domenica 29 settembre 2019

Come muoversi tra la folla di Camille Bordas


Ieri mi sono svegliata con un'influenza feroce. Un continuo mal di testa, le orecchie tappate, la voce soave di Angus Young ma molte energie in meno. Avrei avuto un sacco di roba da rivedere, scrivere e studiare – che quando vuoi scrivere un articolo per bene, ti tocca giustamente l'indigestione di nozioni – ma l'esperienza mi ha insegnato che qualsiasi cosa io riesca a produrre da malaticcia, sarà piagata da strafalcioni concettuali, errori grammaticali e in soverchiante maggioranza ortografici. Quindi mi sono detta “Erica, non fare niente che ti toccherà poi ricorreggere spendendoci il doppio del tempo. Leggi. Leggi come una bestia”, e così ho fatto. Nella fattispecie, ho terminato la lettura di Come muoversi tra la folla di Camille Bordas, edito da SEM (Società Editrice Milanese) appena pochi mesi fa, nella traduzione di Giuseppe Costigliola.



Cosa c'è da dire prima di tutto di questo romanzo? Della copia specifica, c'è da dire che non è mia ma di mia sorella, che è stato il suo regalo di compleanno preso con largo anticipo al Salone del Libro, che da SEM facevano degli sconti irresistibili. È stata una delle sue letture preferite dell'anno – le altre sono Elmet di Fiona Mozley e Figlie sagge di Angela Carter – e anche a me è piaciuto parecchio. Peccato che Kiki – la mia gatta – abbia deciso di aggredirlo mentre cercavo di scattarle una foto per Instagram – i gatti fanno ai post su Instagram quello che gli anabolizzanti fanno ai muscoli. Mettendo da parte siffatte sciocchezze, Come muoversi tra la folla è il terzo romanzo di Camille Bordas e il primo scritto in inglese; la Bordas ha vissuto a lungo tra Parigi e Città del Messico, prima di trasferirsi definitivamente a Chicago.

Dunque, vediamo.
Il protagonista e narratore è Isidore Mazal, undicenne, figlio minore di una nidiata di geni. La famiglia Mazal conta oltre a Isidore (Dory) i due genitori, due fratelli (Jeremy e Leonard) e tre sorelle, Berenice, Aurore e Simone. Avendo tredici anni Simone è la sorella più vicina dal punto di vista anagrafico a Dory, ma come tutti gli altri ha saltato diverse classi e sta già finendo il liceo. È una famiglia bislacca, si capisce subito, Dory non ne fa mistero. La cosa curiosa è che, in qualche modo, sembra tagliato fuori sia dalle stranezze della sua famiglia che dalla caotica normalità del resto del mondo, che per lui corrisponde perlopiù al contesto scolastico.



Tutti i fratelli e le sorelle di Dory sono persone solitarie, fanno mostra di un intelletto sublime, alto. È come se soltanto in famiglia potessero trovare un confronto tra pari, ma anche tra loro non comunicano granché. Dory soffre il silenzio soffocante della sua famiglia, e più volte cercherà di scappare di casa senza che a casa ne sappiano nulla. Non che in famiglia non gli siano affezionati, tutt'altro; non viene mai davvero maltrattato in casa. È solo che il suo malessere rimane perlopiù inespresso, e non è che in casa Mazal brillino di intuitività sociale. Se in qualsiasi punto del romanzo Dory avesse ammesso che la situazione lo rendeva un po' triste, probabilmente avrebbero cercato di fare qualcosa per andare incontro alle sue esigenze; esigenze che peraltro Dory dà per scontato di essere l'unico a provare, mentre invece è soltanto l'unico che riesca a riconoscerle. Non è un genio come gli altri, e forse è questo che gli ha impedito di rifugiarsi nello studio, in una qualche specializzazione-trappola. La madre ha sempre pensato che fosse diverso dagli altri fratelli, che avesse qualcosa in più rispetto a loro. Che fosse premuroso, gentile, attento agli altri. Una persona sensibile, insomma. Dory avverte chiaramente la responsabilità dell'etichetta, e insieme sente che gli toglie qualcosa, come se gli precludesse l'ammissione al club della famiglia Mazal.

