giovedì 21 maggio 2015

Sull'infausta vicenda Isbn

Ho un po' di libri da fare oggetto di una bella chiacchierata. Tipo Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven di Alessandro Sesto e La festa di Margaret Kennedy, graditissimi acquisti del Salone spolpati nel giro di un paio di giorni.
Però no, di questa questione vorrei parlarne, anche se si tratta di una discussione spiacevole che stava finalmente affievolendosi. Ho letto abbastanza articoli e post sul tema, e penso che potrei facilmente trovarne altrettanti se solo mi sforzassi di cercare ancora un po'. Ammasserò in fondo al post qualche link utile per capire cosa sia successo anche se, dopotutto, quello che è successo è abbastanza palese.
La questione della casa editrice ISBN e di Massimo Coppola, il suo direttore editoriale, che non pagava i suoi collaboratori per mancanza di fondi. Si sapeva, ecco. La voce era trapelata già da qualche mese, e io, come molti altri blogger, da allora avevo cessato di parlarne, di recensirne i libri, di consigliarne la pagina. Per quanto le pubblicazioni possano essere interessanti, belle, graficamente meravigliose, non si può sostenere un'azienda che non paga. Non è giusto e basta.
Però c'è da dire diverse cose. Intanto non dovrebbe essere considerato normale che nessuna banca abbia voluto dare credito alla Isbn quando questa si è trovata in difficoltà finanziarie per colpa della crisi e di un brutto periodo di rese. Non stiamo parlando di due giovani sprovveduti che domandano fondi alla San Paolo per aprire un centro di recupero per pappagalli abbruttiti dall'inquinamento acustico. Stiamo parlando di una casa editrice con un decennio di ottime pubblicazioni alle spalle, rispettatissima nell'ambiente e con un gran seguito, anche piuttosto affezionato. Che si rifiuti un prestito per permettere a un'azienda di questo tipo di risalire non è normale. È assurdo, ed è una nostra prerogativa. Non fingiamo che la BCE non abbia già fatto notare più volte che i fondi alle banche italiane servano a fare credito alle imprese, e non a giocherellare coi titoli di stato.
Rimane il fatto che Coppola si è comportato in maniera orrenda. E non ha importanza se nel chiedere spiegazioni qualcuno si lascia andare a un lessico acceso e vivace, se non si può insultare uno che non paga i propri dipendenti, allora possiamo anche disfarci del concetto stesso di insulto. Di errori Coppola – e probabilmente non solo lui, diciamo i vertici di Isbn, quindi probabilmente anche il suo socio – ne ha fatti molti, primo fra tutti tacere la crisi che stava passando la casa editrice, quindi sperare in un'annata migliore della precedente usando fondi che avrebbero dovuti essere usati per onorare i debiti per proseguire nelle successive pubblicazioni. E poi, ovviamente, nel non comunicare tempestivamente coi creditori, nel non tenerli aggiornati. Infine, nel trincerarsi in uno stizzoso silenzio dopo le ripetute richieste di spiegazioni, fino all'inevitabile post sul sito della casa editrice. E c'è poco da fare le vittime, perché se Hari Kunzru non avesse insistito, la questione sarebbe ancora sommersa.
Eppure. C'è un eppure, ed è per questo che nonostante il tema ormai sviscerato, mi va di scrivere un post per dire la mia.
Io adoravo (adoro?) la Isbn. Ne parlavo un sacco, la recensivo spessissimo, era tra le case editrici che consigliavo di più, tra le mie preferite in assoluto. Per libri come Skippy muore, come Alta definizione, come Le ultime cinque ore e Player One. Non riesco a non pensare che la chiusura di Isbn sarebbe una perdita enorme per i lettori, nonostante il deplorevole comportamento di Coppola. E a quanto ne è emerso da una breve chiacchierata al Salone con un paio di blogger, non sono neanche l'unica. Quindi spero sinceramente che, così come ha fatto la Voland, Isbn possa tornare in sella, trovare aiuto per gestire i propri debiti e riacquistare il rispetto e la dignità che quest'orribile vicenda le ha strappato via.
C'è un'altra cosa che vorrei aggiungere, ovvero che mi spiace che Coppola (& company, suppongo) non si siano minimamente fidati della comunità che hanno attorno, di colleghi e lettori. Mi rincresce che non abbiano semplicemente ammesso di essere in difficoltà e di avere bisogno di un po' di aiuto. Voglio dire, pensiamo a cos'è successo quando alla Hacca, al Salone di Torino, hanno rubato l'incasso di tutto il sabato. Tra parentesi, ma con lo sfracello di soldi che si pagano per avere gli stand, fa proprio schifo mettere un minimo di sorveglianza, visto che non è affatto la prima volta che succede?
Dicevo, sabato hanno rubato la cassa alla Hacca, e non oso pensare come si siano sentiti gli editori scoprendo di aver perso l'incasso della giornata con maggiore affluenza. Solo che attorno ad Hacca è sbocciata una solidarietà spontanea, improvvisa e sentita. Moltissimi editori si sono interessati della vicenda e hanno iniziato a esporre i libri di Hacca nei propri stand, invitando i lettori a comprarli. Sui social network è stato un accorato rimpallo di #tuttiperHacca, che spero sia servito a qualcosa.
E dunque, volevo dire che forse, se in tempi utili in casa Isbn avessero voluto ammettere di essere in difficoltà, forse avremmo assistito a un #tuttiperIsbn, piuttosto che a un #occupayIsbn. La comunità dei lettori, dopotutto, è fatta pure da tante belle persone. Un po' di fiducia, dai.



