domenica 28 ottobre 2018

Un paio di novità, qualche link e cose noiosamente personali #4


Guardiamo in faccia l'elefante nella stanza, – che comunque spero si tratti di un elefante asiatico, che quelli africani sono enormi – e ammettiamo che negli ultimi tempi sto tralasciando parecchio il blog; non si tratta di mancanza di interesse né di argomenti, bensì del tempo che si fa merce sempre più rara da queste parti. Un po' è lo studio, un po' è il fatto che scribacchio per siti che non sono questo – e mo' vi mollo anche i link, così imparate a seguirmi – e capita che quello che leggo con tanto affetto vada a finire lì anziché qui; un po' è l'appropinquarsi della benedetta antologia del Concorso Transilvania e ciò che ne consegue, un po' è la resurrezione di un progetto che ho abbandonato un paio di anni fa e per il quale inizio a sentirmi pronta, – a voler essere del tutto sinceri non è che mi senta proprio pronta, più che altro ho imparato ad accettare che è normale non sentirsi mai del tutto pronti quando si tratta di cose importanti.
Dunque mi va di chiacchierare di quello che faccio – sempre in relazione ai libri, non avrebbe molto senso ammorbarvi sul mio guardaroba o sulle serie Netflix che sto seguendo, visto che 'sto blog ho deciso di chiamarlo Leggivendola, no? – e lo farò nel modo che trovo più comodo. Una disorganizzatissima lista.


    1. Ieri ho finito di leggere Ada o ardore di Nabokov; è il secondo libro dell'amico Vlad che leggo, il primo è stato Una risata nel buio, e credo pure di averlo preferito un po'. Vorrei parlare di Ada e allo stesso tempo mi chiedo come farlo. C'è tanto da dire, eppure le dita annaspano. Non ho trovato angoscia, interrogativi o disturbo, il che non depone a favore della mia morale, credo – trattasi infatti di un romanzo sull'incesto tra Ada e il protagonista e qualche volta narratore Van. E quindi mah, chissà. Ne parlerò?
    2. Ho iniziato la lettura di Le risposte di Catherine Lacey, di cui avevo adorato senza ritegno Nessuno scompare davvero. Ed è bizzarro che io l'abbia adorato così tanto senza mai recensirlo; credo che qui la questione sia ribaltata rispetto al silenzio che probabilmente seguirà la lettura di Ada o ardore. Mentre Ada mi è piaciuto moltissimo senza che arrivasse mai a colpirmi da vicino, i personaggi di Catherine Lacey li sento tanto vicini che mi metterebbe a disagio parlare di loro in pubblico, e finisce che per evitare di andare troppo sul personale, li taccio del tutto. Diamine.
    3. Nel frattempo ho compiuto 30 anni, e Le risposte è il regalo di compleanno di mio padre, - accuratamente e specificamente richiesto.
    4. Questo punto sarà dedicato alle soddisfazioni delle ultime settimane: il mio primo articolo uscito su Indiscreto, La resurrezione nella fantascienza, e la mia comparsa su Due pollici d'avorio, la rivista ufficiale della Jane Austen Society of Italy, con l'articolo Austen Fandom.
    5. Su Penne Matte scrivo da un bel po' di tempo, ma già che ci sono mi va di linkare pure un paio di articoli che mi è piaciuto parecchio scrivere, uno su L'uomo nell'alto castello di Philip K. Dick e uno su Fredric Brown.
    6. Citavo, nell'introduzione, il Concorso Transilvania, e l'antologia che ne deriverà (presto). Buona parte dei racconti sono pronti e amorevolmente editati, altri sono in dirittura di arrivo. Dopo anni – mea culpa – il progetto si avvicina alla sua conclusione, e un po' mi mancherà.
    7. Infatti ci sono progetti legati al Concorso Transilvania – invero quelli che avevano anticamente portato alla sua ideazione – che stanno tornando a farsi sentire.
      (Stay tuned?)
    8. Necessito di una nuova libreria, ho pile di libri accatastati accanto al letto. Nello specifico un po' di Borges, un po' di Cortazar e un Kafka.
    9. Kiki – la mia gatta – è ingrassata e ho preso la dolorosa decisione di metterla a dieta. Poiché leggere con un gatto acciambellato addosso è cosa buona e giusta, questo punto è assolutamente e coerentemente connesso al concetto di lettura.
    10. Che altro dire? Torno a leggere, e poi a scrivere e così via.

