giovedì 26 aprile 2018

Vogliamo leggere (davvero) - #BlogNotesMaggio

In Italia siamo soliti considerare la lettura come un animale raro da salvaguardare, qualcosa che non si sa bene a cosa serva ma è bello che ci sia. Non sappiamo spiegare quale sia l'apporto di una determinata specie in via di estinzione, ma siamo aggrappati all'idea di averla con noi, tenerla al mondo, che la sua scomparsa ci direbbe qualcosa di noi e del mondo che non vorremmo sapere.
Sentivo, fino a qualche tempo fa, un affettuoso protezionismo nei confronti della lettura, con un sentore di elitarismo che mi portava a dare per scontata la narrazione per iscritto come automaticamente superiore rispetto a qualsiasi altra forma di intrattenimento e conoscenza. La dimensione salvifica della letteratura, per così dire.
Non che io non ami tuttora visceralmente il libro e tutto ciò che lo accompagna; ma sono consapevole di come la mia ossessione sia soltanto mia. Al mondo c'è anche altro di parimenti – culturalmente – importante. E tuttavia, che la lettura sia intrinsecamente utile e importante è un dato di fatto. Potrei elencare fior di studi che hanno provato come leggere romanzi sviluppi l'empatia, la capacità di interpretare il mondo che ci circonda, la competenza nella costruzione e comprensione di frame comportamentali, per non parlare del bisogno del nostro cervello di mantenersi attivo, specie in età avanzata. Leggere fa bene, è un dato di fatto.
La Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore è stata istituita nel 1995 dall'UNESCO, in una risoluzione firmata a Parigi da un totale di 12 paesi. Lo scopo della Giornata sta assai prevedibilmente nel promuovere la lettura e a valorizzare l'apporto della letteratura nel contesto dell'avanzamento sociale dell'uomo.
In Italia precede di poco l'inizio del maggio dei libri, promosso dal Centro per il libro e la lettura e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, durante il quale si avvicendano fiere, iniziative e promozioni da parte dell'editoria e dell'industria culturale nel suo complesso. Ci sono state varie edizioni di #ioleggoperché, Torino che legge, Letti di notte, e pare che la promozione istituzionale si sia assestata in un buon numero di iniziative più o meno di successo, – difficile da dire in così poco tempo, ma sicuramente i lettori sembrano gradire.
#BlogNotes è un progetto di comunicazione editoriale ideato da Laura di Il tè tostato; quest'anno consisterà in una ciurma di blogger che pubblicheranno post a tema ogni settimana, – trovate tutti i blogger aderenti qui.
Si tratta di un incontro tra l'iniziativa istituzionale e quella spontanea, tra lo Stato e il lettore. Trovo che non siano soltanto le manifestazioni ufficiali a dire qualcosa sul bisogno di leggere dell'uomo; anzi, essendo motivate da ragioni educative e sociali, se non economiche, – nel lungo tempo, s'intende – le vedo quasi come un fenomeno secondario all'insorgenza di iniziative organizzate da individui estranei al settore librario.
Avete presente il bookcrossing? Penso di sì. Quella che fino a pochi anni fa era una pratica di nicchia è diventata comune. Scaffali di libri pronti ad essere sfogliati, presi in prestito e rilasciati in giro sorgono nelle biblioteche, nei bar, qualche volta persino negli studi medici. Mio padre, voracissimo lettore, fa la spola tra la biblioteca di paese e un bar gestito da lontani cugini, sempre pieno di nuovi libri da scambiare.
Non solo poi nei locali e nei posti chiusi; il bookcrossing si accontenta di cabine telefoniche abbandonate, piccoli cubicoli in mezzo a una piazza, davanzali all'aperto.
I gruppi di lettura poi sono sempre più attivi, sui social come di persona. Si organizzano su Anobii, su facebook, nelle biblioteche, oppure si formano spontaneamente tra gruppi di amici che vogliono condividere le loro impressioni di lettura.
Ci anche sono pagine facebook come Chi semina libri raccoglie tempesta, in cui vengono postate foto di libri abbandonati in giro per le città, protetti da buste di plastica, con una breve descrizione che possa agganciare il lettore.
Il mondo dei lettori si è preso carico della promozione della lettura già da tempo, e con disinteressata passione; ha preceduto lo Stato, l'industria, il mondo istituzionale della cultura, ne è diventato baluardo e forse ne sarà il riflesso.
C'è una dimensione speciale, nella letteratura, in qualcosa che viene creato dal nulla, che la rende selvaggia, imprevedibile, impossibile da catturare completamente in un'immagine fissa e riproducibile. È una dimensione di libertà assoluta, in cui tutto può essere e tutto può accadere e si riflette, nei lettori, nell'impossibilità di carpirne completamente il movimento, di prevederne le mosse. La letteratura si muove a ondate, segue certe mode e ne abbandona altre; spuntano casi editoriali e altrettanti ne affondano, senza quasi che ce ne accorgiamo. Ma quello che rimane dall'alta marea è un risultato che non ci aspettavamo, un titolo di inaspettata potenza che rimane scolpito, un'ombra incancellabile nella sabbia.
Sono movimenti che partono prima dall'uomo, e poi arrivano allo Stato.
Ed è la passione che li spinge, quella che vorrei festeggiare, quella passione che nella settimana della Giornata internazionale del libro reclama in questi giorni il suo riconoscimento politico a livello internazionale.
Auguri, gente. A tutti.

