venerdì 21 luglio 2017

Umami di Laia Jufresa


Quando ho iniziato a scrivere questa recensione, ero al banco prestiti in biblioteca e approfittavo dell’inusuale assenza di utenti al venerdì mattina. Tempo mezzora, i lettori hanno invaso la biblioteca e mi sono dovuta fermare. Poco importa, tanto resto al banco, a parte i momenti in cui svolgo il mio mandato come Nazista della Vetrina dei Consigli.

(no, davvero, sono insopportabile.)

Dunque, Umami di Laia Jufresa, edito da Sur nella traduzione di Giulia Zavagna. L’ho preso al Salone di Torino senza pensarci troppo, un acquisto non previsto. Non so perché mi abbia attirato tanto, sicuramente la copertina ha fatto il suo, e sicuramente mi ha affascinato il concetto di milpa e la vita comunitaria in un complesso residenziale in Messico. E dire che a me, finora, la letteratura latino-americana ha sempre lasciato freddina.

(per capire quanto mi sia piaciuto Umami, ecco, non appena l’ho terminato sono andata a pescarmi Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.)

Questo libro è meraviglioso; con toni leggeri affronta il profondo, parla direttamente al nostro punto più interiore senza spiegare troppo, perché l’autrice sa che possiamo capirla. Ha pure una struttura stranissima, che la Jufresa è riuscita a manovrare in modo da non renderla mai di difficile comprensione. Il libro è diviso in quattro parti, ognuna delle quali è suddivisa in capitoli dedicati a quattro personaggi la cui narrazione si avvicenda sempre nello stesso ordine. Prima parla Ana, una ragazzina di dodici anni; poi tocca a Marina, un’aspirante artista ventunenne; poi è il turno di Alfonso, antropologo vedovo proprietario del complesso; e tocca a Pina, migliore amica di Ana, e infine a Luz. A Luz, sorella minore di Ana. Morta annegata in un laghetto quando era in vacanza dalla nonna insieme alla famiglia. Ogni personaggio racconta in un anno diverso, partendo dal 2004 fino a scendere al 2001.

E dunque capiamo solo alla fine del romanzo tutto quello che è accaduto con esattezza. Il dramma della morte di Luz, la vedovanza di Alfonso e le sue bambine, Marina che non riesce a mangiare, Pina e il suo abbandono. Il complesso abitativo in cui è ambientato il romanzo è come un microcosmo, e ognuno ha la sua vita e il suo dramma, ma allo stesso tempo gli elementi sono tra loro interconnessi, perché è così che funzionano, o dovrebbero funzionare, le persone che vivono in un ambiente ristretto e comune.

E mi rendo conto di non riuscire chiaramente a spiegare perché la lettura di Umami sia stata così intensa da potersi definire importante.

Però leggetelo, davvero. È così tanto.

