essere questo. È perfetto essere questo. Basa la tua vita sui tuoi soldi, sul tuo aspetto, su come gli altri giudicano il tuo aspetto e i tuoi soldi e tutto andrà bene'. E io lo trovo agghiacciante. È per questo che non posso fare a meno di detestarlo. Perché rinforza, incoraggia e avvalora qualcosa che dovrebbe essere svilito e combattuto. Ignoranza, presunzione, sessismo come piovesse.
Primo post finito. Essendo il primo post, difficilmente verrà letto da qualcuno, ma almeno ho potuto analizzare con me stessa e con la mia tastiera qualcosa che m'interessava analizzare. Mi sento sollevata. Se qualcuno dovesse leggere, mi piacerebbe che esprimesse le proprie opinioni su 3msc e su ciò che ne ho detto. È difficile discutere con una tastiera. Anche se ci posso provare.