mercoledì 25 aprile 2018

Il pittore fulminato di César Aira


Forse sarà un approccio un po' scomodo, e sicuramente mi impedisce di apprezzare un romanzo in tutte le sue sfumature e interpretazioni; e tuttavia, quando mi approccio a un libro, voglio farlo senza saperne niente. Mi basta un abbozzo di trama, il contesto in cui prende vita la storia. Evito la quarta di copertina come la peste, preferisco restare ignara fino all'ultimo di ogni plausibile e implausibile scoperta.
Questo vale anche per i romanzi incentrati su personaggi realmente esistiti, come in questo caso. Il pittore fulminato di César Aira, edito da Fazi nella traduzione di Raul Schenardi, tratta della bizzarra – e tragica – figura di Johann Moritz Rugendas, artista tedesco attivo nell'Ottocento. Era un naturalista, e ha viaggiato in lungo e in largo nell'America Latina, in cerca di paesaggi fantasmagorici ai suoi occhi europei, al suo sguardo civilizzato.
Il pittore fulminato è un romanzo bizzarro; tanto per cominciare è privo di dialoghi, tutto discorso indiretto e descrizioni puntuali. Rugendas dice, Rugendas pensa, Rugendas fa. È tutto chiaro, agli occhi del narratore, che affibbia ipotesi a un personaggio e svela gli intimi pensieri di un altro. Devo dire che, se da un lato apprezzo la voglia di sperimentare dell'autore, dall'altro ho trovato più difficile entrare davvero nella testa dei personaggi ed empatizzare con loro. È stato più come guardare una fotografia, che come vivere la scena.
Ma ancora della trama non ho detto nulla. C'è Rugendas che parte per l'America Latina per dipingerne le meraviglie, riportarne un'immagine nel Vecchio Mondo. Con lui il collega e amico – meno dotato – Krause. Messico, Cile, Argentina. A dipingere le montagne, la vegetazione, la semplicità della vita quotidiana dei nativi e dei coloni, la bellezza spietata delle scorribande dei banditi.
A metà viaggio, a Rugendas succede qualcosa di terribile; non ho chiaro se si tratti di un'invenzione narrativa di Aira o di quanto è realmente avvenuto. Mi basta sapere che è vero nel romanzo. Mentre si era allontanato dal resto della spedizione in cerca di acqua, Rugendas viene colpito da un fulmine, per ben due volte, mentre è in sella al suo cavallo. I fulmini lo lasciano sfigurato, moribondo. Nel lungo periodo, gli lasceranno emicranie terribili, giramenti di testa, una porta aperta verso un mondo che nessun altro capisce. Resta in parte folle, sempre dedito al lavoro, imprevedibile anche per il fidato Krause.
E questo è quanto. È la storia, breve, del secondo viaggio di Rugendas in America Latina. Mi tengo alla larga da Wikipedia, non voglio distinguere con troppa sicurezza il vero dall'inventato. Non voglio sapere se ciò che ho letto fosse di Aira o di Rugendas.

lunedì 23 aprile 2018

Né a Dio né al Diavolo di Aislinn - Flash mob cover reveal



Non partecipo spesso a iniziative volte a promuovere in anteprima nuove uscite editoriali; l'ho fatto un paio di settimane fa per All'ombra di Julius di Elizabeth Jane Howard perché sono visceralmente innamorata dell'autrice, e lo stesso vale per la volta che ho parlato in anteprima di Shirley di Charlotte Bronte.
In questo caso si tratta del nuovo libro di Aislinn, una tipa meravigliosamente ganza e fortemente tosta, uno dei miei appuntamenti fissi al Lucca Comics e al Salone del Libro, una faccia che mi fa sempre così piacere vedere e che... vabbé, interrompo la sviolinata. Ad Aislinn non augurerei che una vita di gatti, metal e biscotti.
Ma non è che Aislinn mi stia simpatica e basta; la ammiro un sacco come autrice. Ho apprezzato la sua crescita come scrittrice tra il primo e il secondo volume di Angelize, eppure quando un paio di anni fa ho letto in anteprima assoluta – che bello fare da beta-reader – Né a Dio, né al Diavolo, che aveva ancora tutt'altro titolo, ammetto che sono rimasta davvero colpita dai livelli raggiunti. Odio leggere in digitale, immagino che abbia a che fare col fatto che ho una pessima vista, o forse col riflesso del sole sullo schermo, vai a sapere. Eppure ho divorato in pochi giorni tutta la trilogia mandatami da Aislinn, di cui questa è la prima parte.
Dicevo che non partecipo spesso a questo tipo di iniziative, perché alla fine chi fa lit-blogging vuole fare da garante per i propri lettori, ed è un po' come consigliare qualcosa a scatola chiusa. Ma in questo caso la scatola è per me spalancata, e neanche sto a dirvi quanto ne abbia adorato il contenuto, con una spiccata preferenza per il secondo volume. Personaggi, scene, contesto, combattimenti. Non so esprimere la soddisfazione che ho provato quando ho letto che sarebbe uscito per Gainsworth Publishing; giustizia, finalmente.