sabato 8 luglio 2017

Martin il romanziere, di Marcel Aymé



Prima di tutto voglio dire che questo libro ha un merito enorme, per quanto il nostro incontro sia stato più un errore che un caso. Ero al Salone del Libro, e poiché mi ci trovavo per obblighi di bibliotecaria non è che potessi godermelo appieno. Tra il tempo da dedicare allo stand e le conferenze sulla lettura, mi ero lasciata giusto le ultime due ore dell'ultimo giorno da dedicare alla ricerca e all'acquisto di libri. Anche perché è più o meno l'unico momento in cui gli sconti sono davvero degni di nota. Solo che, ovviamente, avevo fretta. E dalla fretta è nata una ricerca sveltissima in mezzo agli stand delle case editrici, e ho finito col prendere in mezzo agli altri pure un libro, questo libro, che altrimenti non avrei considerato. Perché è un libro di racconti, e a me i racconti non è che facciano impazzire.
Solo che questo libro di racconti mi è piaciuto oltre ogni umana previsione. Ma a livelli assurdi e improbi. Davvero. Giuro. Quindi ringraziamo il fu Marcel Aymé, autore, per avermi aperto un piccolo pezzo di cuore al racconto. Grazie, Marcel. A buon rendere.
Dunque, Martin il romanziere, del già citato Aymé, edito da L'Orma Edizioni nella traduzione di Carlo Mazza Galanti.
Non sono moltissimi racconti, e dunque le storie non sono brevissime, il che per me era un'ottima cosa, poiché tutte le vicende potevano vantare un discreto sviluppo.
Trattasi di racconti tra il grottesco e il surrealismo, scritti con uno stile piacevolissimo ed estremamente fluidi. Tutti dipartono da una stessa matrice; cosa accade quando in un contesto normalissimo viene inserito un elemento impossibile, o una regola che cambia del tutto le carte in tavola? È il caso del primo racconto, in cui uno scrittore lamenta una nuova legge appena passata, che decurta un tot di giorni di vita ogni mese a coloro che vengono giudicati, a vario grado, “inutili”. Simile anche il racconto in cui gli anni passano dal contare dodici mesi a contarne ventiquattro, e la protagonista si ritrova da diciottenne appena fidanzata, a vestire i panni di una bambina di nove anni. La cosa curiosa, in questi casi, è l'effetto tranquillamente accettato come perfettamente plausibile delle leggi sulla biologia delle persone. E ancora, bellissimo il racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui Martin il romanziere si trova ad avere a che fare coi suoi riottosi personaggi e deve mediare tra le richieste dell'editore e il suo desiderio di morte; o il racconto in cui la protagonista ha il dono dell'ubiquità e può sdoppiarsi in un numero incalcolabile di copie.
E… beh, è tutto qui. Tutto qui ma non solo.
Non mi piace vendere i libri di cui parlo. Se qualcosa mi piace, mi piace anche consigliarlo, perché è così che si dovrebbe fare tra lettori, ma non mi va di andare oltre e dare l'impressione di voler mandare gente in libreria. Non è il mio ruolo, diamine. In questo caso però mi viene da andare un po' oltre, perché questo libro l'ho davvero divorato e adorato. E vi invito di cuore a considerare l'idea di leggerlo.
Bom. Poi non dico più niente.

lunedì 3 luglio 2017

Il mio nemico mortale di Willa Cather

Sono giunta a trovare bislacco trovarmi ad aggiornare il blog direttamente da casa e non dal banco prestiti della biblioteca. C'è qualcosa che non va.
Dunque, Il mio nemico mortale di Willa Cather, edito da Fazi nella traduzione di Stefano Tummolini, gentilmente speditomi e da me ricevuto con immane gradimento. Ne avevo leggiucchiato in giro e, devo dire, mi aspettavo un volume di considerevoli dimensioni. Invece è un libriccino breve, svelto, poco meno di 100 pagine che scorrono senza fermarsi in un pomeriggio. Temo infatti che sarà un post breve – ma considerando i soliti papiri non è che la cosa sia necessariamente negativa.
Il mio nemico mortale è un romanzo in prima persona, in cui la narratrice, interna alla storia, narra le vicende dell'effettiva protagonista. La prima è Nellie, una ragazzina che accompagna la zia Lydia a incontrare una sua vecchia amica, Myra Driscoll; la seconda è la vecchia amica, una donna straordinariamente affascinante, aperta, vivace. Una persona di quelle estremamente luminose, di cui segui la scia lasciandotene trasportare.
Ma non è una di quelle persone alla cui luminosità fa seguito il rancore, che appena ti illumini un poco cercano di ricacciarti nell'ombra; è un personaggio coi suoi difetti, certo, ma è soprattutto positivo. Prova un sincero affetto per gli amici, non è snob se non con gli snob, è sempre pronta ad aiutare gli altri, si interessa delle loro vite e dei loro problemi. È una persona straordinaria, vivida e acuta sotto ogni punto di vista.
Ma la sua storia è suddivisa in due parti, una che rifulge, e l'altra... beh, un po' diversa. Non dico altro.
Il fulcro del romanzo, invero, dovrebbe essere il rapporto col marito, per fuggire col quale ha rinunciato alla vita di inenarrabili ricchezze che le sarebbe toccata alla morte dello zio, che l'ha diseredata in seguito a una spietata e decisa fuga d'amore.
Forse è vero, il centro del romanzo è questo rapporto; ma sarà che è un rapporto raccontato dagli occhi esterni di Nellie e non da Myra né dal marito, mi è sembrato si trattasse più di Myra e del mondo che abbracciava e le sfuggiva, in una dimensione assai più globale.