(E voi che mi dite?)

mercoledì 17 ottobre 2018

Lune di miele di Chuck Kinder


Di questo romanzo avrei dovuto parlare settimane fa, a lettura appena terminata, con le parole ancora tiepide sulle dita e l'entusiasmo a mille, quell'entusiasmo del lettore che ha appena scoperto qualcosa di bello. Se ci ho messo così tanto è per una questione di tempo, impegni e casualità. C'è anche di mezzo il fatto che mi è stato mandato dalla casa editrice, (grazie Fazi, ti voglio bene) e come politica personale preferisco non pubblicare più recensioni di fila di libri ricevuti da terzi. Soffro di quella che viene comunemente chiamata “coda di paglia”, e del timore di diventare un blog-vetrina, di quelli che parlano solo di quello che ricevono, ne scrivono solo bene e ricevono vagonate di libri proprio per questo. Avendo neanche troppo recentemente chiacchierato di altri titoli ricevuti da Fazi – Elmet e Cambio di rotta – vorrei riuscire a piazzare almeno un paio di letture “autonome” di mezzo, ma di quelle che ho fatto non mi va granché di chiacchierare, o ne ho già chiacchierato altrove, e non sono ancora arrivata a metà di Ada o ardore di Nabokov, che mi sta piacendo un sacco ma è pure un discreto mattonazzo. Quindi per questa volta, con buona pace delle mie personali politiche interne, chiacchiero per due volte di fila di romanzi ricevuti a'ggratis.
(Non so perché mi dilunghi su politiche interne, etica personale e quant'altro, non ho mai ricevuto la minima lamentela ma ehi, come dicevo, coda di paglia).
Parliamo dunque di Lune di miele di Chuck Kinder, tradotto da Giovanna Scocchera. Nota particolarmente interessante: a Chuck Kinder si è ispirato Michael Chabon per il protagonista di Wonder Boys, e a sua volta Kinder si è ispirato a Raymond Carver per il personaggio di Ralph Crawford. Le coincidenze.
Lune di miele parla di due scrittori e delle loro famiglie. Entrambi letterati, professori universitari, le schiene chine sui loro romanzi o racconti. Siamo nella California degli anni '70, i nostri due sono sposati, hanno famiglia, tengono corsi di scrittura creativa. E nel frattempo inseguono quell'immagine di scrittore squinternato e maledetto, schiavo di qualsiasi vizio mai inventato dall'uomo, dal sesso agli acidi, dall'alcol alle fughe in auto. Ralph Crawford avrà una quarantina d'anni, è sposato con Alice Ann, la sua bellissima fidanzatina dai tempi delle superiori. Insieme hanno due figli adolescenti che lui detesta platealmente perché gli finiscono la vodka e gli sgraffignano le riserve d'erba, e intanto Alice Ann vorrebbe credere che sia possibile ricostruire la famiglia, lei e le sue improbabili tendenze new age, i suoi scatti d'ira e la sua commovente, inaspettata lucidità. Poi c'è Jim Stark, e qui pare che Chuck si sia ispirato a se stesso nella costruzione di questo personaggio così complesso; Jim è più giovane di Ralph, è un omone grosso di quelli che ti sale il rispetto appena li incroci, e magari ti possono portare via la spalla se per caso li scontri per strada, e non ti aspetteresti di sentirgli declamare versi e racconti e arrovellamenti sulla scrittura. Anche lui gonfio di erba, acidi, alcol e chi più ne ha, più ne metta; con Ralph ha in corso una specie di bizzarro sodalizio, un rimpallamento di “io credo che tu sia quello che dimostri di essere” che pare estremamente importante per l'idea che ognuno dei due ha di se stesso. È un legame strano, fatto un po' di droghe, un sacco di compagnia e di uscite smargiasse, e da una fiducia costantemente tradita, forse abitudinaria. Tutto condito col peso della scrittura vissuta come missione assoluta e stereotipi duri a morire.
Eppure, sapete cosa mi è rimasto, soprattutto? E lo so che suonerà assurdo e un po' si ricollega a Elmet, di cui chiacchieravo qualche giorno fa. Mi ha affascinata moltissimo la famiglia di Ralph, il suo legame con Alice Ann, quella bolla strana, disordinata e disfunzionale che torna a riproporsi come la peperonata la domenica pomeriggio. I tentativi di fuga di Ralph e di Jim da un contesto malato che vengono stroncati sul nascere, perché non si scappa da se stessi, e l'amore non salva, né può salvare la letteratura. E ho voluto bene ad Alice Ann, al suo cercare di dare un senso alla sua vita con Ralph, alla sua ragionevolezza e alla sua assurdità.
È un romanzo dinamico, a tratti allegro, spesso squallido e scanzonato. Scorre, fila, vive proprio. Se Fazi volesse portare in Italia il resto della produzione dell'amico Chuck, ecco, io ne sarei parecchio contenta.