Trama + estratto

Biveno. Capitale del nulla. Sessantamila anime dimenticate da Dio ai piedi delle Alpi piemontesi. Da un giorno d'estate del 2010 parte una macchina diretta a un colossale festival metal in Germania, con a bordo il terzetto peggio assortito della storia: Ivan, senza lavoro ma con qualche segreto, depresso con l'orlo del baratro a portata di mano; Tom, idraulico per professione e giullare per vocazione, troppo abituato a fingere di essere un idiota; e il tizio silenzioso che tutti chiamano Lucifero, capelli lunghi e occhiali scuri d'ordinanza, vampiro da quasi quattrocento anni. E non serve a nulla che lui parli tranquillamente della sua vera natura, tanto nessuno ci crede, Tom meno di chiunque altro. Dovranno cominciare a balenare gli artigli e a scorrere il sangue perché i due ragazzi si rendano conto che frequentare un mostro non è innocuo come una canzone black metal. Men che meno un mostro che si trascina dietro amanti immortali, vendette secolari e una sete che nulla al mondo può spegnere. Ma le notti sono lunghe a Biveno, e c'è tempo per imparare...

"Il sangue gli riempiva la gola. Inzuppava la paglia. Lui tremò, tremò più forte. Scivolò su un fianco. Il respiro era più faticoso. Un'ombra gelida sommerse la cella, lo strinse in un'ultima morsa. Era un buio aggressivo, eppure quasi rassicurante. Tutto scorreva via. Anche le parole si perdevano, e se pure avesse avuto ancora voce, le parole che gli rimanevano non le avrebbe rivolte né a Dio, né al diavolo. La promessa che aveva infranto non l'aveva fatta nel loro nome."



Biografia

Aislinn è nata a Biella nel 1982, ama scrivere ascoltando rock e metal e ha una passione inesauribile per la lettura. Nel 2013 ha pubblicato con Fabbri Editori il suo primo romanzo urban fantasy Angelize; nel 2014 è uscita la seconda e ultima parte della storia, Angelize II - Lucifer. Ha partecipato al romanzo storico In territorio nemico di Scrittura Industriale Collettiva (minimum fax, 2013) e a diverse antologie. Vive ad Arona, ma potreste incontrarla spesso anche a Milano; tiene corsi e workshop di scrittura, - traduttrice, editor e consulente editoriale per vari studi, agenzie e case editrici. Gestisce il blog Aislinn Dreams e pagine sui principali social network. Quando non è impegnata con tutte queste cose si aggira per i boschi cercando divinità, canta per la gioia dei vicini di casa e fa da schiava a due gatti.