È un romanzo breve, ma completo. Do ragione alla Byatt, che nel suo blurb dice che non c'è una sola parola superflua o ridondante. Dico la verità, l'avrei preferito più lungo; ma potrebbe anche solo voler dire che non volevo finisse così presto.

sabato 1 luglio 2017

Quel che danno i libri, quello che toglie l'ossessione (titolo inutilmente serioso)



E dunque, come capita sovente negli ultimi tempi, mi trovo a scribacchiare da una sala della biblioteca. Non è improbabile che gli astanti mi odino, vengono qui per studiare e si ritrovano la bibliotecaria-custode che pesta sui tasti manco le avessero offeso la madre. Scusatemi, sconosciuti studenti. Possano lo studio esservi lieve.
Pensicchiavo, nelle ultime settimane. Speravo di riuscire ad arrivare ad una qualche conclusione prima di buttare giù questo post – che poi non si tratta neanche di un tema meritevole di tanto impegno – ma a quanto pare non sono fatta per trovare soluzioni senza essermici prima arrovellata per iscritto, quindi.
Pensavo ai libri, e a quello che hanno significato per me nel corso della mia intera vita. Pensavo che non ho mai trascorso periodi di reale benessere che non comprendessero una lettura, che ho sempre avuto le pagine di un libro in cui rifugiarmi, che le storie sono per me la sicurezza più grande. Un appiglio che non mi manca mai.
Ho sempre visto questa mio legame coi libri come una benedizione; mi ha reso quasi impossibile incontrare la noia, mi ha fornito distrazioni e conforto, e mi ha insegnato più di quanto io possa spiegare senza andare sull’orrendamente personale. Senza libri non sarei io; i miei processi mentali non sarebbero gli stessi, la mia capacità di cogliere il mondo sarebbe mozzata. E diciamocelo, i libri sono il mio ambiente, il mio porto sicuro, il mio posto felice. I libri mi spalleggiano, mi rafforzano. Sono cosa mia.
Ho iniziato dicendo che ho sempre vissuto questo rapporto come una benedizione. Ecco, tempo fa ho iniziato a guardare alla questione dal punto di vista opposto; se è vero che i libri mi hanno influenzata a livello così profondo, che cosa sarei stata senza?
Il punto è che nell’ultimo anno ho iniziato ad avventurarmi un po’ fuori da quello che consideravo il mio spazio felice, il mio porto sicuro. Dalla mia comfort-zone, diciamo. E ho scoperto che mi piace, che fuori ci sono cose interessanti cui prima non avrei concesso la mia attenzione né il mio tempo, perché non ne avevo bisogno. Soprattutto, ho scoperto che il mondo fuori riesco ad affrontarlo, e non è che la cosa mi fosse così scontata. Avendo sempre avuto a mia disposizione una bolla così confortevole, perché cercare qualcos’altro?
Quello che mi sto chiedendo è se avere avuto a mia disposizione una tana così comoda  non mi abbia scoraggiato dall’uscirne, evitandomi di affrontare sfide che avrebbero potuto farmi crescere come persona, o di ampliare le mie conoscenze, le mie vedute. Sono così tanti gli interessi che mi sono rifiutata di approfondire perché “avrebbero tolto tempo alla lettura”. E di questo un po’, devo ammetterlo, mi pento.
Non del mio legame coi libri, ma per non averne coltivati altri. Col cinema, ad esempio. Con la musica. Con la storia medievale, col canto, col gioco di ruolo, con una qualche subcultura.
Non che io pensi di aver perso qualcosa, chiariamoci. Non è che dopo decenni di costante bibliofilia io abbia intenzione di fare anti-proselitismo. Ma nell’ambiente lit-blogger parliamo sempre dei libri come del passatempo più utile e sano di questo mondo, senza considerare le eventuali controindicazioni. E la mia controindicazione è che l’ossessione toglie il tempo a tutto il resto, e questo non è mai bene. Voglio dire, dentro i libri abitano tra le esperienze più meravigliose che si possano fare, ma i libri non esauriscono l'intera meraviglia del mondo. E privarsi di meraviglie "altre" solo perché se ne ha a disposizione una fonte interminabile non può essere bene. Credo.
Almeno, per adesso la penso così.
Magari, si spera, il prossimo post sarà un tantino più utile.
(probabilmente sarà quello dedicato a Il mio nemico mortale di Willa Cather; che peraltro mi è piaciuto assai.)

