martedì 29 novembre 2016

Appunti dall'intervista a A. J.Raffles (e al suo fedele aiutante) - Raffles Caccia al Ladro Blogtour

Trovo si renda necessario un brevissimo prologo a presentare il post di oggi. Prima di tutto è il primo di un blogtour dedicato all'ultima uscita della casa editrice CasaSirio, Raffles – Caccia al ladro di E. W. Hornung, ma questo si sarà già capito quantomeno dall'immagine sotto. Raffles è un ladro gentiluomo, una figura astuta e affascinante raccontata dal suo fedele aiutante, Bunny; il primo volume delle loro avventure è già stato pubblicato l'anno scorso dalla stessa casa editrice, cui sarò eternamente grata per aver portato in Italia tanta meraviglia che altrimenti difficilmente avremmo avuto la gioia di scoprire. Del primo volume, dicevo, ho già chiacchierato entusiasticamente qui.
Ora, facciamola breve, o almeno proviamoci. Non è esattamente il mio forte. Questo mio racconto apre un blogtour, e da dove si siano pescati la fiducia per affidarmi cotanta responsabilità resta per me un mistero insondabile. In questo racconto Agata Vivaldi, giornalista letteraria, intervista i due protagonisti delle vicende di cui narravo poc'anzi, Raffles e Bunny. Agata abita un mondo che ho iniziato a immaginare qualche mese fa, in cui esiste il fenomeno della bibliogenesi, ovvero l'incarnazione nella realtà di personaggi letterari. Ho spiegato il fenomeno qui, se voleste approfondirlo, e nella pagina dei racconti su in alto si trovano le interviste ad altri personaggi – Victor Frankenstein (assolutamente tralasciabile), Lord Ruthven e Lady Catherine de Bourgh (già meglio).
Ho l'ardire di augurarvi una lettura il meno soporifera possibile.
E se proprio doveste addormentarvi, ecco, vi prego di credermi quando dico che i racconti di Hornung sono di un'inenarrabile figaggine.
Punto.



Il mio capo è un tirchio e un idiota, e questo lo sapevo già da tempo, non è che mi sia giunta dal nulla un'illuminazione al sapore di tradimento. Il mio problema, al momento, è che sarò io a trovarmi di fronte ai volti offesi da una tirchieria dalla quale vorrei chiamarmi maestosamente fuori, ma delle cui ragioni dovrò tacere perché per deontologia professionale, non è dato di parlare male del redattore-capo con gli oggetti delle tue interviste.
È vero, come dice il capo, che Arthur J. Raffles e Harry “Bunny” Manders sono assai meno celebri di coloro che avrei dovuto intervistare oggi – le sorelle March, che hanno disdetto il nostro incontro dopo aver letto il resoconto, a loro dire impietoso, della mia visita a casa Frankenstein – ma non per questo mi pare il caso di trattarli come personaggi di serie B nel panorama letterario.
Certo, un po' forse lo sono. Di certo si tratta di personaggi derivati, ispirati ai ben più famosi Sherlock e Watson – coi quali intendo prima o poi ottenere un incontro, dannazione – fino a sfiorare il plagio, quantomeno per le dinamiche relazionali che intercorrono tra loro. Chissà perché la letteratura ha scelto di trattenere vivi nella memoria collettiva i “consulting detective” e non i due ladri gentiluomini, questo non riesco a spiegarmelo. Mi sono adeguatamente preparata per l'intervista rileggendo i racconti di E. W. Hornung, cognato di Arthur Conan Doyle e suo intimo amico, nonostante le divergenze etiche che il buon vecchio Doyle non mancava di esprimere; i racconti delle avventure di Raffles e Bunny mi sono risultati invero assai più gradevoli delle macchinazioni di Sherlock, e questo non mancherò di farlo notare nell'articolo. Magari riuscirò a smuovere l'ego del signor Holmes, spingendolo a contattarmi.
