lunedì 24 febbraio 2020

Perché chiudono le librerie - Un po' di contesto editoriale


Anni fa leggevo E così vorresti fare lo scrittore di Giuseppe Culicchia, autore del cult generazionale Tutti giù per terra e di tanti altri titoli che ho divorato tra le medie e le superiori – tra tutti A spasso con Anselm e Il paese delle meraviglie, che spesso mi viene da associare a La banda dei brocchi di Jonathan Coe. Un passo del libro mi è rimasto parecchio in testa; Culicchia spiegava che l'editoria è un mondo povero, di magre risorse finanziarie. Il fatturato della sola Nutella – non della Ferrero, solo la Nutella – vale più dell'intero mercato librario, bestseller compresi. La Nutella non è certo un prodotto di nicchia; eppure suona incredibile che da solo basti a coprire l'economia di un'industria intera. Harry Potter, Twilight e Cinquanta sfumature di nero sono il mainstream del mainstream, eppure accanto alla Nutella rimangono briciole. Credo sia una delle immagini che riescono meglio a rendere il contesto in cui si trova il mercato del libro in Italia, un contesto che bisogna conoscere per capire perché la crisi sembri irrisolvibile – soprattutto nel caso delle librerie fisiche.



Dico in Italia perché, diciamocelo, la nostra crisi dell'editoria è più grave e radicata rispetto ad altri paesi. Le librerie chiudono, gli editori indipendenti chiudono, i grandi gruppi si ammassano in enormi conglomerati. Lo sappiamo tutti – o quasi – che i mestieri collegati legati al libro sono minimamente redditizi, perfino in perdita. Perdita per lo scrittore che spende – e scelgo il termine spendere e non perdere, perché l'atto stesso porta in sé un valore personale incalcolabile – una mole impressionante di tempo non retribuito o a appena retribuito su un testo; per l'editore che deve riuscire a coprire le spese e a guadagnarci qualcosa; editor e traduttori lamentano (giustamente) il ribasso delle tariffe, soprattutto se confrontate a quelle di altri paesi. I problemi dell'editoria in Italia sono tanti, difficili da mettere in fila: il primo tra tutti rimane il fatto che i libri non vendono, ma non è l'unico, anche se molti sono conseguenza.

In Italia non si legge, e questo si sa. La mancanza di educazione alla lettura e di una promozione che sia seria e concertata tra stato e professionisti – abbiamo avuto qualche esempio di collaborazione, iniziative che sono certo meglio che niente, ma che senza un piano a medio e lungo periodo lasciano il tempo che trovano – lasciano il mercato a languire. Chi insegna ad amare la lettura, se pure gli stessi addetti sono demotivati, incapaci o disinteressati? Se nelle scuole i programmi rimangono stantii e poveri di entusiasmo, se le biblioteche non si adoperano per raggiungere la cittadinanza? È stata approvata da poco una legge a sostegno del mercato librario che ha attirato parecchie critiche, perché impone un massimo di sconto – il 5% – alle librerie e agli store online, e questo secondo molti significa scaricare il problema dell'industria sul consumatore finale, riducendo ulteriormente il suo potere d'acquisto. Da parte mia, dico nì. Dico “per un po', ma potrebbe cambiare”. L'editore che stampa un libro sa che per rientrare nelle spese e avere un guadagno dovrà venderlo a un certo prezzo; se deve calcolare uno sconto del 15% o del 25%, gli toccherà matematicamente alzare il prezzo. Se lo sconto scende, è possibile – e auspicabile – che scenda anche il prezzo. È accaduto con la Legge Levi – o almeno, è così che interpreto la discesa del prezzo medio a volume.

In Italia, dicevo, non si legge, ma il problema non è solo quello. Il fatto è che anche chi legge, spesso non compra. Molti scaricano libri gratuitamente, e di recente il danno della pirateria sarebbe stato calcolato come pesante, significativo. Io ho delle riserve; non è detto che al download di una copia piratata equivalga una vendita perduta. È molto probabile che l'ebook sia stato scaricato proprio perché gratuito; con la stessa logica – un po' più truffaldina, va bene – con cui svuotiamo gli scaffali delle biblioteche sicuri che non dovremo spendere mezzo euro, uno può divertirsi a scaricare libri che non leggerà mai, che magari languiranno per sempre negli scaffali dell'ereader.



