mercoledì 17 ottobre 2018

Lune di miele di Chuck Kinder


Di questo romanzo avrei dovuto parlare settimane fa, a lettura appena terminata, con le parole ancora tiepide sulle dita e l'entusiasmo a mille, quell'entusiasmo del lettore che ha appena scoperto qualcosa di bello. Se ci ho messo così tanto è per una questione di tempo, impegni e casualità. C'è anche di mezzo il fatto che mi è stato mandato dalla casa editrice, (grazie Fazi, ti voglio bene) e come politica personale preferisco non pubblicare più recensioni di fila di libri ricevuti da terzi. Soffro di quella che viene comunemente chiamata “coda di paglia”, e del timore di diventare un blog-vetrina, di quelli che parlano solo di quello che ricevono, ne scrivono solo bene e ricevono vagonate di libri proprio per questo. Avendo neanche troppo recentemente chiacchierato di altri titoli ricevuti da Fazi – Elmet e Cambio di rotta – vorrei riuscire a piazzare almeno un paio di letture “autonome” di mezzo, ma di quelle che ho fatto non mi va granché di chiacchierare, o ne ho già chiacchierato altrove, e non sono ancora arrivata a metà di Ada o ardore di Nabokov, che mi sta piacendo un sacco ma è pure un discreto mattonazzo. Quindi per questa volta, con buona pace delle mie personali politiche interne, chiacchiero per due volte di fila di romanzi ricevuti a'ggratis.
(Non so perché mi dilunghi su politiche interne, etica personale e quant'altro, non ho mai ricevuto la minima lamentela ma ehi, come dicevo, coda di paglia).
Parliamo dunque di Lune di miele di Chuck Kinder, tradotto da Giovanna Scocchera. Nota particolarmente interessante: a Chuck Kinder si è ispirato Michael Chabon per il protagonista di Wonder Boys, e a sua volta Kinder si è ispirato a Raymond Carver per il personaggio di Ralph Crawford. Le coincidenze.
Lune di miele parla di due scrittori e delle loro famiglie. Entrambi letterati, professori universitari, le schiene chine sui loro romanzi o racconti. Siamo nella California degli anni '70, i nostri due sono sposati, hanno famiglia, tengono corsi di scrittura creativa. E nel frattempo inseguono quell'immagine di scrittore squinternato e maledetto, schiavo di qualsiasi vizio mai inventato dall'uomo, dal sesso agli acidi, dall'alcol alle fughe in auto. Ralph Crawford avrà una quarantina d'anni, è sposato con Alice Ann, la sua bellissima fidanzatina dai tempi delle superiori. Insieme hanno due figli adolescenti che lui detesta platealmente perché gli finiscono la vodka e gli sgraffignano le riserve d'erba, e intanto Alice Ann vorrebbe credere che sia possibile ricostruire la famiglia, lei e le sue improbabili tendenze new age, i suoi scatti d'ira e la sua commovente, inaspettata lucidità. Poi c'è Jim Stark, e qui pare che Chuck si sia ispirato a se stesso nella costruzione di questo personaggio così complesso; Jim è più giovane di Ralph, è un omone grosso di quelli che ti sale il rispetto appena li incroci, e magari ti possono portare via la spalla se per caso li scontri per strada, e non ti aspetteresti di sentirgli declamare versi e racconti e arrovellamenti sulla scrittura. Anche lui gonfio di erba, acidi, alcol e chi più ne ha, più ne metta; con Ralph ha in corso una specie di bizzarro sodalizio, un rimpallamento di “io credo che tu sia quello che dimostri di essere” che pare estremamente importante per l'idea che ognuno dei due ha di se stesso. È un legame strano, fatto un po' di droghe, un sacco di compagnia e di uscite smargiasse, e da una fiducia costantemente tradita, forse abitudinaria. Tutto condito col peso della scrittura vissuta come missione assoluta e stereotipi duri a morire.
Eppure, sapete cosa mi è rimasto, soprattutto? E lo so che suonerà assurdo e un po' si ricollega a Elmet, di cui chiacchieravo qualche giorno fa. Mi ha affascinata moltissimo la famiglia di Ralph, il suo legame con Alice Ann, quella bolla strana, disordinata e disfunzionale che torna a riproporsi come la peperonata la domenica pomeriggio. I tentativi di fuga di Ralph e di Jim da un contesto malato che vengono stroncati sul nascere, perché non si scappa da se stessi, e l'amore non salva, né può salvare la letteratura. E ho voluto bene ad Alice Ann, al suo cercare di dare un senso alla sua vita con Ralph, alla sua ragionevolezza e alla sua assurdità.
È un romanzo dinamico, a tratti allegro, spesso squallido e scanzonato. Scorre, fila, vive proprio. Se Fazi volesse portare in Italia il resto della produzione dell'amico Chuck, ecco, io ne sarei parecchio contenta.

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