venerdì 6 marzo 2015

Scribacchiolando #8 - Write drunk, edit sober.

Scribacchio, come si può facilmente intuire dalla pagina “racconti” su in alto, o dai post “Scribacchiolando” che pubblico a cadenza incalcolabilmente casuale. Ho scoperto, negli ultimi anni, che mi imbarazza pure ammetterlo, perché il prototipo italiano del wanna-be-scrittore non è proprio l'esemplare più ammirevole di questo universo mondo. C'è quello che riscrive la propria vita con infinite ripicche, quello che spedisce il proprio alter ego a sguazzare in un mare di proposte sessuali, quello che “la grammatica inibisce la sua creatività”. E per quanto io sia consapevole che non sono io a poter decidere di non essere parte di quel magma di orrendume letterario, posso dire con severa decisione che, ehi, Io progetto. E cancello, e correggo, e riscrivo, e riprogetto e poi faccio implodere tutto e ricomincio daccapo. Pure troppo.
Il tema centrale di questo “Scribacchiolando” è la riscrittura maniacale. Più o meno.
Ricordo giornate intere passate davanti al computer a maltrattare diottrie e a tempestare tastiere. Potevo arrivare pure a trenta pagine al giorno, non scherzo. Alle medie, alle superiori. Avevo un momento libero e zac, davanti al computer fino al momento in cui mia sorella non mi avrebbe cacciata per fare le robe sue.
Cos'è cambiato da allora? Intanto mi sono fermata per anni. Il foglio bianco non è diventato mio nemico, ma il nostro rapporto si è comunque trasformato. Da un'amicizia stretta, calorosa, intima fino alla semplice conoscenza. “Buongiorno, Foglio Bianco, tutto bene?” “Tutto a posto, tu?” “Non c'è male.” “Bene.” “Bene.” E ognuno via per la sua strada, con un'occhiata imbarazzata piena di sollievo.
E poi beh, nell'ultimo anno ho cercato di rimettermi a scrivere. Senza sforzarmi troppo, senza obbligarmi. E un paio di giorni fa è successo che mi sono messa a scribacchiare senza avere poi molto in testa. Due personaggi presi da un'altra storia – non ne sentirà la mancanza – e una stanza, poi una casa, poi... e poi la storia. E ho scribacchiato abbastanza, devo dire. Abbastanza da sentirmi spalle e collo doloranti di soddisfazione.
Uno dei motivi è che, contrariamente a quanto ho fatto negli ultimi anni, stavolta non ho corretto. Ho lasciato le frasi imperfette, incomplete, nella loro forma-significato embrionale, con la sintassi corretta ma brutte a leggersi. Non mi sono fermata per ricontrollare, per limarle e smussarle e renderle perfette. No, che aspettino il loro tempo. Che aspettino il giorno in cui avrò finito di scrivere la storia, che aspettino la pagina, chessò, duecento? Duecentocinquanta?, e la successiva parola “fine”.
Hemingway ha detto “Write drunk, edit sober”. Non penso proprio che intendesse una scrittura inondata d'alcol, piuttosto una scrittura fluida e mondata dalla propria coscienza grammaticale. Che si mettano a tacere le rimostranze sintattiche, che taccia il fantasma della correzione. Resti nel fodero la spada che combatte il refuso.
Meglio portare avanti la trama.
Almeno credo. Almeno per adesso. Almeno per me.
Voi avete consigli da portare in dono? Se scrivete, quando correggete?

10 commenti:

  1. A parte che trovo la tua scrittura stupenda, così ironica e avvolgente <3 Poi credo che per riscrivere ci sia sempre tempo, quindi se hai trovato un tuo equilibrio scrivendo di getto senza guardarti alle spalle, continua su questa strada. Quando ho scritto Le stanze anche io mi focalizzavo molto sui dettagli, non cominciavo mai un capitolo nuovo se non ritenevo perfetto quello a cui stavo lavorando. Ma era un cane che si morde la cosa perché ancora adesso trovo mille difetti a quel libro. Ora sono diventata più elastica, perché ho molti più dubbi, e se dovessi fermarmi a ragionare su tutto non scriverei più mezza parola. Per riscrivere c'è sempre tempo ^^

