venerdì 29 gennaio 2021

Libri per sovvertire il reale #2

 Qualche mese fa terminavo la lettura di tre opere di saggistica – La sinistra di destra di Mauro Vanetti, La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski e Anarcoccultismo di Erica Lagalisse. Avevano qualcosa in comune, e mi è venuto da chiacchierarne in uno stesso post, riassunte sotto la stessa prospettiva: la sovversione del reale così come siamo soliti percepirlo.

Questa è la “seconda puntata”, in cui mi limiterò a parlare soltanto di due libri – con la saggistica sono lentissima – e a copincollare, in un gesto di evidente pigrizia, l’introduzione della volta scorsa:

sono giunta alla conclusione che non esista un’opera letteraria che non sia politica – perché l’idea che l’autore ha del mondo è politica e il ritratto che fa della realtà non può prescindere da quell’idea, più o meno consapevolmente. I titoli che vado a presentare partono da un dubbio, dalla volontà di svellere i cortocircuiti interpretativi che come società tendiamo a dare per scontati. Partendo dal momento storico in cui è nato il malinteso interpretativo, ne ribaltano la prospettiva per sviscerarne le conseguenze e stabilire i legami tra causa ed effetto. Insomma, nel mezzo di una partita a scacchi dicono “Fermi tutti, quelle sono le pedine della dama!”. E va da sé, ogni volta che parliamo di lettura del reale e prospettiva siamo piagati dalla visione che abbiamo del mondo; magari gli autori dei titoli non hanno sempre e del tutto ragione, potrebbero anche non essere pedine della dama, magari sono quelle del backgammon, ma hanno sicuramente ragione nel dire che non sono scacchi – che cosa siano, quello bisogna scoprirlo da sé.

Disagiotopia – Malessere, precarietà ed esclusione nell’era del tardo capitalismo a cura di Florencia Andreaola - D Editore

 


sovverte il reale: analizzando attraverso una molteplicità di prospettive lo stato attuale delle cose, ripercorrendo il filo logico con le cause che l’hanno posto in essere. In poche parole: come ci siamo ritrovati in una società così inguaiata? Quali sono le cause del disagio esistenziale che colpisce soprattutto, ma non soltanto, le generazioni più giovani? In sostanza: perché abitiamo una realtà così malata?

Ci sono tanta storia economica e tanta politica, ed è interessante osservare come si incrocino tra loro – quando dico “interessante” voglio in realtà dire “avvilente e disgustoso” – e perché. Si parla di populismi, ruolo dell’individuo nella società, del valore dell’individuo all’interno della società; ci sono anche un paio di capitoli particolarmente interessanti – stavolta voglio proprio dire “interessanti” – sulla gentrificazione planetaria e sul fallimento del Fondo Monetario Intermazionale, che potrei riassumere in “Storia di come i più ricchi continuano a mangiare nel piatto dei più poveri e di quanto baldanzosamente l’Occidente si diletta a devastare le economie più fragili”.


Caccia alle streghe, guerra alle donne di Silvia Federici - NERO Editions

 


sovverte il reale: rivelando uno stato attuale delle cose che fa molta più paura di quanto vorremmo – in alcuni paesi, la caccia alle streghe sta tornando alla grande e sì, quella caccia alle streghe, roghi e fondamentalismo cristiano, la stessa nostalgica wave – e ripercorrendo in modo estremamente puntuale le connessioni storiche tra l’avvento del capitalismo e la caccia alle streghe. Una connessione che, messa così, non può che apparire forzata, perfino pretestuosa, ma conoscendo la casa editrice ho pensato valesse la pena di approfondire.

Ebbene, la storia non smette mai di sorprendermi. E quando dico “sorprendermi”, quello che intendo è “farmi esplodere in un minicicciolo di bestemmie”.