martedì 27 giugno 2017

Le sorelle misericordia di Marco Ciriello

Dunque, vediamo.
Come iniziare a chiacchierare di Le sorelle misericordia di Marco Ciriello? Perché è una lettura breve ma complessa, anzi, più che complessa direi profonda. Una lettura che probabilmente mi sarei negata, non fosse che mi è arrivata tra le mani allo stand di Spartaco Edizioni in quel del Salone del Libro – uno dei pochissimi stand in cui ho avuto la faccia tosta di presentarmi, che c'eravamo accordati per un caffè. Il caffè non ho avuto tempo di prenderlo, era l'ultima ora dell'ultimo giorno del Salone e dovevo ancora fare un salto da Casa Sirio, ma Le sorelle misericordia le ho trafugate ben volentieri. Dicevo, una lettura che mi sarei negata, e che sono ben lieta di aver fatto. È come se non fosse un libro mio, come se scorressimo su binari esattamente paralleli, ma potessimo comunque osservarci con curiosità e interrogarci a vicenda a distanza.
Le sorelle misericordia inizia con una partita di tennis, sport del quale so poco e nulla – come del resto buona parte degli sport. Una campionessa italiana, Laura Cammarata, sta stra-vincendo contro un'australiana. È un match importantissimo quanto perfetto, una di quelle partite che entrano nella leggenda; solo che a un certo punto Laura, già molto credente di suo, vede la Madonna. Non le dice nulla, e lei non è che capisce granché. Però lascia tutto. Si scusa e se ne va. Abbandona il tennis, la ribalta, la soddisfazione di chi si è allenato tutta la vita, e decide di dedicarsi totalmente alla sorella Cristiana, su cui si abbattuta la SLA.
Cristiana è ben diversa dalla sorella; alla sua fede incrollabile, fatta di uno studio acritico e intenso, oppone un ateismo rabbioso. Non odia Laura in quanto sana, ma odia il fatto che, pur essendo sana, ha abbandonato tutto ciò che si era costruita per sprecare le sue giornate dietro un'invalida. Odia la sua fermezza nel credere. Odia il peccato, non la peccatrice. Scusate la battutaccia.
E questo libro è fatto in buona parte delle loro discussioni, del modo in cui si guardano e si amano a vicenda, che per quanto diverse – in tutto – sono sorelle, e non è un legame da niente. Anzi, è proprio in virtù della forza di questo legame che Cristiana si sente in grado di tirarlo, provocando costantemente la sorella, puntando sistematicamente su ciò che ha più caro.
E in realtà è una lettura che mi ha portato a fare qualche riflessione di mio. Cioè, ho sempre detestato l'idea che “siccome noi atei siamo nel giusto, va' la scienza come ci dà ragione, 'ndiamo a dimostrare a questi illusi quanto sono illusi”, non è che avessi bisogno di riflettere granché sulla questione. La sicurezza di essere totalmente nel giusto, questo continuo voler mettere le mani nella visione del mondo degli altri, mi dà la nausea a prescindere, da un lato e dall'altro.
E mentre leggevo pensicchiavo a quanto sia strano voler mettere in discussione qualcosa come la fede – che tecnicamente non dovrebbe essere la fiducia totale in assenza di prove? Un fortissimo “ok, fermo là, non dire altro, ti credo”? - con una discussione fatta di esempi, numeri, logica. Non è, pensavo, un po' come cercare di udire con la bocca? Sono due cose distinte, uno il sentire e l'altro il pensare, mi dicevo.
Poi mi è capitato di chiacchierarne con un amico credente, che non si è detto poi d'accordissimo sul mio pensicchiare; c'è da dire che non ero proprio la perfetta immagine della sobrietà, quindi un po' mi sono spiegata male, un po' non ricordo le risposte e mi sa che avrei fatto bene a riaffrontare l'argomento prima di scrivere questo post. Ma comunque.
Forse mi sono fatta un'idea sbagliata, e il dubbio è una parte integrante della fede, e ha perfino bisogno di essere nutrito con la discussione, pure e soprattutto coi detrattori. Come una bolla che va grattata, ogni tanto. Non saprei dire, è un senso che mi manca, anche se proprio per questo mi interessa capirlo.
Ma torniamo al libro, a Laura e a Cristiana.
Che dal lontane che erano, si riavvicinano, e si rimpallano la narrazione e i punti di vista, il racconto delle giornate. È un libro fatto di frasi brevi, secche, spesso neanche belle. L'autore ha preferito l'immediatezza e la semplicità al bel scrivere, e non so bene come pormi di fronte a questa scelta. È una storia che si sarebbe potuta scrivere in mille modi, credo, e ognuno avrebbe aggiunto e tolto qualcosa.

