giovedì 30 luglio 2020

Libri per sovvertire il reale #1

È difficile recensire la saggistica, e infatti è rarissimo che lo faccia. Nel corso degli anni ho fatto qualche eccezione per chiacchierare di libri incentrati su questioni che mi appassionano parecchio – ogni tanto la storia della musica classica, più spesso della storia della letteratura e del mercato editoriale. Oltre a questi pochi casi, tendo a non parlare di saggistica perché non ne leggo mai. Almeno fino a qualche mese fa, quando ho scoperto di riuscire ad appassionarmi alla lettura di fatti e non solo di storie con La malinconia del mammut di Massimo Sandal, che mi ha convinta a:

1. assaltare la libreria della mia Coinquilina in tutte le manifestazioni saggistiche che per anni mi avevano tentata senza che mi fossi mai decisa a iniziare alcunché;
2. acquistare un po’ di saggistica – necessario se non gratuitamente rifornita da Coinquilina;
3. coinvolgere Coinquilina nell’acquisto di titoli di saggistica che potessero interessare a entrambe.

Qui presento brevemente tre titoli pubblicati da due editori che ultimamente ho iniziato a seguire parecchio, Edizioni Alegre e D Editore. Non è strano che vengano accostate in questo specifico post, sicuramente ricompariranno quando mi andrà di dedicare un altro po’ di spazio alla bizzarra categoria dei “libri per sovvertire il reale”. Entrambe portano avanti un progetto di promozione di ideologie nuove, di studi sul presente che si distaccano dalla prospettiva mainstream per decollare verso un altro modo di interpretare il mondo. La visione di Alegre è di orientamento esplicitamente marxista, quella di D Editore è politica in modo più sottile, nella misura in cui ogni pubblicazione parte da un’idea filosofica del mondo che intende ribaltare la realtà come la diamo per scontata.

Sono giunta alla conclusione che non esista un’opera letteraria che non sia politica – perché l’idea che l’autore ha del mondo è politica e il ritratto che fa della realtà non può prescindere da quell’idea, più o meno consapevolmente. I titoli che vado a presentare – prenderà più spazio questa vuota introduzione che l’effettiva presentazione dei suddetti titoli – partono da un dubbio, dalla volontà di svellere i cortocircuiti interpretativi che come società tendiamo a dare per scontati. Partendo dal momento storico in cui è nato il malinteso interpretativo, ne ribaltano la prospettiva per sviscerarne le conseguenze e stabilire i legami tra causa ed effetto. Insomma, nel mezzo di una partita a scacchi dicono “Fermi tutti, quelle sono le pedine della dama!”. E va da sé, ogni volta che parliamo di lettura del reale e prospettiva siamo piagati dalla visione che abbiamo del mondo; magari gli autori dei titoli non hanno sempre e del tutto ragione, potrebbero anche non essere pedine della dama, magari sono quelle del backgammon, ma hanno sicuramente ragione nel dire che non sono scacchi – che cosa siano, quello bisogna scoprirlo da sé.

Anarcoccultismo di Erica Lagalisse



sovverte il reale: stilando la mitologia politica dimenticata dei movimenti eversivi anarchico-comunisti, smascherando il pretestuoso secolarismo degli eredi politici contemporanei. La parte storica è certamente interessante, piena di spunti e storie dimenticate; ma è interessante anche la questione sociologica e antropologica contemporanea sull’approccio al complotto, e il suo invito a un approccio prospettivo meno elitario e divisivo. Prima di tutto perché se la gente crede nei complotti, è anche perché i complotti esistono – che poi certuni arrivino a teorizzare lucertole aliene è sicuramente eccessivo, ma i complotti non sono una trovata recente. Complottare è umano, com'è umano cercare spiegazioni univoche per problemi complessi. Secondariamente molta gente crede ai complotti perché non ha fiducia nelle istituzioni o nei canali di informazione ufficiali: e guardiamoci in faccia, possiamo dargli torto? E dai. Pure a guardarci in casa non è che dopo Berlusconi i media si siano improvvisamente sanificati per grazia divina. In ultimo, tagliare corto sull’idiozia del proprio interlocutore aprioristicamente è da stronzi elitari e cronicizza l’estremizzazione del discorso, incasellandoci in un modello oppositivo “noi” contro “loro” che non ci porta da nessuna parte.