Ad ogni modo, la loro fama decisamente più modesta rispetto a quella che possono vantare le sorelle March, non mi pare un buon motivo per disdire la prenotazione di un albergo di lusso e costringermi a soggiornare nello scantinato di un albergo londinese che le stelle le vede soltanto se il cielo è sereno, con la moquette logora dai colori assurdamente squillanti, la vernice scrostata dal muro e l'area comune – in cui avrà luogo l'intervista – che odora di cavolo. E questo è il suo lato migliore, mi viene da dire osservando le scomode sedie di legno e i tavolini traballanti. Almeno è vuota, mi dico. Intervistare due personaggi letterari richiede almeno un po' di riservatezza.
Ho lasciato detto in portineria che li facciano accomodare qui non appena saranno arrivati. Spero di vederli comparire presto, ma se ho presente i gentiluomini vittoriani, è ben probabile che si facciano attendere un po'. Nel frattempo scarabocchio sul mio quaderno degli appunti, ripasso le domande, le date di uscita dei libri, i commenti dei lettori; sarà il caso di chiedere della guerra anglo-boera cui entrambi hanno partecipato? Dell'etica nazionalista che li ha mossi quando la storia è stata impietosa rispetto alle azioni dell'Inghilterra? E fin dove mi è dato di chiedere chiarimenti sul loro rapporto, fonte di innumerevole illazioni – è vero, paiono più una coppietta innamorata che due colleghi di crimine – affinché non si alzino offesi dal tavolo, lasciandomi priva di un tema cui attingere per la mia rubrica settimanale?
Tamburello con le dita sul ripiano del tavolo, e continuo a mandare una sequela di accidenti al mio capo; ma si possono invitare due gentiluomini vittoriani in un posto del genere? Avranno pure visto di peggio, ma diamine, devo proprio essere io a sbattergli in faccia che la modestia della loro fama?
Signorina?”
Un'inserviente – una signora di mezza età della cui etnia non riesco ad accertarmi – mi riscuote dalle mie irritazioni, picchiettandomi sulla spalla con un'espressione di evidente imbarazzo.
Sì?”
I suoi ospiti sono arrivati.”
Ottimo. Può dire loro di raggiungermi?”
La donna scuote la testa arrossendo; poi estrae dalla tasca un foglietto in cui vedo vergate poche righe in una grafia elegante.
Egregia giornalista, questa bettola è inadatta al vostro olfatto quanto al nostro buongusto. Io e il mio esimio collega la preghiamo di volerci raggiungere al Victoria's per procedere nel nostro incontro non appena le sarà riportata la presente missiva.”
La donna ha letto impappinandosi di tanto in tanto, e non saprei dire chi delle due risulti più imbarazzata dal contenuto del messaggio.
Mi scusi. Grazie. Va bene. Mi perdoni. Vado subito.”
La vergogna mi arroventa il viso mentre raccatto la mia roba e mi fiondo in strada per raggiungere gli oggetti della mia intervista. Da un lato vorrei sgridarli per la mancanza di tatto, dall'altro continuo a voler uccidere il mio capo e chiunque abbia preso la malsana decisione, chissà in quale obnubilato stato mentale, di fargli fare carriera.
Il Victoria's è a due passi dall'albergo; basta procedere per Earl's Court, attraversare la strada un paio di volte e andare a destra ed eccolo che compare con la sua insegna rossa. Mi pare venga citato perfino nei racconti di Hornung, ma non ne sono sicura; potrebbe anche essere il Bag'o'Nails, o il King's Head. Sono quei nomi che si ripetono a profusione non appena metti il naso fuori dalla porta a Londra.
Sono appena le quattro di pomeriggio, e il pub è mezzo vuoto. L'atmosfera è quella che è, e non sono sicura che sia preferibile a quella che avremmo trovato nell'area comune dell'albergo. All'odore di cavolo si sostituisce un vago profumo di birra e frittura. Saranno passate un paio d'ore dal mio pranzo, ma inizio a sentire un vago languorino.