C’entra la dissoluzione della comunità medievale, l’esclusione dei poveri, la privatizzazione delle terre comunali, le recinzioni. C’entra lo studio etimologico della parola gossip, c’entra l’impegno di disgregare le comunità di supporto femminili e allentare perfino i rapporti che le donne mantenevano con le parenti più prossime.

Disagiotopia mi è stato immensamente utile per capire appieno le conseguenze della liberalizzazione globale e del colonialismo economico, e come si siano prevedibilmente tradotte in crisi, disoccupazione, conflitti intergenerazionali, fino a sfociare nella vera e propria caccia alle streghe. Se vi interessa capire bene Caccia alle streghe, guerra alle donne e non siete molto pratici in materia di economia, vi consiglio di prenderli insieme.


Prossimamente: ZombieCity – Strategie urbane di sopravvivenza agli zombie e alla crisi climatica a cura di Alessandro Melis, Panarchia di Gian Piero de Bellis e Demonologia Rivoluzionaria a cura del Gruppo di Nun

sabato 16 gennaio 2021

Il libro della creazione di Sarah Blau

Il libro della creazione di Sarah Blau – edito da Carbonio Editore nella traduzione di Elena Lowenthal – mi è arrivato per Natale, da parte di mio padre. L’avevo infilato nella lista dei regali che compilo ogni anno per facilitare la vita a coloro che per convenzione sociale devono prendermi qualcosa per il compleanno o per Natale. È una lista bella lunga, che amplio di settimana in settimana, e che quest’anno ho affidato a mio fratello – per evitare doppioni, gli tocca un ruolo organizzativo di rilievo. Ho una pessima memoria, e faccio in tempo a dimenticarmi dei titoli presenti prima che venga il momento di scartare i regali. Il libro della creazione, chi si ricordava di avercelo infilato? La memoria a groviera per certi versi è una benedizione.

 



Siamo ai giorni nostri, in Israele. A raccontare è Telma, al presente. Il romanzo si apre con Telma che si scruta allo specchio, chiusa a chiave nella propria stanza. Si guarda, si odia, enumera i propri difetti. La vengono a chiamare la madre e la zia, le dicono di sbrigarsi, che stanno facendo tardi. Telma le lascia ad aspettare, continua a guardarsi. Ha la pelle grassa e i capelli unti, non importa quanto si lavi. Si sente sempre cosparsa da una patina spessa di sudore marcescente. Si disprezza con una violenza che solo chi è stata davvero brutta può capire – o forse no, a rivedere le foto delle superiori ero ciccia ma carina, ma quanto mi facevo schifo, è uno schifo che non ti togli mai del tutto di dosso, è un disprezzo profondo che ti rimane sottopelle e che nessun complimento può toglierti.

Abbiamo capito che la recensione di oggi è improntata all'allegria.

Telma si odia, e odia buona parte della sua famiglia. La nonna, l’unica che sembrava capirla davvero, è morta e stanno per andare al suo funerale – capiamo bene perché la famiglia le mettesse fretta. Detesta la cugina Nilli, che è bellissima e ha un carattere forte; si somigliano soltanto negli occhi, che sono grigi e uguali a quelli della nonna, e Telma vorrebbe non avere neanche quelli in comune con lei, perché sottolineano quanto siano diverse in tutto il resto. Detesta la madre di Nilli, la zia Edith, sempre pronta a criticarla per risaltare quando Nilli sia meglio. Detesta la madre, che è debole, e il padre, che è stupido. Voleva bene alla nonna, ma è morta. Le rimane un unico affetto ed è l’altro cugino, Chanan.