La sinistra di destra di Mauro Vanetti



sovverte il reale: spiegando che il concetto di piccola borghesia è un effetto ottico col quale si rifiuta di ammettere la proletariarizzazione dei ceti medio-bassi; analizzando poi le posizioni prese dai grandi partiti di sinistra italiani e dai loro esponenti nell’ambito dei temi che dovrebbero fare da fondamenta a qualsiasi movimento che voglia dichiararsi di sinistra – la vicinanza ai lavoratori e la tutela dei loro diritti, la regolazione dell’immigrazione, l’opposizione ai razzismi, la tutela delle minoranze discriminate etc – che da decenni la sinistra istituzionale ha abbandonato qualsiasi parvenza di sinistra sposando ideologie e valori di destra. Vanetti analizza varie manifestazioni della sinistra di destra – il sovranismo minoritario, quella bestia ibrida di liberismo turbo-capitalista tanto caro a Sala e ai suoi simili che davvero non riesco a spiegarmi perché vogliano chiamarsi di sinistra – cioè lo capisco al massimo fino agli anni dell’università per rimorchiare ai concerti reggae ma poi basta, su, a ognuno il suo senza rancore coerentemente coi propri valori.

La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski



sovverte il reale: decostruendo e invalidando il concetto di degrado come indicatore di criminalità, esplicitando la disumanità di una società basata sull’allontanamento e la marginalizzazione dei soggetti più deboli e l’ipocrisia con cui ci raccontiamo che il nostro paese non è governato in maniera coerentemente bipartisan con profondo razzismo e scatafottenza verso la specie umana in generale. Si parte dalle politiche e dalle teorizzazioni degli anni ottanta in USA, dall’influenza che hanno avuto sulla nostra società – la teoria delle finestre rotte – sottolineando l’arbitrarietà con cui vengono stabiliti i rapporti di causa ed effetto, e i risultati penosi nascosti dalle narrazioni ufficiali. Bukowski esplicita la fredda crudeltà di politiche che anziché aiutare i soggetti più deboli a integrarsi nella società, mirano a renderli ancora più disgraziati allontanandoli dai centri a protezione degli occhi delicati della famiglia borghese, che è un po’ il sommo nucleo privilegiato di qualsiasi partito politico; sottolinea la pretestuosità nel voler etichettare certi comportamenti come lesivi o pericolosi – dormire su una panchina quando non si ha dove dormire, vedersi la sera al parchetto con gli amici per bere due birre in compagnia etc. In sostanza Bukowski parla di quelli che ben pensano e che mal governano – quanto vanno a braccetto le due cose, dev’essere l’inconsistenza del legame con la realtà.

Mi fermo a tre libri, che ne ho altri da leggere. Credo che sarà la prima puntata di una serie disordinatamente periodica di segnalazioni sulle letture alternative della realtà.
Che ce n’è bisogno.

mercoledì 22 luglio 2020

La nostra folle, furiosa città di Guy Gunaratne - Essere ragazzi in un mondo che fa schifo


Prima di iniziare a scrivere di La nostra folle, furiosa città di Guy Gunaratne, uscito a giugno per Fazi nella traduzione di Giacomo Cuva, ho dovuto fare una piccola ricerca riguardo all’evento che ha scatenato la furia londinese cui fa riferimento il titolo, che non può prescindere dal momento storico in cui è prodotto. Con questo romanzo Gunaratne cerca non tanto di spiegare, quanto di raccontare, il rovesciamento di un contesto da pacifico a feroce, il riemergere di una xenofobia che non ha mai lasciato l’Occidente, si è solo rintanata finché non è tornata socialmente accettabile, perché inquadrata in una narrativa che la legittima.

