domenica 24 febbraio 2019

Una bambina da non frequentare di Irmgard Keun


Di Irmgard Keun avevo letto tempo fa Gilgi, una di noi e l'avevo adorato senza se e senza ma. Tralasciando la mera questione grafica – che effettivamente tocco di rado su queste lande – che da L'Orma editore non mi aspetterei giammai di essere esteticamente delusa, in Gilgi trovavo una prosa raffinata, un'intensità quasi violenta delle emozioni belle, una storia di tutti i giorni e disgraziata insieme, le giornate soddisfacenti e impegnative di una ragazza che vuole bastare a se stessa nella Germania fiorente (e ariana) degli anni '30, un'esplosione di sentimenti, le conseguenti macerie.
Giusto per dare un po' di contesto letterario, Irmgard Keun è nata a Charlottenburg nel 1905 ed è morta a Colonia nel 1982. Ha studiato recitazione, lavorato come dattilografa, ha visto i suoi romanzi finire nella lista delle letture nocive sotto il regime nazista, è stata incarcerata, ha subìto l'esilio. Gilgi, una di noi è stato il suo esordio, poi seguito da Doris, la ragazza di seta artificiale e poi da Una bambina da non frequentare. Non ha mai smesso di scrivere, ma per decenni le sue opere sono state accolte con indifferenza da pubblico e critica, e sono rimaste in un insopportabile oblio fino a tempi recentissimi. Spero vivamente che L'Orma continui a scavarle fuori dalla terra una dopo l'altra.
Dunque, Una bambina da non frequentare, pubblicato per la prima volta nel 1936, arrivatomi nella forma di regalo di Natale da mia madre – grazie, Mutti <3 – nella traduzione di Eleonora Tomassini ed Eusebio Trabucchi.
La bambina da non frequentare è la protagonista e narratrice senza nome, che ci risulta adorabile quanto pestifera, tremendamente schietta. Non so esattamente a che età i bambini inizino a usare un filtro nelle loro interazioni con gli altri, a sviluppare quell'empatia che impedisce di ferirli; il punto di questa bambina è che lei non sviluppa alcunché che possa facilitarla nelle relazioni con gli altri. A lei piace giocare, sporcarsi, provare il brivido del proibito e dell'errore – e c'è un punto verso la fine in cui racconta questo brivido e va oltre qualsiasi altra rappresentazione di discolo io abbia mai letto, oltre la birichinata del momento inizi a scorgere il punto in cui la monella diventerà un'adulta degna di un film di Tarantino.
La struttura è la stessa di molte opere che hanno al centro le piccole avventure di una bambina; capitoli in cui si raccoglie tutta una vicenda, un guaio al centro, o forse un inganno, una vendetta, gonfie di pensieri malevoli e piani machiavellici. La protagonista odia liberamente, desidera liberamente, si contorce all'interno di giornate che non le vanno bene e cerca di sottrarsi alle costrizioni, senza badare granché alle coneguenze delle sue azioni. Manca di tutto quello che dovrebbe renderla col tempo assennata, ricorda Pippi Calzelunghe ma soprattutto Zazie – quella di Queneau – perché si capisce che questo libro non è solo per bambini, anche se i bambini lo adorerebbero.
La bambina frequenta la “masnada dei banditi furiosi” – un gruppetto di amici – e confida al cinico e anziano vicino di casa le rimostranze verso la società che la sua famiglia non capirebbe, non prova che disprezzo per la severa zia Millie e odio per la compagna di classe Traut Meiser. Non è incapace di affetto, ma è priva di comprensione per le restrizioni che le persone si auto-impongono onde vivere efficacemente come membri della società.
Una lettura leggera e divertente, da cui ci si può aspettare un sacco di conflitti improbabili e continue sfide verso qualsiasi forma di autorità; una narratrice che si dimena all'interno delle proprie giornate non capisce – né spesso le importa di capire – la portata dei danni che si trascina dietro.

