mercoledì 30 ottobre 2019

Signor Protagonista, io non ti reggo


Un annetto fa prestavo alla mia coinquilina Restiamo così quando ve ne andate di Cristò, che mi era piaciuto tantissimo. Due giorni dopo lei me lo restituisce dicendomi che non riusciva a leggerlo, non sopportava il protagonista. E un po' la capisco, Francesco non è facile da digerire, soprattutto per com'è scritto, senza filtri né abbellimenti, tutte le sue vigliaccherie e le sue mancanze stampate chiarissime sulla pagina. A me non disturbava, che certe brutture di Francesco le condivido, e soprattutto nel periodo in cui l'avevo letto, avevamo qualche punto di contatto.



Ho punti di contatto anche con David, il protagonista di Accerchiamento di Carl Frode Tiller, ma vai a sapere perché, mi disturbano molto di più, e ogni tot pagine vorrei entrare nel romanzo e procurargli svariati traumi cranici a forza di coppini – cosa stai a ferire le persone così a caso, sai dove possono metterseli i tuoi sensi di colpa postumi di trenta secondi, la smetti di essere così autoindulgente? Ma per quanto David mi stia antipatico, non è che mi impedisca di leggere oltre. Quello capita di rado – almeno, con questa motivazione.
Non sono mai riuscita ad andare oltre le prime cinquanta pagine di Lolita, perché è difficile stare nella testa di Humbert Humbert senza sentirsi l'anima melmosa, e dire che Grenouille non mi ha fatto perdere neanche mezz'ora di sonno; malsopporto Raskolnikov di Delitto e castigo, perché cosa ti viene in mente di ammazzare 'ste due vecchie se poi non reggi il senso di colpa? Voglio dire, capisco che il fulcro dell'opera sia soprattutto lì, nell'essere umano che compie azioni crudeli e poi non riesce a capacitarsene, nell'accettazione del libero arbitrio etc, ma tutte 'ste centinaia di pagine di un tipo che si strugge e si autocondanna non le reggo – e credo che la storia della letteratura sia chiara nel dire che tra me e Dostoevskij la pecca è tutta mia, ma insomma.



Ho provato a fare pace con Fedor leggendo Le notti bianche, che Benni l'aveva citato con tanto amore in Di tutte le ricchezze, ma quello è stato il punto più basso della nostra conoscenza, perché il sognatore intrappolato nella prigione delle proprie fantasie che continua a blaterare di ciò che è e non può essere, insomma, io e la mia coinquilina eravamo molto d'accordo quando ce lo siamo recensito a vicenda. “Onanismo”. E va da sé che non è solo questo, a ben vedere gli struggimenti di quel sognatore sono quantomai attuali, ne chiacchierava Ilenia qui qualche tempo fa, ma non posso farci niente, sono greve e triviale e a tutti 'sti smarmellamenti mi viene da rispondere con una brutta pernacchia.

Non ho neanche mezzo dubbio sul fatto che i problemi che ho con le opere già citate siano da imputare soltanto a me e me medesima. Qualcosa come dieci anni fa ho letto Il giovane Holden con sommo fastidio, perché Holden non lo potevo soffrire. Immaturo, borioso ed egoista. Ma era un ragazzino, e io da adulta dovrei perdonarlo – non parlo di perdonare Salinger, che ha scritto giustamente un adolescente traumatizzato dalla morte della sorellina. Ieri sono stata in biblioteca e ho ripreso una copia, magari adesso riuscirò a capirlo meglio, visto che sono una persona completamente diversa – o per meglio dire, sono cresciuta.



Non c'è una chiusa in questo post, e non ci troverete nemmeno mezza morale. Era un po' che non scrivevo qualche cavolicchiata da lettrice; mi mancava il senso di allegra comunità che un tempo infilavo ovunque, che tra lettori ossessivi a volte è bello parlare di libri come fossimo al bar nelle prime ore del mattino e commentassimo a voce alta i risultati della partita della sera prima. Con un meraviglioso senso di chi se ne frega se quello che stiamo dicendo è giusto o sbagliato, che importanza ha l'esattezza delle proprie opinioni? Tolstoj segna, Fedor in panchina, Virginia Woolf ha fatto fallo su James Joyce.

