venerdì 19 febbraio 2016

Intervista a Lady Catherine de Bourgh

Questo racconto mi è uscito particolarmente lungo. Una sua versione più scarna, tagliata a metà, mi giaceva sul desktop ormai da mesi, in attesa di una conclusione. Chissà per quale ragione, non mi usciva mai la Lady Catherine che volevo. Questa volta penso di essere riuscita a dipingerne una versione accettabile. Per una corretta comprensione, consiglio di leggere prima Breve storia della bibliogenesi - ma perché dovreste?



Tremo, intrappolata nella carrozza chiusa che mi è stata imposta per raggiungere la tenuta di Burghley House. Sembra che il cocchiere ce la metta tutta per accelerare prima di passare su una buca, e di tanto in tanto mi pare di avvertire un tono di indignata protesta provenire dai cavalli, costretti a sterzare così velocemente che è un miracolo se non mi ritrovo a districare queste dannatissime balze da una pozzanghera di fango e melma. Perché diluvia, tuona e il vento soffia inferocito, ma da brava giornalista non posso permettermi di giudicare questo tempo dannato “impraticabile”. Qualunque cosa accada, per quanto faccia caldo o freddo, che tu abbia di fronte un uomo nudo o un bambino sventrato, sospira di sollievo e ringrazia di non trovarti sotto una pioggia di bombe nel mezzo di una guerra civile. Quindi forse non è il caso che io continui a lamentarmi, e a foraggiare un'introduzione sdegnata per un viaggio scomodo in una carrozza che, a ben vedere, è stata pulita e lucidata in mio onore.
La donna che mi accingo a incontrare è stata l'unica parente di Elizabeth Bennet che si è detta disposta a fare due chiacchiere con me, nonché l'unica che il mio informatore sia riuscito a trovare. “Prendere o lasciare”, mi ha detto al telefono, stizzito dalla mia delusione. Ovviamente, ho scelto di “prendere”, e dunque di intervistare Lady Catherine de Bourgh. E dopo la somma delusione, perché già mi immaginavo immersa in una vivace conversazione insieme all'adorabile Lizzie e al misterioso Mr. Darcy, mi sono detta che una simile intervista è una gran bella occasione. Voglio dire, tutti conosciamo Elizabeth e Mr. Darcy, sono la coppietta più amata della storia della letteratura inglese. La prospettiva di un pomeriggio passato a chiacchierare con loro non vale la metà della possibilità di chiedere finalmente a Lady Catherine il suo punto di vista sulla vicenda.
Doug, il mio capo, si è detto entusiasta per come sono andate le cose grazie all'irreperibilità della coppia d'oro. Secondo lui sarebbe venuto fuori un articolo melenso, zuccheroso, adatto solo al pubblico femminile sempre pronto a sdilinquirsi di fronte alla storia d'amore più romantica di tutti i tempi. Ho cercato di fargli capire che la storia di Elizabeth e Darcy è molto più che una storia d'amore, che è necessario leggere le loro vicende in una chiave cinica e ironica per poterle apprezzare appieno, ma lui niente, come se non avessi neanche parlato. E mentre io cercavo di riportarlo su un livello di giornalismo letterario accettabile, sottolineando quanto sarebbe stato interessante vedere le cose dalla prospettiva inedita di Lady Catherine, e quanto il suo comportamento da donna forte in stile matriarcale oggi sarebbe connotato in modo positivo, lui niente, partiva per lidi di gossip e pagine patinate. “I cattivi sono il nuovo trend”, diceva, aggiungendo che dovevamo assolutamente puntare sull'effetto Miranda. Ho poi dovuto aspettare di rimanere sola con la sua segretaria per farmi spiegare che si riferiva a Miranda Priestly di Il diavolo veste Prada.
Le direttive di Doug mi pulsano nel cervello, e stridono contro l'articolo che mi è sbocciato in testa quando ero ancora al telefono col mio informatore. Doug vuole un articolo che metta in risalto l'arroganza di Lady Catherine, vuole poter annunciare a caratteri cubitali sulla prima pagina che la titolata è ancora lì che sghignazza per come ha diseredato il nipote e rifiutato sua moglie. Se la immagina come una vecchia raggrinzita, una donnina in nero ripiegata su se stessa, le dita adunche e il naso pendulo, gli occhi spiritati mentre mi offre una mela. Doug non ha mai capito niente di classici inglesi.