Rischio di partire troppo alla lontana e dilungarmi ben oltre il lecito – che il punto qui è chiacchierare del romanzo, non fare una panoramica di come sta messo il mondo o di quanto gli rimanga da vivere. D’altronde ci sono delle premesse da fare, e cercherò di farle brevemente: dal 2001 l’Occidente non è più stato lo stesso, perché un atto terroristico ci ha permesso di compattarci sotto la minaccia di una guerra santa voluta da persone che odiavano proprio quello che secondo noi ci teneva uniti. I presupposti della nostra risposta bellica, ormai lo sappiamo, erano campati per aria non meno della storia delle Torri Gemelle come inside job, ma le destre xenofobe non hanno mai rinunciato a raccontare delle forze malefiche che tramano dall’Africa al Medio Oriente contro le nostre belle tradizioni in modo da poter mascherare le aggressioni come legittima difesa. Il mondo sa fare schifo. Di brutto.



Lee Rigby è stato assassinato a Londra il 22 maggio del 2013. Aveva venticinque anni, era un militare nei Royal Regiments. Indossava la divisa quando due uomini afrodiscendenti lo hanno aggredito e ucciso per vendicare le vittime musulmane del conflitto in Medio Oriente. Entrambi cresciuti a Londra da famiglie cristiane, si erano convertiti all’Islam per poi radicalizzarsi – o forse è stata la radicalizzazione a portarli alla branca più integralista dell’Islam, per poterci trovare un rifugio ideologico.
Difficile immaginare cosa succederebbe oggi in Italia, se un militare venisse assassinato da un paio di spostati integralisti. Ma non è che in Inghilterra, nel 2013, sia andata poi meglio. Gunaratne racconta la sua Londra, la città che viene contesa ideologicamente nel momento in cui si tracciano linee per determinare di chi sia, chi abbia diritto a starci e secondo quali condizioni. Racconta di un gruppo di ragazzi di seconda generazione, figli della diaspora, che di colpo si scoprono stranieri a casa loro, nel periodo che segue l’omicidio di Lee Rigby, quando i negozi dei quartieri abitati in prevalenza da immigrati vengono presi di mira, e camminare per strada si fa pericoloso, soprattutto visto che da un momento all’altro possono spuntare manifestazioni di suprematisti bianchi che ci tengono a fare di Lee Rigby un loro simbolo, una loro vittima, per giustificare l’orrore che vogliono portare nelle vite altrui.

Mi sto lasciando trasportare. Vediamo.
Guy Gunaratne è nato a Londra nel 1984, figlio di un uomo singalese e di una donna inglese. Ha fatto il giornalista e il documentarista e il suo esordio, La nostra folle, furiosa città, gli è valso premi e menzioni di un certo prestigio, come il Dylan Thomas Prize.
Il romanzo è scritto in prima persona dal punto di vista di diversi personaggi, in qualche modo collegati, in un’alternanza di capitoli. Perlopiù sono adolescenti amici tra loro, che si incontrano al campetto del quartiere per giocare a calcio. Selvon – insopportabile, gesù – è il classico atleta dalla volontà ferrea, muscoli e belle speranze, nero ma borghese, e per lui i pomeriggi con gli amici sono quasi una vacanza dal suo quartiere residenziale – cosa che gentilmente i suoi amici evitano di rinfacciargli. Ardan è un ragazzino esile dalla famiglia disastrata che si porta dietro il cane quando si infila sui tetti per scrivere le sue rime in santa pace. Yusuf va a scuola con loro, ha un fratello maggiore che sta passando un brutto periodo, soprattutto da quando sono rimasti orfani del padre, che era anche l’imam e il padre spirituale della moschea.


