venerdì 1 marzo 2019

Nel cuore della notte di Rebecca West

L'estate scorsa è uscito il primo volume della trilogia dedicata alla famiglia Aubrey di Rebecca West, e vi consiglierei di recuperare quella recensione prima di leggere oltre se ancora non l'avete letto, perché qui si chiacchiera del seguito, anche se non è che si tratti di un'opera dai risvolti inaspettati, che tenda favolosi agguati all'aspettativa del lettore. Ma le saghe si leggono in ordine – o si dovrebbero leggere in ordine, mia sorella ha iniziato Harry Potter dal quarto volume e l'ha adorato ugualmente.
Rebecca West (1892-1983) è nata a Londra col nome di Cicely Isobel Fairfield, ha scelto il suo pseudonimo letterario di un'eroina femminista di Henrik Ibsen, è stata ua suffragetta, come giornalista ha raccontato i processi di Norimberga e, in un acclamato diario di viaggio intitolato Black lamb and gray falcon (1941), la Jugoslavia.
La trilogia sulla famiglia Aubrey è dichiaratamente autobiografica, almeno in parte. Mi chiedo quanto ci sia di vero e quanto sia enfatizzato nei genitori della protagonista Rose, nel suo rapporto con la musica e con le sorelle – Mary e Cordelia, la prima una gemella vissuta troppo da vicino per sentirla distinta, la seconda una sorella maggiore scomoda e irritante – e il fratello Richard Quinn, la cugina Rosamund, il mondo tutto e poi la guerra.
Nel cuore della notte, uscito postumo nel 1984 e arrivato in Italia poche settimane fa per Fazi nella traduzione di Francesca Frigerio, mi è piaciuto tanto, troppo, in quel modo che non riesci neanche a capire del tutto. Ha qualcosa che non avevo trovato nel primo volume, che era stato davvero una bella lettura, ben più che gradevole, ma senza trasformarsi nella frenetica mezza maledizione che impedisce di staccarsi dalle pagine. Un bel libro, La famiglia Aubrey, seguito da questo secondo volume che è uno sparo fiorito, e mi fa capire pienamente come mai Rebecca West venga accostata a Elizabeth Jane Howard, – autrice della saga dei Cazalet e di altre opere meravigliose che non vorrei dire, ma quando non ci sarà più nulla della Howard da tradurre una parte di me morirà un po'.
Rose e Mary stanno diventando adulte, hanno terminato i loro studi superiori e si dedicano interamente al piano. Richard Quinn è un adolescente, ed è diventato esattamente quel fenomeno che la sua infanzia luminosa preannunciava. Basta che entri in una stanza perché i presenti si rianimino, ma quella sua freddezza di fondo ogni tanto arriva in superficie, ed è un po' struggente come diventi pienamente umano soltanto con Rosamund – ma è struggente con reciprocità, quindi credo vada bene così, o forse è anche peggio. Rosamund studia da infermiera, Kate prepara torte, la madre delle ragazze, Clare, segue tutti quelli che le stanno intorno come fossero figli suoi e si lascia essere pienamente se stessa, ora che il marito li ha abbandonati – o si è abbandonato da solo per non affondare tutti.
Adoro il personaggio di Rosamund – la cugina bellissima e apparentemente un po' tonta, genio degli scacchi e forse salvatrice dell'umanità – quanto adoro Clare. Hanno qualcosa in comune, quella consapevolezza del mondo per com'è fatto in tutto il suo orrore e le sue magagne che si accompagna alla volontà di non arrendersi allo scatafascio. È come se sapessero che la notte è buia e il domani incerto, e scegliessero comunque di lasciare una luce accesa fuori dalla porta, e un cestino per il pranzo sul portico, perché non si sa mai, qualcuno potrebbe averne bisogno e anche l'ultimo dei demoni potrebbe avere avuto una brutta giornata. Non è idiozia, non è ingenuità. Io la chiamo forza.
Nel cuore della notte è più breve del romanzo che lo precede, ma è comunque pieno dell'Inghilterra di inizio '900, di remore e cambiamenti e di quotidianità, - almeno fino all'arrivo della guerra, ma anche a quel punto il dramma non viene drammatizzato, anche gli orrori diventano questioni di tutti i giorni da affrontare senza ricamarci sopra.
Personalmente, credo che leggerò quanto prima il racconto di Ibsen da cui è sorta Rebecca; ho voglia di capirla ancora più a fondo.

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