"Non voglio piangere. Gli adulti si mettono a ridere quando piango. E quando rido non gli va bene comunque perché è segno che ho fatto qualcosa che secondo il loro giudizio non dovevo fare. Devo imparare a prendere la vita sul serio. Ma com'è che si fa?"




lunedì 18 febbraio 2019

Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, di Mary Ann Shaffer e Anne Barrows


Ogni tanto faccio cenno a quelli che intendo come “libri del buonumore”, che non devono essere leggeri e leggiadri per forza, né particolarmente semplici di stile e tematica. Libri che invece di prenderti per le spalle e scuoterti molleggiandoti il cervello, ti si accostano appena e ti invitano a prepararti una tisana, a metterti comodo e a rilassarti un po', che sarà una piacevolissima passeggiata. Non so come mai i romanzi della casa editrice Astoria rientrino tanto spesso nella categoria, ma quando ho bisogno di una tregua dalle infamie della vita, di solito cerco tra gli scaffali quel rosso inconfondibile.
Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows, dunque, tradotto da Giovanna Scocchera ed Eleonora Rinaldi, e da cui nel 2018 è stato tratto l'omonimo film di Mike Newell.
Si tratta di un romanzo epistolare, interamente epistolare, in cui compaiono moltissimi personaggi e accadono tante piccole cose. Accadono – più che altro sono accadute – anche cose grandi. Il romanzo ha inizio nel 1946, nella Londra del dopoguerra, dalla breve e simpatica lettera che la protagonista Juliet scrive all'amico e editore Sidney. Juliet ha tenuto per anni una rubrica mondana con lo pseudonimo di Izzy Bickerstaff, e dai suoi articoli è stato tratto un libro che ha riscosso parecchio successo, Izzy Bickerstaff va in guerra. Ora sta cercando idee per un nuovo romanzo, e intanto presenta il proprio esordio nelle librerie di tutta l'Inghilterra, litiga con un giornalista che cerca di fare del suo passato uno scandalo, aiuta uno sconosciuto a rintracciare l'opera omnia di un romanziere, ed è grazie a questo sconosciuto – Dawsey Adams – che si avvicinerà alla bizzarra genesi del club del libro di Guernsey, un'isola affacciata sul canale della Manica che ha subito pesantemente l'occupazione tedesca. Juliet non visita soltanto la Guernsey del presente, ma anche e soprattutto quella del passato. Il club di cui anticipa il titolo è stata la subitanea trovata che ha risparmiato a una manciata di isolani le pesanti ripercussioni degli occupanti nazisti per aver trasgredito al coprifuoco, – e non solo, ma questo non ha importanza. Sta di fatto che da una piccola casualità è sorta una comunità vera, ed è a questa che Juliet vuole ispirarsi. Inizia una fitta corrispondenza con vari membri del club, e non contenta decide di andarli a trovare, anzi, di andare a trovare l'intera Guernsey in cerca di informazioni e ispirazione. Troverà cose terribili – la Storia la conosciamo – e meraviglie inaspettate. Quello che conta, qui, sono i legami che intercorrono tra le persone, anche con quelle che hanno cessato di esistere.
Si potrebbe definire una commedia per i suoi toni, per l'allegria di cui sono intrisi i personaggi, per tutta la speranza che straborda luminosa dalle pagine; ma sono raccontati orrori così grandi che definirla commedia ha un sapore di polvere e cenere.
Vorrei giusto accennare a un aspetto che ho gradito molto; l'accettazione dell'esistenza di tedeschi chiamati a una crudeltà estrema, e che tuttavia crudeli non erano. Voglio dire, non basta non volere il male per essere innocenti, quello che facciamo ci resta addosso, non lo si può cancellare. Ma chiamare mostro ciò che è umano è un errore da principianti della natura umana.
Non che io sia questa grande esperta, ma ci sto lavorando. E i libri aiutano.