Ma devo anche ammettere che non ho mai condiviso il livore che tutti sembrano portare a Lady Catherine de Bourgh. Certo, è spocchiosa e presuntuosa, è tiranna e calcolatrice. Eppure, a modo suo, è anche onesta. Magari non sarà un grande traguardo, per una che dopotutto se lo può permettere, ma per l'epoca in cui è nata è una gran cosa, e di questo c'è da rendergliene atto. Ho sempre pensato che fosse un personaggio interessante, e che ci sia ancora molto da dire e raccontare su di lei. Come sarà stata la sua vita da nubile? Com'era da giovane? Come è riuscita, in una società patriarcale come l'Inghilterra georgiana a diventare una donna tanto forte, il faro attorno al quale ruotano una famiglia e un'intera comunità? E soprattutto, come diavolo faceva a sopportare Mr. Collins?
Ovviamente, questo mio personale interesse nei suoi confronti non mi impedirà di vendicarmi a colpi di inchiostro, se dovesse azzardarsi a criticare quanto resta della puntigliosa acconciatura che mi si è sfaldata nel giro di pochi minuti in carrozza.
Dicono che Lady Catherine de Bourgh non sia cambiata affatto da quando ha annunciato a Elizabeth che avrebbe diseredato il nipote, se avesse osato sposarla, e che con la stessa alterigia con cui ha cercato di comandare le vite di chi le stava intorno, così continua a imporre al mondo il proprio rifiuto per il presente, con tutto ciò che ne consegue. E ne consegue che una volta scesa dal treno, mi sono dovuta infilare nel bagno del bar della stazione per infilarmi un vestito Regency scovato in un negozio di costumi per giocatori di ruolo. Rosa, di – credo – mussola, con dei ricami di pizzo. Non mi sono mai vergognata tanto da quando mia madre ha scoperto che scrivevo fanfiction su Twilight. Fortunatamente, a giudicare dalla reazione di chi mi stava intorno, pare che in zona siano piuttosto abituati alla vista di donzelle in abiti carnevaleschi. Lady Catherine deve avere più ospiti di quanto immaginassi, ed è probabile che pretenda da tutti lo stesso rigore stilistico.
Non che le pretese finiscano qui. Un paio di giorni fa ho contattato una vecchia compagna di università che ha scritto un saggio sull'influenza delle buone maniere nelle decisioni economiche tra l'epoca Regency e il periodo vittoriano, per farmi spiegare come fare una corretta riverenza e come sedermi in maniera appropriata, con che tono porre le giuste domande e quant'altro. Tuttavia, quando ho rivelato alla mia vecchia compagna a chi erano dovute tutte le mie richieste, quella ha tagliato corto invitandomi a sputarle in faccia, e a mancarle di rispetto il più possibile. Dopodiché si è rifiutata di aiutarmi oltre, e dopo qualche insistenza mi ha sbattuto il telefono in faccia. Dannata fanatica.
Burghley House mi appare in seguito a una svolta che ho seriamente pensato sarebbe culminata nel capottarsi della carrozza. È imponente, enorme e stupenda da fermare il cuore. Abbasso lo sguardo sul mio vestito sgualcito dal viaggio, sulle scarpe già inzaccherate di fango, e mi chiedo cosa abbia provato Elizabeth, trovandosi per la prima volta al cospetto di una proprietà del genere. Ma mentre la carrozza si ferma, e un valletto accorre per aprirmi lo sportello, ingoio in fretta questo fastidioso sentimento di inadeguatezza. Innumerevoli film e serie televisive tratte da Orgoglio e Pregiudizio mi hanno preparata a questo momento. E poi ho già intervistato un pazzo omicida, un vampiro narcisista e omicida e quattro moschettieri che, diciamocelo, pur con tutta la loro simpatia, hanno spesso bagnato le loro spade di sangue. Quindi posso dirmi più che pronta a incontrare una signora di mezz'età con la puzza sotto il naso. Il peggio che mi possa capitare, penso, è che mi chieda con fare disgustato chi ha cucito il mio vestito, o che mi chieda di suonare per lei. In quel caso, in assenza di un ukulele, dovrò declinare.
