venerdì 21 luglio 2017

Umami di Laia Jufresa


Quando ho iniziato a scrivere questa recensione, ero al banco prestiti in biblioteca e approfittavo dell’inusuale assenza di utenti al venerdì mattina. Tempo mezzora, i lettori hanno invaso la biblioteca e mi sono dovuta fermare. Poco importa, tanto resto al banco, a parte i momenti in cui svolgo il mio mandato come Nazista della Vetrina dei Consigli.

(no, davvero, sono insopportabile.)

Dunque, Umami di Laia Jufresa, edito da Sur nella traduzione di Giulia Zavagna. L’ho preso al Salone di Torino senza pensarci troppo, un acquisto non previsto. Non so perché mi abbia attirato tanto, sicuramente la copertina ha fatto il suo, e sicuramente mi ha affascinato il concetto di milpa e la vita comunitaria in un complesso residenziale in Messico. E dire che a me, finora, la letteratura latino-americana ha sempre lasciato freddina.

(per capire quanto mi sia piaciuto Umami, ecco, non appena l’ho terminato sono andata a pescarmi Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.)

Questo libro è meraviglioso; con toni leggeri affronta il profondo, parla direttamente al nostro punto più interiore senza spiegare troppo, perché l’autrice sa che possiamo capirla. Ha pure una struttura stranissima, che la Jufresa è riuscita a manovrare in modo da non renderla mai di difficile comprensione. Il libro è diviso in quattro parti, ognuna delle quali è suddivisa in capitoli dedicati a quattro personaggi la cui narrazione si avvicenda sempre nello stesso ordine. Prima parla Ana, una ragazzina di dodici anni; poi tocca a Marina, un’aspirante artista ventunenne; poi è il turno di Alfonso, antropologo vedovo proprietario del complesso; e tocca a Pina, migliore amica di Ana, e infine a Luz. A Luz, sorella minore di Ana. Morta annegata in un laghetto quando era in vacanza dalla nonna insieme alla famiglia. Ogni personaggio racconta in un anno diverso, partendo dal 2004 fino a scendere al 2001.

E dunque capiamo solo alla fine del romanzo tutto quello che è accaduto con esattezza. Il dramma della morte di Luz, la vedovanza di Alfonso e le sue bambine, Marina che non riesce a mangiare, Pina e il suo abbandono. Il complesso abitativo in cui è ambientato il romanzo è come un microcosmo, e ognuno ha la sua vita e il suo dramma, ma allo stesso tempo gli elementi sono tra loro interconnessi, perché è così che funzionano, o dovrebbero funzionare, le persone che vivono in un ambiente ristretto e comune.

E mi rendo conto di non riuscire chiaramente a spiegare perché la lettura di Umami sia stata così intensa da potersi definire importante.

Però leggetelo, davvero. È così tanto.

2 commenti:

  1. ciao, sono una nuova follower! Complimenti per il blog è veramente fatto bene! Se ti va ti aspetto sul mio come lettore/trice fissa
    http://ioamoilibrieleserietv.blogspot.com/2017/07/www-wednesday.html

    grazie

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  2. Io invece sono da sempre una grande appassionata degli scrttori sudamericani, anche se per un motivo o per un altro non dedico mai loro tanto spazio quanto vorrei, nel mio blog.
    E amo i racconti corali, purchè - come appunto dici che accade in questo caso - l'autore sia in grado di manovrare i diversi piani narrativi incastrandoli senza rendere l'incastro troppo complesso o inestricabile.

    Lo prenderò, sicuramente. Mi hai convinto!

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