Per il libro, comunque, si spende poco, e spesso controvoglia. Eppure i libri non costano poi così tanto, se si pensa alle spese che ci sono dietroLa crisi del mercato editoriale è si accompagna alla crisi dell'industria culturale nel suo insieme; si dice la cultura dovrebbe essere gratuita, universalmente fruibile, alla portata di chiunque. Ed è vero, fino a un certo punto. Si specchia però in una convinzione sotterranea più scomoda e antipatica: non vale la pena pagare per la cultura. Già uno si fa la sbatta, magari, di visitare una mostra o un museo o un sito di interesse storico invece di rilassarsi a casa o fare aperitivo. Al posto di un frizzante Tarantino sceglie un Godard o un Truffaut, decide di assecondare una curiosità momentanea e mette le mani su un classico della letteratura, un Anna Karenina o un Orgoglio e Pregiudizio; un così nobile impegno quasi accademico dovrà corrispondere di per sé al pegno per la fruizione del materiale. La nostra attenzione sembra già il pagamento del biglietto.

E l'attenzione è un ulteriore tema problematico, quando parliamo della crisi del mercato librario. La letteratura deve confrontarsi con agguerritissimi rivali. L'industria dei media sforna di continuo capolavori audiovisivi. Le ore passate a guardare le dieci stagioni di Adventure Time o a cercare di capire Mulholland Drive di David Lynch non sono certo malamente impegnate; il valore artistico di tante serie pure di intrattenimento non è inferiore a quello di una splendida – o tragica – storia raccontata su carta solo perché il supporto è diverso. Possiamo preferire al libro una serie tv senza rinunciare alla qualità della scrittura; la letteratura, di questi tempi, combatte contro la mancanza di tempo libero e le infinite ed entusiasmanti possibilità di spenderlo degnamente. C'è anche da dire che i nemici del libro sono spesso suoi alleati; esistono reading challenge compilate sulle letture di Rory di Gilmore Girls, che almeno un po' aiutano. Anche perché, diciamocelo, l'amore per le storie ti spinge a cercare altre storie, magari in formati diversi. Perché no? Dal bingewatch della serie Netflix Il racconto dell'ancella risorge a caso editoriale Margaret Atwood. Chi ha adorato A scanner darkly di Richard Linklater, prima o poi un Philip K. Dick se lo recupera. Gli audiovisivi si aggiudicano una larga fetta di attenzione da parte del pubblico, ma quell'attenzione capita che la riflettano sulla letteratura – certamente stabilire numericamente connessioni e influenze suona compito inutile e ingrato; quello che mi è dato di fare, al netto dell'osservazione del contesto e nulla di più, e far presente che ci siano dei collegamenti e che questi collegamenti portano a qualcosa.

Torniamo all'inizio e alla crisi – che poi è davvero tornare all'inizio, perché la tendenza di calo nel numero dei lettori in Italia è faccenda arcaica. Torniamo alla regolamentazione e alla gestione del mercato librario. Alla pragmatica della questione – come funziona effettivamente il mercato. Mettiamo, per dire, che un libro costi dodici euro. Un libraio se ne fa arrivare una copia, la paga in anticipo e la espone. Dalla vendita – ipotizzando che non ci siano sconti – l'editore ricava tra il 35% e il 50% del prezzo di copertina. Quello che rimane se lo spartiscono libraio e distributore. Mettiamo per facilità matematica che un editore ricavi il 40% (4,8 dei 12 euro) del prezzo di copertina e che il 60% (7,2 euro) venga equamente riparito. Il margine di guadagno del libraio non arriva a 4 euro. A guardare alle cifre, considerando quanto poco vendano i libri – e vendono davvero poco, poche migliaia bastano a definire un bestseller – intuitivamente capiamo che la produzione è in perdita. “Fortunatamente” l'editore può coprire il buco, se rimane un buco, con il pagamento anticipato del libraio. Arriva anche il momento in cui il libraio rimanderà indietro l'invenduto – il tanto invenduto – e a quel punto l'editore coprirà il buco con una boccata di pagamenti derivati dalle pubblicazioni successive. È anche per questo che la produzione di un bene così poco venduto appare enorme, ipertrofica e spesso ingiustificata – ci sono libri che sembrano nascere già morti, già dimenticati. Ci sono libri che escono per non essere mai letti né comprati da nessuno. Eppure escono.