Il maggiordomo che la serve è stato chiaro, nella lettera di istruzioni vergate a mano che ha inviato alla rivista: niente aggeggi elettronici, la tecnologia turba irrimediabilmente l'umore di Sua Signoria. Prima di entrare dunque, spengo il telefono, mi tolgo l'orologio dal polso e relego tutto nella tasca interna della minuscola borsetta che mi sono portata dietro, una specie di sacca con un cordoncino che, mi è stato riferito, dovrebbe adattarsi all'epoca. Non sono tuttavia certa che la costumista abbia afferrato quanto sia vitale l'accuratezza storica del mio outfit, e non metterei la mano sul fuoco sulla sua sincerità. È una sacca orribile, ed è probabile che volesse semplicemente disfarsene.
La porta viene aperta dallo stesso valletto che mi ha accolto appena scesa dalla carrozza. Mi appunto mentalmente il suo, di outfit. La parrucca bianca, la giacca dai colori inaspettatamente accesi – azzurro splendente, con bottoni in madreperla e ricami dorati – e i pantaloni davvero troppo, troppo stretti. Non mi guarda in faccia, e non so se si tratti di etichetta o di imbarazzo per doversi mostrare conciato in questo modo. Vorrei dirgli che lo capisco, e consolarlo raccontandogli della mia disperazione mentre cercavo di indossare da sola il corsetto nell'angusto bagno della stazione – impresa che si è rivelata impossibile, e per la quale devo ringraziare la sconosciuta passante che mi ha raggiunta nel bagno per rinchiudermi in questo dannato aggeggio – ma tutto sommato credo sia meglio evitare.
L'atrio, intanto, mi accoglie gelido e meraviglioso insieme. Pavimenti di marmo, soffitti altissimi, porte intarsiate. E neanche uno dei cinque camini che posso scorgere da qui è acceso. Una cameriera, intanto, mi fa cambiare le scarpe con un paio asciutto e pulito, non poi così diverso da quello che indossavo prima.
<<Sua Signoria vi attende nel salotto piccolo.>>
Ha una voce scherzosa, e mi guarda negli occhi con fare divertito. Le sorrido a mia volta, ma non colgo la sfida a portare avanti uno scherzo su “Sua Signoria”. Dopotutto alla ragazza è andata molto meglio che al valletto, quanto a uniforme.
Mi precede lungo un corridoio stretto e buio, che suppongo sia riservato alla servitù, e mi raggiunge l'eco di una voce maschile e pomposa che mi annuncia come “Miss Agata Vivaldi, giornalista”. Dopo pochi secondi sbuco insieme alla cameriera in una stanza piccola e calda, che ci metto un po' a mettere a fuoco. Ogni superficie è coperta da un ammasso informe di stoffe e tappeti di colori che variano dal giallo ocra al rosso mattone, la carta da parati beige con ricami dorati mi confonde e Lady Catherine è vestita con un abito così nero che per un attimo il mio occhio si rifiuta di accettare la sua immagine se non come un'ombra spuntata per errore in un tripudio di luce.
Mi riprendo subito. Sorrido, faccio la mia riverenza e mi trattengo dal volgere uno sguardo disperato verso la cameriera, che si è dileguata in silenzio subito dopo avermi accompagnata.
<<Miss Agata.>>
Alzo lo sguardo e la osservo, cercando di registrare ogni particolare. Oggi la mia memoria sarà messa a dura prova. “Niente aggeggi elettronici”, si è impuntato il maggiordomo, costringendo me e Doug a firmare un contratto rigidissimo. Per me si traduce in “niente registratore”. Non può sfuggirmi niente.
Ha i capelli striati di grigio, ma perlopiù ancora scuri, che suppongo raccolti in una crocchia alta ma morbida, coperta da una cuffia scura dalla quale scendono merletti di velluto blu notte. Ha un abito che mi ricorda orrendamente quello della signorina Rottenmeier – l'odiatissima signorina Rottenmeier - di Heidi, solo più infinitamente più costoso, di una stoffa più lucida e pesante che davvero non saprei come definire e un ampio colletto di pizzo leggero come zucchero, tenuto fermo sotto la gola da una spilla di smeraldi che per un unico, delizioso attimo mi suggerisce di cambiare radicalmente lavoro e pensare a una carriera di ladra e omicida di vecchiette.
