sabato 28 novembre 2020

Gomoria di Carlo De' Medici - Orrorifiche riscoperte e grafiche meravigliose

 Qualche giorno fa ho trovato su una testata online che seguo con inusuale fiducia, un articolo che lamentava le grafiche di copertina nostrane, paragonandole a quelle più audaci e creative di altri paesi. Ora, io non ho niente contro l’autrice, ma vorrei ben prenderla per mano e portarla a visitare il magico mondo delle cover fantastigliose che mi capitano sott’occhio ogni volta che mi metto a spulciare un catalogo. Anche a voler far finta che non esista un’editoria indipendente dall’inventiva prodigiosa, ci sono cover di Einaudi in grado di rifare le chiappe a qualsivoglia Mr. Simon e Mr. Schuster a calci di stile. Qualche mese fa scrivevo questo pezzo, in cui non facevo che sbavare copiosamente su progetti grafici meravigliosi e originali; va da sé che la prima casa editrice a venirmi in mente è Cliquot.



Non credo all’adagio secondo cui “non si giudica un libro dalla copertina”; la copertina è il primo contatto col potenziale lettore, e se l’editore scazza con quella, figuriamoci tutto il resto. Un buon progetto grafico mi rassicura sul fatto che l’editore capisca quanto sia importante prendersi cura di ogni aspetto delle proprie pubblicazioni, che abbia voglia di investirci impegno e denaro perché sa come funziona il mercato editoriale – essenzialmente, un buon progetto grafico mi dice che l’editore sa quello che fa e non sta andando a caso perché “fare libri fa figo”.

Là fuori è un brutto mondo – editoriale.

Cliquot fa questa cosa bellissima che è ripescare i classici che non sono riusciti a diventare classici, le meraviglie letterarie che si sono perse in mezzo alle pieghe del tempo. È una caccia al tesoro entusiasmante, e si vede che ci credono. Se volete saperne di più, l’anno scorso ho rotto le scatole a Federico di Cliquot per Spore Rivista, e il risultato è un’intervista la trovate qui.

Mi rendo conto che a leggere fin qui sembra che stia cercando di allungare un brodo mesto, come se non avessi granché da dire del romanzo, o volessi indorare una pillola amara. Non è così: è la bibliofila dentro di me che si entusiasma quando incontra evidenti segni di bibliofilia; è l’impressione che mi dà Cliquot, di un feticismo letterario che va di pari passo col mio. Forse è così che si sentono i furry quando incontrano i loro simili – non cercate se non volete sapere.



Gomoria è il primo romanzo di Carlo H. De’ Medici, autore attivo all’inizio del ‘900. Oltre che scrittore, è stato un fervente studioso delle arti occulte, e si vede: intorno a metà del romanzo il protagonista si trova a spulciare una biblioteca esoterica e si susseguono pagine e pagine di descrizioni di testi occulti, perlopiù realmente esistiti e plausibilmente presenti della collezione dello stesso De’ Medici. Diciamo che se qualcuno volesse impegnarsi in studi esoterico-alchemici, qui potrebbe trovare un bel po’ di spunti.

Tutto inizia a Napoli, nella splendida tenuta di Gaetano Trevi. Trentenne, ricchissimo e decadente, ultimo rampollo di una nobile famiglia i cui incesti hanno condotto lo sfortunato Gaetano a una costituzione debole. Colleziona bellezza, viaggia, rifugge la noia come si rifugge la morte. Crudele, libertino, egoista come pochi e abbastanza narcisista da non farsene un cruccio – egli è meglio del mondo, e il mondo può pulirgli le suole delle scarpe.

Gaetano non è un personaggio amabile, e neanche l’autore deve avergli voluto particolarmente bene. Lo dipinge senza imbellettamenti, sottolineandone le brutture. Mi ha ricordato moltissimo il cugino Edoardo di Menzogna e Sortilegio – che parimenti avrei pigliato a calci nel nobile didietro fino a farlo risplendere che manco il naso di Rudolph la renna.

Gaetano è causa del suo male, e le sventure che si è ricamato attorno lo portano a trasferirsi in una proprietà sperduta della Maremma. Con lui una donna del suo passato, una vittima che aveva sacrificato al proprio ego e che tuttavia non sembra fargliene una colpa. Troverà qui la biblioteca occulta, esplorerà le possibilità che possono portarlo alla rovina o al trionfo.



