venerdì 27 luglio 2018

Il coming out degli insicuri

Nelle scorse settimane mi sono data una corposa svegliata; sono tornata su progetti che avevo messo da parte, mi sono data una spinta di quelle potenti e mi sono decisa, dopo mesi di tentennamenti, ad aprire la pagina dedicata ai servizi editoriali. Scusate lo spam, non è di questo che volevo parlare oggi; mi andava di chiacchierare piuttosto della pagina accanto, Link utili per (aspiranti) scrittori, che ho aperto a un paio di giorni di distanza dalla prima e che sto ancora mettendo in ordine, e si vede – avete siti, blog, forum da consigliare? Sarò ben lieta di vagliare e inserire, ovviamente a titolo gratuito, visto che mi è stato discretamente chiesto da più persone se volessi farmi pagare.
Ora, in questa pagina è mia intenzione elencare tutto ciò che può effettivamente tornare utile a chi voglia scrivere, migliorarsi e pubblicare: riviste letterarie, piattaforme dedicate alla scrittura creativa e soprattutto figure professionali necessarie per buona parte di coloro che vogliano buttarsi sull'auto-pubblicazione con esiti che superino la mera amatorialità. Dunque altri editor e correttori di bozze, esperti di social media, illustratori, impaginatori, traduttori etc.
E ora entriamo nel vivo di questo post un po' alla buona, come non mi capitava da tempo di scriverne, – e diamine, non sia mai che io perda la mia vena stramandona, come dice mia madre – ovvero nell'insicurezza, nel dubbio che ostacola e a volte blocca.
Tanto per cominciare, non ero affatto certa che fosse una buona idea aprire la pagina Link utili blabla; perché mai, visto che si tratta di un po' di consigli a buon mercato che male non possono fare? Ecco, il fatto è che temevo venisse presa come una ruffianata, come il primo passo di un do ut des obbligato che nessuno mi aveva richiesto, che le persone linkate avrebbero storto il naso di fronte al collegamento virtuale, come se fosse un amo che le aveva agganciate mentre nuotavano tranquille facendosi i fattacci propri nel laghetto dell'Internet. Ho chiesto pareri in giro, a un paio di amicizie che trovate nell'elenco, e solo quello mi è costato non poca fatica, perché l'insicurezza è una brutta bestia; le risposte sono state unanimi, “Ma che stai a dire? Fa comodo, fai 'sto elenco e via”.
E l'elenco me lo sono creato prima in testa, poi ho buttato giù una traccia sull'ormai devastato quaderno degli appunti e infine mi sono messa a chiedere ad alcuni dei professionisti che avrei voluto infilarci se avessero effettivamente voglia di comparirci.
E sapete cosa ho trovato? Altra insicurezza. Tanta, tanta insicurezza. Persone di cui ammiro profondamente l'operato, che sia in campo artistico o editoriale, che si felicitavano per la mia decisione di uscire dall'ombra del dilettantismo, che speravano di trovare il coraggio di fare altrettanto e che si chiedevano, nonostante i risultati del loro sudato lavoro siano oggettivamente eccelsi, se fosse il caso di mettersi così in mostra, se fossero abbastanza bravi.
(sì, lo siete. diamine se lo siete).
Il contesto del lavoro free-lance è strano, soprattutto se parliamo dell'ambito creativo; puoi affidarti soltanto a te stesso e al tuo senso critico, non c'è nessuno che ti dica, dall'alto di una competenza superiore, se ciò che stai facendo sia giusto o sbagliato. Vale per l'editing, per la traduzione, per l'illustrazione, per tutto ciò che implica un'interpretazione e una ri-creazione del significato, che sia per lettere o per immagini.
E lavorando da soli si rischia di chiudersi quella bolla illusoria in cui sei l'unico a dubitare di sé, perché il lavoro degli altri lo guardi dall'esterno, vedi competenze mature e compiute realizzarsi in risultati finali ineccepibili, – ma dopotutto che ne sappiamo di quanto c'è voluto a Tizio per ottenere quell'illustrazione così proporzionata, la giusta amalgama di colori, o a Caio per riprodurre in italiano un'arzigogolata frase in russo lasciandone intatto il significato? Che ne sappiamo di quanto ci ha messo Sempronio a scrivere un articolo così svelto, pulito, agevole da leggere e capire?
Non possiamo saperlo; ma così, a sentimento, mi viene da dire che Tizio, Caio, Sempronio e pure i loro vicini di casa quel risultato così perfetto se lo sono sudato macerandosi nel dubbio per notti intere.
Dubitare è sano, utile, umano. Lo facciamo tutti, lo fanno pure i migliori, quelli così bravi che non te l'aspetteresti mai. L'importante è che l'insicurezza non diventi un blocco, che impariamo ad aggirare l'ostacolo e a passare oltre.
Sennò come facciamo a evolvere?