Lady Catherine sospira profondamente, e osservo con timore le sue labbra spaccarsi in un sorriso tirato, mentre alza rigidamente il braccio per indicarmi il divano.
<<Sua Signoria>> mi sforzo di sillabare <<Per me è davvero un onore conoscerla.>>
<<Oh, Miss Agata.>> replica, con voce flautata <<Non siate sciocca.>>
Il sorriso non le scompare dalle labbra, è come se non riuscisse a toglierselo dalla bocca, e l'effetto è piuttosto inquietante, visto che le sue sopracciglia sono immobili e i suoi occhi spalancati, come se stesse fissando un camion in procinto di investirla. C'è qualcosa che non va, avverto nell'aria un disagio che non è soltanto mio, e questo mi confonde.
<<Dunque siete una rappresentante della stampa. Una cronista. Immagino che la vostra vita sia piuttosto avventurosa, e che possiate vantare alte frequentazioni.>>
L'affermazione culmina in un punto di domanda pieno di speranza. È il tono di un bambino che chiede conferma sui regali di Natale. Balbetto qualcosa di indistinto mente estraggo penna e taccuino dalla borsa/sacchetto per le biglie.
<<Che sciocca>> ringhia Lady Catherine <<Sicuramente avrete le vostre domande da pormi. Vi prego di non avere indugi e di non lesinarmi alcuna critica o osservazione, sa il cielo se non sono una donna pronta ad ammettere le proprie mancanze.>>
A questo punto non so bene come muovermi. Questa non è la Lady Catherine che ho imparato a conoscere e a rispettare dopo tante letture di Orgoglio e Pregiudizio. Una parte di me vorrebbe interromperla, andarsi a sedere con lei sull'altro divano, prenderle la mano e chiederle cosa stia succedendo, se qualcuno le stia dettando le battute da un auricolare. Magari stanno tenendo in ostaggio sua figlia e trattarmi con deferenza è l'unico modo che ha per salvarla.
<<Naturalmente.>> mi risolvo a commentare.
Ero pronta a scusarmi mille volte per il mio abito, per la mia acconciatura, per questa borsa che butterei volentieri nel camino, per la mia riverenza e per il timbro della mia voce, che talvolta mi dicono essere un po' troppo squillante. Giammai mi sarei immaginata una Lady Catherine piena di riguardo, che si costringe di sorridermi nonostante lo sforzo rischi di farle lacrimare gli occhi. Mi sento impreparata innanzi a una simile prova.
<<Vedete, Lady Catherine, voi siete senza dubbio uno dei personaggi emblematici della letteratura mondiale. Siete stata anzitempo una donna decisa, energica e pervicace, una donna forte da cui anche la mia generazione può trarre esempio.>>
Lady Catherine stringe le labbra, mentre le sopracciglia prendono una piega innaturale che sa più di pianto che di compassato interesse. Tuttavia non cedo.
<<Vorrei chiederle, Lady Catherine, chi vi ha ispirato durante la vostra crescita personale, se avete subito l'influenza, ad esempio, di un membro della vostra famiglia.>>
<<Oh, la mia famiglia.>> il suo viso si rilassa, e si riaccomoda sul divano. Sorseggia il caffè, aggrottando le sopracciglia nello sforzo di ricordare. <<No, direi di no. Non ho avuto la fortuna di conoscere appieno mio padre, Lord Chawton, che tuttavia mi è stato sempre descritto come un uomo integerrimo e assennato. Spesso inviava a nostra madre le trascrizioni dei sermoni che gli sembravano più indicati come letture serali per me e per i miei fratelli.>>
Inizia a raccontare di un periodo che cerca di smerciarmi come felice e spensierato, ma che intravvedo cupo e privo di affetti. Parla soprattutto del suo cane, un barboncino costantemente terrorizzato di nome Edmund, che riposava sul grembo della madre. Era una donna mite e silenziosa, ma poco solare e priva di calore. Lady Catherine la descrive senza troppo affetto ma, mi pare, con una certa nostalgia, e rispetto.