giovedì 17 ottobre 2019

Transiti di Rachel Cusk


Transiti di Rachel Cusk l'ho preso d'istinto, come mi capita negli ultimi tempi, e volente o nolente mi è balzato in cima alla lista di quello che avevo voglia di leggere, lasciandosi dietro un'ecatombe di libri lasciati a metà. Avevo una vaga idea di cosa aspettarmi, non perché ne avessi letto qualcosa, ma perché mi pareva si accompagnasse sempre a una certa narrativa femminile contemporanea, quella lucida e cruda che al momento in Occidente sta spopolando. Di che parlasse, non è che sapessi granché, avevo giusto il titolo a guidarmi – anche perché evito le quarte di copertina come la peste, capita che ti facciano un sunto delle prime cento pagine e signori editori, gradirei non mi spiattellaste mezza trama che io il libro lo vorrei leggere, grazie.


Dunque, Transiti. Una serie di narrazioni indipendenti le une dalle altre, spezzoni di vita raccontati in prima persona sempre dalla stessa voce, che poi sarebbe quella di una scrittrice divorziata con due figli appena tornata a vivere a Londra. Difficile dire se si tratti di fiction, auto-fiction e quanto in questo caso sia forte il peso della biografia. Su Rivista Studio, Cristiano de Majo dice che il libro sembra “un tentativo di superare le categorie fino a questo momento conosciute”, e credo di essere abbastanza d'accordo, anche se non è detto che si tratti di un tentativo fiondato verso un chiaro obiettivo; Rachel Cusk potrebbe avere deciso semplicemente di infischiarsene, - e secondo me ha fatto bene.

Mentre leggevo, e soprattutto arrivata al racconto di una particolare scena, pensavo che avrei intitolato la recensione Rachel Cusk non c'è; non in senso dispregiativo, ma perché di rado ho incontrato una narratrice capace di ritrarsi così dalla pagina, e dire che si tratta di auto-fiction – e voglio dire, nessuno ti ha chiesto di scrivere di te, potevi fare come fanno tutti, fingere di scrivere di ideali universali attraverso personaggi immaginari, pur sapendo benissimo che se li avrai amati abbastanza ti faranno da specchio distorto. Messa così può sembrare che non abbia apprezzato né il libro né lo stile di Rachel Cusk; tutt'altro. Solo che, pur apprezzando l'opera, non ne capisco fino in fondo l'approccio. La scrittura di Transiti è schietta, secca, descrittiva come una sceneggiatura. Si dilunga sui dialoghi e sui gesti che li accompagnano, la telecamera negli occhi del narratore puntata su chi sta parlando. Capita che Rachel dica la sua, mentre parla a un altro personaggio. Capita più spesso che di sé non riveli che il necessario.



Il punto in cui l'effetto mi è stato più chiaro è il racconto di una conferenza tenuta insieme ad altri due famosi scrittori dedicata all'autobiografia. Assistiamo all'incontro e alla presentazione col moderatore e poi coi due colleghi. Poi ci spostiamo sul palco, fradici perché ha piovuto terribilmente, e i due scrittori monologano entusiasti delle loro opere, fornendo dettagli molto personali delle loro vite e offrendo, soprattutto, visioni opposte e parimenti plausibili della scrittura, del processo creativo. Di quello che vuol dire scrivere. E poi tocca a Rachel, e Rachel potrebbe dirci cosa ne pensa, e invece ciccia, la conferenza finisce e il moderatore fa il sordido e poi niente, puntata finita e di come la pensa Rachel lo sanno solo quelli che si trovavano alla conferenza. A scanso di equivoci, è un pezzo che mi è piaciuto moltissimo.

Rachel Cusk racconta, o descrive, sebbene sarebbe più corretto dire che interpreta, perché anche la voce che pare più obiettiva ha già preso una chiara posizione nel momento in cui ha scelto di cosa parlare; prende pezzi di vita lunghi ore o pochi giorni, l'appuntamento con un'amica in un caffè, una cena da amici con un concetto di genitorialità agghiacciante, l'incontro con una studentessa che vuole chiederle consigli su come scrivere quello che così evidentemente vuole scrivere senza davvero volerlo fare. Rachel Cusk ha una visione acuta, aguzza, precisa. E non vorrei mai trovarmi sotto il suo sguardo; tempo fa ho letto I fratelli Burgess di Elizabeth Strout, e mi è capitato di pensare che alcuni personaggi le fossero stati ispirati da persone reali, soprattutto Bob. Non avrei paura a trovarmi sotto lo sguardo di Elizabeth Strout, né di Elizabeth Jane Howard o di tanti altri scrittori. Invece sulla pagina di Rachel Cusk non vorrei mai trovarmici. La sua scrittura ha la brusca sincerità di uno schiaffo che ti riporta coi piedi per terra, quello che quando ci vuole, ci vuole – ma speri non ci voglia mai.

