domenica 19 novembre 2017

Le relazioni pericolose, di Pierre Choderlos de Laclos

Quando ho deciso di iniziare la lettura di Le relazioni pericolose (o Le amicizie pericolose, che dir si voglia) di Pierre Choderlos de Laclos, scritto intorno al 1778, non pensavo che sarebbe stata una lettura così interessante. Sarà che ne possiedo un'edizione orripilante, con una copertina che farebbe risaltare di buongusto un Harmony, sarà che la rivisitazione in chiave moderna Cruel Intentions (Roger Kumble, 2009), mi è sempre parso un'emerita boiata – e peraltro, dopo aver letto il libro fonte, posso ben dire che è stato adattato veramente malissimo.
Ad ogni modo, è nel programma di letteratura francese, quindi qualche settimana fa ne ho acciuffato un'edizione un po' più dignitosa – nella fattispecie un'edizione Einaudi del 1989, tradotta da Adolfo Ruata – e ho iniziato a leggerlo.
E... e beh, ci sarebbe un sacco da dirne. Ma veramente un sacco.
Tanto per cominciare, l'accuratezza nel dipingere la complessa psicologia dei personaggi. Non bisogna essere brillanti storici per renderci conto di quanto la scrittura di Les liaisons sia precedente a Freud, alla psicanalisi e a tutto quell'universo che si fonda sulla stratificazione della psiche umana. Eppure nel romanzo di Laclos è centrale il non detto; a essere determinanti non sono le passioni esplicite, le trame e i tranelli, ma quanto non si ha il coraggio di esprimere e di ammettere. Il punto cui i personaggi arrivano pur di non prendere coscienza di sé è straziante, e non nego che mi abbia ferita non poco.
Un secondo aspetto che mi ha sinceramente stupita è stato il progressivo cambio di ruoli dei personaggi; all'inizio Cècile è la protagonista, il cavalier Danceny è l'eroe e i due astuti viziosi, la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont, sono gli antagonisti.
E poi? E poi la storia va avanti, le lettere si susseguono e i due viziosi – Merteuil e Valmont – acquisiscono con ogni evidenza il ruolo dei protagonisti. Cècile non è che una presenza di contorno, così come gli altri personaggi di cui leggiamo la corrispondenza.
Mi rendo conto di non avere ancora detto nulla del romanzo, dando per scontato che ne sappiate più di quanto non ne sapessi io prima di approcciarmi alla lettura. È presto detto: Le liaisons dangereuses è un romanzo epistolare in cui ci è dato di seguire le trame con cui il visconte di Valmont e la marchesa di Merteuil intendono indurre la giovanissima Cècile alla perdizione, usando l'affascinante cavalier Danceny come esca e trofeo, per vendicarsi dell'austero sposo che la madre di Cècile ha voluto sceglierle.
Pare la narrazione di un dispetto, ed è quasi così che viene vissuta dai due confabulatori. Si scrivono continuamente, alternando ai complotti la narrazione delle loro conquiste parallele, invocandosi a tratti l'un l'altra eppure senza mai incontrarsi per tutta la durata del romanzo. Ovviamente leggiamo anche le lettere di Cècile, di Danceny, della virtuosa e inavvicinabile donna che Valmont tenta di sedurre fin dall'inizio del libro, la presidentessa di Tourvel. Il quadro che ci viene dato è più che completo. Peccato che le lettere di Cècile e Danceny siano un macigno sugli alluci, argomento di cui ho chiacchierato qui. Ma si tratta di un'irritazione voluta, che dubito fortemente del rispetto che Laclos stesso provava per i due trottolini amorosi dudu-dadada.
Cos'è dunque Les liaisons dangereuses? Detta così pare il racconto di uno scherzo elaborato e crudele. Eppure c'è di più. Sotto la superficie c'è una storia dolorosa di insicurezza e mortale orgoglio. Di una felicità che pare a portata di mano, e che tuttavia i personaggi si rifiutano di raggiungere per paura di perderla. Il legame tra la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont è riuscito a commuovermi come difficilmente mi sarei aspettata; una delle accoppiate più riuscite e strazianti della letteratura, checché se ne possa dire. Ma tutte quelle spine, diamine.
Beh. Che altro dire? Io l'ho adorato, e ho probabilmente dato fin troppi motivi per motivare il mio gradimento. Leggetelo, e ditemi che ne pensate, e se avete letto sulle stesse pagine un romanzo totalmente diverso.