venerdì 20 aprile 2018

Un paio di novità, qualche link e cose noiosamente personali #3


Dunque, questo post è un ammasso di aggiornamenti disordinati su quanto sta avvenendo un po' al blog e un po' a me, – limitatamente alla dimensione letteraria, non è che adesso mi metto a parlarvi degli affaracci miei, che ve ne fregherà ben poco.
Forse.
Andiamo a iniziare, suvvia.
  1. Ieri è uscito finalmente il programma del Salone del Libro di Torino. Va da sé che ci sarò quasi tutti i giorni. Sicuramente sabato, probabilmente domenica e lunedì durante la chiusura, così approfitto degli ultimi sconti. Come al solito ci sono paginate e paginate di presentazioni e conferenze da scandagliare, e per ora so solo dire che assisterò all'incontro di Gainsworth Publishing che si terrà sabato mattina, “Mostri in ritardo. Perché in Italia l'urban-fantasy non arriva?”, condotto da Luca Tarenzi, Aislinn, Julia Senna e Helena Cornell.
    Per il resto, gigioneggerò tra gli stand e cercherò di fare acquisti oculati, in modo che mi restino abbastanza lacrime per piangere a fine Salone. Non ho ancora trovato sul sito l'elenco degli espositori, quindi per ora non mi è dato di compilare una precisa lista della spesa. Diamine.
  2. Questo argomento mi imbarazza molto, perché si tratta di qualcosa a cui tenevo – e tengo ancora – molto, in cui ho creduto portando altri a crederci, per poi abbandonarlo biecamente. Sto parlando del Concorso Transilvania, che avevo indetto tramite un altro blog – anche quello al momento abbandonato – che avevo chiamato Transilvania Project. Non voglio parlarne nei particolari, il Concorso e la sua interruzione meritano un post a parte, e conoscendomi sarà pure bello lungo, grondante di sentimenti. Per farla breve – certo, credici – un paio d'anni fa avevo indetto un concorso per racconti fantastici la cui unica traccia consisteva nel celebrare la Transilvania, in qualunque bislacco modo potesse venire in mente agli autori. Avevo chiesto l'assistenza di valenti aiutanti, editor, librai e perfino autori affermati. Avevo stabilito premi, annunciato la pubblicazione dell'antologia, tutti insieme ci siamo messi d'impegno a leggere, valutare e infine editare i testi... e poi mi sono fermata. A un certo punto ho guardato quello che avevo tra le mani, un risultato estremamente superiore alle mie aspettative e qualcosa dentro di me si è sbriciolato.
    Non mi è facile parlare dei due anni che sono trascorsi tra la mia laurea, il mio immediato trasferimento a Torino e questo momento. Da un lato sono stati meravigliosi, dall'altro estenuanti. Seppure in un ambiente estremamente accogliente, ho iniziato a sentire una fortissima distanza tra quello che ero e i risultati che sentivo avrei dovuto ottenere come essere umano. Mi sentivo a tratti estremamente felice, ma inadatta alla vita, come se uscire dal mio piccolo mondo mi avesse mostrato la miseria della mia crescita personale. E le mie competenze in campo editoriale-letterario non contavano più nulla, non potevano farmi sentire una persona vera.
    Il Concorso Transilvania, in sostanza, è andato a ramengo per questo motivo. Non pensavo che sarei riuscita a fare qualcosa di cui andare davvero fiera.
    I mesi si sono affastellati gli uni sugli altri, ho fatto qualche esperienza lavorativa, mi sono messa a scrivere articoli, a editare l'antologia di Michele, uno dei partecipanti del Concorso che mi ha contattato dopo essersi trovato particolarmente bene – qui il link del risultato, se volete dare un'occhiata. So che ne parlerò diffusamente in futuro.
    E poche settimane fa sono tornata a leggere i racconti vincitori, quelli che avrebbero dovuto comparire nell'antologia. E li ho trovati così convincenti, così belli. Sono così immensamente soddisfatta del risultato che potrei piangere di orgoglio. Non ho mai pensato che il Concorso Transilvania sarebbe morto lì, che avrei lasciato i racconti a marcire. Mi sono sempre detta che prima o poi avrei concluso ciò che avevo iniziato.
    Ecco, sono tornata ufficialmente a lavorarci. La questione sarà ancora lunga, ma al momento ci stiamo muovendo. Io e i racconti, verso l'antologia. E dico davvero, sono così fiera dei racconti che intendo farli uscire nella versione grafica migliore possibile. Glisserei, se non fossi convinta di quello che dico.
    (Ovviamente mi sono già scusata coi partecipanti per l'attesa cui li ho condannati, e mi scuserò ancora. Questo non vuol dire che non sbaglierò di nuovo, non posso prometterlo, ma farò sempre del mio meglio per rimediare).
  3. Leggo. Poco, ma sempre. Al momento saltello tra Laguna di Nnedi Okorafor (Zona 42) e l'antologia Ebrei contro Zombie (Acheron Books); devo anche scrivere le recensioni di Il pittore fulminato di César Aira e Quello che rimane di Paula Fox. La colonna di libri che mi attende affastellata malamente sul comodino, quella ve la risparmio. Sono tanti. Sembrano belli. Un po' soffro.
  4. Non c'entra nulla, ma credo dobbiate sapere che mi sono presa come fedele aiutante un ukulele giallo acceso. È bellissimo e non lo so suonare per niente.
  5. Sono consapevole di quanto sia pessima la grafica di questo blog. Mi toccherà rimediare, lo so.
  6. Devo smettere di rimandare il momento in cui metterò online il mio sito per i servizi editoriali. Ho pure le grafiche pronte, opera della solita Scarabocchia – e mi piacciono un sacco.
  7. Ho una fame di libri che non sentivo da tanto, tanto tempo. Se non sto attenta, rischio di ricadere nella fase da lettrice mistica che sproloquia continuamente sul potere salvifico dei libri e sulla connessione mentale che intercorre tra le pagine e la propria anima ardente di storie.
    Avessi un Capote in casa, accidenti.

