lunedì 23 ottobre 2017

Mapocho di Nona Fernàndez

E beh, mentre il mondo girava, ho compiuto gli anni. Un sacco di anni, gli ultimi dell'ordine dei venti. L'anno prossimo salgo di livello, mi vedrete al Salone del Libro in tailleur e ventiquattr'ore, appiccicherò al blog una carta da parati pesante e allegherò un puntatore fintamente sbarazzino.
(no, ovviamente no, prevedo di trascorrere tutto il tempo che mi rimane su questo piano astrale nel consueto allegro rimbambimento.)
E l'andare dei festeggiamenti mi ha tenuta inusitatamente lontana dal blog, il che è fastidioso perché si sono avvicendate tre letture meravigliose, di fila, tutte di un'intensità spaventosa che mi veniva da parlarne pure coi vicini.
Il primo è stato Mapocho di Nona Fernàndez, tradotto da Stefania Marinoni e edito da Gran Via che me l'ha 'sì gentilmente inviato – mille volte grazie.
Peraltro mi ha piantato in testa il tema di una riflessione di cui ho ciacolato lungamente qui, se avrete voglia di dare un'occhiata. Cose intense e non troppo allegre.
Ma veniamo al punto, che del libro ancora non ho detto nulla.
Mapocho. Il Mapocho è un fiume in Cile, e non è subito chiaro cosa c'entri con la trama. Voglio dire, la inizia, la costella, ma è più collante che punto centrale. Il punto centrale è la Bionda, la protagonista; il suo rapporto col fratello, l'Indio; la storia del Cile, della sua dittatura, del suo sfaldarsi lento; uno storico che si vuole impiccare, la costruzione di un ponte e di una mitologia storica, un fiume di “si dice”.
Si è capito qualcosa? Finora non molto, temo. Il libro, per quanto scivoli dalla storia al realismo magico, al poetico e improbabile, per quanto sviluppi la distruzione di un paese attraverso analogie e metafore, è assai più scorrevole e comprensibile di quanto io non possa renderlo.
La Bionda è una donna cilena che ha lasciato Mapocho insieme alla madre e al fratello Indio in seguito alla scomparsa del padre, quando erano ancora bambini. Hanno viaggiato a lungo, e hanno poi finito per separarsi, perché la madre non voleva permettere ai due figli un'unione così completa; il rapporto tra la Bionda e l'Indio travalica i confini della famiglia, tende al legame tra uomo e donna, le loro identità si sovrappongono.
E poi c'è un incidente, la madre muore e finisce in un'urna nelle mani della Bionda che, separata ancora dall'Indio, viene raggiunta da una sua chiamata che la implora di tornare a Mapocho. E lei torna, e la narrazione si sdoppia.
C'è la storia del Cile, c'è uno storico dai capelli bianchi che ha ricevuto una lettera gonfia di dolore, ci sono leggende e mitologie e ponti costruiti sui cadaveri.
C'è l'orrore, e l'accettazione del dolore, e non so se una storia del genere la si possa narrare usando altre parole, o una diversa prospettiva; il mondo che brucia lo puoi raccontare con una fiamma, non con un incendio. L'incendio non lo possiamo concepire, è troppo da capire se non ci stai in mezzo.

Ho adorato Mapocho, il susseguirsi delle parole sulla pagina. Ha cliccato quel legame strettissimo che si crea solo qualche volta tra libro e lettore. Manco sto a dire quanto lo consiglio, che diamine.