La trama, bisogna ammetterlo, è un po’ sfilacciata. In più punti pare che il romanzo debba e voglia prendere una determinata piega, e pare poi che l’autore se ne dimentichi. Nelle pagine iniziali viene posta molta attenzione su una statua della collezione di Gaetano, e pare quasi debba prendere vita e diventare un elemento arcano centrale nella storia; e invece no, era una statua e a De’ Medici andava di chiacchierarne perché sì. Non c’è da aspettarsi colpi di scena o arguzie narrative di sorta. Non è quel genere di romanzo – e d’altronde, non credo volesse esserlo.

Gomoria è nell’atmosfera, nella perdizione, nella disperazione. Nel baratro che l’uomo si crea e in cui si getta per poi piangerne. Il diavolo dentro di noi che richiama quello fuori, in un rimpallo di dannazione. Gomoria è questo – e l’ho apprezzato un sacco.

(dimenticavo, nella prima parte c’è un sacco di erotismo con un buon tot di riferimenti bibliografici – come per la letteratura occulta, volendo se ne possono trarre un sacco di spunti).

venerdì 6 novembre 2020

Menzogna e Sortilegio di Elsa Morante

Io e la Morante abbiamo fatto amicizia l’anno scorso, quando mi si era affacciata alla mente l’idea di scrivere un articolo sul legame tra isole e letteratura – l’Isola che non c’è, l’Isola del tempo perso, l’Isola del dottor Moreau etc. Elsa Morante ha scritto L’isola di Arturo nel 1957, mi pareva brutto lasciarla fuori, ma non avrei mai pensato di gradire così la lettura. Dell’articolo non ne ho più fatto niente – vai a sapere perché – ma il romanzo l’ho adorato, ed è stato un ottimo primo incontro con Elsa. Elsa che altrimenti non l’avrei mai pescata in biblioteca, col suo nome altisonante. Morante. Moravia. Deledda. Nomi che sembrano portarsi addosso tutto il peso della letteratura – un peso che temi, leggendo, ti possa calare dritto sui testicoli.

(scusate la brutalità, ho dovuto leggere Canne al vento per l’università nel decennio scorso e non mi sono mai ripresa, io e Grazia non andremo mai d’accordo).

 


Per contro, Elsa è diventata una delle mie scrittrici italiane di riferimento. Una delle mie preferite. E quanto ho adorato la sua opera prima, Menzogna e Sortilegio, pure più di L’isola di Arturo. Uscito nel 1948, ha guadagnato alla Morante il Premio Viareggio e ha spalancato una finestra di comunicazione tra il grande romanzo italiano e la grande letteratura inglese. Che detto così, senza un’adeguata contestualizzazione, non vuol dire niente, quindi andiamo con ordine.

Son già due mesi che la mia madre adottiva, la mia sola amica e protettrice, è morta.

Menzogna e Sortilegio inizia così, con un incipit che ricorda vagamente quello di Lo straniero di Albert Camus, ugualmente mortifero, ma più freddo – “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. La voce narrante appartiene a Elisa, una ragazza appena rimasta orfana per la terza volta – e, come dire, ce ne vuole. Abitava da anni con la madre adottiva, una ricca cortigiana alla quale era legata da un forte senso di gratitudine e da un affetto ancora più forte, nonostante l’insuperabile incomunicabilità tra le due. Ma a parlarne troppo si fa spoiler, perché questo romanzo inizia dalla fine, ed Elisa all’inizio è soltanto una cornice narrativa, come non tarderà a spiegarci. Elisa spiegherà che è tutta sola nella casa che le ha lasciato la madre adottiva, e poi parlerà dei suoi fantasmi, di come le abbiano animato le stanze. Racconta di come la sua fantasia abbia sempre richiamato i suoi morti, perché potessero dare un senso alla propria fine, farle compagnia, ricamarle dietro un passato. I suoi morti sono i genitori, altri parenti, qualche comparsa. Tutti a raccontare una complessa, intricata, crudele storia: quella che ha portato alla fine alla morte di coloro che vi hanno preso parte – non ultimi, i genitori di Elisa.