Individuo immediatamente i miei ospiti; un tizio alto e magro, dalla chioma grigio chiaro e gli zigomi pronunciati, che mi lancia un sorriso pacato. È vestito in modo elegante ma non troppo; non pare debba andare in ufficio né che debba cantare a un matrimonio, come capita a molti personaggi vittoriani che si trovano a dover fare i conti con la moda dei nostri tempi – e di rinunciare a camicia e cravatta proprio non se la sentono – ma risalta anzi per la sua discrezione. Una camicia candida, un golf scuro, pantaloni di sartoria – almeno credo, non sono in grado di riconoscere un “buon taglio”, ma è il modo in cui mi viene da descriverli, e questo vorrà pur dire qualcosa – e una sciarpa di seta grigia appoggiata sul tavolo. Accanto a lui una specie di ragazzino troppo cresciuto, un eterno giovanotto, la cui età è tradita unicamente dalle rughe che gli solcano i contorni delle labbra e la fronte; è espressivo, ha gli occhi grandi e, ricordando la descrizione che viene fatta di Bunny nei libri, meno male che ha deciso di tagliarsi i baffi.
Li raggiungo in fretta, rischiando di inciampare sulla mia stessa sciarpa.
Salve”, esalo “Sono desolata, deve esserci stata un'incomprensione per...”
“La prego,” mi interrompe Raffles, alzando una mano “Non datevi pena.”
Si interrompe per un attimo, e noto che Bunny mi osserva con uno sguardo di curiosità un po' ostile.
Vogliate perdonarmi se non mi alzo per accogliervi, ma mi pare di aver compreso che di questi tempi simili gesti di cavalleria non siano più d'uso e non vorrei rischiare di mettervi in imbarazzo facendone sfoggio.”
Assolutamente.” farfuglio, mettendomi a sedere.
Mi presento brevemente, con la formula che mi sono studiata mentre li attendevo, ma le frasi mi escono in un balbettio sconnesso. Da un lato spero che il mio evidente imbarazzo li predisponga meglio nei miei confronti – non è colpa mia se il mio capo è un idiota – e dall'altro spero non mi prendano per una dilettante. Non è che io non sia brava nel mio lavoro; solo che il mio è un lavoro da svolgersi a contatto coi libri, non coi loro personaggi in carne e ossa. La bibliogenesi ha reso la critica letteraria assai più complessa – e interessante.
Avete già ordinato?” chiedo, dopo aver disposto il registratore sul tavolo e aver aperto il blocco degli appunti di fronte.
Ben prima del vostro arrivo.” sorride Raffles.
Rispondo con un sorriso ancora più ampio.
E dire che preferisco le tue avventure a quelle di Sherlock Holmes, fottuto snob.
Non voglio farvi perdere tempo, credo sarebbe meglio se iniziassimo subito con l'intervista.”
Nemmeno noi intendiamo trattenerla, ovviamente.”, mi interrompe Raffles “Ma saprà certamente che il mio amico qui è stato giornalista a sua volta, e ha espresso grande curiosità per il vostro lavoro ai giorni nostri. Spero vogliate rispondere alle sue domande.”
Se mi venisse chiesto di interpretare correttamente l'espressione di Bunny, risponderei senza dubbio che del lavoro del giornalista moderno non gliene potrebbe fregare di meno. A quanto vedo Raffles non ha ancora perso l'abitudine di lasciare il suo compare ignaro dei suoi piani. Ma io conosco i suoi giochetti, e lui sa che li conosco, che ho letto i suoi libri, e capirà bene che gabbarmi non sarà così facile. Dove diavolo vuole arrivare?
Non intendo sottrarmi alle vostre domande.” rispondo, sporgendomi in avanti. Ho studiato il linguaggio del corpo, vorrebbe sottintendere disponibilità e collaborazione. A me pare più di avere un'aria da rapace ma, ehi, ne so più io o il mio manuale di psicologia for dummies?