sabato 9 febbraio 2019

Piccolo mondo perfetto di Kevin Wilson


Di Kevin Wilson avevo letto un unico libro diversi anni fa – non lo possiamo certo definire prolifico, dal 2009 ha scritto soltanto due raccolte di racconti e due romanzi – e grazie a quello mi è rimasto impresso in maniera indelebile. Si tratta di La famiglia Fang, da cui è stato recentemente tratto l'omonimo film con Nicole Kidman. Narra di una famiglia in cui i genitori sono artisti di quelli che non creano opere concrete, ma happening, situazioni, imprevedibili bolle di follia. Per dire, magari vanno a cena in un ristorante e iniziano a lanciare condimenti sui tavoli vicini. Si facevano accompagnare dai due figli, Bambina A e Bambino B, e va da sé che i due crescendo si ritrovano pieni di falle e insicurezze e questioni irrisolte. La famiglia Fang mi era piaciuto moltissimo per tutte le sue implicazioni sui legami famigliari e sull'arte, ed è una lettura che consiglio spasmodicamente.
Ovviamente quando Fazi mi ha proposto la lettura di Piccolo mondo perfetto, secondo romanzo di Wilson, mi è scaturito un entusiasmo difficilmente riferibile, quindi eccomi qui che ne chiacchiero a lettura ultimata.
Il Progetto Famiglia Infinita, finanziato da una tizia ricca ricchissima – le ragioni sono ininfluenti – si ripromette di dimostrare una nuova via per il progresso sociale. Nuclei famigliari allargati, una base di supporto ampia che nasce dall'unire insieme diverse coppie di genitori e i loro figli. I promotori vogliono farlo funzionare nel piccolo, con un progetto della durata di dieci anni che potrà in futuro essere proposto come modello sociale e abitativo a livello globale. Più grandi sono le famiglie, più stretti sono i rapporti tra i loro membri, migliore sarà la vita dei singoli individui.
Tutto avviene in un meraviglioso complesso con palestra, piscina, spazi verdi etc. Nove coppie e Izzy, la protagonista, diciannovenne incinta il cui compagno si suicida prima della nascita del bambino, soffocato dalla pressione e dalle proprie debolezze. L'ideatore è il famoso psicologo Preston Grind, figlio di una coppia di psicologi che ha trasformato la sua infanzia in un traumatico caso studio, per attestare la funzionalità del metodo della frizione continua. In soldoni, fare della vita del piccolo Preston una continua lotta senza punti fermi, una serie ininterrotta di scomodità, sofferenze e difficoltà volte a prepararlo a qualsiasi orrore il futuro possa riservargli.
Questo romanzo parla di famiglie, di legami, dei rapporti tra persone che si piacciono e non si piacciono, o non sanno come avvicinarsi le une alle altre. Di quello che significa avere figli, scegliere una carriera, darsi da fare, arrendersi. Izzy è una donna forte, indipendente, orfana di una madre che le ha impresso chiaramente l'aspettativa di un futuro radioso che non si riflette minimamente nella sua vita col padre distante e alcolizzato e nel suo faticoso lavoro in una rosticceria. Se devo essere sincera, forse Izzy è anche troppo forte. Come fa a sapere dove andare, a fare scelte così complicate in quasi totale solitudine? Mi è capitato di lamentarmi dell'idealizzazione dei personaggi femminili da parte di autori uomini dagli intenti senza dubbio condivisibili. Potrebbe essere uno di quei casi, o forse l'errore sta nella mia incapacità di accettare come pienamente plausibile una simile forza di carattere, considerata la mia spina dorsale composta all'80% di marshmallow e orsetti gommosi, – il restante 20% sono rugginose paranoie e insicurezze. Non che Izzy non faccia errori, anzi, e si fa anche un sacco di domande, ma è come se nel contempo avesse una sorta di scheletro di titanio che le impedirà sempre e comunque di crollare.
In sostanza, è un romanzo che mi è piaciuto moltissimo e che consiglio sinceramente; ha delle pecche, – trovo che la questione dell'autolesionismo sia un po' semplificata, e che alcune situazioni si risolvano con un'ingenuità che la vita reale non concede – e se ci si vuole approcciare a Kevin Wilson continuo a pensare che La famiglia Fang sia imbattuto. Ma è comunque un'ottima lettura, e il tema in sé è veramente interessante. Sono davvero curiosa di vedere che altro Wilson estrarrà dal suo cappello magico da narratore.