Il contesto è l’Italia del sud all’inizio del ‘900. Dunque troviamo un certo modo di vivere la città e la campagna, un’incolmabile distanza tra ricchi e poveri; ma non è solo il contesto, l’ambientazione, a rimandare ai classici della letteratura inglese. È l’intensità. È la crudele consapevolezza di come agisce l’emozione sull’individuo che la sta provando. È l’ineluttabilità di un sentire precedente alla rivoluzione freudiana, in un tempo in cui l’essere umano ancora non sapeva di dover dubitare di se stesso, e viveva seguendo ciò che sentiva senza interrogarsi granché. È facile ritrovarci la Mary Ann Evans – alias George Eliot – di Middlemarch e Il mulino sulla Floss, o le grida disperate con cui Catherine e Heathcliff si chiamano da un mondo all’altro. Tutto quel sentire dannato, che i più fortunati possono ancora chiamare adolescenziale, che non ne hanno provati di simili nell’età adulta, quella sofferenza che non riesci ad arginare.

Dicevamo, prima della deviazione nel baratro. Elisa cerca di raccontare le vite dei genitori perché la loro unione acquisti un senso, e perché acquisti un senso la loro morte. Parte da lontano, prima ancora dei propri nonni. Spiega quali anime corrotte abbiano dato vita alla madre, e perché la sfortuna li abbia sempre infestati come un morbo – ma un morbo che si va a ricercare, come a volerlo stuzzicare finché non attacca. Finzioni, malintesi, un nonno disconosciuto da una famiglia nobile e facoltosa. Buona parte del romanzo racconta un passato dal quale Elisa era assente, eppure viene ricostruito nel dettaglio. Menzogna e Sortilegio è un atto meta-narrativo, perché Elisa è sempre consapevole della propria mistificazione, della portata della propria immaginazione, con cui va a riempire i buchi della memoria. Elisa cerca risposte e compagnia, e le cerca dentro di sé perché non ha dove altro cercarle. Ma come narratrice, riesce comunque a distaccarsi abbastanza da scomparire dalla pagina, da risolversi in quello che sembra un narratore esterno – ma onniscente e vocalico, pronto a dialogare col lettore, a metterlo in guardia, fargli oscuri pronostici. Non parla di sua madre come fosse sua madre, almeno non all’inizio, non quando sua madre è ancora una ragazzina. Sono tutti pienamente personaggi, liberi dalla costrizioni di ciò che Elisa sa che diventeranno, finché Elisa stessa non diventa testimone diretta di una storia disgraziata iniziata decenni prima della sua nascita. Una storia famigliare in cui si intrecciano più storie d’amore, tutte devastanti. Nessuno è innocente, tutti sono colpevoli, vittime da un lato e carnefici dall’altro. Il che, tutto sommato, è orrendamente realistico.

Lo stile è quello di Elsa, è ricco e fragrante, antiquato e leggerissimo, complesso e involuto e insieme scorrevolissimo. Elsa parla come sa parlare – quindi splendidamente – ma parla al lettore per farsi capire, e l’effetto è… come dire, qualcosa di perfettamente bello e perfettamente semplice. Detesto quando gli scrittori giocano a non farsi capire, quando confondono la sperimentazione con l’obliquità, quando è evidente che non gliene frega niente del lettore. Nell’arte si fa quel che si vuole – è sacrosanto – ma quel voler giocare tra sé e sé con le parole mi pare quasi onanistico, e non in senso buono. Certo, c’è caso e caso – mi viene da pensare a Michele Mari che davvero scrive per sé, ma lo fa in un modo tutto suo e particolare, come se avesse in mente se stesso lettore come lettore ideale, e volesse rendersi partecipe ogni volta di una bizzarria letteraria diversa.



Di Elsa mi sono un po’ innamorata, e tremo al pensiero dei pochi romanzi che mi mancano da leggere. C’è La storia, certo, e poi? Aracoeli – mi dice Wikipedia – e poi soltanto i racconti. Dovrei centellinare, ma so già che non lo farò. Dalla zona rossa, vedrò di prenotare ancora qualche libro in biblioteca; buon per me, nelle scorse settimane ho fatto provviste.