(Questo non toglie affatto che non pagare i propri collaboratori, per una qualsiasi ragione, sia un comportamento deplorevole ai massimi livelli. Ma a me non interessa se Coppola sia o meno una brava persona, un buon amico, un ottimo padrone di casa o se parcheggi in doppia fila sulle strisce pedonali. Mi interessa che pubblichi libri interessanti, e che lo faccia in un modo per cui sovvenzionare la sua casa editrice non mi faccia venire l'orticaria.)
Link utili: qui, qui, qui, qui.

4 commenti:

  1. Dunque, la questione è complessa. L'ho vissuta sulla mia pelle, quindi forse ho un occhio un po' più critico e "aperto" sulla questione.
    Lavoravo in un'agenzia di comunicazione che, due anni fa, è fallita. È fallita perché i debiti con i fornitori (e parliamo di roba grossa, tra cui Google Italia e lo Stato Italiano) erano enormi. Buchi che le banche non avrebbero avuto motivo di contribuire a riempire. Quando hai un debito grosso, nessuno ti presta niente. Semplicemente perché non saresti in grado di ripagare il prestito.
    Perché? Perché, quando gli stipendi ai dipendenti cominciano ad arrivare a scaglioni, un mese sì e tre no, le figure professionali abbandonano la barca. E non c'entra niente l'affetto e la voglia di lottare, c'entrano le bollette, i figli, l'affitto, la benzina. Via via, all'interno dell'agenzia, se ne andarono tutti. Chi prima, chi dopo. La barca è affondata lentamente, sotto i miei occhi.
    Quando stai a quei livelli, anche se dovesse arrivare un lavoro grosso, per un cliente che paga bene (e se è difficile per chi fa pubblicità, dove ci sono prezzi da capogiro, immagino quanto possa esserlo per l'editoria che deve per forza vendere le copie, è l'unica fonte di guadagno. O vendere i propri autori all'estero, che forse è pure più difficile di vendere copie) non sei comunque in grado di portarlo avanti. Se non hai più il programmatore, chi ti sviluppa il sito di Fiat che paga bei milioncini? Affidarsi a esterni è impensabile, i costi sono più elevati e qualora non lo fossero non puoi garantire che pagherai a 90 giorni. Perché? Perché il lavoro di Fiat, pagato bene e in tempo (e qui siamo quasi a livello utopico perché per ricevere un lavoro devi partecipare a una gara e devi anche mantenere il prezzo di vendita del prodotto più basso degli altri, con una presentazione fatta meglio degli altri, in un tempo minore di quello che prongono gli altri e così via), il compenso dato da Fiat non basterebbe per: pagare i dipendenti che ti sono rimasti, pagare gli esterni a cui ti sei dovuto affidare perché metà dei tuoi dipendenti non ci sono più e nel frattempo hanno intrapreso vie legali, e pagare gli altri creditori (Google, l'Inps e così via).
    Coppola avrebbe dovuto agire diversamente, avrebbe dovuto smettere di pubblicare roba nuova, puntare più sulle cose che aveva già in catalogo, magari pubblicare altro solo in digitale, fare sconti, cercare altri investitori (c'è chi, per mestiere, acquista solo società e imprese che stanno fallendo per rimetterle in carreggiata).
    Insomma, avrebbe potuto fare diversamente, oppure no. Capisco chi si è alterato, perché se guadagni solo come traduttore e non puoi pagare l'affitto, al proprietario di casa tua frega cazzi che Coppola sta fallendo. Capisco anche Coppola, in parte, perché la barca stava affondando e non c'era più niente da fare. Avrebbe dovuto chiudere prima, questo sì. Quando ti accorgi che hai un debito che cresce e cresce e cresce e cresce, devi solo abbandonare la nave, cercando di fare il minor male possibile a chi lavora per te e a chi ci ha creduto.
    Lui non ha nemmeno abbandonato la nave in tempo, né ha parlato con i collaboratori (a cui, comunque, un discorso fatto d'aria non serve, serve che l'Enel non stacchi loro la luce). Ha agito nell'unico modo in cui poteva agire, cercando di tagliare le spese inutili (l'affitto ai Navigli, una sede vera e propria) per sopravvivere al processo che, sicuramente, ci sarà. Sempre che non sia già in corso.
    Non è nemmeno detto che sia stato lui a dichiarare il fallimento. Se arrivano diverse querele per inadempienza, ci pensa il Tribunale a dichiarti società fallimentare (alla mia agenzia è accaduto così). Perché basta l'Enel, insieme al proprietario dell'immobile e qualche dipendente, per trascinarti nella merda. Merda dalla quale non ti rialzi più, c'è poco da fare.