Come muoversi tra la folla copre un po' più di due anni nella vita di Dory; anni importanti, gli ultimi delle medie. Ha un bel rapporto con sua madre – per quanto non si apra nemmeno con lei; ha un'amica di nome Denise che soffre di depressione e non vede l'ora di morire; mi commuovono parecchio i ponti tra Dory e Simone, che insiste perché scriva la sua biografia – che un po' è presunzione, un po' è una scusa per passare del tempo insieme – e gli altri fratelli/sorelle. Dory è il più giovane e il meno dotato, ed è anche quello che osa di tanto in tanto immergere appena un piede nel mondo esterno per vedere com'è, senza rifuggire aprioristicamente da tutto ciò che gli possa sembrare frivolo o irrilevante dal punto di vista accademico. Ha capito che la vita è disordinata e cerca di farsela andare bene. Cosa che soprattutto le sue sorelle maggiori non hanno mai imparato a gestire, difatti è proprio e soltanto Dory a rendersi conto del loro disagio, anche se non sa bene cosa farci. I suoi scambi con Simone, Berenice e Aurore sono forse i punti del romanzo che mi hanno colpita – e ferita – maggiormente.



Quindi. Ecco, l'unica postilla che mi pare d'uopo aggiungere è che più o meno tutti i membri della famiglia fanno mostra a diversi livelli di forme altamente funzionali di autismo, talvolta così smaccatamente – a un certo punto si parla del padre di Dory che va in palla all'ufficio postale perché poco abile nelle interazioni – che leggendo pensavo “Camille, anche meno, abbiamo capito che è ereditario”. Certi momenti sembravano pescati un po' troppo chiaramente dal DSM, il che è bizzarro, visto che i termini asperger e autismo non vengono mai esplicitati. Vai a sapere cosa avesse esattamente in mente Camille.
(comunque il libro mi è piaciuto un sacco).

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venerdì 20 settembre 2019

Rosamund di Rebecca West - La famiglia Aubrey


Rosamund segue La famiglia Aubrey e Nel cuore della notte, terzo e ultimo – nonché incompiuto, dannazione – volume della saga incentrata sulla famiglia Aubrey di Rebecca West, di ispirazione parzialmente autobiografica – e mi chiedo davvero fino a che punto. Ha avuto una vita piena da ogni punto di vista, ha esplorato varie carriere e affinato la propria vena creativa, e per quello che ho carpito non ha vissuto la letteratura come un rifugio dal mondo esterno, usandola anzi come mezzo conoscitivo, mettendo sulla pagina quello che aveva scoperto per trarne consapevolezze ancora più grandi sul mistero della creatura umana. Ci sono grandi romanzieri che, riconoscendo la realtà per quella che è, scelgono di rifuggirla, affascinati e inorriditi; altri che vi si innestano con ancora maggiore entusiasmo, ulteriormente incuriositi, ed è questa l'idea che mi sono fatta di Rebecca.



Non è semplice parlare dell'ultima parte di una serie; il punto di partenza è la fine del libro precedente, non è che si possa disquisire così impunemente di fatti, fattacci, colpi di scena etc. E pure guardando a quel poco che so della vita dell'autrice – al Salone del Libro ho intervistato la traduttrice Francesca Frigerio, che di Rebecca ne sa a pacchi, qui il post dedicato – è difficile dal primo libro immaginare il secondo e ancora il terzo. Tutto inizia, dopotutto, con la narratrice – Rose – ancora bambina, tra scene di dickensiana povertà e dilanianti scelte morali, mentre il ruolo della musica cresce sempre di più in importanza. Rose e Mary, gemelle, suonano il piano come la madre, che era stata una grande concertista; anche nella vita di Cordelia, la figlia maggiore, la musica è importantissima, ma è talmente priva di talento che il violino rischia di portarla al disastro.

