martedì 4 febbraio 2020

Poison Fairies - La guerra dei Moryan di Luca Tarenzi - Piccolo Popolo e tanta violenza nella discarica


Questa potrebbe rivelarsi, in corso di scrittura, una recensione di quelle imbarazzanti per eccesso di gradimento rapportato alla conoscenza dell'autore. L'ho conosciuto in concomitanza come persona – splendida – e come scrittore – se potessi inserire emoticon nel post (magari posso, ma sono troppo anziana dentro per decifrare il come) sarebbe una pioggia di stelline. Luca Tarenzi si trovava in quel del Lucca Comics diversi anni fa, insieme ad Aislinn e a Francesco Dimitri. Parlavano delle evoluzioni del fantasy contemporaneo, e la chiacchierata mi ha convinta così tanto che a fine incontro li ho seguiti fino allo stand che vendeva i loro libri e ho fatto incetta. Di Tarenzi ho divorato Quando il diavolo ti accarezza, Il sentiero di legno e sangue, God Breaker. Il primo volume di Poison Fairies l'ho perfino letto in digitale e mi era piaciuto un sacco, ma la mia incompatibilità di fondo con l'ebook mi ha convinta ad abbandonare la lettura e ad attendere la pubblicazione in cartaceo. Ho aspettato qualche anno e Acheron Books ha fatto uscire l'intera trilogia in un unico volume – che ho abbrancato senza ritegno all'ultimo Salone del Libro.



Dunque, Poison Fairies – La guerra dei Moryan è un fantasy che non riesco a definire urban, perché la sua ambientazione è sì contemporanea, ma di urbano non vediamo niente. La storia inizia e si conclude nella discarica in cui il piccolo popolo vive segregato da tempi immemorabili, un microuniverso che interagisce poco e nulla col mondo esterno degli umani – raramente avvistati, temuti come giganti, visto che un moryan è grande quanto un dito del più minuto dei sapiens sapiens. Fantasy in ambientazione ostile, fantasy di trincea, mi verrebbe da definirlo, più che urban fantasy. Ma che importa?

La discarica è abitata da diverse razze di Moryan. Cruna, Disgelo e Verderame – i tre protagonisti – sono Goblin; in un laghetto chimico ci sono le sirene; i Boggart, grossi e incapaci con la magia, non fosse che per l'anziano leader Argiope, sono i nemici giurati dei Goblin; altre razze compaiono meno – i Silfi, i Bwca, altre strane manifestazioni del piccolo popolo ognuna con le sue strane caratteristiche.



C'è un aspetto che ho adorato e che mi preme sottolineare, che si presenta coerentemente nell'opera omnia di Tarenzi: la reinterpretazione, o forse sarebbe meglio dire l'adattamento, di leggende e mitologie antiche alla luce dell'interazione con l'uomo. Presupponendo l'esistenza dei fatati – o di creature eterne – dobbiamo presumere che cambino col tempo, che le nostre infinite rivoluzioni tocchino anche loro. I Moryan di Poison Fairies sono cambiati col passare dei decenni, con l'avanzare dell'urbanizzazione e la scomparsa delle foreste. Sintetizzano veleni partendo dalle sostanze chimiche che trovano nella discarica, studiano ed evolvono il proprio Glamour a seconda delle necessità, sfruttano i rifiuti perché diventino strumenti. Già da un po' di tempo mi interrogo sui nuovi paradigmi della letteratura fantastica; se prima era il mondo fatato a piombare nell'umana quotidianità, ora ci divertiamo a pensare a come la nostra umanità trabocchi nel mondo fatato cambiandolo irrimediabilmente.
(che vi devo dire, ho un debole debolissimo per le rielaborazioni ben fatte).

Dunque, la trama. E di questo punto si può chiacchierare brevemente; nella discarica, le cose per i Goblin vanno male. Si avvicina l'inverno, le provviste scarseggiano. Il Re dei Goblin, Albedo – fratello maggiore di Cruna – si trova a fronteggiare le conseguenze delle pessime decisioni del padre che lo ha preceduto. Cruna, Disgelo e Verderame trovano una batteria gonfia di acido abbandonata in territorio Boggart, e intendono recuperarla. Il primo libro inizia così: con una scalcagnata missione di recupero che si trasforma in tragedia, l'innesco di una situazione che già da anni aspettava il momento giusto per trascendere. Seguono morti, processi, ancora morti, fughe, morti. Un sacco di morti. Mentre leggevo mi interrogavo su un calcolo di decessi per pagina, credo che il rapporto sia intorno a 0,5 a 1. Che non è poco.

I personaggi si fanno voler bene fin da subito, ognuno a suo modo impenitente testa di minchia. È bello quando a ognuno è concesso lo spazio di un punto di vista dignitosamente spiegato; passi per Cruna, Verderame e Disgelo, giovani e ribelli, è ovvio che facciamo il tifo per loro. Ma lo stesso spazio è dato anche ad Albedo, al Re dei Boggart Argiope, al braccio destro di Albedo, l'implacabile Livido. E sono a tratti commoventi le imprevedibili connessioni tra l'uno e l'altro. Un'altra nota di merito sono le descrizioni dinamiche e dettagliate dei combattimenti – che sono tanti, veramente tanti.



Questa recensione rischia di apparire come una fastidiosa sviolinata, me ne rendo conto. Ma Poison Fairies mi è piaciuto un sacco. Le sue 500 e passa pagine me le sono divorate in due giorni. Trattenere l'entusiasmo avrebbe un che di posticcio, simulare una serietà che non mi compete darebbe un'aria farlocca alla recensione – se così vogliamo chiamarla – e al blog tutto.
(che poi nessuno mi ha ancora rinfacciato alcunché, la mia coda di paglia potrebbe alimentare mille roghi).

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