Mi è piaciuto, credo che questo si sia potuto notare. Forse più per quello che scatena, che per quello che è. Una battaglia teologica e una storia di sorelle. 

mercoledì 7 giugno 2017

La petite di Michèle Halberstadt

Oggi ero presa bene, in biblioteca. Mi sono piazzata al banco prestiti, di fronte al pc; c'era poca gente, eravamo in orario di pausa pranzo. Apro word, inizio a scrivere la recensione, la voce mi fluisce tra le dita con insperata facilità.
E poi niente, arriva la collega simpatica che mi dice che mi stanno aspettando per mangiare nel retro. Chiudo il file, vado, si chiacchiera e alla fine Collega Simpatica mi fa pure le sopracciglia. Ho forse il diritto di lamentarmi? Un paio d'ore prima mi aveva pure dato un cioccolatino. Mi sento vagamente viziata.
Dunque, La petite di Michèle Halberstadr, edito da L'Orma Editore nella traduzione di Elena Cappellini. Un libro piccolo, svelto, piacevolissimo. Preso al Salone un po' a scatola chiusa, dopo aver guadato con estrema attenzione l'offerta presente. Penso che quest'anno L'Orma sia l'editore da cui ho fatto più acquisti. E diamine, non me ne pento.
Di che parla La petite, questa storia piccola come la protagonista? Parla di una ragazzina, una dodicenne che un bel mattino si sveglia, si prepara per andare a scuola e, prima di uscire, ingerisce tutti i sonniferi che trova in casa. Ed è lei a raccontarlo, delle prime ore di lezione in cui comincia a sentirsi assonnata, della professoressa che la manda in infermeria vedendola così pallida.
E poi della sua vita, così breve e così vuota, di quello che poco e poco l'ha spinta nel baratro. Della morte del nonno, del silenzio che si è autoimposta, del muro che si è costruita attorno. Sono gli anni '60, ha una sorella maggiore bellissima che riesce in tutto ciò che fa, una madre troppo rigida, un padre assente. Basta questo per uccidersi? Penso di sì, dipende dalla persona che si è, da come si reagisce alle cose. E la petite non reagisce. Si lascia ferire e si rimpicciolisce. Rimpicciolisce fino a sperare di scomparire, piuttosto che rimanere così piccola.
Eppure, e questo forse può stupire considerando il tema, è una lettura piacevole. Lo stile è leggero, si va avanti senza angoscia, piuttosto con un lieve sentimento di comprensione.
Lo consiglio, lo consiglio moltissimo. Non è una perla, non è quel romanzo prezioso che bisogna leggere assolutamente. Non è Espiazione, non è Pastorale americana. Piuttosto è una conchiglia che si trova sulla spiaggia; una di quelle piccole e bianche, che ti porti a casa perché in qualche modo, neanche tu sai come, ti ha conquistata.