domenica 7 ottobre 2018

Elmet di Fiona Mozley


Sto rimanendo orrendamente indietro con le recensioni. Un po' perché nelle ultime settimane ho letto a ritmo sostenuto, un po' perché ho ricominciato a seguire le lezioni regolarmente in università, un po' perché in un modo o nell'altro c'è sempre quell'imprevisto che ti strappa via quella mezza giornata che volevi dedicare al blog o alla scrittura di articoli. Un po', sicuramente, è perché ultimamente ho accettato un sacco di libri in lettura, e smaltirli non è facile, soprattutto se ci si è dati la regola di non pubblicare mai di seguito le recensioni di due romanzi mandati da autori o editori. Voglio dire, che senso ha tenere un lit-blog, se poi si pubblicano più libri mandati che autonomamente scelti? Si rischia di diventare vetrine, e diamine se non voglio che questo blog diventi una vetrina.
C'è anche da dire che quello che mi arriva, di solito, è bello forte. E che tra i romanzi che ho accettato in lettura ce ne sono alcuni che probabilmente non avrei letto in altro modo, e un paio non esiterei a definirli tra le migliori letture dell'anno. Nello specifico Lune di miele di Chuck Kinder e Elmet di Fiona Mozley, entrambi editi da Fazi editore, cui al momento devo almeno due scaffali di libri. Mi sovviene il fatto che abbiano entrambi al centro famiglie che sarebbe facile definire disfunzionali, e il pensiero si allarga ad abbracciare altri romanzi, altre letterature. Forse la narrativa è composta prevalentemente di famiglie disfunzionali, che come dice l'allegro Toltstoj all'inizio di Anna Karenina “tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, e chi ha voglia di leggere e scrivere di qualcosa che è sempre uguale?
Ma bando alle ciance; Elmet, dicevo, di Fiona Mozley, finalista al Man Booker Prize, al Women's Prize for Fiction e libro dell'anno per un sacco di giornali. Per quanto mi riguarda, più che meritatamente.
Elmet è un paesino sperduto nello Yorkshire, l'ultimo regno celtico indipendente, abituato ai suoi ritmi e alla sua concezione della società; al giorno d'oggi si respira ancora una forte avversione per l'autorità, al potere espresso dallo Stato nelle forme di polizia e burocrazia. Elmet è una terra di nessuno, in cui la forza è ancora quella bruta e i pugni sono gli argomenti più convincenti che si possano sfoggiare.
A Elmet vivono il protagonista e narratore Daniel, la sorella Cathy e il padre di entrambi, John, che però Daniel chiama sempre Papà. Daniel è un quindicenne mingherlino, quieto e silenzioso, Cathy ha un anno più di lui ed è una ragazza alta e slanciata, selvatica e indomita. Papà è un omone gigantesco, un pugile imbattuto negli ambienti delle scommesse clandestine, che supera i due metri e farebbe di tutto per i suoi figli, compreso trascinarli a vivere in mezzo a un bosco, costruendo per loro una casetta per proteggerli da un mondo che di loro non sa che farsene, – sono poveri, lui è poco educato, la loro giustizia in un contesto civilizzato non vale niente. Papà ha creato per Daniel e Cathy un nido, un bozzolo, una casa magica in cui insegna loro quello che conosce meglio, i rudimenti della costruzione, della caccia, della sopravvivenza nella natura. Nei giorni feriali vanno a fare visita a una vicina amica del padre, una donna che è stata amica della loro madre prima che sparisse, e che fa loro lezione su argomenti disparati ma sicuramente più vicini a un'educazione tradizionale rispetto agli insegnamenti di Papà.