Il rapporto tra Telma e Chanan è spaventosamente malato. Telma ne è disperatamente innamorata da quando erano bambini e ancora non aveva una chiara idea di cosa fosse l’amore – a ben vedere, non sono certa che lo capisca a trent’anni, nel presente del romanzo. È un amore malato perché taciuto, nascosto, e insieme vissuto con spaventosa intensità da Telma, al punto che all’inizio si sospetta che sia ricambiato, perché Telma se ne immerge, se ne riempie i polmoni, non fa che respirarlo. La si potrebbe quasi definire una narratrice inaffidabile, all’inizio, perché vive dentro di sé, non lascia uscire niente, e del mondo che ha dentro può fare e capire quello che vuole. Sentimentalmente parlando, Il libro della creazione è malsano e ossessivo. Non so se sia questo a renderlo incredibilmente bello:

 

"Chanan, Nilli e Telma. Coetanei, parenti. Il vostro corpo cambia nel tempo allo stesso ritmo, dentro il vostro cervello agiscono gli stessi meccanismi, i vostri cuori battono allo stesso ritmo o quasi, perché il tuo cuore batte Chan-an, Chan-an, Chan-an, Chan-an talmente forte che le sue stanze e i suoi ventricoli si contraggono, e quella è la parola responsabile del colore rosso del tuo sangue."

 

Telma e Chanan hanno un segreto, e quel segreto riguarda la morte della nonna. Lo si scopre andando avanti poco a poco, e il romanzo assume tinte weird e inquietanti, si delinea il rombo sotterraneo di forze arcane incontrollabili. Sarah Blau affonda le mani artigliate nella tradizione e nelle leggende ebraiche, ne tira fuori una specie di antica stregoneria, la adatta al presente e al passato – quello della nonna, che ha vissuto l’Olocausto a Varsavia. Il sangue, l’orrore, il prezzo da pagare.

 



Ma se dovessi dire cosa più mi ha disturbata dell’opera, non farei riferimento all’orrore che incastra Il libro della creazione nella letteratura dell’impossibile, dell’irreale. È Telma a farmi paura. È il suo vivere distaccato dalla realtà, in una dimensione sua che può e non vuole distruggere, la sua violenta ostinazione. Sembra debole, Telma, vista da fuori, sembra una persona nata per farsi mettere i piedi in testa. Ma a guardarla da dentro, immergendosi in una narrazione che è sua e profondamente sua, con quello stile pregno e bellissimo, è come leggere temendo di rimanere coi piedi intrappolati in una palude di parole e fango, Sarah Blau scrive con una violenza che davvero, come dire. È l’intensità violenta di una vita vissuta all’interno del sé, senza mai uscirne, una sedimentazione progressiva di un sentire mai espresso che si fa pietra.

Forse a farmi paura di Telma è la paura di esserle sfuggita per un soffio.

 

domenica 3 gennaio 2021

Mascarò di Haroldo Conti - Seguire se stessi, seguire la Strada

 Mascarò di Haroldo Conti è uscito a fine novembre per Exòrma edizioni, nella traduzione di Marino Magliani. A ricontrollare l’email, vedo che l’ufficio stampa mi ha contattata con largo anticipo, e che come al mio solito mi ci sono volute settimane per rispondere. La mia procrastinazione miracolosamente non si è allargata ai tempi di lettura, nonostante in questo periodo io sia lenta a leggere quanto non sono mai stata. Ho iniziato Mascarò che era appena arrivato, saltando la prefazione di Gabriel Garcia Marquez – recuperata a romanzo finito, dolorosa ed essenziale – e lasciandomi provare un’affinità istintiva per l’Haroldo scrittore scanzonato che emerge dalla sua introduzione. Haroldo accanto a Calvino, a meravigliarsi del mondo senza nascondersene gli orrori, ad amare il processo della scrittura, a ricordarsi che è tutto un gioco, che a prenderlo sul serio ci si toglie il gusto, che sacro non vuol dire per forza solenne, e che solenne non vuol dire per forza austero.