domenica 28 maggio 2017

La biblioteca di Gould, di Bernard Quiriny

Negli ultimi tempi leggo poco, per mera questione di tempo. Stamattina però mi è capitato di trovarmi con un regalo d'ore derivante da quella sveglia anticipata che viene dall'avere impegni in tarda mattinata. E poiché ultimamente ho così poco tempo, quando me ne capita tra le mani l'unica cosa che riesco a fare è sprecarlo. Oddio, non proprio sprecarlo, ma impiegarlo in quello che farei se avessi ne un sacco. Nell'inessenziale, ecco. Posto che leggere si possa definire tale.
E dunque stamattina – neanche un quarto d'ora fa, a dire il vero – ho terminato la lettura di La biblioteca di Gould di Bernard Quiriny, pubblicato da L'Orma Editore nel 2013 nella traduzione di Lorenza Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco.
È un autore consigliatomi da Collega Ganza, l'ho trovata a pasteggiare nel retro della biblioteca beatamente concentrata su Storie Assassine; e me l'ha presentato così bene che mezzora dopo avevo recuperato La biblioteca di Gould dallo scaffale, iniziandolo più o meno nell'immediato, ancora seduta al banco prestiti. Peccato per quell'utente – mi ricordo anche il cognome, è simpatica e passa spesso – che voleva prenderlo in prestito. Lo restituirò quanto prima, signora G.
Ora, vediamo di dire almeno due parole sul libro, che tra circa mezzora devo farmi trovare pronta sotto casa – e devo ancora finire di prepararmi.
Il narratore è un amico di Pierre Gould, una voce senza nome e con poca personalità, di cui spiccano però l'ammirazione per Gould, per la sua collezione di libri ed esperienze curiose, per le sue inarrivabili conoscenze, per i suoi modi. Per tutto. La narrazione è in prima persona, e si susseguono capitoli di tre diversi tipi: Una collezione molto particolare, dedicata alla biblioteca di Gould, in cui vengono esposte le categorie più bislacche con cui l'uomo ha raccolto i suoi volumi; Dieci città, in cui Gould narra di città immaginarie caratterizzate da qualità sempre più assurde; e infine La nostra epoca, in cui vengono raccontati cambiamenti estremamente bislacchi – e ovviamente impossibili – avvenuti nella popolazione.
È assurdo, improbabile, perfino surrealista. C'è tanto Calvino, c'è un sacco di Borges e – su questo devo crederci sulla fiducia, che ancora non l'ho letto – un po' di Bolano. La scrittura però è fluida, piacevole, calma. Non ti spiazza, ma ti accompagna, è una voce amichevole e complice.
E le trovate, le meravigliose trovate. Le assurdità che vengono proposte e affrontate con ragionevolezza, con la consapevolezza del nostro vivere civile. Non voglio fare esempi, non voglio anticipare nulla, rovinerei la lettura.
È da leggere. È una meraviglia.