Ma questo riguardava i primi volumi; in Rosamund, uscito per la prima volta postumo nel 1985, a quasi trent'anni dalla pubblicazione di La famiglia Aubrey (in originale The fountain overflows), Cordelia ha trovato la sua strada e così Rosamund e sia Rose che Mary sono diventate stimate pianiste. Quali sono i temi che Rebecca West affronta, a questo punto? Il suo alter ego è una giovane adulta con una carriera in corso di affermazione. La guerra è finita, e si è portata via legami preziosi – ribadiamo che il concetto di spoiler mi è profondamente inviso – e la vita deve andare avanti.
Quindi cosa succede in Rosamund? Attorno a quali argomenti Rebecca West rilascia le sue spire narrative?



Nulla di incredibile o epocale, a dire il vero. La povertà è vinta, la guerra è combattuta, il talento affinato e i morti sepolti. Rose e Mary possono procedere il ritmato andazzo delle loro vite; che nonostante le feste e il lavoro non è che siano così piene. Non hanno molti contatti diretti e profondi col mondo reale, sembrano abitare un universo distaccato dal resto del mondo. Mantengono molte conoscenze, ma uno sparutissimo numero di affetti. Non riescono a legarsi a nessuno che non abbiano conosciuto quando erano piccole. La cara Nancy, la zia Lily; Kate, la domestica, il vecchio amico di famiglia, il signor Morpurgo. Rosamund, l'adorata cugina, prende una strada di cui non riescono a capacitarsi; e per loro, in fin dei conti, non esiste quasi più nessuno che valga la pena conoscere.



E a volerlo ridurre all'osso, mi viene da dire che il fulcro del libro è questo: i legami. I legami strettissimi tra i personaggi, il modo in cui le loro esistenze si incrociano, uno scorrere fluido che a volte si inceppa e a volte scardina una diga nascosta. Le distanze, le questioni grandi o piccole, le mille prospettive possibili che si possono trarre da un solo sguardo.
Certo, ci sono anche la campagna inglese, la società degli anni '20, un sacco di musica, la bolla finanziaria del '29, ma il filo della storia non si riassume in un traguardo raggiunto con intento o per caso; è il fluire. Quella sostanza strana di cui sono fatti i sogni.
(Il caro Will è citato piuttosto spesso).

domenica 15 settembre 2019

Piccole cose belle, informazioni utili e un pizzico di fattacci miei


ATTENZIONE: questa sottospecie di format/rubrica non ha cadenza regolare né presenta una qualsivoglia forma di filo logico a condurne coerentemente gli argomenti. Lettori avvisati.