Un sistema economico basato sulla restituzione e il ricambio dell'invenduto pare destinato prima o poi a crollare. Anni fa si discuteva di decrescita editoriale, che ai miei occhi rimane un'ipotesi auspicabile. Ma c'è un altro elemento della struttura che mi pare incagli la situazione in una stasi dannosa per diverse ragioni: una distribuzione costosa, costosissima – dicevo 30% circa per alcuni dei maggiori distributori nazionali, mentre altri chiedono percentuali ancora più alte e un numero minimo di copie acquistabili che rende la spesa insostenibile per le piccole librerie. La distribuzione è costosa. Costosissima. Mangia una fetta pari a quella dell'editore o del libraio. Ma le mie critiche nei confronti della distribuzione non si esauriscono nel costo; il problema è che il servizio non è neanche un granché.

Sinceramente. Ordinando un titolo in una libreria fisica, quanto ci mette ad arrivare? Dipende. Dipende moltissimo dalla libreria e, immagino, da chi gestisca una certa branca geografica di distribuzione. Magari certi riescono a fare arrivare i libri in pochi giorni. Capita anche di dover aspettare settimane. Io ho aspettato anche per mesi. Non conosco abbastanza l'universo distribuzione per potermi pronunciare con una degna cognizione di causa, ma quello che vedo da consumatrice è che il servizio è meh. Il comparto promozionale è meh, le tempistiche sono incerte. Considerato il costo, mi aspetterei qualcosa di meglio, soprattutto considerando che le librerie fisiche devono vedersela con gli store online. Non c'è solo Amazon; anche Ibs ti fa arrivare il libro in un paio di giorni lavorativi. Come fanno le librerie fisiche a competere con un'offerta così illimitata e una spedizione immediata? Non possono, perché il passo non spetta a loro, a meno che non vogliano risolversi a trattare con gli editori uno ad uno – tra gli indipendenti, molti sono più che ben disposti a prendere contatto diretto con le librerie. Ma pensare a un contatto diretto con un largo numero di editori già diventa un peso difficilmente sostenibile sia per i librai che per gli editori. La presenza di un mediatore è necessaria, ma questo mediatore deve adeguarsi ai nuovi standard di mercato. La concorrenza è spietata; per sopravvivere, le librerie fisiche hanno bisogno di strumenti adatti ai tempi. Non che non ci siano tentativi in questo senso, come Libricity, un'app che si propone di rilevare la posizione di un titolo in una determinata città – nata nel 2015, pare non si sia sviluppata com'era nelle intenzioni iniziali, eppure mi pare un'ottima idea da implementare. Qualche mese fa, per scovare l'ultimo libro di Cristò, ho girato per diverse librerie di catena e indipendenti, prima di arrendermi e acquistarlo dal sito dell'editore.

Che altro dire? Ho voluto mettere insieme un paio di risposte che stanno dietro alla chiusura delle librerie. Ci saranno fattori che non ho considerato, altri che neanche conosco. Figuriamoci le soluzioni.
                   

sabato 15 febbraio 2020

Poesie per chi non ama la poesia #7 - Lady Lazarus di Sylvia Plath


Lady Lazarus


L'ho fatto di nuovo
un anno ogni dieci
ci riesco -

Una sorta di miracolo ambulante la mia pelle
splendente come un paralume nazista
Il mio piede destro

Un fermacarte,
la mia faccia un anonimo, perfetto
Lino ebraico.

Via il mio drappo,
O mio nemico,
Ti faccio paura?

Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato marcio
svanirà in un giorno.

