mercoledì 24 gennaio 2018

L'ultima estate, di Cesarina Vighy

La lettura di questo libro è stata un po' travagliata. Ho iniziato a leggerlo il giorno stesso in cui mi è arrivato – grazie, Fazi! - ma l'ho dimenticato molto presto a casa degli amici da cui vado a studiare. Il tempo di recuperarlo e ne avevo già iniziato un altro. Poi l'ho dimenticato a casa di mia madre e così via. Mesi e mesi per poche centinaia di pagine, mannaggia.
Dunque, L'ultima estate di Cesarina Vighy, uscito per Fazi sul finire dell'anno scorso.
Prima di tutto, contesto. Chi è Cesarina?
Cesarina è nata nel 1963 a Venezia, ha studiato, fatto l'attrice teatrale, si è sposata, ha lavorato per il Ministero per i beni e le attività culturali, ha scritto questo libro. Intorno ai settant'anni ha contratto una malattia che pare quanto più vicino all'inferno, la SLA, e che si è intrecciata coi suoi scritti. Con questo stesso libro ha vinto il Campiello nel 2009 ed è stata nella cinquina dello Strega.
Questa particolare edizione contiene sia il romanzo L'ultima estate che altri scritti, tra cui un po' di poesie: lo ammetto, io non riesco ad amare la poesia, quindi non la conto proprio. Non è la poesia, sono io. È che mi pare che il poeta sia quello che vuole raccontarsi qualcosa da solo, piuttosto che mettermene a parte. Che parliamo a fare, se ti muovi per analogie e non ti lasci avvicinare? Ma poi sono parziale, che ci sono Neruda e Montale che delle mie recriminazioni se ne infischiano.
L'ultima estate è un romanzo autobiografico; Cesarina vive già all'interno della sua malattia, che è diventata una lente attraverso la quale ripercorre la sua vita, con buchi, strappi e attese. Parla della madre, del padre, di come si siano incontrati. Pezzi di famiglia che non ha mai visto né conosciuto, lontanissimi. La sua educazione, la sua gioventù a Roma, il suo presente. Visite coi dottori, scambi con ex-colleghi, considerazioni.
Sarà strano da dire, ma non sono riuscita a leggere Cesarina se non mettendola a paragone con mio nonno.
Sia chiaro, mio nonno era un figo. Se n'è andato meno di un anno fa, così come voleva – nella bara in tuta, niente fiori né funerale e via così – e la sua voce continua a spuntare ogni tanto, a lamentarsi di tutto ciò che non è riuscito a capire in vita, perché non ha importanza il cervello che ti ritrovi, a volte gli anni ti piazzano a una distanza dalle cose che non riesci a recuperare.
Ecco, devo ammettere che io questa distanza con Cesarina l'ho sentita. Come se vivesse nel mondo contemporaneo senza davvero capirlo, scegliendo di osservarlo attraverso la lente del “ai miei tempi”. Un giudizio sottile e costante da cui non è riuscita, o non ha voluto, distaccarsi. O forse un'impressione dalla quale non sono riuscita a liberarmi io, chissà.
Non è facile parlare di L'ultima estate; è un'autobiografia, e non è facile mettersi a chiacchierare di quello che sarebbe stato interessante leggere rispetto a quanto si potesse tranquillamente tralasciare. Avrei voluto leggere dell'esperienza teatrale di Cesarina, della relazione col marito e con la figlia, del suo lavoro per il Ministero. Ma L'ultima estate è forse più un diario a ritroso, e il filtro degli argomenti pare stare tutto nel presente dell'autrice, in ciò che ha ritenuto importante o divertente nel momento stesso in cui stava scrivendo. C'è qualcosa di quasi non ragionato in questo libro, e non so se sono stata in grado di apprezzarlo fino in fondo.
Forse il punto è che Cesarina è una persona, e sto leggendo lei e non un libro. È una lettura intima, anche troppo. Viene quasi da chiedere a Cesarina di lasciarti andare per un attimo, per recuperare una prospettiva propria.
Non so dare risposte perché manco delle domande. D'altronde, continuando a farmi macerare il libro dentro, rischio di non arrivare mai comunque a digerirlo del tutto, e anzi a spegnere quello che me ne rimane dentro di vivo.

È stata una lettura strana, altalenante. Mi sono sentita Cesarina, e allo stesso tempo l'ho sentita distante.

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