mercoledì 18 aprile 2018

La cerimonia del massaggio di Alan Bennett


Qualche settimana fa ero a casa con la mia coinquilina e un altro amico; non so bene perché, immagino sia un istinto schiavo di quel bisogno di dire chi sei alle persone a cui vuoi bene, ma da anni regalo alla mia coinquilina buona parte dei libri della mia infanzia, quelli con cui sento un legame particolare, che ho aperto e chiuso con occhi profondamente diversi. Strega come me di Giusi Quarenghi, La figlia della Luna di Margaret Mahy, Vevi di Erica Lillegg. Piccoli capolavori tra le cui pagine mi capita ancora di affondare.
Ecco, qualche settimana fa chiedo alla mia coinquilina un consiglio su cosa leggere di Alan Bennett, che lei adora, e lei salta su contenta, innalzandosi sul divano per scegliere con attenzione il titolo da prestarmi. È stato un momento stranamente pieno d'affetto, e lì per lì non pensavo mi sarebbe rimasto così incastonato nella memoria.
Fatto sta che alla fine il libro l'ho letto. La cerimonia del massaggio, edito ovviamente da Adelphi nella traduzione di Giulia Arborio Mella e Marco Rossari. Di Bennett avevo già letto – e a dire la verità preferito – La sovrana lettrice, ben più leggero e scanzonato.
Dunque, vediamo. Il romanzo è brevissimo, sotto le 100 pagine, e la trama è veramente semplice. Tutto si svolge nel giro di una funzione funebre, il funerale di Clive Dunlup, un giovane massaggiatore la cui causa della morte verrà svelata soltanto alla fine, nonostante varie ipotesi prendano ad aleggiare ben prima delle ultime pagine.
A officiare c'è Geoffrey Jolliffe, moderno parroco anglicano che conosceva il defunto, e molto bene. Oltre ad essere un massaggiatore, Clive era un gigolò, e probabilmente un sex-addict, almeno volendo interpretare quello che ci racconta Geoffrey e secondo i ricordi dei convenuti alla cerimonia.
La chiesa è piena, e non mancano i personaggi famosi. Presentatori, attori, scrittori. C'è un editore che pensa di poter trarre un libro dalla vicenda, e una vecchietta sorda che presenzia a tutti i funerali per potersi imbucare ai rinfreschi. Ognuno – a parte la vecchietta – ha una sua versione di Clive, un suo ricordo. Strano personaggio, Clive, caleidoscopio in cui nessuna faccia risulta completa, e di cui non si riesce a scorgere l'intero.
La cerimonia del massaggio è una commedia inglese, scura, cinica, amara. Ride dell'ipocrisia, della menzogna, delle maschere che indossiamo. E intanto, nella bara, c'è un morto.
(avrò già ringraziato la mia coinquilina per avermelo prestato?)

lunedì 9 aprile 2018

All'ombra di Julius di Elizabeth Jane Howard


All'ombra di Julius di Elizabeth Jane Howard, oggi in uscita per Fazi nella traduzione di Manuela Francescon.
È difficile iniziare a parlare di questo libro; subito si affaccia alla mente la saga dei Cazalet, eredità ingombrante che – spero – guadagnerà all'autrice il suo meritato posto tra i grandi narratori del '900. Sorgono paragoni, rimandi, commenti sullo stile che è rimasto immutato, sull'analisi profonda che la Howard opera nei più profondi recessi dei suoi personaggi.
Anzi, no, non è un'analisi. “Analisi” dà come un senso di scientifico, sperimentale, invece leggendo la Howard ci muoviamo in un terreno contaminato di passioni, passi falsi, contraddizioni. I suoi personaggi mancano della ferma coerenza cui siamo abituati nella narrativa, non sono schiavi di una motivazione chiara e scatenante di ogni mossa. Sono umani, sono persone. Vogliono una cosa, dicono di volerne un'altra, e ne fanno un'altra ancora, forse perché più semplice o perché più ghiotta. Estremamente, dolorosamente umani.
Dicevo, All'ombra di Julius. Elizabeth Jane Howard mi ha abituata a seguire con dedizione e lentezza le mosse dei suoi personaggi; dal primo volume, che ha inizio nel 1937 fino all'ultimo, che si conclude negli anni '50, osserviamo da vicinissimo le vicende di vari membri della famiglia, certi fin dall'infanzia, altri fino alla vecchiaia.
In questo volume, invece, tutto accade nel giro di un fine settimana, in una casa di campagna dove due sorelle hanno deciso di fare visita alla madre. Pochissimi personaggi rispetto alla folla di Cazalet cui siamo abituati, e un lasso di tempo brevissimo. L'intensità, in un certo senso, risulta condensata, e l'effetto è ben più forte.
Siamo negli anni '60, a Londra. Ci sono Emma e Cressy, le sorelle di cui dicevo poc'anzi. La prima ha 27 anni, è calma, timida e riflessiva e lavora nella casa editrice di famiglia, eredità paterna.
Cressy ha dieci anni più dell'altra, è una concertista professionista ed è una bellissima vedova di guerra che continua a impelagarsi in relazioni che non portano a nulla. Sono diverse l'una dall'altra, e molto unite, com'è giusto che siano due sorelle.
Cressy farebbe a meno di andare a trovare la madre per il weekend, ma pensa che la piccola vacanza potrebbe aiutarla a farsi forza per mandare a quel paese l'attuale amante – sposato. A Emma piace far visita alla madre, e d'istinto decide di portarsi dietro Dan, un poeta pubblicato dalla casa editrice giunto proprio quel giorno a chiedere le royalties, con cui si è trovata insolitamente a suo agio.
E poi c'è Esme, la madre di Cressy ed Emma. Esme che è stata una splendida donna, anch'essa, come Cressy, vedova di guerra. Vedova di Julius. Quello stesso fine settimana, Esme attende l'arrivo di un vecchio amico, Felix, che a tanti anni dal loro ultimo incontro le chiede di poterla rivedere.
Ciò che pare semplice diventa complicato; anzi, complicato lo è sempre stato. Più che altro, il rimosso torna a galla e diventa preminente. Ciò che è stato smussato, torna a tagliare. I veli pietosi si dissolvono, ogni trama personale viene allo scoperto poco a poco.
Insomma, complicatissime dinamiche relazionali e famigliari.
Tutto qui? No. Cristo, no. È Elizabeth Jane Howard. Le basta una scena per trapanarti il cranio e riempirlo di ciò che preferisce – pena, rimpianto, vergogna? Oppure l'esaltante gioia di un personaggio pienamente felice?
Credo che in questo romanzo come non mai sia presente il tema del non-detto, del dato-per-scontato, delle parole che si bloccano sulla lingua per vergogna o per orgoglio. Di questioni di principio che diventano barriere, di quella dissimulazione che portiamo avanti quotidianamente e che una volta dissolta può diventare violenza.
Mi chiedo, in retrospettiva, cosa ne pensasse davvero l'autrice del finale. Io sono ancora combattuta – ma non mi pare il caso di disquisirne qui, che diamine.
L'analogia tra Emma e Cressy ed Elinor e Marianne Dashwood di Ragione e Sentimento – la mia adorata Jane Austen – è lampante; cambia il contesto in cui si muovono, ma non le loro passioni e il loro riserbo.
Unico appunto, che non è davvero un appunto, è Julius. Julius che ha vissuto nell'ombra, che scompare tra le righe e pare ininfluente in morte quanto è stato in vita. È strano dispiacersi per un personaggio a malapena incontrato, ma mi sento quasi in colpa nel dire che non ho sentito il peso nemmeno della sua ombra.
In sostanza, io All'ombra di Julius l'ho adorato visceralmente, perfino più di quanto non abbia amato la saga dei Cazalet. Lo sguardo acuto e spietato della Howard sulla mente umana è splendido e terribile insieme. Nessuno è perfetto, nessuno è incolpevole, tutti meritiamo di essere salvati.