Presto, presto la carne
che ha mangiato il sepolcro si sarà
abituata a me.

E sarò una donna sorridente,
ho solo trent'anni,
E come il gatto ho nove vite da morire.

Questa è la numero Tre.
Che schifezza,
Da far fuori a ogni decennio.

Che miriade di filamenti.
La folla che sgranocchia noccioline
Si accalca per vedere

Che mi sbendano mano e piede
il grande spogliarello
Signore e Signori

ecco le mie mani,
le mie ginocchia.
Sarò anche pelle e ossa

ma sono anche la stessa, identica donna.
La prima volta che è successo avevo dieci anni
è stato un incidente.

La seconda volta ero decisa
a resistere e a non tornare indietro.
Mi dondolavo chiusa

Come una conchiglia
Dovettero chiamare e chiamare
E togliermi di dosso i vermi come perle appiccicose.

Morire
è un'arte, come ogni altra cosa
Io lo faccio eccezionalmente bene.

Lo faccio in modo che sembri l'inferno.
Lo faccio in modo che sembri reale.
Potreste dire che ho una vocazione.

È abbastanza facile farlo in una cella.
È abbastanza facile farlo e restare fermi.
È il teatrale

Ritorno in pieno giorno,
Allo stesso posto, la stessa faccia,
lo stesso urlo brutale e divertito:

Miracolo!”
che mi ammazza.
C'è un prezzo da pagare

Per spiare le mie cicatrici, un prezzo da pagare
per ascoltare il mio cuore –
batte davvero.

E c'è un prezzo da pagare, un prezzo davvero alto
Per una parola o un tocco
O per po' di sangue.

O un po' dei miei capelli o un pezzo dei miei vestiti
Allora, Herr Doktor
Allora, Herr Nemico.

Sono il tuo opus
Sono il tuo tesoro,
Creatura d'oro puro

che si scioglie in uno strillo.
Mi rigiro e brucio.
Non pensare che sottovaluti la tua grande preoccupazione.

Cenere, Cenere –
Frughi e agiti.
Carne, ossa, lì non c'è niente –

Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.

Herr Dio, Herr Lucifero
Attenzione
Attenzione.

Dalla cenere rinasco
con la mia chioma rossa
e mangio uomini come fossero aria.

...


I have done it again.
One year in every ten
I manage it——

A sort of walking miracle, my skin
Bright as a Nazi lampshade,
My right foot

A paperweight,
My face a featureless, fine
Jew linen.

Peel off the napkin
O my enemy.
Do I terrify?——

The nose, the eye pits, the full set of teeth?
The sour breath
Will vanish in a day.

Soon, soon the flesh
The grave cave ate will be
At home on me

And I a smiling woman.
I am only thirty.
And like the cat I have nine times to die.

This is Number Three.
What a trash
To annihilate each decade.

What a million filaments.
The peanut-crunching crowd
Shoves in to see

Them unwrap me hand and foot——
The big strip tease.
Gentlemen, ladies

These are my hands
My knees.
I may be skin and bone,

Nevertheless, I am the same, identical woman.
The first time it happened I was ten.
It was an accident.

The second time I meant
To last it out and not come back at all.
I rocked shut

As a seashell.
They had to call and call
And pick the worms off me like sticky pearls.

Dying
Is an art, like everything else.
I do it exceptionally well.

I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I’ve a call.

It’s easy enough to do it in a cell.
It’s easy enough to do it and stay put.
It’s the theatrical

Comeback in broad day
To the same place, the same face, the same brute
Amused shout:

A miracle!’
That knocks me out.
There is a charge

For the eyeing of my scars, there is a charge
For the hearing of my heart——
It really goes.

And there is a charge, a very large charge
For a word or a touch
Or a bit of blood

Or a piece of my hair or my clothes.
So, so, Herr Doktor.
So, Herr Enemy.

I am your opus,
I am your valuable,
The pure gold baby

That melts to a shriek.
I turn and burn.
Do not think I underestimate your great concern.

Ash, ash—
You poke and stir.
Flesh, bone, there is nothing there——

A cake of soap,
A wedding ring,
A gold filling.