    1. Uscirà per Mondadori nella collana Vault la serie dei Bastardi Galantuomini di Scott Lynch, un capolavoro della letteratura fantasy che abbiamo rischiato di perderci perché la Nord l'aveva interrotta al secondo volume. Qui la mia antichissima recensione del primo libro.
      Breve riflessione poco ottimistica: ottimo che riprendano la serie, splendido che la grande editoria si sia accorta delle potenzialità del fantastico; e tuttavia, c'è da temere che la grande editoria finisca per fagocitare tutte quelle meravigliose fanta-realtà editoriali che finora ha ignorato per disinteresse. Staremo a vedere, e speriamo che nel lungo periodo tutto vada per il meglio.
    2. Su Netflix è uscita la prima stagione di Dark Crystal e io ve la consiglio disperatamente. Jim Henson e Brian Froud al loro meglio.
    3. A novembre esce pure il nuovo romanzo di Elena Ferrante; sono sinceramente curiosa.
    4. Fino al 5 ottobre c'è lo sconto del 25% sui titoli Fazi Editore, e io fossi in voi recupererei quel po' di meraviglie che sono uscite nel corso degli anni – Elizabeth Jane Howard, Elizabeth Strout, Rebecca West.
    5. Nel frattempo – e qui ci stanno un po' di cavolacci miei – continuo a collaborare con la rivista Spore, con le sue contaminazioni fantastiche.
    6. E già che chiacchieriamo di fantastico, vi ricordo che Stranimondi si terrà a Milano il 12 e 13 ottobre, qui il programma.
    7. E vi ricordo anche di Firenze Rivista, il festival delle riviste indipendenti, dal 20 al 22 settembre, qui il programma.
    8. Sto leggendo a ritmi serratissimi, ma così tanti libri per volta che finirne uno è un'impresa – al momento sono a metà di L'apprendista assassino di Robin Hobb, ho iniziato Il cervello autistico di Temple Grandin (che mi serve per redigere un articolo con una rivista che seguo con costanza e dedizione da anni), Rosamund di Rebecca West, Accerchiamento di Carl Frode Tiller, Streghette! di Giulia Besa e un po' di altra roba.
    9. Proseguono ulteriori progetti e progettini di cui per ora non anticipo nulla.
    10. Negli scorsi mesi ho collaborato con un paio di testate interessanti e già che ci sono ne allego i risultati; su Spore qui, qui e qui le interviste al Salone del Libro, qui su Not un articolo sullo shitposting e sull'Indiscreto un compendio sulle enciclopedie inesistenti e un articolo sulla filosofia (e altre cose).
    11. Allego una foto di Kiki perché è universalmente riconoscibile come una gatta meravigliosa e poterla ammirare è fonte di infinita meraviglia.

mercoledì 11 settembre 2019

Sono Dio di Giacomo Sartori


Sono Dio è un romanzo di Giacomo Sartori pubblicato da NN Edizioni nell'ormai lontano 2016. Credo di averlo preso in prestito qualcosa come tre mesi fa, rinnovandolo di scadenza in scadenza nell'attesa che mi chiamasse alla lettura, tra l'uno o l'altro delle decine di titoli che mi attendono anche da più tempo.
Stabiliamo i connotati formali dell'opera: un diario scritto ordinatamente, successione cronologica degli eventi a posto, narratore che ci fornisce il suo punto di vista soggettivo senza uno sgarro; difatti è difficile provare una reale empatia per i personaggi, perché li si esperisce attraverso la voce a tratti infastidita del narratore che di per sé non è proprio un pozzo di sensibilità e non riesce ad annientare la barriera che lo separa – e difende – dagli altri. “Altri” per il narratore è un termine forte, raggelante; esiste lui e poi semmai c'è tutto il resto, che comunque è piccolo, infinitesimale, tralasciabile.



Va da sé che, da titolo, il narratore è Dio. Non è chiaro quanto ci sia di vero nella storia narrata dalla Bibbia e dai suoi fan più sfegatati, se Gesù fosse effettivamente suo figlio o se fosse un bontempone che l'ha tirato in mezzo a un gioco politico di cui Dio non conosce neanche le regole. Dio non parla molto della sua storia con gli umani; parla di sé, dello stupore della creazione, della bellezza degli astri, delle galassie, degli odori che fanno le stelle quando ti ci avvicini. Ma non è solo questo; Dio non parla molto del suo rapporto con gli umani tranne una, la stangona che solo intorno a metà lettura scopriremo chiamarsi Dafne.

In questo strano diario, Dio è uno stalker. Dopo miliardi di anni di nulla, vai a sapere perché, si è invaghito di questa ricercatrice scapestrata che di lavoro insemina mucche, sessualmente libertina – con scarsi risultati – e con le treccine viola. Guida una motocicletta, vuole bene all'amico di famiglia che ha scelto come padre putativo e va a trovare ogni tanto. Brucia crocifissi, vive in un'ex-pescheria. È una ragazza a posto, credo che saremmo amiche nella vita reale. Dio se ne innamora, ed essendo Dio ne conosce ogni atomo, ogni pensiero, ogni improvvisa pulsione; eppure non è che la capisca. Dio è Dio. Ed è abbastanza triste vedere tanta onnipotenza avvoltolarsi attorno a un pensiero fisso senza soluzione.