mercoledì 11 ottobre 2017

Otto mesi a Ghazzah Street, di Hilary Mantel

Dunque, vediamo.
Otto mesi a Ghazzah Street di Hilary Mantel, edito da Fazi Editore nella traduzione di Giuseppina Oneto. Ci sono da dire un paio di cose, prima di iniziare a parlare del romanzo in sé. Prima di tutto conoscevo la Mantel “soltanto” come scrittrice di romanzi storici; avevo già apprezzato la prima parte del suo contributo alla narrazione della Rivoluzione Francese con La storia segreta della Rivoluzione, che mi era piaciuto moltissimo e che tuttora non so spiegare perché non abbia continuato. Non ero certa di come sarebbe stato leggere un romanzo il cui contesto si situa a pochi decenni da noi, in mezzo agli '80. Dopotutto la narrazione di un contesto storico lontano implica una certa dose di descrizioni degli ambienti, delle usanze, dei modi. Ho trovato che l'autrice si sapesse destreggiare ottimamente pure in quest'ultimo romanzo, ma c'è anche da dire che, essendo il contesto assai lontano da noi per ragioni socio-culturali, il bisogno di accurate spiegazioni ha continuato a farsi sentire, presentandosi in giuste descrizioni di quando in quando.
Un'altra cosa che mi va di sottolineare è quanto faccia risorgere in me vecchi concetti studiati sui banchi della triennale, tra corsi di antropologia e sociologia. Soprattutto il caro vecchio “relativismo culturale” in cui molti rischiano di incorrere quando non vogliono rischiare di sentirsi superiori a una qualche cultura “altra”. Mi spiego meglio.
Uccidere un bambino per motivazioni religiose, putiamo caso, durante un sacrificio rituale, è un abominio, e su questo non credo sia necessario discutere. Nel momento in cui chicchessia si mette a difendere non la cultura che implica il sacrificio stesso, ma l'azione del sacrificio come parte di una cultura più ampia, quello è “relativismo culturale”. Spiegato malissimo, si intende. È quella bonarietà con cui vogliamo evitare di prendere posizioni che riteniamo scomode da indossare. Più o meno. Molto più o meno.
Ma veniamo al libro, che diamine.
Ci sono Frances e Andrew, una coppia sposata da pochi anni; hanno vissuto per lavoro in Africa per diversi anni, lei cartografa, lui architetto. Ora il loro contratto è finito e a Andrew viene offerto un lavoro a Ghazzah, in Arabia Saudita, estremamente ben pagato. Non hanno molte altre prospettive, e il lavoro offerto a Andrew si prospetta davvero entusiasmante, non solo per la paga. Dunque accettano, si trasferiscono e... beh, è l'Arabia Saudita, e la protagonista è la moglie Frances. Una “strong independent woman”, senza alcuna ironia, che si trova rinchiusa in un appartamento troppo grande e ben arredato, in una città che uccide anche solo col caldo, con una vicina che la accoglie e le spiega della cultura araba e un appartamento al piano di sopra dal quale continuano ad arrivare rumori inquietanti.
Non è un thriller come avevo ipotizzato all'inizio, né un romanzo psicologico. Non mi sono sentita rodere dall'ansia, piuttosto la lettura mi lasciava addosso una punta di frustrazione per la situazione irrisolvibile di Frances, e un po' di rabbia nei confronti di Andrew e di un qualcosa che Andrew da solo non riusciva a comprendere.
Ho passato una vita a definirmi femminista, e pure adesso, nonostante le derive improbabili che il termine ha finito per accogliere, sento che è la parola giusta per definire la mia posizione. E mi capita spesso di discutere di questioni di genere, di parità, di diritti. C'è una questione sorta negli ultimi anni, quella dei bagni unisex. Che se è vero che tendiamo tutti all'uguaglianza e ad annullare le sciocche distanze tra i sessi, non dovrebbero i bagni essere un primo passo? Verissimo, nella teoria. Nella pratica, in biblioteca, il bagno delle donne al piano terra è stato chiuso in seguito alle inquietanti prodezze di un esibizionista. La pratica, purtroppo, ha la meglio sulla teoria.
Ed è un po' quello che prova Frances, che si pone un sacco di domande e continua a porle a chiunque le stia intorno. A Andrew, ai suoi colleghi, alle loro mogli, soprattutto alla vicina di casa e quasi amica Yasmin, che sembra volerla incorporare nella sua cultura, ma con dolcezza disarmante. Frances cerca di capire e di spiegare insieme, ma incontra muri. Le mancano le parole, spesso le difettano i modi. È orgoglio e paura, ha un mondo in testa che non coincide con quello in cui si trova a vivere.
È un libro che ho gradito decisamente più di quanto mi aspettassi, e che consiglio moltissimo, soprattutto se si ha interesse a capire la vita in Arabia Saudita.

