martedì 19 marzo 2019

Noi marziani di Philip K. Dick

Philip K. Dick è stato uno scrittore estremamente prolifico; ha scritto più di quaranta romanzi, i racconti non li conto nemmeno, la saggistica non la approccio neanche. Nato nel 1928 a Chicago, esordisce nel 1955 con Solar Lottery (Lotteria dello spazio), dichiara in un'intervista a Rolling Stone che l'intera produzione precedente al 1970 è stata scritta sotto gli effetti di anfetamine debitamente prescritte dal medico, nel '74 vive un'esperienza psicotica – la ragazza col ciondolo dorato – e da lì in poi ha inizio una lunga crisi mistica. Muore a Santa Ana nel 1982 per un attacco cardiaco, ed è difficile immaginare una perdita più grande nel panorama della fantascienza, o della letteratura in generale.
Era un personaggio complesso, questo è fuor di dubbio. Aveva un bizzarro rapporto con la figura femminile – ce lo raccontano i suoi divorzi come la sua opera – e una relazione burrascosa con anfetamine e allucinogeni. Con la realtà aveva una relazione ancora più strana, sezionata e sviscerata attraverso la sua bibliografia, e i suoi protagonisti condannati a sentirsi la terra mancare da sotto i piedi e la visione sfaldarsi in un un caleidoscopio di paure e domande, prima fra tutte “Quello che sto vivendo è reale?”.
Difficilmente si può abitare l'attuale contesto letterario senza conoscere le opere più celebri di Dick, Il cacciatore di androidi o Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è stato tratto il cult cinematografico Blade Runner (Ridley Scott, 1982), La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello.
Poi ci sono le altre opere, quelle non troppo conosciute, lette da una minima frazione dei lettori che si sono approcciati ai capolavori sopracitati. La produzione post-crisi mistica, che oggettivamente può risultare un po' ostica per via dei continui riferimenti teologici e filosofici. E poi quelli che personalmente definisco “capolavori secondari”, perché sono delle dannatissime meraviglie e trovo inconcepibile che non si siano ritagliate uno spazio più rumoroso, come Svegliatevi, dormienti e In senso inverso, nonché il romanzo di cui, dopo tutta 'sta pappardella, mi accingo a parlare.
Noi marziani, scritto nel 1962 e pubblicato nel 1964, è interamente ambientato su Marte e racconta la brutale colonizzazione del pianeta rosso, il cinismo dietro la speculazione edilizia, la freddezza dei rapporti umani in un ambiente desolato. Ma soprattutto, il nucleo del romanzo è la tensione tra uomo e realtà, tra individuo e interpretazione della realtà, tra il mondo sano e il mondo folle, che Dick si rifiuta di presentarci meno orribile di quello che è. Interessato alla psicopatologia e alle teorie Junghiane, è palese che Dick sappia di cosa sta parlando, che quella che sta maneggiando – la malattia mentale – è una materia che conosce a fondo e della quale, oltre ad avere esperienza diretta, si è fatto un bel po' di idee. Idee strane, bizzarre e debitamente narrativizzate, originate da una frazione di realtà che per Dick dev'essere puro terrore. È per lui che la realtà si fa incerta e incoerente, è lui che non riesce a distinguere ciò che è vero dai parti della sua mente. È stato strano e spaventevole leggere delle psicosi dei suoi personaggi in Noi marziani e sapere che a tormentarli erano gli stessi orrori che hanno trascinato Dick sull'orlo del suicidio più volte nel corso della sua vita.
Ma dunque, cerchiamo di scindere opera e autore, anche se in questo frangente è un po' difficile. Jack Bohlen è un riparatore meccanico e vive su Marte da anni con la moglie Silvia e il figlioletto David. Fin qui tutto normale, almeno in apparenza. Jack è uno schizofrenico, o almeno, ha avuto un episodio di schizofrenia parecchio violento quando era un giovane terrestre. La peggiore esperienza della sua vita, e non ha alcuna intenzione di riprovarne di simili. Mentre si sta recando a riparare un automa nella scuola del figlio, incontra nel deserto un gruppo di Bleekmen (i marziani nativi, quasi degli aborigeni) che stanno morendo di sete. Si ferma a soccorrerli, e con lui Arnie Kott, Membro Supremo del Sindacato degli Idraulici, freddo e spietato affarista. Fosse per lui, lascerebbe pure i Bleekmen a morire, ma la legge e Jack lo costringono a fornire loro assistenza. Arnie non se lo dimenticherà, il suo misero rancore per il riparatore glielo farà assumere, per tenerlo vicino e per poterlo rovinare come meglio crede.
Su Marte, a Nuova Israele, c'è un centro per i bambini con problemi mentali, ed è lì che risiede Manfred, il figlio autistico dei vicini di Jack. Uno psichiatra, il dottor Glaub, è venuto a conoscenza di una teoria secondo la quale l'autismo sarebbe un problema di gestione del tempo; gli autistici vivrebbero a velocità spaventevole rispetto a quella normale, potrebbero perfino vedere il futuro. E va da sé che la cosa ad Arnie Kott possa interessare parecchio. Ed è con la scusa di fargli costruire una macchina in grado di comunicare con Manfred, che Arnie intrappolerà Jack e il suo tempo, che inizierà a risuonare del disturbo di Manfred e...
E così via. La trama si mette in moto – o forse in moto lo era già – e la storia si fa viva, le chiavi di lettura si sprecano, la definizione di realtà si sfalda tra le pagine. Eccetera. È un romanzo a tratti straziante, a tratti dolorosamente consolatorio. A leggere come Dick conosceva la malattia mentale nel '62, mi verrebbe pure da credere che abbia fatto lui stesso un salto nel tempo, a dare un'occhiata alla storia della psicopatologia clinica in un futuro che non era solo il suo, ma sarà pure il nostro.
Potrei intitolare questa recensione “Com'è che Philip K. Dick è diventato uno dei miei scrittori preferiti”, non fosse che c'era già arrivato con In senso inverso.

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