giovedì 19 novembre 2015

Piccoli scorci di libri #55

Le braci di Sàndor Màrai – traduzione di Marinella d'Alessandro – Adelphi, 1988

Ormai ho capito che Màrai è mio. Che mi piace il filo conduttore che lega i suoi libri, fatto di fantasmi del passato e rimpianti, che adoro il suo stile. È uno di quegli autori di cui poco a poco recupererò l'intera bibliografia, ma senza divorarla. Necessita di una lettura più calma. Le braci è il secondo Màrai che leggo, il primo è stato L'eredità di Eszter, che in un certo senso ho preferito. Forse.
Ci sono due anziani che si incontrano dopo quarantuno anni di oblio e silenzio. Uno è Henrik, un generale dell'esercito ungherese in pensione, nato e vissuto nella ricchezza. Accoglie nel castello che è stato dei genitori Konrad, amico d'infanzia, che di punto in bianco, dopo decenni di silenzio, gli manda un messaggio per annunciare il proprio arrivo.
Il libro è diviso in due parti. Nella prima si racconta della vita di Henrik, della sua famiglia, della sua giovinezza e del rapporto con Konrad. Si incontrano in collegio poco meno che ragazzini, e da allora sono inseparabili. La loro amicizia è totale, immensa. Troppo pura perché si possa definire “morbosa”. La seconda parte del libro è dedicata alla cena, o meglio, alla chiacchierata che viene dopo la cena tra Henrik e Konrad. E qui ha luogo la mia rimostranza riguardo al libro: il lungo monologo di Henrik, pomposo e ripetitivo, inframezzato da pochissimi interventi di Konrad. E in questo monologo racconta molto, e di certo lo stile di Màrai rimane bellissimo, ma mi sono trovata a saltare due-tre righe per volta.
Durante questa chiacchierata – che è più un monologo, ma chiamiamola chiacchierata – si scoprono le ragioni che hanno portato questi due amici così stretti a non vedersi per quarantun anni. E onestamente la ragione mi è piaciuta, mi ha convinta. Tutto quello che c'è dietro, il nugolo di emozioni inespresse.
È un romanzo bello, e monologo a parte si legge benissimo. Scivola, incanta.
Ma diamine, quel monologo.

Purgatorio di Tomàs Eloy Martìnez – traduzione di Francesca Lazzarato – Sur, 2015

Non so se cominciare ringraziando Francesca di Il club dei libri che me l'ha 'sì carinamente prestato o se iniziare subito parlando dell'Argentina. E della mia famiglia in Argentina. Dei nonni che sono fuggiti appena in tempo da Buenos Aires, con zia tredicenne e madre che aveva sei anni. Di nonno che altrimenti sarebbe finito malissimo, perché nonno riesce sempre a tirarsi addosso qualsiasi magagna. Tipo il fatto che era fuggito in Argentina perché finita la guerra, da comunista, era riuscito a entrare nella lista nera del partito. E sulla nave per l'Argentina ha partecipato a un ammutinamento. E mentre era in Argentina, ha avuto un puma come cane da guardia. Mio nonno è un figo, approfitto di ogni possibilità per vantarmene.
Dicevo, l'Argentina. Questo libro parla di uno di un orrore strano. Qui in Italia i fascisti impiccavano i partigiani in strada, i corpi penzolavano dai lampioni, così che tutti potessero prendere l'esempio. In Argentina le persone sparivano e basta, senza lasciare traccia. I desaparecidos.
C'è Emilia, una donna di sessant'anni, che dall'Argentina si è trasferita in America. Lavora come cartografa, non ha una grande vita sociale. Ha un'amica un po' tonta e conosce... beh, l'autore del romanzo, lo stesso Martìnez, pare. Il libro rimpalla tra la narrazione consapevole di Martìnez e il racconto di quanto avviene a Emilia.
Emilia ha sessant'anni e un marito scomparso trent'anni prima. Si chiamava Simòn, lavorava anche lui come cartografo. Nonostante un processo e i testimoni che lo vogliono morto, ucciso con una pallottola in fronte, Emilia non si è mai arresa. E a sessant'anni, negli Stati Uniti, lo vede. È in un bar e chiacchiera con due tizi. È Simòn, ma non è invecchiato di un solo giorno dagli anni '70.
Questo libro lascia addosso strascichi di malinconia e di... come dire, straniamento. Saranno tutte quelle chiacchierate di Emilia e Simòn sul tempo, sulle mappe, sui luoghi che non esistono. Un pomeriggio, nel periodo in cui ero più o meno a metà del libro, dovevo vedermi con un'amica in centro. E mentre la aspettavo ho avuto un attimo stranissimo di perdita e di onniscienza. La piazza con la fontana era ancora la piazza con la fontana, ma non era quella piazza con la fontana. Capivo Simòn, capivo Emilia. Capivo la geologia di Marte, capivo le correnti fluviali, capivo e basta.
Poi è arrivata la mia amica e mi sono scrollata Purgatorio di dosso.
Però ecco, è un libro che ti si avvolge attorno come una ragnatela, pure se non te ne accorgi subito.
Ho tralasciato la questione storica, il contesto sociale che viene dipinto, il modo in cui i perché si dipanano. Sono elementi presenti, sempre. Però a me è rimasta soprattutto la malinconia.

9 commenti:

  1. Ho amato molto Le braci, parola per parola. La considero una delle cose più raffinate mai lette.
    L'eredità di Eszter devo assolutamente recuperarlo, anche se a dire il vero, dopo l'enorme delusione che per me è stata La donna giusta, temo che mi piaccia solo il Marai de Le braci...

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    1. Rileggendo il post mi rendo conto di avere un tantino esagerato con la questione del monologo :P
      Vero, concordo sulla raffinatezza. Ha uno stile elegantissimo, intenso e misurato.
      (Niente La donna giusta, segnato.)

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  2. Come Margherita anche io ho amato moltissimo Le Braci, mentre non ho mai terminato L'isola; proverò con Eszter, la trama mi ispira..

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    1. Buona lettura :D
      A me è piaciuto molto, ma ho avuto un sacco di rimostranze col finale.

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  3. Sì, ma la biografia di tuo nonno?

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    1. La vuole già scrivere mia sorella, 'cidenti. S'è prenotata prima.

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  4. Non conoscevo Sàndor Marai, devo leggere anch'io le sue opere, ma non so da dove cominciare :)

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    1. Avendone letti solo due, temo di non saper dare grandi consigli. Però per quanto mi riguarda sia L'eredità di Eszter che Le braci mi sembrano un buon inizio. Fammi sapere che ne pensi se/quando leggi :D

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  5. "Le braci" ce l'ho...
    però potrebbe essere il momento giusto per...

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