Herr God, Herr Lucifero
Beware
Beware.

Out of the ash
I rise with my red hair
And I eat men like air.



poesia comparsa nella raccolta postuma Ariel (1965). In Italia presente in Lady Lazarus e altre poesie (Mondadori, 1998) a cura di Giovanni Giudici; non trovando qua e là la traduzione di mio gradimento, mi sono presa la libertà di cambiarla un po', quindi se vi fa schifo la responsabilità è in buona parte mia.

martedì 11 febbraio 2020

Più gentile della solitudine di Yiyun Li

Un paio di mesi fa incrociavo Yiyun Li sugli scaffali della biblioteca – ricordavo il titolo riportato sul comunicato stampa di NN, casa editrice di cui osservo i maneggi con interesse, peccato finisca per dimenticarmi di richiederne i materiali – nella forma di Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua, e l'ho preso senza neanche prendermi la briga di dare un'occhiata alla quarta di copertina – sia benedetta la gratuità delle biblioteche.
Perché se avessi letto qualcosa di più su Caro amico, forse avrei accantonato l'idea di leggerlo. È un'opera ampiamente autobiografica, ricca di riflessioni sulla vita, le persone e la letteratura, scritta da Yiyun Li in seguito a un esaurimento e a un tentativo di suicidio. E a me le opere biografiche e autobiografiche non è che facciano impazzire – o forse mi farebbero impazzire, se mi convincessi a leggerne qualcuna. Tant'è.



Di Caro amico mi sono innamorata e ho capito che sarebbe stato a grandi linee lo stesso per buona parte della produzione artistica di Yiyun. Infatti non sto per parlare di Caro amico – vorrei, ma ho dovuto riportarlo in biblioteca perché il prestito era scaduto, e non mi piace parlare di libri che non ho sott'occhio; mi preparo a chiacchierare di Più gentile della solitudine, edito da Einaudi nel 2015 nella traduzione di Laura Noulian, il mio secondo – e splendido – incontro con Yiyun.

Più gentile della solitudine inizia ai giorni nostri, a Pechino con la morte di una giovane donna di nome Shaoai in seguito a quella che viene inizialmente descritta come una lunga malattia, e che presto si scoprirà essere qualcosa di più. Ad assisterla c'è un amico di infanzia, Boyang, uno scapolo d'oro, uno di quelli che hanno saputo trarre vantaggio dal boom economico in Cina e che gonfiano le file dei nuovi ricchi. Della morte di Shaoai ha avvertito due donne che vivono lontano, in America, alle quali è stato vicino una vita fa. Moran che fa la ricercatrice per un'azienda cosmetica, Ruyu che per vivere si accoda alle esigenze di famiglie benestanti e diventa per loro una figura tra un'amica e una domestica. L'inizio del romanzo, incentrato su Boyang e sul suo punto di vista, ci suggerisce un'amicizia stretta e un'estate spensierata, un ricordo di innocenza incontaminata interrotto da un evento drammatico i cui strascichi si allungano sulle vite dei personaggi coinvolti, a decenni di distanza.




Poi conosciamo Moran e Ruyu, i loro passati imperfetti, le fughe repentine da Pechino. Ruyu è un'orfana lasciata alle cure di due anziane prozie profondamente anaffettive, che non le hanno trasmesso nulla se non la riprovazione per l'umanità e un rapporto morboso col divino. Viene mandata a studiare appena quindicenne presso la famiglia di Shaoai, nel cui caseggiato abitano anche Boyang e Moran. Come tutti i personaggi presenti nel romanzo – almeno, quelli su cui si posa l'attenzione indagatrice di Yiyun Li – Moran è un personaggio fortemente ambivalente, ma in modo più sottile rispetto agli altri. La conosciamo dapprima come una donna algida e scostante, che ha fatto della solitudine un caro rifugio. Eppure da ragazzina, soprattutto per come viene raccontata da Ruyu e da Boyang, appare solare, vivace, un'allegra sempliciotta. La sua disillusione di fondo è forse il dramma secondario più doloroso di tutto il libro.