 


Haroldo Conti è nato nel 1925 a Chacabugo, in provincia di Buenos Aires. Studia filosofia, scrive sceneggiature per il cinema e per il teatro. Della sua vita non dico altro; meglio chiacchierare della sua filosofia di vita, di come traspare dalle chiacchierate tra il protagonista Oreste e il Principe di Patagòn, delle pagine bellissime in cui parlano del loro punto d’incontro, di quello che li rende l’uno simile all’altro – il richiamo del loro destino, sublimato nella Strada.

Mascarò è un’opera vagabonda, un romanzo rocambolesco e magico, in cui i personaggi sono ora se stessi e ora quello che scelgono di essere – forse quello che sono davvero, quello che sanno di essere davvero, anche se da fuori non li si potrebbe indovinare.

Mascarò, in un certo, piccolo senso, inganna: Mascarò è un personaggio che compare poco, il viaggio lo facciamo con ben altri vagabondi – che amiamo profondamente; ma sul finale del romanzo, quando l’opera cambia, e sospetto che il cambiamento dipenda dal mondo che cambiava intorno allo stesso Conti, a forzargli sulla penna un futuro più cupo, si capisce perché Conti l’abbia scelto per dare forma al titolo. Mascarò è personaggio – secondario – ma anche un indirizzo, una pulsione popolare che ribolle, la rivolta che si infiamma sotto lo scarpone che si crede vittorioso. La sua presenza mi ricorda un po’ quella di Antonio Banderas in Evita, una simbologia chiara e – scusate la pessima battuta – argentina

 

 

All’inizio ci troviamo con Oreste in un piccolo villaggio di pescatori, impregnato in un’atmosfera statica, stagnante. Le prime pagine, lo ammetto, un po’ annoiano. Oreste è rimasto fermo a lungo in questo paesino, conosce gli abitanti, fa con loro la stessa vita. Osserva tutto, ma è un tutto che già conosce. Non vediamo l’ora che se ne vada, che si avventuri lungo un’altra strada, e Oreste non delude. Parte presto, il mattino che segue l’inizio del romanzo, su un battello carico di strani figuri; ci sono il Principe di Patagòn, Mascarò, il Nuno e altri bizzarroni. Le storie saltano dall’uno all’altro, su una nave c’è sempre tempo per scambiarsi il filo dei propri destini.

Mascarò è perlopiù la magia del viaggio, il coraggio dell’abbandono alla Strada, il passo che si mette davanti all’altro perché a un certo punto non riesci più a smettere. È l’apertura a tutte le possibilità che il mondo possa congetturare, il sogno realizzato di quando da bambini si vorrebbe scappare col circo ed essere liberi per sempre.

L’ambientazione è all’inizio quella di un’Argentina che pare antica, tra villaggi senza elettricità, zone spopolate, strane leggende, ma che man mano che si avanza, passata la metà del romanzo, inizia a maturare un contesto storico più vicino – si cita il 1943 come punto di un passato piuttosto recente, nell’ordine dei decenni, e Mascarò diventa contemporaneo allo scrittore che scrive.

Non so bene che altro dirne; mi viene da citare il vagabondaggio improvvisato di Don Chisciotte, ma hanno in comune soltanto l’approccio al futuro, l’idea di mettersi in strada senza una missione precisa se non quella di seguirsi e perseguirsi. Il realismo magico, quello c’è tutto. E c’è la politica, perché ogni romanzo è politico ed è ancora più politico il romanzo di un autore che sa quanto il mondo che ha intorno influenza la sua scrittura – un mondo che non importa quanto sembri solido, può sempre sbriciolarsi. 

 



- Come hai cominciato a fare questa vita?

- Vuoi dire come sono nato, perché fino ad allora ero uno stronzo qualunque.

- E adesso cosa sei?

- Un Principe. Cosa credi? Sono padrone della mia vita e in uncerto qual modo sono padrone del mondo. Per questo mi dichiaro e mi presento come Principe, e posso farlo perché volerlo e deciderlo dipende solamente da me.

- Sei matto, ecco cosa sei.

- Se non ti decidi a fare così, sei già morto.