sabato 21 luglio 2018

Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler


Arthur Schnitzler l'ho conosciuto giusto un mesetto fa, con Doppio sogno. Neanche sapevo che fosse il libro da cui è tratto Eyes wide shut di Kubrick, ma tant'è, l'ho letto e divorato, e una settimana scarsa fa mi sono letta Il ritorno di Casanova, pubblicato per la prima volta nel 1918 e pubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Giuseppe Farese.
Ammetto di non aver mai letto la sua autobiografia – anche se sono certa di averne una vecchia edizione a casa, che ho sfogliato un paio di volte senza mai immergermici – e che per un lungo periodo ho pensato si trattasse di un personaggio di fantasia. Lascio qui il link alla voce dell'Enciclopedia Treccani per la gioia di chiunque voglia approfondire l'argomento.
Dicevo che per me la figura di Casanova è sempre stata un po' evanescente, mozza, incompleta. Un nobile libertino del '700 che si dilettava in duelli e sotterfugi; tutto qui. Probabilmente non avrei mai approfondito non fosse stato per l'amico Schnitzler, che ormai di lui mi fido. Se è interessante per lui, lo sarà pure per me, no?
E infatti Il ritorno di Casanova mi è piaciuto, e molto. Non so se e quanto sia storicamente accurato, ma poco importa. La narrativa può e deve mangiarsi la realtà, quando la trama lo richiede.
Casanova ha raggiunto la “veneranda” età di cinquantadue anni. Si sente vecchio, si è notevolmente impoverito, spera nel perdono dell'adorata Venezia, dalla quale è dovuto fuggire decenni prima. L'esilio gli è insopportabile, le sue vesti sono logore, non ha prospettive se non la speranza di tornare in patria e la pubblicazione di un libello contro Voltaire. È amaro, insicuro, ma rimane perfido. Diciamocelo, Casanova è un tantinello sociopatico.
Capita che incontri un vecchio amico, qualcuno per cui ha fatto molto, facendogli dono di centocinquanta monete d'oro come regalo di nozze, - dopo aver consumato lui per primo la prima notte, diciamo. Questi insiste per invitarlo nella sua tenuta, a rivedere sua moglie e a incontrare le sue figliolette e la nipote Marcolina. Si è arricchito commerciando in vino grazie al vecchio regalo di Casanova, e per lui non prova che un sommo rispetto e una fortissima gratitudine.
E Casanova accetta, seppure titubante, l'invito. Nella tenuta del lontano amico incontra Marcolina, appena diciottenne, una fanciulla di incontestabile bellezza che lo fa ardere di un desiderio antico e cocente, e che lo disprezza nel profondo. Marcolina non è una giovane sprovveduta; è intelligente, acculturata, arguta. Studia matematica e filosofia, riesce a mondare ogni dibattito dai sofismi di Casanova, lo umilia col proprio intelletto quanto col proprio disinteresse.
E non è che a Casanova la situazione possa andare bene.
E sotto le sue trame, e sotto questa trama, soggiace il terrore della morte e ancora di più della vecchiaia, del tempo che passa, di ciò che non torna. Casanova sembra voler scappare da se stesso e da quello che lo aspetta, pur rimanendo sempre lui.
Una leggenda nel bene (quale?) e nel male (appunto).
(no, davvero, scoprire che si tratta di un personaggio realmente esistito è stato un po' un trauma).