Buona parte del romanzo è ambientata in un passato storicamente significativo. Siamo a Pechino nel 1989, subito dopo gli scontri di piazza Tienamnem, cui Shaoai ha preso parte da studentessa politicamente impegnata. Le sue invettive cadono nel vuoto di una famiglia che preferisce tenersi al riparo dagli occhi del governo. Litiga, accusa, sottolinea ferocemente la sua indipendenza morale. Nessuno è in grado di risponderle. A Ruyu la politica non interessa, Boyang e Moran vogliono evitare problemi e prendono parte senza dare problemi alle celebrazioni governative col resto della scuola. In sottofondo ai drammi personali di Boyang, Ruyu e Moran, avviene la storia – quasi in sordina, non fosse per Shaoai.



È difficile spiegare cosa renda speciale la scrittura di Yiyun Li. Leggendo mi è venuta in mente un'immagine stupida, Yiyun Li, Catherine Lacey e Veronique Ovaldé che prendono un caffè insieme e non si rivolgono la parola per tutta la durata dell'incontro. Hanno in comune qualcosa che me le fa accostare in un'idealizzazione antisociale, la visione spietata che hanno dell'umanità scrutata dall'interno dei loro personaggi, il raschiamento dalla narrazione degli autoinganni che ci permettono di vedere il mondo in un'ottica edificante. Elizabeth Strout, per dire, scava altrettanto profondamente nei suoi personaggi, e ce ne sono certi che fanno davvero schifo da vicino e in prospettiva. Eppure riesce a trovare qualcosa di bello nell'umanità anche quando è perduta e sofferente; nei suoi romanzi alla sofferenza si affianca una speranza di redenzione nelle traiettorie dei personaggi. Al suo mondo, seppure con fatica, si può sopravvivere senza appassire. La scrittura di Yiyun Li e del resto della triade che ho poc'anzi elencato pare piuttosto sottendere a una progressiva disillusione. È come se non potessero – o volessero – distogliere lo sguardo dalla maledizione insita nel concetto di esistenza; di riflesso, la vita dei personaggi non può che manifestarsi in un doloroso travaglio. La luce che pure riesce, talvolta, ad accendersi, ha un che di fragile, e non porta significati profondi; è una bella luce, fine a se stessa, che a volte non verrà nemmeno vista.

martedì 4 febbraio 2020

Poison Fairies - La guerra dei Moryan di Luca Tarenzi - Piccolo Popolo e tanta violenza nella discarica


Questa potrebbe rivelarsi, in corso di scrittura, una recensione di quelle imbarazzanti per eccesso di gradimento rapportato alla conoscenza dell'autore. L'ho conosciuto in concomitanza come persona – splendida – e come scrittore – se potessi inserire emoticon nel post (magari posso, ma sono troppo anziana dentro per decifrare il come) sarebbe una pioggia di stelline. Luca Tarenzi si trovava in quel del Lucca Comics diversi anni fa, insieme ad Aislinn e a Francesco Dimitri. Parlavano delle evoluzioni del fantasy contemporaneo, e la chiacchierata mi ha convinta così tanto che a fine incontro li ho seguiti fino allo stand che vendeva i loro libri e ho fatto incetta. Di Tarenzi ho divorato Quando il diavolo ti accarezza, Il sentiero di legno e sangue, God Breaker. Il primo volume di Poison Fairies l'ho perfino letto in digitale e mi era piaciuto un sacco, ma la mia incompatibilità di fondo con l'ebook mi ha convinta ad abbandonare la lettura e ad attendere la pubblicazione in cartaceo. Ho aspettato qualche anno e Acheron Books ha fatto uscire l'intera trilogia in un unico volume – che ho abbrancato senza ritegno all'ultimo Salone del Libro.