venerdì 6 aprile 2018

Intervista a Acheron Books

Di solito cerco di introdurre le interviste alle case editrici con una brevissima presentazione fatta di "dove-cosa-quando", ma Samuel Marolla ha raccontato Acheron Books molto meglio di quanto non potrei fare io qui. Se ancora non lo conoscete - possibile? - vi consiglio di dare una fervente occhiata al catalogo, che io ci farei stage diving.
(da blogger dovrei mantenermi un attimo obiettiva, me ne rendo conto, ma tra un Italian way of cooking e un Eternal Wars io ormai di Acheron mi fido).


 1. Sarà banale, ma trovo che come prima domanda sia doverosa: com’è nata Acheron?


Da un gruppo di amici appassionati di letteratura, e in particolare di letteratura fantastica, che arriva da una precedente esperienza lavorativa, di successo ma completamente diversa dall’editoria, che ha deciso di lanciarsi in questa avventura: sostenere i talenti del “fantasy made in Italy”, sia in Italia che all’estero.

 2. Da dove viene il nome "Acheron"?

All’uscita delle prime pubblicazioni (dicembre 2014) la casa editrice voleva fortemente specializzarsi nella pubblicazione in lingua inglese di fantasy italiano; cercavamo allora un nome che potesse richiamare entrambi i mondi letterari (quello anglofono e quello mediterraneo) e che fosse allo stesso tempo facilmente comprensibile da entrambi. “Acheron” fu una rivelazione fulminante. Richiamava la Divina Commedia (è il nome sia inglese che greco del fiume infernale “Acheronte”) ed era legato anche a uno degli scrittori americani di fantasy per eccellenza, Robert E. Howard, il papà di Conan: nella saga del cimmero incombe “l’Impero di Acheron”, un regno perduto popolato da oscuri negromanti…
Oggi lavoriamo molto più sulle pubblicazioni in italiano, ma il nome è rimasto ed è assolutamente perfetto.

 3. Quali sono i vostri generi di riferimento? (conoscendovi, buona fortuna a rispondere)

Eh eh eh…
Ma no, la risposta è tutto sommato banale: abbiamo un solo genere, la “narrativa fantastica”, o, come si potrebbe grezzamente sintetizzare, la “speculative fiction” così denominata nel mercato anglofono.
Esplodendo la risposta, pubblichiamo i tre grandi macro generi: fantasy, fantascienza e horror, e le loro numerose contaminazioni e sottocategorie.
Tutto ciò che è Fantastico, insomma.

 4. Tra le varie particolarità della casa editrice c’è il fatto che sia nata a beneficio del pubblico anglofono, piuttosto che per i lettori italici. Com’è stata accolta Acheron dal pubblico d’oltreoceano? E dai lettori italiani?