mercoledì 11 luglio 2018

La statua di sale di Gore Vidal

Di Gore Vidal non avevo mai letto nulla, era uno di quegli scrittori che si sentono nominare spesso e che ti riprometti di approcciare prima o poi. Non sapevo che fosse morto, ero convinta fosse ancora attivo – né che avesse pubblicato il suo primo romanzo nel lontano 1946, che fosse omosessuale e americano non so perché, ma il suo cognome mi suggeriva che avesse origini ebraiche.
La statua di sale mi è giunto direttamente dalla Fazi – che ringrazio sentitamente, metà della mia libreria ormai è cosa loro; pubblicato per la prima volta nel 1948, scandalo degli scandali in patria, è giunto infine nella traduzione di Alessandra Osti.
Il romanzo parte dalla fine; il protagonista, Jim Willard, è seduto nel separé di un locale a New York e beve; è già ubriaco, molto ubriaco, ma vuole continuare a bere. Quella sbronza la sta proprio cercando con impegno. Poche pagine di questa scena triste e squallida e poi via, verso il suo passato.
Jim viene dalla Virginia; è un giovane biondo, atletico, aitante. Appena finite le superiori si è trasferito a NY per due ragioni: levarsi da una famiglia per la quale non provava poi questo grande affetto – il padre, soprattutto, è una figura fortemente negativa – e la speranza di ritrovare Bob, il suo migliore amico, il suo grande amore. Si sono separati un anno prima, perché Jim doveva ancora finire la scuola e Bob non vedeva l'ora di fuggire, ma il ricordo del loro ultimo fine settimana insieme, in una casetta sperduta nei boschi, è rimasto piantato nel cuore di Jim come un chiodo che non arrugginisce.
La statua di sale è una storia semplice, curiosamente lineare, se pensiamo a tutte le peregrinazioni di Jim. Passa da un lavoro all'altro, solitamente come istruttore di tennis, da una città all'altra, attraversa un paio di relazioni importanti, conosce poche persone che per lui significheranno qualcosa. È una persona stranamente fredda, capace, solida, che non si fa molti problemi nell'avanzare nel mondo.
Bob rimane il suo faro. In tutti gli anni lontano da casa, c'è questo ricordo di Bob che lo guida, la convinzione che prima o poi si riuniranno e il loro rapporto tornerà strettissimo, diventeranno una coppia, Jim non la pensa mai esattamente in questi termini, per lui il concetto di “coppia” è forse troppo scontato per descrivere il rapporto con Bob, che sembra qualcosa di ancestrale, profondo, incorrotto.
Mi ha ricordato vagamente John Williams, e mi viene un po' da sperare che i due si siano letti a vicenda; si sarebbero piaciuti, credo.
A me sicuramente sono piaciuti un sacco entrambi.