<<Non era certo quella che si potrebbe definire una donna ostinata o battagliera>> sospira <<ma nessuno avrebbe mai potuto distoglierla dal divano se non ne aveva voglia. Ai suoi tempi era considerato elegante essere pigri e languidi, e lei era sempre immancabilmente elegante. Vestita coi suoi abiti migliori, riceveva gli ospiti nel suo salotto privato, e li congedava nella stessa posizione nella quale li aveva accolti. Era ammirevole, a suo modo.>>
Si interrompe per un attimo, le dita tamburellano appena sulla tazzina.
<<Non è mai venuta in visita a Rosings, per quanto l'abbia invitata.>> si ricompone immediatamente, raddrizzando le spalle <<E trovo ci sia molto da cui prendere esempio da una simile coerenza.>>
Mi fissa dritto negli occhi, come a sfidarmi, e per la prima volta da quando sono entrata riconosco almeno un'ombra di Lady Catherine. Annuisco.
<<Vorrei chiederle dei suoi rapporti con i coniugi Collins, se...>>
<<Andati.>> mi interrompe <<Si sono trasferiti in Scozia, mi pare. Anni fa. Decenni fa. Di loro non so più nulla.>>
<<Davvero un peccato.>> commento.
<<Lei trova?>>
Nell'acidità della sua voce e nel sopracciglio che le si inarca al punto da celarsi sotto l'ombra della cuffietta, ritrovo un barlume della de Bourgh che conosco. Non riesco a trattenere un sorriso, e lei se ne accorge. Si ricompone, rassettandosi la gonna sulle ginocchia, e raddrizzando la schiena.
<<Come sono i suoi rapporti con l'amministrazione di Burghley House? So che l'hanno accolta con...>>
<<I miei rapporti con l'amministrazione sono tra i migliori che si possano sperare di ottenere coi propri affittuari.>> m'interrompe, con voce squillante. Il suo ferreo sorriso non ammette repliche. <<Certamente è stato necessario fare richiesta di alcuni cambiamenti, non si può certo pretendere che una signora venga disturbata in ogni momento della giornata. Ma l'amministrazione non ha preteso alcunché. Al momento dispongo di un'ala modesta ma rispettabile della tenuta, e di un angolo del giardino. Naturalmente è mio piacere accogliere alcuni dei visitatori, e illustrare loro le regole del corretto portamento e come è d'uopo comportarsi in presenza di un Pari. Il servizio che rendo a Burghley House, spero che riusciate a capirne la portata, certamente ripaga più che abbastanza l'usufrutto di questo spazio.>>
<<Naturalmente. Sono certa che le visite alla tenuta siano cresciute a dismisura da quando...>>
<<Decuplicate! I visitatori sono dieci volte tanto. Non può certo trattarsi di un caso, converrete con me, se da quando ho accettato di risiedere in questa parte della tenuta, gli ospiti sono aumentati in questa proporzione.>>
<<Sono pienamente d'accordo con voi.>>
Annuisco. Davanti a me c'è Lady Catherine de Bourgh, le dimostrerei il mio pieno appoggio anche se ipotizzasse di invadere la Cina con un esercito composto principalmente da criceti.
<<E ditemi, come trascorrete le vostre giornate qui a Bughley House? I nostri lettori saranno certo curiosi di saperlo.>>
<<Oh, nel modo consueto. Posso dire che le mie giornate non sono cambiate poi molto, da quando ho lasciato il mondo delle pagine. Passeggio per il parco, ricevo le visite di numerosi ospiti, cui cerco di elargire i consigli che solo la saggezza e una corretta educazione possono dare. Su mia richiesta, una volta alla settimana, alcune fanciulle studiose di musica vengono a intrattenermi coi loro strumenti. Talvolta non sono fanciulle, ma giovanotti; pensare che oggigiorno la musica è considerata un affare da uomini.>>
Storce il naso, e il sorriso le si incrina per qualche secondo. Ma è stoica e ferrea, e quel sorriso metallico torna a solcarle il volto.