giovedì 9 novembre 2017

La notte in cui suonò Sven Vath, di Lucio Aimasso

Dunque, vediamo, La notte in cui suonò Sven Vath di Lucio Aimasso, edito da CasaSirio e speditomi con mio sommo gradimento settimane fa. Ci sono un paio di cose da dire su questo punto, oltre una valanga di grazie.
Primo, leggere che si trattava di una storia dannata di droga e adolescenza un po' me lo avrebbe fatto accantonare in libreria, che non si tratta di elementi il cui connubio mi alletti particolarmente. Ma si tratta della CasaSirio, di cui mi fido abbastanza ciecamente, e diamine se faccio bene.
Secondo, Aimasso mi ha trascinata a forza dentro le pagine, mi ha tirato per le braccia nella vita del Moro, ad agitarmi con lui, a fumare con lui, ad attendere un crollo e una rinascita passando le giornate in una pozza tossica di sudore. Leggendo pensavo “ehi, libro giusto al momento giusto”, ma a ripensarci credo che si sarebbe rivelato un libro giusto a prescindere dal momento.
Il protagonista nonché narratore è il Moro, ovvero Federico Morelli. Ha sedici anni, frequenta con esiti disastrosi le superiori, ascolta un sacco di techno, consuma ragguardevoli quantitativi di droghe, principalmente erba e MD. Ha un fratello minore con cui ha un rapporto decente, un padre violento e una madre bambolina di cui non sa che farsi. L'unico punto fermo è il quartetto di cui fa parte da sempre, i Soci, il gruppetto di amici. “La cumpa”, si sarebbe detto un tempo. Federico ha sedici anni e pare già condannato, più dalla sua rabbia che dal modo in cui la sfoga. Che se togli la disillusione, la forsennata ricerca di una discesa verso il baratro, magari resta un rischio che sa di ricreativo, resta una fossa che ti scavi da solo ma è poco profonda e volendo ne salti fuori. Ma quello che lo brucia è forte e lo consuma forte. Tutte quelle storie sul fatto che i nostri travagli più grandi vengono dai genitori, e sono infilzate così in profondità in tutti i processi di formazione dell'individuo che disfarsene forse è pure peggio che disintossicarsi dall'eroina.
Tralasciando, per quanto possibile, il percorso del Moro, le sue sconfitte, i suoi tentativi, i suoi continui passi falsi, c'è tutto un mondo. Quello della techno, di Sven Vath, Ricky Le Roy, Franchino. Nomi di cui sono venuta a conoscenza da poco, sarà un annetto, ed è stato strano ritrovarli sulle pagine e poter dire “ehi, ma io so che esisti!”, anche se è solo una conoscenza superficiale fatta di un paio di video guardati distrattamente su youtube. Che io col mondo della techno, ai tempi, avevo davvero poco a che fare. Ero un'alternativa snob, tra il punk povero e il metallaro becero. Di quelle che “ma senza strumenti che musica è?”, per intenderci. Poter tornare indietro nel tempo e devastarmi il cranio di coppini.
Ma tornando al libro.
La notte in cui suonò Sven Vath è fatto delle giornate da adolescente del Moro, vissute con una prospettiva marcia, distorta. Ci sono momenti di purezza che si alternano a serate di sudore e sfacelo, idee sbagliate e cuori candidi.
Scivola, di una scorrevolezza che dipende probabilmente dalla sveltezza con cui il Moro cerca di scrollarsi il mondo di dosso, correndo. C'è molto più di quello che ho elencato, ma sento di non dover essere io a parlarvene.
L'unico appunto che mi verrebbe da fare è l'ingenuità di alcuni dialoghi; ma c'è pure il fatto che il gruppetto del Moro è composto da sedicenni, e a quell'età capita di rigirarsi negli stessi stereotipi, negli stessi atteggiamenti rassicuranti, cercando di darsi forma nelle parole.
Io fossi in voi lo leggerei. Mi è pure venuta voglia di andare a visitare quel buco infetto di mondo in cui è ambientato, dovrebbe trovarsi intorno a Susa.