venerdì 6 luglio 2018

La grazia del demolitore di Fabio Bartolomei


Fabio Bartolomei è uno dei miei scrittori italiani di riferimento, forse uno dei nomi da cui sono partita quando ho deciso di riscoprire la narrativa patria contemporanea. Ho letto tutto ciò che ha scritto, stranamente in ordine cronologico. Ho adorato Giulia 1300 e altri miracoli, La banda degli invisibili, ho pianto come una disperata con We are family – il mio preferito finora – e ho provato un po' di delusione con Lezioni in paradiso, ben al di sotto del livello cui il buon Fabio mi ha abituata.
L'ho passato al parentado come un virus efficace, è diventato presto uno degli scrittori preferiti di mia madre, graditissimo da mio padre e da mia sorella. Credo di aver regalato La banda degli invisibili pure a mia zia, e non è detto che Nonno1 non sia riuscito a leggerlo, prima di.
Ad ogni modo, voglio chiacchierare di La grazia del demolitore, pubblicato da e/o nel 2016, un bel tomo che mi ha tenuto compagnia per troppo poco tempo – Bartolomei lo leggi in un attimo, scorre semplice e cristallino, con la sua scrittura schietta, onesta.
Il protagonista è Davide, un trenta-qualcosa-enne figlio di papà, un eterno adolescente che si barcamena tra locali esclusivissimissimi, un paio di amici – di cui uno, Massimiliano, sotto con le droghe mica da ridere, anche se poi se ne ride a pacchi – strettissimi e i compiti elargitigli dal padre, costruttore di successo che sentirebbe la coscienza scricchiolare, se non avesse deciso decenni prima di sedarla. Davide ha anche una madre con cui ha un rapporto bellissimo, con cui balla di nascosto dal padre, e forse è grazie a lei se non si è del tutto perso.
Il romanzo inizia col compleanno di Glauco, padre di Davide. Ha affidato al figlio un progetto importante, la demolizione e la ricostruzione di alcune palazzine in un quartiere povero, da invadere con appartamenti di lusso a prezzi altissimi. Davide è entusiasta, non vede l'ora di dimostrare al padre quello che vale. Si trasferisce in uno degli appartamenti della palazzina, quello che gli ha lasciato la nonna in eredità.
Ed è lì che incontra Ursula, l'ultima inquilina del palazzo. È una ragazza cieca, sui trent'anni, con un cane problematico. Per puro errore Davide rimane intrappolato nel suo appartamento, e si trova invischiato in una di quelle situazioni imbarazzanti che più vanno avanti e più peggiorano, e diventa sempre più difficile auto-denunciarsi. Dunque resta lì e osserva Ursula, la segue. Poco a poco inizia a ballare con lei, all'insaputa della ragazza.
Capita che Davide si innamori di Ursula, e che comprenda quello che la demolizione della palazzina farebbe alla sua vita fatta di pochi punti fermi, alla sua routine accuratamente costruita in modo che sia in grado di percorrerla senza chiedere l'aiuto di nessuno. E allora cambia idea, e allora...
La grazia del demolitore si legge così velocemente che pare duecento pagine più corto di quello che è. Ti affezioni a Davide, ti diverti con Massimiliano e con Geronimo, il capo-cantiere di Davide. Si ride, si ride un sacco con Bartolomei, non si risparmia mai uno scambio di battute dai risvolti stupidi, non c'è scena troppo rocambolesca.
Adesso però arriva il momento delle critiche – sono critiche? Onestamente non saprei, più appunti che critiche, che nemmeno io so bene come la penso in materia.
La grazia del demolitore, secondo me, scivola un po' troppo sui facili stereotipi. Nel senso che non c'è una via di mezzo tra la vita scintillante e glitterata di Davide-e-Ricchi e i tizi del cantiere, ognuno sintomo di disagio occupazionale. Mondi troppo distanti, mondi che neanche si sfiorano, - davvero Davide ha vissuto così poco da non concepire qualcosa di diverso dalla propria esperienza? C'è poi come una patina di ottimismo che un po' mi stona; Massimiliano mi preoccupa non poco, lo vedo in overdose nel giro di venti pagine, ci sono personaggi secondari troppo entusiasti all'idea di aiutare Davide, nonostante questo possa costare loro caro, un eccesso di fortuna e speranza.
C'è da dire, come dicevo poc'anzi, che non so se la mia sia davvero una critica. C'è questa cosa nei libri di Bartolomei, come se vivesse in un mondo sporco che però riesce a vedere più pulito. Una salvezza potenziale che io non riesco a intercettare con lo sguardo, un approccio allegro e propositivo che al momento mi pare aspiri al surrealismo.
Va da sé, si sarà capito, a me La grazia del demolitore è piaciuto moltissimo.

domenica 1 luglio 2018

Piccoli scorci di libri #64, Guasti di Giorgia Tribuiani e Il Signor Bovary di Paolo Zardi