<<Le vostre vicende hanno avuto inizio nell'epoca della Reggenza; è passato molto tempo, la tecnologia ha fatto innumerevoli passi avanti. Come vi trovate, in questo mondo così cambiato?>>
Lady Catherine si sgonfia, ed è come se le sue spalle perdessero spessore. D'un tratto sembra occupare uno spazio minore sul divano, e ancora una volta prende tempo lisciandosi la gonna. Il sorriso si impietrisce, gli occhi guizzano per un attimo verso l'esterno, sull'angolo di giardino che si intravvede da qui.
<<I cambiamenti di questo mondo>> inizia, con una voce tanto rigida che deve nascondere chissà quale tremore <<non sono di mio interesse. Per quanto mi riguarda, la civiltà non può raggiungere un punto alto come quello del mondo in cui sono nata. E non intendo discenderne.>>
<<Dunque>> insisto, perché è chiaro che questa sarà la parte più interessante dell'intervista; cerco di appuntarmi la sua espressione, guardinga e feroce al tempo stesso <<Non uscite mai da Burghley House? Neanche per...>>
<<E che cosa dovrei trovare, fuori da Rosings, che susciti il mio interesse più di quanto io vi possa trovare all'interno?>> replica, allungando una mano per suonare il campanello. Subito compare la stessa cameriera che mi ha accolto all'ingresso, e per un attimo temo che Sua Signoria voglia amabilmente sbattermi fuori <<Sara, io e Miss Agata siamo assetate; provvedi a portarci del tè.>>
Sara si inchina e sguscia fuori dalla stanza con la stessa velocità con cui era entrata. Sospiro, e prendo qualche appunto sul quaderno. Tento di fare uno schizzo della stanza, delle fantasie delle tende e dei divani. Sarà un lavoraccio tentare di riprodurli per il giornale. In ogni caso, temo che l'argomento si sia chiuso senza mai essersi esaurito, ma lei torna a parlare, questa volta con un tono altero e distaccato che me la fa riconoscere come la vecchia arcigna che ho incontrato nel libro; mi verrebbe da abbracciarla.
<<Quando si è in possesso di una certa cultura>> comincia <<non è affatto inconsueto trovare diletto in occupazioni che si svolgono all'interno delle proprie mura. La musica; la lettura.>> si interrompe, e immagino intendesse scagliarsi contro la frivolezza dei romanzi, ma immagino che, provenendo lei stessa da un romanzo, non si senta più in diritto di fare tanto la pignola <<Una casa è un mondo, Miss Agata.>>
Annuisco, prendendo appunti. Sappiamo entrambe cosa finirà nel mio articolo. Parlerò della sua quotidianità vuota e ritirata, del suo terrore per il mondo esterno. È crudele, trovo, che proprio lei abbia dovuto incarnarsi. La sua bibliogenesi, forse, è stata una punizione.
Mi rendo conto soltanto adesso di un vuoto nella stanza. Il mio sguardo corre istintivamente alla poltrona vuota dall'altro lato del divano, e vedo che Lady Catherine ha seguito il filo dei miei pensieri.
<<A breve giungeranno degli ospiti, Miss Agata. Entrambi borghesi, certo.>> il misto di curiosità e disprezzo con cui calca sulla parola mi fa sorridere <<Ma entrambi beneducati, mi dicono. Entrambi provengono dallo stesso libro, che non ho ancora avuto il tempo di leggere. Un certo Karl K. ha inteso di contattarmi per discutere del processo del nipote, un giovane ammodo, con un impiego in banca.>>
Sono certa che qualcuno abbia cercato, nel tempo, di farle capire che al giorno d'oggi non c'è nulla di scandaloso nel lavorare, e che esistono vari gradi di borghesia, ad ognuno dei quali corrisponde una condizione sociale. Eppure ha le labbra strette, come se avesse morso un limone.
Ci metto un attimo a capire la portata di ciò che mi ha appena detto.
<<Joseph K!>> salto su, mentre Sara fa il suo silenzioso ingresso nella stanza, con un vassoio carico <<Joseph K. vuole parlarvi del suo processo!>>
<<Mia cara>> fa lei, melliflua <<Se urlate così, spaventerete i visitatori.>>
Sara versa il tè, impassibile. Il tavolino di fronte a noi viene apparecchiato con ogni sorta di leccornia inglese; calde volute di fumo si alzano dalle tazze, appena riempite. Io e Lady Catherine non stacchiamo gli occhi l'una dall'altra
<<Sono certa che si tratterà di un incontro interessante. Per entrambe le parti.>> dico, lentamente.
