lunedì 25 marzo 2019

Proletkult - I Wu Ming tra alieni, storia e comunismo

Quando leggo qualcosa dei Wu Ming – o un romanzo storico in generale – evito sempre di andare a controllare nomi, date e accadimenti salienti. Sayonara, Wikipedia, ci rivediamo a lettura finita per dare un'occhiata alle ultime incertezze, com'è finita davvero e per chi, – anche se non è sempre la strada indolore, a volte la narrazione ti regala un lieto fine, un sopravvissuto fortunato e tu con infame pignoleria devi andare per forza a gettare nelle fiamme tanta gentilezza, a scoprire sotto la pagina morti e massacri.
Ma dunque, andiamo con ordine, – sì, come no.
Ho appena terminato la lettura di Proletkult, ultima fatica dei Wu Ming. Avevo adorato Q, Altai, L'armata dei sonnambuli, 54, L'invisibile ovunque. Non sono un collettivo particolarmente prolifico, ma qualcosa ogni pochi anni esce, e io di rado mi lascio attendere da quel qualcosa.
Proletkult sta per Proletarskaya Kultura, un'organizzazione fondata in Russia nel 1917 per promuovere la nascita di una cultura veramente operaia, fatta e pensata dai lavoratori, e non inculcata loro da una borghesia intellettuale illuminata. Tra i fondatori abbiamo Alexandr Malinovskij, meglio noto come Bogdanov, filosofo marxista e scrittore di fantascienza. Le sue teorie sul monismo empirista lo portano alla rottura con Lenin, che un tempo poteva davvero chiamare compagno, e a una complicazione nei rapporti col Partito. Nel 1906 pubblica Stella rossa, un'opera visionaria in cui un uomo visita Marte, e ne racconta le meraviglie tecnologiche e sociali. Marte è un pianeta veramente rosso, la sua società è evoluta in un tutto armonico e anti-classista. Nel romanzo di Bogdanov Marte è illuminato, operaio, comunista.
E fin qui è tutto vero, i Wu Ming non si sono inventati nulla.
Nel 1927 Bogdanov e la moglie Natal'ja gestiscono una clinica in cui vengono praticati cicli di trasfusioni sanguigne tra pazienti, in modo che ognuno possa beneficiare delle caratteristiche plasmatiche dell'altro. C'è un sottofondo di comunitarismo nella filosofia di tanta pratica, ma soprassediamo.
Denni intanto arriva alla clinica di Bogdanov. È un'orfana, a suo dire mezza aliena – non di Marte, ma di Nacuun – e sta cercando il padre, Leonid Voloch, anche lui ex-rivoluzionario. Non ha più di vent'anni, ha perso la madre che era ancora una bambina, ha la pelle diafana e troppo bianca per quella di un umano. Bogdanov la sottopone a qualche test e scopre quella che potrebbe essere una malattia del sangue latente, ma non ha mai visto prima niente del genere e, da medico, vuole studiarla. Le promette di aiutarla a cercare Leo, il padre, che pare essersi volatilizzato.
E così via.
Tra storia, sangue, alieni e comunismo.
Come sempre i Wu Ming prendono l'uomo e ce ne mostrano le falle; e sappiamo che non sono falle di tutti, ma falle di molti. O forse sono falle di tutti, solo che alcuni riescono a non cascarci dentro – ma questo cosa dice di loro? Che sono migliori o che sono troppo gonfi d'orgoglio per lasciarsi andare all'ambizione, e a quel punto cos'è meglio?
Ognuno ha la sua risposta, immagino. Io la mia me la tengo.

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