Ci sono altri personaggi che gravitano ai lati della vicenda, adulti che prendono in prestito la pagine dei loro figli – almeno, ho avuto questa impressione – per raccontare di come andassero le cose ai loro tempi, metterci di fronte alle brutture che erano per risaltare quelle che sono. Quello li che unisce tutti – fatta eccezione per Caroline che è irlandese, cosa che comunque un tempo aveva tutto un altro peso in Inghilterra – è che sono parte di una minoranza etnica, e a seconda del periodo storico questo fa una certa differenza.



I ragazzi vivono le loro giornate in una simulazione di normalità; gli adulti vanno indietro nel tempo, tornano a quando erano giovani. Tornano agli anni dell’IRA, agli anni che hanno fatto seguito alla seconda guerra mondiale, alle bande di picchiatori fascisti dei Teddy Boys – incidentalmente Gunaratne mi ha fatto un brutto, bruttissimo spoiler su quanto posso lecitamente aspettarmi dalla prossima stagione di Peaky Blinders e sono molto, molto delusa dalla storia.

In La nostra folle, furiosa città le linee narrative si alternano e si intrecciano per raccontare una medesima storia. A volte sembra andare tutto bene, sembra che davvero possiamo stare tranquilli, poi dei balordi ammazzano un ragazzo e all’improvviso uscire di casa fa paura. Gunaratne racconta questa improvvisa fiammata londinese attraverso una manciata di individui ai quali si contrappone la folla incontrollata. La ragione del singolo che si trova davanti la follia della massa.

C’è qualcosa in questo romanzo – che pure mi è piaciuto molto, e che consiglio anche in merito della valenza di testimonianza di una Londra parallela, direi anche di un’Europa parallela, che da bianchi non viviamo – che mi dà un pizzicorino di fastidio, e riconosco che si tratta di un aspetto che dà fastidio a me in quanto me e non in quanto lettrice, e riconosco che la parte di me cui dà fastidio ha preso la lente dell’analisi oggettiva e l’ha frantumata con un colpo di tallone.


È il sottotesto che non mi convince, c'è una morale che mi fa storcere il naso, la bocca, tutti i lineamenti. L’impressione che per l’autore la violenza sia un tutt’uno marcescente, un orrore senza sfumature che resta invariato a prescindere dalle circostanze. Come se la violenza dell’aggressore e la violenza dell’aggredito fossero la stessa cosa e il torto fosse da dividere equamente tra le parti, ed è una semplificazione che riesco a sopportare sempre meno, perché mi sembra sempre di più una fuga, un rifiuto di accettare la situazione per quella che è, spietata e complessa. È molto facile darsi degli assoluti che azzerino qualsiasi discussione su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, salvo poi fare i conti con una prassi umana parecchio lontana dagli ideali kantiani. A porgere continuamente l’altra guancia si rischia di legittimare ulteriormente una violenza che già a certi viene naturale. Seguo molte pagine di accelerazionismo memetico e c’è una citazione di Assata Shakur che ultimamente ricorre piuttosto spesso:



E mi pare parecchio pertinente a qualsiasi discorso su discriminazione e privilegio dovessimo tentare. D’altronde non ho mai vissuto da straniera – percepita – nel mio paese, e non sono davvero nella condizione di dire a Gunaratne o a chicchessia come dovrebbe percepire o gestire la minaccia e la discriminazione verso la sua persona. Mi rendo conto che ultimamente questo blog è diventato mezzo letterario e mezzo rant sociopolitico, che ci posso fare?
Selvon corre, Ardan rappa, Yusuf vuole giocare a calcio; io bestemmio sulla pace apparente.

giovedì 9 luglio 2020

L'amante di Wittgenstein di David Markson - La teoria della mente di una narratrice inattendibile


