venerdì 8 maggio 2020

A me puoi dirlo di Catherine Lacey


C'è da premettere un paio di cose, riguardo al libro di cui mi accingo a chiacchierare. La prima è che ho per Catherine Lacey la più profonda inclinazione letteraria, e che mi ha tenuto una perfetta compagnia nel mezzo della quarantena – sapevo che l'avrebbe fatto; una mattina di marzo sono uscita per andare in una piccola libreria nelle vicinanze per ordinarlo, addossata all'entrata mentre la libraia si segnava il mio numero a due metri buoni da me, dietro la cassa. Il giorno stesso Conte ha annunciato la chiusura totale, e non è che me ne lamenti, sia chiaro, era sicuramente la soluzione più giusta, ma quanto mi è scocciato non potermi avvalere della compagnia di Catherine in quei primi giorni in cui sembrava dovesse crollare il mondo, pure i magazzini erano bloccati, e A me puoi dirlo è arrivato in libreria dopo settimane di clausura, non ci potevo credere dalla gioia. La seconda cosa da puntualizzare è che ho letto questo libro e poi l'ho passato a Coinquilina, che pure lo ha letto nel giro di un paio di giorni – e le è piaciuto quanto è piaciuto a me, siamo d'accordo sul fatto che si tratti di un romanzo diverso dai due che l'hanno preceduto, Nessuno scompare davvero e Le risposte, in cui troviamo protagoniste con cui ci viene facilissimo immedesimarci, l'empatia te la strappano fuori come una lumaca dal guscio, mentre A me puoi dirlo è più calmo e ponderato, sagace e interessantissimo.
C'è pure da dire che io e Coinquilina abbiamo letto due libri diversi; nel senso che lei ha messo insieme certe incongruenze, certi tocchi inquietanti – che per me facevano più ambiente che trama, ecco – e li ha automaticamente organizzati in una risoluzione che avevo trovato immaginabile ma non certa, e che piuttosto avevo dato per inattuata.
Non sono, per così dire, una persona particolarmente intuitiva.
Detto questo, parlerò del libro che ho letto e non di quello che ha letto Coinquilina, anche se la sua versione mi pare assai più plausibile.



A me puoi dirlo – edito da Sur nella traduzione di Teresa Ciuffoletti – inizia con un ritrovamento, quello del protagonista e narratore. Ha passato la notte dormendo in chiesa, steso su una panca. La domenica mattina si ritrova immersa in una funzione religiosa, circondata dai membri di una famigliola che pare uscita dalle pubblicità smarmellate del Mulino Bianco negli anni novanta. Tre bambini – iniziamo da un quasi adolescente per arrivare a un infante – la bella madre Hilda e il solido padre, Steven. Finita la messa, gli chiedono di andare con loro, lo portano a pranzo e poi se lo tirano dietro fino a casa. La protagonista non parla. Le fanno un sacco di domande, lui non risponde, perché non ha niente da dire. Neanche il suo nome, la sua nazionalità, il suo genere – noterete che salto liberamente dal maschile al femminile, ed è perché mi sembra un modo più efficace di rendere il concetto di gender fluid, ammesso che il protagonista sia davvero gender fluid, non sembra che del proprio genere gli importi davvero, è un argomento di discussione soltanto per chi le sta attorno. Il nome che le danno è Panca, perché in chiesa l'hanno trovato su una panca. La famiglia se lo tiene in casa, lo porta a cena da alcuni amici che hanno adottato un ragazzo proveniente da una zona di guerra, sperano che facciano amicizia. La portano da uno psicologo, cercano di integrarlo nella narrazione edificante di una pecorella smarrita accolta da una famiglia di buoni samaritani – la religione è centrale nella vita di questa comunità stranamente, univocamente unita. Per quanti sforzi facciano, Panca non parla. Non sono persone di cui senta di fidarsi, o con cui possa interessargli avere un confronto. Quel posto non fa per lei né per lui. Tutto ruota attorno al Festival del Perdono, una festa annuale in cui ogni colpa viene lavata via dalla catarsi. Panca non ha nulla da lavarsi via di dosso. Capita che condivida qualche parola con altre persone, ma solo quando le trova simili a sé, quando hanno qualcosa da dire, quando sono persone che cambiano a seconda di quello che sentono – e non individui attentamente delimitati da paratie stagne che non riuscirebbero a farsi toccare da niente.



A me puoi dirlo è un romanzo splendido, meno intenso – meno disperato – rispetto ai primi romanzi di Catherine Lacey. La protagonista non è una persona che nel bel mezzo di un momento di profonda e dolorosa crisi esistenziale si getta nel fluire di altre vite e si sente cambiare per poi ritrovarsi la stessa – adattarsi, accettarsi – quanto una persona che capita in una comunità che fa di sé un'autonarrazione stabile, sicura ed egocentrica, e non ne viene particolarmente toccata. È piuttosto la comunità a fremere, nel vedersi riflessa negli occhi di qualcuno che non rimanda automaticamente amore e devozione. Non potrei certo raccontare Panca come un personaggio stabile e sicuro, come un adulto che ha in un certo senso compiuto il proprio arco narrativo e ora sa con sicurezza cos'è e cosa vuole – primo, perché Panca è adolescente, secondariamente perché l'adulto fatto e finito è una totale mistificazione e gli adulti sono solo adolescenti con più rughe e con la panza meno tonica.



Lo consiglierei come primo approccio a Catherine Lacey? Non lo so. Per me Nessuno scompare davvero rimane il romanzo perfetto per spiegare perché la adoro; so anche che mio padre, dovendogliene consigliare uno, preferirebbe di gran lunga Le risposte. Mio fratello probabilmente adorerà – il giorno lontano che potrò scendere in Liguria – A me puoi dirlo. Dipende dal titolo, dipende dal lettore. Io della Lacey sono letterariamente innamorata, non faccio testo.

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