(è da regalare alla mia coinquilina, lo adorerebbe, come non manco di farle notare. Sssh, prima o poi glielo prendo.)

martedì 23 maggio 2017

Il mio Salone-non-Salone

E dunque, è finito il Salone del Libro. Ci sono stata tutti i giorni, come gli altri anni, ma non è che abbia molto da raccontare, principalmente perché quest'anno ero lì con la biblioteca, a salvaguardare lo stand Nati per Leggere e non è che mi fosse dato tantissimo di girellare per i fatti miei tra editori e presentazioni. Oddio, qualche giro coi colleghi l'ho anche fatto, ma quando si tratta di libri sono una cacciatrice solitaria, e quando sono in compagnia tanto vale essere alla Fiera del Borlotto.
Quel poco che posso dire del Salone, è che è stato un bel Salone. Che gli amici editori con cui ne ho parlato si sono dichiarati più che soddisfatti, sia come presenza di pubblico che per le vendite. Pare che ci sia voluta la minaccia di una fiera concorrente per risvegliare un po' di affetto per il Salone di Torino; bene, no? Io trovo di sì. Spiace per tutti quelli che hanno perso soldi e tempo a Milano, che quello non si augura a nessuno. Ma.
Di incontri ne ho seguiti pochi, tralasciando quelli nelle vesti di pseudo-bibliotecaria. Giusto quello sul fantasy organizzato dalla Gainsworth il sabato mattina, tenuto tra gli altri da Aislinn, Luca Tarenzi e Ester Trasforini. È un appuntamento annuale cui tento sempre di non mancare, perché vengono fuori sempre spunti interessanti – e poi Luca sarà sempre in cosplay, anche questa è una felice certezza.


E poi? E poi ho continuato coi miei obblighi bibliotecari. Questo Salone per me è stato molto poco Salone, ma non è che me ne possa lamentare, il blocco è tutto da parte mia. Mi viene un po' da citare il finale di Fight Club, quel “You met me at a very strange time in my life”. Non è che sia un brutto periodo, anzi, di rado sono stata così felice. Ma è come se tutte le mie energie fossero risucchiate dal cambiamento – mio – e non riuscissi a concentrarmi davvero su nient'altro. Non sono riuscita nemmeno a prendere accordi per incontrare amici e conoscenti al Salone, figuriamoci per le chiacchiere con gli editori – a parte un paio che via, non passarci è un torto a me stessa.
In compenso sono stata l'acquirente della domanda antipatica, “Ma ci sono sconti se si acquistano più libri?”

Ma basta parlare delle mie magagne. Ho fatto acquisti, ne sono estremamente soddisfatta. Avrei voluto farne di più, ovviamente, ma le finanze sono quelle che sono e allo stand Black Coffee avevano finito Lions, quindi niente. Ho incrociato un paio di editori che non conoscevo e che mi pare promettano assai bene, come Carta Canta, Atmosphere e appunto Black Coffee. Mi ha fatto piacere oltre ogni dire constatare quanto CasaSirio, così giovane, stia camminando salda e spumeggiante sulle proprie gambe; mi pento di non aver fatto più acquisti da LiberAriaIl rifugio delle puttane lo stavo tenendo d'occhio più o meno da quando è uscito, accidenti.

Non ho altro da aggiungere, se non per allungare inutilmente il brodo.
È stato un Salone-non-Salone per me, ma un ottimo Salone per tutti gli altri. I libri c'erano, anche se inizialmente ero troppo scorata per gli editori assenti per accorgermene.
Mi ci vorranno millenni per leggere tutto ciò che ho preso – ho ancora libri intonsi dai Saloni di due-tre anni fa, per dire.

Siate felici, oggi. Diamine.