Sicuramente sto idealizzando la perfezione della vita nel bosco della famiglia di Daniel. Quando i miei hanno divorziato, mia madre si è messa a cercare una casa per noi tre – io, lei e mia sorella – ed è incappata in una casetta nel bosco, sperduta tra i monti, che ancora oggi rimpiango. Immagino il silenzio, la pace, i rami bianchi di ghiaccio d'inverno, l'ombra e le cicale d'estate. Invece niente, ha preferito – saggiamente – un paesino con una farmacia e un medico di base, un alimentari e una chiesa sul cui campanile potevamo affacciarci dalla finestra del bagno, e che ci svegliava tutte le domeniche alle 7.30 con cinque minuti buoni di stonature preregistrate.
Confesso in anticipo che prima o poi lo manometto, quel finto campanile.
Ad ogni modo, il concetto di una famiglia piccola e solitaria in mezzo al bosco mi ha sempre affascinato parecchio. Una famigliola che potrebbe anche sembrare spezzata, incompleta, in cui però l'amore che ognuno prova per gli altri compensa senza il minimo ammanco la linfa perduta nel ramo spezzato. Quelle famigliole lì, – ciao ma', ciao sorella, che fate?
Elmet è la storia di quest'omone che difende quell'idea di famiglia senza farsi troppe domande. Dalle insidie del proprietario del terreno su cui ha edificato la casa per sé e per i figli, da un sistema educativo che non è fatto per loro, dalla fame, dalla povertà, dal ricordo della madre. È una storia che si fa cruda e crudele, e il contrasto tra il racconto di una vigilia di Natale che sa di legna bruciata e cherosene, e un finale ferroso e sanguigno e fangoso mi ha fatto interrompere la lettura di forza, a un certo punto, costringendomi ad andare avanti poche pagine per volta.
È un romanzo pieno di violenza, di vendetta, sangue, in cui l'illegalità è quotidiana, il lavoro è sfruttamento, la minaccia è una certezza. Eppure in tutto questo mi è rimasta la dolcezza, il calore che intercorre fra tutti loro, la quieta sicurezza di un nucleo che si vuole bene.
Non ho ancora fatto cenno alla scrittura di Fiona Mozley – è il tuo primo romanzo, Fiona? Ma scherziamo? Raccontami la storia del mondo finché non mi addormento, grazie – e al suo uso poetico delle figure retoriche, ai sensi che si attivano e all'odore di foglie umide che rimane in sottofondo durante la lettura, al rumore del fuoco che scoppietta, delle fronde degli alberi che si scuotono. Daniel sente il freddo dell'inverno e tu ti chiudi meglio nella giacca. Quella scrittura lì, ecco.
Va da sé che questa lettura è stata intensa, balsamo e coltello insieme, e la consiglio senza remore né indugi.

lunedì 1 ottobre 2018

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway e quello che non mi aspettavo di trovarci