Ecco, bene, sì” Bunny lancia un'occhiata furente a Raffles, che incrocia le braccia serafico, “So che al giorno d'oggi usate molto i computer e le videochiamate e... ecco, mi chiedevo, perché avete voluto incontrarci di persona, quando avrebbe potuto intervistarci a distanza? Non sarebbe stato più comodo? E più economico, visto che a quanto mi è dato di capire, il lato pecuniario riveste una certa importanza per il vostro giornale.”
Devo darne atto a Bunny, si è saputo riprendere abbastanza in fretta dalla sorpresa. La stilettata però poteva evitarsela; la voglia di piantargli la penna nella giugulare mi fa sentire alquanto vicina a Lord Ruthven.
Certamente un'intervista a distanza sarebbe stata più comoda e assai meno costosa”, sorrido sull'ultima parte “ma anche meno personale. Non so se abbiate letto le prime puntate della mia rubrica dedicata a voi personaggi letterari, ma finora ho sempre cercato di ampliare la semplice intervista verso un contesto più narrativo. E la narrazione necessita di un'ambientazione, di un contesto, è fatta di piccoli gesti. Se questa fosse una videochiamata non potrei descrivere il modo in cui vi sedete, non potrei vedere chiaramente l'anello che il signor Raffles indossa al mignolo - credo che compaia in uno dei vostri racconti, nel volume Caccia al ladro, non è così? - e non potrei saggiare la vostra capacità di interagire col mondo esterno.” faccio una breve pausa, e mi offende non poco il fatto che Bunny appaia sorpreso dalla serietà della mia risposta. 'Sto ragazzino. “Spero di aver risposto in maniera esauriente.”
Sì, certo. Grazie.” borbotta Bunny.
Non trattenere i tuoi dubbi, mio lagomorfo amico. Sono tante le domande con cui mi hai confidato di voler subissare la nostra intervistatrice, la quale si è dimostrata tanto disponibile che sarebbe quasi un insulto tacere le tue curiosità. Ti invito apertamente a disfarti della tua timidezza, Bunny.”
A giudicare dall'espressione di Bunny verrebbe da pensare che l'abbia invitato a svitargli la testa dal collo, e per un attimo mi pare che abbia la netta intenzione di spaccargli il naso con un pugno. Il che sarebbe assai interessante da un punto di vista scientifico, potrei osservare le proprietà visive del sangue di un personaggio bibliogenerato, e magari potrei perfino raccogliere un campione da far studiare in laboratorio. Ma Bunny è un gregario fedele e si riaggiusta la giacca sulle spalle – troppo stretta, forse da donna, perché Raffles non l'ha accompagnato a fare spese? - e torna a rivolgermi la sua irritata attenzione.
Io e Bunny finiamo incastrati in uno scomodo teatrino per un buon quarto d'ora. Mi ritrovo a rispondere a domande sui miei studi, sulla storia del mio giornale, sullo Strand, perfino sul tipo di inchiostro usato nelle penne a sfera. Solo quando Bunny appare evidentemente stremato dallo sforzo di crearsi dei dubbi improbabili su un argomento che lo interessa quanto l'accoppiamento delle foche, Raffles decide di essere stanco del giochino.
Va bene così, Bunny, capisco le tue curiosità, ma non puoi monopolizzare così la conversazione. La signorina Agatha qui ha un compito da svolgere, anche se è troppo educata per fartelo notare apertamente.”
Ero già pronta a raccogliere campioni di sangue e ossa, ma Bunny butta fuori un sospiro incandescente e non dice nulla.
Vi prego, sentitevi libera di chiederci quello che vuole.”
Avverto il peso della tensione scivolarmi via dalle spalle, e d'un tratto mi trovo a risollevare la schiena; riesco perfino a ripescare il sorriso professionale che sul mio volto si era cristallizzato in un ghigno di morte.
Prima di tutto, visto che per la prima volta riesco a intervistare una coppia di personaggi e non un singolo individuo, vorrei chiedervi di presentarvi reciprocamente a me e ai lettori; chi è Raffles secondo Bunny, e chi è Bunny secondo Raffles?”