sabato 6 maggio 2017

Allontanarsi di Elizabeth Jane Howard

Ogni volta che leggo un nuovo volume della saga dei Cazalet - di Elizabeth Jane Howard, edito da Fazi - mi chiedo cosa potrò mai scriverne di nuovo. Siamo al quarto, Allontanarsi, di cui ho finito la lettura stamattina, approfittando del mio orologio biologico che ha deciso di svegliarmi un paio d'ore prima della sveglia. Non che mi mancassero molte pagine; la saga dei Cazalet figura tra quelle letture che si fanno leggere pure nei periodi di non lettura. Non che questo sia un periodo di non-lettura, anzi, potendo leggerei un sacco. Ma è il “potendo” che mi sfugge, è una questione di tempo. C'è però il fatto che per i Cazalet, bene o male, il tempo si trova. Sempre. Lo crei dal nulla. Te lo porti a tavola, te lo scofani in autobus, ti svegli due ore prima nonostante il sonno. I Cazalet.
Intanto segnalo le chiacchierate fatte sui volumi precedenti di cotanta meraviglia. Qui, qui e qui. E mi rendo conto di quanto appaia poco professionale e per nulla oggettivo riferirmi a quest'opera come a “una meraviglia”. D'altronde non ho creato il blog per essere oggettiva, e poi oh, io i Cazalet li adoro. Apprezzo come personaggi pure quelli che vorrei vedere esplodere sotto una pressa – giusto un paio, in realtà.
Dunque, vediamo. Che posso dire ancora dei Cazalet, che io non abbia detto nei tre post precedenti?
Intanto il focus è sempre di più sulle tre ragazze; Polly, Louise, Clary. Certo, ci sono anche tutti gli altri membri della famiglia, da Rachel a Hugh, da Edward a Zoe. C'è Rupert, con tutto ciò che ne consegue, e c'è pure Archie, che non farà proprio parte della famiglia in senso stretto, eppure riesce a fungere da sostegno e collante insieme.
Non ho voglia di parlare di lui, però. Né di Zoe, nonostante io la adori, né del Generale o di Miss Milliment. Ho voglia di parlare delle tre ragazze che fanno da fulcro alla serie, che vivono i mutamenti del mondo di cui fanno parte, che hanno superato i vent'anni e vivono delle vite da adulte che, lo ammetto, mi hanno quasi reso difficile riconoscerle.
Il fatto è che io quelle tre le ho viste crescere. Mi ricordo Louise la drammatica, che viveva per la recitazione; e Polly che piangeva così facilmente per gli altri e si faceva forza per se stessa; e Clary che… beh, era Clary. Era selvatica. Era Jo March, la mia diletta.
Me le ricordo piene di dubbi e poi piene di sogni, che si trovavano a tremare per la guerra e poi a mostrarsene coraggiosamente infastidite – non Polly, certo.
E ora sono cresciute. La guerra è finita, c'è chi ha fatto ritorno e chi se ne va. Con tutto ciò che ne consegue. Sono adulte, che ci posso fare, mi viene da ripeterlo. Stanno ancora crescendo, che quello è un processo che credi finito solo quando non hai ancora vent'anni e pensi che a un certo punto si diventi esseri completi, ma sono adulte.
E io faccio fatica a riconoscerle, a riconoscermici, a identificarmici. Sono persone nuove, hanno cancellato parti di sé, e se ne sono raccontate altre sulla loro infanzia. Ed è un processo riportato con immensa grazia, senza sottolineature. Ma comunque spiazzante – almeno per me.
Una cosa che adoro nella scrittura di Elizabeth Jane Howard – e in questo libro in particolare – è come elementi di crisi che potrebbero fare da fulcro e motore a un romanzo intero, qui vengono vissuti e raccontati come verrebbero vissuti nella “vita vera”. Non c'è quel pathos estremo, quella tragedia consumata che si chiude con un lieto fine, a sancire la fine di una vicenda che pare coincidere con la fine della vita dei personaggi. No, accadono cose segnanti e terribili, si annega nel dolore, si cade innamorati o si subisce un lutto.
E poi ci si rialza, il dolore si attenua, si continua a vivere.
Di rado ho letto opere così delicate e piacevoli, eppure straordinariamente oneste e umane. È così che va. Cadi e ti rialzi, magari più sanguinante. Oppure più forte. E il dolore non è detto poi che te lo ricordi. O che te lo ricordi così intenso e terribile.
Ecco, il punto quando mi trovo a chiacchierare dei Cazalet è che non mi viene da spiegare la trama e gli avvenimenti. Sì, ok, belli i personaggi, più che convincente quello che succede loro. Bello trovarsi nella Londra del dopoguerra, piacevolissimo lo stile, bello lo spazio concesso anche ai personaggi secondari, e soprattutto ai personaggi spiacevoli.
Però non c'è solo quello. Non solo.
Ecco.