venerdì 23 marzo 2018

Incontro d'estate di Truman Capote


Anni fa ho visto Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961) insieme a mia madre, e sono certa che mi fosse piaciuto un sacco. Non abbastanza da andarmi a ripescare il libro, ma ai tempi Fitzgerald doveva ancora entrarmi nel cuoricino e la letteratura americana di inizio-metà '900 non mi ispirava granché.
Un paio di settimane fa sono stata in biblioteca e mi è venuto da cercarlo, 'sto benedetto Colazione da Tiffany, che mi viene consigliato da millenni da più e più fonti – soprattutto da mia sorella, che adora Capote.
Colazione da Tiffany non lo trovo – l'avranno fregato? - ma trovo Incontro d'estate e... e beh, mi sono innamorata di Truman Capote. Poco da fare, il danno è fatto.
Informazioni di rito: ho letto l'edizione Garzanti tradotta da Stefania Cherchi – non male, devo dire.
Incontro d'estate è un romanzo breve, semplice, a suo modo crudo e insieme delicatissimo. Inizia con Grady McNeill, un'ereditiera americana di diciassette anni, il giorno in cui è riuscita a convincere i genitori a lasciarla a casa da sola, che non aveva affatto voglia di seguirli in crociera.
Le sue ragioni vengono presto a galla: Grady è giovane e innamorata di un tizio che, immagina, i suoi genitori difficilmente approverebbero. Tiene gelosamente e giocosamente nascosta la relazione alla famiglia come al suo migliore amico, Peter. La prende estremamente sul serio – ha diciassette anni e la vive con tutta l'intensità di cui è capace – e insieme come un gioco. Non lo sai, lei, di questo suo lato giocoso. È troppo persa nel mondo del “facciamo se” per rendersene conto.
Il suo bello, Clyde Manzer, ha pochi anni più di lei, ma è stato in guerra e ne è stato segnato. È stato segnato anche da ben altro, ed è meraviglioso come Capote ce lo racconti così nel profondo, lasciandocelo conoscere in un modo che nemmeno Grady vedrà mai. Ed è anche questo il punto, il modo in cui questi due ragazzi si avvicinano e si tengono a distanza, in cui sembrano fare apposta a non capirsi e a non volersi svelare.
C'è anche tutto il resto, certo. C'è il mondo che hanno attorno, c'è quel mondo assurdo e ferito che Clyde si porta dietro e che Grady non è in grado di affrontare. C'è la ripida discesa, i prezzi da pagare.
C'è così tanto. 116 pagine e tutto un mondo.
L'ho adorato, questo libro.
Immagino si veda almeno un po'.

lunedì 5 marzo 2018

La felicità domestica, di Lev Tolstoj


Credo che questo libro avrà sempre una certa presa su di me; è breve, fluido, scorrevole. Ha una traduzione eccelsa cui ora faccio soltanto cenno e di cui magari parlerò più avanti. Non credo sia il capolavoro di Lev Tolstoj, ben più celebre per Anna Karenina e Guerra e pace, ma è il libro con cui io e Lev ci siamo incontrati e alleati in un cocente sodalizio scrittore-lettore, quindi mi sarà sempre un po' più caro di qualunque altro suo libro.
Sì, mi è piaciuto, se ci fosse ancora bisogno di esplicitarlo. Mi è piaciuto un sacco.
La felicità domestica dell'amico Tolstoj, dunque, edito da Fazi nella traduzione di Clemente Rebora.
La storia è semplice, piccola. Siamo nella campagna russa, c'è una famiglia senza genitori. Mascia, la narratrice e protagonista, splendida diciassettenne, e la sorellina minore, Sonia. C'è l'anziana bambinaia Katia, e il vuoto di una madre scomparsa da poco. Il romanzo inizia con la solitudine della campagna, col silenzio, con Mascia che si sta lasciando sotterrare dall'immobilità di una routine che la fa tremare perché è ben consapevole che il mondo, lontano da lei, continua a girare.
Poi arriva un vecchio amico di famiglia, che aiuterà le due ragazze ad amministrare i loro beni e terrà più o meno d'occhio che tutto vada bene. Trattasi di Serghièi Mikhailovic, un circa trentacinquenne amante della calma vita di campagna, acculturato, interessante; una persona assai piacevole in un sacco di modi.
Ora, io le quarte di copertina non le leggo. Mi rifiuto. La continuazione della vicenda è chiara già dal titolo, ma non sempre è detto quello che un libro sembra volerci dire; gli autori possono anche volerci sorprenderci, sviare, prenderci a mazzolate il cranio con un ribaltamento di prospettiva e farci sentire sciocchi e gabbati come i personaggi cui è affidata la narrazione. Non si può mai dire. Quindi sulla trama non dico altro, anche perché il centro del romanzo non è esattamente la trama. Non lo credo.
È più la questione del cambiamento, della crescita e della maturazione umana a interessare il caro Lev. Come una stessa situazione possa cambiare a seconda del momento, come i desideri possano mutare nel corso di poche settimane, l'incertezza che non possiamo non portarci dentro, e che spesso ci teniamo nascosta, su quali saranno le nostre brame a due giorni da adesso. È questo il punto, credo.
Dicevo all'inizio della traduzione; ecco, mi capita talvolta di lamentare traduzioni malriuscite – vuoi per i calchi, vuoi per la sintassi non adattata, ci sono un sacco di strade sbagliate, - soprattutto dall'inglese, lingua con cui mi sento totalmente a mio agio. Ecco, col russo la faccenda è assai più complicata, visto che non vado più in là di “niet”, “da” e “Perestrojka”. Eppure in questo caso mi sento di dire che la traduzione sia davvero ben fatta. Lo dico perché ha personalità: è particolare, ha un ritmo tutto suo, un tono riconoscibile, è la voce di Mascia e ci aiuta a conoscerla. È enfatica, intensa come è la lingua di una ragazza giovane ed emotiva. Ed è bella, in qualche modo è davvero bella, e non sono stati pochi i momenti in cui sono andata indietro a rileggere per intero un capoverso e rigodermelo appieno.
C'è davvero bisogno che io consigli esplicitamente questo libro? Forse. Io l'ho adorato, ma chi cerca storie movimentate e avventurose farebbe meglio a guardare altrove. Anche se trovo che ci siano poche vicende più avventurose di quanto avviene nell'animo di una fanciulla.