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    1. Argh, grazie. Questa me la screenshotto ;__;
      Penso che ognuno dopotutto abbia il suo metodo, e forse ogni singolo libro viene scritto in modo diverso. Però ho notato che se riesco a dirmi "vabè, finta di nulla, ricontrollerai poi" mi viene più facile portare avanti la storia, che penso sia la parte più difficile di tutto il processo.
      (Oh, attendo aggiornamenti *w*)

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  2. Ciao! Io scrivo, o meglio scribacchio, e abbiamo passato esattamente le stesse identiche fasi a quanto pare (non avevo una sorella che mi cacciava dal pc, quindi scrivevo fino a quando i genitori non mi sradicavano dalla sedia)!
    Da un annetto a questa parte anche io sto cercando di ricominciare a scrivere come facevo una volta - portare a termine qualcosa, poi, è un'altra storia.
    Comunque io scrivo di getto senza rileggere almeno fino a che non mi passa l'ispirazione, quella che mi fa fremere di scrivere, per intenderci, che mi fa scrivere quindici pagine al giorno.
    Correggo quando mi è passata, quindi anche parecchi giorni dopo aver scritto la prima stesura. Per me funziona, perché se rileggo troppo spesso non vedo più gli errori e rischio di farmeli scappare.
    Quando mi sembra di essere a buon punto (almeno di intravedere una fine del racconto), lo faccio leggere a qualcuno e mi scrivo tutte le critiche che ha da muovere, così non me lo dimentico e a quella che è la terza rilettura posso apportare delle modifiche :)
    Spero di esserti stata utile :D

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  3. Il "Write drunk, edit sober" di Hemingway mi piace un sacco come consiglio letterario. Anch'io ho scritto molto in passato (sempre su carata) ma poi una volta uscita dalle turbe ricchissime di ispirazione dell'adolescenza e della prima giovinezza universitaria, mi sono bloccata o comunque non ho scritto con la stessa assiduità e convinzione. Adesso che ho 30 anni mi piacerebbe sfidare di nuovo il foglio bianco e magari farlo come hai fatto tu, senza troppa smania di controllo e revisione, alla Hemingway insomma ;)

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  4. Sì, credo che bisogna buttarsi, lasciarsi prendere dal flusso creativo, più che a Hem, penso a Jack Keoruac qui... poi ci sarà il tempo per riprendere il tutto, riannodare i fili. Ovviamente dipende da cosa si scrive, se narrativa o giornalismo/blog, dalla lunghezza del pezzo, ma fondamentalmente non bisogna fermarsi troppo a pensare, ma lasciarsi andare...

