mercoledì 11 luglio 2018

La statua di sale di Gore Vidal

Di Gore Vidal non avevo mai letto nulla, era uno di quegli scrittori che si sentono nominare spesso e che ti riprometti di approcciare prima o poi. Non sapevo che fosse morto, ero convinta fosse ancora attivo – né che avesse pubblicato il suo primo romanzo nel lontano 1946, che fosse omosessuale e americano non so perché, ma il suo cognome mi suggeriva che avesse origini ebraiche.
La statua di sale mi è giunto direttamente dalla Fazi – che ringrazio sentitamente, metà della mia libreria ormai è cosa loro; pubblicato per la prima volta nel 1948, scandalo degli scandali in patria, è giunto infine nella traduzione di Alessandra Osti.
Il romanzo parte dalla fine; il protagonista, Jim Willard, è seduto nel separé di un locale a New York e beve; è già ubriaco, molto ubriaco, ma vuole continuare a bere. Quella sbronza la sta proprio cercando con impegno. Poche pagine di questa scena triste e squallida e poi via, verso il suo passato.
Jim viene dalla Virginia; è un giovane biondo, atletico, aitante. Appena finite le superiori si è trasferito a NY per due ragioni: levarsi da una famiglia per la quale non provava poi questo grande affetto – il padre, soprattutto, è una figura fortemente negativa – e la speranza di ritrovare Bob, il suo migliore amico, il suo grande amore. Si sono separati un anno prima, perché Jim doveva ancora finire la scuola e Bob non vedeva l'ora di fuggire, ma il ricordo del loro ultimo fine settimana insieme, in una casetta sperduta nei boschi, è rimasto piantato nel cuore di Jim come un chiodo che non arrugginisce.
La statua di sale è una storia semplice, curiosamente lineare, se pensiamo a tutte le peregrinazioni di Jim. Passa da un lavoro all'altro, solitamente come istruttore di tennis, da una città all'altra, attraversa un paio di relazioni importanti, conosce poche persone che per lui significheranno qualcosa. È una persona stranamente fredda, capace, solida, che non si fa molti problemi nell'avanzare nel mondo.
Bob rimane il suo faro. In tutti gli anni lontano da casa, c'è questo ricordo di Bob che lo guida, la convinzione che prima o poi si riuniranno e il loro rapporto tornerà strettissimo, diventeranno una coppia, Jim non la pensa mai esattamente in questi termini, per lui il concetto di “coppia” è forse troppo scontato per descrivere il rapporto con Bob, che sembra qualcosa di ancestrale, profondo, incorrotto.
Mi ha ricordato vagamente John Williams, e mi viene un po' da sperare che i due si siano letti a vicenda; si sarebbero piaciuti, credo.
A me sicuramente sono piaciuti un sacco entrambi.

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