Guasti di Giorgia Tribuiani – Voland, 2018

Ho capito subito che sarebbe stato difficile parlare di questo libro, a lettura appena iniziata. Immediatamente colpisce la schiettezza delle emozioni della protagonista, i dialoghi che non vengono contrassegnati da nessuna punteggiatura particolare, così come i flussi di pensiero improvvisi in un romanzo che resta narrato in terza persona. Il mondo ondeggia sotto i piedi di Giada, così la storia procede incerta, a balzi, scossone emotivo dopo scossone emotivo. Non che si tratti di una drammaticità forzata e incomprenibile: Giada, la protagonista, ha perso il compagno di una vita, l'uomo con cui ha passato un sacco di tempo. Un giorno ha avuto un incidente e, puff, da un momento all'altro si è ritrovata sola.
Il suo sconvolgimento pare anche più comprensibile se pensiamo a due fattori: il primo è il fatto che, prima di morire, il suo compagno avesse donato il suo corpo a un artista che forma sculture partendo da corpi umani, dunque Giada sa che il corpo del compagno è stato plastinato ed esposto, e questo le rende difficile lasciarlo andare, - anche per le mancanze di rispetto dell'artista verso la “tela” che è il suo compagno. In secondo luogo, il compagno di Giada era un fotografo famoso, di indubbio e celebratissimo successo. Giada è rimasta impigliata nella sua ombra e non sa come uscirne, né come definirsi. È perduta, completamente perduta, e mi è apparsa spietata e patetica insieme nei suoi tentativi di ritrovare un appiglio al di fuori del defunto.
Guasti è un romanzo breve, in cui una donna resa folle dal dolore torna a far visita al morto per tutta la durata della mostra – durerà un mese – e nel frattempo farà un paio di incontri significativi, perché la sua vicenda non può lasciare indifferenti. È scritto con voce vibrante, con toni incoerenti, a volte senti gli ansiti di Giada, la sua voce farsi concitata. È un libro profondamente emotivo, di un'onestà cruda; Giorgia Tribuiani ha scoperchiato l'involucro protettivo della pelle del romanzo per mostrare quello che c'è dentro, al livello più profondo della narrazione. I bisogni, le paure, le vergogne, gli istinti.
La logica viene dopo.

Il Signor Bovary di Paolo Zardi - Intermezzi Editore, 2014

Questo libriccino e io ci siamo incontrati al Salone del Libro, durante il Salone dell'Oca; quando sono arrivata da Intermezzi, gioiosamente traghettata dai consigli di Neo., Manuele di Intermezzi ha iniziato a chiacchierare di Zardi e di Cristò con un entusiasmo potentissimo, contagioso. Mi ha spedito da Terra rossa, ma prima ancora mi ha omaggiata del Signor Bovary, con la lettura del quale ho incontrato un unico problema: io non ho mai letto Madame Bovary.
(fine delle critiche, il suddetto volume mi ha tenuto compagnia per un'intensa mezzora mentre scendevo in treno verso casa di mia madre).
Il Signor Bovary racconta di una vicenda così squallida che fa strano riconoscerla come banale, stereotipica. Il Signor Bovary è un uomo sulle soglie della mezza età, un borghese che più borghese non si può; un ottimo lavoro con un ottimo stipendio, una bellissima moglie, una figlia piccola. C'è quel cortocircuito che gli fa decidere di iniziare una relazione con Orietta, una donna delle pulizie più giovane, un po' sovrappeso, non particolarmente affascinante. È una relazione che si basa sul rapporto stesso, punta sul bisogno della via di fuga da una vita già incasellata. Una relazione che si interrompe in maniera brusca, lasciando il protagonista in condizioni a dir poco fecali, - ma non sto a dire oltre, che già è più un racconto lungo che un romanzo breve, manca solo che mi metta a descrivere il finale.
Il Signor Bovary è crudo, cinico e commovente. Il protagonista ce la mette tutta per cercarsela, è malato di quell'insoddisfazione che ti fa fare cose stupide e verrebbe un po' da rifargli la pettinatura a forza di coppini. Ma non è malvagio, i suoi sentimenti vengono dispiegati di fronte al lettore in modo che possa accogliere la sua debolezza e perdonarlo per le stronzate.
Come dire? La tragedia umana.