Paradossalmente L’amante di Wittgenstein di David Markson – edito in Italia da Clichy nella traduzione di e uscito negli USA nel lontano 1988 – è un romanzo di cui vorrei parlare dicendone il meno possibile. Non riguardo alle tematiche, ce n’è da dilungarsi, così come sulla voce narrante della protagonista – non ho mai sopportato il flusso di pensiero, eppure eccomi a gradire immensamente un’opera che è un flusso di pensieri costanti, sconnessi e agganciati sulla pagina col ricorsivo ritorno all’atto della scrittura. È un romanzo, insomma, di cui ci sarebbe tantissimo da dire, e vorrei provare a farlo senza toccarne il fulcro; quello che pensavo, leggendolo, è che mi sarebbe piaciuto leggerlo senza chiavi interpretative, per poterlo esperienziare così come l’aveva pensato l’autore che lo stava scrivendo. Un autore che non voglia affidarsi all’autopubblicazione non scriverà tenendo presente il modo in cui il romanzo verrà confezionato per il pubblico, magari si interrogherà sul modo in cui l’editore sceglierà di confezionarlo per renderlo appetibile ai lettori, ma nell’atto della scrittura terrà presente una lettura ideale spoglia di inquadramenti e quarte di copertina rivelatrici. Almeno, idealmente.



L’amante di Wittgenstein ha luogo prevalentemente su una spiaggia, dove sta la casa della protagonista che scrive ossessivamente tutto quello che le viene in mente. Ma non è un romanzo ambientato sulla spiaggia, che pure compare quando la protagonista la pensa e la osserva, quanto un romanzo ambientato nella mente della protagonista, nei ricordi che si legano lungo il filo dei suoi processi mentali. Kate racconta di sé, raggruppa ricordi e li affastella sulle pagine così come le vengono in mente. È una scrittura curiosa, che si interroga sull’atto stesso e sul rincorrersi degli argomenti che le spuntano in testa. Un nome richiama un altro nome, evoca fatti e pettegolezzi storici, sprazzi di vita di personaggi che la protagonista ha studiato o che in qualche modo le sono rimasti in testa. Era una pittrice, la sua conoscenza della storia dell’arte ricorre sulla pagina; le bizzarrie di Van Gogh, le delusioni di Leonardo e dell’Ultima cena, la follia di Turner. I pensieri vengono riportati con la stessa libertà con cui le compaiono in testa, e alcune affermazioni vengono seguite da ripensamenti, l’errore viene ripreso e corretto. Cita filosofi, scrittori, le loro stranezze. Si chiede se Elena di Troia avesse un gatto e poi rincorre l’idea di avere un gatto.

È un romanzo straniante senza distacco o dispersione; il lettore è stranito nella misura in cui è stranita Kate. E Kate dopotutto sembra in grado di razionalizzare se stessa e il mondo che la circonda. Leggerlo mi ha fatto pensare a un romanzo che ho adorato – anche se, vai a sapere perché, ai tempi non mi andava di chiacchierarne –, Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey, una delle scrittrici che presento come mie future – e inconsapevoli – mogli. La protagonista è una donna di ventotto anni – perché me lo ricordo così chiaramente, che ci metto mezz’ora a ricordarmi con cosa ho cenato ieri sera? – scappa di casa e inizia a vagare guidata solo dall’istinto e dai ricordi. Si lascia sommergere da ferite irrisolte che, ignorate a lungo, stanno suppurando. La lettura si accompagna a un senso di angoscia mitigato da una speranza straziante.

La protagonista di Markson, pur essendo sommamente perduta – nell’accezione che intende Tolkien quando dice che “not all those who wander are lost”, ecco, Kate si è proprio persa – resta caparbiamente ancorata a se stessa. La sua quieta accettazione la salva, e mantiene la lettura a distanza di sicurezza rispetto al baratro in cui annegano i personaggi della mia futura moglie – Catherine Lacey.



