giovedì 18 luglio 2019

Il convalescente di Jessica Anthony

Pidgin Edizioni, lo ammetto, non la conoscevo. Ma al Salone del Libro, nel bel mezzo del Salone dell'Oca, Mr. Racconti Edizioni mi ha mandato da Pidgin, consigliandomi Problems, e io giustamente ci sono andata. Mr. Pidgin allora mi ha raccontato brevemente Il convalescente di Jessica Anthony, parlandomi della storia del protagonista – nano, muto, zoppo etc – che si inframezzava con la storia della sua stirpe maledetta, quella dei Pfliegman, condannati dalla genetica e dal fato a sbagliare, sbagliare, sbagliare senza imparare mai; il protagonista, infatti, è l'ultimo Pfliegman ancora in vita. Ora, essendo una lettrice parecchio umorale, Il convalescente mi era rimasto parecchio piantato in testa, dunque l'ultimo giorno di Salone, onde approfittare dello sconto disperato delle ultime ore, sono andata a recuperarlo. Afflizioni genetiche, impenitenza, condanne divine a me, grazie.




So già che non riuscirò a parlare di questo libro come fosse un'entità a se stante, perché dopotutto non è così che l'ho letto. Leggevo degli Pfliegman e mi pareva di poter sostituire quel nome con “i liguri”. Da quando mi sono trasferita a Torino, ho iniziato ad apprezzare le differenze tra la mia gente e i foresti. La rozzezza, la volgarità, la maleducata cocciutaggine. Scendere a casa a trovare parenti e amici e sentirsi addosso una strana pressione, perché lì il mondo non cambia, sei tu che ti devi adattarti, - probabilmente è una tendenza provinciale, comune a qualsivoglia paesino, ma a me piace raccontarmi che dipenda dal sale nel sangue, dalla sabbia negli occhi. Quindi sappiate che questo libro lo racconterò come se fosse cosa mia, - e da lettrice, un po' la è.


Rovar Àkos Pfliegman ha un po' più di trent'anni e vive in religiosa solitudine in un vecchio scuolabus scarsamente abitabile, dal quale vende carne. La macella lui, le sue bestie pascolano nei terreni dietro lo scuolabus. Commercia al dettaglio e rifornisce un supermercato nelle vicinanze, il cui proprietario l'ha preso in simpatia. Rovar non parla, non interagisce. Non fa granché delle sue giornate. Si desquama, si acciacca, mangia tra il male e il malissimo. Ogni settimana va a farsi visitare da una pediatra che l'ha preso in cura per compassione, è innamorato cotto. Nel frattempo, il terreno sul quale staziona è preda delle grinfie di chi vuole farne qualcosa di redditizio – e mi rendo conto del fatto che sia una questione centrale e preminente, forse quella che rischia di influenzare maggiormente la sorte di Rovar, ma se non interessa a lui – e davvero non gli interessa – come può interessare a me?, quindi non ne parlerò più.




Nel frattempo, tra una visita alla dottoressa e un rimando alla sua tragica infanzia, Rovar racconta dei suoi antenati, della storia del popolo Pfliegman così come la conosce. Inizia da Carlo Magno, dalle tribù ungheresi. Parte da lontano, scorre lentamente e poi di colpo si mette a correre lungo i secoli, ma prima, come dicevo, scorre lentamente. I Pfliegman, quando non si chiamavano Pfliegman, erano un ammasso di incapaci che vivevano della generosità di tribù più evolute; la leggenda – che non spoilero – narra come siano diventati abili nel maneggiare le carcasse, nello sfilettare sveltamente le carni. Macellai di sangue, di stirpe. Gente sfortunata, persone che a malapena puoi chiamare persone. E Rovar viene da lì; non può dirsene fiero, ma si riconosce nelle facce smunte, sporche, nei denti che traballano, nei capelli che non concepiscono l'idea di shampoo. È l'ultimo della sua gente.

Diciamolo, dunque, che Rovar da bravo protagonista-narratore ha una voce ironica, chiara, che sa strapparti lo strazio dalle mani che stai usando per reggere il libro. Penso sia uno dei romanzi da cui ho tratto più citazioni in assoluto, - anche se poi estrarre una o due frasi vuol dire mozzare il testo, e un testo mozzato da un intero farà sempre meno impressione. La storia di Rovar, così come quella del suo popolo, è un parossismo di tragedie, al punto da provocare uno strano effetto comico, con un tic nel sorriso e gli occhi sbarrati di orrore.

A Rovar ho voluto davvero bene.

(si chiama egocentrismo).

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