I due si lanciano un'occhiata spiazzata, e Bunny alza una mano a grattarsi la tempia.
Inizio io,” esordisce Raffles, accavallando le gambe con eleganza “Bunny è per Raffles un collega fidato, ovviamente, nei limiti della sua comprensione per le mie opere. Non si tratta di un'anima dedita al male e all'inganno – non che io stesso mi definisca in tal modo, ma sono pronto a concedere innanzi alla giuria formata dai lettori che la mia morale è ben più flessibile di quella che la nostra legge vorrebbe forgiare – ma di una mente aperta e malleabile, laddove sappia scorgere la possibilità di divertirsi e di correre un rischio. Certamente,” e qui lancia un'occhiata all'amico che lo osserva colpito “il denaro ha un ruolo più che rilevante in tutto questo. Ma sarebbe criminale limitare al delitto ciò che facciamo. Ma dicevo di Bunny, giusto. Potrei enumerarvi le mille ragioni per cui lo considero un compagno fedele, un'ottima compagnia e un amico impareggiabile; mi limito a dire, e qui concludo poiché la sdolcinatezza non fa parte del mio personaggio, che non ci sarebbe Raffles senza Bunny.”
Quest'ultimo è rimasto immobile, e a vederlo pare sia rimasto vittima di un incantesimo di pietrificazione mentre si apprestava a gettarsi sull'amico. Ha il busto proteso in avanti, le spalle incurvate e una mano alzata. Gli occhi sono piantati sul viso compassato di Raffles, che nel frattempo ha preso a studiare la lista delle birre con rinnovato interesse.
Tocca a te, Bunny.” lo incalza infine, “non vorrai fare attendere oltre la nostra giornalista.”
Ecco, sì.” balbetta quello, riportando lo sguardo su di me, stavolta più imbarazzato che infastidito dalla mia presenza “Quello che Raffles rappresenta per me, ecco. Abbiamo studiato insieme, questo sì, lo saprà già. E forse lo sapranno anche i vostri lettori, che anche se non abbiamo raggiunto poi chissà quale fama, né aspiriamo a raggiungerla, beninteso, le luci della ribalta non sono per i ladri... cosa stavo...? Giusto, Raffles.” si interrompe, e nel frattempo ci portano le nostre consumazioni, tre birre scure spillate di fresco, la schiuma alta che rischia di debordare sul tavolo. Bunny aspetta che il cameriere se ne sia andato prima di prendere la parola “Credo che Raffles si sia dimenticato di dire una cosa importante, mentre parlava di noi. Ha parlato di me, e questo è giusto perché dopotutto è quello che ci avete chiesto di fare, parlare l'uno dell'altro. Ma non ha poi tanto senso, no? Senza Raffles non esiste Bunny, senza Bunny non esiste Raffles. Prima di essere amici, prima di essere colleghi, siamo una famiglia.”
Scrolla le spalle e si getta in gola un generoso sorso di birra.
Beh, è stato molto...” mi schiarisco la gola; Raffles non è il solo allergico alle sdolcinatezze e onestamente questo sfoggio di affetto mi ha spiazzata “commovente. Vi ringrazio per essere stati così onesti e aperti. Ora vorrei chiedervi un punto di vista puramente personale sul furto al giorno d'oggi; come trovate sia cambiato, lo trovate più o meno complicato, soprattutto considerati i nuovi metodi di allarme e monitoraggio?”
Raffles scuote la testa, come se fosse allo stesso tempo deluso e seccato dalla domanda.
È cambiato molto, ma non è cambiato nulla di davvero importante. Non c'è nulla di materiale che non sia potenzialmente rubabile. Qualsiasi sistema di allarme è aggirabile. Quantomeno, laddove sia presente un fattore umano di rischio. Il fattore umano è sempre un anello debole.”
Prima avete usato il termine morale. Posso chiedervi di...?”