Wittgenstein è un elemento importante per una decodifica perfetta del romanzo, ma non è essenziale per comprendere lo svolgersi della trama – che comunque non è così facilmente identificabile. Lo spiega David Foster Wallace nella postfazione, e caso fortuito un mattone che sto leggendo sulla storia delle scienze cognitive. Wittgenstein compare come forma di elucubrazioni, nel rapporto che vede e cerca tra mondo e linguaggio, tra mondo e pensiero, tra raffigurante e raffigurato – e soprattutto, tutto quello che sta nel mezzo.
Sarò sincera, la questione Wittgenstein non l'ho capita del tutto, non ho mai studiato seriamente filosofia e, peccato dei peccati, non mi è mai comparso tra un nome e l'altro in un esame di psicologia, linguistica o semiotica. Mi rileggerò altre tre-quattro volte la parte che gli dedica Gardner in La nuova scienza della mente e prima o poi avrò tutto chiaro.
Voglio crederci.

In sostanza, caparbiamente, buona lettura.
E apprezzate il mio impegno nel non nominare il fatto che-

sabato 4 luglio 2020

Febbre da fieno di Stanislaw Lem - Indagine sull'indagine

Febbre da fieno – appena uscito per Voland nella traduzione di Lorenzo Pompeo – è il primo romanzo di Stanislaw Lem che abbia letto, ma non è il primo che mi abbia incuriosito. Sono stata a lungo tentata dalla copia di Solaris della mia coinquilina, e ancora di più da Vuoto assoluto, una raccolta di recensioni di opere inesistenti. Di Solaris ho visto il film di Tarkovskij un paio di anni fa senza capirci letteralmente nulla – c’è da dire che non ero proprio sobrissima e avrei fatto fatica a seguire L’albero azzurro, ma comunque.



Febbre da fieno è uscito in Polonia nel 1975 , a più di una decade di distanza da Solaris. Lem è una creatura ibrida nel panorama letterario, difficilmente classificabile se crediamo nel valore delle sfumature. Annoverato tendenzialmente nel settore più immaginifico e destabilizzante della fantascienza – accanto a Philip K. Dick – con altri titoli si è dato allo sperimentalismo con l’allegria eclettica di Calvino, e con Febbre da fieno si è divertito a scrivere uno strano romanzo tra il giallo e la meta-indagine – è sopra ogni cosa un romanzo sull’indagine e sui meccanismi deduttivi messi in atto da chi la conduce – con un occhio fisso sulla psicologia e sul funzionamento della mente. Per la prima metà del romanzo è difficile farsi un’idea di cosa stia accadendo. All'inizio del romanzo siamo già al centro della storia, e ci vorrà un po’ perché il protagonista e voce narrante ci metta alla pari con le indagini.

Del protagonista sappiamo fin dall’inizio che è un astronauta in pensione, americano, che indossa i vestiti di un morto. Deve viaggiare da Roma a Napoli, e percorre un faticoso tragitto in auto piagato dal caldo e dall’allergia. È stanco, irritabile e confuso, perché pure avendo chiaro quello che sta facendo più del lettore, non è che sappia poi così tanto di più; ha tutti gli elementi, ma gli manca un fattore comune. La sua indagine è fatta di schegge impazzite di probabilità che si ripetono fino a comporre uno scenario, che tuttavia non si riesce a identificare. Si fa quello che si può fare: cercare di cambiare prospettiva per vedere se le cose si fanno più chiare.



L’Europa in cui viaggia il protagonista somiglia alla nostra ma non è esattamente la nostra, benché possa apparire quasi intercambiabile. Un paio di avvenimenti ci dicono che qualcosa non va a livello più profondo – e adesso potremmo anche dirci “eh ma va’?”, ma nel 1975 chissà come la pensava Lem da polacco – e un paio di sottintesi, ma niente di più, e non so se valga a classificarlo come distopia.

Febbre da fieno è un’opera stranamente machiavellica, di quello strano che se provi a etichettarlo si ribellano i post-it. È spesso disturbante, soprattutto quando la messa a fuoco della realtà si dissolve, e la confusione del lettore aumenta insieme a quella del protagonista. Eppure insieme è anche divertente in modo complice, perché si sente quanto si è divertito Lem nel congetturare la sua serie di assurde probabilità.
Non so, c’è qualcosa di molto bello nel pensare a uno scrittore che si dice: “Oh, ecco la realtà, ora ci gioco”.