Qualche settimana fa ho letto Il vecchio e il mare di Hemingway, ed è stata una strana lettura. Per almeno metà libro, non riuscivo a capire se mi stesse piacendo o meno. Leggere classici di questa portata è strano, bisogna cercare di vedere attraverso la cortina di aspettative, recensioni e altrui letture, e non sempre ci si riesce. E Il vecchio e il mare è stato il mio primo incontro con Hemingway, dopo un approccio fallitissimo con Fiesta, anni e anni fa. Solo dopo un certo punto, pure avanzato, la cortina è calata quasi spontaneamente e sono riuscita davvero a godermi la lettura. Anche se non si tratta di una lettura “godibile” in senso stretto, ma da lettori sono certa che capiate quello che intendo, no?
Che altro dire di siffatto titolo? Che l'amico Ernest l'ha scritto nel 1951, è stato pubblicato su Life l'anno successivo, che ha vinto il Pulitzer nel 1953 e ha ampiamente contribuito a guadagnarli il Nobel per la letteratura nel 1954.
Per il resto, la trama è davvero semplice. Intanto premetto che, una volta tanto, parlerò esplicitamente del finale, quindi chi non volesse saperne nulla è avvisato. E lo so che stiamo parlando di uno dei più grandi classici della letteratura americana, e perfino io sapevo come sarebbe finito, – e io tendo a evitare il più possibile di sapere alcunché di un romanzo prima di leggerlo – ma quello che ho trovato è stato così diverso da quello che mi aspettavo di trovare. Mi aspettavo una tagliola, ho trovato un cuscino di piume.
La trama: un vecchio pescatore cubano, Santiago, esce in mare. È un pessimo periodo per lui, non prende niente di significativo da settimane, è stanco e acciaccato, il suo aiutante, il giovane Manolin, è stato costretto ad abbandonarlo dai genitori, per unirsi a pescatori più fortunati. Ma il rapporto tra i due è saldo, come se fossero nonno e nipote e condividessero lo stesso sangue, e Manolin si prende cura del vecchio negli atti e nel rispetto con cui li compie, – il che, credo, è ancora più importante. E Santiago dunque esce in mare, da solo, e si spinge al largo, e dopo un'estenuante battaglia contro un marlin, la cui vendita gli avrebbe permesso di vivere decentemente per tutto l'inverno, si vede sottrarre la preda dai pescecani, e alla fine tutto ciò che riesce a riportare a riva è la propria vita. La pesca l'ha sfiancato, la lotta e la fuga dagli squali ha danneggiato lui e la sua imbarcazione. Crolla sul proprio letto duro, nella sua umilissima catapecchia.
Ed è così che Manolin lo trova, per poi correre ad avvisare la comunità, e poi si prende cura del vecchio e gli dice che tornerà a pescare con lui, in barba a quello che vogliono i genitori. E, con mia somma sorpresa, Santiago accetta. Accoglie l'affetto del ragazzo e degli altri pescatori, il loro aiuto, e ricambia con una gratitudine che non ha nulla di modesto, di vergognoso. È questo che rende il finale di Il vecchio e il mare così luminoso, caldo, pieno di speranza. Sì, è un vecchio con l'imbarcazione mezza divelta, che ha combattuto per giorni e giorni per perdere tutto quello che aveva faticosamente guadagnato a colpi di sangue e sudore. Ma tutto andrà bene, perché il suo approdo è sicuro, e lui non si chiude, né rifiuta, né si intestardisce. Se Santiago fosse stato orgoglioso, sarebbe stato un finale tragico. Ma non lo è. È buono, e si aspetta che lo siano anche gli altri. E questa cosa mi ha un po' commossa.
Forse mi aspettavo una visione della vita assai più cinica e negativa da parte di Hemingway per via del suo suicidio, ma quando scriveva Il vecchio e il mare mancavano ancora dieci anni. Certo, non che il romanzo racconti di un mondo perfetto, tutt'altro. Santiago è abile, coscienzioso, conosce a fondo il mare e lo rispetta, eppure la sfortuna lo perseguita, e se non è la sfortuna sono gli squali, coi loro occhi vuoti e inespressivi, la loro cieca avidità. Ma Santiago vive, e nonostante la sofferenza sia enorme, non se ne lascia divorare. Santiago non è la sua sconfitta.
Ecco. È un romanzo breve che ho vissuto come qualcosa di grande.