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  2. Non sono così convinta che il discorso con le banche sia così semplice. Nel senso che non penso basti un "Salve, sto fallendo, ma la nostra identità editoriale è talmente bella che ci dovete aiutare" per essere accettati. Credo dipenda da quanto tardi c'è andato Coppola, da quanto grave era già la situazione, da quanti debiti ci fossero già, etc etc... insomma, tanti fattori che non penso si risolva con un "la banche cattive non l'hanno aiutato". (anche perché, ti fanno penare già solo per un mutuo per una casa, figuriamoci quante cose guardano per aiutare un'azienda in crisi!)

    Per i libri di ISBN mi spiace, perché era una bella realtà con una linea editoriale ben definita (e delle magnifiche copertine)
    Il comportamento di Coppola però per me è inaccettabile. Twittava che lui ora è il direttore di Rolling Stone e non diceva ai suoi collaboratori e autori che la casa editrice per cui hanno lavorato era fallita e non poteva pagarli? Ecco, per me questo è assurdo. Fai un comunicato, lo mandi a tutti quelli che hanno lavorato con te, che aspettano i tuoi soldi, e spieghi la situazione. Poi dopo ti preoccupi di twittare che cosa fai tu di bello adesso.
    Non so, io sono convinta che se la situazione fosse stata gestita meglio, sarebbe anche più facile ora per loro ritirarsi su.

    Ti lascio anche un articolo di Strade- il sindacato dei traduttori (scusa per il link nel commento), che spiega come pensano di muoversi ora e come si sono mossi in passato in altri casi simili: http://www.traduttoristrade.it/2015/vogliamo-tutti/

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  3. Si parlava di crisi anche per la casa editrice Voland, che da quanto ho capito ora per fortuna è stata risolta con la vendita di un immobile.
    Io capisco i punti di vista di tutti: del collaboratore che non viene pagato, dell'editore che tenta di salvare la propria barca, del creditore che decide di non dargli più fiducia. È una bruttissima situazione, soprattutto quando si parla di editoria di qualità.
    Sinceramente non saprei dire cosa sia giusto o non giusto in questi casi, credo che qualunque mossa sarebbe sbagliata.

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  4. Mi trovo d'accordo co il dire che Coppola si sia comportato veramente male con i suoi collaboratori, ma credo che la questione sia più complicata di quanto appare.
    Quando un'azienda inizia a crollare non lo fa all'improvviso. Si accumula un debito, poi un altro, poi un terzo e via dicendo. Sicuramente Coppola & Co. sapevano bene della situazione ma non si sono mossi in maniera intelligente e non sono riusciti a salvarla.
    Non si può nemmeno dare colpa alle banche perché in un periodo come questo, dove le garanzie richieste per un prestito sono moltissime, si deve avere qualcosa di solido alle spalle, e questo Coppola e i suoi collaboratori devono per forza saperlo (se lo so, insomma...!). In pratica da quanto ho capito loro si sono presentati in banca e hanno detto: "Dovremmo chiedervi una grossa somma e non sappiamo se riusciremmo a restituirvela, ci basiamo sulla fiducia!"
    A parte questo discorso, di cui noi lettori parliamo senza essere veramente informati in realtà, perché si tratta di questioni aziendali, di certo la Isbn non è stata professionale e non è stata capace di gestirsi come azienda. Su una cosa però hai ragione: se avessero chiesto aiuto ai lettori penso che in molti glielo avrebbero dato. Forse non sarebbe bastato a coprire i debiti, ma di certo la figura pubblica di Coppola ne sarebbe uscita meglio.

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