Raffles lancia un'occhiata al suo orologio da polso, si cimenta in un'espressione di sorpresa e orrore di una falsità tanto evidente che neanche un insulto diretto sarebbe stato altrettanto offensivo, quindi alza una mano a interrompermi.
Sono desolato di dovervi avvertire che il mio orologio, qui, pare essersi fermato più di mezzora fa. Il quadrante che vedo da qui, esattamente dietro le vostre spalle, mi dice che sono quasi le 17 e io e il mio collega qui siamo invitati a presenziare alla prima di uno spettacolo tra non più di quaranta minuti. Abbiamo tempo ancora, se sarete breve, per una domanda, una soltanto. Di più, spero che potrete capire e perdonarmi, non possiamo concedervi. Dico bene, vecchio mio?”
Bunny lo guarda truce, ancora una volta all'oscuro dei piani dell'amico.
Benissimo, Raffles. Lo spettacolo. La prima.”
In questo caso...” scorro velocemente la lista di domande che mi ero appuntata, due pagine di sforzi intellettuali buttati al vento “Ora, sarete bene a conoscenza dell'identità del vostro creatore.”
Entrambi annuiscono e noto che, mentre Raffles continua a guardarmi serafico, Bunny ha incrociato le braccia al petto; mi appunto mentalmente questa reazione, per sottolinearla quando dovrò scrivere l'articolo. I personaggi sono soliti mostrare una certa reticenza quando si fa riferimento alla loro natura di derivazione letteraria. Devo ricordarmi di dare un'occhiata alla bibliografia della mia vecchia tesi di laurea, in cui citavo diversi studi sull'argomento, magari riuscirò a riempire il vuoto lasciato dalla partenza anticipata di questi dannati cialtroni.
E. W. Hornung. Amico di Arthur Conan Doyle, del quale aveva sposato una sorella.” risponde Raffles, “Trovo assai plausibile che il mio nome venga proprio da quell'Arthur.”
Immagino sarete d'accordo con me nell'osservare che voi due apparite come un'immagine speculare di Sherlock Holmes e del dottor Watson. Il geniale detective e il geniale ladro. Due aiutanti fedeli. Londra, con tutte le sue sfaccettature. Eppure dovrete convenire con me che la notorietà di Holmes è infinitamente superiore alla vostra, a fronte di una leggibilità a mio dire minore. Vorrei, se la cosa non vi infastidisce, che mi parlaste del rapporto tra le vostre rispettive opere.”
Lo ammetto, va bene. La scelta della domanda non è affatto casuale. Era l'unica in tutto il taccuino che mi permetteva di lanciare loro una meritatissima stilettata, e dire che inizialmente l'avevo inserita tra parentesi. Al diavolo il riserbo, se potessi li costringerei a pagarmi la birra.
Sarebbe interessante, invero, incontrarci con Sherlock Holmes e il suo collega. Ha ragione nell'affermare che siamo speculari; forse potremmo perfino definirli le nostre nemesi, e non le nascondo che ho immaginato varie volte di mettere a punto un colpo tale da costringerli a intervenire. Tuttavia, non abbiamo poi così tanto in comune. La narrazione di Doyle è tecnica, i piani proposti sono macchinosi, gli indizi sono nascosti fino all'ultimo sia al dottore che al lettore, in modo da facilitare lo stupore finale. Trovo personalmente che sia un metodo alquanto pigro di scrivere un giallo, se mi permette. Io e Bunny, al contrario, siamo piuttosto espliciti nelle nostre imprese, il che ci rende più credibili. E fallibili, per quanto mi addolori ammetterlo. Certamente il caro Hornung ha preso dal celebre cognato la struttura binaria della nostra organizzazione, chi potrebbe negarlo? Ma abitavano entrambi la stessa Londra vittoriana, c'è da stupirsi se l'ambientazione in cui ci muoviamo è la stessa? Se l'atmosfera di nebbia e mistero non cambia? Forse che tutti i libri di vampiri narrano la stessa storia ancora e ancora?”