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  5. Io sono l'esempio lampante della riscrittura maniacale: esempio, il mio primo romanzo. Ci ho messo qualcosa come 5 anni a scriverlo. Uno e mezzo a scriverne pezzi sparsi, uno a documentarmi, uno a non scrivere quasi nulla e due, gli ultimi, a rendermi conto che ciò che avevo scritto era una ciofeca. L'ho riscritto per intero quattro volte, limandolo fino all'osso, eliminando centinaia di pagine; mi sono ubriacata di Stephen King, il mio Maestro, fino a quando i suoi insegnamenti mi sono penetrati nell'anima. Sono marchiati a fuoco dentro di me. Solo allora, dopo aver perfezionato fino alla follia tutto ciò che ero in grado di perfezionare, ho lasciato che il mio bambino di carta mi voltasse le spalle e cercasse la sua strada nel mondo.
    Ora è in mano alla Neri Pozza (grazie a un tuo consiglio, come sai; si saprà qualcosa in estate/autunno in merito ai finalisti del loro concorso nazionale) e io sono qui, a sussurrare le parole di Elisa: "[...] Sarà difficile lasciarti al mondo e tenere un pezzetto per me... [...]".
    Ero abbastanza fiera di me. I pareri di chi ha letto il libro sono molto buoni (non ti ho più portato il manoscritto perché ho dovuto spedirlo, ne avevo solo due e la Neri Pozza li ha voluti entrambi, stamparne un altro costa tipo 26 euro T_T).
    Il problema è sorto dopo, quando mi sono ritrovata a chiedermi perché non mi stessi mettendo all'opera col secondo romanzo. Ho una trentina di tracce pronte, ma nessuna mi convinceva. Non ero più capace a scrivere? Ero uno dei quegli scrittori che hanno una sola storia da raccontare? Era stata tutta una bugia, una carriera da scrittrice esistita solo nelle mie puerili fantasie?
    La risposta è NO a tutte e tre le domande, dato che al momento, seppur con qualche difficoltà, ho scelto la traccia da portare avanti e ne ho scritti alcuni brani sparsi, a mio parere piuttosto buoni. Inoltre sto scrivendo molte poesie e ho diversi racconti pronti, sia lunghi che brevi.
    Eppure, stare lì con gli occhi che bruciavano alla ricerca del più piccolo errore di battitura, limare, scrivere e riscrivere sempre le stesse frasi per anni, ha tappato completamente la mia creatività. Ero una macchina da correzione, nient'altro. Certo, è inutile cercare di spremere la più piccola stilla di creatività quando il serbatoio è vuoto, ma io non me ne rendevo conto e oltre ad andare sempre più in ansia facevo di tutto per scrivere almeno una riga al giorno.
    Invece è normale che dopo un libro così impegnativo e con la mole di documentazione che avevo dovuto studiare avessi necessità di riposare la mente; avrei dovuto dimenticare il PC, farmi una passeggiata aspettando che la Musa tornasse. Prima avevo in casa degli ospiti, ospiti che sono rimasti molto a lungo; ora devo pulire la casa da cima a fondo in vista dei nuovi amici, amici che non conosco ma che prima o poi suoneranno al campanello.
    Darei qualsiasi cosa perché la stesura del nuovo romanzo diventi fluida come era all'inizio quella del primo; vorrei tornare a scrivere con la spontaneità dell'adolescenza, senza preoccuparmi che tutto ciò che scrivo debba poi venire, forse, un giorno, pubblicato; è come se, se non è perfetto ciò che scrivo, dentro di me ci fosse una voce di cesoia a stabilire che allora non serve nemmeno che io lo scriva.
    Per questo ho iniziato anch'io il mio blog, per questo non rileggerò quanto ho scritto prima di premere PUBBLICA... devo essere libera. Gettarmi senza paracadute, bere senza leggere l'etichetta.
    Devo tornare a spiccare il volo...

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  6. Write drunk, edit sober come stile di vita sempre... scrivere è qualcosa di così intimo che sinceramente non so mai quando voglia apparire, quando decida di farsi un giro e quando deciderà di tornare... ho scritto molto quando ero più giovane, ora spesso mi creo molti più paletti di quanti dovrei e spesso rinchiudo il semplice piacere di mettere delle parole nero su bianco in sovrastrutture che non fanno bene... quando però riesco a scrivere, tendo a rileggere tutto sempre il giorno dopo, anche perché l'editing è un affare serio tanto quanto la scrittura in sé...

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  7. Riscrivere in corso d'opera, per quanto a volte sia difficile resistere, è dannoso perché ostacola o addirittura interrompe il flusso creativo.

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    1. Sono d'accordo. Non scrivo più, forse in realtà non ho mai scritto. Ho buttato giù solo un paio di racconti in 30 anni di inutile vita, tutti funzionali a qualcosa (insomma, me li hanno richiesti per dei progetti e io li ho buttati giù, diligentemente) per cui, probabilmente, il mio metodo di scrittura non conta molto. Comunque, dicevo, quando ho lavorato a questi racconti ho prima scritto tutto, di getto, rileggendo solo alcune volte ciò che avevo scritto, ma giusto quando lasciavo dei buchi. Sì, quando scrivo lascio dei buchi per quelle parole che non mi vengono in mente in modo corretto.
      Insomma, scrivo scrivo scrivo. Rileggo e correggo alla fine e lo faccio in modo maniacale, per giorni interi. Smetto quando non riesco più a cambiare nemmeno la posizione delle virgole. Ma mai che io sia soddisfatta di ciò che ho scritto, mi succede persino con i post sul blog. Mai che dica "è così che volevo che fosse". Forse è normale, chissà.

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