lunedì 20 aprile 2015

Il pendolo di Foucault di Umberto Eco

Metto le mani avanti, prima di iniziare a scrivere del fulcro del post. Sarà uno dei più brevi che io abbia mai scritto, perché per quanto ci sia da dire e da discutere di questo libro, non si può fare senza andare orrendamente avanti nel disvelamento della trama. Quindi quanto pubblicherò non sarà che un moncherino, un mozzicone di recensione. Altrimenti potrei provare ad allungare il brodo con astuti trucchetti quali lunghe introduzioni, o annaspanti riflessioni, o cambiamenti tattici d'argomento. Ma no, sarò fedele ai dettami di Tamburino, l'amico di Bambi la cui saggezza andrebbe impressa su una roccia usando Excalibur come scalpello.
Quando non hai niente da dire, è meglio non dire niente.” Che non è neanche un brutto consiglio di scrittura, a ben vedere.
Dunque, Il pendolo di Foucault, secondo romanzo di Umberto Eco, edito da Bompiani nel lontano 1988.
Tutto mi aspettavo, tranne che mi parlasse di templari e rosa-croce. Di complotti e richerche e sub-complotti. In realtà, a parer mio – ma penso sia una questione abbastanza palese – è un libro che parla della formazione del significato, e del potere che hanno le parole di comandare la materia. Però intanto Eco ha scelto di parlarne usando come maschere i templari e i membri di una piccola casa editrice milanese dalla doppia faccia, da un lato la rispettabile Garamond e dall'altro l'esecrabile Manuzio a pagamento. O magari un giorno Eco ha incontrato un vecchio amico e questo, conoscendone l'erudizione storica, gli ha dato di gomito iniziando a bisbigliargli di un ordine antico, di graal e quant'altro, e a Eco è venuto da ridere, e Il pendolo di Foucault è nato così, da una risata trattenuta.
E dunque, il libro è tutto qui, per lungo che sia. La scrittura della tesi incentrata sui templari del protagonista, e poi la vita in una piccola casa editrice, l'inizio nella Milano bene che si rifiuta di essere Milano bene, ma prima o poi si lascerà ammansire. Misteri di altri luoghi, fili tirati con forza per fare combaciare diversi sistemi di credenze. Personaggi misteriosi, personaggi tisici, personaggi gonfi di illusione. Una tromba, un pendolo, messaggi cifrati. Una mappa, Parigi, tre eruditi annoiati che pensano a un Piano.
E di più non voglio parlare, che già ho detto troppo.
È un bel libro, davvero un bel libro. Anche se avrei mozzato via con un'accetta quelle duecento pagine e passa di ordini e contrordini, mi hanno fatto arrivare alle centocinquanta ultime pagine col fiatone.

3 commenti:

  1. Ho amato Il pendolo anche più de Il nome della rosa, anche se alla lunga mi capita di riprendere in mano più Il nome della rosa. Credo che tu sia stata chiarissima quando dici che è un libro sulla formazione del significato. Altro non si può dire a chi non l'ha letto...

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  2. Questo romanzo è uno dei pochi che non ho ancora letto di Eco, che adoro! Aspetto "un" momento giusto; ho l'edizione Bompiani rilegata in libreria da un bel po'! :D La verità è che temo di leggerlo... e poi??? So che è una cosa stupida, e anzi di solito ho l'ansia di leggere tutto degli autori che amo. Ma, questa volta, il poi presuppone Il cimitero di Praga e Numero zero, che, non so, mi ispirano poco...

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  3. L'ho mandato giù a fatica e non sono sicuro che ciò ne faccia un buon libro. Ho adorato la stesura del Piano, ma la parte in Brasile... meh. Però poi mi è venuta la curiosità e ci sono andato, a vedere il Pendolo. :)

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