È difficilissimo, per motivi di costi d’investimento, di saturazione del settore e di forte concorrenza. Quando abbiamo cominciato, i primi mesi del 2015, sapevamo già trattarsi di un mercato molto duro, con un livello qualitativo mediamente molto più alto di quello italiano. Ma ritenevamo di potercela giocare con l’“esotismo” delle ambientazioni italiane. Poco dopo è esploso un piccolo boom della “speculative fiction in translation”, cioè autori internazionali tradotti in inglese, che per i mercati anglofoni è stata una grande novità.  Molto bene, però a quel punto è diventato un altro ostacolo perché ci siamo trovati a fronteggiare (amichevolmente, si intende) narrativa fantastica cinese, giapponese, araba, africana… tutta in una volta!
Viste le difficoltà, negli ultimi due anni ci siamo concentrati maggiormente sulle pubblicazioni in italiano e in formato cartaceo, in modo da consolidare quantomeno questo mercato, che ci sta dando enormi soddisfazioni. La partita con l’estero non è persa, insomma, ma solo rimandata. Abbiamo capito i nostri errori, stiamo lavorando per correggere il tiro, e di certo non molleremo facilmente.
In ogni caso proseguiamo sempre, seppur con più calma, le uscite in lingua inglese: un anno fa è uscito il fantasy SRDN – From Bronze and Darkness, e a breve usciranno due antologie horror (Dark Italy – The best Italian horror e Heptahedron di Maurizio Cometto).


 5. Non sto a nascondervi che adoro la grafica delle vostre copertine; vi va di chiacchierarne?

Certo! La compagine di Acheron viene da esperienze professionali diverse ma comprendenti una forte attenzione anche all’aspetto estetico e di grafica. Io stesso sono un fumettista quindi ben conosco l’importanza di un buon disegno. Quindi fin da subito abbiamo deciso che la qualità delle storie e dello stile di scrittura doveva accompagnarsi obbligatoriamente anche con una pari qualità di grafica e di copertina. Quindi abbiamo scelto di lavorare solo con artisti e fumettisti non meno che eccellenti, e oggi vantiamo un parco illustratori fra i migliori del panorama indie italiano: Diramazioni (ex Edizioni XII), Antonio De Luca, Alberto Ponticelli, Ausonia, Giulio Rincione. E altri ne stanno per arrivare. Molti sono fumettisti, e la nostra narrativa ha molti contatti con alcune arti “gemelle”, come il fumetto o il gioco di ruolo.


 6. Negli ultimi anni sono sorte diverse case editrici di genere in Italia; ad Acheron si affiancano Dunwich, Gainsworth, Independent Legion Publishing etc. Sentite di essere parte di un processo più grande? Come sono i rapporti con le altre realtà indipendenti?


Anche a me sembra che negli ultimi tre anni ci sia stato un bel cambiamento: nuovi editori indipendenti sono arrivati (ne hai citati alcuni, a cui mi permetto di aggiungere Vaporteppa, Future Fiction e Zona42) e alcuni storici hanno lasciato il settore o sono in procinto di farlo (ne cito uno solo per tutti: la storica Gargoyle, che, mi pare ormai assodato, è definitivamente tramontata). Ed è un gran bene, secondo me. L’editoria di genere in Italia era ferma da diversi anni (in alcuni casi decenni!) a modelli ormai datati da tanti punti di vista: scelta delle opere, impostazione editoriale, distribuzione…
Credo sia quindi un buon momento, una “nuova vita” della sf italiana, grazie a una selezione naturale in corso e all’emergere, appunto, di nuove realtà originali e con delle potenziali buone prospettive, sia in Italia che all’estero.
Noi ci impegnamo a essere in buoni rapporti con tutti, e con diverse realtà effettivamente lo siamo.  A StraniMondi, per esempio, ci si conosce un po’ tutti ed è un bel momento per scambiarsi opinioni e, perché no, ipotizzare qualche progetto condiviso.
Però, c’è un però. Personalmente sono molto convinto che una delle criticità della SF italiana derivi proprio da un’eccessiva, passami il termine, storica “convivialità” fra piccoli editori. A volte i legami troppo stretti e incrociati fra autori, editor ed editori, i cosiddetti “operatori” del settore, impediscono, di fatto, una vera e sana concorrenza. Il risultato era, fino appunto pochi anni fa, un settore iper-frammentato, molto fluido, in cui qualsiasi ipotesi di crescita era subordinato (e quindi praticamente bloccato sul nascere) da legami amicali. Come si può fare vera concorrenza quando quasi tutti gli autori e quasi tutti gli editor pubblicano/collaborano con quasi tutti gli editori? E’ oggettivamente impossibile. Con queste dinamiche nessuno poteva realmente crescere, e questo ha creato un corto circuito: non esiste l’editoria SF di medio livello. Da un lato c’è la microeditoria, dall’altro i Big. I Big più piccoli sono comunque Big, ne cito due completamente diversi per storia e stile: Fanucci e Multiplayer. E l’assenza di editoria media è un male per tutti, soprattutto per gli autori (passare dall’indie ai Big è oggettivamente impresa assai ardua). Come Acheron puntiamo infatti nei prossimi anni a diventare un player di medio livello, sperando che anche altre realtà riescano a seguirci. L’energia e la passione non ci mancano, ma di strada ce n’è ancora tanta da fare.
Quindi: ben vengano i buoni rapporti fra editori indie, ma dobbiamo rimanere “concorrenti”, perché una sana e onesta competizione è una delle strade migliori per far crescere tutto il settore.
Come dicevamo, le cose mi sembra stiano cambiando, e in positivo.