martedì 8 ottobre 2019

Resto qui di Marco Balzano

Era un po' che volevo leggere Resto qui di Marco Balzano, da quando avevo letto un paio di citazioni su twitter che mi avevano convinta senza il bisogno di andarmi a cercare informazioni aggiuntive come, chessò, la trama o l'ambientazione. Lo confondevo parecchio con un altro romanzo uscito lo stesso anno – 2018 – per la stessa collana Einaudi di un altro Marco – Rossari – che pure avevo scoperto su twitter e che avevo abbrancato in biblioteca non appena lo avevo adocchiato sullo scaffale, Nel cuore della notte. Chissà se capita anche ai due autori di confondersi tra loro.



Parto con una premessa; Resto qui mi ha raccontato una parte di storia italiana che non conoscevo, quella delle comunità tedescofone forzate dalla divisione territoriale seguita alla Grande Guerra a diventare italiane, e all'inasprimento delle leggi “a salvaguardia della nostra bella cultura” – riferimenti politici assolutamente voluti – che andavano a colpire e svilire il modo di vivere degli abitanti di quelle comunità. Un antagonismo linguistico, culturale e burocratico che non conoscevo e di cui non immaginavo la portata, e che ha fatto sì che per un certo periodo in certe zone del nord Italia si guardasse a Hitler come a un condottiero liberatore avversario del giogo mussoliniano.

Dunque, il romanzo inizia con una cornice di cui capiremo di più leggendo avanti, con la protagonista e narratrice, Trina, che ormai anziana si rivolge a qualcuno, a una persona cara che non fa più parte della sua vita. Poi Trina passa a raccontare di quando era una ragazza e studiava per diventare una maestra. Era il '23, il fascismo era appena asceso al potere, i problemi stavano giusto per iniziare. Gli esami di stato in una città vicina, perché Trina e le sue amiche vivevano in un paesino della Val Venosta nel Sudtirolo, Curon, poche centinaia di anime sparse in casolari che stavano a ridosso delle stalle e tanti pascoli. Vive coi genitori finché non si sposa con Erich, che come il padre fa il pastore e tiene il bestiame. I figli, i cognati che si trasferiscono accanto a loro, le difficoltà in un contesto in cui fare lezione di italiano è un reato e si rischia il confino. Il distacco improvviso dalla persona a cui non smetterà mai di rivolgersi, e poi la guerra e la minaccia che incombe da anni su Curon, la costruzione di una diga che finirebbe col sommergerlo.




La scrittura di Balzano è asciutta, nitida, ritmata come una marcia, con punte di bellezza. Trina è un personaggio forte e caparbio, guarda alle sue antiche emotività con un distacco che non sa di sconfitta, ma di rifiuto. “Andare avanti, come diceva Ma', è l'unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci.”, scrive, e per tutto il romanzo tiene fede a quelle parole. Non che Trina sia arida, e a suo modo l'opera è poetica, sebbene riesca a sfuggire la tentazione di mitizzare e idealizzare la vita contadina, quella semplice “di una volta”.

L'emozione che trasmette maggiormente è di una rabbia quieta, sepolta. Curiosamente la grande tragedia di Trina non è la guerra, ma la perdita di un personaggio che si fonde alla perdita di Curon per la costruzione della diga. Che poi non è facile parlarne senza pensare alla TAV, alla ragionevolezza di un piano europeo contro il sentire di chi abita un luogo che non vuole scomparire – o cambiare radicalmente, che è un po' la stessa cosa. Non voglio impelagarmi in un lungo soliloquio di pro e contro, ma non mi va nemmeno di svicolare sulla questione. Sarebbe bello abitare un luogo in cui dopo un “sì” e un “no” puoi aggiungere un “ma”, che l'assoluto è un concetto astratto che l'essere umano adopera per comodità e difficilmente si riscontra nella realtà empirica.
Purtroppo il luogo non è questo.