(e vedrò bene di recuperare più Hilary Mantel, ho l'impressione che stabiliremo un meraviglioso rapporto scrittrice-lettrice.)

giovedì 5 ottobre 2017

Warlock di Oakley Hall

Di western non ho mai capito granché; da piccola ho guardato allo sfinimento i film di Bud Spencer e Terrence Hill, ma di Sergio Leone e Tex Willer neanche a parlarne. Ecco, a darmi un'altra vaga idea di quello che poteva essere il genere c'era giusto il terzo film di Ritorno al Futuro. Per il resto, nisba.
Giusto nell'ultimo anno ho letto Elementare, cowboy di Steve Hockensmith, edito da CasaSirio, e mi era pure piaciuto un sacco, come si può evincere nella recensione linkata poc'anzi. Ma cultrice del genere, ecco, quello proprio no.
Solo che mi sono ritrovata tra le mani Warlock di Oakley Hall in biblioteca, e non è che fosse tanto il libro a ispirarmi; era soprattutto una questione di casa editrice, che la Sur, nella collana BigSur dedicata alla narrativa americana contemporanea, sta buttando fuori una meraviglia dopo l'altra. E dunque eccomi con 'sto volumone sotto il braccio, che però posso leggere solo a casa, perché pesa e portarmelo dietro è una disfatta per la schiena. Lo leggo al mattino appena sveglia, un po' la sera prima di dormire, ci metto un sacco di tempo perché nel frattempo gli impegni incalzano.
Ma è ganzo e bello e crudele, e l'ho letto con un tale piacere che voglio sforzarmi di raccontarvelo, pure se scrivo dalla sala consultazione della biblioteca, e devo spesso distogliere l'attenzione in favore di un utente bisognoso di aiuto.
Warlock è una cittadina di frontiera nel sudovest americano di fine '800. La guerra con gli indiani è finita, le aziende hanno preso possesso delle miniere e i minatori cercano di organizzare un sindacato, che dall'alto fanno la cresta sulla loro vita; ci sono un dottore e una donna piena di illusioni – su se stessa e sul mondo che la circonda – denominata l'Angelo dei Minatori; manca uno sceriffo che si limita a dare a Warlock una manciata di vice del tutto impreparati; c'è una banda di fuorilegge che si frappone tra Warlock e la legalità, che lo Stato è ancora un feudo claudicante e la legge è una minaccia alla propria libertà. Ci sono persone che fanno scelte dure contro se stessi e contro gli altri, ci sono pochi locali ma tanti alcolici, ci sono bordelli e due forestieri; uno è Clay Blaisedell, un famoso pistolero incastonato nella storia da uno scrittore che gli ha fatto dono di due pistole dorate, a cui è stato affidato il compito di marshal, il braccio armato della legge – che può farsi anche boia. L'altro è Tom Morgan, che ha aperto un saloon in cui si gioca d'azzardo, si beve e si suona perfino il piano. Tom e Clay sono amici inseparabili, con una storia alle spalle che si può solo intuire ma che nessuno sembra in grado di capire; agli occhi di Warlock Clay è un eroe, Tom è una serpe.
E poi c'è Bud Gannon, un ex-fuorilegge che se n'è andato da Warlock e standone fuori ha trovato in sé un grumo di dignità che si è messo a curare e rinforzare. Il libro inizia col suo ritorno a Warlock, dalla magra accoglienza che le sue strade gli riservano, col beffardo ruolo che il destino gli mette davanti.
Warlock è un romanzo di scelte, contrapposizioni, responsabilità. Quel concetto astratto e un po' vetusto sull'essere uomini, sul sacrificio, sul fare ciò che va fatto a discapito di se stessi. C'è tutta quella roba lì, ed è tanta e importante. Ci sono i rapporti umani, soprattutto, e c'è un sacco di dolore, un sacco di orgoglio, un sacco di incomprensione.
Io lo consiglio; caldamente e a mani basse. Fan del western o meno. C'è tutto un mondo.