Dunque, Poison Fairies – La guerra dei Moryan è un fantasy che non riesco a definire urban, perché la sua ambientazione è sì contemporanea, ma di urbano non vediamo niente. La storia inizia e si conclude nella discarica in cui il piccolo popolo vive segregato da tempi immemorabili, un microuniverso che interagisce poco e nulla col mondo esterno degli umani – raramente avvistati, temuti come giganti, visto che un moryan è grande quanto un dito del più minuto dei sapiens sapiens. Fantasy in ambientazione ostile, fantasy di trincea, mi verrebbe da definirlo, più che urban fantasy. Ma che importa?

La discarica è abitata da diverse razze di Moryan. Cruna, Disgelo e Verderame – i tre protagonisti – sono Goblin; in un laghetto chimico ci sono le sirene; i Boggart, grossi e incapaci con la magia, non fosse che per l'anziano leader Argiope, sono i nemici giurati dei Goblin; altre razze compaiono meno – i Silfi, i Bwca, altre strane manifestazioni del piccolo popolo ognuna con le sue strane caratteristiche.



C'è un aspetto che ho adorato e che mi preme sottolineare, che si presenta coerentemente nell'opera omnia di Tarenzi: la reinterpretazione, o forse sarebbe meglio dire l'adattamento, di leggende e mitologie antiche alla luce dell'interazione con l'uomo. Presupponendo l'esistenza dei fatati – o di creature eterne – dobbiamo presumere che cambino col tempo, che le nostre infinite rivoluzioni tocchino anche loro. I Moryan di Poison Fairies sono cambiati col passare dei decenni, con l'avanzare dell'urbanizzazione e la scomparsa delle foreste. Sintetizzano veleni partendo dalle sostanze chimiche che trovano nella discarica, studiano ed evolvono il proprio Glamour a seconda delle necessità, sfruttano i rifiuti perché diventino strumenti. Già da un po' di tempo mi interrogo sui nuovi paradigmi della letteratura fantastica; se prima era il mondo fatato a piombare nell'umana quotidianità, ora ci divertiamo a pensare a come la nostra umanità trabocchi nel mondo fatato cambiandolo irrimediabilmente.
(che vi devo dire, ho un debole debolissimo per le rielaborazioni ben fatte).

Dunque, la trama. E di questo punto si può chiacchierare brevemente; nella discarica, le cose per i Goblin vanno male. Si avvicina l'inverno, le provviste scarseggiano. Il Re dei Goblin, Albedo – fratello maggiore di Cruna – si trova a fronteggiare le conseguenze delle pessime decisioni del padre che lo ha preceduto. Cruna, Disgelo e Verderame trovano una batteria gonfia di acido abbandonata in territorio Boggart, e intendono recuperarla. Il primo libro inizia così: con una scalcagnata missione di recupero che si trasforma in tragedia, l'innesco di una situazione che già da anni aspettava il momento giusto per trascendere. Seguono morti, processi, ancora morti, fughe, morti. Un sacco di morti. Mentre leggevo mi interrogavo su un calcolo di decessi per pagina, credo che il rapporto sia intorno a 0,5 a 1. Che non è poco.

I personaggi si fanno voler bene fin da subito, ognuno a suo modo impenitente testa di minchia. È bello quando a ognuno è concesso lo spazio di un punto di vista dignitosamente spiegato; passi per Cruna, Verderame e Disgelo, giovani e ribelli, è ovvio che facciamo il tifo per loro. Ma lo stesso spazio è dato anche ad Albedo, al Re dei Boggart Argiope, al braccio destro di Albedo, l'implacabile Livido. E sono a tratti commoventi le imprevedibili connessioni tra l'uno e l'altro. Un'altra nota di merito sono le descrizioni dinamiche e dettagliate dei combattimenti – che sono tanti, veramente tanti.



Questa recensione rischia di apparire come una fastidiosa sviolinata, me ne rendo conto. Ma Poison Fairies mi è piaciuto un sacco. Le sue 500 e passa pagine me le sono divorate in due giorni. Trattenere l'entusiasmo avrebbe un che di posticcio, simulare una serietà che non mi compete darebbe un'aria farlocca alla recensione – se così vogliamo chiamarla – e al blog tutto.
(che poi nessuno mi ha ancora rinfacciato alcunché, la mia coda di paglia potrebbe alimentare mille roghi).