Un aspetto particolarmente interessante del romanzo è la ripresa di una questione squisitamente linguistica; secondo la cosiddetta ipotesi di Safir-Whorf – dai due antropologi che l'hanno stabilita – o ipotesi della relatività linguistica, il linguaggio influenza il pensiero, dunque è dal momento che Dio inizia a tenere un diario, piegando il proprio sentire alla logica della lingua umana, che inizia a cambiare, mutare, sentire come un umano. Dio scrive e inizia a conoscersi.
(di più non dico, sennò tanto vale che ve lo racconti dalla prima all'ultima pagina; diciamo che l'umanità non fa una grande figura, ma del resto neanche Dio).

venerdì 6 settembre 2019

I formidabili Frank di Michael Frank


I formidabili Frank di Michael Frank è uscito per Einaudi – nella traduzione di Federica Aceto – nel 2018, bypassando completamente i miei radar editoriali. Un mesetto fa l'ho preso in biblioteca, pescandolo un po' a caso basandomi unicamente sul fattore novità e sul fattore casa editrice che di solito non rifila sòle.
(di solito).
Poi ne ho letto in giro un paio di lodi sperticate, e mi sono detta che dovevano essere meritate, visto che riguardavano un romanzo uscito da un anno, e di norma quando si imbastiscono venerazioni letterarie vuote è per i classici o per i casi editoriali freschi di stampa. I formidabili Frank, visto così, mi prometteva bene. E ha ampiamente manutenuto.


Si tratta di un'autobiografia, la storia di Mike fin dalla prima infanzia, il racconto di com'è diventato la persona che è adesso. Il punto centrale e cruciale è il suo rapporto con gli zii, e soprattutto con la zia Hank. Partiamo col dire che il nucleo ristretto di Mike è legato a doppio filo – di ferro – con gli zii; un fratello e una sorella, come indica il retro di copertina, hanno sposato una sorella e un fratello. E già qui è facile identificare una prima anomalia, che potrebbe fermarsi lì e restare una bizzarria anagrafica, e invece è come un morbo che parte da casa degli zii e avvelena la famiglia del primo infetto, Mike.

Gli zii sono splendidi, brillanti, una costante fonte di stimoli intellettuali e intrattenimento. Una coppia che ha fatto del suo meglio per convincerlo di quanto fosse fortunato e speciale a essere nato in quella famiglia, in cui per esprimere un giudizio sugli altri veniva usato liberamente il termine standard, come si dovesse testare la stagionatura di un formaggio. I genitori di Mike sono abbastanza normali, dopotutto. Il padre ha un pessimo temperamento e le sue sfuriate fanno paura, ma almeno non è violento. La madre è dolce e un po' passiva, i due fratelli minori all'inizio sono solo comparse, figure di contorno. A nove anni Mike li guarda con gli occhi sprezzanti della zia, secondo la quale uno studierà per diventare medico e l'altro sarà un atleta. Non hanno, secondo lei, temperamento artistico e profondità di pensiero – anche perché all'epoca avranno avuto tra i cinque e i sette anni. La zia non ama i suoi nipoti allo stesso modo. Mike è il suo preferito, il suo diletto, il suo migliore amico. Un figlio rubato dalla culla col benestare di genitori ignari.