Una gita fuori porta. Che sarà mai.


martedì 7 novembre 2017

Le ragazze, di Emma Cline

Non so calcolare esattamente quanto tempo sia passato dall'ultima volta che ho sentito un bisogno così ardente di scrivere una recensione; di fretta, prima che l'effetto delle parole scompaia dalle mie dita, lasciandomi con un resoconto sciapo e privo di anima. Forse l'ultima volta è stata con Umami di Laia Jufresa, non lo so.
Non lo so.
C'è il fatto che Le ragazze di Emma Cline ho finito di leggerlo poche ore fa, sul treno, mentre tornavo da Torino. L'ho infilato nello zaino a poche pagine dall'inizio, a mezzora dalla partenza per il Lucca Comics, e non è che ne capissi ancora molto. Non sapevo che aspettarmi, le mie aspettative stanno tutte in un “ehi, se ne è parlato bene.”
Eppure mi sono ritrovata a leggerlo rapita, circondata dagli amici con cui dividevo l'appartamento a Lucca; mi sono alzata e ho cambiato stanza, perché le voci – troppe e troppo alte – mi tiravano via da Evie, dal suo vagare disadattato. È una di quelle letture intense da cui fai fatica a staccarti, ti rimane incollata sulla pelle come un soffio freddo e umidiccio.
Ma come la spiego, poi, Evie?
Evie parla della sua esperienza nel ranch. Di quando aveva quattordici anni, una famiglia alto-borghese formata da una madre che non la conosceva e un padre cui tutto sommato non interessava granché conoscerla. C'era poi un'amica, Connie, una sfigatella per il cui fratello maggiore Evie aveva una cotta. C'erano già erba e birra nella quotidianità di Evie, e una sperimentazione con la sua sessualità da adolescente che mi lasciava sulle mani un senso generalizzato di mistero e squallore.
La vita di Evie, a quattordici anni, era un sistematico abbandono. Prima del ranch.
Il ranch consisteva in un grumo disorganizzato di persone più o meno folli, disperate, perdute. Una massa informe il cui collante era un misto di droghe e Russell. Una specie di guru megalomane, la cui figura è facile trovare patetica, se si va oltre l'intrinseca crudeltà. Ma Evie aveva quattordici anni, e voleva credere alla famiglia del ranch, e soprattutto a Suzanne. Suzanne così bella e selvaggia, così piena di fascino e promesse. Immagino fosse amore, mi chiedo se lo capisse la stessa Evie.
Se dovessi descrivere Le ragazze in poche parole – cosa che evidentemente non sono in grado di fare – direi che è un libro sulla banalità del male, sul serpente che si nasconde in tutti noi, su quel momento che capita nella vita di così tanti individui “normali” in cui ci troviamo orrendamente vicini all'atroce. Basta così poco per perdersi e dimenticarsi di essere umani. Qualunque cosa questo voglia dire.
Leggendo pensavo a Evie come a una ragazzina priva di ancore e certezze, al suo abbandono totale, alla sua patetica ricerca di una casa. All'idealizzazione sfrenata di un universo malato. E riuscivo a capirla, a vederla, a provare pena per lei. Ho un ricordo confuso dell'umano che ero a quattordici anni; eppure so che anche quando il mondo sembrava sbriciolarmisi attorno, l'amore di mia madre mi bruciava come una comoda certezza in mezzo al petto, mettendosi tra me e un bisogno ignoto.
Potrei parlare ancora di questo libro. Potrei citare la traduttrice – Martina Testa – e sottolineare come l'autrice parli senza freni né sciocchi pudori di esperienze comuni e comunemente taciute, del buco nero affamato che si portano dentro le ragazzine, del vivere patetico. Di come abbia essenzialmente messo a nudo un mondo intero. Dei personaggi vividi, dell'onesta di Evie, della “giustezza” della cornice narrativa di una Evie adulta.
Ma parlare di Le ragazze in termini formali sarebbe come snaturarlo, sminuirlo, succhiargli via l'anima.
E non è il caso.
(è da leggere. punto.)