domenica 3 febbraio 2019

La difesa di Luzin di Vladimir Nabokov


Io e Vladimir abbiamo iniziato col piede sbagliato diversi anni fa, quando sono arrivata più o meno a metà di Lolita per abbandonarlo e decidere che dentro la testa del professor Humbert Humbert proprio non ci volevo stare, mi metteva i brividi. Meno male che poi ho preso in mano Una risata nel buio e Ada o Ardore, di cui vai a sapere perché non ho mai chiacchierato su questi lidi, anche se il primo è una delle migliori letture degli ultimi anni. Qualche settimana fa è stata la volta di La difesa di Luzin, e mi è piaciuto moltissimo anche questo, e magari è la volta che scriva qualcosa su Nabokov, che sennò finisco per leggerlo tutto in silenzio e sarebbe strano, visto che ormai il nostro rapporto scrittore-lettore è intensamente avviato.
La trama di Lolita è arcinota, quindi la tralascio; Una risata nel buio racconta la rovinosa storia dell'ossessione di un uomo sposato per una giovane ambiziosa, Ada o Ardore di una relazione morbosa e incestuosa. La difesa di Luzin ha al centro un'ossessione, ma per la prima volta da quando ho iniziato a leggere Nabokov, non si tratta di un'ossessione sessuale, tutt'altro. Luzin gioca a scacchi, è malato di scacchi, se li tiene impiantati strettamente nei cromosomi. Ma andiamo con ordine.
La difesa di Luzin è una delle prime opere di Nabokov, scritto nel 1929 ed è uscito inizialmente a puntate su una rivista parigina. Scritto in terza persona, inizia raccontando di Luzin-padre, – il padre del protagonista – un uomo serio e noioso che scrive libri per ragazzi tremendamente edificanti e dimenticabili. Luzin-figlio è una delusione amata. Non interagisce, non gioca, è timido e privo di interessi. Non brilla a casa né a scuola, ha difficoltà a comunicare coi genitori e con chiunque altro. Si apre soltanto agli scacchi, il suo unico interesse, scoperto grazie a un amico di famiglia.
La vita di Luzin alla fine è questa, quella del suo talento e di dove questo lo porta. Una vita costruita attorno agli scacchi, in cui ogni scelta punta verso nuove tecniche, nuovi incontri, nuove vittorie; in cui l'ossessione a un certo punto presenta il conto, o forse è la pretesta di una normalità inadatta a corrodere. Non c'è nulla di statico in questo romanzo, e la voce di Vladimir è sempre la voce di Vladimir.
È stata un'ottima lettura, e devo decidermi a chiacchierare anche del romanzo che ho preferito di Nabokov, Una risata nel buio. C'è tanto da dirne, ma saprò io dirne?

venerdì 1 febbraio 2019

Racconto d'autunno di Tommaso Landolfi


Racconto d'autunno di Tommaso Landolfi, prima edizione Vallecchi nel 1947 e oggi ripubblicato da Adelphi – ma vogliamo ad Adelphi tutto il bene che merita, con tutti i capolavori che va a ripescare dalla storia della letteratura? Chiediamocelo.
Ci sono un po' di cose da premettere, prima di chiacchierare della – semplicissima – trama. Primo, che io a Landolfi voglio ormai parecchio bene, e del perché ho già chiacchierato dopo aver letto Il mar delle blatte e altre storie. Secondo, Landolfi ha scritto questo breve romanzo di getto dopo la fine della guerra, come a esorcizzarne l'orrore, e i riferimenti autobiografici non mancano. Terzo, la questione della casa, che diventa da rifugio a mistero di cunicoli, da nido a trappola. Vorrei leggere qualcosa di più sulla questione, magari poi per scriverne. Racconto d'autunno mi ha fatto pensare al poco che ho letto di Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello e L'incubo di Hill House, di cui è stata tratta recentemente l'omonima serie Netflix; mi ha fatto ripensare anche a Di bestia in bestia di Michele Mari, e ai pomeriggi trascorsi da sola in casa, da piccola, quando ancora potevo illudermi che dietro la realtà si celasse un mondo più strano e interessante, e mi immaginavo mostri in soffitta e passaggi segreti. Le case spaziose sono una manna per l'infanzia, non per quello che contengono ma per quello che non contengono, quello spazio vuoto che se hai abbastanza fantasia puoi riempire di... beh, di tutto.
Ma veniamo all'amico Tommaso, che merita tutta la nostra attenzione. Come dicevo, la trama è semplice. Il protagonista e narratore milita nella Resistenza ed è in fuga da giorni nei boschi. Incontra una dimora signorile che gli pare abbandonata, e vi entra con la forza dopo aver visto i suoi richiami lungamente ignorati. Dentro un vecchio con un fucile e due cani apparentemente feroci; ma il vecchio, per quanto scostante, non pare aggressivo. Lo lascia stare, lo invita ad andarsene, ma non lo caccia, consapevole che uscire nelle braccia dei soldati equivarrebbe a una condanna a morte di cui preferirebbe evitare la responsabilità.
Il protagonista vaga per la casa, incontra il dipinto di una donna e se ne crea una narrazione personale; vaga ancora, scopre cunicoli, segue il vecchio che ancora di più lo vorrebbe vedere partire. E viene un momento in cui la realtà di scolla dal romanzo, e l'atmosfera si fa gotica e inquietante, buia e ombrosa. E poi di nuovo torna brusca la realtà, ancora più cupa e tetra del mistero, e così via.
È un romanzo stranamente lineare, e tuttavia bizzarro come sa essere bizzarro Landolfi, ed è bello che sia così.