Zia Hank e suo marito, zio Irving, non possono avere figli. Mike per loro è questo, e da sceneggiatori di successo, creativi istrionici ed esuberanti, che vedono la vita come un palcoscenico, hanno preso Mike da piccolo e hanno deciso – o meglio, zia Hank ha deciso – di strutturarlo come fosse un'opera, inculcandogli specifici gusti, determinate ideologie, una cultura vastissima ma fortemente parziale. Mike è il prodotto della loro influenza, e va benone finché è un ragazzino che ancora non sente il bisogno di reclamare una propria identità, e finché i fratelli sono troppo piccoli per comprendere la spiccata predilezione della zia, che tratta l'uno come un preziosissimo figlio e gli altri due come figli di lontanissimi parenti. I genitori si oppongono, fanno qualcosa. Intanto Mike ha continui dolori di stomaco che non si spiegano. Intanto a scuola le cose gli vanno malissimo, perché se fanno di te un raffinato estimatore di Shakespeare a nove anni, è probabile che il tuo compagno di banco decida di usare la tua testa come palla da basket.

E Mike cresce, con tutti i suoi problemi. I nodi vengono al pettine, la situazione si rivela nella sua piena morbosità, i tentativi di riportare le cose al giusto posto – zia Hank al centro perfetto della vita famigliare, lieta di assegnare le parti e dirigerla – da parte dello zio Irving appaiono giustamente insensati. Il problema è apertamente un problema. Mi sembra assurdo pensare che un uomo adulto – quanto avrà avuto Mike, durante la stesura del romanzo? Tra i trenta e i quarant'anni? - vada a ripercorrere la storia della sua vita e scelga come fulcro il rapporto con la zia; ma evidentemente quel rapporto è stato davvero centrale.


Più cresco e più mi rendo conto di quanto sia difficile emanciparsi completamente dalla propria famiglia di origine. Non che ce ne sia sempre e indistintamente bisogno; a volte i modelli comportamentali sono giusti e sani, la vicinanza non risveglia sedimenti di circoli viziosi, non ci sono buche in cui cascare e rompersi un'anca. A volte. Ma il fatto è che la famiglia è qualcosa che ci portiamo dentro a prescindere da come ci poniamo di fronte all'educazione che abbiamo ricevuto, - educazione nel senso più ampio del termine. Anche se ci sono aspetti cui desideriamo con tutti noi stessi contrapporci, quegli aspetti rimangono un punto di partenza. Ho sempre pensato che la questione della mela che non cade lontano dall'albero fosse un'emerita minchiata, e lo penso ancora. Ma so anche riconoscere l'impronta formativa dell'essere nati da uno stesso terreno, dalle stesse radici, da un ramo che è parte di un tutt'uno. Puoi prendere lo slancio e saltare lontanissimo, ma rifiutare l'influenza è pura negazione. Michael Frank si è lanciato lontanissimo e con grande fatica, ma non ha mai distolto lo sguardo dall'albero. L'ha guardato fisso, l'ha studiato. L'ha accettato, - e ha fatto quello che gli pareva, com'è giusto che sia.

La figura di zia Hank è tragica, fragile, sa di disperazione. C'è un punto in particolare in cui Mike si rende conto per la prima volta del terrore che muove la necessità della zia di avere il totale controllo della situazione. Un burattinaio che muove troppi fili e che non può lasciarne andare nemmeno uno, perché... beh, vai a sapere di cosa avesse paura zia Hank. Abbandono, rifiuto, oblio. L'angosciante bisogno di legare a sé le persone con favori e regali sempre più dispendiosi, per ottenere in cambio concessioni sempre più importanti sulla vita delle persone, come se con un assegno stesse comprando delle azioni e pretendesse così il ruolo di socio di maggioranza. L'esistenza di zia Hank mi mette i brividi.

Forse ho scritto troppo, anzi, sicuramente ho scritto troppo. È un romanzo pieno, e tuttavia condensabile in un'unica citazione:

In un suo scritto Philip Roth deride Henry James perché ogni tanto dice che un suo personaggio si erge. E Roth si chiede: chi si erge mai nella vita reale?
Roth non aveva mai visto mia zia”.
Ecco.