lunedì 5 settembre 2016

Wonder Boys di Michael Chabon

In realtà non era con questo libro che avrei voluto iniziare a leggere Michael Chabon. Volevo che fosse Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, con cui ha vinto il Pulitzer nel 2001 e che mi dà l'idea di essere un road-trip abbastanza tosto. Ma ero in biblioteca, avevo appena scoperto che al piano superiore c'era una sala a scaffale aperto – sì, beh, nessuno me l'aveva detto in tutti questi mesi – e questo è il libro che mi sono trovata davanti. Tra l'altro ero così entusiasta della scoperta che mi sono portata via un po' tutto quello che ho trovato che potesse interessarmi e metà dei libri li ho dovuti portare a mano perché in borsa non ci stavano. E per quello che ho letto finora, devo dire che ho scelto benone, pure se guidata dal più cieco istinto.
Dunque, Wonder Boys di Michael Chabon, edito da Rizzoli nel 2002 nella traduzione di Luciana e Margherita Crepax. Attualmente, temo, fuori catalogo.
Il protagonista e narratore è Grady Tripp, – che poi con 'sto nome non è che si potesse pretendere, eh – uno scrittore e professore universitario appena affacciatosi ai quaranta, con un manoscritto non finito di circa duemila pagine basato sulle vicissitudini della famiglia Wonder; va da sé che il titolo del libro riprende il suo stesso romanzo. Sono sette anni che sta dietro al libro senza riuscire a finirlo, ha prosciugato l'anticipo della casa editrice e attende l'arrivo di un suo caro amico nonché agente letterario e editor, Terry Crabtree, cui dovrebbe consegnare almeno una bozza del marasma che è riuscito a produrre. Nel frattempo la sua università organizza il Wordfest, un festival che si svolge a casa del rettore per promuovere l'incontro tra aspiranti scrittori (studenti), scrittori, professori, editor e agenti letterari. Solo che Grady è quel tipo di persona stupidamente autodistruttiva che riesce a colare a picco in una piscina vuota, e quello che dovrebbe essere un tranquillo week-end di conferenze letterarie si trasforma in un'epopea di proprietà rubate, personaggi improbabili e situazioni familiari imbarazzanti.
Non provo un particolare affetto per Grady, ma ammetto che è difficile non empatizzare con lui. C'è dell'onestà nel suo essere un disonesto, ecco, nel suo distruggere e distruggersi. Trovo che manchi l'ironia – non è una critica, tutt'altro – tranne quando si scivola nel paradosso, perché i momenti in cui Grady passa dalle fantasticherie su Kerouac alla realtà sono vividi e potenti e tagliano. Non che sia un libro tragico o con forti carichi depressivi, tutt'altro. È divertente, pieno di movimento, scorre; è il legame di Grady con la letteratura e poi con se stesso e poi con la propria vita privata ad essere sottile e altilenante in modo quasi doloroso.
L'ho già detto, ma voglio specificarlo di nuovo: ciò che ho gradito di questo libro, oltre ai personaggi e al modo in cui viene dipinto il panorama editoriale-letterario, è il sub-strato di realtà che non abbandona mai lo scorrere della storia. Voglio dire, Grady è un ammiratore di Kerouac, crede nei viaggi pieni di sorprese, gonfi di problemi la cui bellezza esula dalla risoluzione, crede nel significato delle cavolate che mette in scena. Il mondo attorno, però, non ci crede, e nemmeno Chabon. Ovvero, crede nella bellezza di un simile viaggio e nei suoi significati, ma la realtà con tutte le sue conseguenze rimane presente, ecco. A prescindere dai paradossi e dalla risoluzione finale.
Quindi ovvio che io consigli questo libro, in caso riusciate a trovarlo, magari in biblioteca. Ho la sensazione che Chabon sia uno di quegli ottimi autori che in Italia non abbiamo ancora imparato ad amare e ad apprezzare, e temo che ce lo lasceremo sfuggire, poi tra un paio di decenni arriverà un editore a riscoprirlo e ci sarà un nuovo effetto John Williams (Stoner).

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