 7. Se doveste consigliarci un paio di titoli per conoscere meglio Acheron, quali sarebbero?

Ne approfitto e ne cito tre.
Italian Way of Cooking di Marco Cardone sintetizza bene le enormi potenzialità della SF italiana indipendente se il settore godesse di maggior credibilità e attenzione da parte del mercato e della critica mainstream.
Zappa e Spada – Spaghetti Fantasy per capire lo spirito leggero e scanzonato di Acheron ma allo stesso tempo la passione e la cura che mettiamo nelle nostre opere.
Nightbird di Lucia Patrizi perché mostra di che cosa può parlare la SF italiana, senza alcun timore reverenziale nei confronti della “letteratura alta”.

 8. C’è qualche bislacca esperienza da editori di cui vorreste renderci partecipi?

Sì! Allora, noi pubblichiamo essenzialmente fantasy per adulti anche se abbiamo qualche testo più leggero (penso ad esempio a Poison Fairies, che può vagamente avvicinarsi a uno Young Adult). Bisogna ovviamente fare delle scelte consapevoli e sapere quel che si legge. Bene. Prima di Natale una mamma ha chiesto in libreria un libro fantasy per “il suo bambino” e il libraio, forse un po’ sovrappensiero, le ha fornito Italian Way of Cooking, dove c’è un cuoco che ammazza e cucina mostri, un serial killer, e una scena di sesso (con contestuale attacco del Mostro) a pagina 3. Certamente non adatto a piccoli lettori, insomma.
La mamma in questione è tornata un mese dopo, infuriata, restituendo il libro e sottoponendo il povero libraio a una lavata di testa per aver consigliato un titolo con dei contenuti di questo genere!
L’incidente si è per fortuna concluso per il meglio.
Ma la cosa più bislacca di tutte è che il turbato “bambino” in questione aveva sedici anni compiuti...

 9. Qualche anticipazione sulle prossime uscite?

Volentieri.
Siamo in periodo trilogie. A breve uscirà in cartaceo la trilogia urban fantasy Poison Fairies di Luca Tarenzi, finora pubblicata solo in ebook e pod, con un cofanetto speciale dedicato. Entro fine anno vedrà la luce invece la prima riedizione di un altro trittico molto amato dal pubblico di genere, la Trilogia dei Vampiri di Claudio Vergnani. Sarà un’edizione speciale, con un testo profondamente rivisto, e le copertine illustrate niente meno che dal perturbante Ausonia (copertinista Mondadori e fumettista di serie come Dylan Dog).
Sempre a proposito di trilogie, dopo l'estate uscirà finalmente il secondo capitolo di uno dei nostri cavalli di battaglia, l'infermabile historic fantasy Eternal War - Gli Eserciti dei Santi che dopo due anni continua a macinare vendite e recensioni (su Amazon abbiamo sfondato quota cinquanta).
Non mancheranno però gli esordienti (o semi-esordienti), con due opere molto particolari: un romanzo scifi ambientato in una Roma apocalittica piagata (è proprio il caso di dirlo) da demoni biblici, e una raccolta di racconti che vedono un inedito connubio di altissimo livello fra letteratura italiana classica e yokai giapponesi.
Per “Zenobia”, la nostra collana aperiodica di titoli internazionali, sta per uscire invece Central Station di Lavie Tidhar, uno dei romanzi della fantascienza anglofona più importanti degli ultimi anni.

 10. Acheron è giovane, eppure ha giù avuto modo di evolversi tantissimo; come cambierà ancora? 

Beh il nostro simbolo è la falena “Acherontia Atropos” (quella de Il Silenzio degli Innocenti), quindi già di per sé sinonimo di cambiamento.
Come già detto, un cambiamento importante è stato passare dalla focalizzazione “digitale+inglese” a “carta+italiano”, ma non si è chiusa assolutamente la porta con l’estero, anzi, ribadisco che stiamo studiando come tornare alla carica evitando gli errori del passato causati dall’inesperienza.
Ma stiamo per cambiare ancora.
Il rapporto diretto con fiere di settore, distributori e librai, crescendo giorno dopo giorno, ci sta facendo capire che ci sono alcune nuove strade da percorrere, sia a livello di contenuto che di forma, pur restando sempre nel perimetro della nostra filosofia – questa sì invece che è giusto rimanga inalterata – riassunta dalla nostra tagline: “Speculative fiction. Made in Italy. Shared worldwide”.
Quindi al momento stiamo studiando una di queste “nuove strade”, un altro importante cambiamento, che ci permetterà di raggiungere nuovi lettori proponendo sempre il nostro livello di qualità.

 11. C’è un argomento di cui vorreste parlare, ma non vi ho posto la domanda giusta? Orsù, sbizzarritevi.

Non ce n’è bisogno perché è stata davvero un’intervista completa, interessante e acuta, ed è stato un piacere rispondere! Complimenti!

 12.  Grazie mille per esservi prestati al mio interrogatorio :)

Grazie a te!