La tentazione di intervenire puntigliosamente sull'ultima osservazione mi si appoggia contro le labbra, ma la trattengo. Non è tempo di battibeccare.
Dunque non...?”
Signorina, come le ho spiegato poc'anzi colmo di imbarazzo, è tempo per me e Bunny di andare. Vogliate scusare la nostra scortesia, e vi prego di spedirci una copia della rivista al nostro indirizzo.”
Si alzano, mi omaggiano di un inchino velocissimo e, nel caso di Bunny, palesemente svogliato. Escono dalla porta senza fare il minimo gesto di pagare, e resto sola col mio taccuino mezzo vuoto e il registratore ancora in funzione. Lo spengo con un sospiro, e inizio a domandarmi come riempire il vuoto delle domande. Se dovessi riempirlo con una descrizione sincera e irritata dell'intervista, rischio di scoraggiare i futuri incontri con altri personaggi. D'altronde non posso neanche limitarmi ai pochi quesiti di introduzione che questi due dannati mi hanno lasciato.
Bevo un sorso di birra – sono fuggiti così velocemente che è ancora fresca – e mi lascio andare all'indietro sulla sedia. Sto meditando sulla possibilità di ordinare un piatto di fish and chips – da mettere in conto al capo, ovviamente – quando il cameriere mi raggiunge per porgermi un biglietto.

Innanzitutto, signorina Vivaldi, vogliamo credere che non se la prenderà per il piccolo scherzo che io e il mio amico abbiamo voluto farle. Come giornalista sarà abituata ad avere a che fare con gente d'ogni risma, e se ben conosciamo il non-morto con cui ha avuto a che fare non più di due settimane fa, siamo fiduciosi che saprà riprendersi anche da questo piccolo vezzo.
Lei ha appena intervistato il signor Michal McGruder e il signor Phil Hughes, due attori che ci siamo presi la briga di istruire a dovere perché risultassero in grado di rispondere a qualsivoglia domanda sulle nostre vite. Sono ottimi improvvisatori, quindi confidiamo che non l'abbiano fatta sospettare di nulla. È stato divertente vederla barcamenarsi tra il fastidio e l'imbarazzo quando le ho portato personalmente il messaggio scritto di mio pugno; avrebbe dovuto ricordarsi, signorina, del ruolo preponderante che i travestimenti hanno all'interno dei nostri piani.
Come già avrà avuto modo di capire, ho inteso di sottrarre qualcosa dalla sua camera. Non le dirò cosa, ovviamente, e dubito che lei stessa riuscirà a capirlo. Mi sono premurato di spargere finti indizi per tutta la stanza, e di nascondere le mie tracce con consueta perizia. È stato divertente giocare con lei; forse avremo occasione di incontrarci nuovamente, in occasione di una vera intervista.
Voglio pregarla di porgere la mia più totale disistima a chi ha avuto l'ardire di scegliere un albergo tanto infimo.
Bunny è sinceramente imbarazzato per l'accaduto; egli è un gentiluomo d'altra caratura rispetto alla mia.
Alla prossima,

A. J. Raffles”

Immagino che dovrei avere una reazione offesa, forse violenta. Voglio dire, la mia fiducia è stata tradita, sono stata apertamente gabbata e infine derisa con un biglietto che scimmiotta perfino un tono dispiaciuto. Ho intervistato due attori misconosciuti, ai quali dovrò pure offrire la consumazione del pub – perché non è detto che il mio capo mi lascerà inserire i signori McGruder e Hughes nella nota spese – e... beh, diciamocelo.
Ho un sacco di materiale per il mio articolo.
Questa birra è dannatamente buona.

4 commenti:

  1. Mi sono divertita molto, brava!
    JP

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  2. Un racconto divertente e veramente piacevole! Sono decisamente curiosa di incontrare Raffles e Bunny nel loro "habitat" :D

    E poi è anche un modo di fare blogtour diverso e simpatico, quindi doppio applauso u.u/

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