<<Lo spero, Miss Agata, lo spero. Purtroppo dovrò chiedervi di lasciarci, perché sarebbe davvero poco decoroso se facessi incontrare un imputato, certamente innocente, in cerca di consiglio con una giornalista. Ma posso presumere che avreste piacere di rivolgere qualche domanda al signor K?>>
Deglutisco, e senza distogliere lo sguardo dall'espressione ferina di Lady Catherine, allungo una mano a prendere la tazza di tè.
<<Sarei entusiasta di poter ascoltare la sua storia direttamente dalle sue labbra.>>
Soffio sulla tazza, e le labbra di Lady Catherine hanno un guizzo
<<Non mancherò di farlo presente ai miei ospiti, dunque. Farò in modo che il maggiordomo fornisca il vostro indirizzo al signor K., in modo che questo possa contattarvi a suo piacimento.>>
Sorseggiamo il tè in silenzio per qualche secondo. Dunque sospiro, e torno ad afferrare penna e quaderno.
<<Sono certa che i nostri lettori saranno più che curiosi di sapere da quale sarta siete solita servirvi.>>
<<Oh, Miss Agata>> esclama lei, come se avessi toccato un punto dolente; il suo sorriso, finalmente sincero, per quanto feroce, dice il contrario <<La ricerca di una sarta che meriti davvero questo titolo è stata inverosimilmente ardua.>>
Pochi minuti dopo vengo congedata senza troppe cerimonie. Ho riempito due pagine intere di lamentele sulle sarte della zona, sulla difficoltà di trovare “oggigiorno” servitori leali e riservati, sull'orgoglio impropriamente mostrato da alcuni musicisti che erano giunti a intrattenerla. Uno ebbe l'ardire, mi racconta, di chiamarla semplicemente “Signora”. Inaudito, è stato il mio commento.
Sara mi conduce alla porta in silenzio, e io la seguo per il corridoio buio. Sento dei passi che si avvicinano al salotto; i due K, con ogni evidenza, sono stati fatti passare da tutt'altra strada.
Sto per uscire, quando Sara mi ferma.
<<Posso chiederle>> si gratta appena la fronte sotto la cuffietta; non riesco a immaginare quanto debba essere fastidioso indossarla continuamente <<di non essere troppo spietata con Lady Catherine, quando scriverà l'articolo?>>
<<Dipende.>> rispondo <<Perché me lo sta chiedendo?>>
Lei si guarda alle spalle, per assicurarsi che non ci sia nessuno pronto a origliare.
<<Lady Catherine è una donna molto sola; so che molti la vedono come una vecchia stronza, e forse la è, o la è stata. Ma al momento è una donna sola. Di sua figlia non c'è traccia, e i suoi parenti non hanno la minima intenzione di incontrarla.>>
<<Quali parenti?>>
<<Tutti.>> sibila lei, avvicinandosi <<Sono anni che cerca di contattare Mr. Darcy e sua moglie. Faceva la sostenuta, ma col tempo le sue lettere sono diventate patetiche. Sa di non avere più ricchezza né potere, qui, e perfino i Collins l'hanno abbandonata.>>
La sua voce è piena di disprezzo, e per un attimo temo che voglia esprimerlo sputando platealmente sul pavimento.
<<Infierire>> sussurra <<sarebbe veramente da stronzi.>>
<<Farò del mio meglio.>> sospiro dopo qualche secondo, come se mi fossi presa il mio tempo per pensare. Evito di comunicarle che non contrarierei Lady Catherine per tutto l'oro del mondo, ora che c'è in ballo un'intervista con Joseph K.
<<Bene.>> annuisce lei. Qualcosa nel suo sguardo mi fa pensare che se avessi risposto diversamente, mi avrebbe fatta risalire sulla carrozza a calci.
Annuisco e mi allontano. Esco da Burghley House, scendo le scale, torno alla carrozza e mi accorgo che il valletto, girato di spalle, cerca di aggiustarsi meglio il cavallo dei pantaloni. Provo per lui una pena infinita, e fingo di non essermene accorta, mentre salgo sul predellino e mi tolgo la dannatissima cuffietta.

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