venerdì 7 agosto 2020

Libri Salvavita


Qualche giorno fa* scendevo da una montagna insieme a due amiche – per la verità un’amica e una sua amica – con cui nel corso della giornata avevo scambiato – ricambiata – un buon tot di informazioni personali, considerazioni filosofiche e consigli di lettura. Ho pensato a Elizabeth Strout, e mi è uscito con tristezza che: “Mi restano da leggere solo due dei suoi libri, poi come farò senza?”
Non conoscevano Elizabeth Strout, e ho cercato di spiegarla. Il fatto che i suoi romanzi si incentrino su piccole tragedie umane, largamente personali, drammi famigliari di personaggi imperfetti con cui è facile empatizzare. Il mio preferito rimane I ragazzi Burgess, in cui le vicende di tre fratelli si catalizzano attorno all’atto sconsiderato di un ragazzo che getta una testa di maiale in una moschea.
Tutti i personaggi sono disgraziati, sono tutti vittime di loro stessi, ripetono in circolo gli stessi errori perché è quello che fanno le persone”, ho spiegato. Ho aggiunto, credo, di trovare confortante trovare in un romanzo la conferma delle mie miserie, la consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca scalcagnata in una tempesta che non capiamo. L’ultima parte l’ho aggiunta adesso, per spiegarmi meglio. In mezzo a una chiacchierata scialla sarebbe bastata a farmi spingere giù da una scarpata.



Elizabeth Strout mi conforta. Mi conforta non illudendomi su un mondo migliore, più gentile e più giusto, ma stringendomi la mano per farmi sentire che in questo marasma c’è anche lei – o c’è stata. Non dice che andrà tutto bene, ma che puoi farcela. Forse. Se ti impegni. E se le circostanze non sono orrendamente sfavorevoli. Potrebbe piovere. Ma ecco, se anche dovesse andare tutto nel peggiore dei modi – come è probabile che succeda a tutti un imprecisato numero di volte – puoi sopportarlo – oppure no – e poi rialzarti – con qualche pezzo in meno. È come perdere una gamba e andare a visitare un reparto di veterani per sentirci dire che Ci siamo passati tutti.

Elizabeth Strout è il primo nome che mi viene in mente, ma non è l’unico. C’è un’altra Elizabeth, Elizabeth Jane Howard, quella della saga dei Cazalet – la saga famigliare che ha sbancato le saghe famigliari – e di cui ho preferito sopra ogni cosa Il lungo sguardo e All’ombra di Julius. Anche qui ci troviamo di fronte a una scrittrice che non ha nessuna intenzione di coccolare il lettore; i suoi romanzi sono emotivamente crudi, scritti con un bisturi in uno stile raffinatissimo. I suoi personaggi sentono profondamente e soffrono profondamente. Più sono superficiali, più finiscono per provocare sofferenze indicibili alle persone che hanno intorno. Sono romanzi in cui accadono cose, si cambia, si evolve, si prendono strade inaspettate; ma sono anche romanzi che accadono dentro i personaggi, nei loro inganni privati, attraverso le lenti con cui subiscono il mondo. L’amplificarsi delle miserie umane, una conferma della condivisione di uno stesso assurdo destino.



Dopo Elizabeth Jane Howard, Wendell Barry ha un po’ l’effetto di una pomata su un taglio fresco; il che sembrerebbe implicare che la scrittura della Howard e della Strout taglino, e che questo intero post manchi di senso già dalle premesse: ma ci tengo a precisare che le due scrittrici già citate non provocano un taglio, ma lo puliscono, lo disinfettano, lo asciugano dal sangue perché possa essere medicato. Il dolore prima che passi. Wendell Berry è il primo respiro di sollievo di quando ti accorgi che il peggio è passato, che non fa più così male.

Il che non significa che le vite raccontate da Berry non siano dure, aspre, piene di dolore, tutt’altro. I suoi romanzi – ho letto soltanto Hannah Coulter e Jayber Crow – sono ambientati nella cittadina immaginaria di Port William, nel Kentucky – difatti i personaggi talvolta si incrociano e si intrecciano, abitanti di una stessa fantasia. Si tratta di un paese largamente rurale, che cambia e insieme cerca di non cambiare man mano che “il nuovo avanza” nel corso della rivoluzione industriale del novecento. Vivono profondamente il terreno che abitano e le relazioni con le loro famiglie e la famiglia allargata che sembrano comporre tutti insieme, in quella che a tratti mi sembra un’idealizzazione utopica delle comunità rurali. A colpire forse è proprio il contrasto tra la vita dura dei personaggi e la dolcezza della scrittura, delle loro stoiche evoluzioni personali. Mi piace, Wendell Berry. Ha l’aria del vicino di casa che ti porta a cestate le verdure del suo orto.



Alan Bennett è un altro autore efficacissimo contro il mal di vivere. I suoi romanzi sono brevi, acuti, intelligenti e dispettosi. Gioca coi suoi personaggi rendendoli tutti – o quasi, visto che la regina di La sovrana lettrice fa una splendida figura – ridicoli. Disgraziati che a vederli da vicino ti dispiaci immensamente, ma che a vederli sulla carta mentre si barcamenano tra l’imbarazzo e le conseguenze delle proprie azioni, fanno ridere. Sono spesso miseri, ma non così tanto da far sì che il lettore possa prenderne del tutto le distanze. Sono persone come tante – e come noi. E se riusciamo a ridere dell’assurdo scherzo capitato ai coniugi Ransome in Nudi e crudi, che si sono trovati di punto in bianco la casa completamente svaligiata, perché non potremmo ridere delle nostre disgrazie?



Ci sono altri autori che citerei se avessi letto qualcosa di più di quello che hanno scritto – di Kent Haruf ho letto soltanto Benedizione, di William Trevor Morte d’estate. Ci sono anche autori che mi verrebbe da consigliare per l’effetto che hanno su di me, che con la tragedia e col disturbante vado proprio a braccetto – i romanzi di George Eliot aka Mary Ann Evans, o di Sandor Màrai, o di Yiyun Li. Che Jane Austen sia un bagno caldo per l’anima è sottinteso, ma non è sottinteso che tutti i lettori vadano matti per le sue eroine e i loro tormenti.

I libri salvano. Mi hanno salvata così tante volte che non riesco a immaginarmi in una realtà parallela – o in una linea temporale alternativa – in cui non siano stati la parte più importante di certe giornate, quelle brutte che o ti uccidono qualcosa dentro o fanno di te un filosofo o uno scrittore dolente – ciao amico Kafka, è a te che penso.
Tutto questo post è per dire che “Il mondo sa essere crudele, portati dietro un libro, non sai mai quando ne avrai bisogno. Se ti senti perso, la Strout ti scorta di nuovo dove ti eri lasciato cadere.”
Non so se si capisca quello che ho scritto – soprattutto il finale – ma se non si capisce niente, darò la colpa al caldo – che a ben vedere si è parecchio attenuato.

*in realtà ho iniziato a scrivere questo post settimane fa, la cronologia è inesatta ma non avevo voglia né motivo di correggerla; a ben vedere non avrei neanche ragione di aggiungere questa postilla, ma sono pignola.

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